I cento giorni di Brexit

“Brexit means Brexit” ha annunciato solennemente Theresa May quando è stata nominata Primo Ministro britannico in quella che sembra una vita fa. Ma ora, a quattro mesi esatti da quel fatidico 23 Giugno 2016 in cui sono andata a dormire sicura del mio status di cittadina europea e mi sono svegliata la mattina dopo come immigrata extracomunitaria, nessuno sembra ancora sapere cosa esattamente significhi l’uscita dall’Unione Europea per il Regno Unito.  Quattro mesi in cui molto si è detto e davvero poco è stato fatto.

Ho scaricato le 80 pagine del modulo per richiedere la Permanent Residence Card e ho cominciato a raccogliere le “prove” (conti, bollette, buste paga etc etc) che ho vissuto, lavorato e pagato le tasse qui per più di 5 anni, ma ogni volta che guardo quelle pagine trovo immediatamente qualcosa di più interessante da fare: leggere un libro, scrivere un post per il mio blog… Persino fare le pulizie sembra preferibile a quel demoralizzante cumulo di carta. Il fatto è che spero ancora che questo modulo non sia necessario, che Theresa May prenda una decisione e che per noi “immigrati” di lunga data non sia necessario avere a che fare con tanta inutile burocrazia. Ma come me, l’intera nazione è ad un punto morto, bloccata in una terra di nessuno politica ed economica abitata da una crescente intolleranza e xenofobia . Nel frattempo l’elefante nella stanza si sta ingigantendo e sta diventando sempre più difficile ignoralo. Certamente i fautori dell’hard Brexit si sentono sempre più autorizzati ad esprimere le loro opinioni, e a farlo a voce sempre più alta. Non è un caso che i crimini legati all’intolleranza razziale e religiosa siano saliti del 57% nei quattro giorni successivi al referendum, assestandosi al momento ad un 41% più o meno stabile. L’Inghilterra post-Brexit sta diventando un luogo in cui chi ha voltato Remain non avrebbe mai pensato di trovarsi, e in cui dubito che anche molti di quelli che hanno voltato Leave avrebbero pensato di arrivare….

_91492235_may_getty

L’approccio approccio caotico e indeciso di Theresa May mi ricorda sempre più quella scena di Aprile in cui Nanni Moretti, coprendosi gli occhi durante un dibattito televisivo tra D’Alema e Berlusconi incitava d’Alema a dire una cosa di sinistra basta che dicesse qualcosa. Ma dopo aver affermato che “Brexit significa Brexit” la May ha messo mano alla riforma scolastica poco preoccupata (almeno così sembra) che il silenzio creato dall’attesa di una risposta sul futuro del Paese sia sempre più riempito dalle voci di coloro che vogliono un “hard Brexit” invece del “soft Brexit” auspicato da molti altri. E no, non si tartta di uova sode, ma del modo in cui il deve avvenire divorzio europeo, dove “hard” implica un’uscita non solo dalla UE ma anche dal mercato comune, mentre “soft”, implica il mantenere una relazione più stretta con il resto dell’Unione Europea, l’accesso al mercato unico, e qualche concessione sulla libera circolazione. Certamente Theresa May si è accorta che il divorzio dall’Europa non sarà poi una passeggiata quando gli altri capi di stato dell’Unione Europea hanno indicato che i negoziati su Brexit si svolgeranno in francese la lingua madre di Michel Barnier, l’ex-ministro degli Esteri francese (e che parla perfettamente l’inglese) prescelto dalla UE per condurre la trattativa con il governo britannico, una decisione che ha fatto infuriare il primo ministro britannico. E se il Governo britannico fa sapere che non intende nemmeno considerare la proposta, un portavoce della Commissione Europea non si sbilancia su quale sarà la lingua ufficiale della trattativa. Ouch!

March for Europe protest against the Brexit vote. Photograph Justin TallisAFP Getty Images

March for Europe protest against the Brexit vote. Photograph Justin TallisAFP Getty Images

Certo il nome Regno Unito al momento sembra un ossimoro, con il Primo ministro scozzese Nicola Sturgeon che ritiene che sia “democraticamente inaccettabile” che la Scozia debba lasciare l’UE quando ha votato per rimanere e minaccia un secondo referendum per l’indipendenza per il paese, mentre il Vice primo ministro dell’Irlanda del Nord Martin McGuinness non nasconde che l’impatto di Brexit per il suo Paese sarebbe “molto profondo” e che l’intera Irlanda dovrebbe poter votare sulla riunificazione riunificazione. A questo aggiungiamo la gente comune, nonni e nipoti e genitori e figli che sono ai ferri corti per via del referendum; persino mia suocera ha tristemente ammesso che la sua vicina di casa che conosce da 40 anni  e che ha votato per uscire, ora la evita perché sa che io sono “straniera” e che sia la mia dolce metà che i suoi fratelli sono europeisti convinti.

