Alessandra Ferri in Woolf Works

Londra, Febbraio. Una folla impazzita applaude rumorosamente una piccola figura solitaria vestita di nero sul grande palcoscenico della Royal Opera House. La donna è Alessandra Ferri ed è bellissima. Ha appena danzato Woolf Works, splendido balletto in tre parti ispirato a tre romanzi di Virginia Woolf, creato per lei dal coreografo inglese Wayne McGregor. E a 54 anni la Ferri è più in forma che mai. A sentire lei grazie ad un po’ di pilates e yoga, discipline essenziali a mantenere l’elasticità delle articolazioni e largamente utilizzate anche dagli altri comuni mortali come noi e non solo dalle ex prime ballerine assolute. Ma quello che lei ha in più delle altre ballerine che hanno danzato con lei in in due delle tre parti del trittico di Wayne McGregor I now, I then (da Mrs Dalloway) e Tuesday (da The Waves), è la luce che irradia, la passione, la gioia di vivere, la bellezza pura del suo esser lì, in quel momento. Viva, pulsante. Una vera pin-up per noi donne di mezza età, che (un po’ come Mrs Dalloway?) siamo spesso troppo pronte a rassegnarci a quell’invisibilità a cui la vita dopo gli -anta (siano essi quaranta o novanta…) spesso ci relega.

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Era tanto che desideravo vederla danzare, Alessandra Ferri che per chi ama il balletto lei  una leggenda vivente avendo danzato con compagnie come il Royal Ballet di Londra (1980–1984), l’American Ballet Theatre di New York (1985–2007) e il Corpo di Ballo del Teatro alla Scala di Milano (1992–2007) e con personaggi come il leggendario Mikhail Baryshnikov e il nostro magnifico Roberto Bolle... solo per citare alcuni nomi. E nel 2015 c’ero quasi riuscita a vederla qui a Londra, in occasione di un allestimento di Chéri alla Royal Opera House anche se poi ho dovuto rinunciare all’ultimo momento per motivi di famiglia. Ma lei ha continuato a stuzzicarmi per tutto questo tempo – anche se sotto forma di uno spot televisivo per il gigante farmaceutico inglese Boots, che è riuscito a convincerla ad accettare di pubblicizzare una delle loro creme per il viso. Lei ha accettato, ma ad una condizione: niente ritocchi alle rughe. Inutile dire che ho esultato. Ricordo mia madre, allora una bellissima quarantenne (plus) arrabbiarsi con le pubblicità delle creme per il viso pubblicizzate da modelle adolescentiche che promettevano risultati miracolosi.

E a questo Alessandra Ferri si è semplicemente opposta. All’idea che ci sia qualcosa di sbagliato con l’avere qualche ruga. Certo, è perfettamente normale per le donne (e anche gli uomini) il voler apparire al meglio. Ma questo – continua – la Ferri, significa fare le cose che ci fanno sentire meglio. È inutile negare quello che siamo e a meno che non impariamo ad accettare il fatto che il passare del tempo sia parte della vita, saremo sempre insoddisfatti. Che la vita continua anche dopo gli –anta. E, come nel caso della Ferri, può riservare ancora tante sorprese. Applausi

Il Giugno Fiammeggiante di Lord leighton (Flaming June)

Gli anni Sessanta furono gli anni della rivoluzione. Il periodo più celebrato e mitizzato della nostra epoca, il decennio che genitori e nonni (e chiunque ci sia passato, anche in modo tangenziale), non ci permetteranno mai di dimenticare. Per la generazione della Swinging London liberarsi del vecchiume passato – si trattasse di idee, stili di vita, moda, pettinature o musica- era una sorta di dovere morale e tale dovere era stato esteso anche all’arte. E per la generazione della Swinging London nulla era più offensivo e fuori moda dell’arte vittoriana. E qui comincia la storia di Flaming June, il capolavoro di Frederic Lord Leighton (1830-1896).

Self portrait of Leighton (1880)

Self portrait of Leighton (1880)

Certo, quando lo presentò alla Royal Academy nel 1895 insieme ad altre cinque opere dipinte per l’occasione (le altre quattro conosciute sono Lachrymae (1895), del Metropolitan Museum of Art in New York; ‘Twixt Hope and Fear, The Maid with the Golden Hair e Candida (1894-95), tutte appartenenti a collezioni private sin dal XIX secolo), Leighton non poteva sapere che Flaming June sarebbe stato uno degli ultimi quadri che avrebbe dipinto. O che sarebbe diventato il suo dipinto più famoso e celebrato. Ma l’opera fece scalpore per il suo sapore vagamente erotico (e forse proprio per quello…) diventando da subito una delle immagini più amate e riprodotte già nel XIX secolo.

William Luson Thomas, artista e incisore e proprietario del settimanale illustrato The Graphic, lo acquistò da Leighton nel 1895, al suo ritorno da un soggiorno in Nord Africa, dove il pittore sperava di guarire dai problemi di cuore che lo avrebbero ucciso nel Gennaio dell’anno successivo. Con l’opera, Luson si era assicurato anche i diritti di riprodurla, inaugurando così una nuova era di mercificazione di quadri famosi,  prontamente trasformati in manifesti volti a decorare le abitazioni della borghesia vittoriana amante dell’arte, ma priva dei mezzi finanziari per acquistare gli originali. Tuttavia, nonostante il suo successo commerciale fosse già stabilito, il giornale vendette Flaming June nel 1906 alla famiglia Watney, titolare dell’azienda produttrice di birra James Watney & Co. che nel 1915 a sua volta lo prestò all’Asmolean Museum di Oxford, dove il dipinto rimase fino al 1930 quando fece ritorno per un breve periodo a Leighton House, allora da poco trasformata in museo per il centenario della nascita dell’artista.

