Delitto e Castigo di Fyodor Dostoevsky

C’è stato un momento nella mia vita in cui ho pensato che non sarei mai riuscita a leggere Dostoevsky. Non che non ci avessi provato, anni fa (neppure troppi anni fa…), ma la miseria del mondo abitato da Raskolnikov mi faceva sentire così triste e depressa che mi sono arresa dopo tre capitoli. Poi sono stata a San Pietroburgo e tutto è cambiato. Mi sono innamorata della città, totalmente, senza riserve. E ho deciso di riprovarci, a rileggere Delitto e Castigo dico.

L’ho letto quasi tutto d’un fiato, come ho fatto con Guerra e Pace. Che c’è un motivo perché questi libri sono cosiderati classici: perché, nonostante il tempo, non smettono mai di parlarci. Era tempo che un libro non mi faceva riflettere così profondamente sul cosa significhi essere un essere umano, e sul come le nostre scelte abbiano un’influenza indelebile sulla nostra vita.

E mentre leggevo, assaporando quella prosa brillante (OK, l’ho letto in traduzione, ma era una buona traduzione) e non cessavo di stupirmi dell’altrettanto brillante comprensione che Dostoevsky ha della natura umana. La trama è incredibilmente semplice: Rodion Romanovich Raskolnikov, un povero ex-studente all’università di San Pietroburgo, formula un piano per uccidere una vecchia usuaraia senza scrupoli per derubarla. Raskolnikov crede che con i soldi possa liberarsi dalla povertà e continuare a compiere grandi imprese; ma confusione, esitazione e lo zampino del caso fanno cadere la sua convinzione di riuscire a compiere un omicidio moralmente giustificabile. Delitto e Castigo non è altro che uno studio approfondito di un uomo che commette un omicidio e del come viene “punito” per questo, principalmente dalla sua coscienza.

Dostoevsky è un narratore sublime. Non solo è in grado di creare personaggi complessi, ma è in grado di portare il lettore profondamente dentro la mente di un personaggio. Tanto che di tanto in tanto mi veniva da chiudere il libro per mettermi a pensare. Sara’ il paesaggio, la particolarità della loro terra o della loro cultura, la loro non appartenenza né all’Oriente né all’Occidente, ma i romanzieri russi sono insuperabili nel riuscire a combinare di storia, filosofia e alta alta letteratura in un unico tomo.

Lo sceneggiato televisivo della BBC2 del 2002 con John Simm nei panni dell’inquieto Raskolnikov e girata interamente a San Pietroburgo cattura lo spirito del romanzo.

2018 © Paola Cacciari

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Pearly Kings and Queens Harvest Festival 2018

A Londra finito un festival ne comincia un altro. E il settembre londinese non scherza, e mentre da ieri la capitale britannica celebra, oltre al London Fashion Week Festival anche il ventesimo anniversario del mitico London Design Festival con eventi, showroom, laboratori, conferenze, mostre e installazioni sparse per tutta la città, la storica City of London celebra un’antica tradizione culturale della Capitale: il Pearly Kings and Queens Harvest Festival.

Ogni anno infatti, da circa 125 anni, la Guildhall Yard, la grande piazza antistante il magnifico edificio che ospita gli uffici amministrativi della City of London Corporation, diventa il palcoscenico per questo festival tradizionale tipicamente inglese che celebra l’abbondanza del raccolto autunnale. Con eccentrici cappelli di piume e abiti ricoperti di bottoni di perle, i Pearly Kings and Queens sono i veri protagonisti dell’evento. Con i loro abiti scuri, ricoperti di centinaia di chiarissimi bottoni di perle, sono uno spettacolo affascinante e indimenticabile. Ma non finisce qui: ci sono danze popolari come la Maypole dance (la danza attorno all’ albero della cuccagna), Morris dance (in cui gruppi di danzatori indossano campanelli alle caviglie ed eseguono passi ritmati e figure coreografiche, maneggiando bastoni bastoni e fazzoletti) e naturalmente bande musicali che, a ccompagnati da colorati calessi tirati da placidi asinelli e altrettanto placidi cavalli da tiro, sfilano per le strade della City of London fino alla Chiesa di St Mary-le-Bow, dove si tiene la tradizionale funzione religiosa di ringraziamento.

