Un amore difficile

Già da bambina ero affascinata dalla Russia. Non so bene cosa abbia scatenato quell’interesse iniziale, so solo che mentre tutti sognavano l’America, io volevo andare in Russia. Sarà stato il desiderio bonario di andare in Unione Sovietica del Compagno Peppone, che faceva arrabbiare Don Camillo con le sue uscite su quella “terra promessa”, sarà stato quella strana scritta C.C.C.P. presente ovunque, dalle tute dei cosmonauti alle magliette dei calciatori sovietici ai mondiali di calcio del 1982.

Sono sempre stata una bambina curiosa. E l’essere cresciuta durante la Guerra Fredda non ha altro che stuzzicare la mia curiosità. Barricata com’era dietro la cortina di ferro, la Russia – anzi l’Unione Sovietica, era per me un luogo proibito e quindi esotico. Studiavo con passione la geografia e sapevo posizionare sulla cartina con esattezza non solo Mosca, San Pietroburgo, ma anche Novosibirsk, il lago Baikal, e gli arcipelaghi di Novaya e Severnaya Zemlya. Nella mia mente, quei nomi suonavano come la quintessenza dell’esotismo, e li pronunciavo con l’entusiasmo ignaro che solo chi non conosce affatto una lingua (e quindi non sa gli strafalcioni che dice) può permettersi.

Ero affascinata dalla storia semi-leggendaria di quel paese infinito, così grande da occupare undici fusi orari (uno dei paesi con il maggior numero di fusi orari del mondo), dalle figure semi-divine di Zar e Zarine, dalle foto della Piazza Rossa, dalle cupole a cipolla di San Basilio, dallo status quasi mitologico occupato nell’immaginario collettivo dal Teatro Bolshoi e dal balletto in genere. Mia madre adorava Nureyev (anche se non era del Bolshoi) e sospirava ogni volta che ne pronunciava il nome.

Ero affascinata dalla vastità di quel paese, che sembrava infinito e il cui confine andava dal Baltico al Pacifico; dall’Oceano Artico al Mar Caspio, dal quel suo non essere Asia, ma neanche del tutto Europa. Sapevo quanto fosse grande l’America, ma sapevo quanto fosse più grande la Russia.

Anche quando sono stata sconfitta dalla mole (Guerra e Pace), dalla disperazione (Delitto e Castigo) e dal criptico surrealismo (Il Maestro e Margherita) della sua letteratura, non mi sono arresa. Ho studiato la storia e ho cercato di capirne la cultura. Ho persino cercato di imparare la lingua. Quando vi sono ritornata anni dopo, più matura e con più esperienze alle spalle, me ne sono innamorata più che mai. E poi la musica. E il balletto.

Per questo è così doloroso per me assistere alla carneficina che Putin sta infliggendo all’Ucraina. Alcuni tra i miei artisti scrittori e musicisti vengono da quel paese. Nikolai Gogol, Mikail Bulgakov e Aleksandr Solzhenitsyn. E Ilya Repin e Mikhail Larionov. E Sergei Prokofiev, l’autore della più incredibile suite musicale, The Dance of the Knights per per il più incredibile dei balletti, Romeo and Juliet di Kenneth McMillan. Persino la più famosa donna cecchino sovietica, Lyudmila Pavlichenko era ucraina.

E’ come assistere ad una guerra fratricida. Mi sembra puro autolesionismo.

Ukraine flag above the V&A, London 2022 © Paola Cacciari

A woman places flowers at  Saint Volodymyr in Holland Park, London 2022 © Paola Cacciari

14 thoughts on “Un amore difficile

  1. Una cosa che non capisco (e il punto di domanda mi è insorto proprio leggendoti) è come mai
    la Storia-Russia sia una sequenza ininterrotta di dittature con uno zar e corte di privilegiati al suo servizio ben lontani dal “popolo”, per il quale il cappotto è un lusso e che passa il tempo libero a fare code.
    Zar-Putin senza soluzione di continuità.
    In questo, l’Inghilterra con la sua ben nota Magna Charta e la Francia Illuminista e del Terzo Stato sono dei fari.
    Forse, quanto sto dicendo, c’entra poco col tuo post.
    Nel dubbio che sia così, confido sulla tua comprensione.