Dal giorno del Referendum le manifestazioni a favore del rimanere (e di cui nessuno parla) si sono susseguite per mesi in varie città del Paese, l’ultima delle quali la grande #MarchForEurope che si è tenuta a Londra in Settembre, ha attirato oltre diecimila sostenitori che hanno marciato da Hyde Park al Parlamento, con manifestazioni simultanee a Edimburgo, Birmingham, Oxford e Cambridge. Nei giorni immediatamente successivi al referendum qualcuno aveva iniziato una petizione online per dichiarare London indipendente dal Regno Unito e chiedere di aderire all’UE. Assurda come può sembrate, la petizione aveva nonostante tutto racconto migliaia di firme in poche ore. Chiaramente il fatto che metà del Paese volesse restare in Europa non va giù ai radicali di Brexit che considerano questo dissenso antidemocratico, tanto che un consigliere comunale dei Tories aveva iniziato una petizione (provocatoria, si spera) in cui chiedeva al parlamento britannico di punire come atto “di alto tradimento” punibile con l’ergastolo ogni attività contraria al risultato del referendum. E meno male, che fino al 1870 la pena per I reati di alto tradimento volevano il condannato impiccato, sviscerato e squartato!

La vita a Londra non è cambiata molto dopo Brexit. Ma d’altra parte Londra non è l’Inghilterra e non lo è mai stata. In un momento come questo in cui l’islamismo  non è esattamente la religione più popolare nel mondo occidentale, Londra ha eletto un sindato mussulmano. La vittoria di Sadiq Khan, il figlio di un autusta degli autobus cresciuto in una casa popolare,  è l’esempio lampante che Londra è un altro pianeta. E Khan non ha perso tempo nel mandare chiari segnali a tutti coloro che hanno fatto della Capitale la loro casa che Londra è aperta a tutti e lo sarà sempre.

Ma questo non ferma la retorica e le liti interne allo stesso Governo. Il ministro del tesoro Philip Hammond è in pieno disaccordo con Theresa May sulla politica economica da seguire preoccupato dall’impatto negativo che l’abolizione della libera circolazione avrà sull’economia britannica, quello degli Interni Amber Rudd voleva richiedere ad aziende e società di pubblicare la percentuale di personale straniero da loro impiegato, solo per poi fare marcia indietro davanti alla razione scandalizzata delle imprese che l’hanno accusata di fomentare la discriminazione e accusata di razzismo, mentre quello della Sanità Jeremy Hunt ha promesso che l’NHS, il servizio sanitario, impieghera’ più dottori e infermieri britannici così da smettere di fare affidamento sul personale straniero. “Grazie tante e tanti saluti” mi verrebbe da pensare se fossi uno dei tanti medici (come il neurochirurgo italiano che l’anno scorso ha operato mio suocero di un’emorragia celebrale) o infermieri che vengono dall’Europa, bel messaggio che il Governo sta mandando a tutti coloro che hanno lavorato sodo per anni per costruirsi una vita, pagando le tasse e contribuendo attivamente alla società!

Fino ad ora il governo si è rifiutato di fornire certezze sullo status dei cittadini europei che attualmente vivono nel Regno Unito, spiegando che ciò è possibile senza un impegno reciproco degli altri stati membri dell’UE riguardo i cittadini britannici residenti sul continente, limitandosi a dire che coloro che hanno vissuto nel Regno Unito per almeno cinque anni avranno il diritto di rimanere. E gli altri? Dipende dai negoziati su Brexit e dalla “volontà del Parlamento”, ha aggiunto il Ministro degli Esteri. La May ha detto che l’articolo 50 del trattato di Lisbona, che darà l’avvio a due anni di negoziati formali, verrà attivato entro la fine del mese di marzo 2017. Il che significa che il Regno Unito sarà fuori dell’UE entro l’estate del 2019. E che il Cielo ci assista.

Annunci

10 pensieri su “I cento giorni di Brexit

  1. Caro amico : con brexit almeno si è pareggiato il conto. Paradossalmente UK è diventato più “europeo”. Si è persa l’ “aura” inglese. Insomma “se la meritano la brexit” —tanto per citare Moretti’— un abbraccio e un ciao.

    Liked by 1 persona

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...