Pearly Kings and Queens. London. 2014 © Paola Cacciari
Pearly Kings and Queens. London. 2014 © Paola Cacciari

L’usanza di indossare abiti decorati da bottoni di madreperla risale al XIX secolo e si fa risalire ad Henry Croft, un orfano che lavorava come spazzino a Londra. Deciso a dedicarsi dedicarsi alla causa dei più bisognosi, Henry prese ispirazione dai “Costermongers”, un gruppo di Mercanti di frutta e verdure dell’east End di Londra che cucivano bottoni sui vestiti per potersi riconoscere e la cui parlata “in codice” fu formalizzato nel cockney, per creare un abito interamente ricoperto di bottoni di madreperla con cui sperava di attirare l’attenzione dei passanti e aiutando così la sua racconta di fondi. Ancora oggi (e indipendentemente dal festival) non è affatto insolito imbattersi in questi simpatici personaggi per le strade di Londra – una testimonianza ambulante che l’intuizione dei Henry Croft era giusta…

Londra// 16 Settembre 2018

Pearly Kings and Queens Harvest Festival, Guildhall Yard , Mansion House pearlysociety.co.uk

Per maggiori informazioni su cosa fare a Londra in Settembre vi rimando al sito del Time Out e del London Design Festival 2018

Back in Time: Nirvana – Smells Like Teen Spirit

A volte ci vuole un pezzo così per darsi la carica… Buon ascolto! 🙂

Nirvana – Smells Like Teen Spirit (1991)

Edward Bawden, un famoso sconosciuto

Come il suo grande amico e contemporaneo Eric Ravilious anche Edward Bawden (1903-1989) con i suoi delicati acquerelli della campagna inglese, è il tipico artista inglese per antonomasia. Incontratisi al Royal College of Art negli anni Venti dove studiano sotto Paul Nash, i due abbracciano allo stesso modo pittura ed illustrazione. E con la loro combinazione di modernismo e tradizione, ci sono momenti in cui il loro lavoro sembra incredibilmente simile

Edward Bawden, Textile Study, 1950s, Watercolour, Private Collection Estate of Edward Bawden
Edward Bawden, Textile Study, 1950s, Watercolour, Private Collection Estate of Edward Bawden

Ma per quanto belli ed espressivi, non è per i suoi acquerelli che ho attraversato mezza Londra per venire alla mostra allestita dalla Dulwich Picture Gallery, ma per vedere quello che Bawden sa fare meglio: l’illustratore. Anzi, graphic designer, illustratore di libri e incisore per la precisone. Che il nostro eroe ha progettato di tutto: dai biglietti di Natale ai menu, dai poster per Kew Garden e la metropolitana di Londra, alla carta da parati. 

Edward Bawden, [Aesop’s Fables] Gnat and Lion, 1970, Colour linocut on paper, Trustees of the Cecil Higgins Art Gallery (The Higgins Bedford) Estate of Edward Bawden
Edward Bawden, [Aesop’s Fables] Gnat and Lion, 1970, Colour linocut on paper, Trustees of the Cecil Higgins Art Gallery (The Higgins Bedford) Estate of Edward Bawden
Per non parlare delle piastrelle di ceramica, di cui il museo in cui lavoro possiede (tra le altre cose) una deliziosa collezione, mentre altri esempi si possono ancora ammirare sulle pareti delle stazioni della metropolitana di Tottenham Hale e Victoria.

Edward Bawden, Kew Gardens London Transport poster, 1939, © TfL from the London Transport Museum collection Estate of Edward Bawden
Edward Bawden, Kew Gardens London Transport poster, 1939, © TfL from the London Transport Museum collection Estate of Edward Bawden

Dopo la guerra, dimenticato da tutti tranne che dal fisco, Bawden passa dagli acquerelli alle incisoni su linoleum. Con grande successo bisogna dire, che le sue vedute con i monumenti di Londra e di Brighton lo hanno fatto diventare diventato giustamente noto, come d’altronde le spiritose illustrazioni per campagne pubblicitarie realizzate per aziende come Twinings, Shell e Fortnum & Mason.

