Generation (Se)X and the city

Quando hai superato i trent’anni, sei in una realazione stabile, hai una casa (seppure non tua), un lavoro e il tuo compagno vuole mettere su famiglia e tu come donna hai solo voglia di metterti ad urlare, capisci che c’è qualcosa che non va. E se per alcune nella mia situazione (mica sono la sola, Elizabeth Gilbert ci ha pure scritto sopra un libro, Mangia Prega Ama), forse la cosa più normale per comprendere questo dilemma sarebbe stato consultare uno psicologo come il mio (ora ex) compagno mi aveva suggerito di fare a a suo tempo (come se il fatto di essere donna fosse sufficiente a dotarti di istinto materno e desiderio di riprodursi alla nascita) io consultavo Carrie Bradshaw. In quello strano periodo della mia vita, la bionda eroina di Sex and the City e le sue amiche, Charlotte, Miranda e Samantha erano il mio oracolo. Che in fatto di relazioni complicate e dilemmi esistenziali  nulla batteva il mitico quartetto di Manhattan.

Sono passati vent’anni da quel Giugno 1998 quando Carrie e la sua svolazzante gonna a tutù bianca sono entrate nella mia vita (e in quella di molte altre persone, anche solo di riflesso e forzatamente come sostiene la “mia dolce metà”) e mi pare appropriato soffermarmi un attimo sul quanto quella serie televisiva sia stata importante per una generazione di donne che si sono come me trovate ad attraversare la vita negli anni Novanta.

Certo, il cosidetto Girl Talk, la chiacchierata tra amiche davanti ad un caffè o una birretta fresca c’è sempre stato. Ma questo era e rimaneva: una stanza segreta in cui gli uomini non eravano. E questo era vero soprattutto in TV, dove non era mai accaduto che si parlasse senza filtri di uomini e sesso in modo così libero e naturale.

Con Sex and the City era la prima volta che quattro donne apparivano in una serie TV non (o ameno non solo) in qualità di mogli, figlie, amanti o svampite del maschio di turno, ma come personaggi a tutto tondo. Quelli di Carrie, Miranda, Charlotte e Samantha sono personaggi ironici, dinamici, divertenti e senza paura. Parliamone.

Libere e indipendenti, queste quattro donne si prendono la licenza non solo di parlare (in TV e in prima serata) apertamente di sesso, ma di trattarlo come per generazioni hanno fatto gli uomini, senza per questo essere giudicate secondo i canoni della doppia morale. Per la prima volta anche alle donne era data ufficialmente la licenza di esplorare la vita a proprio piacimento e la libertà di trovare la propria strada senza paura di essere giudicate.

Ma la cosa che più mi piaceva di Carrie & C. era che, nonostante la bellezza, il denaro (o la sua mancaza) le belle case, i pranzi in ristoranti trendy, le quattro avevano gli stessi difetti e di problemi comuni a molte altre donne (meno le scarpe di Manolo Blahnik o gli abiti frimati, almeno nel mio caso). Era possibile identificarcisi. E per quell’epoca era un programma totalmente rivoluzionario (ricordiamo che siamo negli anni Novanta e che comunque ancora oggi per una donna volere fare la moglie del calciatore o la velina è ancora considerata una carriera accettabile 😒) che affrontava argomenti che solo negli ultimi anni sono diventati all’ordine del giorno nell’opinione pubblica, come la discriminazione e l’inegualianza di genere, stipendio e di trattamento al lavoro tra uomini e donne a certi livelli.

Eppoi, of course, la moda. Che lo show non ha solo lanciato nella stratosfera le quattro attrici principali, ma anche lanciato (o ri-lanciato) una serie di stilisti e case di moda. Per non parlare delle scarpe. Che certamente  in questi vent’anni il 90% degli uomini hanno scoperto (spesso a proprie spese) chi sono Manolo Blahnik Christian Louboutin. Quando il museo in cui lavoro ha allestito una mostra sulle scarpe intitolata shoes, il mio primo pensiero è stato che un titolo più opportuno sarebbe stato Il paradiso di Carrie Bradshaw. Inutile dire che mi sono goduta un mondo il lavorare in quella mostra… 😁

E poi ci sono i “cameos”, le apparizioni di personaggi famosi che hanno dato un po’ di pepe alla serie – dal rockettaro John Bon Jovi nel ruolo di un fotografo con cui Carrie ha avuto una relazione, alla ex Spice Girl Gery Halywell in quello di Phoebe, un amica di Samantha a Lucy Liu che interpreta se stessa nella quarta serie. E lui, Donald Trump, nel ruolo che meglio gli si confà, quello di arrogante e borioso marpione (in TV come nella vita) che occhieggia Samantha nella seconda serie. Come dicevo prima, una serie televisiva in cui ci si indentifica. #SexandtheCity20

