Alighiero Boetti: Game Plan

Le visite a Tate Modern per me sono sempre “illuminanti”, nel bene e nel male. Che ogni volta imparo qualcosa di nuovo su un artista diverso. Sono curiosa, che ci volete fare. E se a volte rimpiango di essere andata dall’altra parte del mondo per qualcosa che non mi piace per nulla, a volte faccio piacevoli scoperte. E ieri ho fatto conoscenza con un connazionale che è stato fino ad oggi per me poco piu’ di un illustre sconosciuto: Alighiero Boetti (1940 –1994), uno degli esponenti dell’Arte Povera, il cui ironico Autoritratto fa bella mostra di sè su uno dei balconi di Tate Modern.

Alighiero Boetti
Alighiero Boetti, Autoritratto – Mi fuma il cervello (1993)
Ed è stata una vera e propria rivelazione, un colpo di fulmine. Che molto prima di Damien Hirst con i suoi squali in formalina e pallini colorati, Boetti aveva deciso che un artista poteva considerarsi tale anche senza produrre le sue opere fino alla fine; e che anzi poteva limitarsi a concepirle e poi mettersi comodo e godersi lo svolgimento del processo che aveva moesso in moto e che altri avrebbero portato a termine. Ok, forse la cosa era un po’ più complicata… ma come ha detto lui stesso in un intervista con Il Messaggero nel 1977, “che questo lavoro venga fatto da me, da te, da Picasso o da Ingres, non importa. È il livellamento della qualità che mi interessa.” E livellata  o meno, questa mostra mi è davvero piaciuta, che quella di Boetti è un’arte giocosa e piena di ironia, che dà libero sfogo alla sua peripatetica abilità di creare opere che ‘parlano’ a contesti e persone differenti (anche ad una miscredente come me).
Alighiero-Boetti-Guatemal-007
Guatemala (1974)
Negli anni Settanta viaggia spesso tra il Guatemala e l’Oriente; poi, quasi per caso, l’Afghanistan. Il paese diventa per lui come una seconda patria, tanto che arriva ad aprire un hoteli, il One Hotel, nel quartiere residenziale di Kabul. Qui la sua passione per l’arte e culture Orientali e per la loro tradizione artigiana raggiunge vette mai viste. Crea arazzi, tappeti e ricami che altri realizzano per lui. Ma sono state le mappe del mondo ad avermi fulminato. Ce ne sono almeno dodici di questi giganteschi arazzi tessuti a mano (in media ci volevano cinque anni per finirne uno), enormi planisferi colorati di una bellezza incredibile, dove gli stati sono delineati dai colori delle loro bandiere: un vero documento geo-politico che con ogni arazzo illustra l’evoluzione delle frontiere geografiche. Boetti preparava il modello in Italia eppoi lo spediva in Afganistan per farlo realizzare da uomini e donne del luogo, in un momento (gli anni Settanta) in cui in Europa si sapeva a malapena che esitesse una nazione con questo nome.
Boetti diverte e si diverte, ma il suo interesse per la politica è reale e resta una costante del suo lavoro. La più recente delle mappe, è stata concepita nel 1989, in seguito alla caduta del muro di Berlino e alla riunificazione della Germania. E visto che i guai non vengono mai da soli, durante il tempo della sua lavorazione sono accadute altre cose mica da ridere, tipo la nascita della Namibia nel 1990 (che Boetti aveva lasciato in bianco dal 1979, rifiutandosi di riconoscere il protettorato sudafricano); la dissoluzione della Yugoslavia e della Cecoslovacchia, la caduta dell’Unione Sovietica e la nascita della Federazione Russa qui indicata con la nuova bandiera a strisce orizzontali bianco, blu e rosso, quella dello Zar Pietro il Grande.
Alighiero Boetti
Alighiero Boetti, Mappa, 1979
 
 E a dimostrare che il colore è un’opinione, i continenti sono tuffati in oceani gialli, verdi persino di rosa. Che in fondo, per chi non ha mai visto il mare come quei tessitori afgani, il suo ‘vero’ colore non ha molta importanza. Soprattutto se l’azzurro deve arrivare dall’Italia e c’è tanto filo rosa a disposizione…
Londra//fino al 27 Maggio 2012
Alighiero Boetti: Game Plan
Tate Modern
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