Un Buon Natale vittoriano

Natale al museo quest’anno ha il sapore antico dell’epoca vittoriana. Canzoni di natale, alberi (veri e finti) magnificamente decorati ovunque nelle sale, all’entrata principale, persino nel ristorante. E visto che il Victoria and Albert Museum ha la fortuna di possederlo tra i suoi innumerevoli tesori, in mostra c’è anche lui, il primo biglietto natalizio della storia, realizzato nel 1843 ad opera dell’infaticabile Henry Cole (il futuro primo direttore del nostro meraviglioso museo) commissionò al suo amico artista John Callcott Horsley  la realizzazione di 1.000 biglietti di auguri di Natale da inviare ad amici e parenti.

Che anche la creazione del primo biglietto di auguri di Natale sia dovuta ad Henry Cole non mi sorprende, che il suddetto personaggio collezionò un sacco di primati durante la sua impressionante carriera di impiegato statale, tra cui l’invenzione delle London Blue Plaques, le targhe rotonde di ceramica blu che occhieggiano discrete dai muri delle case e dei palazzi della Capitale e che ci raccontano dei grandi personaggi inglesi e stranieri che in quei luoghi hanno vissuto, dormito, o anche solamente mangiato. Ma dubito che persino lui, con tutto il suo talento e la sua geniale visione imprenditoriale, potesse prevedere che questo suo gesto così pragmatico (era un uomo molto impegnato lui, e a quanto pare non aveva tempo per scrivere lunghe lettere) si sarebbe trasformato in quel fenomeno commerciale che conosciamo ora. John Callcot Horsley, dal canto suo, pensò di celebrare tutte le generazioni di una tipica famiglia vittoriana intenta a brindare al Natale, il tutto accompagnato dalla scritta:

“A Merry Christmas and a Happy New Year to You” .

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Xmasse 1843’, London, 1843. Recognised as the first Christmas card. © Victoria and Albert Museum, London

E speriamo in bene, che questo 2016 è stato un anno bisestile e come diceva sempre mia nonna “anno bisesto anno funesto”…

 

 

 

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Londra festeggia i primi 40 anni del Punk. E lo faccio anch’io.

Quando i mitici Clash suonarono (GRATIS!) in Piazza Maggiore a Bologna era il 2 Giugno 1980. All’epoca avevo una decina d’anni e anche se avessi saputo chi fossero, dubito che mia madre mi avrebbe lasciato andare. Il mio incontro con questa grandissima band avvene qualche anno più tardi, grazie a mio cugino Claudio. Di sei mesi più giovane, Claudio è stato durante l’adolescenza per me che sono figlia unica, la cosa più vicina ad un fratello. Eravamo una strana coppia noi due quando, dopo la scuola ci trovavamo per andare in centro a Bologna diretti da Nannucci o al Disco d’Oro alla ricerca di dischi dei Clash e dei Sex Pistols e di altre bands dal nome esotico che a me non dicevano nulla – lui con basco militare, bomber e anfibi Dr. Martens, io con i miei jeans troppo corti da cui spuntava il calzino a losanghe (rigorosamente) Burlington e fiocchetti rosa tra i capelli (rigorosamente) impermanentati a mo’ di barboncino, che all’epoca avevo aspirarioni zanare (la versione bolognese dei paninari) unicamente perchè mi piacevano le felpe della Best Company e le T-shirts colorate da surfista. Come ogni adolescente che si ripetti, anch’io all’epoca ero innamorata del bellone di turno, che nel mio caso era Simon le Bon, il cantante dei Duran Duran. Non avrei mai ammesso – almeno non davanti al cugino in questione che per anni aveva cercato di educare i miei gusti alla “vera” musica – che London Calling dei Clash fosse una delle cose più belle che mi fosse mai capitato di ascoltare (Beethoven e Puccini esclusi). Certo, non per la voce di Joe Strummer che non era certo quella di Pavarotti o di Bono degli U2, ma la potenza espressiva di quelle note di quel riff accattivante che ripeteva ‘London calling to the underworld. Come out of the cupboard, you boys and girls…’ mi era decisamente entrato nel sangue…

Londra non ha mai smesso di chiamare e anche se ci ho messo un po’, alla fine ho risposto. E la prima cosa che ho fatto in quella primavera del 1999, durante la mia prima settimana londinese è stato andare a Brixton per vedere con i miei occhi il luogo dell’unica canzone che ho cercato di imparare  a suonare con il basso di mio cugino (senza grosso successo devo ammettere…), Guns of brixton.

Per cui è stato con una certa nolstagica curiosità che ho varcato la soglia della mostra sul Punk 1976-78 alla British Library – una mostra gratuita, allestita vicino a quella (a pagamento) dedicata ad un altro grande rivoluzionario inglese, William Shakespeare.  Che quest’anno, oltre ai 400 anni dalla morte del Bardo, si celebrano anche i primi 40anni del movivento Punk, l’ultimo importante movimento culturale britannico. E visto il numero di eventi, conferenze, mostre, proiezioni (etc etc etc) il Punk, lungi dall’essere morto è, al contrario, più vivo che mai.

Punks on the Kings Road, 1981. © Dick Scott-Stewart Archive/Museum of London.

Punks on the Kings Road, 1981. © Dick Scott-Stewart Archive/Museum of London.

Gli anni Settanta sono stata una decade strana e difficile in tutta Europa. Io c’ero già, ma ero troppo piccola per ricordarmeli gli anni di piombo italiani e forse non è un male, dominati come sono stati dalla politica, dalla lotta armata e dal terrorismo. La musica italiana ha prodotto in quegli anni, alcune delle sue canzoni più belle, ma che difficilmente si potevano considerare rivoluzionarie. Certo, non mancavano le canzoni di lotta e di protesta, ma in casa mia si ascoltava altro e Francesco Guccini l’ho scoperto solo molto più tardi, quando all’Università per un periodo stupendo mi trovai a passare Tra la via Emilia e il West.

Ma mai come a Londra, e in Inghilterra in generale, l’estrema destra e l’estrema sinistra si sono riflesse persino (e forse soprattutto ) nella musica. Doveva essere stato fantatico essere giovane nella Capitale in quel periodo. Avrei voluto esserci. La mia dolce metà invece cerca di dimenticare di esserci stato. Immagino che essere adolescente sotto la Thatcher non sia stato una passeggiata, soprattutto per chi come lui ha sempre avuto il cuore a sinistra.

