Borse e borsette

Ah, la borsa! Dimmi che borsa possiedi, ti dirò chi sei: intrise di significati simbolici, le borse sono molto di più di semplici oggetti funzionali.

Il dizionario italiano la definisce come un “Sacchetto, contenitore di varia forma, grandezza e materia, destinato a usi diversi, in part. a contenere oggetti di uso personale da portare con séb. di stoffa, di pelle, di paglia, di plasticab. per la spesab. per signorab. del tabacco” (Borsa degli arnesi, dei ferri; Borsa diplomatica, Borsa da viaggio, Borsa del ghiaccio,; Borsa dell’acqua calda, etc). Certamente, la loro capacità di trasportare più oggetti di quanto si potrebbe fare a mano, ha fatto delle borse un elemento fondamentale per lo sviluppo della civiltà umana. Dalle borse medievali e bisacce dei messaggeri alle semplici borse di tela o di plastica, dai classici del design come i modelli di Prada e Chanel agli zaini militari o da tempo libero e da viaggio e ai marsupi da portare in vita alle valigette porta-documenti – ma sempre con una stretta relazione tra funzione e contenuto, la borsa è un’accessorio necessario e onnipresente, utilizzato da da uomini e donne da migliaia di anni in tutte le culture e in tutti i paesi.

Left to right: Burse for the Great Seal of England, 1558 – 1603, England. Museum no. T.40-1986. © Victoria and Albert Museum, London; John Peck & Son, London, Winston Churchill as Secretary of State for the Colonies Despatch Box No.7. Image Courtesy of Sotheby’s

Il disegno delle borse si è evoluto insieme alla storia dei viaggi e degli spostamenti. E se quando si viaggia la portabilità è l’elemento principale, i diversi mezzi di trasporto (transatlantico, treno, automobile, cavallo, a piedi) hanno influenzato lo sviluppo di diversi materiali e di specifiche forme di bagaglio (viaggiare con un baule come questo baule di Louis Vuitton doveva essere una vera fatica, soprattutto per i facchini) . Lo stesso si può dire dell’Esercito, di cui materiali durevoli, lo stile pratico delle uniformi e l’armamentario dei soldati, ha grandemente influenzato la moda civile soprattutto nella creazione delle borse sportive.

Ma neanche la minaccia della guerra e l’obbligo di portare sempre con sé la maschera anti-gas, aveva fatto desistere le signore bene di Londra dal rinunciare all’eleganza, e un’intraprendete ditta inglese creò una pochette da donna in pelle nera con lo spazio per un respiratore standard di tipo civile con maschera di gomma nera e filtro metallico.

Come le scarpe e vestiti, anche una borsa può raccontarci molte cose del proprietario – dal ceto sociale, alle aspirazioni e ambizioni della persona, al desiderio di appartenere ad un determinato mondo o madre un determinato messaggio politico, artistico o sociale. E come un paio di scarpe, anche una borsa per quanto costosa, è sempre più abbordabile di un abito di alta moda, e quindi più alla portata di tutti. E in questo caso è la scelta del modello che conta, poiché indica la tribù di appartenenza.

Da sinistra a destra: la partenza di Grace Kelly da Hollywood (foto di Allan Grant The LIFE Images Collection via Getty Images); Paris Hilton e Kim Kardashian con Marc Jacobs per le borse “Monogram Miroir” di Louis Vuitton a Sydney, Australia 2006. Foto di PhotoNews International Inc, Getty Images

E se negli anni Cinquanta e Sessanta personaggi come Grace Kelly e Jaqueline Kennedy Onassis hanno visto le loro borse preferite ribattezzate con il loro nome, gli anni Ottanta hanno visto la nascita del famoso modello creato da Hermès per Jane Birkin nel 1984 (sulla quale si vedono ancora le tracce degli adesivi che le piaceva attaccarci sopra (cosa che avrebbe fatto venire un infarto a Samantha in Sex and the City) e dell’elegantissima Lady Dior, dedicata a lady Diana Spencer.

