Rankin x Sergei x Husky Loops = Tempo

Sergei x Rankin(2018) Music “Tempo” by Husky Loops

Questo accade quando Sergei Polunin è lasciato completamente libero di esplorare le sue emozioni tramite il movimento. 🙂

Grazie al fotografo di moda (e non solo) Rankin e al suo website Hunger Magazine  per questa chicca! 🙂

#Polunin

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Generation (Se)X and the city

Quando hai superato i trent’anni, sei in una realazione stabile, hai una casa (seppure non tua), un lavoro e il tuo compagno vuole mettere su famiglia e tu come donna hai solo voglia di metterti ad urlare, capisci che c’è qualcosa che non va. E se per alcune nella mia situazione (mica sono la sola, Elizabeth Gilbert ci ha pure scritto sopra un libro, Mangia Prega Ama), forse la cosa più normale per comprendere questo dilemma sarebbe stato consultare uno psicologo come il mio (ora ex) compagno mi aveva suggerito di fare a a suo tempo (come se il fatto di essere donna fosse sufficiente a dotarti di istinto materno e desiderio di riprodursi alla nascita) io consultavo Carrie Bradshaw. In quello strano periodo della mia vita, la bionda eroina di Sex and the City e le sue amiche, Charlotte, Miranda e Samantha erano il mio oracolo. Che in fatto di relazioni complicate e dilemmi esistenziali  nulla batteva il mitico quartetto di Manhattan.

Sono passati vent’anni da quel Giugno 1998 quando Carrie e la sua svolazzante gonna a tutù bianca sono entrate nella mia vita (e in quella di molte altre persone, anche solo di riflesso e forzatamente come sostiene la “mia dolce metà”) e mi pare appropriato soffermarmi un attimo sul quanto quella serie televisiva sia stata importante per una generazione di donne che si sono come me trovate ad attraversare la vita negli anni Novanta.

Certo, il cosidetto Girl Talk, la chiacchierata tra amiche davanti ad un caffè o una birretta fresca c’è sempre stato. Ma questo era e rimaneva: una stanza segreta in cui gli uomini non eravano. E questo era vero soprattutto in TV, dove non era mai accaduto che si parlasse senza filtri di uomini e sesso in modo così libero e naturale.

Con Sex and the City era la prima volta che quattro donne apparivano in una serie TV non (o ameno non solo) in qualità di mogli, figlie, amanti o svampite del maschio di turno, ma come personaggi a tutto tondo. Quelli di Carrie, Miranda, Charlotte e Samantha sono personaggi ironici, dinamici, divertenti e senza paura. Parliamone.

Libere e indipendenti, queste quattro donne si prendono la licenza non solo di parlare (in TV e in prima serata) apertamente di sesso, ma di trattarlo come per generazioni hanno fatto gli uomini, senza per questo essere giudicate secondo i canoni della doppia morale. Per la prima volta anche alle donne era data ufficialmente la licenza di esplorare la vita a proprio piacimento e la libertà di trovare la propria strada senza paura di essere giudicate.

Ma la cosa che più mi piaceva di Carrie & C. era che, nonostante la bellezza, il denaro (o la sua mancaza) le belle case, i pranzi in ristoranti trendy, le quattro avevano gli stessi difetti e di problemi comuni a molte altre donne (meno le scarpe di Manolo Blahnik o gli abiti frimati, almeno nel mio caso). Era possibile identificarcisi. E per quell’epoca era un programma totalmente rivoluzionario (ricordiamo che siamo negli anni Novanta e che comunque ancora oggi per una donna volere fare la moglie del calciatore o la velina è ancora considerata una carriera accettabile 😒) che affrontava argomenti che solo negli ultimi anni sono diventati all’ordine del giorno nell’opinione pubblica, come la discriminazione e l’inegualianza di genere, stipendio e di trattamento al lavoro tra uomini e donne a certi livelli.

Eppoi, of course, la moda. Che lo show non ha solo lanciato nella stratosfera le quattro attrici principali, ma anche lanciato (o ri-lanciato) una serie di stilisti e case di moda. Per non parlare delle scarpe. Che certamente  in questi vent’anni il 90% degli uomini hanno scoperto (spesso a proprie spese) chi sono Manolo Blahnik Christian Louboutin. Quando il museo in cui lavoro ha allestito una mostra sulle scarpe intitolata shoes, il mio primo pensiero è stato che un titolo più opportuno sarebbe stato Il paradiso di Carrie Bradshaw. Inutile dire che mi sono goduta un mondo il lavorare in quella mostra… 😁