Edward Bawden, Brighton Pier, 1958, Linocut on paper, Trustees of the Cecil Higgins Art Gallery (The Higgins Bedford)
Estate of Edward Bawden

2018 © Paola Cacciari

Londra// fino al 9 Settembre 2018

Edward Bawden

Dulwich Picture Gallery, London

dulwichpicturegallery.org.uk

A Londra è l’ora del Campari

Quando a Londra entro in un coffee shop e chiedo un caffè, devo specificare che tipo: voglio un semplice espresso (singolo o doppio?), un espresso macchiato (caldo o freddo?), un cappuccino o un (caffè) latte? La scelta pare infinita e se non specifico il barista in questione è probabile che mi prepari un bicchierone di caffè americano. A meno che il barista non sia italiano. In questo caso, sentendo l’accento nostrano pronunciare le schioccanti consonanti doppie di “espreSSo”, e la parola “caffè” con l’accento sulla “e”, sorride e senza aggiungere altro mi mette davanti una tazzina fumante contenente pochi millilitri di liquido nero e profumato. That’s it. Non occorre altro. Allo stesso modo quando a Bologna chiedo un “bitter” al bar sotto casa di mio padre, il barista estrae dal frigo una bottiglietta triangolare colma di un liquido rosso rubino dal sapore amarognolo. Che di bitter c’è solo lui, il Campari.

Quello che non sapevo (o meglio, che mi sono mai posta il problema di sapere, come accede con tante cose con cui si cresce e che si danno per scontate) è fu il futurista Fortunato Depero a creare l’iconica bottiglietta conica a “calice rovesciato” del Campari Soda, lanciata sul mercato nel 1932 e tuttora in commercio (l’equivalente italiano della bottiglia della Coca-Cola… ). All’epoca il suo design, così semplice ed essenziale, con la scritta in rilievo sul vetro della bottiglietta (che rendeva obsoleta l’etichetta), era rivoluzionario. Ancora oggi rimane un punto di riferimento essenziale per il design.

Fondata a Milano nel 1860 da Gaspare Campari, che avviò nella città lombarda una distilleria, seguita    dall’apertura del Caffè Camparino, nell’elegante Galleria Vittorio Emanuele II, la società inizia la sua avventura internalionale grazie al figlio di Gaspare, Davide. Alla morte del fondatore, infatti, la gestione dell’azienda, già allora nota per il suo Bitter, passa a uno dei suoi cinque figli, Davide Campari, che nel 1896 cambia la denominazione in Gaspare Campari – Fratelli Campari Successori, iniziando a vendere la bevanda di famiglia, prima in tutta Italia e poi nel resto del mondo.

Marcello Dudovich, Cordial Campari 1913 e Adolf Hohenstein, Bitter Campari 1901. The Art of Campari, Estorick Collection of Modern Italia Art. London 2018 © Paola Cacciari
Marcello Dudovich, Cordial Campari 1913 e Adolf Hohenstein, Bitter Campari 1901. The Art of Campari, Estorick Collection of Modern Italia Art. London 2018 © Paola Cacciari

Questo nuovo prodotto, fabbricato dall’uomo e non soggetto ai capricci della natura come il vino, e completamente slegato dalla tradizione culturale del passto, rendeva il Campari Soda la bevanda ideale per un paese giovane come l’Italia ( che era stata unificata solo sette anni prima). E la rendeva perfetta anche per la nuova arte di pubblicità di massa.

Le prime campagne pubblicitarie, create all’inizio del Novecento, impiegano artisti come il triestino Marcello Dudovich (1878-1962) o il tedesco Adolf Hohenstein (1854-1928), associano il Campari con il glamour e la solare raffinatezza della borghesia della Belle Époque con i loro eleganti poster ispirati alla Seccessione Viennese.

