Jennifer Packer: The Eye Is Not Satisfied With Seeing

La prima volta volta che ho sentito il nome di Jennifer Paker è stato durante la pausa pranzo un paio di settimane fa, quando la mia collega spagnola, come me entusiasta di mostre e musei, mi ha mostrato alcune foto sul suo smartphone. Non ho molta passione per l’arte contemporanea, ma devo dire che questa personale dedicata a quest’artista afro-americana mi ha entusiasmato.

La prima cosa che salta agli occhi entrando nella bianca quesite della Serpentine Gallery sono i colori sgargianti e la qualità fluida della sua pittura, rapida e al tempo stesso attenta ai dettagli (come i calzini multicolori della modella di Tia che sembrano voler uscire dalla tela). Dettagli che emergono come per magia dalla superficie del dipinto, riflettendo la sua preoccupazione per il visibile e l’invisibile.

Jennifer Packer, Tia, 2017. Collection of Joel Wachs. Photo: Paola Cacciari

Jennifer Packer è nata a Philadelphia 36 anni fa, vive e lavora nel Bronx. Generi tradizionali come il ritratto e la natura morta, sono avvicinati con approccio contemporaneo e al tempo stesso sono carichi dell’eredità emotiva del movimento Black Lives. E se le persone che popolano i suoi ritratti sono famigliari, amici e colleghi artisti, la sua scelta di rappresentare soggetti di colore è politica: “La rappresentazione, l’osservazione della vita, sono modi di testimoniare e condividere la testimonianza.”

Le sue figure sono fluide, fatte di acqua e aria, sembrano quasi dissolversi sotto i nostri occhi se non prestiamo la dovuta attenzione. Eric si appoggia allo schienale della sedia, perso nella sua mente, mentre posa per l’artista. Indossa calzini spaiati e vistose scarpe viola. Gli oggetti che lo circondano sembrano fluttuare intorno a lui come pensieri in libertà. Lo sguardo obliquo di Eric, le pieghe rigide della sua giacca: tutto è allo stesso tempo nitido e allo stesso tempo astratto. L’atmosfera del ritratto è pensosa come il suo soggetto. Eric Mack è un amico dell’artista e come lei pittore. E non è necessario leggere la spiegazione accanto al ritratto per sentire l’intimità che esistente tra loro.

Eric (II), 2013. Photo 2021 © Paola Cacciari

Ma sono le sue nature morte quelle che mi colpiscono di piú. Hanno una qualità tattile, vivente, sembra di poter sentirne il profumo, la morbidezza dei petali dei fiori, la consistenza delle foglie.

Dice la Packer “Avevo visto i quadri di Fantin Latour al Metropolitan Museum of New York e ho pensato che fossero straordinari. Ho pensato: Come può un dipinto di un bouquet di fiori essere più avvincente del ritratto che di una persona? Come sento l’umanità di una cosa?”

Sai Her Name (2017) è dedicato alla memoria di Sandra Bland, la donna afroamericana di 28 anni trovata morta in una cella di polizia nel 2015 dopo essere stata arrestata per una piccola violazione del codice stradale. I fiori della Packer sono un promemoria all’impermanenza della vita, al suo essere temporanea – come questo bouquet, idealmente posato sulla bara della Bland.

Jennifer Packer, Say Her Name, 2017. Courtesy the artist, Corvi-Mora, London, and Sikkema Jenkins & Co, New York. Photo: Paola Cacciari

2021 © Paola Cacciari

Londra//fino al 22 Agosto 2021

Jennifer Packer: The Eye Is Not Satisfied With Seeing

Serpentine Gallery South, Kensington Gardens

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