Nato nella Capitale nella seconda metà degli anni settanta (o giù di lì), il Punk è un movimento difficile da definire. Fu il tipico esempio di un grande movimento culturale e di costume in cui tutto e tutti sembravano essere contro tutto e tutti – e questo valeva anche e soprattutto per la moda e la musica. L’importante era essere arrabbiati. E nell’Inghilterra a cavallo tra la fine degli anni Settanta e primi anni Ottanta, stritolata dal pugno di ferro di Margaret Thatcher (“non sei inglese” mi dice la mia dolce metà, “non puoi capire quanto fosse orrenda quella donna…”), tra recessione, repressione, disoccupazione e guerra nella Falklands, certamente non era certo difficile esserlo.

Come sempre succede, la storia ha i suoi corsi e ricorsi. E se il Pop britannico fu il risultato di un decennio (quello compreso tra il 1958 e il 68) la cui esplosione di ottimismo si riflesse tanto nell’economia che nella creatività, il periodo che ne segue è tutta un’altra storia. Dopo il sogno degli anni Sessanta, l’Inghilterra si ritrova a vivere l’incubo degli anni Settanta. Sono anni quelli, dominati da disillusione politica, dal terrorismo dell’IRA, dalle lotte razziali, dal degrado industriale e dalla disoccupazione. Non sorprende che da queste premesse siano nati i Sex Pistols, quattro ragazzi della classe operaia che con la loro “musica” gridavano a gran voce tutto il loro disgusto per lo spirito dei tempi, così come i Beatles avevano espresso l’ottimismo del decennio precedente. Formati da Malcom Mclaren nel 1975, i Sex Pistols tuttavia abbracciavano tutte le classi e tutte le età, che il Punk era un cocktail esplosivo di un sacco di cose che non si limitavano agli ideali della classe operaia. Ma sono stati altri londinesi che facevano della musica un veicolo per l’impegno politico a lasciare un segno più profondo nel Punk Movement, quando ancora era eccitante e stimolante, prima che l’eroina e la disillusione lo uccidessero. A partire dai Clash in prima linea con Rock Against Racism. E poi ci sono gli altri, The Damned, Siouxsie and the Banshees, e le band del Nord dell’Inghilterra come The Stranglers, i Buzzcocks e i melanconici Joy Division, nati dalle ceneri del punk come i mitici Jam del Paul Weller pre-Style Council. E lui, il grande David Bowie di Ziggy Stardust.

Worlds End Shop, London, 2016 © Paola Cacciari

Worlds End Shop, London, 2016 © Paola Cacciari

Ma  oltre all’avvento degli hooligans, la metà degli anni Settanta vede anche la nascita della storica coppia formata da Malcom Mclaren e Vivienne Westwood. La Westwood è stata per molti versi l’erede e l’antitesi di ciò che Mary Quant fu dieci anni prima. Entrambe avevano un geniale business partner e un negozio in King’s Road e credevano nel potere liberatorio degli abiti. E i vestiti della Westwood avevano shoccato i passanti come quelli della Quant avevano shoccato la madre di Michael Caine. Catene, cerniere lampo in posti insoliti, strappi, slogan osceni e immagini provocanti diventano la norma. E’ significativo che oggi sia la gran dama della moda britannica e sia stata celebrata con un’onoreficenza proprio da quella regina che aveva impalato con una spilla di sicurezza anni prima e celebrata da una gigantesca prospettiva al Victoria and Albert Museum l’anno in cui ho iniziato a lavorarci.

Let it Rock” lo storico negozio aperto da McClaren e Vivienne Westwood nel 1971 è ancora lì, al numero 430 di King’s Road anche se ora si chiama World’s End, l’ultimo dei numerosi nomi che ha cambiato nel corso degli anni, seguendo l’evoluzione stilistica della stilista e delle sue stravaganti creazioni. Ma quella King’s Road non esiste più e chi  si aspetta ragazzi e ragazze con creste colorate, che indossavano in giubbotti di pelle e jeans scoloriti, T-shirt strappate e fermate con spille da balia e gli iconici Doc Martens rimarrà deluso che ora la mitica strada del re è dominio di turisti, ricconi e mamme snob che vanno a fare shopping con il passeggino tre ruote bevendo caffè decaffeinato in immensi bicchieri di carta di Starbucks. Succede.

Londra// fino al 2 Ottobre 2016.

Punk 1976-1978 @ British Library

Il pittoresco geniale di Capability Brown

Oltre a  Shakespeare, al Grande Incendio e alla nascita del Punk, Londra quest’anno celebra anche i trecento anni di Capability Brown. E se non sapete chi e’ leggete questo illuminante articolo di Claudia su London SE4 … 🙂

London SE4

wp-1472628340780.jpegLancelot Brown, architetto di paesaggio inglese, era nato in Northumberland nel 1716 e fu apprendista giardiniere presso Sir William Lorraine. Brown si trasferì poi nel Buckinghamshire e, nel 1741, fu impiegato da Lord Cobham, in qualità di capo giardiniere a Stowe. Questo impiego, gli diede l’opportunità di lavorare con due affermati architetti: John Vanbrugh e William Kent. Con William Kent, uno dei fondatori del nuovo stile, piu’ naturale, di paesaggio, strinse un forte rapporto di amicizia e stima, cementato anche dal fatto che ne sposò la figlia Bridget, nel 1744.
Successivamente Brown esercitò l’attività di architetto di paesaggio in proprio, progettando sia case che giardini. Nel 1764, fu nominato da re Giorgio III Maestro Giardiniere di Hampton Court. La sua pratica si espanse rapidamente e lo vide spesso in giro per l’Inghilterra.
Il soprannome di ‘Capability‘ gli derivò dalla predilezione di spiegare alla clientela come la…

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Fire! Fire! I 350 anni del Grande Incendio di Londra

Come si fa a raccontare la storia di un evento che non ha lasciato dietro di sè  praticamente nulla, a parte un ricordo indelebile?
Si fa. Per questo esistono i musei: per raccontare storie presenti e preservare la memoria di altre passate – sebbene con l’aiuto di qualche effetto speciale. Come fa Fire! Fire! la nuova mostra che il Museum of London ha allestito per commemorare il 350 anni del Grande Incendio di Londra, il peggiore evento della storia della Capitale – a parte l’aver avuto Boris Johnson come sindaco per otto anni.

