American Dream: pop to the present @ British Museum

Dopo quella alla Royal Academy America after the fall, che si occupava dell’arte America dopo il crollo della borsa di Wall Street, eccovi un’altra mostra sull’arte Americana degli anni Cinquanta e Sessanta, questa volta al British Museum. Ma il fatto e’ che gli ultimi sessant’anni sono stati tra i più turbolenti ed eccitanti della storia americana. Anni che hanno visto l’omicidio di JFK, il lancio dell’Apollo 11 che per primo portò gli uomini sulla Luna, la guerra del Vietnam, le lotte razziali e quelle per i diritti degli omosessuali, l’AIDS, il terrorismo, le lotte sociali e di classe. American Art fa esattamente quello che dice di fare: esamina il modo in cui gli artisti americani hanno risposto a questi terremoti storico-sociali usando principalmente il mezzo della stampa.

Anche se i Cinesi arrivarono prima, la tecnica della stampa a caratteri mobili fu introdotta in Europa alla verso la metà del XV secolo Johannes Gensfleisch zum Gutenberg, tedesco di Magonza. E il mondo non fu mai più lo stesso. Rendendo possibile la rapida riproduzione in identiche copie di un testo scritto, si aumentò la circolazione della conoscenza, dando così a più persone la possibilità di leggere testi di ogni tipo e creando le premesse per la moderna libertà di informazione. Il fatto poi che i libri stampati, anche se ancora alti, fosse infinitamente più economici dei manoscritti rese la conoscenza una risorsa disponibile se non a tutti, a molti. Questo vale anche per le immagini e quando alla fine del XVIII secolo fu introdotta la tecnica della litografia, anche le immagini a colori e disegni realizzati a mano furono disponibili al grand pubblico.

Ma la stampa come arte fine a se stessa non è mai stata l’oggetto di una mostra, perlomeno non di una così grande come questa del British Museum opportunamente chiamata American Dream: Pop to the present. E già dalla prima sala preparatevi a stupirvi che a darci il benvenuto ci sono le grandi stelle della Pop Art degli anni Sessanta come Andy Warhol a Roy Lichtenstein che si sono impossessati della tecnica della stampa con l’entusiamo di bambini con un nuovo giocattolo. Il boom del dopoguerra diede a personaggi come Lichtenstein la possibilità di accedere con facilità alle stamperie e ai laboratori in cui si producevano immagini e per la prima volta il lavoro dell’artista si trasforma da opera solitaria a lavoro di squadra. La ripetizione degli stessi motivi vuole dare l’idea di una realtà come quella americana contemporanea, mediata da una mole di immagini che sono stampate e trasmesse allo stesso tempo. Ma se si cerca un filo conduttore, questo è dove ci si perde che la quantità di opre è così vasta che si salta dall’astrazione alla figurazione, dalla Pop Art a sezioni sull’HIV/Aids e femminismo lungo cinque decenni e a volte il tutto pare un po’ affrettato. Ma i volti in tecnicolor delle Marilyn Monroe di Warhol, le bandiere americane di Jasper Jones e il sole della California di Ed Rusha restano a ballare sulla retina per un bel po dopo che si e’ usciti dalla mostra. Ipnotici , nel vero senso della parola…

Edward Ruscha’s ‘Standard Station’ (1966) © Scala

Londra//fino al 18 Giugno 2017
American Dream: pop to the present.
The British Museum

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