L’amore al tempo del Modernismo

Pensate che lo stare in coppia ai nostri giorni sia faticoso e complicato? Aspettate allora di vedere Modern Couples: Art, Intimacy and the Avant-garde alla Barbican Art Gallery e vi ricrederete. Che raccolte nella galleria londinese ci sono mezzo secolo di coppie esplosive, triangoli trasgressivi, passionali relazioni, adulteri, tradimenti e, per fortuna, anche tanta grande arte da ammirare e da godere. E la cosa più sorprendete è che la metà delle creazioni in questione  sono opere di donne, di quelle stesse donne che legate a uomini famosi, o perlomeno “più” famosi di loro (non che abbiano mai avuto l’opportunita’ di diventarlo famose quelle donne…), sono state confinate dalla storia al ruolo di muse o dilettanti.

E insieme ai soliti sospetti, cioè alle combinazioni stellari di personalità esplosive come Frida Kahlo e Diego Rivera, Dora Maar e Pablo Picasso, di Lee Miller e Man Ray, di Federico Garcia Lorca e Salvador Dali, troviamo nomi meno famosi come i  costruttivisti Aleksandr Rodchenko e Varvara Stepanova, che insieme hanno prosperato nella bolla creativa formatasi dopo la rivoluzione bolscevica, dando vita ad un’arte grafica inconfondibile. Eppure, nonostante i due abbiano sempre lavorato come partner alla pari, gli storici dell’arte hanno scelto in gran parte di cancellare il contributo della Stepanova. Lo stesso si puo’ dire per Lilly Reich, per oltre dieci anni stretta collaboratrice di Ludwig Mies van der Rohe e il cui contributo  nella creazione del celebre padiglione tedesco per l’Esposizione del 1929 e in particolare della famosa poltrona Barcelona è stato completamente ignorato.

Non occorre essere psicologi per vedere come in molte di queste unioni la personalità dell’uomo sia l’elemento dominate, anche e soprattutto nel campo artistico, al punto di arrivare a sopprimere la creatività femminile. Basta prendere la compositrice Alma Mahler, le cui meravigliose composizioni sono state stata praticamente “bandite” dal marito il compositore Gustav Mahler, il cui ego non lasciava spazio a nessun altro talento all’infuori del suo. Alla morte del marito, Alma ebbe una relazione con il pittore Oskar Kokoschka, che era così ossessionato da lei da farsi fare bambola a grandezza naturale fatta a sua immagine.

Un antidoto può essere trovato nel mondo amorevole e solidale abitato da Virginia Woolf e Vita Sackville-West, e da Vanessa Bell e Duncan Grant e tra i membri liberali del Bloomsbury Group; o nella strana scena artistica sulla Rive Gauche di Parigi, dove le donne hanno creato il lavoro secondo le proprie condizioni e posto le basi di quello che ora è significa essere moderni.

Ci sono cosi tante coppie e così tanta arte che uno alla fine si sente vagamente sopraffatto da tanto impeto intellettuale. La mia scoperta piu’ grande tuttavia è stata la straordinaria.Romaine Brooks (1874-1970). Una delle più note artiste della scena artistica della Rive gauche parigina degli anni venti, Brooks dipinse molti ritratti di personaggi legati a questo periodo, tra cui Ida Rubinstein e la marchesa Luisa Casati, la stessa dipinta da  Giovanni Boldini nel 1908, oltre allo stesso Gabriele D’Annunzio, che la soprannominò “Cinerina” per la predominaza dei toni grigi nella sua tavolozza.

Romaine Brooks, Luisa Casati, 1920
Romaine Brooks, Luisa Casati, 1920

Ma questa mostra e le relazioni che ci racconta in fondo ci dicono  tutte la stessa cosa: che alla fine l’arte migliore emerge dal disordine più complicato. Mettiamoci l’anima in pace.  

2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 27 Gennaio 2019

Modern Couples: Art, Intimacy and the Avant-garde

Barbican Art Gallery, EC2

barbican.org.uk

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Una testa, un volto. Pari nelle differenze. Steve McCurry a Bologna

Ci sono fotografie che per la loro potenza espressiva diventano simboli di un’epoca. E come The Falling Soldier (1936) di Robert Capa e Migrant Mother (1936) di Dorothea Lange, anche il viso di l’orfana dodicenne Sharbat Gula, la ragazzina afgana dagli incredibili occhi verdi immortalata nel 1984 in un campo profughi del Pakistan dal fotografo americano Steve McCurry, è diventata una vera propria icona del nostro tempo. Apparsa sulla copertina del National Geographic del giugno 1985, il volto della ragazza afgana campeggia al centro della Cappella Farnese a Palazzo d’Accursio nella mia Bologna. E’ un’immagine così potenteme e poetica che basterebbe da sola a riempire la sala.