E poi ci sono i “cameos”, le apparizioni di personaggi famosi che hanno dato un po’ di pepe alla serie – dal rockettaro John Bon Jovi nel ruolo di un fotografo con cui Carrie ha avuto una relazione, alla ex Spice Girl Gery Halywell in quello di Phoebe, un amica di Samantha a Lucy Liu che interpreta se stessa nella quarta serie. E lui, Donald Trump, nel ruolo che meglio gli si confà, quello di arrogante e borioso marpione (in TV come nella vita) che occhieggia Samantha nella seconda serie. Come dicevo prima, una serie televisiva in cui ci si indentifica. #SexandtheCity20

2018 © Paola Cacciari

Il calcio secondo George Orwell

Ci siamo quasi: il 14 Giugno inizierà quel circo che si tiene ogni quattro anni e che si chiama Coppa del Mondo. Quest’anno si tiene in Russia, ed è probabilmente la più politica di tutte le coppe del mondo della storia recente – forse a parte Argentina ’78, quando il Sud America era al culmine della dittatura. Sotto l’egida di Vladimir Putin, la risorta Russia ospiterà le 32 squadre partecipanti al torneo, tra scandali che vanno dal doping all’avvelenamento (ricordate il tentato avvelenamente di Sergei Skripal e della figlia Yulia, a Salisbury – l’evento più grave dalla morte dell’ex agente del Kgb Aleksandr Litvinenko avvelenatocon il polonio radioattivo. Il caso Skripal che ha coinvolto (e sta ancora coinvolgendo) Gran Bretagna, Russia, l’Europa e gli Stati Uniti ha fatto pensare per un breve momento ad un possibile boicottaggio della manifestazione calcistica da parte dell’Inghilterra come accadee per i giochi olimpici di Mosca del 1980. Un mondiale da cui, ricordiamolo, l’Italia è assente non essendosi qualificata per la seconda volta nella sua storia.

Ma vivendo nella terra del Fish and Chips, io vivo l’atmosfera locale e devo dire che le relazioni tra Russia e Inghilterra non erano cosi fredde dal tempo della guerra fredda (non che ci fossi qui a Londra al tempo della Guerra Fredda, ma si fa per dire). E a quanto mi pare di capire, ad essere cambiate sono state le aspirazioni della Russia.

Quando nel 2010 le fu assegnato l’onore (e l’onere) di ospitare il prestigioso torneo calcistico, alla guida della Federazione Russa era il liberale Dmitri Medvedev. Nei quattro anni della sua presidenza (2008-2012) Medvedev si fece promotore di un programma di modernizzazione dell’economia e della società russa fondamentale per fare riprendere il Paese dalla Grande Recessione in cui era precitato dopo l’implosione dell’Unione Sovietica. Non solo: Medvedev lanciò la prima grande campagna anti-corruzione nazionale, rafforzando le leggi in materia. In fatto di politica estera, il “resettaggio” delle relazioni con gli stati Uniti d’America promossa dal governo di Obama procedeva ancora a gonfie vele e, dopo la guerra con la Georgia, la Russia sembrava ancora interessata a voler fare una buona impressione sulla comunità internazionale. E nulla attrae l’attenzione generale piú di un torneo sportivo di prestigio come la Coppa del Mondo…

Ma la Russia ha sempre avuto grossi problemi con il razzismo e gli hooligans di estrema destra, la cui ideologia che Putin non ha mai condannato apertamente per non inimicarsi i tifosi.

E questo mi ha fatto pensare ad una breve saggio di George Orwell che ho letto di recente e che si chiama Notes on Nationalism (1945) e che in realta’ si tratta di tre brevi articoli, Notes on nationalism, Antisemitism in Britain e The Sporting Spirit – tutti scritti e pubblicati nel 1945.

“I’m always amazed when I hear people saying that sport creates goodwill between the nations.”

scrive George Orwell in The Sporting Spirit. E guardando gli hooligans calcistici di ogni paese che se le danno di santa ragione prima, dopo e durante le partite, non posso che dargli ragione.

Il fatto è che quasi tutti gli sport praticati oggi sono competitivi. Si gioca per vincere e chi sostiene il contrario, che l’importante è partecipare e roba simile,  è un illuso, un idealista o un giocatore della domenica di quelli che riescono ancora a giocare per divertimento e per fare dell’attività fisica senza farsi prendere da sentimenti di patriottismo locale. Ed io che non sono ne’ un’illusa, ne un’idealista e che ho smesso di fare sport all’età di sedici anni, quando mi sono accorta che era impossibile fare semplicemente un po’ di attività fisica in un corso di nuoto agonistico, sorrido ogni volta che alla vigilia di questo mondiale, sento l’ennesimo opinionato opinionista ripetere che lo sport è solo un gioco. Che come dire Orwell,

“At international level, sport is frankly mimic of warfare.” 

