Le regole del gioco

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Sono sempre stata convinta che leggendo i trafiletti dei giornali si aprono illuminanti squarci di sociologia. Come quello di una professoressa di lingua e letteratura inglese che si  è fatta cacciare da uno Starbucks caffè in Manhattan perchè colpevole di essersi rifiutata di adeguarsi all’etichetta linguistica usata dalla catena di Americana. La suddetta proff. si era rifiutata di specificare nel suo ordine di un bagel se lo voleva without butter and cheese (senza burro o formaggio). La signora si è infuriata dicendo che il fatto che lo volesse senza burro o formaggio era già implicito nel fatto che avevese ordinato il suo bagel plain (semplice)  e per questo ha accusato lo staff dietro il banco di fascismo linguistico.

Ora, pur comprendendo le ragioni della proff. americana e la sua esasperazione davanti alla riluttanza del barista di servirla se non ripeteva la frase correttamente, la sua reazione mi pare un tantino esagerata. Che lavorando da anni nel cosiddetto customer service non posso che simpatizzare con lo staff di Starbucks. Perchè – che ci piaccia o no- ogni ambiente (lavorativo e non) posssiede un gergo, regole linguistiche che diventano parte della comunicazione quotidiana. Il problema incorre quando questo gergo, chiarissimo ai cosiddetti  “addetti ai lavori”, ma un po’ meno chiaro a chi non fa parte dell’ambiente e ci capita una volta tanto, diventa una barriera alla comunicazione. Barriera che potrebbe facilmente essere superata con un po’ di buona volontà da entrambe le parti. Che lo so per esperienza, visto che rischio la stessa reazione della sudetta proff. americana ogni volta che al museo qualcuno mi chiede -chessò- dov’è il ‘dipartimento’ di ceramica. Che per amor di esattezza (e per evitare a mia volta irate ripercussioni da parte di qualche fanatico che poi magari ritorna indietro, ripercorrendo l’edificio nella sua intera lunghezza, solo per farmi una scenata) devo chiedere se intendono gli uffici (ceramics department) o la galleria vera e propria (ceramics gallery). Che essere precisi non significa necessariamente essere pedanti. Ma questo certa gente non lo capisce e pensa che io sia: a) una forestiera tonta; b) mi diverta a far loro perdere tempo; c) all the above. Che alla fine io sto fornendo un servizio e se chi mi interpella per usufruire di questo servizio non si adegua (almeno un pochino) alle regole del gioco mettendomi in condizione di fare il mio lavoro non è colpa mia.  Che se ci si venisse un po’ incontro nelle piccole cose della vita sarebbe tutto più facile…

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4 pensieri su “Le regole del gioco

  1. Ecco, un lato positivo in cui in Italia si brilla come in alcun angolo del mondo.
    Esempio sintomatico l’ordine di una pizza. Che in barba a tutte le definizioni ufficiali puoi inventare al momento e non solo, ma anche ripensare e cambiare, e anche più volte, fin tanto poi non l’hai nel piatto. Qui utenza e servizio sono casinisti all’unisono, sceneggiata assicurata, e se no che gusto c’è a vivere?

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    • Parlando di pizza, qualche settimana fa sono andata a mangiare la pizza con un gruppo di colleghi in una pizzeria italiana gestita da italiani. Tra i colleghi c’erano un paio di italiani che si sono fatti fare praticamente la pizza su misura sotto gli occhi stupiti dei colleghi britannici esterefatti dalla richiesta e ancor piu’ dal fatto che ne’ la cameriera ne’ il pizzaiolo avessero battuto ciglio… Differenze culturali? 😉

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      • Mmvedi? Dimmi che non conosco i miei compatrioti, al millimetro con tutte le differenze da campanile a campanile, sì perché qui sotto ogni campanile cambia la legge, che a valere non è mai , per carità, quella scritta. Che anzi vale sì, ma per derogarla ad uso locale. INsisto: locale.

        Sai che ti ringrazio per avermi dato la notizia che mi hai dato? Servono sempre delle conferme. 🙂

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  2. Io non farei come la professoressa, ma credo che avesse ragione. Il racconto è molto significativo per l’uso delle parole e il “dominio” che spesso rappresentano. La professoressa forse lottava proprio contro ciò che ha definito “fascismo linguistico” . L’ambito è sicuramente molto leggero, ma l’atto di imposizione no.

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