Ma il vero boom dei testimonials esplose negli anni Novanta e Duemila, con la creazione delle cosiddette “It bags”, borse promosse da personaggi famosi, da bloggers, vloggers e influencers (da Chiara Ferragni al cinese Mr Bags). Il possedere una (o molte) di queste borse e borsette create in edizioni limitate da marchi come i Chanel, Hermès e Fendi e vendute a prezzi astronomici diventa simbolo di lusso e consumismo.

Da eterna fan di Sex and the City, la mia preferita è naturalmente la Baguette di Fendi, celebrata in un episodio del serial americano in cui Carrie, derubata della borsetta, informa costernata il ladro che non è una semplice borsa, ma una baguette. Creata nel 1997, questa è stata la prima It bag con oltre 60,000 esemplari venduti tra il 1997 e il 2007 e recentemente ritornata in fabbricazione.

Ripensandoci, non so come ho fatto a sopravvivere nella mia adolescenza ficcando tutto nelle tasche di jeans e giubbotti … 🤭 Quando, anni fa mi fu rubata la borsa, il senso di perdita fu schiacciante, e non solo per il portafoglio e la noia di dover rifare i documenti: mi sembrava di aver perso un pezzo di me stessa. Il che in parte era vero, che novella Mary Poppins, tendo portarmi appresso ogni cosa che potrebbe essere utile in (ipotetiche) emergenze – Kleenex, cerotti, assorbenti, paracetamolo, burro di cacao, crema, bottiglia d’aqua, le chiavi, l’agenda (che mi piace la carta) e l’immancabile libro. E naturalmente, dato lo schizofrenico tempo inglese, ombrello e occhiali da sole. Senza scomodare Freud e le sue teorie della sessualità (che naturalmente il nostro austriaco ne ha una anche sulle borse da donna…), la borsa fa le veci – temporanee- del rassicurante tetto domestico. 🏡

2021 © Paola Cacciari

Londra// fino al 16 Gennaio 2022

Bags, Inside Out, Victoria and Albert Museum

Painted Hall, Old Royal Naval College @ Greenwich

Nascosto tra i vari edifici che compongono l’Old Royal Naval College, il magnifico complesso neoclassico costruito da Christopher Wren (1632-1723 ), l’architetto di St Paul’s Catherdral, e dal suo pupillo Nicholas Hawksmoor (1661-1736) che sorge sul sito dell’antico palazzo omonimo di epoca Tudor, c’è uno tra i piú grandi e al tempo stesso sconosciuti soffitti dipinti dell’Europa del Nord: la Painted Hall.

Old Royal Naval College, viewed from the north side of the Thames river. Photo © Bill Bertram

E sebbene il capolavoro di James Thornhill (1675 o 1676-1734) non sia la Cappella Sistina (a cui è stato ultimamente sempre più spesso paragonato) la Painted Hall è certamente imponente e notevole dal punto di vista visivo – lo posso confermare per esperienza quando finalmente ho trovato il tempo (e l’edificio…) per visitarlo.

Thornhill impiegò una ventina d’anni per completare la decorazione pittorica e il suo epico trompe l’oeil fece del relativamente sconosciuto pittore, una celebrità. Le prestigiose commissioni si susseguirono e nel 1715 fu ingaggiato per dipingere la cupola di St Paul’s Cathedral. A questo fece seguito nel 1716 il soffitto della Great Hall di Blenheim Palace, nell’Oxfordshire, la grandiosa residenza di campagna di John Churchill, il primo duca di Marlborough e dei suoi eredi (tra cui Winston Churchill che nacque lì) recentemente ritornato alla sua dimora di campagna dopo che, nel 1710, la caduta del Gabinetto Whig (da lui sostenuto) e l’allontanamento da corte della moglie, la formidabile Sarah Churchill, duchessa di Marlborough, un tempo prediletta dalla Regina Anna, posero fine  sia ai suoi successi militari che alla sua preminenza a Corte. Neanche a dirlo, il soggetto che fa dipingere al nostro Tornhill è la sua grandiosa vittoria del 1704 nella battaglia di Blenheim, durante la guerra di successione spagnola.