Ma non lo è, sola: è circondata da una serie di altre straordinarie immagini (una quarantina di ritratti circa) altrettanto potenti e poetici, che formano Una testa, un volto. Pari nelle differenze,  una bellissima esposizione dedicata ai ritratti del celebre fotografo americano e organizzata nell’ambito della Biennale della Cooperazione. Montate su strutture antropomorfe dotate di specchi nei quali i visitatori si rispecchiano, diventando così essi stessi volti della mostra, le immagini sono accompagnate da monitor che rimandano video di stranieri incontrati da McCurry che vivono a Bologna per studiare all’Università o per sfuggire alla violenza e alla miseria e che raccontano la propria storia. Il tutto accompagnato da un tabellone su cui campeggiano gli articoli fondamentali della Costituzione della Repubblica Italiana, della Carta dei Diritti Umani e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dell’O.N.U.

Steve McCurry. Una testa, un volto. Pari nelle differenze. Bologna. 2018 ©Paola Cacciari (8)

Parole da ricordare, soprattutto in un momento come questo, in cui la situazione politica globale si sta irrigidendo sempre più su posizioni di intolleranza e di estremismo. Che, nonostante le nostre differenze culturali e linguistiche, abbiamo tutti una faccia e un volto. Siamo, insomma, pari nelle differenze.

2018 ©Paola Cacciari

Bologna// fino al 6 gennaio 2019

Una testa, un volto. Pari nelle differenze

Sala e Cappella Farnese, Palazzo d’Accursio, Bologna

Assurbanipal, Re dell’Assiria al British Museum

Certo che l’essere un leone nell’Assiria di Assurbanipal non era davvero una gran cosa che a guardare i bassorilievi pare che il passatempo preferito del sovrano fosse infilzare le povere bestie con tutte le armi a disposizione all’epoca.  Ma se Assurbanipal aveva armi in abbondanza per combattere i leoni, furono le sue capacità amministrative che lo resero un formidabile domatore di popoli.

British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari

Servito da un efficentissimo esercito di eunuchi che, liberi da ambizioni di farsi una famiglia erano  funzionari pubblici ideali, Assurbanipal assomigliava più allo spietato direttore di un’impresa globale che alla figura del conquistatore romantico impersonata da Alessandro Magno. In un periodo in cui le città-stato greche (come Atene e Sparta) erano ancora agli albori e Roma era ancora solo un piccolo insediamento di pastori,

Assurbanipal (669- 631 aC), fa dell’Assiria il più grande impero al mondo, che si estendeva da Cipro all’Iran e persino l’Egitto con capitale Ninive (nell’odierna Iraq). Quando non era impegnato a uccidere leoni e nemici, Assurbanipal amava leggere e studiare (saper leggere e scrivere era allora insolito per un re) ed era molto fiero delle sue doti accademiche , e la sua immagine è opportunamente rappresentata nei rilievi di palazzo con uno stilo nella cintura, insieme alla spada. Che se la penna è più potente della spade, bisogna dire che Assurbanipal è stato molto destro con entrambe…

British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari
British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari

Che proprio fu proprio Assurbanipal  a dare inizio alla prima biblioteca sistematicamente raccolta e catalogata al mondo. Il sovrano voleva una copia di ogni libro che valesse la pena avere e mandò i suoi servi in giro per l’impero a raccogliere tutte le conoscenze del mondo su tavolette d’argilla con una scrittura  a simboli chiamata cuneiforme. Le centinaia di migliaia di tavolette raccolte, erano conservate gelosamente di Assurbanipal nella sua grande biblioteca: la prima testimonianza che il sapere è potere e come tale deve esser preservato Eventualmente la biblioteca bruciò nella distruzione di Ninive alla fine del VII secolo A.C. – una vera fortuna se lo chiedete a me, che le tavolette di argilla non bruciano: si cuociono. E così, indurite e preservati dal calore, queste tavolette d’argilla provengono dalla grande biblioteca Assurbanipal  sono sono preservate: il più grande e duraturo contributo del re assiro alla civiltà.