2018 © Paola Cacciari

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Il calcio secondo George Orwell

Ci siamo quasi: il 14 Giugno inizierà quel circo che si tiene ogni quattro anni e che si chiama Coppa del Mondo. Quest’anno si tiene in Russia, ed è probabilmente la più politica di tutte le coppe del mondo della storia recente – forse a parte Argentina ’78, quando il Sud America era al culmine della dittatura. Sotto l’egida di Vladimir Putin, la risorta Russia ospiterà le 32 squadre partecipanti al torneo, tra scandali che vanno dal doping all’avvelenamento (ricordate il tentato avvelenamente di Sergei Skripal e della figlia Yulia, a Salisbury – l’evento più grave dalla morte dell’ex agente del Kgb Aleksandr Litvinenko avvelenatocon il polonio radioattivo. Il caso Skripal che ha coinvolto (e sta ancora coinvolgendo) Gran Bretagna, Russia, l’Europa e gli Stati Uniti ha fatto pensare per un breve momento ad un possibile boicottaggio della manifestazione calcistica da parte dell’Inghilterra come accadee per i giochi olimpici di Mosca del 1980. Un mondiale da cui, ricordiamolo, l’Italia è assente non essendosi qualificata per la seconda volta nella sua storia.

Ma vivendo nella terra del Fish and Chips, io vivo l’atmosfera locale e devo dire che le relazioni tra Russia e Inghilterra non erano cosi fredde dal tempo della guerra fredda (non che ci fossi qui a Londra al tempo della Guerra Fredda, ma si fa per dire). E a quanto mi pare di capire, ad essere cambiate sono state le aspirazioni della Russia.

Quando nel 2010 le fu assegnato l’onore (e l’onere) di ospitare il prestigioso torneo calcistico, alla guida della Federazione Russa era il liberale Dmitri Medvedev. Nei quattro anni della sua presidenza (2008-2012) Medvedev si fece promotore di un programma di modernizzazione dell’economia e della società russa fondamentale per fare riprendere il Paese dalla Grande Recessione in cui era precitato dopo l’implosione dell’Unione Sovietica. Non solo: Medvedev lanciò la prima grande campagna anti-corruzione nazionale, rafforzando le leggi in materia. In fatto di politica estera, il “resettaggio” delle relazioni con gli stati Uniti d’America promossa dal governo di Obama procedeva ancora a gonfie vele e, dopo la guerra con la Georgia, la Russia sembrava ancora interessata a voler fare una buona impressione sulla comunità internazionale. E nulla attrae l’attenzione generale piú di un torneo sportivo di prestigio come la Coppa del Mondo…

Ma la Russia ha sempre avuto grossi problemi con il razzismo e gli hooligans di estrema destra, la cui ideologia che Putin non ha mai condannato apertamente per non inimicarsi i tifosi.

E questo mi ha fatto pensare ad una breve saggio di George Orwell che ho letto di recente e che si chiama Notes on Nationalism (1945) e che in realta’ si tratta di tre brevi articoli, Notes on nationalism, Antisemitism in Britain e The Sporting Spirit – tutti scritti e pubblicati nel 1945.

“I’m always amazed when I hear people saying that sport creates goodwill between the nations.”

scrive George Orwell in The Sporting Spirit. E guardando gli hooligans calcistici di ogni paese che se le danno di santa ragione prima, dopo e durante le partite, non posso che dargli ragione.

Il fatto è che quasi tutti gli sport praticati oggi sono competitivi. Si gioca per vincere e chi sostiene il contrario, che l’importante è partecipare e roba simile,  è un illuso, un idealista o un giocatore della domenica di quelli che riescono ancora a giocare per divertimento e per fare dell’attività fisica senza farsi prendere da sentimenti di patriottismo locale. Ed io che non sono ne’ un’illusa, ne un’idealista e che ho smesso di fare sport all’età di sedici anni, quando mi sono accorta che era impossibile fare semplicemente un po’ di attività fisica in un corso di nuoto agonistico, sorrido ogni volta che alla vigilia di questo mondiale, sento l’ennesimo opinionato opinionista ripetere che lo sport è solo un gioco. Che come dire Orwell,

“At international level, sport is frankly mimic of warfare.” 

