Impressionisti in trasferta o francesi in esilio? A Tate Britain

“Per una mostra che si chiama Impressionism in London, di impressionismo non c’è davvero un gran che…” penso mentre mi aggiro alquanto perplessa per le sale della mostra della Tate Britain.

Adoro l’Impressionismo, e non ho neppure messo in discussione il fatto che si trattasse dell’ennesima mostra sul soggetto (l’ennesima mostra annuale, che non passa anno che non ci sia qualche evento sul tema…) solo per realizzare una volta arrivata all’ultima sala che di impressionismo c’è solo (appunto) l’ultima sala. Come se i curatori si fossero ricordati solo all’ultimo momento del titolo della mostra. Non fraintendetemi: quello che c’è appeso alle pareti della Tate, è stupendo che con nomi come Monet Pizarro mica si scherza. Ma è davvero poco, e arriva quando uno ha ormai perso la speranza e ha cominciato a chiedersi se per caso sia finito nella mostra sbagliata…

L’idea di fondo è affascinante. Lo scoppio della guerra franco-prussiana costringe Claude Monet, Camille Pissarro e Alfred Sisley a fuggire a Londra dove Charles Francois Daubigny, artista li presenta al gallerista Paul Durand-Ruel.  E guardando alla luminosa bellezza delle immagini della Londra vittoriana (tele spesso di piccole dimensioni eseguite con pennellate di colore puro giustapposte) che i francesi hanno dipinto durante i loro breve soggiorno in Inghilterra, uno si accorge che la che la più grande delle rivoluzioni pittoriche del XIX secolo sia accaduta alla periferia di Londra. Per Durand-Ruel fu amore a prima vista. Tornato a Parigi nel 1872, iniziò immediatamente a comprare i dipinti di questa nuova entusiasmante generazione di artisti estendendo i suoi acquisti anche ad altri del gruppo come Alfred Sisley, Edgar Degas e Édouard Manet.

The Bridge at Hampton Court, Mitre Inn, 1874, by Alfred Sisley. Photograph: Wallraf Richartz Museum & Foundation Corboud

The Bridge at Hampton Court, Mitre Inn, 1874, by Alfred Sisley. Photograph: Wallraf Richartz Museum & Foundation Corboud

La mostra poteva finire qui, in un paio di sale invece che nelle otto attuali. Ma questo non sembra preoccupare minimamente i curatori che, gettata l’esca con il titolo altisonante volto ad attirare il grande pubblico, si sono potuti dedicare al vero tema della mostra, che è quello della storia sociale degli artisti francesi emigrati. Finita la guerra, mentre Monet & C. si affrettano a tornare ai boulevard parigini, altri artisti francesi si affrettano a loro volta ad attraversare la Manica per occupare il posto lasciato libero dai talentuosi impressionisti nel mondo artistico londinese. Come i mediocri Alphonse Legros (1837- 1911)  e Jules Dalou (ai quali è  dedicata una vasta sala) a casa propria nel mondo artistico vittoriano di cui condividevano la visione conservatrice.

 The Ball on Shipboard, circa 1874, by James Tissot. Photograph: Tate

The Ball on Shipboard, circa 1874, by James Tissot. Photograph: Tate

Ma ci sono opere stupende come quelle di James Tissot,  pittore e incisore francese che allo scoppio della guerra franco-prussiana si arruolò con entusiasmo nell’esercito francese solo per essere sospettato di essere comunista. Con qualche ragione se vogliamo, che di fatto aveva preso parte alla Comune di Parigi. Costretto a lasciare Parigi., si rifugia a Londra dove dipinge ritratti e soggetti di genere, caratterizzati da un realism quasi fotografico e da un colorismo morbido e caldo.  Tissot non fu mai un impressionista nel senso tradizionale, che le sue immagini sono ben definite in modo convenzionale. Ma anche le sue scene di vita vittoriana  sono illuminate da un raggio della luminosità tipicamente impressionista. #ImpressionistsinLondon

Londra// fino al 7 Maggio 2018

Impressionists in London @ Tate Britain

tate.org.uk

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Back in Time: The Verve – Lucky Man (1997)

Periodo di grossa crisi nella mia vita quello della fine degli anni Novanta, in cui come accade nella Legge di Murphy, tutto quello che poteva andare male lo aveva fatto. Tutto. Una vera catastrofe. E non scherzo.

