Londra celebra i primi 100 anni di British Vogue

“Chi vede nella moda soltanto la moda è uno sciocco.” E se l’ha detto Honoré de Balzac che non avrei mai pensato potesse essere particolarmente interessato al tema, allora deve essere vero. E a vedere le immagini che mi passano davanti agli occhi mentre mi aggiro tra le sale della National Portrait Gallery ammirando le foto di Vogue 100, la mostra che celebra (come dice il titolo) il centenario della nascita della popolarissima rivista di moda, ha ragione…

Nata nel 1916 per sopperire alla mancanza del pubblicazione americane, British Vogue deve la sua esistenza alla Prima Guerra Mondiale. Poiché infatti, a causa dei problemi di spedizione legati allo scoppio del conflitto, era diventato praticamente impossibile ottenere le copie della rivista americana nel Regno Unito, la casa editrice americana Condé Nast (quello stesso che impedì a Lee Miller di essere investita da un’auto mentre attraversava la strada a New York e la lanciò nel mondo della moda) decise di commissionare un’edizione della rivista per il mercato europeo che avrebbe dovuto, in teoria, riprodurre lo stesso formato della versione americana – unica concessione l’uso dell’ortografia britannica invece di quella americana.

 Anne Gunning in Jaipur by Norman Parkinson, 1956 Credit: Norman Parkinson Archive/NPG

Anne Gunning in Jaipur by Norman Parkinson, 1956 Credit: Norman Parkinson Archive/NPG

Nast, che era fermamente convinto che il successo della rivista (che aveva quadruplicato le vendite dalla sua fondazione nel 1914) dipendesse oltre che all’uso della carta migliore, di un design moderno e un’impeccabile presentazione tipografica, anche al suo largo uso della fotografia – impiega i fotografi migliori. Ma il suo primo editore britannico, la battagliera Elspeth Champcommunal, la pensava diversamente e comincia ad inserire anche articoli di costume e società, dando sin da subito a British Vogue quel taglio tutto particolare che ne fa ancora oggi quell’icona contemporanea che conosciamo oggi.

Peter Schlesigner,David Hockney and Maudie James, photographed by Cecil Beaton, 1968 Credit: Cecil Beaton/NPG

Peter Schlesigner,David Hockney and Maudie James, photographed by Cecil Beaton, 1968 Credit: Cecil Beaton/NPG

Per assicurare la consistenze tra le due riviste gemelle Conde Nast si fa spedire il secondo editore della sorella britannica, Dorothy Todd a New York perche imparasse a fare il suo lavoro alla maniera americana. Tornata alla direzione editoriale nel 1922, non era del tutto chiaro cosa avesse imparato dal suo soggiorno americano, visto che con lei Vogue si trasforma da rivista di moda che si occupa anche di arte, in una rivista di arte che, a tempo perso, parla anche di moda.

 Peter Laurie, The Beatles, 1964 Condé Nast Archive, London © The Condé Nast Publications Ltd

Peter Laurie, The Beatles, 1964 Condé Nast Archive, London © The Condé Nast Publications Ltd

Gli appartenenti al Bloomsbury Group erano tra gli entusiasti della rivista e la stessa Virginia Woolf scrisse almeno cinque saggi per la Vogue, ma le preoccupazioni letterarie della Todd furono un disastro commerciale per lei (che fu licenziata) e per il giornale. Ma da questo momento la rivista britannica ottiene la reputazione di una rivista per tutti, tanto per i “pensatori” che per gli amanti della moda. Durante la Guerra Vogue ebbe un ruolo fondamentale nel mantenere alto il morale delle donne rimaste a casa a mandare Avanti il Paese mentre gli uomini erano al fronte. Non solo: nell’ora piu’ drammatica della Gran Bretagna, la rivista si propone come fronte d’informazione di primo piano con i reportage di Cecil Beaton e Lee Miller

Vogue è sempre rimasto fedele al suo obiettivo iniziale che era quello di riferire sul mondo della moda e dello stile, e lo fa utilizzando i migliori talenti dell’epoca e con un occhio attento alla cultura e alla società contemporanee , cosa che conferisce a Vogue una base di lettori molto più ampia delle riviste di moda. D’altra parte Vogue è sempre stato molti di più di una semplice rivista di moda, come dimostrano i reportage di guerra di Lee Miller. Tra i suoi collaboratori troviamo anche Huxley e persono il sindaco di Londra Boris Johnson, riuscito a infilarsi tra le sue pagine, fortunatamente in qualità di scrittore piuttosto che di fotomodello. E naturalmente ci sono tanto la regina Elisabetta II che la regina madre, che era una grande amica di Cecil Beaton.

Innumerevoli i volti famosi immortalati da vari grandi fotografi: dalle stelle del cinema come Helena Bohnam Carter, Hugh Grant e Kate Winslet, a quelle della moda come Stephen Jones, Il cappellaio matto del New Romantic e le ‘Supermodels’ degli anni Novanta; non mancano icone come del mondo dell’arte come Matisse, Francis Bacon, Lucian Freud, David Hockney e naturalmente lui, l’iperfotografato Damien Hirst.

 Alexander McQueen, photographed by Tim Walker Picture credit: Tim Walker

Alexander McQueen, photographed by Tim Walker
Picture credit: Tim Walker

Persino Margaret Thatcher che, in linea con la sua condotta di vita, vedeva le riviste di moda come una frivolezza inutile soccombe al potere di Vogue e abbigliata di velluto nero e perle, prende posto nel pantheon della moda fotografata da David Bailey.

Tra i protagosnisti del 2000 naturalmente non poteva mancare lui, il geniale ed infelice Alexander McQueen, la cui mostra al Victoria and Albert Museum è stato l’evento del 2015, con file chilometriche, scene isteriche da parte di grandi e piccini e aperture notturne per sopperire all’incredibile domanda di biglietti.

Certo, il più delle volte Vogue vede la vita con gli occhiali rosa dell’ottimismo, avendo il suo baromentro puntato su elemti come bellezza, eleganza e stile, ma come dice Alexandra Shulman, che dirige la risvita dal 1992, Vogue permette alle persone di indulgere per un attimo in un mondo non è necessariamente il loro, ma è comunque qualcosa che si divertono a guardare. E comunque la pensiate, il divertimento è assicurato.

Londra// fino al 22 Maggio 2016

npg.org.uk

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