The Great Fire of London of 1666 as recreated in a painting. Photograph ImagnoGetty Images

Bisogna ammettere che quella del Museum of London è una rievocazione molto teatrale e interattiva dell’Incendio, pensata decisamente per un pubblico di bambini (e per adulti che come me e la mia dolce meta’ si rifiutano ostinatamente di comportarsi come tali…) come dimostrano le descrizioni degli oggetti decisamente semplicistiche. Apro una parentesi: se da un lato la semplificazione e’ positiva, dall’altro la tendenza dei musei di oggi a semplificare decisamente troppo concetti che non necessiterebbero semplificazioni mi preoccupa moltissimo. Avevo già scritto una cosa al riguardo e chi è interessato può leggerla qui.

Fortunatamente non mancano anche oggetti “veri”: reperti archeologici e oggetti che in qualche modo sono scampati alle fiamme, brocche e boccali per il vino provenienti dalla cantina del sindaco in Guildhall, gli strumenti di un fabbro fusi in grumi di ferro arrugginito, e persino il pavimenti carbonizzato di una cantina – unico elemento supersite di un edificio vicino al negozio del fornaio in cui è divampato l’incendio, oltre ad una serie di malandati pezzi di pietra, argilla e metallo che il pubblico può toccare. Ci sono anche i resti carbonizzati di una tomba della vecchia cattedrale di St Paul’s appartenente al vescovo di Londra, Robert Braybrooke. Durante l’incendio il suo corpo mummificato (e perfettamente preservato) cadde fuori dal sarcofago e i londinesi accorsero a vederlo. Tra questi era Samuel Pepys, il più celebre diarista del tempo, che visitò la tomba il 12 Novembre 1666 e annotò sul suo diario che aveva ancora la pelle, ma che era secca e dura come il cuoio.

Nessuno aveva previsto quella che sarebbe stata la portata del disastro. Certamente non il sindaco di Londra, Sir Thomas Bloodworth che, svegliato dalla notizia dell’incendio si limitò a dichiarare che: “una donna lo potrebbe spegnere con una pisciata”. E forse avrebbe anche potuto avere ragione, se non fosse stato per il forte vento che spinse le fiamme verso quel dedalo di case di legno e paglia che costituiva la Londra Elisabettiana e Stuart, dove le case erano cosi vicine che due persone affacciate alla finestra potevano stringersi la mano e sulle cui strade strette si aprivano negozi dalle cantine stracolme di barili di grappa, olio e catrame, tutti materiali altamente infiammabili.

 A map showing the extent of the fire's damage Credit: The Museum of London

A map showing the extent of the fire’s damage Credit: The Museum of London

La panetteria di Thomas Farriner, in Pudding Lane non faceva eccezione. E fu proprio qui che, forse per colpa di una domestica che, forse troppo stanca per spegnere adeguatamente il forno prima di ritirarsi per la sera, poco dopo la mezzanotte del 2 Settembre 1666 alcuni tizzoni ardenti appiccarono fuoco a della legna posta nelle vicinanze. Se Farriner riuscì a scappare dall’edificio in fiamme insieme alla famiglia uscendo da una finestra del piano superiore, la suddetta domestica, troppo spaventata per uscire dalla finestra sul tetto della casa vicina divenne la prima vittima dell’incendio, passando così involontariamente alla storia.

L’unico che sembrava preoccuparsi dello stato delle cose era il nostro Samuel Pepys, che già alle 10am dello stesso giorno consigliava il re Carlo II di demolire le case per arrestare la diffusione delle fiamme. E visto che il sovrano non pareva decidersi ad agire, Pepys non perse tempo a scavare un buco nel giardino della sua casa di Seeting Lane, dove scrisse gran parte del diario e dove seppellì la sua preziosa forma di parmigiano per salvarlo dalle fiamme.

Nell’arco di quattro giorni, dal 2 al 5 Settembre, più di 13.000 case, 87 chiese, inclusa la gotica Cattedrale di St Paul’s, centinaia di negozi e pub furono ridotti ad un cumulo di ceneri inzuppate. Certo la tecnologia dell’epoca non fu di grande aiuto, basta guardare questo esemplare del XVII secolo di autopompa dei vigili del fuoco che, opportunamente restaurato, fa bella mostra di sé al centro dell’esibizione.

Fire engine, around 1678. London, 2016 © Paola Cacciari

Fire engine, around 1678. London, 2016 © Paola Cacciari

Il fuoco non risparmiò neanche Baynard Castle, il castello sul fiume costruito alla fine del XIII secolo, dove vissero molte delle mogli di Enrico VIII e dove, secondo la tradizione, a Riccardo di Gloucester fu offerta la corona nel 1483. Circa 100.000 persone restarono senza casa, ma sorprendentemente ci furono pochissime vittime – o meglio, furono poche le vittime identificate che il vero numero non si sapra’ mai.

Le nuove regole per la ricostruzione della City of London emesse nel 1667 erano chiare: strade più larghe, case  in mattoni e non troppo vicine tra loro, negozi senza insegne sporgenti in modo trasversale (le insegne dovevano essere fissate alla facciata o ad una un’altra parte della casa). Le case che si affacciavano sulle strade principali non potevano superare i quattro piani (prima del Grande incendio arrivavano anche a sei), mentre quelle sulle strade secondarie erano limitate a tre.

Plaque in Pudding Lane commemorating the Greta Fire of 1666. London, 2016 © Paola Cacciari

Plaque in Pudding Lane commemorating the Greta Fire of 1666. London, 2016 © Paola Cacciari

La città nata dalle ceneri di questo epico disastro è la città che conosciamo adesso. Dei pochi edifici Elisabettiani sopravvisuti all’incendio, alcuni furono successivamente demoliti in epoca vittoriana, altri dalle bombe tedesche durante la Seconda Guerra Mondiale. Anche se l’ambiziosa planimetria inizialmente ideata da Christopher Wren non fu mai realizzata, l’incendio diede all’architetto la possibilità di ricostruire la cattedrale di San Paolo e cinquantuno chiese parrocchiali, molte delle quali punteggiano ancora il panorama della Capitale. Oltre naturalmente al monumento che commemora il Great Fire resta, il Monument, a due passi da Pudding Lane.

