La tragica storia della sanità inglese

Vivo in Inghilterra da poco meno di vent’anni e ogni volta che devo andare all’ospedale o dal medico generico mi viene da farmi il segno della croce. Se fossi un uomo probabilmente mi toccherei le palle per scaramanzia. Oppure, se lo ritrovassi, mi metterei in tasca il cornino di corallo che mia mamma mi aveva comprato quando ero piccina per tenere a bada la iella.

Il fatto è che da fuori sembra che le cose funzionino, ma basta avere a che fare con la sanità britannica, l’NHS (National Health Service) e vi verrà voglia di darvela a gambe levate. L’anno scorso mio suocero ha avuto un emorragia celebrale, ma ci è voluta tutta l’autorità e la tenacia di donna d’affari abituata a trattare con persone difficili della sorella della mia dolce metà per convincere l’infermiera di turno del piccolo ospedale della cittadina del Surrey in cui vivono i suoi genitori, a sottoporlo ad una TAC. Era tardi e la donna semplicemente non era interessata a chiamare il medico di turno e ad allertare chi di dovere; probabilmente voleva solo tornare a vedere la televisione o a dormire. Il fatto poi che il paziente in questione avesse 85 anni non faceva pendere la bilancia della sua parte. Lo hanno rimandatao a casa dopo tre gg e solo quando ha avuto un seconda emorragia allora si sono conviti a mandarlo a Londra dove è stato operato e curato (ma non prima che avesse una terza emorragia). Ora grazie al cielo si è ripreso bene perchè, come avrebbe detto mia nonna, “non li fanno più come una volta” riferendosi alla fibra robusta delle persone della sua generazione. E aveva ragione, che lei ha visto due guerre mondiali e se n’è andata 8 anni fa alla veneranda età di 96 anni, ancora in pieno possesso delle sue facoltà mentali. Mia madre ha passato la vita fuori e dentro dagli ospedali e sono così abituata ad avere a che fare con medici ed infermiere che è quasi una seconda natura per me. Per questo non potevo credere ai miei occhi quando, in uno dei più grandi ospedali di Londra, non c’era un medico responsabile di un reparto, ma un team – cosa all’apparenza ragionevole, ma che in pratica non lo è, anzi è altamente dispersiva. Ogni volta che mi capitava di andare a trovare mio suocero capitava in reparto un medico nuovo, di solito giovane e gentilissimo, ma mai visto prima che dopo esseresi cordialmente presentato, cartelletta alla mano si faceva ripetere daccapo la sua storia medica.

Se pensate che la sanità italiana sia in crisi, ripensateci: qui la gente va dal dottore quando davvero non ce la fa più (non sembra esistere quella cosa che si chiama prevenzione e a differenza dell’Italia non è possibile rivolgersi direttamente allo specialista , ma occorre l’autorizzazione del medico di base, il General Practicioner (GP) che funge da filtro o, come spesso accade, da tappo). Se vai dal dottore più di una volta all’anno sei considerato uno che fa allarmismo e di conseguenza guardato con curiosità e quieta disapprovazione da amici e parenti per cui lo stiff upper lip, il notorio stoicismo britannico che ha portato a coniare la frase “Keep Calm and Carry On” durante la Seconda Guerra Mondiale è ancora una filosofia di vita.

Lo stato dell’NHS in Inghilterra è allo sbando. Fondato il 5 luglio 1948, dal leader del Partito Laburista diventato poi Ministro della sanità e della ricostruzione nel 1945, Aneurin Bevan (1897-1960),  il National Health Service (NHS) è in gran parte finanziato dalle entrate fiscali, compresi i pagamenti della previdenza sociale e fornisce la maggior parte dei suoi servizi gratuitamente, tranne gli esami della vista e le cure dentarie e altri tipi di prestazione che sono parzialmente a pagamento, come in Italia. L’idea era quella di fornire assistenza sanitaria gratuita alla popolazione come ricompensa per i sacrifici subiti durante la Seconda Guerra Mondiale, un’idea davvero nobile e democratica, ma che al giorno d’oggi è diventata semplicemente insostenibile. Tanto da essere giudicato uno dei peggiori d’Europa da un luminare della medicina britannica ed esperto di fecondazione artificiale come il Professor Robert Wilson. E la situazione non accenna a migliorare. Secondo la  stessa Care Quality Commission inglese, l’assistenza è giudicata sotto gli standard a causa dei tagli al budget che rende il personale sanitario cronicamente carente nonostante il massiccio ricorso negli ultimi anni a medici e infermieri arrivati dell’estero (il neurochirurgo che ha operato mio suocero è italiano). Certo, anche qui ci sono dottori bravi cosi come da noi in Italia ce ne sono di meno bravi e le lamentele sulla sanità sono parte del nostro essere esseri umani. Eppure dopo aver avuto a che fare con l’NHS continuo a pensare che poi non va così male in Italia. È tutto relativo.

