There’s a Starman waiting in the sky: addio a David Bowie

Sono passati cinque anni dalla sua morte, ma il ricordo del genio di David Bowie resta immutato. ❤

Vita da Museo

L’10 Gennaio 2016 rimarrà per sempre per me il giorno in cui Starman è tornato tra le stelle. Con la morte di David Bowie è scomparso un pezzo della mia vita che non ritornerà mai più.

Quella parte che sognava il ritorno di Major Tom dallo spazio, cosicché potesse dire lui a sua moglie che l’amava invece di ground control. O quella che, esaltata dalla scoperta di Video Music, ascoltava Let’s Dance a tutto volume con il suo primo stereo, uno di quei giganteschi boom boxes che andavano tanto di moda con i rappers degli anni Ottanta e gli adolescenti di tutto il mondo. Certamente con David Bowie è definitivamente scomparsa quella parte di me che a quindici anni lo osservava a bocca aperta in televisione mentre, sul palco del Live Aid, cantava Under Pressurecon quell’altro grande assente della vita, Freddie Mercury, certa del fatto che…

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David Bowie – “Heroes”

David Bowie – “Heroes” – Live at Earls Court – 1978

Heroes

I, I will be king
And you, you will be queen
Though nothing will drive them away
We can beat them, just for one day
We can be heroes, just for one day

And you, you can be mean
And I, I’ll drink all the time
‘Cause we’re lovers, and that is a fact
Yes we’re lovers, and that is that
Though nothing will keep us together
We could steal time just for one day
We can be heroes for ever and ever
What d’you say?

I, I wish you could swim
Like the dolphins, like dolphins can swim
Though nothing, nothing will keep us together
We can beat them, for ever and ever
Oh we can be Heroes, just for one day

I, I will be king
And you, you will be queen
Though nothing will drive them away
We can be Heroes, just for one day
We can be us, just for one dayI, I can remember (I remember)
Standing, by the wall (by the wall)
And the guns, shot above our heads (over our heads)
And we kissed, as though nothing could fall (nothing could fall)
And the shame, was on the other side
Oh we can beat them, for ever and ever
Then we could be Heroes, just for one day

We can be Heroes
We can be Heroes
We can be Heroes
Just for one day
We can be Heroes

We’re nothing, and nothing will help us
Maybe we’re lying, then you better not stay
But we could be safer, just for one day

Oh-oh-oh-ohh, oh-oh-oh-ohh, just for one day

Brexit, fine della storia 😔

La Brexit è finita, Lunga vita alla Brexit! mi verrebbe da dire parafrasando la famosa frase “Il re è morto, lunga vita al re!” la frase tradizionale utilizzata per annunciare la morte del sovrano e al tempo stesso annunciarne il successore (un po’ come dire “Morto un papa, se ne fa un altro”). Ma le similitudini ci sono eccome, se non altro nel fatto che il 2021 segna la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra. E come nell’avvicendarsi dei sovrani, nessuno può dire con certezza cosa ci riserverà il futuro.

Girl with Balloon, Banksy

Per molti in Gran Bretagna primo di Gennaio 2021 è stato un giorno da celebrare. Che l’uscita dall’UE, per coloro che l’hanno voluta almeno, è un momento di riconquista dell’indipendenza e di ripresa del controllo, l’inizio di un nuovo capitolo nella storia del Paese lontano dall’interferenza dell’Unione Europea.

Ma per tutti altri, per quelli che hanno votato per restare o che nel 2016 erano troppo giovani per votare (come le mie nipoti), oltre che per le migliaia di cittadini europei (me inclusa) che, nonostante abbiano vissuto in Gran Bretagna per anni, non hanno avuto la possibilità di esprimere la loro opinione in merito – per tutti gli altri dicevo, è stato un giorno molto triste. La partenza della Gran Bretagna rimane “un tragico errore nazionale” scrive il Guardian, aggiungendo che la nazione si è auto-espulsa da “un’unione che faceva bene a questo Paese e al mondo”. Dal canto suo, Michael Heseltine, il carismatico ex vice primo ministro conservatore, non modera le parole: per lui la Brexit è semplicemente “la peggiore decisione del nostro tempo.”