Frederic Leighton gave friends and guests a preview of his paintings for the Royal Academy summer exhibition in April 1895 (Image: Bedford Lemere © Historic England Archive) The line-up reunited in Flaming June: The Making of an Icon at Leighton House Museum until 2 April 2017. (Image: Kevin Moran. Courtesy: Leighton House Museum)

Frederic Leighton gave friends and guests a preview of his paintings for the Royal Academy summer exhibition in April 1895 (Image: Bedford Lemere © Historic England Archive)
The line-up reunited in Flaming June: The Making of an Icon at Leighton House Museum until 2 April 2017. (Image: Kevin Moran. Courtesy: Leighton House Museum)

Dopodiché il vuoto. Il quadro scomparve letteralmente dalla faccia della terra per oltre trent’anni, prima di riapparire nel 1962 nella vetrina del negozio di un un corniciaio di Battesea (portatovi da un muratore che sosteneva di averlo trovato in una casa non lontana da lì destinata alla demolizione), dove attrasse l’attenzione del musicista e compositore Andrew Lloyd Webber. Ma Lloyd Webber, allora uno squattrinato studente d’arte con la passione per l’arte vittoriana e ambizioni da collezionista, non possedeva le cinquanta sterline necessarie per comprare il quadro (il successo di musical come Jesus Christ Superstar, Evita, Cats e Il fantasma dell’opera che gli averebbe portato fama e denaro e che gli ha permesso di ammassare un’impressionante collezione di arte vittoriana, era ancora lontano) e avendo appena speso la stessa cifra in libri antichi, si risolse a chiedere un prestito a sua nonna. Che glielo rifiutò, dicendo che non voleva ‘cianfrusaglie vittoriane’ in casa sua. Con buona pace di Lloyd Webber che dovette rassegnarsi a dire addio alla sua bella addormentata.

Eventualmente il dipinto fu comprato nel 1963 per sole £2,000 dall’uomo di affari portoricano Luis Ferré, a cui invece le ‘cianfrusaglie’ vittoriane piacevano molto, tanto da costruire persino un museo a Ponce, la sua città natale, sulla costa meridionale dell’isola di Puerto Rico, in cui ospitare la sua collezione di Preraffaelliti. E da quell’isola del mar dei Caraibi, la fama del dipinto ha continuato a crescere inesorabilmente: oggigiorno Flaming June è un quadro talmente famoso che si fatica a ricordare che manca dall’Europa dal 2008, quando cioè fu esposto a Tate Britain insieme ad un altra chicca della collezione di Luis Ferré, The Sleep of Arthur in Avalon di Burne Jones.

Frederic Lord Leighton Flaming June (1895) Museo de Arte de Ponce

Frederic Lord Leighton Flaming June (1895) Museo de Arte de Ponce

A prima vista Flaming June sembra solo un groviglio di tessuto stropicciato di un arancione, caldo e luminoso come il sole di una calda giornata di Giugno. La stagione preferita dai pittori dell’Estetismo era infatti la piena estate, quando il sole accende di luce i colori della natura. Nel dipinto di Leighton brillanti colori tizianeschi rivestono un corpo dalla potente anatomia michelangiolesca: Michelangelo non a caso utilizza quella posa raggomitolata di origini classiche nella figura de La Notte (1521-34) per le Cappelle Medicee nella Basilica di San Lorenzo a Firenze, scultura di cui Leighton possedeva diverse fotografie che conservava nel suo studio.

Le immagini di donne inconsapevoli – fossero esse addormentate, assorte, morte o morenti come l’Ophelia di John Everett Millais (per cui Millais fece immergere Lizzie Siddal, la moglie dell’amico Dante Gabriel Rossetti in una vasca da bagno riscaldata da candele – esperienza dalla quale la giovane uscì con una feroce bronchite che quasi la uccise per davvero…) sono una caratteristica dell’epoca vittoriana. Ma a differenza della tormentata Ophelia preraffaellita di ispirazione botticelliana, con Flaming June ci troviamo davanti all’Estetismo all’ennesima potenza. Come le sensuali bellezze dalle labbra carnose del Rossetti dell’ultimo periodo, anche Flaming June è esattamente ciò che rappresenta: una giovane donna addormentata. Inutile cercare tra le pieghe di quel brillante tessuto arancione un significato più profondo dello squisito esercizio di padronanza della linea e del colore in cui gli esteti erano maestri. Leighton, dapprima associato ai Preraffaelliti, si allontanò verso la fine della sua carriera da soggetti allegorici per abbracciare il credo estetico dell’arte per l’arte. Per lui e per gli altri artisti, Whistler, Watts, Albert Moore e Burne-Jones, ciò che importava non era il soggetto, ma la sublime combinazione di amosfera, armonia del colore e bellezza della forma. Dipinto al tramonto della sua vita, Flaming June è l’ultimo colpo di coda del più intellettuale e rigoroso dei figli dell’Estetismo.

Londra//fino al 2 Aprile 2017

Flaming June: The Making of an Icon

Leighton House Museum, 12 Holland Park Rd, Kensington, London W14 8LZ

Paola Cacciari, pubblicato su Londonita

Sotto il vestito: al Victoria and albert Museum una breve storia della biancheria intima

Essenziale? Frivola? Pratica? Elegante? Dimmi che mutande porti e ti dirò chi sei! Ma nascosta sotto i nostri abiti, la biancheria intima è stata letteralmente nascosta alla nostra vista dalla storia. Almeno fino ad ora. Con un’occhio alle innovazioni tecniche e ai materiali (lycra, nylon), ma anche ai suoi diversi usi (pratico o sexy, sportivo o confortevole), a tessuti (lana, seta, rete) alle forme e al taglio, Undressed: A Brief History of Underwear al Victoria & Albert Museum, traccia la storia dell’evoluzione degli indumenti intimi.