Prendiamo il calcio per esempio.  “Ciò che è significativo non è la condotta dei calciatori, ma l’atteggiamento degli spettatori; e, al di là degli spettatori, delle nazioni che vanno su tutte le furie a causa di queste assurde competizioni, e credono seriamente — almeno per brevi periodi — che correre, saltare e dare calci a una palla siano una prova di virtù nazionale.” Con tali aspettative emotive sulle spalle (e non parliamo dell’aspetto economico), ditemi voi comè possibile per le squadre in campo limitarsi a “partecipare”…

E visto il livello globale di Nazionalismo, populismo, xenofobia e razzismo, questa coppa del mondo non potrebbe svolgersi sotto peggiori auspici. Che, diciamocelo, non c’è niente  di peggio del mettere in campo undici “campioni”  vestiti con i colori della quadra nazionale per dare battaglia ad altri undici “campioni” per avere la conferma di come sia possibile trasformare un’occasione sportiva in uno scontro esplicito ed economico tra due potenze dell’UE. Basta pensare ad Italia-Germania o Germania-Inghilterra, tanto per citare un paio di classiche.

Il fatto è che, in tutto il mondo ieri come oggi, gli sport di quadra sono presi davvero seriamente e non a caso sono prorio gli sport più violenti e competitivi come il calcio e il pugilato a suscitare forti passioni e ad attirare folle enormi (e non parliamo dei massicci finanziamenti). E il dover vincere a tutti i costi perché e l’incontro perde di significato se non si fa il possibile per vincere e per evitare al Paese una pubblica umiliazione, non è forse questa una forma di nazionalismo? “Ci sono già abbastanza cause reali di problemi per aggiungerne altre, incoraggiando dei giovani a darsi calci sugli stinchi tra gli strepiti di spettatori inferociti”  continua Orwell.  Non potrei essere più d’accordo con lui.

2018 © Paola Cacciari

La traduzione completa nel blog di  romolo capuanoGeorge Orwell e il calcio come guerra

 

I Durrell di Corfù: ovvero, La mia famiglia e altri animali

“Somewhere between Calabria and Corfu the blue really begins.”

Palaiokastritsa, Corfu 2018 ©Paola Cacciari
Palaiokastritsa, Corfu 2018 ©Paola Cacciari

Così si apre Prospero’s Cell: A Guide to the Landscape and Manners of the Island of Corfu (La grotta di Prospero: una guida al paesaggio e ai costumi dell’isola di Corfù, Giunti, 1992) dello scrittore e poeta inglese Lawrence Durrell (1912-1990). Nato in India durante gli anni del Impero anglo-indiano, Lawrence detto “Larry” era il fratello maggiore del naturalista, zoologo ed esploratore Gerald Durrell (1925-1995), dal cui trilogia La mia famiglia e altri animali (1956), Storie di animali e di altre persone di famiglia (1969) e Il giardino degli dei (1975) è stata tratta la popolare e divertentissima serie televisiva britannica I Durrell – La mia famiglia e altri animali (The Durrells) trasmessa dal canale ITV dal 2016 e ora arrivata alla terza serie (In Italia, la serie è stata trasmessa dal 2017 sul canale a pagamento La EFFE).

La mia dolce metà mi dice che quando era giovane (o almeno più giovane) i fratelli Durrell, in particolare Gerald, erano immensamente popolari. Ma quanto “alla lettera” dobbiamo prendere le storie di caos colorato raccontate da questi maestri del racconto?

La storia raccontata nella serie televisiva, liberamente tratta dai divertentissimi resoconti scritti da Gerald, inizia nel 1935, quando Louisa Durrell rimasta vedova qualche anno prima, ancora in lutto e in difficoltà economiche, decide quasi all’improvviso di trasferirsi con i suoi quattro figli Lawrence (“ Larry”), Leslie, Margaret (“Margo”) e Gerald (“Gerry”) sull’antica isola dei Feaci cantata da Omero nell’Odissea.

The Durrells in Corfu in the Thirties (from left) Margaret, Nancy, Lawrence
The Durrells in Corfu in the Thirties (from left) Margaret, Nancy, Lawrence

Ma in realtà la cosa è più complicata e molto meno comica di quanto Gerry voglia farla apparire nei suoi libri e per chi come me prima del 2016 non aveva idea di chi Geral e Lawrence Durrell fossero (e tantomeno il resto della famiglia e il perché alla metà degli anni Trenta, di lasciare le piogge di Bournemouth per il paradiso di Corfú) un aiuto viene dalla biografia scritta da Michael Haag e intitolata  The Durrells of Corfu (Profile Books, £8.99) e per il momento disponibile solo in inglese.