Per qualche strano motivo questa canzone dei Verve, nel cui cui video la band sembra diverstirsi un sacco in quello che ora so essere Thames Reach, adiacente al complesso del Thames Wharf, progettato dall’architetto Richard Rogers (l’amico di Renzo Piano, insieme sono stati i responsabili del Centre Pompidou di Parigi) vicino ad Hammersmith, nella zona Ovest di Londra, mi sembrava il simbolo di titto quello a cui aspiravo. Un po’ di felicità.

Qui, un Richard Ashcroft alto ed allampanato (lo stereotipo dell’inglese metropolitano degli anni Novanta) canta accompagnadosi da una chitarra acustica, mentre il resto del gruppo lo guarda.  Vedevo il sole, il fiume, ascoltavo quelle parole che dicevano:

Happiness
More or less
It’s just a change in me
Something in my liberty
Oh, my, my
Happiness
Coming and going
I watch you look at me
Watch my fever growing
I know just where I am.

Ed io volevo essere lì, in quel momento. A Londra. Nel sole. Sul fiume. Happiness. More or less. Londra. Nel mio caso, much, much more, rather THAN less. 😉

 

The Verve – Lucky Man 1997

Il treno dell’ultima notte di Dacia Maraini

Ci sono autori che non si dovrebbereo leggere prima di una certa età o almeno prima di raggiungere una certa maturità. Cosa che io non ho fatto con Dacia Maraini, di cui ho letto Donna in guerra (1975) quando ero ancora troppo giovane per apprezzarne le straordinarie qualità di scrittrice. Cosa che, per molto tempo, mi ha erroneamente dissuaso dal leggere altri libri suoi.

Così quando, qualche settimana fa, la neve che ha sommerso Bologna (e l’Italia in genere) mi ha costretto a rimandare il volo di ritorno a Londra e a trascorrere sei lunghissime ore all’Aereoporto Guglielmo Marconi prima di riuscire finalmente a partire alla volta della Capitale, è stato con una certa riluttanza che ho aperto alla prima pagina un libro che avevo infilato nello zaino nel caso non trovassi nulla di meglio nella libreria dell’aereoporto. Quel libro era Il treno dell’ultima notte, libro che mi era stato regalato tempo fa e che non avevo ancora letto e che, sinceramente non avrei mai pensato avrei letto. Quanto mi sbagliavo!

Il libro racconta la storia di Emanuele, un bambino ribelle e pieno di vita, dalle ginocchia permanentemente scortecciate per il troppo arrampicarsi sui ciliegi e buttarsi a capofitto in bicicletta giù per strade sterrate della Toscana. Il suo sogno è costruirsi un paio di ali per volare come gli uccelli. Ma tutto ciò che resta di lui sono qualche lettera e un quaderno nascosto in un muro nel ghetto di Lodz quando la sua famiglia austriaca ed ebrea, viene cacciata da Vienna. Con la scusa di scrivere una serie di articoli per il giornale per cui lavora, Amara, l’inseparabile amica d’infanzia di Emanuele, decide di mettersi alla ricerca del suo compagno di giochi, e colui che pensava sarebbe diventato il suo compagno di vita. Inizia così un racconto strordinario di uno straordinario viaggio attraverso l’Europa comunista del 1956, su un treno che si ferma a ogni stazione, ha i sedili decorati con centrini fatti a mano e puzza di capra e sapone di pessima qualità e sul quale conosce Hans Wilkosky, giornalista austro-ungherese mezzo ebreo che diventerà il suo compagno di viaggio e la aiuterà nella ricerca di Emanuele. Amara visita sgomenta ciò che resta del girone infernale di Auschwitz-Birkenau. Con Hans percorre le strade di Vienna alla ricerca di sopravvissuti, giunge a Budapest mentre scoppia la rivolta degli ungheresi, e trema con loro quando i colpi dei carri armati russi sventrano i palazzi. Un libro staordinario di una scrittrice straodinaria. #DaciaMaraini

9646901

 

Back in Time: U2 – Pride (In The Name Of Love)

Che anno il 1984!  E sfido chiunque appartenga alla mia generazione a non provare un brivido ascoltando Pride (In the Name of Love) della mitica band irlandese U2, tratto dall’album The Unforgettable Fire. Tutta presa com’ero dal mio grande amore per i Duran Duran non avevo tempo per dedicarmi musicalmente ad altro. O almeno pensavo, prima di imbattermi per caso nel suond degli U2 un giorno per caso del 1984. Non avevo mai sentito nulla del genere ed è stato amore a prima vista. Quel Bono! Che voce, che carisma! #BonoVox #U2

(ps: per la cronaca, 34 anni dopo Bono & C. sono ancora presenti nella vita vita della sottoscritta, sebbene in modo meno passionale…).