British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari
British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari

Ma come accade a tutti i regni,ad un glorioso apogeo segue quasi inevitabilmente un inglorioso declino, che nel caso di dell’Assiria si materilizza intorno al 612 A.C. quando, dopo la morte di Assurbanipal, l’impero si indebolì e vari gruppi di saccheggiarono le città assire, portando al collasso dell’impero a alla distruzione di Ninive senza troppi preamboli.

British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari
British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari

E cosi finirono  Ninive e Nimrud, periodicamente attaccate e saccheggiate dal predone di turno. L’ultima volta, nel 2014 dai militanti dell’Isis che che, nei tre anni di vita del “califfato” dal giugno 2014 al luglio 2017, hanno fatto sistematicamente  saltare in aria quello che altri vandali avevano lasciato in piedi dei resti  della cultura pre-islamica dell’Assiria di Assurbanipal, prima di essere a loro volta cacciati da Mosul, alla periferia della quale si trovano  le rovine di Ninive, l’antica capitale dell’impero assiro – ma non prima di aver distrutto anche il Museo di Mosul.

Secondo le cifre ufficiali del consiglio di stato iracheno delle antichità, il 70% di Ninive, nella provincia di Mosul [un tempo il centro del califfato autoproclamato da Iside] fu distrutto. In Nimrud parliamo dell’80%. C’e’ molto da fare molto per valutare i danni a questi siti archeologici, ragion per cui il British Museum ha lanciato in Aprile un programma di formazione per archeologi (donne e uomini) dell’area di Mosul, la maggior parte dei quali hanno vissuto come rifugiati. Una grande speranza per il futuro.

 

. #Ashurbanipal

2018 ©Paola Cacciari

Londra//finoa ll’24 Febbraio 2019

 

I 900 giorni (The 900 Days: The Siege of Leningrad) di Harrison E. Salisbury

Quando qualche mese fa in fila alla biglietteria del Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo lo sguardo mi è caduto sul cartello degli sconti, ho notato accanto ai soliti studenti, insegnanti, pensionati e personale convenzionato, che l’ingresso gratuito al più bel museo del mondo era garantito ai veterani dell’assedio di Leningrado. I 900 giorni di Leningrado. Appunto.

The fire of anti-aircraft guns deployed in the neighborhood of St. Isaac's cathedral during the defense of Leningrad (now called St. Petersburg, its pre-Soviet name) in 1941.
The fire of anti-aircraft guns deployed in the neighborhood of St. Isaac’s cathedral during the defense of Leningrad (now called St. Petersburg, its pre-Soviet name) in 1941.

Passeggiando lungo Nevsky Prospect con i suoi bellissimi palazzi in stile classico e barocco e chiese dalle cupole multicolori, sembra impensabile che questo tesoro architettonico di città affacciato sul Mar Baltico sia stato testimone di una delle più grandi tragedie umane della Seconda Guerra Mondiale. Una tragedia che forse si sarebbe potuta evitare se i generali sovietici e lo stesso Stalin non avessero sottovalutato il pericolo di un’offensiva della Germania nazista.

San Pietroburgo, che allora si chiamava Leningrado contava prima della guerra una popolazione di tre milioni di abitanti. Ma con l’arrivo dei tedeschi alle porte dei sobborghi meridionali della città nell’agosto del 1941 e la riconquista dell’Istmo di Carelia da parte delle forze finlandesi (alleate ai tedeschi) a nord-ovest della città in settembre, la città venne completamente isolata dall’accesso via terra. E visto che prendere la città sarebbe stato troppo costoso, alla luce dell’aspra resistenza sovietica, i tedeschi decisero di assediarla e farla capitolare con la fame. E quasi ci riuscirono. Che presto oltre al cibo vennero a mancare elettricità, acqua e riscaldamento e migliaia di cittadini di Leningrado morirono assiderati durante quel primo implacabile inverno. E quelli che non morirono per il freddo morirono di fame.

L’assedio durò 900 giorni. Quando le forze sovietiche infine sollevarono l’assedio nel gennaio 1944, oltre un milione di abitanti di Leningrado erano morti per fame o per l’esposizione ai bombardamenti tedeschi. Oltre 300.000 soldati erano morti nella difesa e nel portare soccorso alla città.