E comunque paradossalmente, lungi dall’esserne la fine, il per molti il primo Gennaio 2021 è solo l’inizio dei grattacapi – anche se la portata degli effetti dell’uscita della Gran Bretagna dall’UE si vedrà solo nei mesi a seguire, quando le minuzie dell’accordo, le cosidette “small prints” cominceranno ad emergere, portando alla luce tuta una serie di futuri grattacapi che prima non esistevano per la politica britannica. Come i nuovi controlli sull’immigrazione, per esempio. O il mantenimento dell’allineamento normativo, lo stato delle industrie fornitrici di servizi, la pesca, l’accesso ai database, la cooperazione per la difesa. Senza dimenticare l’ambigua posizione dell’Irlanda del Nord all’interno dell’accordo.

E non dimentichiamo il motivo principale per cui l’UE è stata istituita, per riparare agli orrori e alle distruzioni della seconda guerra mondiale. Sulla scia del risultato del referendum sulla Brexit, è stato spesso ripetuto che le generazioni più anziane siano state le più propense a votare per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Ma come mostra un interessantissimo articolo della London School of Economics (LSE), pare che tra i veterani della Seconda Gerra Mondiale, l’amore per l’UE sia quasi paragonabile a quello dei giovani. La vera responsabilita’ della Brexit risiede, oltre che con la destra conservatrice e populista, con le generazioni immediatamente successive a coloro che la guerra l’hanno fatta in prima persona, e che hanno lottato per un ideale di libertà e pace. Come sempre la storia spiega molte cose. Le generazioni crescute nel dopoguerra, e negli anni Sessanta e Settanta si trovarono ad affrontare eventi epocali come la perdita dell’Impero Britannico, così come la prima immigrazione di massa dal Commonwealth, la cosidetta Windrush Generation – eventi che hanno inciso non poco nell’alimentare una crescente insicurezza sull’identità britannica. Insicurezza espressa dapprima nell’ Immigration Acts del 1962 e poi, sem[pre piu’ violentemente, nel famigerato discorso di Enoch Powell tenuto nell’Aprile 1968 a Birmingham (passato alla storia come Rivers of Blood Speech, anche se Powell lo chiamò sempre “il discorso di Birmingham”) in cui il politico criticava l’immigrazione di massa, in particolare l’immigrazione quella proveninete dagli stati ex Commonwealth verso il Regno Unito.

Basterebbe guardare indietro, alla storia recente per vedere che durante i periodi in cui le identità nazionali sono minacciate, che queste ultime diventano armi letali nelle mani di politici populisti (Farage, Salvini) che come si è visto fin troppo bene nel caso della Brexit, ne fanno ampio so per plasmare le opinioni degli individui a lungo nel futuro.

Gia’ nel gennaio del 2020 gli attivisti anti-Brexit di Led By Donkeys avevano detto addio all’Unione Europea (che allora entrava nel periodo di transizione) con un commovente video proiettato sulle bianche scogliere di Dover in cui Sid, 95 anni, e Stephen 98 anni, due ex veterani della Seconda Guerra Mondiale, parlano all’Europa.

Rivolgendosi all’Europa Sidney, tiratore scelto che ha combattuto in Francia, Olanda, Belgio e Germania durante il conflitto, ha detto: “Guardate dalla vostra parte alla nostra, guardate a queste bianche scogliere: avrete la sensazione che vi stiamo guardando e che vogliamo stare insieme, e saremo insieme tra non molto, ne sono sicuro.”

“Questa è la nostra stella, prendetevene cura” 💔🇬🇧 🇪🇺

Paola Cacciari © 2021

Ripensando (ancora) al 2020…

Che anno.

Il 2020 è stato un anno di perdite immani, a livello personale e universale. E’ stato l’anno dei non-abbracci e dei saluti toccandosi i gomiti, delle cantate alle finestre e dei battimani per gli operartori sanitari il giovedì alle 8pm; della ginnastica online, delle videochiamate su Skype con padre e suocera ultraottantenni e degli aperitivi su zoom con le amiche, della caccia alla carta igienica, dei neologismi (covidioti), dei meeting di lavoro su Team, dei quadri famosi ricreati da singoli o gruppi e postati su Instagram.