U2 – Pride (In The Name Of Love) 1984

Carl Fabergé, il gioielliere degli Zar

È difficile immaginare la Russia del XIX secolo. Un mondo che andava dalla Polonia all’Alaska, che copriva un sesto del globo e che che si estendeva su tre continenti. Un mondo dominato da una sola, autocratica famiglia, i Romanov che dall’isolamento di San Pietroburgo, la nuova capitale dell’impero russo che Pietro il Grande fece costruire ex novo nel 1703 come  “finestra sull’Occidente” per facilitare gli scambi commerciali e culturali, finirono come con lo scontrarsi come sonnambuli contro la dura realtà della Rivoluzione. Questo era il mondo di Peter Carl Fabergé (Карл Густавович Фаберже, 1846-1920).

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/b/b0/Karl_Gustavovich_Faberge.jpg

Peter Carl Fabergé

Nato a San Pietroburgo da padre tedesco di origine ugonotta e da madre danese, il giovan Carl fu educato inizialmente nella capitale. Nel 1860, Gustav Fabergé decise che quel suo figlio talentuoso meritava di meglio e si traferi’ con la famiglia a Dresda, lasciando la sua attività nelle mani di esperti e fidati manager. Grazie al governo di Augusto II il Forte, il Principe elettore di Sassonia, Dresda era divenuta nel XVIII una metropoli artistica di livello europeo, la “Firenze sull’Elba”. Augusto il Forte non solo amava il lusso e i gioelli vistosi, ma amava mostrarli e la sua infatti fu la prima collezione museale aperta al pubblico che Peter Carl ebbe modo di vedere mentre frequentava un corso alla Scuola delle Arti e dei Mestieri di Dresda.

Non ci volle molto perchè il suo eccezionale talento come orefice fosse notato dallo Zar Alessandro III.
In Russia la festa più importante dell’anno è la Pasqua che generalmente cade in una data diversa da quella cattolica e, a differenza di quella italiana, viene celebrata solennemente andando a Messa e scambiandosi doni e uova decorate simboli di vita e di fertilità e di resurrezione. Ma quello che l’imperatrice Maria Feodorovna (1847-1928) ricevette nel 1885 dal marito, lo Zar Alessandro III era un uovo unico, la briscola dei regali di Pasqua.

The Faberge Hen Egg

L’Uovo con gallina (o Primo uovo con gallina) è il primo delle uova imperiali Fabergé e fu talmente apprezzato dallo zar e dalla zarina, che la famiglia reale trasformò quello che doveva essre un dono occasionale, in una tradizione annuale portata avanti anche dal figlio ed erede di Alessandro III, Nicola II che ogni anno dal 1894 fino al 1917, commissionò  due uova, una per la moglie, la Zarina Alessandra Feodorovna, e l’altra per l’Imperatrice madre. La tradizione fu interrotta solo nel 1904-05 quando, in occasione della guerra russo-giapponese  lo Zar non ritenne di buon gusto scialacquare in oggetti inutili.  Ogni anno, le uova con sorpresa diventavano più intricate e più ingegnose. Dopo il successo dell’Uovo con gallina, lo Zar diede a Fabergé il pieno controllo artistico sulle creazioni annuali. Unica condizione: che le uova contenessero una sorpresa.

 

Russian royalty Tsar Alexander III and Empress Marie fedorovna of Russia with their children

Tsar Alexander III and Empress Marie fedorovna of Russia with their children

 

Ciò che i Romanov non sapevano in quel giorno di Pasqua del 1885 era che 32 anni (e 49 uova) più tardi il mondo che conoscevano e governavano sarebbe crollato con violenza, portando con se’ la famiglia reale e con essa le rare creazioni di Fabergé.

 

Ma questo ancora nessuno lo sapeva, meno che meno Fabergé, che nel 1900, partecipa (sebbene fuori concorso, in quanto il gioielliere era anche membro della giuria) con le sue creazioni all’Esposizione mondiale di Parigi – il che non impedi’ alla Casa di ottenere la medaglia d’oro dell’esposizione e a Carl Fabergé di ricevere dall’associazione dei gioiellieri parigini il titolo di maître e la croce di cavaliere della Legion d’onore.  Essere russo nella Francia di fine secolo era decisamente cool.