Prendiamo il calcio per esempio.  “Ciò che è significativo non è la condotta dei calciatori, ma l’atteggiamento degli spettatori; e, al di là degli spettatori, delle nazioni che vanno su tutte le furie a causa di queste assurde competizioni, e credono seriamente — almeno per brevi periodi — che correre, saltare e dare calci a una palla siano una prova di virtù nazionale.” Con tali aspettative emotive sulle spalle (e non parliamo dell’aspetto economico), ditemi voi comè possibile per le squadre in campo limitarsi a “partecipare”…

E visto il livello globale di Nazionalismo, populismo, xenofobia e razzismo, questa coppa del mondo non potrebbe svolgersi sotto peggiori auspici. Che, diciamocelo, non c’è niente  di peggio del mettere in campo undici “campioni”  vestiti con i colori della quadra nazionale per dare battaglia ad altri undici “campioni” per avere la conferma di come sia possibile trasformare un’occasione sportiva in uno scontro esplicito ed economico tra due potenze dell’UE. Basta pensare ad Italia-Germania o Germania-Inghilterra, tanto per citare un paio di classiche.

Il fatto è che, in tutto il mondo ieri come oggi, gli sport di quadra sono presi davvero seriamente e non a caso sono prorio gli sport più violenti e competitivi come il calcio e il pugilato a suscitare forti passioni e ad attirare folle enormi (e non parliamo dei massicci finanziamenti). E il dover vincere a tutti i costi perché e l’incontro perde di significato se non si fa il possibile per vincere e per evitare al Paese una pubblica umiliazione, non è forse questa una forma di nazionalismo? “Ci sono già abbastanza cause reali di problemi per aggiungerne altre, incoraggiando dei giovani a darsi calci sugli stinchi tra gli strepiti di spettatori inferociti”  continua Orwell.  Non potrei essere più d’accordo con lui.

2018 © Paola Cacciari

La traduzione completa nel blog di  romolo capuanoGeorge Orwell e il calcio come guerra

 

Carl Fabergé, il gioielliere degli Zar

È difficile immaginare la Russia del XIX secolo. Un mondo che andava dalla Polonia all’Alaska, che copriva un sesto del globo e che che si estendeva su tre continenti. Un mondo dominato da una sola, autocratica famiglia, i Romanov che dall’isolamento di San Pietroburgo, la nuova capitale dell’impero russo che Pietro il Grande fece costruire ex novo nel 1703 come  “finestra sull’Occidente” per facilitare gli scambi commerciali e culturali, finirono come con lo scontrarsi come sonnambuli contro la dura realtà della Rivoluzione. Questo era il mondo di Peter Carl Fabergé (Карл Густавович Фаберже, 1846-1920).

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Peter Carl Fabergé

Nato a San Pietroburgo da padre tedesco di origine ugonotta e da madre danese, il giovan Carl fu educato inizialmente nella capitale. Nel 1860, Gustav Fabergé decise che quel suo figlio talentuoso meritava di meglio e si traferi’ con la famiglia a Dresda, lasciando la sua attività nelle mani di esperti e fidati manager. Grazie al governo di Augusto II il Forte, il Principe elettore di Sassonia, Dresda era divenuta nel XVIII una metropoli artistica di livello europeo, la “Firenze sull’Elba”. Augusto il Forte non solo amava il lusso e i gioelli vistosi, ma amava mostrarli e la sua infatti fu la prima collezione museale aperta al pubblico che Peter Carl ebbe modo di vedere mentre frequentava un corso alla Scuola delle Arti e dei Mestieri di Dresda.

Non ci volle molto perchè il suo eccezionale talento come orefice fosse notato dallo Zar Alessandro III.
In Russia la festa più importante dell’anno è la Pasqua che generalmente cade in una data diversa da quella cattolica e, a differenza di quella italiana, viene celebrata solennemente andando a Messa e scambiandosi doni e uova decorate simboli di vita e di fertilità e di resurrezione. Ma quello che l’imperatrice Maria Feodorovna (1847-1928) ricevette nel 1885 dal marito, lo Zar Alessandro III era un uovo unico, la briscola dei regali di Pasqua.

The Faberge Hen Egg

L’Uovo con gallina (o Primo uovo con gallina) è il primo delle uova imperiali Fabergé e fu talmente apprezzato dallo zar e dalla zarina, che la famiglia reale trasformò quello che doveva essre un dono occasionale, in una tradizione annuale portata avanti anche dal figlio ed erede di Alessandro III, Nicola II che ogni anno dal 1894 fino al 1917, commissionò  due uova, una per la moglie, la Zarina Alessandra Feodorovna, e l’altra per l’Imperatrice madre. La tradizione fu interrotta solo nel 1904-05 quando, in occasione della guerra russo-giapponese  lo Zar non ritenne di buon gusto scialacquare in oggetti inutili.  Ogni anno, le uova con sorpresa diventavano più intricate e più ingegnose. Dopo il successo dell’Uovo con gallina, lo Zar diede a Fabergé il pieno controllo artistico sulle creazioni annuali. Unica condizione: che le uova contenessero una sorpresa.