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La libertà che al giorno d’oggi diamo tanto per scontata infatti, come quella di muovere le braccia o la cassa toracica a nostro piacimento, per esempio, ha impiegato molto tempo per raggiungere lo stato di privilegio incontestato di cui gode oggi. Che la storia della biancheria è al tempo stesso storia del costume e storia sociale e basta guardare il pesante busto-armatura che pesa piu’ di 1 kg (1,06 per essere precisi, mentre il busto di seta delle dame dell’aristocrazia pesava 630gr…) indossato dalle operaie inglesi nell’XVIII secolo o le maniche strettissime e le gigantesche crinoline dell’epoca vittoriana per  vedere nella costrizione dell’abbigliamento intimo il riflesso della costrizione sociale subita dalle donne in passato.

E nonostante qualche gesto simbolico verso gli indumenti maschili come l’inclusione di esempi di mutande da uomo (con apertura a Y davanti), mutande lunghe vittoriane e costumi da bagno australiani AussieBum o gli slip per uomo pubblicizzati da un muscoloso David Beckham nel 2012 per Armani, questa storia della biancheria intima è anche, per necessità, una storia del corpo femminile o meglio, della sua forma.

Per secoli, le donne si sono affannate a contorcere i loro corpi per soddisfare le esigenze della moda, portandosi appresso gigantesche crinoline o stritolandosi fino a soffocarsi in corsetti strettissimi. Uno dei corsetti in esposizione è così strettamente stringato da arrivare a misurare soli 48 cm di giro vita! Davanti a quest’evidenza, mi chiedo come una donna potesse piegarsi, sedersi o fare una qualunque azione che non fosse lo svenire per mancanza di ossigeno! E la crinolina con tutta quell’imbottitura non doveva rendere un’azione come andare al bagno essere una cosa semplice! Ma a dispetto di tutte le mie aspettative, la grande rivoluzione non avvenne con il femminismo, ma molto prima. Già nella seconda metà dell’Ottocento infatti, il desiderio di tenersi in forma e in salute facendo sport che aveva investito la società vittoriana cambia completamente l’atteggiamento verso il movimento sia degli uomini che delle donne. La crescente partecipazione delle donne in sport all’aria aperta e non, come il golf, l’equitazione, il ciclismo, la scherma e la ginnastica richiese la creazione di corsetti specifici più corti e leggeri, flessibili e lavabili che permettessero una maggiore libertà di movimento e non comprimessero troppo i polmoni cosi da facilitare la respirazione respirazione. Il colpo finale arrivò da Paul Poiret, i cui abiti drappeggiati sulle forme del corpo femminile liberato dal corsetto costituivano una radicale cambiamento  rispetto alla moda rigidamente strutturata degli anni precedenti. L’attrice Sarah Bernhardt e la danzatrice Isadora Duncan fecero il resto.

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Poi lo sguardo mi scivola sulla waist trainer e bum-lifter e il wonderbra moderni indossati dal manichino nella teca accanto e immediatamente, a parte i materilai (più leggeri, più aerobici, più elastci) mi accorgo che non c’è poi molta differenza con alcuni capi di biancheria intima (guaine snellenti, corsetti per modellare il giro vita, reggiseni imbottiti etc etc etc) ancora sul mercato al giorno d’oggi. Lo stesso si può dire dei pizzi de La Perla e di Stella Mc Cartney o di Agent Provocateur. Sono passati un paio di secoli, ma ora come allora, la biancheria intima alla moda serve alle donne per creare il tipo di figura ammirata dalla società. Solo che adesso scegliamo noi se e quando indossare certi capi. Corsi e ricorsi della moda…

 

Londra//fino al 12 Marzo 2017.

Undressed: A Brief History of Underwear.

Victoria & Albert Museum

vam.ac.uk

Donald Trump e Theresa May: insieme contro tutti

Gennaio è già finito e Febbraio non sembra promettere molto meglio: questo 2017 è iniziato con una sfumatura di grigio. Un grigio che sta diventando sempre più scuro, tanto che se continua di questo passo l’umore globale diventerà più nero del nero di seppia, per dirla come la mia prof di matematica delle scuole medie.
Se è così difficile dare un senso a questa nuova surrealtà (neologismo?) è perché un senso non ce l’ha. Donald Trump alla guida di una superpotenza come gli USA?? Se qualcuno me lo avesse detto un anno fa che il miliardario dalla faccia arancione noto per condurre la versione americana di The Apprentice sarei scoppiata a ridere. Ora rido meno, che mettere Donald Trump alla guida di una superpotenza come gli USA è come mettere un neonato al volante di un TIR: una ricetta a dir poco disastrosa. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

hands-large_trans_nvbqzqnjv4bqap6fgfpcjggwllmokcfzkn6_rfiaiiz9l5dsfgfulpoE qui in Brexitland (un altro neologismo?) la situazione non va meglio. Che se il faccione da jocker autocompiaciuto di Nigel Farage che accompagna il quotidiano dibattito sul come e quando far scattare l’Articolo 50 non fosse già esasperante di suo, ci siamo dovuti sorbire l’immagine di Theresa May, con le sue arie da preside vittoriana che se ne va mano nella mano con Donald per la Casa Bianca come due sposini novelli, facendo progetti sulla loro appena rinnovata special relationship, scambiandosi cortesie e inviti reciproci e pianificando una collaborazione con Putin ed Erdogan. In questa gran Bretagna post-Brexit dove l’impossibile (laciare l’UE) sta diventando possibile (Brexit), dove un’alleanza May-Trump-Erdogan-Putin si fa sempre più possibile e dove un ignorante, illeterato, xenofobo, misogino e razzista come Trump potrebbe essere accolto in pompa magna, davvero non tira una bella aria. Fermate il mondo, voglio scendere!