Ed è questa storia eroica e terribile, per lungo tempo avvolta nell’oscurità e nascosta dalla censura stalinista, che Harrison E. Salisbury ha per primo ricostruito attingendo a testimonianze, diari, memorie e archivi, in una ricerca durata venticinque anni.
Nelle pagine de I 900 giorni scorre l’eroica difesa dell’Armata Rossa e di folle di volontari male equipaggiati; la pressione costante delle divisioni del Terzo Reich; gli episodi di coraggio e abnegazione, quelli di vigliaccheria; le morti per la fame, il gelo e i bombardamenti; gli sforzi di scrittori e artisti per tenere viva l’anima della città; i controlli feroci dell’apparato poliziesco; le disperate strategie dei generali per spezzare l’assedio e tenere aperta l’unica via per i rifornimenti, attraverso la superfi cie gelata del lago Ladoga.
Con il rigore dello storico e lo stile tagliente del giornalista, Salisbury ha costruito una narrazione epica che coglie pienamente la materia della Storia, plasmata dal coraggio e dalle azioni di uomini e donne comuni che vivono e agiscono. Non semplici comparse su uno sfondo, ma protagonisti.


Harrison E. Salisbury (1908-1993) ha lavorato come reporter e corrispondente dall’estero per numerose testate tra cui il Minneapolis Journal, il New York Times e Times. Nel 1955 ha vinto il Premio Pulitzer. È stato anche autore di numerosi libri sull’Unione sovietica, il Vietnam e la Cina, molti dei quali tradotti in italiano: L’orbita della Cina (1967), Rapporto da Hanoi (1967), 50 anni di vita sovietica (1968), L’Unione Sovietica nel dopoguerra (1971), La vera storia della lunga marcia (1987), Diario di Tien An Men (1989).

www.ilsaggiatore.com

2018 ©Paola Cacciari

Il ritorno di Lorenzo Lotto

Devo ammettere che, durante gli anni trascorsi a studiare Storia dell’Arte, non ho mai dedicato molta attenzione a Lorenzo Lotto (c. 1480 – 1556/57). Non era uno dei “grandi” e questo per me è sempre stato sufficiente a farmelo sorvolare come provinciale. E come dargli torto? Emarginato dal contesto lagunare, dominato da Tiziano, Lotto si rifugia in zone considerate periferiche rispetto ai grandi centri artistici, come Bergamo e le Marche.

Poi la National Gallery ha deciso di farci una mostra e io ho dovuto ricredermi (come ho spesso fatto in passato) per il mio malposto snobismo. Certo Lotto non è mai stato tra i grandi assoluti della pittura veneziana, ma sfido chiunque abbia avuto la sfortuna di essere un contemporaneo di Tiziano a fare di meglio.

Venetian Woman in the Guise of Lucretia (1533).

Il trattamento delle stoffe è fantastico (come ho fatto a non notarlo prima??) e la resa psicologica dei suoi ritratti è a dire poco incredibile: dai confini della cornice i visi dei suoi soggetti sembrano contemplare la vita con doloroso stupore. E una buona dose di malinconia.
E non sorprende, visto che (ripeto) oltre alla sfortuna di essere nato nella Venezia di Tiziano, Lotto era anche depresso. Che se fosse vissuto in questi giorni in cui discutere di salute mentale è all’ordine del giorno, gli sarebbero stati prescritti antidepressivi e un ciclo di terapia psicologica o psicoanalitica per aiutarlo a combattere la depressione che lo ha attanagliato per tutta la vita. Ma era nato nel 1480 e la cosa era fuori discussione. Il fatto poi che per 47 lunghi anni il nostro eroe abbia inseguito, più o meno in vano, il successo prima di rinunciare per sempre alla pittura ed entrare in monastero, certamente non lo ha aiutato…

Ritratto di Andrea Odoni (1527), Royal Collection, Castello di Windsor
Ritratto di Andrea Odoni (1527), Royal Collection, Castello di Windsor

Per anni i suoi dipinti sono stati dimenticati, ignorati o attribuiti ad altri. Solo nel XX secolo con la scoperta dell’inconscio e della psicanalisi da parte di Freud la sua arte è stata arivalutata. Tanto che ora Lorenzo Lotto è considerato il primo artista rinascimentale ad esplorare l’animo umano. Alla fine il successo è arrivato. È il caso di dire meglio tardi che mai…

