Cuore Primitivo di Andrea De Carlo

Dalla mia permanenza a Bologna il mese scorso sono ritornata con un libro di Andrea De Carlo. Mi ero ripromessa di non comprare più libri quando sono in città che il microappartamento che condivido a Londra con la mia dolce metà (anche lui accanito lettore) ne è strapieno tanto che quasi non c’è più posto per noi. Ma naturalmente anche questa volta non ci sono riuscita, soprattutto quando alla libreria dell’aereoporto ho visto Cuore Primitivo.

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Ero insicura se prenderlo o no che ho amato molto i suoi libri (o almeno alcuni di essi) e ho continuato a leggerli con testarda costanza nonostante la sempre maggiore delusione che suscitano in me quelli che più che romanzi, sembrano sempre di più freddi esercizi di eloquenza e retorica sebbene molto ben scritti.

E devo dire che anche questo ultimo romanzo non è da meno: attento ai movimenti e alle ragioni profonde dell’animo umano, alle parole, alle sensazioni e a pensieri che tutti almeno una volta abbiamo provato e a cui magari abbiamo fatto fatica a dare srotolare.

Ma come mi è accaduto da Pura Vita in poi, anche questa volta i personaggi non mi hanno convinta fino in fondo: Mara Abbiati, scultrice di grandi gatti in pietra, tutta istinto e passione, Craig Nolan, famoso antropologo inglese, tutta razionalità e testa, e naturalmente lui, il terzo incomodo, Ivo Zanovelli, un costruttore con qualche ombra nella sua vita che con il suo arrivo ha buttato all’aria il precario equilibrio della coppia. I personaggi di De Carlo sono spesso difficili, sfuggenti, complessi e a volte proprio per questa loro sfaccettatura a volte difficili da amare. Ma nonostante tutta la loro complessa vitalità, le loro emozioni, la loro verosimiglianza che a momenti mi ha fatto simpatizzare con loro, non sono riuscita ad affezionarmi a Mara, Craig e Ivo, anzi: direi che il più delle volte ho provato per loro più fastidio che empatia.

Mi chiedo se Andrea de Carlo non continui a piacermi perché sono affezionata al ricordo delle emozioni che libri come Due di Due e di Noi Tre (e Arcodamore e Tecniche di Seduzione) hanno suscitato nella me stessa di un qualche anno fa e che mi ostino a cercare (o forse sperare?) di ritrovare. O se sono cambiata troppo e troppo irrimediabilmente per ritrovarmi ancora in quello che scrive. Non so. Peccato.

 

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6 pensieri su “Cuore Primitivo di Andrea De Carlo

  1. Arrischio una risposta basandomi sulle mie esperienze:
    noi cresciamo, si accumulano storie vissute e sentite e anche lette e (se si è fortunati e non si incorre nell’Alzheimer o ci si incarognisce sul passato e relativi pregiudizi) si matura. Quindi si ridimensiona. E resta solo quello che valido valido lo era veramente.

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    • Sì e’ vero: non si dovrebbe mai rileggere un libro che e’ stato MOLTO importante per noi in passato perche’ si rischia di rimanerne delusi. Quando ho letto “I dolori del giovane Wether” e “Le ultime lettere di Jacopo Ortis” avevo 17 anni, ero in quarta superiore e ho pianto come una fontana. Quando li ho riletti all’università qualche anno dopo li ho visti per quello che erano: il prodotto di un’epoca e di un movimento letterario ben preciso, e anche se continuano a piacermi molto non mi coinvolgono più emotivamente come da adolescente. E’ anche per questo che non voglio rileggere Due di Due: e’ un libro che ho amato moltissimo e che collego a persone e situazioni di un particolare periodo della mia vita ormai passato. Sono ricordi dolci-amari che tuttavia mi sono cari e non voglio rovinare… 🙂

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      • Uno dei limiti di gran parte della letteratura è proprio quello che tu dici: “il prodotto di un’epoca e di un movimento letterario ben preciso”.
        Difficilmente e sono pochissimi i lavori che riescono a superare questo limite.
        Se poi aggiungi un coinvolgimento e addentellati esterni a situazioni di cui il libro è parte e non soggetto a se stante – come mi sembra nel tuo caso – … figurarsi. Diventa come parlare di quel certo profumo vissuto quella certa volta con quella certa persona ecc. 🙂 E allora il giudizio su quel profumo diventa prettamente personale. Dico profumo ma potrei dire canzone… Mia madre in cima a una sedia pulendo i vetri cantava “Signorinella pallida…” a pieno cuore. Io sogghignavo. Per lei rappresentava qualcosa, evidentemente. Ma era ormai l’epoca del rock’n roll…. 🙂

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  2. Nel caso di De Carlo, l’avevo preso in mano anni fa, alla sua apparizione, ma l’avevo subito abbandonato. Mi sembrava un po’ un fighetto, però subito aggiungo che i giudizi riguardanti libri, cravatte e luoghi sono di una temerarietà riprovevole per la loro soggettività. Per cui: cancella il mio giudizio su De Carlo. 🙂

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