Se la regina Elisabetta non ha voce in capitolo e deve accettare quello che il Primo Ministro decide (o, in questo caso, impone) anche se pare che non sia entusiasta all’idea di ricevere Donald a Buckingham Palace e il principe Carlo ha parlato apertamente del suo rispetto per le altre religioni (incluso l’Islam), Sadiq Khan, il sindaco mussulmano di Londra, ha detto che i londinesi non appoggeranno mai una visita ufficiale di Donald Trump nella Capitale. E ha ragione: la gente è furiosa. E non solo i londinesi, come dimostra una petizione online che chiede al governo britannico di cancellare la visita di Donald Trump a Londra, prevista per questa primavera ha raccolto 200.000 firme in sole 24 ore (al momento in cui scrivo siamo arrivati a 1,840,331 e il Parlamento discuterà questa petizione il 20 Febbraio, 2017).

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Le manifestazioni in piazza si susseguono a ritmo settimanale e questa settimane ce ne sono state già due. La gente protesta contro Brexit, contro Trump, contro la misoginia, contro il bando cittadini di sette paesi musulmani. Ma soprattutto contro una classe politica che continua non ascoltare. Ieri uno degli esasperati parlamentari britannici che discutevano sul se e come lasciare il mercato unico, ha esclamato esasperato che non aveva senso avere un Parlamento se il Governo non lo ascolta. Io lo farei: nel 1649 Charles I fu decapitato per non aver ascoltato il Parlamento. E anche se dubito che Theresa May possa subire la stessa sorte del monarca, il suo cieco autoritarismo e la sua convinzione di essere un sorta di reincarnazione della Thatcher finiranno con l’essere la sua rovina. Almeno spero. 😦

Che cos’è la volgarità? Ce lo racconta il Barbican.

Katie Price, in arte Jordan  una delle più famose “Z celebrities” della TV Britannica. Arrivata al successo come glamour model (posando cioè senza veli e grazie al seno generoso, reso famoso quasi come la sua proprietaria da numerose operazioni di chirurgia plastica), lo ha mantenuto (il successo) grazie ad una vita sentimentale piuttosto movimentata unita ad un cervello da consumata businesswoman. Katie è diventata – come il suo seno – un personaggio difficile da ignorare. Anche perchè , come la sua circonferenza toracica, anche la sua vita  sociale (non parliamo di quella sentimentale) è completamente over the top. Adora il rosa confetto, tanto che il termine “Jordan pink” è diventanto di uso comune (quasi come il Klein Blue) e mi aspetto di vederlo presto parte dell’Oxford Dictionary. E di questo rosa era l’abito che nel 2005 l’ha vista andare in sposa al marito numero due, il cantante australiano Peter Andre conosciuto in I’m a Celebrity…Get Me Out of Here!, uno dei sempre piu’ diffusi reality TV. I due hanno divorziato nel 2009 e, tra “scrivere” varie autobiografie e libri pre bambini, incidere un disco, disegnare la sua linea di abiti da equitazione (è una provetta cavallerizza e ha gareggiato nel dressage) e lanciare nuovi profumi, la nostra Katie ha trovato il tenpo di sposarsi altre due volte e avere altri tre figli oltre ai tre avuti in precedenza da altri mariti e compagni.

Ma rosa confetto è anche il cappellino di plastica gonfiabile con labbra modello Salvador Dali creato dal “cappellaio matto” Stephen Jones per John Galliano che, al contrario dell’abito di Katie Price, è parte mostra del Barbican. Entrambi sono completamente esagerati, ma mentre quello del stilista di cappelli inglese è cosiderato Alta Moda, l’abito di Jordan è solo considerato volgare.

E allora, si chiede il Barbican, cosa costituisce il buono e il cattivo gusto? E in cosa si differenziano? Questa è la questione che si pone (e ci pone) la nuova mostra del Barbican, opportunamente intitolata The Vulgar, Fashion Redefined che esplora l’effimero concetto di “gusto”.

“Non esattamente il mio stile….” penso alquanto perplessa davanti ad un abito di John Galliano così traboccante di stoffa e di tessuto che avrebbe fatto impallidire persino Maria Antonietta. E non parliamo di un abito di Christian Lacroix più adatto ai corridoi di stucco dorato di Versailles che ad una passerella contemporanea. Mi verrebbe quasi da considerali …volgari!

Ma cosa si intende per volgare? L’origine, anche in inglese, è nell’etimologia latina: vulgus, del volgo, relativo al volgo, al popolo; o in senso linguistico, le lingue romanze, quelle lingue usate nei territori latinizzati che divennero poi, man mano che ebbero una propria tradizione scritta distinta da quella del latino medievale. Quando allora questa parola è diventata un sinonimo per indicare qualcosa (o qualcuno) privo di finezza, grossolano, sguaiato, triviale?