2018 ©Paola Cacciari

Londra//fino al 10 Febbraio 2019

Lorenzo Lotto Portraits

The National Gallery
Trafalgar Square, London WC2N 5DN

www.nationalgallery

Taste: the history of Britain through its cooking di Kate Colquhoun

Poche cose riflettono la cultura di una società come il cibo e il modo in cui lo si prepara. Noi italiani siamo giustamente orgogliosi della nostra tradizione culinaria, ragion per cui quando due decadi fa ho annunciato il mio trasferimento nella terra del Fish and Chips, la prima cosa che amici e parenti si sono precipitati a fare è stata seppellirmi di cibarie da portare oltremanica – dal caffè all’olio d’oliva come se invece che per Londra fossi partita alla volta di un’isola deserta.
E se sul fatto che la Gran Bretagna sia un’isola non ci piove, bisogna dire che la gastronomia inglese – da sempre oggetto di scherno da parte di noi del continente, ha fatto passi da gigante, tanto è vero che il celebre e celeberrimo TV show di cucina MasterChef è nato in Inghilterra negli anni Novanta. Ma questa è un’altra storia…
La storia in questione è quella racconatta dalla storica irlandese Kate Colquhoun Taste: the history of Britain through its cooking. Attraverso gli alti e bassi della storia della Gran Bretagna, Kate Colquhoun celebra ogni aspetto della cultura e della cucina di una nazione troppo spesso accusata di non avere affatto una cucina tradizionale. Dall’Età del Ferro alla Rivoluzione Industriale, dai romani alla Reggenza, passando attraverso i banchetti Anglosassoni  e dei Tudor e ai dickensiani dinner-party per arrivare all’invenzione dei surgelati e del microonde, Taste racconta una storia ricca e diversa e soprattutto illuminante. Per finira una buona volta con i pregiudizi di chi dice che non esiste una cucina inglese! Forse… 😉
Taste: The Story of Britain Through Its Cooking (Paperback)

A Londra i Capolavori della Fotografia Sovietica

Vadislav Mikosha aveva solo sette anni quando la Rivoluzione d’Ottobre scosse la Russia, portando alla fine del dominio zarista e alla nascita dell’Unione Sovietica. Quando nel 1990 l’URSS fu demolita insieme al muro di Berlino, il famoso fotografo e cameraman aveva 80 anni. Il che significa che è stato testimone dell’intera storia della Russia sovietica – dall’immediato periodo seguito alla rivoluzione, alla Seconda Guerra Mondiale, alla guerra fredda e oltre. 

Morning exercise, Moscow, 1937, by Vladislav Mikosha. Photograph: Courtesy of the Atlas Gallery, London

Solo tra i suoi contemporanei ad essere fotografo di scena e cameraman, Mikosha è stato l’autore di immagini iconiche di eventi come la brutale demolizione di Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca nel 1931, la difesa di Sebastopoli e la liberazione di Varsavia. Mikosha, che era ebreo, sopravvisse alle purghe antisemitiche di Stalin attenedosi attentamente alla linea del partito. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, è diventato un fotografo documentarista per pubblicazioni come Pravda e Ogoniok – l’equivalente sovietico della rivista Life – che copre la parata della vittoria sulla Piazza Rossa e gli incontri storici tra Stalin e Mao, Chruscev e Kennedy. Morì nel 2004, all’età di 95 anni, lasciando dietro di sé un vasto numero di immagini che documentavano un secolo di cambiamenti che senza dubbio avrebbe trovato inimmaginabili come quel bambino di sette anni.

Lev Borodulin, Pyramid. Moscow, 1954

Ma Mikosha e’ in buona compagnia che insieme a lui in questa piccola e prezioza mostra fotografica della Atlas Gallery di Londra, ci sono alcuni dei piu’ grandi nomi della fotografia sovietica proveninenti della Borudilin Collection di Mosca

Nato a Mosca nel 1923, il russo/israeliano Lev Abramovich Borodulin è un maestro di fotografia sportiva residente a tel Aviv dal 1972. Oltre lavorare come fotografo, Borodulin ha raccolto una collezione di primo piano di fotografi sovietici che include oltre al sopracitato Mikosha e molti altri, anche le iconiche immagini di Alexander Rodchenko, Arkadii Shaikhet e Boris Ignatovich.

Arkadii Shaikhet, Komsomol Youth at the Wheel 1936

Sono fotografie che ritraggono giovani contadini ed operai pieni di salute e dai sorris smaglianti, impegnati in attivita’ fisiche come la danza, l’atletica e sport di ogni tipo, che la prestaza fisica era un soggetto caro alla propaganda di Stalin. A quel tempo, un’enorme percentuale della popolazione russa era analfabeta, quindi la comunicazione visiva era estremamente importante.