 

Russian royalty Tsar Alexander III and Empress Marie fedorovna of Russia with their children
Tsar Alexander III and Empress Marie fedorovna of Russia with their children

 

Ciò che i Romanov non sapevano in quel giorno di Pasqua del 1885 era che 32 anni (e 49 uova) più tardi il mondo che conoscevano e governavano sarebbe crollato con violenza, portando con se’ la famiglia reale e con essa le rare creazioni di Fabergé.

 

Ma questo ancora nessuno lo sapeva, meno che meno Fabergé, che nel 1900, partecipa (sebbene fuori concorso, in quanto il gioielliere era anche membro della giuria) con le sue creazioni all’Esposizione mondiale di Parigi – il che non impedi’ alla Casa di ottenere la medaglia d’oro dell’esposizione e a Carl Fabergé di ricevere dall’associazione dei gioiellieri parigini il titolo di maître e la croce di cavaliere della Legion d’onore.  Essere russo nella Francia di fine secolo era decisamente cool.

Al suo apice, la Casa Fabergé impiegava oltre a 500 artigiani, poteva contare su un capitale di compagnia di tre milioni di rubli e, oltre alla sede di San Pietroburgo, al 16/18 dell’elegante Bol’šaja Morskaja, aveva succursali a Mosca, Odessa, Kiev e persino a Londra – quest’ultimo negozio sovvenzionato quasi per intero da un solo cliente, il godereccio re Edoardo VII che non per niente era zio di Nicola II (avendo sposato Alessandra di Danimarca, la cui sorella Dagmar altri non era che l’imperatrice Maria Feodorovn).

 

Russian royalty The Family of Tsar Nicholas II of Russia
The Family of Tsar Nicholas II of Russia

 

Ma poi, l’8 Marzo 1917 la Rivoluzione bolscevica cambia tutto. Fabergé, era un uomo segnato data la sua associazione con l’elite del paese e nel 1918, la Casa Fabergé fu nazionalizzata dai bolscevichi e tutti i pezzi presenti in magazzino confiscati. Carl Fabergé lasciò San Pietroburgo in modo roccambolesco, a bordo di un treno diplomatico diretto a Riga, in Lituania. Da lì raggiunge la Svizzera, dove nel dicembre del 1918 fu raggiunto dalla moglie e dal figlio Eugène, sfuggiti alle grinfie dei bolscevichi raggiungendo a piedi la Finlandia. Peter Carl Fabergé non si riprese mai dallo shock della Rivoluzione russa. Morì, in Svizzera, il 24 settembre 1920 “di crepacuore”. O almeno così dice la leggenda metropolitana. La sua salma riposa oggi nel Cimetière du Grand Jas, a Cannes.

Dopo la caduta dei Romanov, le collezioni d’arte reale furono depredate. Le meravigliose uova di Pasqua (tranne una salvata dall’imperatrice madre Maria Feodorovna che la porta con se’ in esilio in Inghilterra, dove si rifugia dalla sorella Alessandra nel 1919) furono impacchettate e portate a Mosca, nascoste in un angolo buio dell’Armeria del Cremlino, dove rimasero fino a quando Stalin decise che era ora di vendere i tesori russi per finanziare il suo governo.

The Faberge Lillies of the Valley Egg, a gift from Nicholas II to his Empress Alexandra Fyodorovna.
The Faberge Lillies of the Valley Egg, a gift from Nicholas II to his Empress Alexandra Fyodorovna.

A partire dal 2006, appena ventuno uova erano ancora in Russia, per la maggior parte in esposizione nel Palazzo dell’Armeria del Cremlino di Mosca. Nel febbraio del 2004 l’oligarca russo Viktor Vekselberg acquistò le nove uova imperiali precedentemente possedute dall’editore americano Forbes, restituendo così alla Russia una parte della sua storia dell’arte.

Il Museo Fabergé, inaugurato a San Pietroburgo nell’autunno 2013 da Vekselberg nel rinnovato palazzo Šuvalovskij, gioiello neoclassico della fine XVIII secolo (forse opera dell’italiano Giacomo Quarenghi) che si affaccia sul Fontanka, uno dei canali che attraversa il centro di San Pietroburgo per gettarsi nella Neva, ospita oltre a vari reperti degli Zar di Russia, le suddette nove uova imperiali (Uovo con gallina, Uovo rinascimentale, Uovo del bocciolo di rosa, Uovo dell’incoronazione, Uovo dei mughetti, Uovo del XV anniversario, Uovo con galletto, Uovo dell’alloro e Uovo dell’Ordine di San Giorgio). Purtroppo in occasione della mia breve visita a San Pietroburgo lo scorso Marzo il museo era chiuso per due settimane. Peccato.

Almeno mi sono consolata con questo capolavoro, appartenuto ai Rothschild, in mostra al Palazzo dello Stato Maggiore, il lungo edificio (580 m) disegnato da Carlo Rossi in stile Impero e costruito fra il 1819 ed il 1829, che sta davanti Palazzo d’Inverno e che ospita collezioni di arte moderna (Impressionosmo, Post-Impressionismo e Avanguardie) dell’Ermitage.