Al suo apice, la Casa Fabergé impiegava oltre a 500 artigiani, poteva contare su un capitale di compagnia di tre milioni di rubli e, oltre alla sede di San Pietroburgo, al 16/18 dell’elegante Bol’šaja Morskaja, aveva succursali a Mosca, Odessa, Kiev e persino a Londra – quest’ultimo negozio sovvenzionato quasi per intero da un solo cliente, il godereccio re Edoardo VII che non per niente era zio di Nicola II (avendo sposato Alessandra di Danimarca, la cui sorella Dagmar altri non era che l’imperatrice Maria Feodorovn).

 

Russian royalty The Family of Tsar Nicholas II of Russia

The Family of Tsar Nicholas II of Russia

 

Ma poi, l’8 Marzo 1917 la Rivoluzione bolscevica cambia tutto. Fabergé, era un uomo segnato data la sua associazione con l’elite del paese e nel 1918, la Casa Fabergé fu nazionalizzata dai bolscevichi e tutti i pezzi presenti in magazzino confiscati. Carl Fabergé lasciò San Pietroburgo in modo roccambolesco, a bordo di un treno diplomatico diretto a Riga, in Lituania. Da lì raggiunge la Svizzera, dove nel dicembre del 1918 fu raggiunto dalla moglie e dal figlio Eugène, sfuggiti alle grinfie dei bolscevichi raggiungendo a piedi la Finlandia. Peter Carl Fabergé non si riprese mai dallo shock della Rivoluzione russa. Morì, in Svizzera, il 24 settembre 1920 “di crepacuore”. O almeno così dice la leggenda metropolitana. La sua salma riposa oggi nel Cimetière du Grand Jas, a Cannes.

Dopo la caduta dei Romanov, le collezioni d’arte reale furono depredate. Le meravigliose uova di Pasqua (tranne una salvata dall’imperatrice madre Maria Feodorovna che la porta con se’ in esilio in Inghilterra, dove si rifugia dalla sorella Alessandra nel 1919) furono impacchettate e portate a Mosca, nascoste in un angolo buio dell’Armeria del Cremlino, dove rimasero fino a quando Stalin decise che era ora di vendere i tesori russi per finanziare il suo governo.

The Faberge Lillies of the Valley Egg, a gift from Nicholas II to his Empress Alexandra Fyodorovna.

The Faberge Lillies of the Valley Egg, a gift from Nicholas II to his Empress Alexandra Fyodorovna.

A partire dal 2006, appena ventuno uova erano ancora in Russia, per la maggior parte in esposizione nel Palazzo dell’Armeria del Cremlino di Mosca. Nel febbraio del 2004 l’oligarca russo Viktor Vekselberg acquistò le nove uova imperiali precedentemente possedute dall’editore americano Forbes, restituendo così alla Russia una parte della sua storia dell’arte.

Il Museo Fabergé, inaugurato a San Pietroburgo nell’autunno 2013 da Vekselberg nel rinnovato palazzo Šuvalovskij, gioiello neoclassico della fine XVIII secolo (forse opera dell’italiano Giacomo Quarenghi) che si affaccia sul Fontanka, uno dei canali che attraversa il centro di San Pietroburgo per gettarsi nella Neva, ospita oltre a vari reperti degli Zar di Russia, le suddette nove uova imperiali (Uovo con gallina, Uovo rinascimentale, Uovo del bocciolo di rosa, Uovo dell’incoronazione, Uovo dei mughetti, Uovo del XV anniversario, Uovo con galletto, Uovo dell’alloro e Uovo dell’Ordine di San Giorgio). Purtroppo in occasione della mia breve visita a San Pietroburgo lo scorso Marzo il museo era chiuso per due settimane. Peccato.

Almeno mi sono consolata con questo capolavoro, appartenuto ai Rothschild, in mostra al Palazzo dello Stato Maggiore, il lungo edificio (580 m) disegnato da Carlo Rossi in stile Impero e costruito fra il 1819 ed il 1829, che sta davanti Palazzo d’Inverno e che ospita collezioni di arte moderna (Impressionosmo, Post-Impressionismo e Avanguardie) dell’Ermitage.