Painted Hall, Old Royal Naval College, Greenwich. Londra 2016 © Paola Cacciari
Painted Hall, Old Royal Naval College, Greenwich. Londra 2016 © Paola Cacciari

Il grandioso salone della Painted Hall fu inaugurato nel 1694 con la funzione di sala da pranzo per il Royal Hospital for Seamen at Greenwich, una casa di riposo per anziani marinai della Royal Navy, la risposta britannica all’Hôtel des Invalides costruito da Luigi XIV a Parigi. Il soffitto è un trionfo barocco che celebra il regno di William e Mary II e con loro la legittimizzazione della Gloriosa Rivoluzione del 1689 e con essa il trionfo del protestantesimo sulla religione cattolica.

Painted Hall, Old Royal Naval College, Greenwich. Londra 2016 © Paola Cacciari
Painted Hall, Old Royal Naval College, Greenwich. Londra 2016 © Paola Cacciari

Ma neanche l’aver dipinto la cupola di St Paul’s salvò Thornhill dall’oblio quando, nella seconda metà del XVIII secolo, l’imperante gusto neoclassico dettò che la pittura decorativa dovesse essere racchiusca da cornici architettoniche come quella della Banqueting House di Londra creata da Inigo Jones (che guarda caso era il padre spirituale del Palladianesimo neoclassico) e mastristalmente dipinta da Rubens.  Oggi Thornhill è conosciuto (e anche poco bisogna dirlo) più per esser lo suocero di William Hogarth che per altro. Che sia arrivato il momento di tiralo fuori dal naftalina?

2021 ©Paola Cacciari

Painted Hall Ceiling Tours, Old Royal Naval College, Greenwich.

Tours take place daily between 10am and 5pm (last admission 4pm). £10.

St Bartholomew the Great

La chiesa di St Bartholomew the Great (affettuosamente abbreviata in Great St Bart’s) è una delle più antiche chiese parrocchiali di Londra. E di queste, dopo la Riforma protestante e la dissoluzione dei monasteri, non ne sono rimaste molte. Anzi.

Situata a Smithfield, nel cuore della City di Londra, Great St Bart’s fu fondata da Rahere, cortigiano e favorito del re Enrico I. La morte della moglie del re Matilda, seguita due anni più tardi dall’annegamento del loro erede, il principe William, e altre tragedie familiari che spinsero Rahere a rinunciare alla sua professione e a compiere un pellegrinaggio a Roma. A Roma, come molti pellegrini, si ammalò. Mentre giaceva in delirio, pregò per la sua vita giurando che, se fosse sopravvissuto, avrebbe aperto un ospedale per i poveri a Londra. Le sue preghiere furono esaudite e si riprese. Mentre si dirigeva verso casa gli apparve la visione di San Bartolomeo che gli indicò il luogo nel sobborgo di Londra chiamato Smithfield dove avrebbe fondato una chiesa in suo nome. Fedele alla sua parola, Rahere istituì sia una chiesa, un priorato di canonici agostiniani, sia l’ospedale e visse abbastanza a lungo per vedere il loro completamento, servendo come priore del priorato e come maestro dell’ospedale. Morì nel 1145 e la sua tomba si trova nella chiesa.

La costruzione iniziò nel 1123 con il presbiterio normanno e l’abside della chiesa, che oggi costituiscono la parte piú grande dell’edificio ancora in piedi. La chiesa è infatti una fortunata sopravvissuta degli travolsero la storia britannica, sfuggita miracolosamente alla dissoluzione dei monasteri, al grande incendio che nel 1666 distrusse gran parte della Londra medievale, e alle bombe della seconda guerra mondiale che obliterarono la vicina area di Barbican (la cui suggestiva architettura brutalista torreggia in lontananza, dietro la chiesa), ma che risparmiarono in qualche modo gran parte dell’area di Smithfield. La sua sopravvivenza significa che è ancora una delle chiese più suggestive di Londra con una storia affascinante.