The Rothschild Faberge clock egg, Hermitage Museum, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari
The Rothschild Faberge clock egg, Hermitage Museum, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari

Commissionata nel 1902 da Béatrice Ephrussi de Rothschild in occasione del fidanzamento del fratello minore, il barone Édouard Alphonse James de Rothschild, questa è una delle poche uova che la Casa Fabergé ha creato per altri clienti che non fossero membri della famiglia imperiale russa (e una delle più costose che Fabergé avesse mai prodotto e venduto), ed è appartenuta alla famiglia Rothschild fino al 2007, quando fu acquistata dal collezionista Aleksandr Ivanov per 9 milioni di sterline. Ouch! Dal 2014 l’abbagliante uovo Rothschild fa bella mostra di sè (insieme ad una serie di altri piccoli “oggetti di fantasia”, come i tipici deliziosi piccoli animali in pietre preziose) all’Ermitage di San Pietroburgo, donato da Vladimir Putin in occasione del 250 anniversario del museo.

2018 ©Paola Cacciari

Epifanie letterarie

Ok, la festa dell’Epifania e’ appena passata, ma questo post di Davide Astegiano alias Radical Ging e’ troppo interessante! 🙂 Buona lettura!

- Radical Ging -

Com’è che si dice? L’Epifania tutta le feste si porta via? Ebbene, sabato, i Re Magi, la Befana, o entrambi, non lasceranno solo doni ma si porteranno anche via questi giorni di scorpacciate e divertimento. Il termine Epifania deriva dal greco antico e significa apparizione, manifestazione e così è per il termine Befana, o Befania, che pare essere una corruzione della parola Epifania, con radici in tradizioni magiche precristiane. Per il mondo cristiano occidentale invece, rappresenta la venuta dei Re Magi, i tre personaggi rappresentanti Europa Arabia e Africa, che, secondo il mito, portarono a Gesù infante oro, incenso e mirra. Ciascuno di questi doni ha un significato simbolico particolare, l’oro fa riferimento alla natura regale del bambino, l’incenso alla nascita divina e la mirra alla sua mortalità. Sia che si festeggi seguendo l’una o l’altra tradizione, dove per altra si intende quella della…

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Buon 2018 a tutti!

Anche quest’anno ci siamo arrivati, a Capodanno dico. E allora colgo l’occasione per augurare a ognuno di voi un felice anno nuovo. Da quando, molti anni fa, ho deciso di cercare di divertirmi a tutti i costi Capodanno è diventato un’occasione molto più simpatica. Il fatto poi che in genere sia io che la mia dolce meta’ si lavora in questi giorni che il museo non si ferma mai ha contribuito a rendere i nostri capodanni serate ancora più tranquille.

Il frigo è pieno, Harry Potter and The Deathly Hallows (parte 2) è in televisone il Prosecco e’ al fresco: celebreremo guardando i fuochi artificiali sul Tamigi trasmessi dalla BBC e poi continueremo con il programma musicale di Jools Holland, fino a quando arriverà il momento di andare a dormire per essere sufficientemente svegli domani.
E quindi, all’anno prossimo! 🙂

Happy New Year Everyone! 

Natale a Kew Gardens

Dopo quasi vent’anni di Londra, pensavo di aver visto se non tutto, almeno molto. Certo avevo visto i Kew Gardens (i magnifici giardini botanici nella zona Ovest della Capitale) diverse volte che io e la mia dolce metàci andiamo regolamente in Primavera e in Autunno per ammirane i gloriosi colori. Ma per Natale non c’ero mai stata. Fortunatamente la mia autoctona (ed energetica) amica-collega Nicky ha posto fine a questa mia grave lacuna e, in una gelida sera del Dicembre britannico insieme ad altri due amici-colleghi, ci siamo avventurati alla scoperta del Natale a Kew Gardens che per l’occasione sono aperto fino alle 22.00.

Christmas at Kew gardens. London, 2017 © Paola Cacciari
Christmas at Kew gardens. London, 2017 © Paola Cacciari

E che rivelazione! Alla sera il giardino è illuminato da migliaia di luci colorare che donano all’ambiente circostante un’atmosfera incantata. Alberi di Natale dalle chiome luccicanti, ponti magici e luci verticali a cascata e colorate, un tunnel di luce e un giardino di fuoco.