The Rothschild Faberge clock egg, Hermitage Museum, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari

The Rothschild Faberge clock egg, Hermitage Museum, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari

Commissionata nel 1902 da Béatrice Ephrussi de Rothschild in occasione del fidanzamento del fratello minore, il barone Édouard Alphonse James de Rothschild, questa è una delle poche uova che la Casa Fabergé ha creato per altri clienti che non fossero membri della famiglia imperiale russa (e una delle più costose che Fabergé avesse mai prodotto e venduto), ed è appartenuta alla famiglia Rothschild fino al 2007, quando fu acquistata dal collezionista Aleksandr Ivanov per 9 milioni di sterline. Ouch! Dal 2014 l’abbagliante uovo Rothschild fa bella mostra di sè (insieme ad una serie di altri piccoli “oggetti di fantasia”, come i tipici deliziosi piccoli animali in pietre preziose) all’Ermitage di San Pietroburgo, donato da Vladimir Putin in occasione del 250 anniversario del museo.

 

Il genio di Roger Mayne

Anni fa, mentre mi trovavo a passare nella Photography gallery del museo, un collega mi ha indicato un ragazzino che corre insieme ad altri in una strada senza automobili. “Quello sono io…” Mi dice soddisfatto. E ha ragione ad esserlo: la sua vita così come la sua faccia sono state consegnate ai posteri….

È una bellissima foto in bianco e nero degli anni cinquanta scattata a Southam Street, nella zona Ovest di Londra, non lontano da Portobello Road . Il fotografo è Roger Mayne.

Southam Street, W10, 1956-1961. Roger Mayne. Copyright Roger Mayne

Southam Street, W10, 1956-1961. Roger Mayne. Copyright Roger Mayne

Tra il 1956 e il 1961 Southam Street divenne il soggetto principale delle foto di Mayne e nel suo lavoro c’è la sensazione che sia la vita a fornire le pose piuttosto che il contrario. Basta guardare le sue foto per avere la sensazione che che fuggisse l’artificialità come la peste.

L’Inghilterra del dopoguerra non era un bel posto per essere ragazzini, c’era povertà e il razionamento. Ma in quella foto c’è una cosa fondamentale: l’esuberanza dell’essere giovani, dell’essere vivi . Come le altre sue foto di bambini che giocano con le biglie è bellissima e dà un senso di comunità completamente assente dalle nostre attività quotidiane.

Al giorno d’oggi i ragazzini sono assorbiti dal loro smartphone, non hanno tempo o voglia per parlare gli uni con gli altri, per condividere giochi e passatempi semplici come le biglie. Anch’io in un’epoca non troppo lontana giocavo con le biglie, in cortile a Bologna, o al mare sulla spiaggia di Rivazzurra. Sembra una vita fa. Forse perché lo è. E mi sento improvvisamente molto vecchia.


 

Eugene Onegin tra Puškin e Tchaikovsky

Per anni ho sussurato il suo nome a bassa voce, con deferenza e rispetto, quasi per paura di sciuparlo. Che da sempre è stato il tempio del balletto – sul suo palcoscenico hanno ballato i piu’ grandi – Vaslav Nijinsky, Anna Pavlovna, Rudolf Nureyev. Persino il nostro Giuseppe Verdi lo scelse per la prima rappresentazione assoluta de La Forza del Destino il 10 Novembre 1862. Parlo del Teatro Imperiale di San Pietroburgo, meglio noto come Teatro Mariinskij.

 

The Mariinsky Opera and Ballet Theatre

The Mariinsky Opera and Ballet Theatre

Per cui potete immaginare la mia eccitazione quando la settimana scorsa, durante una manciata di giorni trascorsi nella rispledente San Pietroburgo, ne ho varcato le porte per assistere ad Eugene Onegin, il capolavoro di Pyotr Ilyich Tchaikovsky tratto dall’omonimo romanzo in versi di Aleksandr Sergeevič Puškin!!

 

La storia, composta tra il 1822 e il 1831 e pubblicato completa per la prima volta nel 1833, è diventata un classico della letteratura mondiale. Eugenio Onegin è un giovane dandy annoiato e disilluso dalla vita. Trasferitosi in campagna, diventa amico di un giovane poeta, Vladimir Lenskij, innamorato di Olga con cui si è appena fidanzato. Mentre Lenskij corteggia Olga, e si allontana con lei, Onegin conversa con la sorella di lei,Tatyana che, affascinata da Onegin, si innamora a prima vista di lui. Giovane e impulsiva, Tanya gli scrive (dopo qualche esitazione) un’appasionata lettera in cui gli dichiara il suo amore.

Amore che Onegin respinge con un annoiata fermezza quando si incotrano in un angolo del giardino della Larina, fra cespugli di lillà e di acacie in fiore, un’antica panca, fra aiuole trascurate. Lei è troppo giovane, troppo povera, troppo inesperta e lui non pensa assolutamente a sposarsi.