Dal 1230 furono aggiunti i transetti e una grande navata. Ma se i transetti sono ancora visibili, la maggior parte della navata della chiesa del priorato fu saccheggiata, prima di essere demolita nel 1543 in seguito alla dissoluzione dei monasteri. Il fatto che la chiesa nel frattempo fosse stata trasformata in chiesa parrocchiale per il territorio, non bastò a salvare la grande navata fu demolita e a lasciare che i transetti cadessero in rovina. L’estremità sud della navata fu venduta per essere edificata, o essere utilizzata come sepolcreto. L’attuale torre fu aggiunta nel 1638 tra il transetto nord e l’unica campata rimasta della grande navata come ingresso più grandioso all’edificio.

St Bartholomew the Great, London. 2021 Photo by Paola Cacciari

Il Priorato fu sciolto nel 1539 e la navata della Chiesa fu demolita. Gli edifici monastici furono lasciati in gran parte intatti e il coro e il santuario dei Canonici furono conservati per uso parrocchiale. Sotto la regina Mary I (la “sanguinaria”), l’edificio fu brevemente adibito a dimora per i frati domenicani, prima che tornasse ad essere una chiesa parrocchiale sotto la regina Elisabeth I.

La chiesa fu restaurata più volte durante l’era vittoriana, prima nel 1860 e poi nel 1886, dall’architetto Aston Web (che avrebbe poi progettato l’iconica ma noiosa facciata di Buckingham Palace nel 1913, e l’altrettanto iconica e decisamente più bella facciata del Victoria and Albert Museum). Entrambi i restauri erano relatività in sintonia con la chiesa, a differenza di molti altri avvenuti in città nello stesso periodo. All’interno, l’esito più evidente dei lavori è stato il restauro dell’abside che era stata sezionata con una parete piana in qualche punto probabilmente nel XVII o XVIII secolo. Il muro è stato rimosso e la curva originale è stata ripristinata. The Lady Chapel, la cappella della Madonna all’estremità orientale, sopravvissuta al tempo e alle demolizioni fu utilizzata per scopi commerciali e trasformata in una tipografia, e fu proprio lì che l’americano Benjamin Franklin lavorò per un anno come tipografo durante la sua permanenza a Londra tra il 1750 e la metà del 1770,. Il transetto nord, invece era impiegato come come fucina di un fabbro.

St Bartholomew the Great è una chiesa attiva e funzionante, ma uno ha la sensazione che qui ci sia spazio per tutti, cattolici, anglicani, protestanti e coloro senza un particolare credo religioso, che la sua magnifica architettura e il senso della storia che vi si respira sono aperti a tutti.

2021 by Paola Cacciari

Colosseo, nuovi lavori in arrivo: ecco come sarà nel 2023

Una nuova arena di 3000 metri quadrati per il Colosseo: sarà completamente reversibile a copertura degli spazi ipogei. Saranno scelte procedure altamente tecnologiche finalizzate all’eco sostenibilità a lungo termine. Franceschini: “Organizzeremo il G20 Cultura dallo spicchio esistente ora dell’arena del Colosseo” L’articolo Colosseo, nuovi lavori in arrivo: ecco come sarà nel 2023 proviene da Uozzart.

Colosseo, nuovi lavori in arrivo: ecco come sarà nel 2023

La leggenda dei Vichinghi

Ebbene sì, Amazon Prime Video mi ha dato il colpo di coda di questo lockdown. Alla vigilia della riapertura dei musei e in pieno online training su come si svolgerà il nostro ruolo al museo, l’unica cosa a cui riesco a pensare è il prossimo episodio di Vikings. In quattro gg ho visto due serie. Me ne mancano ancora quattro…

E allora ho pensato di ripubblicare un post di qualche anno fa su un’interessantissima mostra al British Museum dal titolo Vikings life and legend. Così, per rinfrescare la memoria. 🙂

Vikings
Vikings life and legend al British Museum

Quando si pensa ai vichinghi si pensa a giganti biondi che indossano elmi con le corna, hanno spade gigantesche e solcano i mari su navi eleganti dalle teste di drago. O almeno questa era  l’idea che me ne ero fatta. Potete immaginare la delusione quando sono andata a vedere al British Museum a vedere Vikings life and legend e ho scoperto che gli elmi cornuti erano un’invenzione vittoriana abilmente sfruttata da Wagner! 