E musica di sottofondo. Wow!! Uno spettacolo davvero indimenticabile!! E se come me siete freddolosi, niente paura: ci sono numerosi chioschi lungo il percorso che vendono Mulled wine (vin brûlé) e mince pies, i tipici dolcetti natalizi di di pastafrolla ricoperti di zucchero a velo e ripieni di frutta e aromatizzati da cannella e chiodi di garofano. Yummy!!! E dopo un paio di bicchieroni di vino aromatizzato caldo e qualche torina, non sentirete piu’ nulla!! E allora buon divertimento e Buon Natale!! 🙂

2017 ©Paola Cacciari

Londra//fino al 1 Gennaio 2018

Royal Bothanic Gardens Kew

kew.org

Buon compleanno Harry Potter!

Nel 2017 si sono celebrate molte cose: nascite, morti, rivoluzioni politiche e religiose che hanno cambiato il corso della storia umana. Ma davanti alla creazione di J.K. Rowling, anche eventi come il bicentenario della morte di Jane Austen, il cento anni della Rivoluzione Russa e i cinquecento della Riforma Protestante sembrano passare in secondo piano. Che chi come me ha letto Harry Potter and the Philosopher’s Stone quando era ancora un semplice libro per ragazzi e non un caso letterario di proporzioni globali, deve rassegnarsi al fatto che siano già passati vent’anni dalla sua pubblicazione. E così, per celebrare l’evento, qualche mese fa ho deciso che era arrivato il momento di rileggerlo. E alla luce di quasi due decadi di vita nella terra del Fish and Chips e forte della mia nuova pratica linguistica, la mia opinione non è cambiata: Harry Potter continua a piacermi adesso come la prima volta che l’ho letto. Tanto che dopo aver letto il primo, sono andata in libreria e ho ricomprato tutti gli altri libri della saga, che stupidamente avevo regalato in giro (insieme a molti alti libri) in vista di un trasloco una decina di anni fa, e li sto rileggendo poco a poco, con calma – un magico antidoto ad un periodo un po’ difficile.

Il fatto è  che sono molto affezionata a questo ragazzino e al suo magico mondo, visto che Harry Potter and the Philosophers’ Stone è stato in assoluto il primo libro che ho letto per intero in inglese senza dovermi fermare ogni 5 minuti a cercare la parola sul dizionario. Posso dire che entrare nel mondo magico di Hogwarths mi ha aiutato ad apprendere i primi rudimenti dell’inglese. E per questo sarò sempre grata alla Rowling.

E vista la marea umana che si accalca ad ogni momento del giorno e della notte (sì, anche delle notte, confermo) davanti a Platform 9/3, il negozio nella stazione di King’s Cross dove ogni babbano (Muggle, nella versione inglese) può sognare per un momento di poter entrare nel mondo magico di Hogwarts, non sono la sola ad apprezzare l’abilità letteraria della scrittrice. Una marea umana destinata (se possibile) ad accrescersi, visto che alla vicina British Library si è da poco inaugurata una mostra dedicata non tanto al maghetto, ma alla storia della magia sulla quale si basa molto del mondo di Harry Potter & C. Il titolo? Ma naturalmente Harry Potter: A History of Magic. Poteva forse essere diverso? #BLHarryPotter  #HarryPotter20

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Londra// fino al 28 Febbraio 2018

Harry Potter: A History of Magic @ The British Library

2017 ©Paola Cacciari

L’arte della Rivoluzione Russa 1917-1932

La propaganda non è una cosa nuova: dalle piramidi egiziane alle statue degli imperatori romani, passando per ritratti di re e regine, l’arte è stata per millenni un modo per legittimare e manipolare il pubblico. Ma nessuno l’ha fatto nel modo cosi assolutamente sfrontato come il i bolscevichi di Lenin (prima) e di Stalin (dopo). D’altra parte non avevano scelta. I bolscevichi di Lenin erano perfettamente coscienti della fragilità del loro potere e per questo erano pronti a fare di tutto per mantenere l’ autorità che avevano guadagnato nell’ottobre del 1917.E allora Lenin in bronzo. Lenin dipinto. E ancora Lenin, questa volta sotto forma di statuetta di porcellana. Ma il suo viso lo si trova anche su foulard, piatti, vasi, tazze. Davvero, vivo o morto, non c’è verso di evitare lo sguardo severo del leader della Rivoluzione Bolscevica.

La Russia era un paese primitivo, sorprendentemente arretrato nel 1917. E alla guida di una vasta popolazione di servi che abitavano in primitive capanne di legno in migliaia di villaggi fangosi, era la classe di proprietari terrieri chiusi nelle loro eleganti case di campagna servita da medici locali e avvocati che a loro volta, aspiraravano ai lussi goduti dalle classi superiori nelle poche città degne di questo nome – Kiev, San Pietroburgo, Mosca. Questa era la classe rappresentata nelle opere di Anton Chekov (1860-1904). In queste grandi città l’aristocrazia si mescolava a una piccola classe di autocompiaciuti intellettuali che si congratulvano per la fioritura delle arti che aveva trasformato la vita culturale russa alla fine del XIX secolo – molti dei quali (artisti, scrittori ed impresari) hanno trovato posto nella bellissima mostra “Russia and the arts tenutasi la scorsa primavera alla National Portrait Gallery.