Si scopre che le ragioni dietro questa mossa così “drammatica” (ricordiamo che siamo a metà degli anni Trenta e uno spostamento di queste dimensioni rasentava dimensioni quasi epiche) sono molto più complicate e molto meno comiche di quanto Gerry voglia farla apparire nei suoi libri. La morte del padre Lawrence Samuel Durrell, un ingegnere ferroviario anglo-indiano, avvenuta nel 1928 per un tumore al cervello all’età di soli 43 anni, aveva lasciato la moglie Louisa depressa e dipendente dal gin. Su consiglio degli altri membri della comunità coloniale britannica che l’India non era il luogo adatto per una donna sola con quattro figli, Louisa decise di trasferire la sua famiglia in Inghilterra e dopo varie peripezie, traslochi e sistemazioni temporanee, nel 1932 i Durrell si stabilirono a Bournemouth, sulla costa. Ma con i figli a scuola e solo il piccolo Gerry come compagnia, Louisa si sente sola e più depressa che mai e più che mai dipendente dal gin. Fu allora che l’espasivo e bohémien Larry, che da tempo voleva trasferisi a Corfù con la giovane moglie-artistaNancy (che non appare mai nei libri di Gerald o nella serie televisiva), ad organizzare il trasferimento dell’intera famiglia nel 1935, per salvarli da se stessi.

Monastero di Vlacherna, penisola di Kanoni, Corfù. 2018© Paola Cacciari
Monastero di Vlacherna, penisola di Kanoni, Corfù. 2018© Paola Cacciari

Quella di Corfú fu una scelta naturale. Dal 1815 le Isole Ionie erano un protettorato britannico e Corfù divenne la sede del Commissario della Repubblica delle Isole Ionie e fu un periodo di prosperità per l’isola, durante cui la lingua greca divenne quella ufficiale, furono costruite nuove strade, migliorato il sistema di approvvigionamento idrico e, nel 1824, fondata la prima università greca.

I Durrells sono diventati così tanto sinonimo di Corfù che è difficile pensare che ci abbiano vissuto solo quattro anni, dal 1935 al 1939, prima che la guerra li disperdesse e rovinasse per sempre l’isola che avevano amato così profondamente. E se devo dire che se lo stile di  Lawence, con il suo estetismo bohémien è un po’ troppo pretenzioso per i miei gusti (La mia famiglia e altri animali è molto più divertente) devo dire che mi sono goduta un mondo La Grotta di Prospero, il breve e dolce amaro diario di viaggio da lui scritto quando lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale lo aveva forzatamente costretto ad abbandonare il suo idillio greco. E amando io stessa moltissimo quest’isola risplendente, non posso che  simpatizzare con lui… #TheDurrells

2018 © Paola Cacciari

Back in time: Tears For Fears – Shout

“Shout
Let it all out
These are the things I can do without!”

Oggi mi sento un po’ così: sopraffatta dalla vita e dal caos delle vacanze di metà quadrimestre…  :/ (chi abita in Inghilterra o conosce il sitema scolastico britannico sa di cosa parlo)

Tears For Fears – Shout 1984

Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
In violent times
You shouldn’t have to sell your soul
In black and white
They really really ought to know
Those one track minds
That took you for a working boy
Kiss them goodbye
You shouldn’t have to jump for joy
You shouldn’t have to shout for joy
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
They gave you life
And in return you gave them hell
As cold as ice
I hope we live to tell the tale
I hope we live to tell the tale
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
Shout
Shout
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
And when you’ve taken down your guard
If I could change your mind
I’d really love to break your heart
I’d really love to break your heart
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
So come on
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
So come on
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Songwriters: Ian Stanley / Roland Orzabal
Shout lyrics © Sony/ATV Music Publishing LLC, BMG Rights Management US, LLC

La San Pietroburgo di Gogol

Non l’avrei mai pensato che il più eccentrico degli scrittori russi non fosse neppure russo. Che Nikolai Vasilievich Gogol (1809-1852) veniva dall’Ucraina, da una famiglia di piccoli proprietrai terrieri. Ma il mio incontro con la letteratura russa è avvenuto tardi (e principalmente grazie allo sceneggiato  Guerra e Pace trasmesso dalla BBC nel 2016) e ho un sacco di lavoro da fare prima di recuperare.

Ma la mia curiosità non è mai stata così forte come dopo la mia visita a San Pietroburgo. Ed è stato in preda alla nostalgia per quella città così magica che ho cominciato a leggere i Racconti di Pietroburgo.