Pettini vichinghi, circa 900-1000. British Museum. Londra 2014©Paola Cacciari

E se i giganti in questione erano biondi e sanguinari, è vero anche che tenevano parecchio al loro aspetto, non risparmiavano in pettini, e non si vergognavano di usare il bistro per gli occhi o di adornarsi di bracciali e spille tanto grandi  e risplendenti che oggi sarebbero l’invidia ogni rapper. Certo si davano nomi terrificanti, ma in fondo (è la linea adottata dai curatori) erano pacifici mercanti che commerciavano, creavano bellissimi oggetti di oreficeria e scrivevano poesie. Anche se non credo che i monaci di Lindisfarne, isoletta al Nord dell’Inghilterra che nel 793 ebbero la sfortuna di ricevere la visita della prima incursione vichinga registrata nei documenti storici, sarebbero della stessa opinione…

Spille vichinghe, circa 800-900. British Museum.
Londra 2014© Paola Cacciari
Erano anche agricoltori, almeno fino a quando non andavano in giro a fare i vichinghi (cioè i pirati) e ad invadere le terre altrui – attività a cui questi giganti provenienti da Danimarca, Svezia e Norvegia si dedicarono con puntigliosa costanza per un paio di secoli, dall’800 al 1050. E come gli inglesi sanno bene, avendolo sperimentato di persona durante quei due secoli, i vichinghi oltre a a morte e distruzione, hanno lasciato dietro di sè anche una scia di preziosi artefatti (alcuni davvero meravigliosi), oltre alle bellissime saghe messe per iscritto nel XII secolo dai loro discendenti. Ma nonostante lo sforzo dei curatori, proprio non ce li vedo i vichinghi come creatori di una cultura raffinata. La vita quotidiana che traspare dagli oggetti di questa mostra appare dura, crudele e ripetitiva e al loro cospetto la raffinatezza degli artefatti franchi e bizantini sembra davvero di un altro pianeta.

Roskilde 6. Photograph: Frantzesco Kangaris for the Guardian 

Poi mi sono trovata davanti la Roskilde 6 mi sono dovuta ricredere: che i vichinghi erano di fatto degli artisti raffinati. Ma le loro più grandi opere d’arte erano le navi lunghe. E questa qui del British Museum, con i suoi 37 metri, lunga lo è davvero. Certo bisogna lavorare un po’ di fantasia per ricostruire i pezzi mancanti visto che della struttura originale di legno è sopravvissuto solo il venti per cento, ma la forma della nave è li, davanti a voi. Ed oltre ad essere lunga, è elegante e potente e bella da mozzare il fiato. Con navi così hanno conquistato terre lontane e sono diventati la leggenda che tutti conoscono. È impossibile guardare questa nave (anche se allo stato attuale di scheletro) e non provare un fremito di emozione lungo la schiena. Fu trovata nel 1997 durante i lavori di costruzione del Museo delle navi vichinghe diRoskilde, in Danimarca e poteva contenere un centinaio di guerrieri.

Armi vichinghe. British Museum.
Londra 2014©Nebbiadilondra

Immaginate di trovarvi dalla parte sbagliata della prua di questa nave e trovarvi davanti cento giganti biondi armati di asce da guerra decorate da serpenti argentati e spade risplendenti che (come Excalibur) avevano un nome e forse anche un’anima ed erano al centro della sociologia vichinga, visto che le spade erano “sacrificate” agli dei come le persone o gli animali! Immaginate…

Londra//fino al 22 giugno 2014

British Museum,
Great Russell Street,
London, WC1B 3DG
www.britishmuseum.org/

2021 © Paola Cacciari

Another London: International Phothographers Capture City Life 1930-80

Dall’archivio del passato, anno 2012: un po’ turimo, un po’ storia sociale, è Londra vista da fotografi stranieri.

