Lost London – Bear Garden, Southwark

The Bear Garden as depicted in Visscher’s Map of London which was published in 1616 but represented the city as it was several years earlier. The Bear Garden was among numerous structures built in Southwark during the Elizabethan era for public amusement: in this case the “amusement” being what we now see as the rather cruel […]

Lost London – Bear Garden, Southwark

Colosseo, nuovi lavori in arrivo: ecco come sarà nel 2023

Una nuova arena di 3000 metri quadrati per il Colosseo: sarà completamente reversibile a copertura degli spazi ipogei. Saranno scelte procedure altamente tecnologiche finalizzate all’eco sostenibilità a lungo termine. Franceschini: “Organizzeremo il G20 Cultura dallo spicchio esistente ora dell’arena del Colosseo” L’articolo Colosseo, nuovi lavori in arrivo: ecco come sarà nel 2023 proviene da Uozzart.

Colosseo, nuovi lavori in arrivo: ecco come sarà nel 2023

La leggenda dei Vichinghi

Ebbene sì, Amazon Prime Video mi ha dato il colpo di coda di questo lockdown. Alla vigilia della riapertura dei musei e in pieno online training su come si svolgerà il nostro ruolo al museo, l’unica cosa a cui riesco a pensare è il prossimo episodio di Vikings. In quattro gg ho visto due serie. Me ne mancano ancora quattro…

E allora ho pensato di ripubblicare un post di qualche anno fa su un’interessantissima mostra al British Museum dal titolo Vikings life and legend. Così, per rinfrescare la memoria. 🙂

Vikings
Vikings life and legend al British Museum

Quando si pensa ai vichinghi si pensa a giganti biondi che indossano elmi con le corna, hanno spade gigantesche e solcano i mari su navi eleganti dalle teste di drago. O almeno questa era  l’idea che me ne ero fatta. Potete immaginare la delusione quando sono andata a vedere al British Museum a vedere Vikings life and legend e ho scoperto che gli elmi cornuti erano un’invenzione vittoriana abilmente sfruttata da Wagner! 

Pettini vichinghi, circa 900-1000. British Museum. Londra 2014©Paola Cacciari

E se i giganti in questione erano biondi e sanguinari, è vero anche che tenevano parecchio al loro aspetto, non risparmiavano in pettini, e non si vergognavano di usare il bistro per gli occhi o di adornarsi di bracciali e spille tanto grandi  e risplendenti che oggi sarebbero l’invidia ogni rapper. Certo si davano nomi terrificanti, ma in fondo (è la linea adottata dai curatori) erano pacifici mercanti che commerciavano, creavano bellissimi oggetti di oreficeria e scrivevano poesie. Anche se non credo che i monaci di Lindisfarne, isoletta al Nord dell’Inghilterra che nel 793 ebbero la sfortuna di ricevere la visita della prima incursione vichinga registrata nei documenti storici, sarebbero della stessa opinione…

Spille vichinghe, circa 800-900. British Museum.
Londra 2014© Paola Cacciari
Erano anche agricoltori, almeno fino a quando non andavano in giro a fare i vichinghi (cioè i pirati) e ad invadere le terre altrui – attività a cui questi giganti provenienti da Danimarca, Svezia e Norvegia si dedicarono con puntigliosa costanza per un paio di secoli, dall’800 al 1050. E come gli inglesi sanno bene, avendolo sperimentato di persona durante quei due secoli, i vichinghi oltre a a morte e distruzione, hanno lasciato dietro di sè anche una scia di preziosi artefatti (alcuni davvero meravigliosi), oltre alle bellissime saghe messe per iscritto nel XII secolo dai loro discendenti. Ma nonostante lo sforzo dei curatori, proprio non ce li vedo i vichinghi come creatori di una cultura raffinata. La vita quotidiana che traspare dagli oggetti di questa mostra appare dura, crudele e ripetitiva e al loro cospetto la raffinatezza degli artefatti franchi e bizantini sembra davvero di un altro pianeta.

Roskilde 6. Photograph: Frantzesco Kangaris for the Guardian 

Poi mi sono trovata davanti la Roskilde 6 mi sono dovuta ricredere: che i vichinghi erano di fatto degli artisti raffinati. Ma le loro più grandi opere d’arte erano le navi lunghe. E questa qui del British Museum, con i suoi 37 metri, lunga lo è davvero. Certo bisogna lavorare un po’ di fantasia per ricostruire i pezzi mancanti visto che della struttura originale di legno è sopravvissuto solo il venti per cento, ma la forma della nave è li, davanti a voi. Ed oltre ad essere lunga, è elegante e potente e bella da mozzare il fiato. Con navi così hanno conquistato terre lontane e sono diventati la leggenda che tutti conoscono. È impossibile guardare questa nave (anche se allo stato attuale di scheletro) e non provare un fremito di emozione lungo la schiena. Fu trovata nel 1997 durante i lavori di costruzione del Museo delle navi vichinghe diRoskilde, in Danimarca e poteva contenere un centinaio di guerrieri.