Ma è anche stato un anno di grandissima crescita interiore. Un anno in cui ho capito davvero il significato della parola resilience e di quanto le mie passeggiate quotidane al parco o per le strade del mio quartiere a fotografare i colori della primavera prima e dell’autunno poi, siano state (e lo sono ancora, nonostante il freddo!) vitali per il mio benessere psicofisico. Oltre naturalmente all’amore e all’amicizia delle persone importanti che popolano la mia vita, la famiglia, gli amici (italiani e londinesi) e molti colleghi che durante questo periodo sono divenuti veri amici.

Ho sempre detto che il mio lavoro ideale sarebbe stato fare la studentessa a vita o quantomeno ritagliarmi una carriera universitaria (e per un periodo ci ho pure creduto, che fosse possibile dico per una persona assolutamente priva contatti come lo ero io, accedere ad un dottorato di ricerca per puri meriti accademici. Naturalmete mi sbagliavo…). La combinazione quarantena + integrazione è stata la cosa più vicina a al mio sogno di essere pagata (nonostante meno del normale) per studiare. E l’ho fatto avidamente, sfruttando corsi online semi-gratuiti su LinkedIn, FutureLearn, Coursera.

Ho scoperto quel pozzo senza fondo che è Amazon Prime Video (OK, è la storia della mia vita arrivare sempre tardi su tutto… 😉😂) e ho ampliato considerevolemnte la mia educazione cinematografica contemporanea, con grande gioia del mio collega/regista.

Ho iniziato a studiare seriamente (o almeno più seramente di quanto avevo fatto in passato) il russo, anche grazie ai numerosi film e sceneggiati storici in lingua originale con sottotitoli in inglese gentilmente forniti dalla suddetta Prime Video. Ho imparato molto su Caterina II la Grande (Ekaterina), Sophia e Godunov, oltre ad essermi acculturata non poco sul ruolo pienamnete operativo avuto dalle donne nell’esercito dell’Armata Rossa durante la Prima e Seconda Guerra Mondiale – dalle donne pilota del 46º Reggimento guardie di Taman per il bombardamento leggero notturno, e soprannominate dai tedeschi Streghe della Notte, l’asso dell’aeronautica militare Sovietica, Lydia Litvyak, e il cecchino Lyudmila Pavlichenko, soprannominata dagli americani Lady Death.

Ho goduto a piene mani dei repertori di opera e danza messi a disposizione gratuitamente dalla Royal Opera House di Londra, al Metropolitan di New York e al Bolshoi di Mosca sui loro canali YouTube seduta sul mio divano.

E naturalmente ho letto moltissimo, soprattutto non-fiction approfondendo temi su cui mi ero sempre soffermata poco e male perché ancora troppo vicini a me, come la Seconda Guerra Mondiale (i nonni) e la Guerra Fredda (la mia gioventù) e per questo molto inquietanti.

Ma proprio guardando l’arte e il balletto online, ho capito quanto sia importante per me il vivere fisicamente qualcosa come l’Arte, in tutte le sue forme. Cose semplici come il prendere l’autobus o la metro dopo una giornata passata la museo, incontrare la mia amica e opera buddy (compagna di opera e balletto) nel foyer della Royal Opera House, il chiacchierare della giornata passata leggendo il programma della performance e pregustare la maestrie delle etoiles, guardare e silenziosamente , il prendere posto sulla balconata, l’attesa elettrizzante prima dello spettacolo al vivo, incrociando le dita pur sapendo che sarebbe stato bellissimo.

Ho capito quanto mi piaccia il mio lavoro al museo, e quanto mi piacciano i miei colleghi, quel gruppo di persone così stimolanti e diverse tra loro per età, sesso, e provenienza geografica e culturale e quanto mi dispiacerebbe perdere tutto questo. Ma sarà quel che sarà, per cui largo al 2021.