Lo stile cambia drammaticamente con l’arrivo nel 1926 del suddetto Fortunato Depero (1892-1960). Lo stile di Depero, fatto di immagini astratte monotone, motivi tribali, slogan e figure stilizzate, così particolare e immediatamente riconoscibile, fa del pittore futurista l’esponente più entusiasta di questa nuova unione di arte, design e commercio. Ma Depero non fu l’unico artista che credere che l’arte del futuro sarebbe stata in gran parte fatta di pubblicità, a creare poster per la ditta Campari, come ci racconta The Art of Campari questa piccola e deliziosa mostra della Estorick Collection of Modern Italia Art.

Marcello Nizzoli (1887-1969) Study for Campari, 1926. The Art of Campari, Estorick Collection of Modern Italia Art. London 2018 © Paola Cacciari
Marcello Nizzoli (1887-1969) Study for Campari, 1926. The Art of Campari, Estorick Collection of Modern Italia Art. London 2018 © Paola Cacciari

Nel corso della sua storia, il marchio di fabbrica della ditta Campari è stato più volte modificato, anche sostanzialmente nel corso del XX secolo, seguendo i capricci e le evoluzioni del linguaggio grafico e dello stile del momento, collaborando con gli artisti d’avanguardia come commissionato alcune delle opere di design più innovative prodotte nell’Italia moderna come Marcello Nizzoli, Bruno Munari  e Ugo Nespolo e promuovendo allo stesso tempo le nuove tendenze dell’arte moderna italiana tra un pubblico sempre vasto.

Bruno Munari, Graphic Variation on the Name Campari, 1964. The Art of Campari, Estorick Collection of Modern Italia Art. London 2018 © Paola Cacciari
Bruno Munari, Graphic Variation on the Name Campari, 1964. The Art of Campari, Estorick Collection of Modern Italia Art. London 2018 © Paola Cacciari

Tutto ciò sotto il naso del regime fascista di Mussolini. Inizialmente, la visione del dittatore riecheggiò con i futuristi, ma le cose finiscono lì. Come mostrano gli allegri poster di Depero, il tentativo di Mussolini di imporre ad artisti e designer le sue richieste per un’arte che riflettesse l’immagine dell’Italia cattolica, agricola e familiare voluta dai Patti Lateranensi del 1929 furono allegramente ignorati e le pubblicità continuarono come prima. Pare che  pubblicitari avessero più libertà di espressione nell’Italia fascista, di quanto non accada nella moderna Gran Bretagna. Succede.

2018 © Paola Cacciari

Londra//fino al 16 Settembre 2018

The Art of Campari
Estorick Collection of Modern Italian Art, London
www.estorickcollection.com

Back in time: Scorpions – Wind of Change

Ci sono momenti dlla vita in cui si ha bisogno di un cambiamento. Buon ascolto e buona notte. 🙂

Scorpions – Wind of Change (1989)

Il sorriso in mostra alla Wellcome Collection di Londra

A nessuno piace andare dal dentista, anche chi come me ne ha uno davvero molto bravo e simpatico. Che c’è qualcosa nel sibilo del trapano, nel suo aspetto metallico e appuntito e nell’odore di carne bruciata e disinfettante che aleggia nell’aria di ogni studio dentistico che basta da solo a mettere a disagio anche chi non ha una vera e propria fobia. Proprio per questo una visitina mostra della Wellcome Collection dedicata al bianco perlato (o meno) della nostra dentatura è fortemente consigliata – e non solo a coloro che hanno continuato a rimandare una visita dal di controllo. Davvero, guardatevi intono e sarete grati di vivere nel XXI secolo e avere accesso alle meraviglie della moderna odontoiatria!

A European sculpture of a barber-surgeon reminds viewers what a trip to the dentist was like in the 17th century
A European sculpture of a barber-surgeon reminds viewers what a trip to the dentist was like in the 17th century