Londra// fino al 17 Aprile 2017

Fire! Fire! al Museum of London

museumoflondon.org.uk

Philip Webb 1831-1915 al Victoria and Albert Museum

All’orecchio dei non appassionati delle Arts and Crafts, il nome di Philip Webb (1831-1915) forse non suona immediatamente riconoscibile – almeno non come quello dei suoi amici e compagni William Morris e Dante Gabriel Rossetti. Ma nessun altro come questo personaggio modesto e riservato ha cambiato il modo in cui percepiamo un edificio – e non solo dal punto di vista architettonico e strutturale, ma da quello della conservazione.

Red House, Bexleyheath,London. Photo by Paola Cacciari

Red House, Bexleyheath,London. Photo by Paola Cacciari

Nel 1877 infatti Webb fondò insieme allo stesso Morris e ad un gruppo di appassionati che condividevano le sue idee, la Society for the Protection of Ancient Buildings (Società per la Protezione degli Edifici Antichi). E se per Webb  e Co. il termine “antico” era utilizzato nel senso piu’ vasto del termine per indicare ogni edificio  molto vecchio, ma non necessariamente “pre-medievale”, la società ebbe il merito di opporsi ai restauri distruttivi di edifici antichi (o semplicemente vecchi) che erano la norma nell’Inghilterra vittoriana.

Inutile dire che Webb diede anche un immenso contributo alle Arts and Crafts di William Morris di cui fu un grande amico per tutta la vita.  Quando, nel 1861, Morris fonda la sua ditta Morris, Marshall, Faulkner & Co. insieme anche a Rossetti e Burne Jones, Webb fornisce disegni per vetrate e gioielli, bicchieri e ferro battuto. Come Morris e John Ruskin, anche Webb era fieramente opposto all’industrializzazione in quanto privava l’operaio dell’orgoglio creative tipico dell’artigiano, portando inevitabilmente alla produzione di oggetti di scarsa qualità. Nella sua mente progettisti e artigiani erano la stessa cosa e le due attività erano tra loro inscindibili e il loro lavoro quotidiano è un’opera d’arte.

Standen National Trust Exterior, UK - Diliff by Diliff

Standen National Trust Exterior, UK – Diliff by Diliff

Webb applica questo concetto anche all’architettura, occupandosi personalmente di ogni dettaglio, anche dei più insignificante. A Standen disegna tutto, dalla pianta dell’edificio ai mobili e ai tessuti per l’arredamento, persino gli oggetti per la tavola e i lampadari, essendo la casa una delle prime dimore private ad avere la luce elettrica..
Costruita tra 1892 il 1894 per il ricco avvocato londinese James Beale, sua moglie Margaret e i loro sette figli, Standen, nella Contea del West Sussex, a  circa un’ora di treno da Londra,  è considerata il capolavoro di Philip Webb. I Beale erano l’esempio tipico della clientela del nostro architetto-muratore, che rifuggiva la pubblicità e aborriva l’aspetto commerciale del suo lavoro e faceva affari solo con amici di amici e per questo non divento mai ricco e famoso. Non solo: Webb voleva esser pagato solo quello che il suo cliente poteva permettersi o che riteneva opportuno, e spesso si faceva pagare meno del dovuto, così non solo non divenne mai ricco, ma per anni fu perseguitato dall’ufficio delle tasse che non riusciva a capacitarsi del fatto che i suoi introiti fossero cosi bassi…

The Drawing Room, Standen

The Drawing Room, Standen

Per Webb il progetto architettonico inizia sempre dal paesaggio: secondo William Morris, la casa doveva essere “ancorata” al paesaggio circostante, avvolta dalla Natura piuttosto. E Webb ottiene questo scopo eliminando ogni simmetria dalle sue costruzioni. Basta guardare la Red House, casa rossa che crea per l’amico William Morris a Bexleyheath, un anonimo villaggio nella contea del Kent a circa mezz’ora di treno da Londra come dono di nozze all’adorata moglie Jane, e che Rossetti definì una poesia piuttosto che una casa. Ed è vero, che non si può attraversare la soglia di quell’abitazione senza provare la sensazione di essere entrati in un altro mondo…

Red House by Paola Cacciari

Red House, Bexleyheath,London. Photo by Paola Cacciari

Con le sue torrette, soffitti con travi a vista e saloni medievali e immersa nel verde della campagna circostante, tra orti e frutteti, la Red House non era solo un esperimento architettonico o un saggio sulla decorazione d’interni che si allontanava volutamente dai modelli vittoriani, ma era anche e soprattutto un’esperienza di Comune artistica volute da un gruppo operativo dinamico formato da artisti eccentrici e socialmente impegnati che oltre a Jane (che si rivela essere una finissima ricamatrice) e William Morris comprendeva anche Dante Gabriele Rossetti e Lizzie Siddal, Edward Burne-Jones e la moglie Giorgiana, Charles Faulkner e le sue sorelle Lucy e Kate e Ford Madox Brown. Artisti uniti dalla volontà di creare un’impresa artigianale che, sulle orme delle antiche corporazioni medievali, potesse competere con le industrie sul piano della qualità e dei prezzi.

Il suo voler curare ogni particolare della costruzione fa si inevitabilmente che Webb costruisca davvero poco nella sua carriera, anche se quello che ci ha lasciato e’ squisito. Sue sono anche 1 Holland Park per il pittore Preraffaellita Valentine Cameron Prinsep  (noto come Val Prinsep) West House, Cheyne Row, in Chelsea. per l’artista George Price Boyce.

Fino al 24 Aprile 2016, Philip Webb 1831-1915 al Victoria ald Albert Museum

Shakespeare 400: celebrando il Bardo a Londra

Per oltre quattro secoli William Shakespeare (1564-1616) ha influenzato le arti come pochi altri hanno fatto. Le sue storie senza tempo, tragedie e commedie hanno emozionato artisti di ogni genere, ispirando la creazione di numerosi capolavori con ogni mezzo espressivo – dalla musica alle arti visive. Il 2016 commemora i 400 anni dalla morte del Bardo e la Gran Bretagna lo celebra in grande stile con Shakespeare 400, un consorzio di organizzazioni culturali, creative e didattiche coordinato dal King’s College di Londra che propone spettacoli teatrali, concerti, mostre e conferenze nella capitale e altrove. Qui sotto trovate qualche suggerimento artistico.