Alexander Rodchenko. Liliya Brick, 1924
Alexander Rodchenko. Liliya Brick, 1924

La fotografia stava facendo passi da gigante e i fotografi sovietici avevano l’obbligo di fare foto che simboleggiassero il progresso collettivo, il proletariato moderno e l’idea di comunità. Quelli ritratti erano giovani russi pieni di salute che saltellavano ottimisticamente – poco male che nello stesso periodo la Russia fosse attanagliata da una carestia incredibile. Occhio non vede cuore non duole. Potere della propaganda. #sovietphotography

Boris Ignatovich, Youth, Moscow, 1937
Boris Ignatovich, Youth, Moscow, 1937

2018 ©Paola Cacciari

 

Londra// fino al 24 Novembre 2018

Masterpieces of Soviet Photography is at Atlas Gallery, 

Atlas Gallery, London W1

Londra celebra Renzo Piano

Ho sempre avuto un debole per Renzo Piano (nato a Genova nel 1937), da quando molti anni fa mi sono trovata adammirare le forme allo stesso tempo razionali e surreali di quello strano e incredibile edificio a forma di nave che ospita il NEMO di Amsterdam, il Museo di Scienza e Tecnologia più grande d’Olanda. E non a caso, che in fondo il nostro Renzo nazionale è colui che nel 1971 insieme all’italo britannico Richard Rogers  ha dato vita al controverso Centro nazionale d’arte e di cultura Georges Pompidou a Parigi.

Ma per chi come me abita a Londra, è lo Shard ad essere diventato uno degli edifici più iconici dell’architetto genovese, nonchè uno dei punti di riferimento più riconoscibili della Capitale.

Renzo Piano Building Workshop, The Shard, London Bridge Tower and London Bridge Place, London, 2012.
Renzo Piano Building Workshop, The Shard, London Bridge Tower and London Bridge Place, London, 2012.

Disegnato da Piano nel 2012, questa torre di forma triangolare che prende il nome dalle otto “schegge di vetro” inclinate che costituiscono le facciate dell’edificio, è stato progettato per accomodare vari usi: uffici alla base della piramide, dove i livelli sono più grandi, con ristoranti e hotel nel centro, e appartamenti privati e una galleria panoramica in cima di l’edificio dove la sua forma è più stretta. Ma, come ha dimostarato l’esempio del Beaubourg di Parigi, l’edificio è anche e soprattutto un esempio di come un progetto può essere un catalizzatore per il cambiamento. Il suo completamento infatti, ha promosso la riqualificazione della stazione ferroviaria di London Bridge  e dell’area circostante.

Richard Rogers (left) and Renzo Piano pose in front of the Pompidou Center in 2017. Credit MARTIN BUREAUAFPAFPGetty Images
Richard Rogers (left) and Renzo Piano pose in front of the Pompidou Center in 2017. Credit MARTIN BUREAUAFPAFPGetty Images

Ed ora la Royal Academy (RA) di Londra celebra gli oltre 50 anni di carriera dell’architetto genovese (personalmente odio il termine archistar) con una grande mostra, Renzo Piano: The Art of Making Buildings.

La retrospettiva include materiali d’archivio rari, modelli, fotografie e disegni, il tutto a svelare la metodologia di lavoro dell’architetto e il suo approccio al design ‘pezzo per pezzo’, dove ogni dettaglio viene testato con prototipi a grandezza naturale per verificare come appariranno alla vista e al tatto.

Renzo Piano

Gli edifici del nostro Renzo nazionale sono spesso molto diversi tra loro, e il suo portfolio include oltre al suddetto Centre Pompidou e a grattacieli, teatri, musei e gallerie d’arte (Whitney Museum of American Art, 2007-15), un terminal aeroportuale simile a un aliante su un’isola artificiale nella baia di Osaka (Aeroporto Internazionale del Kansai, 1988-94) la nuova sede del New York Times e le sale da concerto dell’Auditorium Parco della Musica di Roma (1994-2002) – edifici molto diversi tra loro che tuttavia hanno in comune il loro essere leggeri e ariosi, con facciate di vetro che riflettono il cielo e sembrano essere fatti per riflettere il blu del Mediterraneo ma che indipendentemente dalla loro posizione geografica, finiscono inevitabilmente per definire la città che li ospita. Il vetro extra bianco utilizzato conferisce all’edificio una leggerezza e riflette il cielo che cambia intorno ad esso.

Renzo Piano Building Workshop, Sketch of the California Academy of Sciences, 2009.
Renzo Piano Building Workshop, Sketch of the California Academy of Sciences, 2009.