Armi vichinghe. British Museum.
Londra 2014©Nebbiadilondra

Immaginate di trovarvi dalla parte sbagliata della prua di questa nave e trovarvi davanti cento giganti biondi armati di asce da guerra decorate da serpenti argentati e spade risplendenti che (come Excalibur) avevano un nome e forse anche un’anima ed erano al centro della sociologia vichinga, visto che le spade erano “sacrificate” agli dei come le persone o gli animali! Immaginate…

Londra//fino al 22 giugno 2014

British Museum,
Great Russell Street,
London, WC1B 3DG
www.britishmuseum.org/

2021 © Paola Cacciari

Buon compleanno Shakespeare!

Non era così che avrei voluto celebrare il compleanno  il compleanno di William Shakespeare. Questo è il giorno in cui il Globe Theatre sul Tamigi apre le porte alla nuova stagione teatrale e io, quando il portafoglio lo permette (e al Globe con i biglietti a 5 sterline, il portafoglio lo permette spesso) cerco sempre di trovare un biglietto per il primo spettacolo della Stagione. Ma con l’Inghilterra e Londra ancora parzialmente in lockdown la mitica “wooden “O” del Globe Theatre. è ancora off-limits, e allora devo limitarmi ad augurare al bardo buon compleanno dal mio blog. Che il 23 Aprile  Shakespeare compie 457 anni – o almeno si pensa lo faccia, visto che non si sa con certezza la data della sua nascita.

Globe Theatre, London. Photo by Paola Cacciari

Adoro l’atmosfera del Globe il suo spazio intimo che sembra voler abbracciare attori e spettatori. To be or not be. Dubito esista ancora qualcuno al mondo che non ha sentito, almeno di sfuggita questa frase, una delle più celebri della letteratura di tutti i tempi. Scritta nel 1599 la tragedia di Amleto ha visto la luce in un momento particolarmente difficile dal punto di vista politico e religioso. Nato in un mondo in cui la vecchia religione è stata rimpiazzata da una nuova e in trepida attesa della fine imminente del Regno di Elisabetta I e della dinastia Tudor, Shakespeare era cosciente di stare vivendo in un momento di cambiamento epocale. Un’incertezza, quella per un mondo passato ma non ancora completamente sepolto particolarmente sentita nell’ Amleto, il cui padre ritorna sotto forma di Fantasma dicendo di essere in purgatorio, poiché morto senza l’estrema unzione.  Il problema religioso, la successione al trono, la morte della cavalleria e dei suoi ideali:  Shakespeare non era certo a corto di materiale a cui ispirarsi per scrivere le sue tragedie e tutte le opera scritte in questo anno (Giulio Cesare, Enrico V, Come ti piace) affrontano in un modo o nell’altro queste tematiche. Shakespeare costringe Amleto a lottare con la sua coscienza prima di agire che culmina nel soliloquio più famoso del mondo e che spesso è stato associato all’idea del suicidio.

La sua lingua è difficile, non solo perché arcaica, ma perché i lettori moderni non hanno più le conoscenza della Bibbia e dell’antichità classica che il pubblico elisabettiano aveva. E se il suo vocabolari era già molto vasto se paragonato a quello di altri drammaturghi, nell’Amleto Shakespeare usa più parole di quante ne abbia mia usate prima. E quelle che non esistono le inventa (si dice che abbia coniato circa 600 nuove parole solo per questo dramma).  E non sono solo le parole che sceglie, ma il modo in cui le usa, che rende il linguaggio di Amleto cosi difficile – e non solo per chi come me non è inglese di madrelingua. Shakespeare voleva che il suo pubblico si sforzasse e fa largo uso di endiadi (letteralmente dal greco ἕν διὰ δυοῖν, cioè “una parola attraverso due”- grazie Wikipedia!), una figura retorica che consiste nell’utilizzo di due o più parole per esprimere un unico concetto. Nei versi di Shakespeare il significato delle parole comincia ad oscillare  causando nello spettatore una vera e propria vertigine mentale. Giuro che ci sono stati momenti in cui avrei volute le note a fondo pagina. Ma la musicalità della lingua di Shakespeare ha la meglio. Ancora una volta la magia del Bardo ha funzionato.

2021 © Paola Cacciari

Il pianista di Varsavia: la straordinaria storia di Władysław Szpilman (e del nazista che lo salvò)

Credo di essere stata una delle poche persone al mondo a non aver mai visto Il Pianista di Roman Polanski, lo straordinario racconto di sopravvivenza di Władysław Szpilman nella Varsavia occupata dai nazisti. Almeno fino all’anno scorso quando il lockdown mi ha dato la possibilità di mettermi in pari con i film che avevo perso negli ultimi vent’anni. E il film mi èpiaciuto cosi tanto che ho sentito l’urgenza di leggere il libro, e ho fatto bene.