Qualche tempo dopo, Lenskij insiste perché il suo amico assista al ballo in occasione dell’onomastico di Tatyana. Onegin, scontento e annoiato, decide di divertirsi giocando a sedurre Olga, che sta al gioco. Ma a fare la parte del terzo incomodo Lenskij proprio non ci sta (come dargli torto?). Offeso e tradito, sfida l'(ex) amico ad un duello con le pistole da tenersi il giorno seguente, all’alba. Duello che si conclude tragicamente quando un riluttante Onegin uccide Lenskij.

Costretto a lasciare la città, Onegin vi fa ritorno due anni dopo. Ed lì, nel salone di un ricco palazzo a Pietroburgo, dove gli invitati si divertono un mondo a ballare una polacca, che ritrova Tatyana al braccio del principe Gremin, generale dell’esercito ed eroe di guerra. La giovane appassionata che gli aveva scritto una lettera d’amore due anni prima è diventata una donna bellissima e raffinata, e Onegin – resosi conto dell’errore commesso tempo prima rifiutandola – le confessa il suo amore. Ma è troppo tardi: Tatiana che ha sposato il Principe, preferisce restare fedele al marito nonostante ami ancora Onegin. Nell’ultima scena la donna esce di scena e dalla vita di Onegin, lasciando l’uomo alla sua disperazione e al suo rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere e che non è stato mai. Ed è questa è la vera tragedia.

Ammetto senza vergogna di essere una tradizionalista e questa produzione di Eugene Onegin del Teatro Mariinsky creata da Yuri Temirkanov nel 1982, con i suoi costumi classici, senza strani esperimenti e adattamente è stata semplicemente da sogno! 🙂

 

Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi

Come ho già detto altre volte su in questo blog, ci sono libri che si leggono e altri che si rileggono. Libri che si continuano a leggere e che, nonostante il passare del tempo e della vita, continuano a parlarci.
Eppoi ci i sono libri che si leggono al momento giusto, all’età giusta, nello stato d’animo giusto. E che per questo si ricordano per tutta la vita. Nel mio caso, come Jack Fruscinate è Uscito dal Gruppo di Enrico Brizzi.

Nella mia recensione su Goodreads gli ho dato 5 stelle, non perchè pensi che questo libro sia un capolavoro, tutt’altro. Brizzi era giovane, aveva neanche ven’anni quando lo ha scritto, ed io ero poco più vecchia di lui quando l’ho letto. Ma mi ha parlato come solo Due di Due di Andrea De Carlo ha fatto in precedenza. Ma se Due di Due non l’ho mai più rietto perchè temevo di non ritrovare più le emozioni che mi diede quando lo lessi la prima volta, con Jack Frusciante è stato diverso, che per qualche strano motivo di ordine puramente biologico, questo è un libro che sento il bisogno di rileggere ad intervalli di ogni dieci anni. Ma è comprensibile, che se Milano per me è un libro di De Carlo, la Bologna di Brizzi è un universo geografico che conosco bene perchè era lo stesso in cui mi muovevo io. O meglio, in cui cercavo di districarmi, in uno dei periodi più aggrovigliati della mia vita. Una vita la mia che, come quella del vecchio Alex, “fin lì, entrava tutta dentro un Jolly Invicta.” Anche se io di Jolly Invicta non ne ho mai avuto uno.

Comunque.

Quelle cinque stelline di Goodreads sono della me stessa post-adolescenziale a cui la Bologna degli anni Novanta stava stretta sul serio. Come i personaggi di Kerouac volevo andare da qualche parte. Non sapevo dove, ma sentivo che era importante “andare”.  E infatti sono andata. Jack Frusciante è una specie di monumento ai quegli anni, ai miei sogni di uscire dalla “strada troppo stretta e dritta per chi vuol cambiare rotta” cantata dal Ligabue di Non è tempo per noi, o dal cerchio che la società, le convenzioni cercano sempre di costruirci attorno. Ma è stato anche un monumento ad una delle più intense storie d’amore che mi sia mai capitato di vivere. Una storia che, a vent’anni di distanza, ricordo ancora con grande affetto ed emozione. Forse perchè, proprio come quella di Alex e Aidi, anche la mia non è mai veramente avvenuta. Un libro che è insomma un monumento alla persona che ero io a quel tempo e che mi ha aiutato a diventare la persona che sono adesso.