Statue ofStatue of Nikolay Gogol on Malaya Konyushennaya Ulitsa, in Saint-Petersburg, Russia.
Statue of Nikolay Gogol on Malaya Konyushennaya Ulitsa, in Saint-Petersburg, Russia.

Questo piccolo gentiluomo di provincia arrivò a San Pietroburgo nel 1828 alla tenera età di 18 anni. La nuova Capitale aveva da poco festeggiato il primo secolo di esistenza e già vantava oltre 450.000 abitanti. Costruita su un numero imprecisato di isole (chi dice 40 chi dice 100) sul delta del fiume Neva, attraversata da decine di canali e centinaia di ponti, San Pietroburgo abbagliava ogni nuovo venuto con l’imponente architettura dei suoi palazzi e la grandiosità delle sue sculture. Pietro il Grande l’aveva costruita come la sua finestra sull’Occidente. Una finestra da cui l’arte e l’architettura e la musica europea, ma anche il costume, le maniere, il cibo, la religione e le lingue occidentali potevano entrare liberamente in Russia, sommergendo la sua antica cultura slavofila come un fiume in piena.

“In genere ogni capitale è caratterizzata dai sui abitanti, che imprimono la loro identità nazionale su si essa; ma San Pietroburgo non ha nessuna di queste caratteristiche: i forestieri che si sono stabiliti qui si sono messi comodi, come se fossero a cara propria, mentre i russi che ci vivono hanno acquisito un’aria forestiera e non sono ne una cosa ne l’altra.”

Gogol trova difficile comprendere le dinamiche della citta’ e dei suo abitanti e dalla mancaza di interazione sociale: “Ci sono gli aristocratici, i mercanti, gli inglesi, i tedeschi, i burocrati – tutti formano circoli separati…” Di certo paragonata con la colorata realtà della provincia ucraina da cui veniva, San Pietroburgo gli doveva apparire deprimente e senz’anima. “Non c’è niente qui se non impiegati statali e funzionari governativi.”

La Pietroburgo di Gogol è una città fatta di nebbia piuttosto che di pietra, un luogo sinistro e iperbolico dove accadono cose surreali e dove niente è quello che sembra. Dove funzionari statali si svegliano senza il loro naso e cappotti hanno una vita propria, dove creature fatte di baffi e colletti, stivali e uniformi invece che da tratta fisiognomici precisi, popolano ad ogni opera del giorno e della notte l’elegante Prospettiva Nevsky. Sono i piccoli impiegati statali, la nuova classe socio-economica nata con Pietro il Grande e impegnata a gestire la montagna della burocrazia imperiale. Poco attraente e profondamente prosaico, impegnato unicamente nella selvaggia scalata sociale che dal quattordicesimo rango l’avrebbe portato alle soglie della nobilità (in Russia la nobiltà era un rango ottenibile in questo modo) l’impiegato statale di Gogol è l’antitesi assoluta dell’eroe romantico. La Pietroburgo di Gogol è un microcosmo popolato da omuncoli impegnati in rituali privi di senso, ossessionati dal rango e dalle apparenze, le cui anime sono più morte delle anime morte da lui stesso descritte nel suo ultimo romanzo, scritto nel 1842 e intitolato (appunto) Anime morte.

llustration to The Overcoat by Boris Kustodiev
llustration to The Overcoat by Boris Kustodiev

2018 ©Paola Cacciari

Picasso, 1932: Amore, fama, tragedia.

Nel 1932 Pablo Picasso (1881-1973) era uno degli artisti più famosi del XX secolo. A cinquant’anni vestiva eleganti abiti inglesi cuciti a Savile Row e scorrazzava tra la sua casa di Parigi nell’elegante rue La Boétie, e quella di Boisgeloup, in Normadia su una Hispano-Suiza guidata da una autista che Picasso non sapeva guidare. Ma era anche molto inquieto, intrappolato dalla vita borghese che si era costruito e che era lontana anni luce dal suo passato di povero immigrato spagnolo che sbarcava il lunario al Bateau Lavoir. In questo periodo flirta con il Surrealismo mentre continua a cercare di battere il rivale Henry Matisse nella gara dei colori.

Marie Therese Walter at the beach (photo by Picasso)
Marie Therese Walter at the beach (photo by Picasso)

Dopo una turbolente relazione con la modella Fernande Olivier, nel 1918 Picasso sposa la russa Ol’ga Chochlova, ballerina della troupe dei Balletti Russi di Sergej Djagilev e la modella di gran parte delle opere da lui create tra il 1910 e il 1920. Ma il matrimonio non gli impedisce di intessere un’appassionata relazione con la giovane Marie-Thérèse Walter (1909-1977) dalla quale ebbe una figlia, Maya, ma che non sposò mai (in quanto ancora sposato con Ol’ga che, quando nel 1935 scoprì i tradimenti del pittore, chiese il divorzio e con il figlio Paulo si trasferì nel sud della Francia). Marie-Thérèse aveva diciassette anni quando nel 1927 incontra Picasso. Lui ne aveva quarantacinque. La loro turbolenta relazione si concluse poi nel 1935 quando Picasso si innamorò dell’artista surrealista Dora Maar, ma questa è un’altra storia.