Come scienza indipendente, l’odontoiatria professionale fu lenta ad emergere. Per secoli, l’unica cura per il mal di denti era una dolorosa estrazione. Considerata al di sotto delle alte preoccupazioni di un medico propriamente detto, la cura e l’estrazione dei denti era riservata ai fabbri, ai barbieri e ai ciarlatani itineranti. Bisognerà attendere il 1728 e il medico francese Pierre Fauchard perché la nuova nascente professione dell’odontoiatria fosse ufficialmente ratificata. Prima di allora, per chi aveva mal di denti c’era poco da fare a parte affidarsi a tisane e pozioni, amuleti e preghiere a Sant’Apollonia che, secondo la tradizione fu torturata cavandole i denti di bocca e per questo considerata patrona dei dentisti, igienisti dentali e odontotecnici e, appunto, i suddetti temuti barbieri/fabbri estrattori di denti. Ma l’odontoiatria era costosa (ancora lo é) e i primi dentisti naturalmente si rivolgevano agli aristocratici, occupandosi di trasformare i loro denti rovinati dallo zucchero e di restituire così lo il sorriso e con esso il loro posto in società.

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A set of dental instruments including five ‘pelicans’ for extracting teeth and a tooled leather case, French, 16th-17th centuries, Dr Hamonic Collection © Science Museum / Science & Society Picture Library
Thomas Rowlandson, “A French dentist showing a specimen of his artificial teeth and false palates”, coloured engraving, 1811

Prima che Charles Goodyear perfezionasse le protesi in gomma vulcanizzata nel 1840, i denti falsi erano costosi e scomodi. Appoggiati a molle, avevano una sfortunata tendenza a saltare fuori dalla bocca. Nella caricatura satirica di Thomas Rowlandson, Nicholas Dubois de Chemant, dentista della società londinese che era sfuggito alla Rivoluzione francese, “mostra” un nuovo set di protesi di porcellana Wedgwood ad un potenziale cliente. Il catalogo di brutture e cattivi odori offerto da una bocca aperta doveva essere davvero terribile ancora nel 1811 se perfino gli illustratori georgiani come nostro Rowlandson si proccupano di farci caicature satiriche. Fortunatamente per tutti le cose erano destinate a migliorare se non altro per l’introduzione, alla metà dell’Ottocento, dell’anestesia.

Ma fu solo alla fine degli anni Quaranta, con la nascita del National Health Service (NHS), il servizio sanitario britannico istituito nel 1948 che per la prima volta anche persone comuni che fino ad allora soffrivano il mal di denti in silenzio, possono permettersi il privilegio di una visita oodontoiatrica. Lo stato delle dentature della nazione comincia a migliorare agrazie anche ad una serie di campagne di informazione promosse dal Governo a favore dei benefici dell’igiene orale quotidiana, della riduzione del consumo di zuccheri e dei controlli regolari dal dentista, soprattutto per i bambini. Oltre alla straordinaria selezione di denti finti, dentiere, paste e spazzole (incluso lo spazzolino da denti d’argento di Napoleone) e alle enormi dentiere finte usati dai dentisti tirocinanti per fare pratica, c’è anche una simpatica esposizione di lettere scritte dai bambini alla fatina dei denti. 🙂

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Si termina con un display sui denti nella società di oggi. Essendo l’unica parte visibile dello scheletro umano, i denti sono intrinsecamente legati all’identità, sia individuale che culturale. Basta pensare alle cifre che una persona o una famiglia media è disposta a spendere (privatamente o meno) in impianti, protesi, corone, apparecchi e igiene orale. Ma i nostri denti dicono molto altro su chi siamo e otturazioni, operazioni (etc, etc) forniscono indizi forensi di vitale importanza in caso di guerre o catastrofi, naturali rendano necessari identificare i corpi. Intervenire sui denti può persino aiutare a curare l’ansia. Ripensandoci, forse è il momento di prenotare quel check-up dopo tutto… 😉

2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 16 Settembre 2018

Teeth

@ Wellcome Collection

Dorothea Lange/ Vanessa Winship

Uscendo dalla mostra, dopo un paio d’ore mica da ridere alle prese con la Grande Depressione americana e i Balcani post-comunisti, capisco il motivo per cui la Barbican Art Gallery ha deciso di allestire queste due mostre insieme. Ci sono molte sovrapposizioni nell’opera di queste due eccezionali fotografe, Dorothea Lange (1895-1965) e Vanessa Winship (nata nel 1960): dislocazione, spostamento, il modo in cui non solo i visi delle donne e dei bambini, ma anche gli edifici, i paesaggi e persino le automobili riflettono il collasso della società.