 

Revolutija

Che cosa porta ad una rivoluzione? Quali sono le sue premesse? La mostra Revolutija al Mambo di Bologna in questo post di Pensieri lib(e)ri. Buona lettura! http://www.mostrarevolutija.it #Revolutija

 

Ilya Repin What Freedom! (1903) State Russian Museum, Saint Petersburg, Russia.

Ilya Repin, What Freedom! (1903) State Russian Museum, Saint Petersburg.

 

Pensieri lib(e)ri

“Nei profondi nascondigli dell’arte si trovano i segreti dei fatti dei colpi di Stato, della riorganizzazione della vita delle persone…”

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La collezione di Re Carlo I Stuart

Arte romana, rinascimentale e barocca. Capolavori di Tiziano, Van Dyck, Leonardo, Raffaello, Rembrandt che il re aveva commissionato, acquisito o che gli erano stati donati. Oltre vent’anni di meticolosa accumulazione avevano creato la più vasta e sensazionale collezione d’arte dell’Europa occidentale. Una collezione che svanì in un attimo quando, il 30 Gennaio 1649, i Parlamentari decisero che era ora di farla finita con la storia che il sovrano regnava per diritto divino e con un taglio netto (alla testa di Charles I) cambiano la storia britannica per sempre.

Van Dyck’s Triptych portrait of King Charles I of England. Photograph Universal History Archive UIG via Getty Images

Van Dyck’s Triptych portrait of King Charles I of England. Photograph Universal History Archive UIG via Getty Images

Ma quel guastafeste di Oliver Cromwell (1653–1658), il nuovo Lord Protettore della nuova Repubblica del Commonwealth, oltre a sospendere il Natale, a proibire le mince pies e il Christmas Pudding, la musica e il teatro e tutto ciò che era anche solo remotamente divertente, procede immediatatamente alla vendita di 2000 opere d’arte con la scusa ufficiale di ripagare i debiti della corona, ma inrealtà per raccogliere fondi per il nuovo esercito repubblicano che doveva sostenere quella che era, di fatto una vera, e propria dittatura militare.

I creditori del defunto re non si fecero pregare e accorsero in massa a reclamare i loro pagamenti, come i fontanieri di palazzo, a cui Cromwell ripaga 403 delle 903 sterline che avanzavano in denaro e le restanti 500 in quadri di cui dubito nessuno di loro sapesse cosa fare, ma tra cui c’erano quasi certamente un Tiziano e un Bassano. La Spagna acquisisce il dipinto di Tiziano di Carlo V con il cane, e la Francia la sua Cena in Emmaus, mentre altri capolavori prendono in qualche modo la via dell’oceano arrivando nel Nuovo Mondo, e ora sono appesi alle pareti del Getty Museum di Los Angeles e del Frick di New York.

Charles V with a Dog, 1533 by Titian. Photograph Museo Nacional del Prado

Charles V with a Dog, 1533 by Titian. Photograph Museo Nacional del Prado

Ma ora sono riuniti di nuovo sotto lo stesso tetto, sebbene quello della Royal Academy anziché quello del Palazzo Reale di Whitehall dove alloggiavano inizialemente. Ma non importa: per qualche incredibile mese la collezione reale di Charles I – o meglio, una briciola di quello che era la collezione reale – è tornata a casa, a Londra.

Per ogni amante dell’arte, questa mostra è come entrare nella grotta di Alí Baba che la ricchezza è tale e tanta che gli occhi non sanno dove posarsi – troppi dipinti di Tiziano, Rubens, Raffaello e van Dyck, per non parlare dei gloriosi arazzi prodotti dalla sua manifattura di Mortlake e basati sui cartoni di Raffaello, che Charles I aveva comprato a Genova nel 1623 quando ancora era Principe di Galles e che ora fanno bella mostra di sé al Victoria and Albert Museum   e il cui viaggio dai laboratori tessili di Brussels al museo di South Kensington fu lungo e tortuoso.

Durante il suo primo viaggio in Europa, accompagnato dal Duca di Buckingham in Spagna alla ricerca di una sposa adatta ad un futuro re, il giovane Principe di Galles si era perdutamente innamorato – e l’oggetto di tanta passione non era l’infanta di Spagna, ma la magnifica arte del pieno Rinascimento di Tiziano e di Raffaello. Cahrles tono’ a casa senza essersi assicurato una moglie, ma carico di dipinti e statue. Come il Ratto delle sabine di Giambologna che fa bella mostra di se’ nelle Renaissance Galleries del V&A, che Charles aveva comprato come souvenir per il Duca di Buckinham, che lo aveva poi messo nel suo giardino per spaventare i passanti.