Recentemente i Junior Doctors (che a dispetto del nome non sono soltanto i neo-dottori, ma anche tutti i medici non hanno ancora completato il percorso di specializzazione per diventare Consultant o GP – un periodo che va dai cinque ai sette/otto anni dal conseguimento della laurea, e che prevede tirocini diversificati a seconda delle strade che si intende intraprendere) sono scesi in piazza con un paio di scioperi che hanno di fatto bloccato l’operatività di ospedali e studi medici dell’NHS. Parliamo quindi di una componente fondamentale della sanità pubblica del Regno Unito. La ragione della protesta? Il fatto che il Segretario di Stato per la Salute Jeremy Hunt abbia deciso di modificare i loro orari di lavoro (e le relative retribuzioni) eliminando le cosidette ‘unsociable hours‘ (turni serali dopo le 19 e il week-end). Naturalmente, come spesso accade in questi casi, il tutto è avvenuto senza un’adeguata consultazione (l’ultimo esempio alla decisione dell’ex-sindaco Boris Johnson di “donare” a Londraun servizio di trasporto notturno estendendo gli orari della metropolitana, senza dapprima chiedere ai guidatori dei treni se erano d’accordo). Per lui (come evidentemente per Boris) il lavorare di sera tardi, o nella giornata di sabato o di domenica, vale come il lavorare in una normata giornata feriale. Allora, parliamone. Anch’io al museo lavoro unsociable hours, costretta per ragioni legate alla mia rosta a lavorare il venerdì sera, il week-end e titte le feste comandate (il 1 Gennaio ho fatto un turno da 12 ore), e non sono per questo pagata di più che le mie ore sono incorporare nei miei turni – fatto che ho accettato quando ho firmato il contratto. Ma se mi permettete, una gallery assistant un po’ rimbambita dalla stanchezza farà sicuramente meno danno di un medico sovraffaticato da turni infiniti. Il mio customer service non sarà impeccabile e magari non sarò dell’umore per farmi assorbire dalle infinite bellezze del museo come mi capita di solito, ma almeno non uccido nessuno con una diagnosi sbagliata. Se permettete c’è una bella differenza!

E lo so perché la settimana scorsa ho visitato mio malgrado il pronto soccorso dell’opedale locale (uno dei tanti grandi di Londra) per una dolorosa otite che non mi dava tregua. Sono arrivata alle 11.30 di sera accompagnata dalla mia dolce metà che ha atteso pazientemente con me per le quattro ore che ci sono volute per vedere un dottore, in quanto – e questo lo capisco – il male alle orecchie non è una priorità. “Poco male che se trascurato può diventare meningite…”  ho mugugnato tra i denti alla receptionist quando, alle tre di notte, le ho chiesto  se per caso si erano dimenticati di me. Quando una dottoressa più morta che viva (probabilmente di turno dal 1948 viste le sue occhiaie…) ha chiamato il mio nome (o qualcosa che vagamente gli assomigliava) erano le 3.40 am. “Perché sei venuta qui?” Mi ha apostrofato burbera. “Queste sono cose da GP!” Solo quando le ho spiegato che erano giorni che telefonavo al poliambulatorio senza che nessuno si degnasse di rispondere al telefono (“Cos’è accaduto al 24 hrs automatic system?” mi chiedevo spossata ogni giorno sull’orlo della disperazione, mentre il tempo passava al suono della la solita irritante musichetta di sottofondo e la mia pausa pranzo scivolava via senza che io riuscissi a mangiare il mio panino perché la sala del personale è nel seminterrato e il cellulare non prendeva…) si è un po’ calmata.

Mi ha infilato una lucetta nell’orecchio senza troppi preamboli chiedendomi “Fa male se faccio così?” (Certo che fa male se continui ad infilzarmi il timpano con quel coso!!), mi messo in mano una ricetta per gli antibiotici e mi ha spedito via senza neanche salutare. Il mio ultimo pensiero quando mi sono messa a letto alle 4.30 del mattino solo per alzarmi di nuovo alle 7am per andare al museo (e inizare così la mia gionata di galley assitant rimbambita dalla stanchezza) è stato per David Cameron e Jeremy Hunt, che stanno dando il colpo di grazia al servizio sanitaro inglese (un processo doverosamente iniziato dal Governo di Tony Blair e altrettanto doverosamente continuato da quello di Gordon Brown) e grazie ai quali resto tutt’ora con il mal d’orecchi e ai quali ho augurato le più sincere e dolorose emorroidi

Jeremy-Hunt-David-Cameron

Jeremy Hunt and David Cameron

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12 pensieri su “La tragica storia della sanità inglese

  1. Mi auguro che tu stia bene e anche la famiglia della tua dolce meta! Condivido la tua narrativa e spero che quei due buoni a nulla se ne vadano prestissimo. Grazie di sempre scrivere cosi bene (e anche su un’articolo serio) sempre con molto buonumore! Bravissima Paola!!