Vita da Museo

Dopo settimane di apnea lavorativa, finalmente un giorno libero da dedicare al mio passatempo preferito: andare in giro per mostre. Che questa Londra olimpica abbonda se possibile ancora di più di mostre, eventi, conferenze etc etc etc, e non c’è niente di più frustrante che avere i denti (l’entrata libera) e non avere il pane (il tempo) per vederle.
Another London: International Phothographers Capture City Life 1930-80a Tate Britain è uno show che sembra stato allestito pensando ai turisti: ci sono i bobbies, gli autobus a due piani, il Big Ben, le guardie della regina con il berrettone d’orso e naturalmente la nebbia. Non mancano neppure i monelli dell’East End e i gentlemen della City con l’ombrello e la bombetta. Che ieri come oggi Londra è una città che affascina e stimola l’occhio e la curiosità, con la sua diversità culturale, la sua multienicità e le sue tipologie…

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I Mews di Londra: le case nelle stalle

Per molto tempo non ho avuto idea di cosa fossero i “mews“, le piccole stradine (private e non) che a Londra sembrano fare capolino dietro ogni casa signorile che si rispetti. Ne’ per tutti gli anni in cui ho abitato a Londra il non saperlo mi ha creato problemi, perfettamente contenta com’ero della definizione che avevo desunto dal contesto topografico della capitale. Ai miei occhi e ai mai piedi che li percorrevano, si trattava stradine piccole di conseguenza dovevano essere vicoli o qualcosa di simile. Neppure la presenza della stessa parola nel nome Royal Mews mi aveva illuminato, non avendo mai visitato le scuderie reali, ma limitandomi sempre e solo alla Queen’s Gallery poco distante. Se mi fossi soffermata a considerare il fatto che la parola mews era li’ usata in relazione con le scuderie reali dico, ecco, forse mi sarei posta prima prima la domanda sulla funzione originale dei mews.
O forse no, e sarei stata perfettamente felice ugualmente. Questo ci fa il lockdown: restringendo la nostra vita, ci fa guardare con occhi nuovi a cose che fino a quel momento avevamo visto senza vederle davvero. Certamente lo ha fatto a me.

London 2020 © Paola Cacciari
Kynance Mews, Kensington. London 2021 © Paola Cacciari

Originariamente indicante il luogo in cui, durante il regno di Enrico VIII erano racchiusi i falchi e gli uccelli rapaci, col tempo la parola mews diventò sinonimo di stalle. O nel caso di Londra, di una strada di servizio o un piccolo cortile su cui si affacciano una fila (o file) di stalle e rimesse per le carrozze con alloggi sopra di loro, costruiti dietro grandi case di città prima che i veicoli a motore sostituissero i cavalli all’inizio del XX secolo. I Mews di solito si trovano in zone residenziali come Kensington e Chelsea, Mayfair, Belgravia, Marylebone, Bayswater e sono un fenomeno quasi esclusivamente londinese essendo stati costruiti per provvedere ai cavalli, ai cocchieri e ai servitori delle scuderie dei ricchi residenti.

London 2021 © Paola Cacciari
Redcliffe Mews, Earl’s Court. London 2021 © Paola Cacciari

Che quando tra il XVIII e il XIX secolo la zona Ovest di Londra si coprì di imponenti residenze signorili costruite nell’architettura classica in stucco bianco furono intorno alle ampie strade, alle piazze e ai giardini di Belgravia e dintorni, era fuori questione che le stalle o l’entrata per i commercianti potessero rovinare la vista della facciata.