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    1. Qui ci vorrebbe un saggio… 🤔
      Le ragioni sono storiche e culturali, ma soprattutto geografiche.
      Sostanzialmente il popolo russo ama la stabilità che un leader forte può dare al paese. Non dimentichiamo che geograficamente le frontiere russe sono lunghe e aperte e pressocché prive di difese naturali, e nel corso dei secoli hanno subito numerose invasioni – da quella mongola del 1237 che portò morte, devastazione e schiavitù e durò fino al 1480, a quella tedesca del 1941.
      Per questo, nonostante la grande diffidenza con cui trattino i funzionari locali, i russi potrebbero appoggiare chiunque offra loro sicurezza da attacchi esterni. Affermare che la Russia è in pericolo sembra essere il mondo migliore per un aspirante leader per salire al potere. E questo ha fatto Putin sin dall’inizio in modo più o meno evidente – le insinuazioni che la NATO sia una minaccia militare per la Russia, non è una cosa di adesso.
      Questo in parte spiega perché molti russi, soprattutto quelli della vecchia generazione, siano ancora con Putin nonostante l’evidenza contraria. Chi ha vissuto il caos degli anni ’90, quando la proprietà statale fu veduta per quattro soldi agli oligarchi (anche strutture statali come ospedali, scuole e case per anziani che furono lasciate andare in malora), mentre pensionati, insegnanti e infermieri venivano pagati in ritardo o non venivano pagati affatto. Sotto di lui la vita materiale è notevolmente migliorata, sono aumentati il benessere e l’accesso a beni di consumo “capitalisti” mai visti durante i settant’anni di URSS (almeno fino all’invasione dell’Ucraina che ha fatto sospendere l’attività a praticamente tutte le compagnie occidentali). A differenza dei più giovani poi, che assorbono le notizie dai social media, le generazioni più anziane non hanno altri canali che la TV di stato, che naturalmente è dominata dalla propaganda pro-Putin. E in questo nulla è cambiato con il regime degli Zar, che basavano il loro regno sull’assolutismo e sull’ignoranza della popolazione che li considerava divini. Putin non può dire di essere divino, ma può usare lo stesso sistema dei suoi predecessori, che o
      ieri come oggi, intellettuali, giornalisti e chiunque in grado di pensare con la propria testa sono i primi ad essere ‘epurati’ (Anna Politkovskaya una tra tanti).
      E’ un po’ fungina come risposta, ma spero che abbia senso…

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  2. Non ho mai avuto il tuo stesso mito ma ovviamente ne ho apprezzato la letteratura. Però, grazie al mio lavoro ebbi modo di conoscerne diversi. Certo, erano un campione statistico irrilevante ma era già tanto se si considera che, nel periodo della guerra fredda, qui ci avevano inculcato l’idea che di la vi fossero dei mostri sanguinari pronti e desiderosi di invaderci. Invece, quando grazie al circuito delle feste dell’unità vennero qui in Italia questi artisti (circensi, ballerini e cantanti) imparai una lezione: non era vero un cazzo di quello che ci raccontavano. E imparai anche un’altra cosa: a loro raccontavano la stessa identica cosa. Certo, all’inizio non fu facile. Erano costantemente scortati da due agenti che ci tenevano a distanza di sicurezza e li controllavano ma…nel paese della caciara per eccellenza alla fine pure i due satrapi mollarono la presa e così riuscii a parlare con molti di loro. A dire il vero fui mio malgrado, proprio io la causa di quel disgelo! Ad ogni modo, semplicemente eravamo tutti ragazzi, tutti uguali e con nessuna voglia di fare guerre a nessuno ma, per qualche ragione si era deciso che il mondo doveva essere diviso. Oggi credo che si voglia riportare la lancetta indietro e si rivoglia un mondo di nazioni divise. Peccato.

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      1. Già ma soprattutto peccato che, dopo la fine della guerra fredda, per un attimo è sembrato davvero che il mondo potesse cambiare e diventare un’unica casa.

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