Negli edifici di Piano non ci sono significati nascosti: fatti di vetro, aria e luce, fanno, esattamente  ciò per cui sono progettati. Grattacieli e musei sembrano levitare da terra su colonne impossibilmente delicate; Piano è famoso per l’eleganza e la raffinatezza delle sue creazioni e il suo impiego di materiali hi-tech come il vetro e l’acciaio, ma che tuttavia appaiono sfidare la gravità, e sembrano ergersi senza sforzo sugli edifici circostanti

© Rpbw, Renzo Piano Building Workshop
© Rpbw, Renzo Piano Building Workshop

ll genio creativo e progettistico di Piano è fuori discussione e da genovese purosangue già sta progettando un sostituto per il ponte dell’autostrada crollato il 14 Agosto scorso a Genova causando una catastrofe di dimensioni mai viste prima.

Ma per chi come me non è del mestiere e ama  l’architettura come arte e non comprende le abbondanti informazioni tecniche e contestuali che accompagnano ogni progetto, gli oggetti più interessanti sono gli schizzi a mano dei progetti stessi: fogli caoticamente ordinati, dove una selva di linee disegnate a mano libera in pennarello verde scuro con tratti ordinati di evidenziatore giallo, costituisce l’inizio di ciò che sarà.

Avrebbe potuto essere più chiaro per facilitare la comprensione ai profani come me, ma la mostra è comunque un incredibile viaggio nella mente di uno dei più straordinari architetti del nostro secolo. Un genio, un artista e in ultimo, un costruttore di bellezza. 

2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 20 Gennaio 2019

Renzo Piano: The Art of Making Buildings

Royal Academy

Ricordando Remembrance Day

Sono trascorsi quattro anni da quando, tra luglio e novembre del 2014, l’artista e ceramista Paul Cummins creo’ Blood Swept Lands and Seas of Red, la bellissima e toccante installazione posta nel fossato della Torre di Londra per commemorare il centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, composta di 888.246 papaveri di ceramica rossi, ognuno di essi rappresente un soldato britannico o coloniale ucciso durante la guerra. Il titolo dell’opera è stato tratto dalla prima riga di un poema di un ignoto soldato della prima guerra mondiale.

Blood Swept Lands and Seas of Red, Tower of London. London, 2014 ©Paola Cacciari
Blood Swept Lands and Seas of Red, Tower of London. London, 2014 ©Paola Cacciari

Ricordo di essere rimasta in silenzo per un tempo infinito davanti a quel mare di rosso che copriva il vasto fossato del grande castello medievale. Per la prima volta in vita mia mi sono trovata davanti alle epiche dimensioni della storia quantificata. E la cosa incredibile era che queste erano solo le perdite britanniche!Remembrance Day (o Armistice Day) in Inghilterra si celebra l’11 Novembre e commemora la firma dell’armistizio tra gli alleati e la Germania, avvenuto alle ore 11.00 am dell’11 Novembre 1918 – l’undicesima ora dell’undicesimo giorno dell’undicesimo mese mettendo fine a quattro anni di guerra. Qui in Gran Bretagna è tradizione indossare papaveri di carta o plastica come simbolo di coloro che hanno dato la vita nelle in guerra e ci si ferma per due minuti di silenzio per ricordare i caduti delle due guerre mondiali e i militari britannici uccisi o feriti dal 1945 e oltre, che purtroppo le guerre non sono mai finite.

Sixteen ceramic poppies from ‘Blood Swept Lands and Seas of Red’, Tower of London, 2014. Paul Cummins (artist, original concept); Tom Piper (installation design). ©Victoria and Albert Museum, London/Paul Cummins Ceramics
Sixteen ceramic poppies from ‘Blood Swept Lands and Seas of Red’, Tower of London, 2014. Paul Cummins (artist, original concept); Tom Piper (installation design). ©Victoria and Albert Museum, London/Paul Cummins Ceramics

I papaveri erano i fiori che crescevano sui campi di battaglia alla fine della Prima Guerra Mondiale. Al Museo abbiamo la nostra mini installazione di papaveri, una versione ridotta di quella della Torre di Londra. In una piccola teca di vetro infatti, ci sono sedici papaveri di ceramica , ognuno leggermente diverso dall’altro provenienti da Blood Swept Lands and Seas of Red, a onorare la memoria e il sacrificio dei sedici membri del personale del Victoria and Albert Museum che hanno perso la vita nella Prima Guerra Mondiale. #Remembrance Day2018