Da quando Enrico VIII aveva tagliato i ponti con Roma, pochi sovrani avevano attraversato la Manica e nessuno aveva sperimentato in prima persona il Rianascimento. Non sorprende pertanto che Charles, giovane dall’anima sensibile e piena di passione, fosse completamente sopraffatto da tanta bellezza …

I Cartoni di Raffaello rappresentano l’apice del pieno Rinascimento italiano ed europeo. Nulla del genere si era mai visto in Inghilterra in fatto di colori ed di iconografia e con la loro acquisizione nel 1623 (non furto, sia ben chiaro, che i cartoni giacevano in disuso in un laboratorio di Genova e sette dei dieci cartoni furono comprati per 300 sterline da Charles e da allora non hanno mai lasciato la Gran Bretagna, nonostante la reale Manufacture des Gobelins, lo storico laboratorio di tessitura di arazzi francese successivamente comparto da Luigi XIV, avesse provato a comprarli) il futuro sovrano dona all’Inghilterra quel Rinascimento che la Riforma  Protestante gli aveva negato.

E diciamocelo, era un’affermazione di gusto notevole, soprattutto da parte di un futuro re che era anche capo della Chiesa di un Paese anglicano come la Gran Bretagna. Ma Charles non poteva farci nulla se nel XVII secolo le opere più desiderabili erano di artisti italiani. Cerca senza successo di attirare Guercino a Londra, ma l’emiliano rifiuta – troppo lontano, troppo freddo, troppo a Nord. Ma Charles non si da per vinto e riesce a fare il colpo grosso della sua vita di collezionista quando, nel 1628 grazie alla mediazione di un noto mercante d’arte di Venezia, il fiammingo Daniel Nijs, compra da Vincenzo II Gonzaga, che si trovava in grave difficolta’ economica, parte della collezione d’arte gonzaghesca (i leggendari duchi di Mantova nel Seicento erano diventati l’ombra della potente famiglia che aveva accolto Isabella d’Este nel XVI secolo) per la somma irrisoria di 30,000 sterline.

Charles I on Horseback with M. de St Antoine, 1633, by Van Dyck. Photograph Royal Collection Trust © Her Majesty Queen Elizabeth II 2018

Charles I on Horseback with M. de St Antoine, 1633, by Van Dyck. Photograph Royal Collection Trust © Her Majesty Queen Elizabeth II 2018

Inutile dire che la collezione reale (o almeno una parte di essa), fu frettolosamente rimessa insieme quando , nel 1660, Charles II (in esilio in Francia dal cugino Luigi XIV) ritorna trionfalmente in Inghilterra e gli ex-sostenitori di Cromwell si affettano a restituire alla corona il maltolto con tante scuse. Ma I Trionfi di Cesare del Mantegna, arrivati in Inghilterra insieme alla collezione d’arte gonzaghesca, la famosa Celeste Galeria, invece non hanno mai lasciato Hampton Court, che quando Cromwell vendette la collezione reale, tenne questi grandi dipinti per sè. Una dimostrazione che nulla rappresenta il potere come l’arte piú grandiosa.  Ars longa, vita brevis si potebbe dire…

Una mostra magnifica, così piena di capolavori da far rischiare la sindrome di Stendhal ad ogni sala. Ma la mia personale sindrome di Stendhal l’ho avuta nell’ultima sala dove, in un angolo, stava appeso questo piccolo ritratto a matita di Charles I di van Dyck.

Anthony van Dyck Portrait study of Charles I (drawing) Amsterdam, Rijksmuseum

Anthony van Dyck Portrait study of Charles I (drawing) Amsterdam, Rijksmuseum

Mi chiedo come un semplice foglio di carta possa racchiudere così tanta vita: in questi pochi tratti sapienti, van Dyck ha reso l’essenza di una persona, di un essere umano. Un uomo destinato a raggiungere vette altissime e a cadere in modo altrettanto grandioso. E giuro che se qualcuno mi avesse chiesto, potendo portare con me una sola opera da scegliere tra le centinaia di capolavori che costituiscono questa incredibile mostra, quale opera avrei portato via con me, avrei scelto questa. Non potendo, ho comportato la cartolina. Non e’ la stessa cosa, ma si fa qual che si può…

Londra// fino al 15 Aprile 20 @ Royal Academy

 Charles I: King and Collector

royalacademy.org.uk