  1. Shakespeare and London

Per commemorare l’anniversario quarto centenario, la City of London Heritage Gallery ci propone questo affascinante ‘Shakespeare Deed’, l’atto notarile che contiene uno dei soli sei esemplari autenticati della firma di Shakespeare. L’atto è per un’abitazione nella City of London nei pressi di Blackfriars che Shakespeare acquistò il 10 marzo 1613 per £140 da Henry Walker, ‘cittadino e menestrello’. Il luogo esatto in cui sorgeva abitazione è sconosciuto, anche se si pensa si affacciasse sulla strada ora conosciuta come St. Andrew Hill e che fu poi distrutta nel grande incendio del 1666. L’atto è particolarmente significativo in quanto si riferisce all’unica proprietà che il Bardo abbia mai posseduto a Londra. La sua vicinanza ai teatri come la Blackfriars Playhouse e il Globe ne avrebbe fatto una residenza perfetta, anche se non esiste alcuna prova che suggerisca Shakespeare abbia vissuto lì nei quattro anni prima della sua morte, avvenuta nel 1616. City of London Heritage Gallery; fino al 31 Marzo 2016. cityoflondon.gov.uk

By-William-Shakespeare_

By Me William Shakespeare

  1. By me William Shakespeare: A life in writing

Sarà anche stato il figlio di un guantaio e conciatore di Stratford-upon-Avon, ma Shakespeare morì da uomo ricco e By me William Shakespeare ci offre l’opportunità studiare il suo testamento, accanto ad altri documenti unici che offrono uno squarcio di luce sulla sua vita. Parti del testamento sono forse basate su una bozza dal 1613, ma furono apportati significativi cambiamenti nei mesi e forse anche nelle settimane precedenti la sua morte, avvenuta il 23 aprile 1616. Il testamento di per sé non fu scritto da Shakespeare in persona, ma contiene tre dei sei esempi superstiti della sua firma: in fondo alle pagine 1 e 2 e alla fine, concluso dalla frase ‘By me William Shakespeare’. Le sue disposizioni finanziarie proteggono le sue figlie Judith e Susanna, che ereditano la maggior parte dei beni del padre, tra cui la grande casa di New Place, a Stratford, lasciata in eredità alla figlia maggiore Susanna, mentre a Judith resta l’altra casa. La moglie Anne invece ricevette solo il ‘secondo miglior letto’. Una mostra intrigante per conoscere meglio la vita di Shakespeare a Londra e l’uomo dietro la scritta: cortigiano, autore, amico, marito e padre. King’s College London, Inigo Rooms, Somerset House East Wing; fino al 29 Maggio 2016. bymewilliamshakespeare.org

  1. Shakespeare in Ten Acts

Si dice spesso che l’opera di Shakespeare sia universale, ma questo significa ignorare il fatto che le sue opere sono state costantemente reinventate per adattarsi ai tempi. Attraverso i secoli le sue opere sono state trasformate e tradotte, falsificate e contraffatte, modificate, riformulate e ridisegnate per attrarre nuove generazioni di frequentatori del teatro inglese e mondiale. Come dice il titolo stesso, Shakespeare in Ten Acts esplora l’impatto dei dieci momenti più significativi della produzione teatrale di Shakespeare. In mostra ci sarà l’unico copione originale sopravvissuto, oltre a due delle sole sei firme Shakespeare autenticate, oltre a rare edizioni a stampa tra cui il Primo Folio. Questi e altri tesori provenienti da collezioni della British Library, sono esposti accanto film, dipinti, fotografie, costumi e oggetti di scena. The British Library; dal 15 Aprile al 6 Settembre 2016. bl.uk

shakespeare Fisrt Folio 1623 British Library

Shakespeare First Folio 1623 British Library

  1. Shakespeare Re-Discovered in St-Omer

Nel settembre 2014, il bibliotecario di St-Omer fece la scoperta della sua vita quando incappò in un libro sugli scaffali che si rivelò essere niente meno che una copia fino ad allora sconosciuta del Primo Folio del 1623. Prima di questa eccezionale scoperta, di questo documento erano note solo 232 copie: ora il mondo ne può vantare una 233esima. Il Folio di St-Omer sarà il fulcro di una mostra volta a collocare il volume del 1623 nel contesto storico e letterario del tempo. Globe Exhibition; dal 4 Luglio al 4 Settembre 2016

  1. Visscher Redrawn: 1616-2016

Il panorama di Londra creato da Claes Jansz Visscher nel 1616 è una delle immagini più iconiche della Londra medievale: un paesaggio urbano fatto di case basse e dominato dalle guglie e dai campanili di imponenti chiese. Stampata nel l’anno della morte di Shakespeare, l’incisone di Visscher è uno dei pochissimi documenti che rappresentano Londra prima che gran parte della città fosse distrutta dal grande incendio del 1666. Ora, a quattrocento anni di distanza, l’artista Robin Reynolds ha ricreato lo stesso panorama per raccontare l’architettura della metropoli di oggi. Guildhall Art Gallery; fino al 20 Novembre 2016. cityoflondon.gov.uk

 A panorama of London by Claes Visscher, 1616.

  1. Fair play and foul: connecting with Shakespeare at UCL

Questa mostra esplora l’influenza di Shakespeare e la nostra secolare infatuazione con il Bardo – dalla cause célèbre delle falsificazioni di William Ireland alla fine del XVIII secolo, alla continua lettura e rilettura della sua opera da parte di accademici e studiosi o semplici adolescenti nelle scuole. E con Shakespeare, amici, mecenati, colleghi, studiosi e imitatori sono qui rappresentati da oggetti a loro appartenuti e provenienti dalla biblioteca dell’University College London. University College London’s Library; fino al 15 Dicembre 2016 ucl.ac.uk/library/exhibitions      

Per il programma completo guardate sul sito di Shakespeare400

Pubblicato su Londonita

Sir Mahon e il ricatto a fin di bene

Ogni tanto mi piace guardare indietro, tra le cose che ho scritto su argomenti che mi stanno a cuore, e riproporre qualcosa qui e li’…  Oggi ho ritrovato questo articolo sulla National Gallery e la collezione di Denis Mahon.

Sir Denis MahonUn regalo dall’aldilà. Cento milioni di sterline in dipinti barocchi donati alla Gran Bretagna. Ma a una condizione: i musei devono rimanere gratis. La collezione di Denis Mahon, storico dell’arte e collezionista, è stata finalmente donata.

