L’eleganza della moda italiana

Quando andavo alle scuole superiori sognavo di diventare un stilista di moda. Non che mi siano mai interessati troppo gli abiti in sè e per sè (vivevo e vivo tutt’ora in jeans e T-shirt): quello che mi affascinava (e che mi affascina ancora) sociologicamente parlando era ciò che la moda rappresenta in senso culturale. In pratica ciò che un abito racconta di te. Questo non mi impediva di leggere avidamente riviste patinate come Vogue e Harper’s Bazaar e sognare dietro abiti da sera che non mi sarei mai potuta permettere… Mi piacevano soprattutto gli schizzi degli abiti di Missoni (mi piacevano infatti più degli abiti stessi) e raccoglievo in una cartelletta di cartoncino le pagine che strappavo di nascosto da quei giornali con le immagini dei disegni degli abiti di Roberto Capucci, più che abiti vere e proprie sculture di seta.

Ma dal vero non ne avevo mai visto uno. Almeno fino a qualche tempo fa quando durante la mia pausa pranzo mi sono infilata alla tanto attesa mostra The Glamour of Italian Fashion 1945-2014 dove abiti di Capucci ce ne sono addirittura due. E sono così belli da mozzare il fiato.

Inutile dire che questa mostra ha per un italiano all’estero lo stesso effetto dell’Inno di Mameli (almeno quando lo si ascolta durante i Mondiali di Calcio, quando si diventa tutti patriottici…o almeno io lo divento in modo particolare): fa gonfiare il petto d’orgoglio. Che oltre al suddetto Capucci (ora tristemente sconosciuto ai più giovani) ci sono che tutti gli altri: da Ferragamo ad Armani, dalle Sorelle Fontana a Valentino; per non paralare di Missoni, Versace e Dolce e Gabbana. E la lista è infinita. È difficile aggirasi tra tanta scintillante bellezza senza provare un fremito d’orgoglio per l’artigianato del nostro Paese, per la nostra competenza e per quella cura infinita che rende il prodotto finale, il nostro, superiore a tutti gli altri.

