There’s a Starman waiting in the sky: addio a David Bowie

L’10 Gennaio 2016 rimarrà per sempre per me il giorno in cui Starman è tornato tra le stelle. Con la morte di David Bowie è scomparso un pezzo della mia vita che non ritornerà mai più.

Quella parte che sognava il ritorno di Major Tom dallo spazio, cosicché potesse dire lui a sua moglie che l’amava invece di ground control. O quella che, esaltata dalla scoperta di Video Music, ascoltava Let’s Dance a tutto volume con il suo primo stereo, uno di quei giganteschi boom boxes che andavano tanto di moda con i rappers degli anni Ottanta e gli adolescenti di tutto il mondo. Certamente con David Bowie è definitivamente scomparsa quella parte di me che a quindici anni lo osservava a bocca aperta in televisione mentre, sul palco del Live Aid, cantava Under Pressure con quell’altro grande assente della vita, Freddie Mercury, certa del fatto che in quel torrido giorno di Luglio del 1985 sotto i miei occhi si stesse verificando una specie di miracolo.

Album cover shoot for Aladdin Sane, 1973. Photograph by Brian Duffy © Duffy Archive

Album cover shoot for Aladdin Sane, 1973. Photograph by Brian Duffy © Duffy Archive

C’era una certa incredulità questa mattina tra i colleghi, e molte facce tristi: neanche fosse scomparso un caro amico o un parente. Ma questa è stata esattamente la sensazione che hanno provato tutti coloro che (come la sottoscritta) hanno sperimentato sulla propria pelle l’isteria che aveva avvinghiato il museo e i suoi visitatori durante quei quattro lunghi mesi e mezzo dell’estate del 2013 alla notizia che David Bowie era morto di cancro a 69 anni. “Ma come…” ci guardavamo un po’ allibiti, “… solo due (anzi tre, siamo nel 2016 adesso) anni fa era qui, c’era la sua mostra...”Che se il 2015 resterà per sempre l’anno di Alexander McQueen e di Savage Beauty, negli annali del mio museo il 2013 è stato l’anno in cui Londra (se non l’intera Inghilterra e, a giudicare dal numero dei turisti stranieri, forse il mondo intero…) è stata assalita (o ri-assalita) dalla bowiemania. Ed io, come molti altri miei colleghi, c’ero. E ho fatto la mia parte nel gestire le code, calmare gli isterici, soccorrere gli sfiniti, e consolare gli sfortunati che non erano riusciti a procurarsi un biglietto per l’evento dell’anno. Perchè più che una mostra, David Bowie Is è stato un vero e proprio luogo di pellegrinaggio, un santuario a cui un devoto esercito di nostalgici pellegrini per mesi e’ accorso per venerare le vestigia di questo dio della musica e della performance.

V&A staff night2013

People queueing outside the Museum. London, 2013 © Paola Cacciari

C’erano costumi di scena, fotografie, disegni, strumenti musicali, dischi, videoclips, testi di canzoni scritti a mano da Bowie su pezzi di carta a casaccio, film, dipinti, foto. Ma non erano solo gli adolescenti di ieri come me e la mia dolce metà quelli che aspettavano più o meno pazienti in fila per ore per assicurarsi uno dei pochi, preziosissimi, biglietti messi in vendita quotidianamente (quelli on-line erano esauriti da settimane) che avrebbero permesso loro di riassaporare la loro gioventù: c’erano anche un sacco di giovani davvero troppo giovani per averlo vissuto di persona l’uragano Bowie (ho parlato un ragazzino di 12 anni che conosceva tutte le canzoni a memoria…), ma che lo amavano come se Ziggy Stardust e One Direction fossero in qualche modo contemporanei…

David Bowie performing Starman on Top of the Pops.Photograph: ITV / Rex Features/Rex Features

David Bowie performing Starman on Top of the Pops.Photograph: ITV / Rex Features/Rex Features

E comunque, perchè sorprendersi? Se gli Anni Sessanta sono stati quelli dei Beatles e dei Rolling Stones, David Bowie ha sequestrato le decadi successive e neppure quel silenzio di dieci anni interrotto proprio nel 2013 con l’abum The Next Day era bastato a farlo uscire di scena. E d’altra parte è difficile restare impassibili davanti a pezzi iconici come il costume da Ziggy Stardust (1972) quello disegnato da Freddie Burretti, o quello incredibile creato da Kansai Yamamoto per l’Aladdin Sane tour (1973); oltre a copertine di album, pezzi di film e, naturalmente, tanta, tantissima musica.

Striped bodysuit for Aladdin Sane tour, 1973. Design by Kansai Yamamoto. Photograph by Masayoshi Sukita © Sukita / The David Bowie Archive 2012

Striped bodysuit for Aladdin Sane tour, 1973. Design by Kansai Yamamoto. Photograph by Masayoshi Sukita © Sukita / The David Bowie Archive 2012

Ma quella mostra è stata bella anche percè ha portato alla ribalta il ruolo creativo di Bowie nella storia del costume, e le sue collaborazioni con artisti e designer nel campo di moda e costume, grafica, teatro, arte e cinema. Ricordo la delusione dei curatori quando Bowie, pur mettendo a dispozione del museo il suo archivio privato di New York, si era rifiutato ostinatamente di collaborare alla mostra a lui dedicata, lasciando al museo l’onore (e l’onere…) di presentare la sua vita e le sue opera come meglio ritenevano opportuno. “Mi dispiace non averlo mai incontrato“ si era lamentata una dei due curatori. E aveva ragione che un sacco di altra gente era venuta, incluso Robert Redford che, apparso nel primo pomeriggio di una normalissima gionata d’estate, aveva gettato l’intero museo in uno stato di puro delirio… ). Eventualmente, Bowie decise di cedere e, una mattina presto, all’insaputa di tutti, venne a visitare la sua mostra, visto praticamente da nessuno a parte i curatori e uno dei miei colleghi che trovandosi accidentalmente nei paraggi, ebbe il privilegio di stringergli la mano diventanto in modo pressoche’ istantaneo un fan a vita del Duca Bianco.

The Archer Station to Station tour, 1976. Photograph by John Rowlands © John Robert Rowlands

The Archer Station to Station tour, 1976. Photograph by John Rowlands © John Robert Rowlands

Per noi dello staff erano state organizzate serate speciali per visitare la mostra fuori orario e quella è stata una delle (molte) occasioni in cui ringrazio la mia stella che mi ha fatto lavorare in un museo. Varcare la soglia di quella mostra è stato come ritornare adolescente, quando ascoltavo Ashes to Ashes. E se i video dei concerti live come Heroes al Freddie Mercury Tribute del 1992 con i Queen mi hanno fatto venire le farfalle nello stomaco come non mi capitava da tempo, quelli proiettati sul mega-schermo all’interno della sala principale della mostra erano a dir poco epici. Addio David, e grazie di tutto.

David Bowie Is: floor-to-ceiling screens showing live footage are awe-inspiring. Photograph: V&A

David Bowie Is: floor-to-ceiling screens showing live footage are awe-inspiring. Photograph: V&A

Ricordo di essermi seduta su una delle panche per un tempo che mi è sembrato interminabile ad ascoltare il concerto Ziggy Stardust The Motion Picture. Quando è finito Rock ‘n’ Roll Suicide, avevo le lacrime agli occhi.

Bye bye, David. E grazie.

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