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    • Come dicevo, ci sono pro e contro in entrambi i paesi. Il fatto e’ che l’NHS e’ stata creata dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando la popolazione britannica era 1/4 di quella attuale. L’idea era fornire assistenza sanitaria gratuita alla popolazione come ricompensa per i sacrifici subiti duramte la guerra e questa e’ un’ idea davvero nobile, ma semplicemente insostenibile al giorno d’oggi, soprattutto visto che la gente viene da altri paesi per farsi curare gratis, i cosidetti “NHS tourists”. Non sorprende pertanto che uno degli argomenti piu’ forti usati dalla fazione favorevole a Brexit sia limitare l’immigrazione per alleggerire il peso che l’immigrazione pone sulla sanita’.

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  2. Premetto
    1) ti ho letto con molto interesse
    2) in Italia, in ogni caso, se vuoi una certa affidabilità finisci regolarmente sonoramente pagando lo specialista richiesto.
    Ciò premesso, vorrei distinguere le mie esperienze personali da una situazione generale. Nel mio caso, ho avuto episodi sia positivi che negativi. E in generale, ho l’impressione che esista una differenza tanto per cambiare, tra Nord e Sud – non si spiegherebbe altrimenti l’afflusso di pazienti qui a Milano dal Sud. Capita ricorrentemente di sentire dai media di pazienti al Sud deceduti per la cosiddetta “Malasanità”. Il fatto che questo termine si sia imposto nel linguaggio, è già di per se stesso sintomatico. Poi, comunque, ci sono notevoli differenze da centro a centro, anche al Nord, molto dipende anche dal soggetto umano che incontri. Di massima, ritengo che il Sistema Lombardia (la Sanità è competenza delle Regioni) sia stato finora più o meno soddisfacente, con punte veramente di eccellenza a controbilanciare altre carenze (per esempio, dover ricorrere al Pronto Soccorso per il buco tra medico di base e assistenza richiesta specie nei fine-settimana o notturna… che, combinazione, anch’io ho avuto il mio problema proprio d’orecchio!).
    Piuttosto, non vedo un buon futuro. Perchè negli anni si è accumulato un debito nazionale che è un abisso, e la Sanità con le pensioni è la voce numero Uno di spesa. Già è in corso un limare strisciante di accorgimenti e balzelli di ridimensionamento, Ed è un percorso che vedo destinato a peggiorare. Aggiungi gli immigrati da ogni parte del mondo (si parla sempre del Mediterraneo e non dei sudamericani) di cui nessuno ufficialmente calcola il futuro carico sociale (già siamo disorganizzati come dimostrano gli sperperi accumulati negli anni, apparecchiature mediche d’avanguardia costose e lasciate negli scantinati, mancanza di infermieri preparati, latrocini questi sì, perchè bravi e lesti tutti a rubare), figurati chi riuscirà a dare ai nuovi arrivati istruzione, case e assistenza adeguata sanitaria.
    Tutti chiacchierano, i politici naturalmente e purtroppo non soltanto, grandi frasi a effetto, animi e platee roventi, ma pochi sanno stringere freddamente e stare ai fatti.

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    • Caro Guido, quando ho lasciato Bologna gli ospedali funzionavano, il servizio era buono e il mio medico generico eccellente. Certo, Londra e’ una metropoli molto diversa da Bologna per superficie e abitanti, ma sono certi inutili inceppi burocratici del sitema che mi lasciano davvero sbalordita. Non parliamo poi della situazione migranti (di cui io faccio involontariamente parte) che qui e’ drammatica, anche se essendo l’Inghilterra un’isola e’ forse un po’ piu’ sottocntrollo che in altri paesi come l’Italia. Non so che dire. Il mio post era uno sfogo sollecitato scherzosamente da un amico italiano. Ma temo che il peggio debba ancora venire….

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      • Non so quando hai lasciato Bologna, però è certo che l’Emilia in genere, a un certo momento, è stata riferimento di servizi sociali eccellenti.
        A parte la vitalità culturale di Bologna, non dimentichiamo che l’Emilia (vedi Modena, ad esempio) ha saputo assorbire e magnificamente integrare la rilevante immigrazione nostrana interna dal Sud.
        Adesso non so come sia “anche” l’Emilia. Ma non mi meraviglierebbe che “anche” l’Emilia risenta dello Jn che subentra puntuale allo yang… 🙂

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      • Sono partita nel 1999, un bel po’ di tempo fa. Una mia cara amica e’ medico in uno degli ospedali di Bologna e lamenta i tagli al budget e al personale, colleghi andati in pensione e non rimpiazzati e via discorrendo. E l’immigrazione e’ grande anche in Emilia, lo vedo ogni volta che rientro e all’aereoporto le code al controllo passaporti sono sempre piu’ lunghe. Penso che siamo arrivati allo Jing adesso anche li’… :/

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  3. Non immaginavo che la situazione fosse così drammatica nella tanto civile Inghilterra! Comunque ti sono vicina: soffro di otiti croniche e Dio solo sa cosa vuol dire piangere dal dolore…Spero tu sia guarita, un abbraccio. 🙂

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  4. Pingback: Should they Stay or Should they Go? L’Inghilterra di Brexit | Vita da Museo

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