Cronologicamente allestita in tre sale, la mostra si apre con un’immagine di una strada di Firenze devastata dai bombardameneti. È il 1946 e la  realtà fisica ed economica del Bel Paese non è molto diversa da quella della fotografia: con un’economia ancora rurale ed arretrata, un  tasso di alfabetizzazione del 50% e una reputazione internazionale in briciole, bisognava davvero rimboccarsi le maniche per diventare un paese moderno. E attraverso le creazioni delle Sorelle Fontana, i maglioni colorati di Missoni, gli abiti a scultura di Capucci e alcuni pezzi unici come un abito indossato da Audrey Hepburn e uno a John F. Kennedy, il Victoria and Albert Museum racconta la storia di questo percorso.
Dopo il 1945 c’era bisogno di un antidoto alla devastazione e alle privazioni subite durante la Guerra. Mentre Parigi risorge dalla guerra e rinnova la grandezza della haute couture francese, in Italia alcuni creatori si muovono per far sviluppare le loro piccole e medie imprese. Ma lungi dall’essere un rimedio passeggero, l’industria della moda diventa il fattore trainante della ripresa economica italiana, aiutata in questo anche (e soprattutto) dai dollari americani messi a disposizione dal Piano Marshall, senza i quali non sarebbe stato possibile ricostruire le fabbriche italiane specializzate nel settore tessile e pelletteria, promuovere l’occupazione e l’esportazione. La ripresa economica, insomma. Ma questo ritorno al lusso necessitava però di una ribalta più ampia di quella nazionale. A fornirla sarà proprio l’imprenditore GiovanBattista Giorgini che, rendendosi conto del desiderio di molti sarti di volersi affrancarsi dal gusto parigino per offrire prodotti italiani competitivi per creatività e qualità, decide di mettere a disposizione la sua conoscenza del mercato internazionale per dare visibilita alla moda italiana. E cosinel febbraio del 1951 inaugura a Firenze il primo salone internazionale della moda. Un successo che si ripete prepotente alla Sala Bianca di Palazzo Pitti, dove sfilano gli stilisti migliori del momento. L’invito recita: “Lo scopo della serata è di valorizzare la nostra moda. Le signore sono vivamente pregate di indossare abiti di pura ispirazione italiana”.
Dieci anni piu tardi, nella seconda sala  il panorama è ancora una volta cambiato. Grazie a pellicole come Vacanze Romane (1953) e Cleopatra (1963), la Roma diventa un set cinematografico all’aria aperta, un vera e propria succursale di Hollywood sul Tevere. In nettocontrasto con la l’immagine della stradabombardata di un decennio prima, l’Italia e la moda italiana sono divenetate sinonimo di uno stile di vita chic e moderno; uno stile promosso con passione da ambasciatrici d’eccezione come Audery Hepburn, Sophia Loren, Ava Gardner e Liz Taylor – di cui Richard Burton disse che nei nove mesi che l’attrice trascorse a Roma imparò una sola parola d’italiano: Bulgari. E dico poco…
Una sezione della mostra è dedicata alle lavorazioni e i materiali – dal cuoio alle pellicce (un solo nome: Fendi), una vera e propria mappa dei tessuti italiani e delle varie aree di provenienza, per introdurci alla parte dedicata alla nascita del prêt-à-porter. Se Firenze e Roma erano ancora legate all’alta moda di ispirazione parigina, negli anni Settanta è Milano – con le sue pubblicazioni di moda, una fiorente industria pubblicitaria e le vicine fabbriche  di abbigliamento e tessili – a capitalizzare laspetto più avant-garde e scattante dell’industria della moda, diventando in breve la nuova capitale del pret-a-porter, la moda pronta- anche se di altissima qualità e, come tale, molto costosa.
Ed fu prorio grazie anche a questi settori che l’economia italiana negli anni Sessanta crebbe rapidamente trasformando l’Italia in un Paese moderno anche se fedele ai valori centrali del suo artigianato.  E se in Italia questa passione per la perfezione è sempre stata lampante, bisognava far sì che lo fosse anche all’estero. Bisognava creare qualcosa di semplice e memorabile: nasce così il “Made in Italy”. È stato un marchio vincente sin dall’inizio, e la campagna promozionale che ne è seguita a livello internazionale e che dalla moda si è esteso a celebrare  tutta una serie di prodotti di alta qualità (dal cinema all’arte, dal cibo al turismo, al design alle automobili) che hanno trasformato il marchio Made in Italy in un sinonimo di stile.
Nomi come Armani (il rigore del Nord) e Vesace (l’esuberanza del Sud) insieme a Krizia e a Gianfranco Ferrè fecero della moda un’entità tutta italiana. Con loro una lista infinita di stilisti – Biagiotti, Ferragamo, Lancetti, Balenciaga, Mila Schön, Fendi, Roberto Cavalli. I tessuti leopardati di Roberto Cavalli e le follie psicadeliche di Emilio Pucci – l’unico stilista tra quelli presenti  negli anni Cinquanta ancora oggi in attività.
Ma nella seconda parte della mostra, dove emerge la moderna industria del ready-to-wear italiano la storia perde slancio e non solo perché il lista dei personaggi muta radicalmente. A parte alcune pubblicità della Benetton infatti, c’è una certa mancanza di contesto culturale che costituisce un po’ un anti-climax dopo una prima parte cosi’ forte. Ma sono piccolezze, che in generale proprio la narrazione semplice e lineare èla forza della mostra.
Credeteci o no, l’Italia non ha un museo nazionaledi disegn ela storia della moda, intesa come argomento di studio, è ancora agli inizi. Ma proprio questa mancanza ha dato alla curatrice Sonnet Stanfill la libertà di raccontare la storia della moda italiana praticamente per la prima volta.
In realtà, la mostra non individua un unico glamour, un unico stileitaliano, ma dimostra che mentre la moda è reattivae stilisticamente parabolica, il glamour è coerente e praticamnete universale. E di glamour quic’è da vendere…
2014©Paola Cacciari
Londra//fino al 27 Luglio 2014
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