È ufficiale: la splendida collezione di pittura barocca appartenuta a Sir Denis Mahon (1910-2011), storico dell’arte, collezionista, filantropo e appassionato sostenitore dell’ingresso gratuito ai musei pubblici, è stata formalmente donata alla Gran Bretagna. Un lascito permanente ai musei inglesi in accordo con i desideri del suo energico proprietario. Ma a una condizione: che tutti coloro che amano l’arte possano vederla. Gratis.

Un annuncio questo fatto il 19 febbraio scorso [2013] alla National Gallery di Londra che, con venticinque dipinti, è la maggiore beneficiaria della generosità di Mahon.
Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando, curatore volontario, nel 1936 Mahon offrì un Guercino al museo londinese (Elia nutrito dai corvi, comprato a Roma due anni prima per 200 sterline) per poi vederselo rifiutare dall’allora direttore Kenneth Clark che, seppure apprezzando la qualità del dipinto, non ritenne opportuno neppure menzionarlo ai membri del comitato di gestione dell’istituzione, tale era all’epoca la mancanza di interesse nell’arte italiana del XVII secolo. Il tapino non poteva immaginare che sessant’anni dopo lo stesso dipinto sarebbe stato stimato circa 4 milioni di sterline. Fortunatamente, Mahon non si lasciò scoraggiare da quell’insuccesso e avendo capito che i tempi non erano maturi, decise di collezionare lui stesso i dipinti e di tenerli con sé fino a quando i musei nazionali non avessero compreso (e apprezzato) il suo gusto. Cosa che infatti è avvenuta, grazie anche (e soprattutto) all’instancabile impegno dello stesso Mahon.

Guercino, L’angelo appare ad Agar e Ismaele, 1652 ca.

Guercino, L’angelo appare ad Agar e Ismaele, 1652 ca.

Ora questa collezione di capolavori del Barocco italiano, che comprende nomi illustri come Guercino, Guido Reni, Domenichino, Ludovico Carracci, Luca Giordano, Pietro da Cortona, Giovanni Antonio Pellegrini e Giuseppe Maria Crespi (solo per citarne alcuni), e il cui valore complessivo alla morte del collezionista era di circa cento milioni di sterline, sarà ospitata in sede permanente in sei musei e gallerie britanniche, secondo il desiderio di Mahon. Otto presso le National Galleries of Scotland di Edimburgo, venticinque alla National Gallery di Londra, dodici all’Ashmolean Museum di Oxford, sei al Fitzwilliam Museum di Cambridge, cinque alla Birmingham Museums and Art Gallery e una a Temple Newsam House di Leeds. Ma è un dono, questo, fatto a una precisa condizione: qualora le istituzioni in questione dovessero decidere di re-introdurre l’ingresso a pagamento, i lasciti sarebbero immediatamente revocati e i dipinti ritirati. La stessa cosa accadrebbe se tentassero di vendere quadri appartenenti alle collezioni permanenti. Mahon ha sempre avuto le idee chiare sui fruitori della sua collezione, e giá nel 1999 annunciò che la sua raccolta sarebbe passata in mani pubbliche e che alla sua morte (avvenuta nel 2011 alla veneranda eta di cent’anni) l’amministrazione delle opere sarebbe stata trasferita all’Art Fund con le precise disposizioni che fosse esposta permanente in Gran Bretagna.

L’eliminazione dell’ingresso a pagamento a musei e gallerie nazionali britanniche (introdotto in epoca thatcheriana) da parte del governo di Tony Blair nel 2001 come parte di un piano per estendere l’accesso al patrimonio culturale della nazione a un publico più vasto, ha visto nel corso di un decennio quasi raddoppiare il numero di visitatori dei musei nazionali. Secondo un sondaggio condotto da Museum Association, durante il primo anno dall’introduzione dell’entrata libera, il numero di visitatori del Victoria & Albert Museum è aumentato del  111%  portandolo da 1.1 milioni a 2.3 milioni. E le cifre hanno continuato a salire in tutto il Paese. Da allora l’ingresso gratuito ai musei nazionali è diventato una parte fondamentale della vita culturale britannica, tanto da portare il Segretario alla Cultura Jeremy Hunt ad affermare che “la cultura è di tutti, non solo di pochi fortunati” e di essere particolarmente orgoglioso dell’aver garantito il futuro dei musei gratuiti, nonostante l’attuale clima finanziario.

Sir Denis Mahon – Agenzia Infophoto

Sir Denis Mahon – Agenzia Infophoto

Ma quelli attuali sono tempi difficili e il principio di mantenere l’ingresso gratuito costa caro. I musei britannici (e gli organi che li sostengono) hanno dovuto prendere decisioni difficili, ma hanno preferito tagliare il personale amministrativo pur di mantenere un servizio di fama internazionale. Mahon aveva previsto tutto questo e sapeva che la minaccia dei tagli alla cultura avrebbe continuato a pendere sulle ricchezze dei musei come una spada di Damocle.

Così inventò un ingegnoso meccanismo, la cui attuazione, dopo la sua morte, fu opportunamente affidata alle mani dell’Art Fund. Un meccnismo che ha il sapore di un ricatto. “Un ricatto” disse allora Mahon, “of course, pro bono publico.”

La sua fiera opposizione all’idea che il pubblico paghi per vedere qualcosa che gli appartiene di diritto, ha spinto Mahon a non donare direttamente nessuno dei 57 capolavori ai musei: le opere sono state lasciate in custodia all’Art Fund, che ha giurato di portare avanti le idee e i principi morali dello storico dell’arte. Fondato nel 1903, The Art Fund (in precedenza chiamato National Art Collections Fund) è un’organizzazione indipendente (non riceve aiuti da parte del governo o della Lotteria Nazional, ma affida la sua sopravvivenza agli abbonamenti di soci e donazioni pubbliche) e il cui scopo è raccogliere di fondi per aiutare l’acquisizione di opere d’arte per la nazione. L’Art Fund (di cui Mahon fece parte dal 1926 fino alla morte) oltre a concedere sovvenzioni e ad agire per conto di musei e gallerie d’arte e dei loro utenti, funge anche da canale per donazioni e lasciti. Non sorprende pertanto che Sir Denis abbia visto in questa organizzazione il custode ideale della sua collezione, nonché un fidato esecutore dei suoi desideri. Stephen Deuchar, il direttore, ha dichiarato: “Sir Denis Mahon è stato per tutta la vita un sostenitore dell’Art Fund e ha condiviso il nostro impegno di ampliare l’accesso pubblico gratuito all’arte. La sua visione come collezionista d’arte è stata straordinaria, come lo è stata la sua determinazione nel sostenere che la sua collezione dovesse essere visibile a tutti”. “È ancora un principio importante” continua Deuchar, “perché l’ingresso a pagamento costituisce una barriera”.

