Fire! Fire! I 350 anni del Grande Incendio di Londra

Come si fa a raccontare la storia di un evento che non ha lasciato dietro di sè  praticamente nulla, a parte un ricordo indelebile?
Si fa. Per questo esistono i musei: per raccontare storie presenti e preservare la memoria di altre passate – sebbene con l’aiuto di qualche effetto speciale. Come fa Fire! Fire! la nuova mostra che il Museum of London ha allestito per commemorare il 350 anni del Grande Incendio di Londra, il peggiore evento della storia della Capitale – a parte l’aver avuto Boris Johnson come sindaco per otto anni.

The Great Fire of London of 1666 as recreated in a painting. Photograph ImagnoGetty Images

Bisogna ammettere che quella del Museum of London è una rievocazione molto teatrale e interattiva dell’Incendio, pensata decisamente per un pubblico di bambini (e per adulti che come me e la mia dolce meta’ si rifiutano ostinatamente di comportarsi come tali…) come dimostrano le descrizioni degli oggetti decisamente semplicistiche. Apro una parentesi: se da un lato la semplificazione e’ positiva, dall’altro la tendenza dei musei di oggi a semplificare decisamente troppo concetti che non necessiterebbero semplificazioni mi preoccupa moltissimo. Avevo già scritto una cosa al riguardo e chi è interessato può leggerla qui.

Fortunatamente non mancano anche oggetti “veri”: reperti archeologici e oggetti che in qualche modo sono scampati alle fiamme, brocche e boccali per il vino provenienti dalla cantina del sindaco in Guildhall, gli strumenti di un fabbro fusi in grumi di ferro arrugginito, e persino il pavimenti carbonizzato di una cantina – unico elemento supersite di un edificio vicino al negozio del fornaio in cui è divampato l’incendio, oltre ad una serie di malandati pezzi di pietra, argilla e metallo che il pubblico può toccare. Ci sono anche i resti carbonizzati di una tomba della vecchia cattedrale di St Paul’s appartenente al vescovo di Londra, Robert Braybrooke. Durante l’incendio il suo corpo mummificato (e perfettamente preservato) cadde fuori dal sarcofago e i londinesi accorsero a vederlo. Tra questi era Samuel Pepys, il più celebre diarista del tempo, che visitò la tomba il 12 Novembre 1666 e annotò sul suo diario che aveva ancora la pelle, ma che era secca e dura come il cuoio.

Nessuno aveva previsto quella che sarebbe stata la portata del disastro. Certamente non il sindaco di Londra, Sir Thomas Bloodworth che, svegliato dalla notizia dell’incendio si limitò a dichiarare che: “una donna lo potrebbe spegnere con una pisciata”. E forse avrebbe anche potuto avere ragione, se non fosse stato per il forte vento che spinse le fiamme verso quel dedalo di case di legno e paglia che costituiva la Londra Elisabettiana e Stuart, dove le case erano cosi vicine che due persone affacciate alla finestra potevano stringersi la mano e sulle cui strade strette si aprivano negozi dalle cantine stracolme di barili di grappa, olio e catrame, tutti materiali altamente infiammabili.

 A map showing the extent of the fire's damage Credit: The Museum of London

A map showing the extent of the fire’s damage Credit: The Museum of London

La panetteria di Thomas Farriner, in Pudding Lane non faceva eccezione. E fu proprio qui che, forse per colpa di una domestica che, forse troppo stanca per spegnere adeguatamente il forno prima di ritirarsi per la sera, poco dopo la mezzanotte del 2 Settembre 1666 alcuni tizzoni ardenti appiccarono fuoco a della legna posta nelle vicinanze. Se Farriner riuscì a scappare dall’edificio in fiamme insieme alla famiglia uscendo da una finestra del piano superiore, la suddetta domestica, troppo spaventata per uscire dalla finestra sul tetto della casa vicina divenne la prima vittima dell’incendio, passando così involontariamente alla storia.

L’unico che sembrava preoccuparsi dello stato delle cose era il nostro Samuel Pepys, che già alle 10am dello stesso giorno consigliava il re Carlo II di demolire le case per arrestare la diffusione delle fiamme. E visto che il sovrano non pareva decidersi ad agire, Pepys non perse tempo a scavare un buco nel giardino della sua casa di Seeting Lane, dove scrisse gran parte del diario e dove seppellì la sua preziosa forma di parmigiano per salvarlo dalle fiamme.

Nell’arco di quattro giorni, dal 2 al 5 Settembre, più di 13.000 case, 87 chiese, inclusa la gotica Cattedrale di St Paul’s, centinaia di negozi e pub furono ridotti ad un cumulo di ceneri inzuppate. Certo la tecnologia dell’epoca non fu di grande aiuto, basta guardare questo esemplare del XVII secolo di autopompa dei vigili del fuoco che, opportunamente restaurato, fa bella mostra di sé al centro dell’esibizione.

Fire engine, around 1678. London, 2016 © Paola Cacciari

Fire engine, around 1678. London, 2016 © Paola Cacciari

Il fuoco non risparmiò neanche Baynard Castle, il castello sul fiume costruito alla fine del XIII secolo, dove vissero molte delle mogli di Enrico VIII e dove, secondo la tradizione, a Riccardo di Gloucester fu offerta la corona nel 1483. Circa 100.000 persone restarono senza casa, ma sorprendentemente ci furono pochissime vittime – o meglio, furono poche le vittime identificate che il vero numero non si sapra’ mai.

Le nuove regole per la ricostruzione della City of London emesse nel 1667 erano chiare: strade più larghe, case  in mattoni e non troppo vicine tra loro, negozi senza insegne sporgenti in modo trasversale (le insegne dovevano essere fissate alla facciata o ad una un’altra parte della casa). Le case che si affacciavano sulle strade principali non potevano superare i quattro piani (prima del Grande incendio arrivavano anche a sei), mentre quelle sulle strade secondarie erano limitate a tre.

Plaque in Pudding Lane commemorating the Greta Fire of 1666. London, 2016 © Paola Cacciari

Plaque in Pudding Lane commemorating the Greta Fire of 1666. London, 2016 © Paola Cacciari

La città nata dalle ceneri di questo epico disastro è la città che conosciamo adesso. Dei pochi edifici Elisabettiani sopravvisuti all’incendio, alcuni furono successivamente demoliti in epoca vittoriana, altri dalle bombe tedesche durante la Seconda Guerra Mondiale. Anche se l’ambiziosa planimetria inizialmente ideata da Christopher Wren non fu mai realizzata, l’incendio diede all’architetto la possibilità di ricostruire la cattedrale di San Paolo e cinquantuno chiese parrocchiali, molte delle quali punteggiano ancora il panorama della Capitale. Oltre naturalmente al monumento che commemora il Great Fire resta, il Monument, a due passi da Pudding Lane.

Londra// fino al 17 Aprile 2017

Fire! Fire! al Museum of London

museumoflondon.org.uk

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