Secondo Judith Clark, che insieme allo psicologo Adam Phillips, ha curato la mostra del Barbican, il termine ‘volgare’ non era utilizzato in senso peggiorativo, ma per indicare semplicemente qualcosa di comune, di diffuso, come al giorno d’oggi può esserlo il denim. Fu solo con la Rivoluzione Industriale e la conseguente produzione di massa di oggetti di consumo che il termine comincia ad assumere la connotazione negativa di mancanza di raffinatezza e di buona educazione e di buon gusto (qualunque cosa sia) che mantiene ancora oggi. Il XVIII secolo fu un epoca di grande crescita economica, almeno per un piccolo gruppo di persone che si arricchirono smisuratamente. Grazie ai progressi della tecnica, alla colonizzazione di terre lontane e al commercio che ne seguì (largamente sovvenzionato dalla tratta degli schiavi) un numero maggiore di persone poteva permettersi beni di lusso dapprima inaccessibili. E come sempre accade, dal momento in cui più beni di lusso divennero disponibili a più  persone, quanto più il valore di questi ultimi fu legato alla loro rarità. In pratica, visto che sempre più gente si stava arricchendo, i veri ricchi dovettero lambiccarsi il cervello per cercare di trovare il modo di distinguersi da chi cercava di imitarli (dalle larghissime gonne e pettinature vertiginose delle dame dell’aristocrazia settecentesca, a strascichi, pellicce etc etc ). Perché, che ci piaccia o no, il concetto della volgarità è sempre circoscritto  alla difesa dei confini tra le classi sociali. Basti pensare alle leggi suntuarie, Inizialmente promulgate per limitare gli eccessi del lusso e divenatte di fatto un modo per preservare anche visivamente la gerarchie sociali, come avviene nell’Inghilterra dei Tudor dove l’uso di alcuni colori, materiali e foggia d’abito erano ristretti a determinate classi sociali. Il termine “volgare” diventa pertanto sinonimo di guardiano del gusto. Perché diciamocelo, anche adesso quando qualcosa è troppo accessibile, troppo disponibile (anche sessualmente – non per nulla quando la perola volgare non è associalta ricchezza lo è con il sesso) perde di valore.

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John Galliano at Dior 1990. Photograph: Guy Marineau

Quando esco dal Barbican con gli occhi ancora pieni di questa straordinaria carrellata di stoffe colorate non so ancora bene cosa sia il gusto. So per certo che, non piacendomi il rosa, non indosserei mai né una tiara (rosa) come Jordan né tantomeno un cappellino di plastica gonfiabile come quello di Stephen Jones. Ma non impedirei mai a nessun’altro di farlo, se vogliono. Che infondo, chi siamo noi per dare giudizi?

 

Londra//fino al 5 Febbraio 2017

The Vulgar: Fashion Redefined @ Barbican Art Gallery

barbican.org.uk

I ritratti di Picasso

A pochi metri da quella di Caravaggio, c’è la mostra dedicate da un altro genio della pittura: Pablo Picasso (1881- 1973). Nonostane non sia uno dei miei artisti preferiti, è difficile entrare nelle sale di quel tempio del ritratto che è la National Portrait Gallery senza soccombere davanti al genio del catalano. Anzi, è decisamente impossibile anche solo varcare la soglia della mostra ospitata dalla galleria londinese senza sentirsi vagamente sopraffatti da tanta abbondanza pittorica, che per amor del catalano la NPG ha sacrificato parte della sua collezione permanente, letteralmente rimuovendola dalle pareti per fare posto alle circa ottanta opere di Picasso.

Negli ultimi anni ci sono state diverse mostre dedicate a Picasso da quella molto discussa alla National Gallery del 2009 che esplorava il rapporto tra Picasso e i maestri del passato (ma che e’ stata vista come un ovvio tentativo di allestire un blockbuster che avrebbe fatto accorre le folle sconfinando nel territorio della Tate la cui collezione parte dal 1900) ad una preziosa quanto gratuita mostra delle stampe commissionate dal gallerista ed editore Ambroise Vollard al British Museum nel 2012.

Questa volta si tratta  di ritratti, e visto che Picasso non lavorava su commissione, i soggetti sono perlopiù gli amici della cerchia di Barcellona, Parigi e Antibes e le numerose mogli, amanti e muse che dipinge in tutti i modi possibili e con tutte le possibili tecniche. Inutile dire che la maggior parte dei personaggi dei suoi quadri sono donne. Donne che amava, consumava ed abusava con la stessa sensuale avidità, e che poi gettava via quando un’opzione migliore appariva all’orizzonte, come racconta con crudele chiarezza la sua biografia che occupa una parete della mostra (e che ho letto con aria sbalordita, che non avevo mai realizzato in pieno la portata della sua misoginia). Non era una persona semplice Picasso – basso e tarchiato com’era, non era certamente un Adone, ma era carismatico e famoso e le giovani donne erano attirate da lui come le falene dalla luce. Il fatto che le trattasse come uno zerbino non sembrava importare a nessuna di loro, a parte Françoise Gilot, ma a questo arriveremo dopo.