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La donazione Mahon

Nato a Londra nel 1910 e figlio di John FitzGerald il Mahon, un membro della famiglia che aveva prosperato della banca d’affari Guinness Mahon, Sir John Denis Mahon ha amato il Barocco quando era terribilmente fuori moda in Inghilterra. Una laurea a Oxford nel 1933, poi il nuovo Courtauld Institute di Londra, dove l’incontro con Nikolaus Pevsner, di cui seguì le lezioni sul Barocco italiano, lo porta a specializzarsi nello studio di Giovan Francesco Barbieri, detto il Guercino. Fu nel 1934, durante in viaggio in Francia, che Mahon vide nella vetrina di un mercante d’arte parigino un quadro che riconobbe come un importante capolavoro perduto del Guercino. Non ebbe esitazioni e lo comprò, assicurandosi per sole 120 sterline il suo primo capolavoro. Si trattava di Giacobbe benedice i figli di Giuseppe. È l’inizio di una strepitosa avventura che dalla Gran Bretagna lo porta in Europa e da lì in Italia, a Bologna, Cento e a Ferrara, sulle tracce del Barocco italico. Nasce così, poco alla volta, la sua straodinaria collezione di opere italiane Seicento; una collezione formata nel corso di varie decadi.

Essendo ancora negli anni Trenta la critica d’arte anglosassone tutta impregnata delle idee di John Ruskin che disprezzava il Barocco e sosteneva che dopo il Rinascimento c’era stato più nulla, Manhon non spese mai per i suoi quadri più di 2000 sterline l’anno. E la cifra più alta pagata dallo studioso per un singolo quadro furono 2000 sterline per La presentazione al Tempio (1623), sempre di Guercino, comprato nel 1953. Un’enormità se si pensa che per alcuni disegni dello stesso Guercino aveva pagato 10 sterline. Poco più di un biglietto giornaliero della metropolitana.

Paola Cacciari

Marzo 2013 pubblicato su Artribune

La bellezza delle case aperte. A Londra.

Adoro passeggiare per i quartieri di Londra e come Nanni Moretti in Caro Diario (ma senza Vespa) la cosa che mi piace fare più di tutte è guardare le case. Case dove mi piacerebbe abitare e che non potrò mai permettermi visto l’andazzo delle proprietà a Londra, e di cui di solito posso solo immaginare l’interno. Fortunatamante per soddisfare la curiosità compulsiva di persone come me, ogni anno a Londra c’è l’Open House London, un intero week-end in cui circa 800 edifici, distribuiti in circa 30 quartieri della Capitale aprono le porte al pubblico. O almeno aprono quelle parti che non sono normalmente accessibili (come gli uffici della BBC per esempio…) o lo sono dietro il pagamento del biglietto d’accesso. E il fatto che quest’anno la manifestazione festeggi il suo 23esimo compleanno la dice lunga sul suo successo, che è diventato tale che so di persone che arrivano quasi a pianificarci le ferie attorno.

Ma un po’ di pianificazione è necessaria per evitare di correre come pazzi da una parte all’altra della città senza vedere nulla (com’è capitato a me e alla mia dolce metà qualche anno fa, quando earvamo ancora dei novizi della situazione…). Per questo assicuratevi una copia della guida, o se siete tipi tecnologici, per £2,99 potete scaricare la app per lo smartphone.

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La Trellick Tower di Londra, il capolavoro brutalista dell’architetto Ernő Goldfinger, costruita nel 1972.

Numerosi edifici, storici (e non), pubblici e privati e governativi, oltre a chiese e sinagoghe sono visitabili o il sabato o la domenica; in alcuni casi è richiesta la prenotazione, non perché siano necessariamente più speciali di altri ma perché hanno spazio limitato come 30 St Mary Axe il grattacielo a forma di siluro affettuasamente soprannominato The Gherkin, il cetriolo, il Lloyd Buidling di Richard Rogers o la Trellick Tower, il capolavoro brutalista dell’architetto Ernő Goldfinger (1902-1987) – propio lui, quello che ispirò il romanziere Ian Fleming a creare l’omonimo “cattivone” di 007.

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View from The Gerkins

Edifici come la bellissima cappella universitaria del King’s College London e il Foreign & Commonwealth Office (altrimenti detto Foreign Office o FCO, l’istituzione responsabile per la promozione degli interessi del Regno Unito all’estero), entrambi progettati negli anni Sessanta del XIX secolo da Sir George Gilbert Scott (quello dell’Albert Memorial e della Stazione di St Pancras), sono una vera e propria chicca del revival gotico vittoriano, e sono visibili ai comuni mortali solo di rado, in occasioni come queste delle case aperte, mentre capolavori dell’Estetismo come 18 Stafford Terrace, la dimora del fotografo e disegnatore satirico Edward Linley Sambourne e Leighton House, il capolavoro orientalista voluto dal pittore e scultore vittoriano Lord Frederic Leighton sono normalmente a pagamento.

Arab Hall, Leighton House

Arab Hall, Leighton House (built 1877-81). London.

Dal 19-20 Settember 2015

Open House London events.londonopenhouse.org

I primi 800 anni della Magna Carta

Cera una volta in un regno lontano un re cattivo la cui avidità e autoritarismo non andava giù ai ricchi baroni dell’aristocrazia. Per sfortuna del Re, tali baroni erano abbastanza potenti da costringerlo a trattare con loro e, il 15 giugno 1215, in cambio della loro fedeltà il re fu costretto a firmare un contratto di riconoscimento di diritti reciproci. Il re in questione si chiamava Giovanni Senzaterra ed era il fratello del più celebre e celebrato Riccardo Cuor di Leone (quello delle crociate e dei film di Robin Hood) a cui era successo nel 1999. E il documento che avrebbe cambiato il corso della storia per sempre era la Magna Carta.

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L’importanza della Magna Carta è superata solo dall’ignoranza che ne circonda il suo contenuto – ignoranza che pare essere condivisa anche da grande parte dei politici contemporanei. E se praticamente tutti dei suoi 63 articoli originali sono oggigiorno obsoleti (a nessuno interessa più una legge per regolamentare la caccia nella foresta – almeno non alla maggioranza dei cittadini moderni) quelle in cui si afferma il diritto ad un processo veloce godono ancora di ottima salute – tranne che in Italia, dove questo continua ad essere un utopia anche nel XXI secolo.