Dorothea Lange è venerata come una dea della fotografia documentaria del XX secolo. La fama della sua “Migrant Mother” – un’immagine scattata nel 1936 di Florence Leona Christine Thompson, una dei 300.000 americani negli anni Trenta fuggiromo dalla fame e dalla povertà del Midwest colpito dalla siccità – è tale che può a mio avviso che solo l’immagine del soldato morente scattata da Robert Capa durante la guerra civile spagnola  può equiparala. Tanto che il Barbican le ha dedicato una sorta di piccola cappella.

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Dorothea Lange. Portrait os Florence Thompson with several of her children in a photograph known as “Migrant Mother”. 1936

In questa immagine la donna fissa cupamente un punto lontano, lo sguardo perso nella distanza, lontana dalla sua famiglia, dalla sua disperata situazione e persino dall’atto di essere fotografata. È un’immagine tragica, di perdita totale ed assoluta e non sono di beni fisici (casa, terra, lavoro), ma di prospettive, di speranza e di identità. Lange chiamò questo stato “erosione dell’umanità”, rispecchiando nell’anima di queste persone ciò che stava accadendo al terreno agricolo che, coltivato in eccesso si era arreso alla natura, portando con sé questo pezzo del Sogno Americano.

È solo una parte della storia, però. Se i ritratti scattati alla gente comune che aveva deciso di migrare per sfuggire alla Grande Depressione e al Dust Bowl (la serie di tempeste di sabbia che colpirono gli Stati Uniti centrali e il Canada tra il 1931 e il 1939, causate da decenni di tecniche agricole inappropriate e dalla mancanza di rotazione delle colture) sono la parte piu’ conosciuta del lavoro della Lange, non sono le uniche immagini che la fotografa raccoglie degli Stati Uniti in ginocchio.

Dorothea Lange’s image of a migratory cotton picker, Eloy, in Arizona, 1940. Photograph: The Dorothea Lange Collection, the Oakland Museum of California
Dorothea Lange’s image of a migratory cotton picker, Eloy, in Arizona, 1940. Photograph: The Dorothea Lange Collection, the Oakland Museum of California

E così ci troviamo faccia a faccia con l’estrema povertà e il persistente e profondo razzismo del profondo Sud, con l’inumano confino dei giapponesi  e dei cittadini americani di origine giapponese durante la seconda guerra mondiale (qualcosa che sembra nuovamente possibile nell’era distopica del Governo Trump), e con la distruzione postbellica della sua amata California da costruttori edilizi senza scrupoli e cultori dell’automobile.

Al piano superiore della galleria d’arte, il lavoro di Vanessa Winship richiede un po’ di tempo per essere apprezzato. Sebbene non sia una fan delle didascalie poetico-oscure che descrivono (o no) le fotografie, devo dire che si respira un’atmosfera mistica nelle sue immagini (specialmente quelle degli stati balcanici post-comunisti); immagini permeate di una struggente e dolce-amara bellezza

Untitled from the series Imagined States and Desires: A Balkan Journey, 1999-2003 © Vanessa Winship
Untitled from the series Imagined States and Desires: A Balkan Journey, 1999-2003 © Vanessa Winship

Qui bambini e vecchi giocano tra monumenti commemorativi sovietici in rovina, memorie di un passato ancora molto recente. A differenza di quelle di Dorothea Lange, nelle immagini di vanessa Winship le persone sembrano riaffermarsi sul paesaggio. Ma come quelli della fotografa americana, anche questi sono  esseri umani erosi, ancora in parte legati a un regime morto come quello post comunista.

Ma e’ She Dances on Jackson la serie di fotografie che la  Winship ha scattato negli Stati Uniti nel 2011 che riecheggia maggiormente l’opera della Lange. Anche se i suoi giovani americani (alcuni sorridenti e ottimisti, alcuni impacciati, alcuni bianchi, altri appartenenti a minoranze etniche o linguistiche) non sono ridotti alla fame, il loro futuro nel mondo distopico dell’attuale America di Trump tuttavia non sembra più roseo di quello dei mezzadri sfollati immortalati dalla Lange.