Portrait of Olga Picasso by Pablo Picasso, 1923. Photograph Succession PicassoDACS London

Portrait of Olga Picasso by Pablo Picasso, 1923. Photograph Succession PicassoDACS London

Certo il numero di mogli, amanti e muse è tale da generare il panico nel più esperto dei biografi (e fare salire alle stelle la mia indignazione). Ol’ga Chochlova (1891-1955) fu la prima moglie. Ballerina di origine ucraina della troupe dei Balletti Russi di Sergej Djagilev, sposò Picasso nel 1918 e passarono gran parte del loro tempo partecipando a eventi e feste nei saloni aristocratici. Dall’unione nacque un figlio, Pablo. Quando Ol’ga scoprì i tradimenti del pittore impazzì, pedinando lui e le sue amanti finché non morì in totale solitudine. Questo non sembra aver fermato lo spagnolo che nel 1927 iniziare una lunga relazione con la diciassettenne Marie-Thérèse Walter (1909-1977) con la quale ebbe una figlia, Maya, ma che non sposò mai (in quanto ancora sposato con Ol’ga) e che morì suicida quattro anni dopo la morte di Picasso. La fotografa Dora Maar non ebbe una sorte migliore. Conosciutisi nel 1935 sul set del film Le crime de Monsieur Lange di Jean Renoir quando lei aveva 28 anni e lui 54, i due si imbarcarono in una relazione che durò quasi nove anni. Picasso, che evidentemente non sopportava di non essere la primadonna assoluta nel loro rapporto convince Dora, già apprezzata autrice di collage e fotomontaggi surrealisti, ad abbandonare la fotografia per la pittura (un campo in cui l’artista sapeva che lei non poteva competere con lui) solo poi per abbandonarla quando nel 1944, Picasso incontra la giovane artista francese, Françoise Gilot.  Conosciuta dopo la liberazione di Parigi, Gilot diventa la compagna e musa di Picasso fino al 1953 quando, stanca delle sue infedeltà, decide di lasciarlo – unica tra tutte a farlo. Ma Picasso, nonostante fosse ormai settantenne, non rimase solo per molto. Nel 1953 conosce Jacqueline Roque che all’epoca aveva 26 anni mentre lui di anni ne aveva 72; i due si sposarono nel 1961 e forse fu la donna che ritrasse più di tutte. Ognuna di loro coincide con un particolare periodo della sua vita  e della sua carriera, e  ne ha influenzato  lo stile e i dipinti, inspirando passione, ansia, rabbia, gelosia.

E se la maggioranza sono nello stile cubista per cui è meglio noto, devo dire che per me i ritratti più belli sono quelli più figurativi del periodo Blu o Rosa che precedono il Cubismo. O le caricature ad inchiostro di Guillaume Apollinaire, Santiago Rusiñol i Prats, Carlos Casagemas e degli altri amici de Els Quatre Gats («ai quattro gatti»), il locale aperto nel 1897 in cui si riuniva la scapigliata bohème barcellonese, o di scrittori e musicisti che incontra per via, come Erik Satie con cui aveva condiviso una fase del percorso dei Balletti Russi, quando nel 1917 aveva disegnato costumi e scene per il balletto Parade di Jean Cocteau e con Igor Stravinsky, con il quale aveva collaborato nel 1920 in Pulcinella, altro balletto commissionato da Diaghilev e coreografato dal danzatore Léonide Massine per cui Picasso crea ancora una volta costumi e scene.

 

Portrait of Igor Stravinsky, c. 1920

Portrait of Igor Stravinsky, c. 1920

E questo è il motivo per cui amo i ritratti: non si tratta mai solo di semplice pittura su tela (o qualunque tecnica sia stata usata), ma della storia dietro la persona che viene ritratta, il perché, il quando, il come. E se non sono uscita dalla mostra con un’idea diversa del Picasso-artista (che non sia uno dei miei prferiti non significa che non mi piaccia e che non sia comunque un piacere aggirarsi tra stanze piene dei suoi quadri) certamente penso molto meno di lui come persona.

 

Londra//fino al 5 Febbraio 2017 @National Portrait Gallery

Picasso Portraits

npg.org.uk

Rodin e Nijinsky

Quando penso ad un’artista ossessionato dalla danza il primo nome che mi viene in mente è Degas. Eppure la danza non fu meno importante per Auguste Rodin, in particolare nella fase più tarda della sua carriera. Rappresentare le dinamiche di movimento, la tensione muscolare e l’espressività del corpo umano professionalmente addestrato alla danza era una sfida che decise di raccogliere.

E qui comincia un’altra piccola e preziosa mostra allestita dalla sempre impeccabile Courtauld Gallery, dal titolo Rodin and Dance: The Essence of Movement che riunisce un gruppo di disegni e di piccole sculture in varie pose di danza, spesso appena abbozzate che Rodin non ha mai mostrato in pubblico (e che forse non aveva intenzione di mostrare – pare uno di quei casi in cui un gruppo di sconosciuti se ne va a ficcare il naso in qualche cassetto e tra i calzini e mutande trova cose che non deve trovare…). Visti nell’insieme, chiusi nella teca di vetro, queste piccoli bozzetti di gesso o terracotta sembrano una raccolta di primitive divinità di terracotta, solo aggressivamente moderne.

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Ma mentre Degas si limitava a studiare le ballerine, Rodin era affascinato da una nuova generazione di radicali innovatori della danza come Loie Fuller, Isadora Duncan e Vasilij Nijinsky (1889-1950), “musa” e amante (almeno per un certo tempo) del padre di tutti gli impresari e il creatore dei Balletti Russi, Sergei Diaghilev.

Ma chi era Nijinsky? Nato a Kiev da una famiglia di ballerini polacchi emigrata in Russia, Nijinsky frequentò la Scuola di Ballo Imperiale di San Pietroburgo nel 1900, dove studiò con Enrico Cecchetti. A 18 anni si esibì sul palco del teatro Mariinskij in ruoli da protagonista insieme alla sorella Bronislava Nižinskaja, che lo seguì per parte della sua carriera, diventando anch’essa grande ballerina e coreografa.

L’entusiamo dell’Europa occidentale per Nijinsky era generale, anche se la sua performance de L’Après-midi d’un Faun di Claude Debussy prodotta da Diaghilev in cui ruolo principale fu danzato dal giovane ballerino, qui anche in veste di coreografo, aveva scandalizzato mezza Parigi tanto che Le Figaro, il cui editore Gaston Calmette giudicò malissimo il balletto, iniziò una campagna contro di lui.