2018 ©Paola Cacciari

Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov

Nella sua vita Michail Afanas’evič Bulgakov (1891-1940) è riuscito ad essere allo stesso tempo dentro e (pericolosamente) fuori dagli schemi, considerato il periodo storico in cui si è trovato a vivere…

Laureatosi in medicina nel 1916 all’Università di Kiev, Bulgakov viene inviato a Nikol’skoe nel governatorato di Smolensk, come dirigente medico dell’ospedale del circondariato prima di fare ritorno a Kiev nel 1918, dove apre uno studio medico di dermatosifilopatologia. A Kiev Bulgakov afferma di aver assistito a diversi capovolgimenti politici, molti dei quali lo coinvolgono in prima persona. Non a caso è in questo periodo che decide di abbandonare la medicina, visto come pubblico ufficiale era troppo soggetto al potere politico.

La Russia di Iosif Vissarionovič Džugašvili detto Stalin (1878-1953) infatti non era un luogo facile per nessuno, meno che meno  per artisti e scrittori. Bulgakov si trova pertanto intrappolato in una nazione che riesce al tempo stesso ad affascinarlo e a sconvolgerlo dopo la Guerra Civile. Che mentre la sua famiglia abbandona la Russia per rifugiarsi in Europa, il nostro finisce i suoi giorni nella terra dei suoi avi, dove non si preoccupa di celare la sua offesa per le ruberie e la barbarie del nuovo regime.

Collerico di natura, lo scrittore si rifiuta di moderare le sue frequenti parodie del brutale regime bolscevico, cosa che lo vede abitare in modo pressoché perpetuo la lista nera di Stalin. Ma se questo significava che non poteva vivere della sua penna – una condizione peraltro comune a molti altri scrittori del periodo (la poetessa Anna Akhmatova e lo scrittore Boris Pasternak salgono alla mente), bisogna dire che a differenza di altri artisti e letterati contemporaneai, l’avere ammiratori ai piani alti del regime ha salvato Bulgakov dal gulag se non dalla condanna a morte. E a salvarlo dal suo destino fu proprio il più improbabile dei personaggi, Stalin. Pare infatti che nel 1932 il Leader dello stato bolscevico abbia fatto annullare la censura su uno dei drammi di Bulgakov, I giorni dei Turbin, tratto dal romanzo La guardia bianca del 1924, semplicemente perchè gli piaceva. E pare che gli fosse piaciuto così tanto da vederlo una quindicina di volte, spesso in incognito.

Ma il fatto che Stalin fosse un ammiratore della sua opera, non significò che Bulgakov fosse libero di scrivere quello che voleva, al contrario. Che lungi da dargli mano libera, il suo baffuto patrono si preoccupò di censurare virtualmente tutto ciò che lo scrittore produceva. Forse fu proprio questo strano altalenarsi tra libertà e censura e il vivere in una situazione di continua incertezza che diede a Bulgakov la spinta necessaria per scrivere il suo capolavoro, Il Maestro e Margherita (non vi sto a raccontare la trama che trovate qui)…

Il ragionamento di Bulgakov non fa una piega: visto che praticamente tutte le sue opere erano censurate, una più non avrebbe fatto nessuna differenza. Ma a differenza di altri scrittori del periodo, Bulgakov sapeva che l’avere Stalin tra i suoi lettori significava che almeno non sarebbe stato ucciso e questa non era una cosa da poco nel pieno del Grande Terrore e basta a dargli coraggio. Ma cosa ne sarebbe stato del suo romanzo Bulgakov non lo seppe mai, visto che morì nel 1940 a quasi 49 anni, per una nefrosclerosi, la stessa malattia di cui era morto anche il padre, mentre stava apportando gli ultimi ritocchi al capolavoro che lo aveva impegnato per gli ultimi dieci anni della sua vita.

Naturalmente il romanzo non passò la censura. Fu solo nel 1967 che Il Maestro e Margherita filtrò in Europa, sebbene pesantemente censurato. Ma a quanto pare aveva mantenuto abbastanza verve da ispirare Mick Jagger a scrivere la canzone Simpathy for the Devil. Uh

Come sempre accade con la grande letterature, il romanzo si presta a numerose letture: ilare presa in giro, profonda allegoria filosofica, caustica satira politica e sociale sulla società sovietica e sulla sua immancabile burocrazia. A voi l’ardua sentenza. Io personalmente mi chiedo solo come mai non l’ho letto prima…

2018 ©Paola Cacciari