Londra//fino al 2 Settembre 2018

Dorothea Lange: ‘Politics of Seeing’/ Vanessa Winship: And Time Folds

Barbican Art Gallery, Beech Street, London, EC2Y 8AE

Barbican Centre

2018 ©Paola Cacciari

Asterix & Obelix al servizio di Sua Maestà

Quando ero piccola nulla mi dava più piacere dell’andare dal giornalaio e spendere i soldi della mia paghetta settimanale nell’ultimo volume della mia serie di fumetti preferita. Preferita oltre a Topolino, s’intende… Che oltre ai fumetti di Walt Disney sono cresciuta leggendo le avventure di Asterix e del suo inseparabile compagno d’avventura Obelix, i due galli piccolo villaggio gallico in Armorica (l’odierna Bretagna – grazie Wikipedia!) che resiste ostinatamente alla conquista delle legioni di Cesare grazie all’aiuto della pozione magica che rende invincibili preparata dal druido Panoramix.

Asterix, Obelix and Dogmatix created by René Goscinny © 2018 LES EDITIONS ALBERT RENE/GOSCINNY-UDERZO
Asterix, Obelix and Dogmatix created by René Goscinny © 2018 LES EDITIONS ALBERT RENE/GOSCINNY-UDERZO

Ma ammetto di non essermi mai chiesta da dove venissero René Goscinny e Albert Uderzo, rispettivamente (l’autore dei testi e l’autore dei disegni dei miei galli preferiti – anche se dubito che la questione della provenienza geografica e religiosa sarebbe stata di grande interesse per qualsiasi bambino tra i sette e i dieci anni. Certamente non lo era per me. E così ho impiegato altri 30 anni per scoprire che i creatori del gallo più famoso dal tempo di Vercingetorice, diventato la leggenda nazionale francese, erano entrambi immigrati.

Sebbene fosse nato a Parigi René Goscinny (1926-1977) crebbe in Argentina, dove i suoi genitori, una coppia di emigranti polacchi di religione ebraica, si trasferirono quando era piccolo, ragion per cui questa deliziosa mostra dal titolo Astérix in Britain: The Life and Work of René Goscinny si trova al Jewish Museum, il museo ebraico di Londra.

Ma l’essere emigrati in Sud America non impedi’ ai Goscinny di mantenere stretti legami con la Francia, facendo studiare i figli nelle scuole francesi e tornando in patria ogni volta che se ne presenta l’occasione.  Le cose cambiano con morte del padre per un’emorragia cerebrale. Costretto a trovare lavoro come aiuto contabile, il giovane René trova presto la sua vocazione (sara’ stata la disperazione di un lavoro cosi’ poco creativo?) e cambia mestiere e diventa apprendista disegnatore in una agenzia pubblicitaria, prima di trasferirsi con la madre a New York nel 1945 presso uno zio. Per evitare il servizio militare con l’esercito statunitense, nel 1946 René torna in Francia dove si arruola nell’esercito francese. Neanche a dirlo, qui viene nominato disegnatore ufficiale del reggimento, lavorando a illustrazioni e poster per l’esercito.

French comic book artists Albert Uderzo, left, and René Goscinny present models of the characters of Asterix during a reception at the Maxim’s restaurant in Paris before the release
French comic book artists Albert Uderzo (L) and René Goscinny present models of the characters of Asterix during a reception at the Maxim’s restaurant in Paris before the release of the cartoon, on November 16, 1967. / AFP PHOTO / –

 

