Yayoi Kusama a Tate Modern

Nata nel 1929 a Masumoto in una famiglia ricca e tradizionalista dell’alta borghesia che non approva la sua ambizione di diventare un’artista, Yayoi Kusama è la più giovane di quattro fratelli. La sua passione creativa si sviluppa sin da bambina e non è interrotta neppure dalla catastrofe della Seconda Guerra Mondiale; catastrofe che tuttavia appare con forza nelle sue opere del periodo –nei materiali di fortuna e nelle immagini apocalittiche. Ma lo stile dell’arte Nihonga, fortemente legato al nazionalismo giapponese, che Kusama aveva inizato a studiare, viene presto abbandonato per le avanguardie artistiche europpe ed americane.

Sentendo la sua fragile emotività schiacciata dal conservatorismo di una società che non incoraggiava l’espressione individuale, soprattutto se si trattava di donne, Kusama decide di andarsene. “Per un’arte come la mia –un’arte che combatte al confine tra vita e morte, che mette in discussione cosa siamo e cosa significa vivere e morire- il Giappone era troppo piccolo, troppo servile, troppo feudale, troppo sdegnoso delle donne. La mia arte aveva bisogno di una libertà senza limiti e di un mondo più vasto.”

Nel 1957 approda negli Stati Uniti, a New York, attirata dal potenziale sperimentale di una scena artistica in tumulto. Gli inizi sono difficili e come numerosi altri artisti del periodo Kusama fatica a mantenersi con la sua arte. Ma in America trova lo spazio mentale di cui ha bisogno e, nel 1959, in risposta agli stimuli dellespressionismo astratto, crea i suoi primi lavori della serie Infinity Net, le grandi tele ricoperte da una serie di piccole pennellate che sembrano ripetersi all’infinito e che anticipaneo, nella loro seriale ripetitività, i traguardi dell’arte concettuale L’America degli anni Sessanta, con la Hippie Culture e il suo libero uso di droghe e del sesso,  sfida apertamente la moralità sociale appare particolarmente liberatoria e Kusama vi si butta a capofitto con la creazione, a partire dal 1967, di una serie di Happenings, performance provocatorie  in cui dipinge a pois i corpi dei partecipanti.

Nel 1973 decide che è tempo di tornare in Giappone. Ma il re-inserimento nella società nipponica è più difficile del previsto. La sua arte non è apprezzata dal pubblico conservatore di Tokyo e per sopravvivere si reinventa come mercante d’arte per continuare a produrre le sue opere; ma la sua attività è di breve durata con e il suo business fallisce dopo soli due anni. La sua salute debole e la sua fragile emotività hanno la meglio e nel 1977 entra volontariamente nell’ospedale psichiatrico, che è a tutt’oggi la sua casa e dove, a 82 anni, in questa calma protetta, continua a dare libero sfogo ad una vena creativa che sembra inesauribile.

Una delle ossessioni di Kusama è sempre satata la rappresentazione dello spazio infinito, un tema questo che l’artista ha più volte esplorato nelle Infinity Mirror Rooms, grandi installazioni in cui lo spettatore può muoversi, camminare e perdersi nella contemplazione di se stesso; questa creata appositamente per lo show di Tate Modern, è la più grande.

Portrait of Kusama kindly provided by Happy Famous Artists. Text and other photographs by Patrick Nguyen.
 
fino al 5 Giugno 2012
www.tate.org.uk
 
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