Dialogo della Natura e di un Islandese: Ragnar Kjartansson a Londra

La prima cosa che colpisce quando si varca la soglia della retrospettiva che la Barbican Art Gallery ha dedicato all’islandese Ragnar Kjartansson, è la musica. Dieci “trobadours” languidamente sdraiati su poltrone e materassi disposti ad arte sul pavimento, circondati da bottoglie di birra vuote, suonano languidamente una stupenda partitura polifonica stupenda con le loro chitarre, tutto il giorno per tutta la durata della mostra. La musica è incantevole, avvolgente, quasi ipnotica. Ma quella che i menestrelli cantano con tanto trasporto non è una semplice canzonetta dal ritornello un po’ malinconico, bensì il dialogo tra la casalinga annoiata e l’idraulico della pellicola soft-porn proiettata nella stessa sala. Il dialogo (“prendimi sulla lavastoviglie…”) è stato trasposto in musica da Kjartan Sveinsson, ex componente del gruppo rock islandese Sigur Rós. Gli attori sono i genitori dell’artista. Niente male come inizio: con Kjartansson, Sigmung Freud avrebbe trovato pane per i suoi denti…

Ragnar Kjartansson. Barbican Art Gallery. London 2016 © Paola Cacciari

Ragnar Kjartansson. Barbican Art Gallery. London 2016 © Paola Cacciari

Nato a Reykjavik nel 1976 da un’attrice e un regista teatrale, Kjartansson ha certamente avuto la sua parte di infanzia bohémien crescendo praticamente dietro le quinte del Reykjavik City Theatre. E indubbiamente la sua storia personale (ma non solo), fornisce materiale in abbondanza per una serie di performances fortemente emotive e se non si sta attenti, il pomeriggio passa in un baleno avvolto nel buio delle sale del Barbican immersi in un mondo surreale fatto di performance art, video, dipinti e tanta, tantissima musica.

“Il nome mi suona famigliare…” penso qualche giorno prima quando leggo la recensione sul Time Out London. E infatti scopro di aver già incontrato Ragnar Kjartansson, non una ma addirittura due volte e non in uno dei libri popolati da sassoni e vichinghi di Bernard Cornwell che tanto mi piace leggere, ma a La Biennale di Venezia, dove dove Kjartansson ha rappresentato l’Islanda prima nel 2009 e poi nel 2013 (anche se io questo non lo sapevo, che a La Biennale ci vado più per sacra curiosità che per reale interesse nell’arte contemporanea. E comunque Venezia è bellissima e ogni scusa è buona per andarci…).

Per molti, inclusa la sottoscritta, la sua barchetta di legno con la vela bianca, che salpava dolcemente da una banchina all’altra dell’Arsenale di Venezia con il suo carico di musicisti impegnati a suonare una bellissima musica dall’alba al tramonto (infatti i musicisti hanno suonato strumenti a fiato per sei ore al giorno per sei mesi), non era solo un’indimenticabile che celebrava marinai e navigatori, ma anche uno degli spettacoli più magici e surreali  dell’intera Biennale del 2013. Il video della S.S. Hangover (2 ore e 46 minuti) si ritrova nella retrospettiva del Barbican. Inutile dire che non l’ho riguardato tutto, ma solo un po’…

Ragnar Kjartansson. S.S. Hangover , La Biennale Venice 2013 © Paola Cacciari

Ragnar Kjartansson. S.S. Hangover, La Biennale Venice 2013 © Paola Cacciari

Una foto di Kjartansson e del suo amico Páll Haukur Björnsson che emerge da un pozzo veneziano pieno di bottiglie di birra mi riporta indietro nel tempo e sorrido al ricordo di questa bizzarra performance in cui sono incappata per puro caso mentre mi trovavo a Venezia a fare visita alla mia amica Marta. Quello che non ricordavo e’ che alla Biennale del 2009 Kjartansson ha abitato per sei mesi  il pianterreno di Palazzo Michiel dal Brusa splendido palazzo del XIV secolo sul Canal Grande, vicino al Ponte di Rialto, che ospitava per l’occasione il Padiglione Islandese, trasformato per l’occasione  in uno studio  bohémien, dipingendo instancabilmente dipinto il ritratto del collega-artista islandese Páll Haukur Björnsson, in varie pose, ma sempre inesorabilmente in costume da bagno, sigarette e birra in mano. Il risultato sono 144 tele che formano l’installazione The End, una parodia agrodolce dell’artista romantico che deve seguire la sua vocazione, anche se (in quel periodo) l’Islanda e’ in bancarotta e Venezia e’ impenetrabilmente grande. Una parodia che tuttavia tocca da vicino tocca la vita stessa di Kjartansson che come artista film-maker, musicista, scultore e performance artist, può solo interpretare la parte di un pittore.

Ragnar Kjartansson. La Biennale Venice 2009 © Paola Cacciari

Ragnar Kjartansson. La Biennale Venice 2009 © Paola Cacciari

 

Ragnar Kjartansson. La Biennale Venice 2009 © Paola Cacciari

Ragnar Kjartansson. La Biennale Venice 2009 © Paola Cacciari

Ma l’ironia di Kjartansson non solo verso sé stesso. A Lot of Sorrow mostra la gruppo indie rock americano The National sul palco davanti a un pubblico dal vivo al VW Dome al MoMA PS1 nel Maggio 2013; di fronte a sei telecamere che riprendono costantemente la performance da diversi punti di vista, la band suona la sua popolare canzone Sorrow (della durata di circa 3 minuti), per sei ore alla fine delle quali sfido chiunque ad essere ancora sano di mente. Il titolo della vide-installazione gioca sulla ripetizione e sul doppio significato. Certo, non so a quale punto del video sono entrata nella sala, ma Matt Berninger il chitarrista frontman della band sembra alquanto provato…

E questi della ripetizione e resistenza sembrano essere gli elementi comune a tutte le sue installazioni, questo spingere le cose agli estremi per vedere fino a che punto è possibile arrivare: ripetere una canzone, una performance, un dipinto. L’ombra dell’arte di Marina Abramovich, con le sue caratteristiche di durata e ripetizone, aleggia apertamente sull’opera di Kjartansson.

Da solo o in compagnia di altri amici-artisti, con ogni installazione Kjartanssonci trasporta in una dimensione diversa, dove gesti quotidiani ripetuti all’infinito. Immagini e suoni si fondono in canzoni ripetute all’infinito, e nulla è più vero che nell’apice assoluto dello show, The Visitors, un’installazione a nove schermi  il cui titolo è ispirato all’album finale degli ABBA, in cui il tempo e lo spazio sembrano fermarsi. Insieme ad un gruppo di amici musicisti islandesi, Kjartansson esegue una canzone scritta da Ásdís Sir Gunnarsdóttir, la sua ex moglie. Il risultato è una creazione meravigliosa, una rapsodia ipnotizzante che colpisce critta al cuore: una ninna nanna per consolare i cuori infranti come il suo, o un inno a chi è fortunato ad aver incontrato l’amore. Dura per più di un’ora, ma si potrebbe rimanere lì per sempre, avvolti dall’atmosfera magica di quella sala immersa nel buio. Una cosa è certa: è impossibile uscire dal Barbican senza un’opinione. Se riuscite ad uscire…

Londra//fino al 4 settembre 2016

Ragnar Kjartansson

barbican.org.uk

 

 

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