L’unica cosa che René Goscinny voleva fare era diventare umorista e far ridere la gente. E  visto che la sua povera conoscenza dell’inglese gli impediva di farlo negli Stati Uniti, il nostro eroe segue il consiglio di due disegnatori europei emigrati negli USA, Gillain e Morris, che gli suggeriscono di dedicarsi ai fumetti e nel 1951 lo presentano a Georges Troisfontaines, direttore di una agenzia stampa in Belgio, che all’epoca era l’El Dorado della strip (presente Hergé e Tin Tin?). E fu al suo ritorno in Europa che incontrò per la prima volta Albert Uderzo (nato 1927), nato in Francia da genitori erano italiani. Tra i due nasce una grande amicizia e, tra una risata, una sigaretta e un bicchiere di pastis nel 1959  creano Asterix. Indomito, caparbio, dal grande cuore e dal robusto appetito Asterix incarna da subito i tratti del francese medio. Anche se devo dire che le divertenti avventure di Asterix & C.  e dei loro nemici-amici romani, mi ricordano tanto quelle di Don Camillo e Peppone nel nostro dopoguerra…

Ma per me le sorprese non sono finite, che non sapevo che un altro dei miei beniamini Lucky Luke il pistolero che spara più velocemente della sua ombra e dei suoi inseparabili alleati, il cavallo Jolly Jumper, intelligente quanto sarcastico e il cane Rantanplan, il cui nome nasce come parodia Rin Tin Tin ma che al contrario del pastore tedesco della Tv è “il cane più scemo del mondo”.

Lucky Luke and his clever horse Jolly Jumper
Lucky Luke and his clever horse Jolly Jumper

2018 ©Paola Cacciari

Londra//fino al 30 Settembre 2018

Astérix in Britain: The Life and Work of René Goscinny @Jewish Museum,  Camden Town

www.jewishmuseum.org.uk

 

To Brexit or not To Brexit: that is the question…

…tanto per rimanere in tema shakespiriano, vista la natura del mio ultimo post sul Bardo. Ma davvero quanto sta accadendo in questo momento alla politica britannica su quanto riguarda la questione della Brexit fa sembrare Amleto e i suoi dubbi roba da principianti. Che sono passati 774 giorni (più o meno, la matematica non è  mai stata il mio forte…) da quando la Gran Bretagna ha votato per la Brexit e nessuno sembra sapere che pesci pigliare.

Nonostante la sua inettitudine, Theresa May è ancorata alla poltrona di Primo Ministro come un’ostrica allo scoglio mentre tutti i membri del Governi litigano con tutti. Da parte sua, l’ex Segretario di Stato per gli Affari Esteri e del Commonwealth (e un tempo sindaco di Londra) Boris Johnson che evidentemente si è auto-eletto equivalente britannico del nostro emerito Silvio Berlusconi, per non essere da meno del leggendario Cavaliere, si è messo d’impegno ad offendere quanta più gente possibile a destra e a sinistra, fuori e dentro dall’Europa. E intanto il tempo stringe (che ci sono solo poco più di sei mesi al fatidico giorno quando la Gran Bretagna tornerà a tutti gli effetti ad essere un’isola e lascierà l’UE) e il governo britannico continua a non avere una politica doganale. Andiamo bene. Esattamente quello che ci vuole a rassicurare noi cittadini europei residenti in UK (soprattutto se un po’ nevrotici come la sottoscritta), che da due anni ci siamo ritrovati a vivere in un limbo di sapore dantesco…

La conferma infatti che Permanent Residence Card verrà sostituito un non ancora ben definito settled status non mi rassicura affatto, anche perchè questo ancora fumoso nuovo stato giuridico non solo non mi garantisce gli stessi diritti della cittadinanza (come il votare alle elezioni politiche), ma mi potrebbe privare di alcuni dei diritti goduti fin’ora dai cittadini dell’UE, come la libera circolazione per esempio.

Come scrive Enrico Franceschini sul suo blog My Tube sul quotidiano La Repubblica,

“A suscitare non pochi timori, però, sempre secondo quanto si legge nel documento, ci sarebbe che il fatto che il settled status previsto per gli europei in UK, presupponga, tra l’altro, unicamente un sistema di registrazione digitale, e dunque non preveda il rilascio di un documento d’identità “fisico” – come invece avviene nel resto d’Europa – e questo potrebbe rappresentare un problema per i controlli necessari ad esempio da parte di datori di lavoro o padroni di casa, nonché rendere il sistema più vulnerabile alle frodi.”

C’è di che stare tranquilli insomma. :/

image courtesy Free Clip Arts
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#BrexitShambles

2018 ©Paola Cacciari