Fortunatamente, nel Maggio del 1912 Rodin vide danzare Nijinsky e, colpito dal virtuosismo e dall’intensità del giovane russo, pubblicò insieme al pittore simbolista Odilon Redon un articolo in difesa della coreografia su Le Figaro. Forse fu proprio per ringraziare lo scultore del sostegno datogli durante la controversia sui Balletti Russi che Nijinsky abbia accettato di posare per lui, probabilmente nel mese di luglio 1912. Rodin lo disegnò in varie pose derivate dal balletto L’Après-midi d’un Faun prima di fermarne le forme in  un rapido bozzetto di creta (al contrario della tradizione accademica che voleva li voleva fermi in pose statiche durante la posa, Rodin preferiva che i modelli si muovessero con naturalezza nel suo studio).  Se gli schizzi sono sopravvissuti, lo stampo per la figurina di Nijinsky fu scoperta solo dopo la morte dello scultore e il piccolo bronzo fu creato solo nel 1957.

Devo dire che dopo tanti disegni, fotografie e figurine dell’acrobata e ballerina Alda Moreno, diventata (sebbene a sua insaputa) la musa di Rodin, questo piccolo, esplosivo bronzo di Nijinsky cosi’ carico di selvaggia vitalità e straripante trattenuta energia, è una e propria ventata d’aria fresca – certamente il pezzo più espressivo e affascinante della mostra.  anche se il bronzo è di per sé di piccole dimensioni. Mi manca il respiro: davanti a questa piccola bomba di selvaggia enegia posso solo immaginare l’effetto esplosivo che Nijinsky ebbe sulla società d’inizio secolo.

Nijinsky (the Dancer) by Auguste Rodin

Nijinsky (the Dancer) by Auguste Rodin

 

Londra//fino al 22 gennaio 2017

Rodin and Dance: The Essence of Movement @ Courtauld Gallery

courtauld.ac.uk

Le indecisoni di “Theresa Maybe”

L’Economist non è certo ciò che si potrebbe definire una rivista di sinistra. Insieme al Financial Times è una delle due testate più autorevoli della Gran Bretagna, nonchè da sempre voce di quell’establishment liberale a cui i Conservatori dicono di appartenere. Ma la prima copertina dell’anno, dedicata ai primi sei mesi al potere di Theresa May è davvero poco lusinghiera e definisce ciò che la premier ha fatto fin qui, deludente. Il titolo che la condanna gioca sulla similitudine del suo cognome (May) e la parola inglese per ‘forse’ (maybe). E nel caso il gioco di parole non fosse chiaro, il giornale si affretta a spiegare il perchè nel sottotitolo con un lapidario “l’indecisa premier britannica”.

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Inutile dire che l’accusa è fondata. La May si è autoimposta una scadenza, un Marzo 2017 che si avvicina a velocita sostenuta, per far scattare l’Articolo 50 e uscire così dal’Unione Europea. Un tempo questo, entro il quale dovrebbe risolvere o quantomeno chiarire a tutti, Brexiteers e non (e magari anche a noi immigrati extra-communitari in fervida attesa che si decida finalmente del nostro futuro…) la sua strategia su Brexit. Ma a a parte qualche debole occasionale guaito, come il solito slogan ormai trito e ritrito “Brexit significa Brexit”, fin’ora non si sono fatti progressi di nessun tipo. Ora non si parla neanche più di un “hard” o di un “soft” Brexit (neanche si trattasse di uova sode…), ma di un “red, white and blue Brexit” i colori della Union Jack, la bandiera britannica e che nelle parole della stessa May stanno a significare l’accordo giusto per il Regno Unito con l’Unione europea, in opposizione al “grey Brexit”, il “Brexit grigio”, auspicato dal Ministro del Tesoro Philip Hammond che vorrebbe lasciare il mercato unico, ma mantenere un accesso limitato per quanto riguarda il libero scambio, con limitazioni in materia di immigrazione a parte agli immigrati qualificati in settori specifici. Tale compromesso sarebbe una via di mezzo tra lo scenario apocalittico del “black Brexit voluto da alcuni radicali, che vuole l’uscita completa e totale del Regno Unito dall’Unione europea senza nessun accordo, e un “white Brexit”, il Brexit bianco dei moderati che vedrebbe invece un tentativo dell’Inghilterra di rimanere nel mercato unico. Certo se Theresa May aspetta ancora un po’, finirà con il perdere per strada molti dei suoi collaboratori: gia’ è successo con l’ambasciatore britannico a Bruxelles, sir Ivan Rogers che, davanti alla mancanza di una chiara direzione (o perlomeno di una direzione, anche se non molto chiara…) da parte del Governo britannico sul negoziato con la Ue, ha perso la pazienza e si è dimesso. Difficile biasimarlo…

Sta di fatto che dopo sei mesi al governo, la Premier è ancora incerta e non solo sulla direzione da prendere con Brexit, ma pare anche sulla politica economica da dare al proprio paese. Il suo è un dilemma amletico: mantenere l’appoggio delle banche e della City e rischare di perdere i voti del popolo dell’Ukip che vogliono il divorzio completo, o ascoltare quelli che di fatto hanno votato per lei e  rischiare di fare davvero arrabbiare la City con conseguenze economiche potenzialmente drammatiche? Sta di fatto che non c’è bisogno di essere di sinistra o di destra per accorgersi che l’incertezza economica è deleteria per l’economia. E come dice il mio espatriato preferito, il giornalista Enrico Franceschini nel suo blog My Tube,Theresa Maybe potrebbe diventare il suo soprannome e il suo epitaffio politico.”