E incrociamo le dita! 🤞🙏

2020 ©Paola Cacciari

Davanti al dolore degli altri di Susan Sontag

Sarà l’atmosfera del Covid, satura di metafore relative alla guerra (battaglia, nemico, vittoria etc etc) e di dolore, sarà che le letture che sto facendo in questo momento vanno anch’esse in quella direzione, ma mi e’ venuto da riflettere su una delle mie passioni, il fotogiornalismo, e in particolare sulla fotografia come documneto di guerra.

In un vecchio post del 2015, scritto di getto sull’onda delle emozioni suscitate in me dalla visita di una stupenda mostra a Tate Modern dedicata a 150 anni della fotografia di guerra intitolata Conflict, Time, Photography, rifletto che “Il potere evocativo della fotografia è immenso, ti costringe a guardare alle cose dal punto di vista del fotografo anche se a volte le cose fotografate non sono belle. Ma questa mostra bella lo è davvero, per quanto sembri assurdo mettere nella stessa frase il termine “guerra” e l’aggettivo “bella.”

Può la fotografia di guerra essere “bella”? Me lo sono chiesto molte volte. E pare se lo sia chiesto anche Susan Sontag (1933-2004) in questo suo magnifico saggio, Regarding the Pain of Others (tradotto in italiano da Hoepli come Davanti al dolore degli altri nel 2003). Pubblicato nel 2003, prima della sua morte avvenuta nel 2004, Regarding the Pain of Others è stato l’ultimo libro della Sontag (una sorta di continuazione ideale del suo precedentescritto On Photography del 1977) in cui si propone di rispondere a una delle tre domande poste nel libro Le Tre Guinee di Virginia Woolf:Come possiamo, secondo te, prevenire la guerra?

Non c’è forse qualcosa di perverso nel vedere la bellezza nel dolore degli altri, nell’osservare la sofferenza e la distruzione altrui con gli stessi canoni estetici in cui osserviamo una delle tante versioni pittoriche del San Sebastiano o de Lo scuoiamento di Marsia? E’ possibile guardare al dolore degli altri (persone vere, morte o morenti e che forse moriranno) senza vederlo, o almeno senza vederlo più? E’ qualcosa che continua a stupirmi. Ma la fotografia, anche se di guerra, è pur sempre un’arte visiva e come tale soggetta ad un canone estetico – anche se c’è chi sostiene che un certo tipo di fotografia non dovrebbe essere affatto bella in quanto distrae dal soggetto. Quello tra documento e opera d’arte è un delicato equilibrio destinato a dare segnali confusi.

Sono una grande appassionata di fotogiornalismo e le immagini di grandi fotografi come Robert Capa e Don McCullin sono splendide – anche se sono la prima ad ammettere che l’aggettivo “splendido” assume un connotato strano quando è usato per descrivere il viso immobile e lo sguardo fisso del giovane marine americano profondamente traumatizzato aggrappato al suo fucile sulla copertina dell’edizione inglese del libro della Sontag. Quest’immagine non cessa mai di stupirmi e al tempo stesso farmi sentire un’intrusa nell’anima violentata del soldato. Eppure l’aspetto estetico è innegabile: la composizione, l’uso del bianco e nero, la storia. In quella tragedia c’è un provocatorio tipo di bellezza che punta il dito contro l’inutilità della guerra.

Ogni fotoreporter che abbia sperimentato in prima persona l’orrore del campo di battaglia, ha la speranza che le sue immagini possano comunicare a chi le osserva le stesse emozioni, suscitare lo stesso orrore, la stessa repulsione. Ma, conclude la Sontag, coloro che non hanno vissuto queste cose in prima persona “non possono capire, non possono immaginare” le esperienze che tali immagini rappresentano. vero. quando la realtà diventa troppo, possiamo sempre cambiare canale o chiudere il libro.