La soluzione ideale era quella di mettere sul retro una strada di servizio, a volte semi-nascosta dietro un arco, in cui in piacevoli ma semplici edifici erano sistemati tanto i cavalli e le carrozze dei ricchi residenti che i garzoni e cocchieri che li attendevano, ma senza che ne gli ne gli altri dessero troppo nell’occhio – e certemante senza che l’odore dei cavalli arrivasse alle delicate narici delle signore vittoriane.

Quando, nel XX secolo, l’automobile e lo sviluppo della metropolitana e della ferrovia resero obsoleti cavalli e carrozze, sia le stalle che i piccoli edifici che le ospitavano furono trasformati in garage o abitazioni.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, i mews divennero popolari tra gli artisti e personaggi anticonvenzionali come indirizzi economici e discreti nei quartiri migliori. Francis Bacon fu tra i primi ad abitare una di queste ex-scuderie convertire, al numero 7 Reece Mews, a pochi passi dalla stazione della metropolitana di South Kensington, dove la blue plaque di rito ne celebra la residenza. Ora i mews costano milioni. Come cambiano le cose…

Francis Bacon mural in Reece Mews, Kensington. London 2021 © Paola Cacciari

La fille mal gardée – The Clog Dance from Act I (The Royal Ballet)

La Fille mal gardée, in italiano a volte resa come La fanciulla mal custodita, è il balletto più antico ancora in repertorio nelle compagnie di danza in tutto il mondo grazie alla sua leggerezza e semplicità. E se c’è un momento in cui abbiamo bisogno di leggerezza è proprio questo!

La Fille mal gardée Marianela Nune and Carlos Acosta

In tutta la sua lunga storia, il balletto è stato rimaneggiato molte volte. Oggi ne sopravvivono due versioni: quella russa (e in generale dell’Europa dell’est) coreografata da Marius Petipa e Lev Ivanov nel 1885 e rivisitata da Alexander Gorsky nel 1903 su musica di Peter Ludwig Hertel creata per l’allestimento di Paolo Taglioni fatto a Berlino nel 1864, e quella inglese coreografata nel 1960 da Sir Frederick Ashton su musica di Ferdinand Hérold adattata da John Lanchbery.

Will Tuckett as Widow Simone in La Fille mal gardée © Bill Cooper, courtesy the Royal Opera House

Quella che ho visto io nella mia vita pre-Covid, quando era ancora possibile starsene pigiati insieme a perfetti sconosciuti nella pancia di una teatro, è stata la versione de La Fille mal gardée creata da Ashton per il Royal Ballet di Londra, con gli splendidi Marianela Nunez e Carlos Acosta, ripettivamente nei ruoili di Lise (la fanciulla mal custodita) e Colas, il suo amato.

Una delle scene più divertenti è questa Dance of the Cock and Hens danzata dalla Vedova Simone, la madre di Lisa, di solito danzata da un uomo.

2021 © Paola Cacciari

Cecil Beaton: Theatre of War

Dall’archivio del passato, anno 2013: un’insolito Cecil Beaton fotografo di guerra, una vera scoperta…

Vita da Museo

C’erano molte cose che non sapevo di Cecil Beaton prima di visitare questa bellissima mostra all‘Imperial War Museum. Non sapevo che avesse disegnato i costumi di  scena per  opere famose come la Turandot di Puccini per la Royal Opera House di Londra nel 1961-62 per esempio. O per musical famosi come Gigi e My fair Lady, due produzioni che gli valsero l’Oscar. O che avesse disegnato il mitico vestito bianco e nero indossato da Audrey Hepburn. E non sapevo neanche che  la sua vera passione fosse  il teatro, ma non avendo  abbastanza talento per fare l’attore e che non potendo mantenersi come costumista e scenografo, per sbarcare il lunario, avesse cominciato a fotografare attrici famose e ricche signore per Vogue.
Audrey Hepburn in 'My Fair Lady', costume by Cecil Beaton
Ma soprattutto non sapevo che tra il 1939 e il 1945 fosse stato uno dei  fotografi ufficiali del Ministero dell’Informazione…

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