Marie-Thérèse è ovunque in questa mostra: nei dipinti, su di un bassorilievo di bronzo, in una scultura. Marie-Thérèse che dorme, sogna, nuota e siede su una sedia. “Dipingo”, disse Picasso, “nello stesso modo in cui alcune persone scrivono un’autobiografia”. E certo le sue opere sono il migliore dei diari: qui le sue emozioni, le sue passioni, i suoi tradimenti sono esposti senza filtri agli occhi di chiunque volesse vederli. Ma nel suo diario o dipinto, non si fa menzione di nessuna delle vicende storiche di quelli anni che portarono alla seconda conflitto mondiale. Picasso non era interessato alla politica, solo a se stesso, almeno fino a quando il bombardamento tedesco della città di Guernica gli fece cambiare idea e produrre una delle tele più potetenti del secolo.

 

Mentre nuotava nell’inquinato fiume Marne Marie-Thérèse contrasse un’infezione che la portò a perdere gran parte della sua bellissima chioma bionda. Questa vicenda colpì molto Picasso che riversò le sue emozioni sulla tela tramite l’uso di colori meno brillanti. Da qui il drammatico sottotitolo appioppato dai curatori della Tate “Love, Fame and and Tragedy” come esca per attirare il pubblico – come se da solo il nome di Picasso non bastasse ad attirare frotte di devoti pellegrini o semplici curiosi.

Pablo Picasso The Rescue (Le Sauvetage) 1932 Fondation Beyeler, Riehen/Basel. Sammlung Beyeler © Succession Picasso/DACS, London 2018
Pablo Picasso The Rescue (Le Sauvetage) 1932 Fondation Beyeler, Riehen/Basel. Sammlung Beyeler © Succession Picasso/DACS, London 2018

Quando esco dalla mostra sono certa di tre cose:

  1. che Picasso non è un cubista, o almeno non è SOLO un cubista (cioè lo è stato, ma per troppo poco tempo perchè questa etichetta basti a contenera l’esuberanza creativa che lo ha portato a creare circa 50,000 opere nel coso della sua esistenza) basta guardare la linea sinuosa e ipnotica che contiene a stento l’esplosione di colore dei suoi dipinti del 1932;
  2. che i suoi disegni, schizzi ad inchiostro e incisioni sono di una bellezza strepitosa e non mi stancherei mai di guardarli;
  3. che nonostante tutto il mio Picasso preferito e quello degli inizi, del periodo Blu e Rosa, piú figurativo e per me infinitamente piú poetico.

Nonostante tutto, questa è una mostra straordinaria. Tanto di cappello alla Tate Modern. 🙂

 

Londra // fino al 9 settembre 2018

Picasso 1932 – Love, Fame, Tragedy

Tate, Millbank, London SW1P 4RG
http://www.tate.org.uk

2018 ©Paola Cacciari

 

Londra // fino al 9 settembre 2018

Picasso 1932 – Love, Fame, Tragedy

Tate, Millbank, London SW1P 4RG
http://www.tate.org.uk

 

Tutti pazzi per Meghan!

Attrice, divorziata, più grande di lui e per di più americana, Megan Markle non è esattamente la moglie tradizionale per un erede al trono della corona britannica. Ma il principe Harry non è esattamente il tradizionale rampollo reale (basta sfogliare i giornali scandalistici per averne la conferma). Inoltre, essendo il sesto nella linea di successione reale dopo Carlo, William e i di lui figli, George, Charlotte e Louis – è molto improbabile che il secondogenito di Lady Diana diventi Re. Cosa che, lungi dall’essere un peso, pare averlo liberato da molti obblighi di protocollo. Come quello, per esempio, di doversi sposare con una fastosa cerimonia a Westminster Abbey come ha dovuto fare il fratello, o di dover invitare la stampa o i capi di stato. E infatti nè Theresa MayDonald Trump sono stati invitati (sebbene pare che quest’ultimo ci sperasse in un invito) e solo per questo la nuova Duchessa del Sussex mi è ancora più simpatica! E per un giorno almeno ci siamo dimenticati Brexit e Trump, e il terrorismo e la crisi per fiondarci in un mondo da favola con una Cenerentola multietnica e moderna, figlia di un’assistente sociale e istruttrice di yoga californiana di origini afroamericane e di un ex direttore della fotografia di origini irlandesi-olandesi che ora vive in Messico. Ma se i matrimoni reali si svolgono tradizionalmente nei giorni feriali, desiderando evitare lo scontro con altri eventi del mese (come per esempio la nascita del terzogenito di William e Kate, il principino Louis) i nostri eroi si sono sposati oggi, di Sabato, a Windsor Castle. Il che, nonostante le buone intenzioni, per noi comuni mortali, significa che questa giornata non è stata dichiarata festa nazionale e per chi, come me, fa i turni è significato andare al lavoro invece che restare a casa a guardare il Royal Wedding in televisione sorseggiando un Pimms come per le nozze di William e Kate. Ma la vita è fatta così: un po’ bastarda. #RoyalWedding