Bolshevik (1920) by Boris Mikailovich Kustodiev. State Tretyakov Gallery. Photo © State Tretyakov Gallery

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento la Russia stava attraversando una tarda quanto velocissima rivoluzione industriale. Nel 1861 lo zar Alessandro II, salito al trono nel 1855 aveva abolito la servitù della gleba e dato la possibilità ai contadini di affrancarsi se questi erano in grado di riscattare la terra in cui lavoravano. Inutile dire che, lungi dallessere in grado di trasformarsi in piccoli proprietari terrieri, nel 1881 la meta’ di questi contadini doveva ancora finire di pagare per la propria libertà. Migliaia di ex servi si trovavano improvvisamente liberati e poverissimi non hanno altra scelta che abbandonare la loro vecchia vita e cercare impiego in fabbrica. Le dimensioni di città come San Pietroburgo raddoppiano nel giro di soli quindici anni. Ma con al loro entrata nella classe operaia, gli ex servi cominciano a chiedere condizioni di lavoro migliori (la riduzione dell’orario di lavoro a otto ore e il salario minimo giornaliero) e più rispetto da parte dei datori di lavoro. Ed è  qui che cominciano i problemi. In seguito ad uno sciopero generale cui avevano aderito 250.000 lavoratori, che ebbe luogo la domenica del 9 gennaio 1905, decine di migliaia di persone scesero pacificamente davanti al Palazzo d’Inverno, inneggiando allo Zar. I tapini erano infatti convinti che se lo Zar avesse saputo delle loro difficili condizioni di vita, avrebbe tentato di migliorarle. Illusi. Per tutta risposta le truppe imperiali spararono sulla folla, lasciando sul terreno oltre duemila feriti e centinaia di morti, uccidendo così per sempre la cieca fiducia che il popolo russo aveva da sempre nello Zar.

Quando lo Zar, il debole e indeciso Nicola II, trascina il Paese nella trappola della Grande Guerra nel 1914 che l’arrettratezza e la debolezza dell’economia russa emersero in tutta la sua tragedia. Le truppe, mandate a combattere con armi antiquate ed uniformi e attrezzature inadeguate, furono rapidamente sconfitte dall’esercito tedesco – una sconfitta resa più facile dal fatto che lo Zar insistette (come il suo predecessore Alessandro I, quello di Guerra e Pace) a guidare personalmente la guerra invece che lasciare le manovre militari in mano agli esperti. Presto la mancanza di cibo e altre privazioni andarono ad aggiungersi all’umiliazione nazionale e alla raffica di sconfitte. Con lo Zar al fronte, il vuoto di potere da lui lasciato viene colmato dalla figura di Rasputin. La reputazione della zarina Alexandra fu rovinata. La guerra fu un disastro per i Romanov. Operai e agricoltori erano trascinati via dei loro posti di lavoro per essere trucidati dall’armata tedesca. Con le fabbriche vuote e i campi abbandonati, seguirono inevitabili la mancanza di cibo e l’inflazione. La gente era affamata e arrabbiata e fu la fame che alla fine condannò la dinastia. Alla fine, persino i soldati dell’armata imperiale, stanchi di sparare sui loro concittadini decisero di unirsi a loro. La rivoluzione era cominciata. La cosa sorprendente è che bisognerà aspettare fino alla primavera del 1917 perchè  il governo dello Zar sia rovesciato e Nicola II costretto ad abdicare.
La visione di Lenin di una Russia ideale si tramanda cristallizzandosi pienamente in quella di Stalin che, dal 1932 al 1952 regolerà profondamente la realtà sovietica in tutti i campi della vita. Le parate militari promuovevano un immagine di forte identità politica e lo sport, come la marcia, era considerato fondamentale nella vita del cittadino sovietico. Lo sport serviva a disciplinare a mente non solo il corpo, mentre quest’ultimo era modellato dall’esercizio – che lo  rendeva simile ad una scultura.

Arkadii Shaikhet, Komsomol Youth at the Wheel 1936

Il mondo ideale della Rivoluzione è abitato da giovani contadine che lavorano nei campi indossando abiti ricamati straordinariamente ordinate e pulite, e da contadini (naturalmente) anch’essi giovani e belli che, sudati ed abbronzati, sorridono con emozione all’arrivo della nuova trebbiatrice a motore mostrando un fila di perfetti denti bianchissimi e da statuari operai rappresentati orgogliosamente con gli strumenti di lavoro su piatti e tazze di ceramica che (a differenza di dipinti) portano il messaggio propagandistico del governo anche nei più remoti confini dell’ex impero russo. Ma la realtà era molto diversa. Le promesse fatte dai bolscevichi quando presero il potere nel 1917 non furono mantenute (suona famigliare??) e i contadini, ben diversi dagli eroi rurali dipinti dalla propaganda rivoluzionaria, non avevano nulla di cui sopravvivere.

