Il Cappellaio Matto: Stephen Jones

Spulciando tra gli articoli che ho scritto in passsato per Exibart ho trovato questo di una mostra dedicata allo stilista Stephen Jones tenutasi al V&A nel 2008. All’epoca non sapevo chi fosse il signore in questione, ma conoscevo tutti gli altri di nomi…

Portrait of Stephen Jones

                                                            Portrait of Stephen Jones

Un giardino ‘barocco’ al tramonto. Siepi ordinate e bassi steccati. Luci soffuse. E magia nell’aria: benvenuti nel magico mondo di Stephen Jones (Wirral, 1957- vive a Londra). Non siamo tra le pagine di Alice nel paese delle meraviglie, ma negli spazi avvolgenti di Hats: An Anthology by Stephen Jones, la nuova mostra curata per il Victoria and Albert Museum da uno tra i più geniali creatori di acconciature femminili della nostra epoca.

Silk and straw bonnet, 1807

Silk and straw bonnet, 1807

Frustrato dalla noiosa uniformità che permeava la moda di fine anni Settanta, tutta toni beige e tessuti tweed, Stephen Jones – allora punk dalle unghie smaltate che studia alla prestigiosa St Martins School of Art di Londra- decide di riversare la sua ironica creatività nella creazione di cappelli da donna. Mossa coragiosa. Soprattutto in un periodo in cui indossarne uno non era affatto cool. Ma con l’avvento della nuova decade tutto cambia. Gli anni Ottanta vedono Londra al centro di uno dei periodi più brillanti e oltragiosi della storia del costume. Con le sue stravaganti acconciature ispirate alla storia della moda, il movimento New Romantic trasforma il concetto di cappello da polveroso obbligo da indossare ai matrimoni in accessorio pieno di vitale ironia. Al cuore della scena giovanile locale, la musica pop ha un’enorme importanza per Jones. Abbandonato il punk per il New Romantic comincia a frequentare il leggendario Blitz club in Covent Garden e crea copricapi per amici come Boy George e Spandau Ballet. Ed è grazie alla musica dei Culture Club che, nel 1984, lo stile di Stephen Jones raggiunge le passerelle parigine. Jean-Paul Gaultier vede il video di ‘Do You Really Want to Hurt Me’, in cui Jones indossa un fez da lui stesso disegnato, e lo invita a collaborare con lui. E il resto è storia.

Da sempre affascinato dalla psicologia del cappello, o meglio da ciò che porta e com-porta l’indossarlo Stephen Jones ha creato – con la collaborazione del disegnatore teatrale Michel Howells e dalla curatrice del V&A Oriole Cullen- un mondo fantastico popolato da oltre trecento copricapi, molti dei quali letteralmente ‘dissotterrati’ dall’immensa collezione del V&A. Tematicamente suddivisa in quattro sezioni –Inspiration, Creation, The salon, The client– la mostra esplora l’intero ciclo della vita del cappello, strizzando l’occhio alla storia del costume. E così se gli appasionati di storia possono gioire davanti alla maschera di Anubi del 600 A.C. e all’esuberante cappellino del 1845 appartenuto ad una giovane regina Vittoria ancora lontana dalla vedova triste a cui la storia più ha abituati, per gli amanti del cinema ci sono il tricorno indossato da Johnny Deep in Pirati dei Caraibi, il cappello di paglia di Audrey Hepburn in My Fair lady e il copricapo in plastica del cattivo di Guerre Stellari, il tetro Darth Vader, esibito a fianco dell’elmo da samurai a cui è ispirato.

Portrait of Stephen Jones, 2008

                                                             Portrait of Stephen Jones, 2008

E naturalmente non mancano le creazioni di Jones per Christian Dior, John Galliano e Giles Deacon, accanto a quelle ‘storiche’ di <b>Elsa Schiaparelli, Cecil Beaton e Baleciaga. Accessorio universale, il cappello è per tutti, giovani e meno giovani allo steso modo. Finisce e definisce un look. Rispecchia la personalità di chi lo indossa. Come sanno le celebri clienti di Stephen Jones. Regine del Pop come Madonna e Kylie Minogue e regine di altro tipo, da sua Maestà Elisabetta II a Carla Bruni nella sua nuova veste di signora Sarkozy. Piume, nastri, fiori, legno, plastica e chi più ne ha più ne metta: tutto può diventare un cappello, anche un disco a quarantacinque giri. A patto che il tutto sia condito da una buona dose di satira e di spiritosa ironia, caratteristiche possedute in abbondanza dagli inglesi e che Jones eleva all’ennesima potenza. E davanti a tanta ottimistica esuberanza e gioiosa frivolezza, si sorride. E apertamente, si ride. E, segretamente, si sogna.

Londra// fino al 31 maggio 2009

vam.ac.uk

 

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5 pensieri su “Il Cappellaio Matto: Stephen Jones

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