Leningrado

Il mio periodo russo continua: questo e’ un altro libro che leggero’ prima o poi. Dal bellissimo blog “Parla della Russia” (neanche a dirlo…) 🙂

Parla della Russia

Sicuro che vinceremo. Ma non saremo mai capaci di dimenticare…E siccome nessuno crederà che sia accaduto davvero, rimarremo sempre assiedati…”.

8626-3

Le parole pronunciate da Vera, la protagonista della storia alla base della sceneggiatura scritta dal regista Giuseppe Tornatore per il mai realizzato film “Leningrado”, riassumono bene la difficoltà di trattare con distacco un tema così doloroso e tormentato come l’assedio della città di Leningrado durante la seconda guerra mondiale.

Ancora oggi la “Blokada” viene confusa con la difesa di Stalingrado, episodio storico narrato con fierezza dalla propaganda sovietica. A differenza dell’assedio di Leningrado, con cui l’esercito nazista asserragliò per 900 giorni – dall’8 settembre 1941 al 27 gennaio 1944 – la città di Lenin, le cui gesta e il cui eroismo furono taciute per decenni in Unione Sovietica. Parlare di ciò che accadde durante quei 900 giorni rappresentava per il regime sovietico una macchia da offuscare. Stalin, in…

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Al Victoria & Albert Museum una grande mostra sull’età d’oro dei transatlantici.

Ah, il fascino delle navi da crociera! Alzi la mano chi appartiene alla mia generazione e non ricorda Love Boat la serie televisiva americana ambientata su una nave da crociera, trasmessa da noi su Canale 5  negli anni Ottanta, con il suo equipaggio più simile ad un gruppo di colonnisti della posta del cuore?

Ma i transatlantici al centro della mostra del Victoria and Albert Museum, dal tirolo Ocean Liners: Speed and Style, sono gli antenati delle torreggianti navi da crociera dei nostri giorni, quelle città galleggianti che trasportano oltre 6000 passeggeri e che oscurano con la loro spaventosa mole la Giudecca e rovinano le delicate pietre di Venezia. Il povero Ruskin sarebbe devastato al pensiero…

Ma il transatlatlico più famoso è certamente quello che è andato a fondo, il Titanic affondato durante il suo viaggio inaugurale al largo delle coste della Groenlandia. Ma qui al museo il focus è sugli altri transatlantici, quelli che sono sopravvissuti ai ghiacci e alla Seconda Guerra Mondiale e che sono diventati il simbolo di un’epoca di ottimismo, progresso ed eleganza.

Come l’inglese Queen Mary per esempio (1936), o il francese Normandie (1935), o il tedesco Bremen (1928) – anche se, naturalmente, non poteva mancare il relitto del Titanic, lo stesso che (in forma di replica) figura nella tragica scena del naufragio a cui si aggrappano Kate Winslet e Leonardo di Caprio del filmone di James Cameron…

 The Queen Mary ocean liner Credit: V&A
The Queen Mary ocean liner Credit: V&A

Quando il mare era l’unica strada per andare da un continente all’altro, il transatlantico era l’unico mezzo di trasporto capace di solcare gli oceani e di raggiungere parti remote del mondo. Ma viaggiare per mare era una faccenda scomoda e affollata e nessuno avrebbe affrontato la lunga traversata transoceanica a meno che non fosse stato assolutamente necessario. Compito delle nuove compagnie di bandiera era far cambiare idea alla gente e, visto il successo ottenuto, direi ci riuscirono in pieno! Non a caso che l’epoca d’oro dei transatlantici coincide con quella della grafica, negli anni Venti e Trenta del Novecento. Accattivanti campagne di marketing che offrivano spazi personalizzati alla portata di tutte le tasche, promuovono un’idea del viaggiare per mare che va oltre alla questione  puramente pratica in breve attraversare l’oceano non è più solo una questione pratica, ma anche e soprattutto un piacere.