Per celebrare gli ottocento anni di questo fondamentale documento, la British Library ha riunito per la prima volta nella storia le uniche quattro copie della Magna Carta sopravvissute, oltre a documenti ad essa ispirati come the Dichiarazione di Diritti inglese del 1689, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948), la Dichiarazione d’Indipendenza americana scritta a mano da Thomas Jefferson nel 1776 e una copia originale della Dichiarazione di Diritti americana del 1789. Non mancano anche documenti governativi che proponevano la donazione di una delle copie originali della Magna Carta agli Stati uniti per il loro aiuto durante la Seconda Guerra Mondiale.

Magna Carta © Joseph Turpcourtesy of the British Library

Magna Carta © Joseph Turpcourtesy of the British Library

Idolatrata, fraintesa e abusata, allo stesso tempo documento e mito, la Magna Carta resta comunque il più potente esempio di libertà e giustizia del mondo moderno.

 

Fino al 1 Settembre 2015

Londra // British Library bl.uk/

Il Duca di Wellington e Apsley House

Un indirizzo come Number One London è davvero difficile da rivaleggiare. Eppure è così che è conosciuta Apsley House, la dimora del Duca di Wellington, dal momento che era il primo edificio che coloro che arrivavano dalla campagna incontravano per entrare in città. Situata nel cuore della Capitale, ad Hyde Park Corner, questa bella casa neoclassica costruita da Robert Adam tra il 1771 e il 1778 per Lord Apsley, il Lord Cancelliere e poi acquistata da Wellington nel 1817 è davvero difficile da mancare. Eppure nei miei sedici anni londinesi, ad Apsley House non c’ero mai entrata – un’imperdonabile negligenza da parte mia, opportunamente rimediata il mese scorso quando la casa è stata riaperta dopo un lungo restauro in occasione delle celebrazioni per il Bicentenario della Battaglia di Waterloo.

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Apsley House. London. 2014 © Paola Cacciari

E se vi state chiedendo chi era il Duca di Wellington, sappiate che non siete i soli. Secondo un recente sondaggio condotto dall’English Heritage, pare infatti che gran parte della popolazione britannica non abbia idea di chi sia questo signore o di cosa abbia fatto. E la cosa è sorprendente (e anche un po’ triste) visto che Sir Arthur Wellesley, 1st Duca di Wellington (1769-1852) è stato l’eroe di Waterloo, la grande battaglia che spedì Napoleone a finire i suoi giorni a Sant’Elena e fece vincere l’Eurovision Song Contest agli Abba nel 1974 con la canzone omonima.

Arthur Wellesley, 1st Duke of Wellington, by Thomas Lawrence (1769–1830), painted 1815–16 and on display at Apsley House

Arthur Wellesley, 1st Duke of Wellington, by Thomas Lawrence (1769–1830), painted 1815–16 and on display at Apsley House

Wellington fu per due volte Primo Ministro, ma la sua carriera politica non si può certo chiamare un successo. Protestante di nascita il nostro duca era tuttavia una persona pragmatica e non lasciò che una facezia come la religione interferisse con la sua politica in favore dei cattolici – politica mirata fondamentalmente al non causare malcontento tra le sue truppe, visto che gran parte del suo esercito veniva dalla cattolicissima Irlanda. Inutile dire che questo non lo rese popolare tra i protestanti, e Wellington divenne un regolare bersaglio delle caricature satiriche di artisti come James Gilray e soci – le cui graffianti rappresentazioni si possono ammirare fino al 16 Agosto al British Museum nella mostra Bonaparte and the British: prints and propaganda in the age of Napoleon. Pare che le sue finestre ad Apsley House fossero sfondate con tale regolarità dai suoi oppositori che, nel 1828, il duca, stanco di avere i vetri costantemente distrutti dalle sassate degli oppositori, fece installare imposte di ferro!

'The plumb-pudding in danger: - or - state epicures taking un petit souper' (William Pitt; Napoléon Bonaparte) by James Gillray © National Portrait Gallery, London

‘The plumb-pudding in danger: – or – state epicures taking un petit souper’ (William Pitt; Napoléon Bonaparte) by James Gillray © National Portrait Gallery, London

Ma Wellington fu anche un grande amante dell’arte e si fece amici ovunque in Europa con la restituzione di molti capolavori sottratti dalle truppe napoleoniche. Senza di lui molti musei italiani sarebbero ancora semivuoti, e questo vale soprattutto per i Musei Vaticani: furono proprio gli inglesi infatti a finanziare il rimpatrio della collezione papale a Roma visto che il Papa non aveva i fondi per farlo.

La stessa Apsley House ospita una magnifica collezione d’arte che comprende circa 200 dipinti che va da Velázquez a Lorrain, da Correggio a Goya a capolavori della scuola olandese e fiamminga – oltre a porcellane, argenti, sculture, mobili e medaglie donate al Duca dai vari sovrani europei dopo le guerre napoleoniche e alla gigantesca statua del Canova posta alla base dell’imponente scalone Neoclassico, in cui Napoleone in veste di Marte pacificatore mostra orgoglioso i suoi addominali.

View of the statue of Napoleon holding a figure of Victory by Antonio Canova, in the stairwell at Apsley House

View of the statue of Napoleon holding a figure of Victory by Antonio Canova, in the stairwell at Apsley House

Purtroppo a differenza dell’ammiraglio Nelson, che ebbe il buon senso di morire da eroe in battaglia a Trafalgar e per questo fu premiato con una colonna, una piazza e l’eterna devozione del popolo britannico, il destino di Wellington fu quello di diventare, un po’ come Winston Churchill: un imbarazzante ricordo del passato. E così invece di una colonna e di una piazza, Wellington è passato alla storia per un filetto di manzo (il Wellington beef), gli stivali di gomma (Wellington boots) e un’affollata stazione ferroviaria al Sud del Tamigi. Oltre, naturalmente, alla canzone degli Abba. Succede.

The Duke of Wellington's famous boots

The Duke of Wellington’s famous boots

Per visitare Apsley House guardate il sito dell’English Heritage english-heritage.org.uk

Bonaparte and the British: prints and propaganda in the age of Napoleon. Fino al 16 Agosto. Ingresso libero. britishmuseum.org

Pubblicato su No Borders Magazine