2020© Paola Cacciari

I Nobel italiani per la letteratura – Giosuè Carducci, il primo italiano vincitore del Premio

Questa la motivazione per il premio assegnato a Giosuè Carducci: «Non solo in riconoscimento dei suoi profondi insegnamenti e ricerche critiche, ma su tutto un tributo all’energia creativa, alla purezza dello stile e alla forza lirica che caratterizza il suo capolavoro di poetica». Continue reading I Nobel italiani per la letteratura – Giosuè Carducci, il…

I Nobel italiani per la letteratura – Giosuè Carducci, il primo italiano vincitore del Premio

The Shadow of the Sun (Ebano) di Ryszard Kapuściński

L’Africa. Questa sconosciuta. Nonostante a scuola avessi una vera e propria passione per la geografia, non sono mai riuscita ad appassionarmi a quella africana. Il memorizzare il nome degli stati e la loro posizione geografica in quell’immenso continente è sempre stato per me come cercare di trattenere sabbia tra le dita. Non sono mai riuscita a farmi una ragione di tutte quelle linee dritte, tracciate a tavolino che servivano da confini al posto di fiumi e catene montuose. Il grande merito di Ryszard Kapuscinski (1932-2007) è stato quello di avermi aiutato a capire un po’ meglio mondo per me ancora molto enigmatico.

Per quasi 30 anni infatti Kapuscinski è stato corrispondente estero per l’agenzia di stampa polacca, un periodo durante il quale è stato testimone di episodi cruciali e terribili e ha assistito a 27 tra rivoluzioni e colpi di stato – il colpo di Stato del 1966 in Nigeria; la terribile carestia nell’Etiopia di Menghistu e la sua ingloriosa caduta; la presa del potere in Uganda dello spietato dittatore Idi Amin; il tremendo genocidio in Ruanda del 1994, le conseguenze dell’interminabile guerra civile in Sudan; il desolante lascito della guerra tra i sanguinari ed inetti signori della guerra liberiani, coi loro bambini soldato. Ricordo alcuni di questi eventi, più o meno chiaramente – almeno quelli accaduti dagli anni Settanta in poi. Ma ancora adesso quando si tratta di capire le ragioni alla base dei confitti ancora in corso, finisco sempre con il rinunciare. Semplicemete non conosco abbastanza la cultura del luogo per comprendere i radicati odi tribali o di casta che in qualunque momento possono scatenare sanguinosi massacri di cui, a farne le spese, è semprela popolazione.

Pubblicato nel 1998, e tradotto in Italia da Feltrinelli nel 2000 con il nome di Ebano, questo libro offre un compendio delle più significative avventure di un bianco europeo in un continente al tempo stesso antico, e giovane e vitale com’era l’Africa degli anni Sessanta e Settanta, appena passata dal colonialismo all’indipendenza. A partire dalla sua prima esperienza nel 1957 in un Ghana da poco divenuto indipendente, per arrivare fino agli anni Novanta in Nigeria, Etiopia ed Eritrea, Kapuściński racconta il passaggio di questa terra dallo sfrenato entusiasmo per l’indipendenza alla disillusione post coloniale. Un mondo abbandonato a se stesso e lasciato alla mercè di corruzione e instabilità, dominato da continue lotte di potere e colpi di stato, spesso legati alla lotta tra Occidente e imperialismo sovietico nella Guerra Fredda.

Spostandosi spesso con mezzi pubblici poco affidabili, chiedendo passaggi a chi per lavoro poteva giungere nelle zone meno conosciute, incontrando la gente comune Kapuscinski è andato alla ricerca dell’essenza di questa terra e dei popoli che la abitano; popoli regolarmente in lotta tra loro, in un ambiente ostile, duro e spietato che per sopravvivere a questo permanente senso di precarietà hanno sviluppato un fatalismo che farebbe invidia a Dostoevsky. In questo mondo cui la razionalita occidentale non trova spazio, il soprannaturale diventa l’unico rifugio dalla realtà – e dove un ciuffo di penne di gallo bianche appese allo stipite di una porta basta a scoraggiare i malintenzionati e potenziali ladri. E dove nulla di quello che si rompe viene riparato, perché anche una buca in mezzo ad una strada può incredibilmente diventare una fonte di guadagno ed opportunità per anni a venire.

Un’altro autore da aggiungere alla mia lista degli scrittori “importanti”.

2020© Paola Cacciari