Tra le due guerre Gremania, Francia ed inghilterra competono per la supremazia europea  e queste vere e proprie città galleggianti divennero potenti simboli del progresso e della modernità del XX secolo. E ogni anno si disputavano la Blue Riband, il premio per la nave più veloce ad attraversare l’Atlantico. Inutile dire che conquistarla era un onore patriottico, oltre che una manna per la reputazione

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Chi viaggiava per mare si sentiva speciale e le compagnie di navigazione facevano in modo che questo i passeggeri non lo dimenticassero mai. Ogni aspetto del viaggio – dal momento della prenotazione, all’arrivo a destinazione – era perso attentamente in considerazione e ed era volto a promuovere un’idea di lusso ed eleganza dapprima inesistente. Questo lusso aveva lo scopo di attirate i passeggeri più ricchi in un momento in cui, negli anni Venti del Novecento, gli stati uniti avevano imposto restrizioni all’immigrazione e non essendo più necessario tanto spazio per trasportare  bagagli, parte della stiva poté essere trasformata in cabine – la cosidetta classe turistica. Sale da ballo, piscine, negozi: a bordo ogni desiderio era esaudito. Chi se lo poteva permettere, poteva portare a bordo cameriere e maggiordomi, animali, automobili e tutto il bagaglio che poteva portare con sé (come fece l’ex re Edoardo VIII che si imbarcò con la moglie Wallis Simpson sul SS United States portandosi appresso un centinaio di valige). Le navi più grandi come la Queen Mary erano persino dotate di cappelle  cattoliche o protestanti, o di sinagoghe a seconda delle necessità.

Queste navi erano disegnate in moda da creare una serie di “momenti” nella giornata dei passeggeri. E nulla era più importante della “grande descent” durante la quale le signore eleganti scendevano in modo teatrale dalla scalinata che portava alla sala da pranzo e potevano così sfoggiavano i loro abiti. Questo momento divenne cosi importante che elaborate scalinate divennero un elemento fisso dell’architettura degli interni dei transatlantici – tanto la la loro assenza, soprattutto in una nave come la Queen Mary fece esclamare al fotografo Cecil Beaton che i progettisti britannici non avevano preso in considerazione i bisogni delle loro clienti! Che la moda a bordo era una cosa importante, e molti passeggeri (uomini e donne) ordinavano abiti nuovi per l’occasione, come quello splendido di Christian Dior indossato da Marlene Dietrich a bordo della Queen Mary diretta a New York nel 1950.

Ma L’eleganza non era limitata agli abiti: gli interni erano vere e proprie opere d’arte: se il salone di prima classe del Normandie decorato in stile Art Decó, con un gigantesco pannello in metallo dorato con figure a rilievo dell’artista Jean Dunand era il massimo dell’eleganza, la sala da pranzo di prima classe  dell’italiana Conte Grande aveva mobili disegnati da Giò Ponti.

 

Ma lungi dall’essere solo un luogo di lusso ed eleganza, questi giganti del mare si rivelarono cruciali per il trasporto delle truppe americane in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale (e rimpatriarle alla fine) e di emigranti in fuga dall’Europa in guerra e dalle persecuzioni naziste, o che andavano in cerca di una vita migliore nel nuovo continente. La Queen Mary in particolare era la nave più rappresentativa della marina britannica e durante la guerra Hitler arrivò ad offrire 250.000 sterline al sottomarino che l’avesse affondata. ma grazie alla sua stazza e alla sua velocità la nave era inaffondabile. su di lei furono perse alcune delle decisioni più importanti per il destino della guerra: era per Churchill il quartier generare marittimo, l’equivalente del Cabinet War Rooms di Londra.

Ma già a partire dal 1965 il 95% delle traversate oceaniche avveniva tramite aereo, impiegano sette ore invece di tre giorni e con gli anni Settanta l’epoca d’oro dei transatlantici è definitivamente finita.

Ma già a partire dal 1965 il 95% delle traversate oceaniche avveniva tramite aereo, impiegano sette ore invece di tre giorni e con gli anni Settanta l’epoca d’oro dei transatlantici è definitivamente finita. E non si può lasciare la mostra senza provare una certa nostalgia per un periodo senza controlli di sicurezza ad ogni angolo e aerei perennemente in ritardo e cui viaggiare era una cosa più certamente più lenta, ma infinitamente più  elegante.

Londra// fino al 17 Giugno 2018

Ocean Liners: Speed and Style @ Victoria and Albert Museum

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2018 ©Paola Cacciari