Non sorprende pertanto che, anche nel pieno della rivoluzione russa, le foreste di betulle e le cupole a forma di cipolla continuano ad essere potenti simboli di identità nazionale. Il fatto che molti tra filosofi, poeti ed intellettuali avevano n nostalgia del fascino e della bellezza della vecchia Russia, quella degli zar che stava velocemete scomparendo sotto gli scarponi delle masse proletarie. In un’epoca che aborriva ogni cosa legata al passato e che aveva fatto della confisca della proprietà privata la sua bandiera, molti si ritrovano a pregare il governo di non distruggere le vecchie chiese ortodosse dale cupole colorate. Quadri come The Day of the Annunciation (1922) di Knstantin Youn celebrano la nostalgia per una Russia magica che non esiste più.

The day of the Annunciation, 1922 – Konstantin Yuon Tretyakov Gallery, Moscow, Russia

Per un breve periodo tuttavia, dopo la presa di potere da parte dei bolscevichi, artisti, compositori e scrittori furono presi da un vero e proprio furore creativo. Che se c’era una cosa che gli intellettuali condividevano con i rivoluzionari era la convinzione che l’arte potesse servire uno scopo ben più altro che quello di semplice decorazione. L’arte, pensavanno loro, poteva aiutare a ricostruire una nazione, a  rifarla da zero partendo dai posters per arrivare alle uniformi dei lavoratori e alle tazze per il tè. Era un mondo in continuo movimento quello dell’Europa del primo Novecento. Un mondo dove le idee si diffondevano in fretta e Picasso aveva appena finito di inventare il Cubismo che Malevich già lo adatta alla realtà di Mosca. Ma con l’avvento di Stalin intellettuali e artisti come Chagall,  Kandinskij, Tatlin e Shostakovich, da patrioti qual’erano, diventarono sovversivi e agli occhi di un governo paranoico e furono costretti a fuggire per non essere uccisi – il loro sogno del Comunismo trasformatosi in incubo.

2017 ©Paola Cacciari

Revolution: Russian Art 1917–1932 (dall’11 Febbraio al 17 Aprile 2017)

Royal Academy of ArtsImagine Moscow (dal 15 Marzo al 4 Giugno 2017)

Design MuseumRussian Revolution: Hope, Tragedy, Myths (dal 28 Aprile al 29 Agosto 2017)

British LibraryRed Star Over Russia: A revolution in visual culture 1905–55 (dall’8 Novembre al  18 Febbraio 2018) Tate Modern

Vent’anni di Lady D

In vita, la Principessa Diana ha certamente disorientato e infastidito la famiglia reale britannica e continua a farlo anche a vent’anni dalla sua morte in quel tunnel di Parigi quel lontano 31 Agosto del 1997. Basta passare davanti alla cancellate di Kensinton Palace per averne la conferma. Mazzi di fiori, biglietti, poesie, irriducibili pellegrini avvolti in giacche coperte di Union Jack si mescolano a semplici turisti e curiosi impegnati a fare selfies. E naturalemente orde di giornalisti da ogni parte del mondo impegnati a trasmettere dal vivo l’evento del giorno.

Che ancora adesso Diana fa notizia. La sua morte ha costretto la famiglia reale ad abbandonare il rigido protocollo e hanno dato il visto d’accesso alle emozioni – tutte cose che lungi dall’indebolire la monarchia, ha contribuito a portare questa istituzione nel XXI secolo rendendo i suoi membri più caldi, avvicinabile, umani. Più simili a lei insomma.

Creare legami più forti tra la monarchia e la gente era da sempre l’ambizione di Diana che, divorziata o no, era pur sempre la madre del futuro re e da tale ha sempre agito.
E bisogna dire che (volenti o nolenti) il ciclone-Diana ha avuto sulla monarchia britannica un effetto immediato. Una volta digerita la realizzazione la loro popolarità era ai minimi storici che si trattava di adeguarsi o rischiare la Repubblica (ne sappiamo qualcosa noi in Italia di re impopolari…) la famiglia reale non perse tempo.
Nel modo pratico ed efficiente che caratterizza gli inglesi, commissionarono ricerche, sondaggi, focus group e sono passati alla controoffensiva.

Certo, il cambiamento non e’ stato drammatico, ma e’ stato consistente. Persino la regina ha allentato il protocollo ed ora pare sorridere e godersela molto di più … 😉 #Diana20

2017 ©Paola Cacciari