 

Object In Focus: Cassettiere e dintorni

Forse dovrei iniziare questo nuovo anno con qualcosa di piu’ audace e  provocatorio invece di dedicare il primo post del 2017 ad una cassettera. Ma di fatto una delle cose che non finisce mai di sorprendermi da quando mi aggiro nelle sale del Museo in cui lavoro, sono i mobili. Mobili che popolavano le abitazioni del passato e che non sono poi così diversi da quelli che abbiamo sotto gli occhi ora nelle nostre case. Come la cassettiera, per esempio. Sì, la cassettiera, il nostro comò, quella cosa che di solito si compra insieme al letto e all’armadio e che va sotto il nome collettivo di ‘camera da letto’ e nei cui cassetti riponiamo le mutande e le maglie di lana. Quella cosa che tutti usiamo e che diamo per scontata. Tanto che non ce ne accorgiamo più.

Ce n’è una magnifica nelle British Galleries. È del XVII secolo, in legno di quercia intarsiato in ebano, avorio e madreperla. Ogni volta che ci passo davanti non posso non fermarmi a guardarla (anche solo per controllare che le maniglie ci siano ancora tutte…). Non solo: è uno dei primi esempi conosciuti di cassettiere. Trovo che sia un’invenzione straordinaria. Che insomma, pensiamoci: prima non esisteva. Prima c’erano le cassapanche, i cassoni. E se si voleva raggiungere le cose che stavano sotto, bisognava togliere tutto quello che stava sopra.
Poi un bel giorno qualcuno ha deciso che era sciocco fare tutta questa trafila per trovare la camicia da notte (il pigiama non era ancora stato inventato) e ha inventato i cassetti. E l’ha fatto molto tempo prima dell’Ikea. Geniale, no?

Chest of drawers, England 1653© Victoria and Albert Museum, London

Chest of drawers, England 1653© Victoria and Albert Museum, London

Anno bisesto, anno funesto. Addio 2016.

Tutto è cominciato con la morte di David Bowie in Gennaio. Da quel momento il procedere del 2016 è stata un’inesorabile discesa nell’apocalisse, interrotta da occasionali momenti di gloria (stringere la mano al divino Brian May di passaggio al museo per una conferenza, o avere Simon Callow come vicino sul prato al Derby di Epsom) e di puro inferno culminato con ‘la’ Brexit (perchè in Italia si è deciso che Brexit sia femminile?) e l’elezione di Donald Trump. Mica roba da poco a cui poi bisogna aggiungere tutto il resto – gli attentati, naufragi, migrazioni, allagamenti, bombardamenti, terremoti, esplosioni, sparatorie, kamikaze alla guida di camion impazziti, aerei dirottati. Roba da boccheggiare ogni volta che si  accende la TV o si legge un giornale.

Tutto ciò basterebbe da solo a giustificare il festeggiamento della fine del 2016 (un anno che ha seminato lutti e malattie anche nella mia di famiglia e in quella della mia dolce metà e che si è portato via amici, parenti e colleghi) con un’ubriacatura formidabile. Ma bere per ubriacarmi non mi è mai piaciuto (in più non reggo l’alcool, il che non aiuta soprattutto se si lavora il primo dell’anno, che il museo non si ferma mai….) e sia io che la mia dolce metà odiamo i cenoni di Capodanno. Per cui resteremo in casa e festeggeremo la fine di questo annus horribilis con tanto cibo con un bicchiere di spumante a Mezzanotte guardando i fuochi artificiali lungo il Tamigi alla TV. Che il 2016, oltre a David Bowie, si è portato via anche tanti altri personaggi i cui volti mi hanno accompagnato in momenti diversi della mia vita, a cominciare da quelli di Bud Spencer, il gigante della scazzottatura di cui da bambina adoravo i film in coppia con Terence Hill, e di Umberto Eco, per anni professore di Semiotica all’Univesità di Bologna di cui ho amato il Nome della Rosa sopra ogni cosa e contro la cui emerita pancia ho avuto l’onore di scontrarmi una certa violenza una fredda mattina d’inverno mentre uscivo correndo a tutta velocità dal Dipartimento di Italianistica.

E poi ci sono tutti gli altri. Il merviglioso Alan Rickman, il grandissimo Prince, il divino Johan Cruyff, la straodinaria Zaha Hadid, e il mitico Glenn Frey il cantante degli Eagles (Hotel California) e Rick Parfitt il chitarrista degli Status Quo, che per sua ammissione non sapeva suonare la chitarra ma pieno di carisma. E quando pensavo che fosse tutto per quest’anno, ecco che con un ultimo colpo di coda il 2016 si è portato via pure Carrie Fisher, la Principessa Leia di Star Wars e George Michael, e con loro anche un pezzo della mia adolescenza. 😦 Davanti a tutto questo lo spumante non basta più ci vuole ben altro. Qualcosa di forte e allo stesso tempo consolatorio. Come la Nutella. Altro che champagne! Aspetterò la fine di quest’anno con un barattolo extra-large in una mano ed un cucchiaio nell’altra. E credetemi, non sarà un cucchiaino da caffè.

E allora Happy New Year year everybody! E speriamo che il 2017 sia più clemente con il mondo intero.

Cover of The Beatles album Sgt Pepper with celebrities that died in 2016 by British artist Chris Barker

Cover of The Beatles album Sgt Pepper with celebrities that died in 2016 by British artist Chris Barker

(la lista completa dei personaggi inclusi nel poster la trovate qui)