Dire che è un bel libro non rende l’idea, che come si può valutare un libro come questo? Il mio cuore e la mia mente erano in completo subbuglio quando l’ho chiuso. La voce di Szpilman non è mai amara, e anche nei momenti più difficili e disperati mai una volta si lascia prendere dall’odio nei confronti dei tedeschi, lui che ne avrebbe avute tutte le ragioni. Anzi, il suo racconto è quasi distaccato, ma suppongo sia parte della ragione per cui scrisse questo libro in primo luogo: elaborare il trauma. La sua intenzione non era quella di sputare dichiarazioni politiche sulla Seconda Guerra Mondiale. Il libro è semplicemente la straordinaria storia di questo straordinario individuo che, grazie ad una fortunata serie di circostanze che mettono sulla sua strada persone che lo aiutano e ad un’incrollabile determinazione, riesce a sopravvivere mentre l’intera Europa crolla nel nel caos.

Ma quella narrata ne Il Pianista, non è solo la storia di Wladyslaw Szpilman. Una sorpresa attende l’ignaro lettore alla fine, sotto forma di brani del diario di Wilhelm Hosenfeld (1895-1952), l’ufficiale della Wehrmacht che, negli ultimi mesi del 1944, non solo tacque agli altri ufficiali delle SS la presenza di Szpilman nell’unico edificio a più piani rimasto in piedi a Varsavia, ma lo salvò da morte certa procurandogli cibo, acqua e coperte (gli lasciò persino il suo pesante cappotto) per sopravvivere alla fame e al freddo dell’inverno polacco.

Wilhelm Hosenfeld

Alcuni dei passaggi più toccanti, inquietanti e riflessivi della narrazione vengono proprio dal suo diario, che è stato recuperato anni dopo e incorporato nel libro di memorie di Szpilman. “Il male e la brutalità si annidano nel cuore umano. Se gli viene permesso di svilupparsi liberamente, prosperano, emettendo terribili ramificazioni …”

Cresciuto in una famiglia devotamente cattolica che gli inclulc ò l’importanza della carità e con una moglie pacifista, Hosenfield era tuttavia un patriota e come tale abituato all’obbedineza prussiana. Si unisce al partito nazista nel 1935, solo per ritrovarsi in guerra disilluso e inorridito dalle sue politiche. Durante il suo periodo a Varsavia, Hosenfeld usò la sua posizione per dare rifugio a persone, indipendentemente dall’etnia o dalla fede politica, all’occorenza fornendo loro persino i documenti necessari e un posto di lavoro nello stadio sportivo che era sotto la sua supervisione. Hosenfeld si arrese ai sovietici a Błonie, una piccola città polacca a circa 30 km a ovest di Varsavia, con gli uomini di una compagnia della Wehrmacht che guidava e fu condannato a 25 anni di lavori forzati per crimini di guerra semplicemente sulla base della sua unità militare d’appartenenza.

Il 25 novembre 2008, Yad Vashem, il memoriale ufficiale di Israele per le vittime dell’Olocausto, ha riconosciuto postumo Hosenfeld come Giusto tra le nazioni.

Sa di miracolo che nel mezzo di tanto orrore proprio ufficiale tedesco sembri essere stato l’unico ad aver avuto la forza morale di ammettere cio’ che altri non sarebbero riusciti ad ammettere che molto, molto tempo dopo.

“Tutta la nostra nazione dovrà pagare per tutti questi torti e questa infelicità, tutti i crimini che abbiamo commesso. Molte persone innocenti devono essere sacrificate prima che la colpa di sangue che abbiamo subito possa essere spazzata via. Questa è una legge inesorabile in piccolo e cose grandi allo stesso modo.”

E se bisogna celebrare il coraggio di Wladyslaw Szpilman, che aiutò la resistenza ebraica nel ghetto di Varsavia, nonostante la costante minaccia alla sua stessa vita, lo stesso vale per Wilm Hosenfeld per essersi aggrappato alla sua coscienza in un momento in cui la moralità e la compassione scarseggiavano. Una storia questa come tante altre che non si conosceranno mai, e che mi fa ancora credere al trionfo dello spirito umano.

2021 © Paola Cacciari

Another London: International Phothographers Capture City Life 1930-80

Dall’archivio del passato, anno 2012: un po’ turimo, un po’ storia sociale, è Londra vista da fotografi stranieri.

Vita da Museo

Dopo settimane di apnea lavorativa, finalmente un giorno libero da dedicare al mio passatempo preferito: andare in giro per mostre. Che questa Londra olimpica abbonda se possibile ancora di più di mostre, eventi, conferenze etc etc etc, e non c’è niente di più frustrante che avere i denti (l’entrata libera) e non avere il pane (il tempo) per vederle.
Another London: International Phothographers Capture City Life 1930-80a Tate Britain è uno show che sembra stato allestito pensando ai turisti: ci sono i bobbies, gli autobus a due piani, il Big Ben, le guardie della regina con il berrettone d’orso e naturalmente la nebbia. Non mancano neppure i monelli dell’East End e i gentlemen della City con l’ombrello e la bombetta. Che ieri come oggi Londra è una città che affascina e stimola l’occhio e la curiosità, con la sua diversità culturale, la sua multienicità e le sue tipologie…

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