ll cardinale, le mogli e il Re: la storia dei Tudor vista da Hampton Court

Oh, se i muri potessero parlare quante cose ci potrebbero raccontare! Come Hampton Court per esempio che in quanto a storia (e storie) ne ha vista parecchia, e non solo nell Epoca Tudor che non fu solo Enrico ad abitarci: Elisabetta I quasi ci morì di vaiolo, Shakespeare ci inscenò un’intera stagione teatrale per Giacomo I Stuart, la regina Vittoria lo preferiva al castello di Windsor. Presino Van Gogh ci venne come turista per ammirarne la collezione di quadri. Ma le vicende di Enrico VIII e delle sue sei mogli mi hanno sempre affascinato e allora perché non partire proprio da qui per qualche pillola di storia?

Enrico VIII sarà anche stato sfortunato in amore (sebbene pensi che le sei poverette che hanno avuto la sfortuna di trovarsi sulla sua strada potrebbero dissentire…), ma fu certo fortunato in fatto di ministri. Per la prima parte del suo regno infatti ebbe il Cardinale Thomas Wolsey, per gran parte della seconda Thomas Cromwell. Certo Enrico, essendo Enrico fu abbastanza stupido da  sbarazzarsi di entrambi – ad un costo molto alto come si vedrà – ma non prima di aver spremuto il meglio da i due.

Avranno anche avuto lo stesso nome, ma i due Thomas erano diversissimi l’uno dall’altro. Se Cromwell era contento di stare nell’ombra, un eminenza grigia, non c’era nulla di grigio in Wolsey che sfoggiava la sua ricchezza con la stessa disinvoltura con cui indossava il rosso cardinalizio. E per dimostrare al mondo che il primo ministro di Enrico VIII sapeva vivere in modo altrettanto splendido dei cardinali romani, si fece costruire Hampton Court.

Hampton Court. London 2012© Paola Cacciari

Hampton Court. London 2012© Paola Cacciari

Questo magnifico palazzo, che combina lo stile grandioso del Rinascimento italiano con la tradizione locale e iconografia cattolica promossa dal segretario apostolico Paolo Cortesi (1471 – 1510), autore del trattalo De cardinalatu (il corrispondente religioso del Cortegiano di Baldassar Castiglione) molto popolare negli ambienti ecclesiastici elevati, a cui forniva un prezioso codice di comportamento e che delinea l’immagine ideale del “principe della Chiesa” a cui Wolsey aspirava e che voleva trasmettere a chi visitava Hampton Court. Il palazzo, dove il cardinale riceveva molte persone diverse – dal Re agli ambasciatori stranieri, a legati pontifici- doveva pertanto essere in grado di “parlare” ad una varietà di nuovi segmenti di pubblico e dire cose diverse a persone diverse.

Certo, emulare lo stile del re in architettura copiandone il gusto per lo spettacolo era, da parte dei sudditi un’azione volta ad adulare il sovrano per ottenerne il favore. Ma con Enrico il rischio di passare il segno e diventare così un arrampicatore sociale (come Wolsey), un pericoloso rivale o addirittura una minaccia era sempre altissimo come il cardinale ebbe la sventura di sperimentare a proprie spese.

Sampson Strong’s portrait of Cardinal Wolsey at Christ Church (1610)

Wolsey non ebbe tempo per goderselo il suo magnifico palazzo che proprio mentre stava per essere completato accade il disastro. La causa del disastro fu semplice: non avendo avuto figli maschi dalla moglie Caterina d’Aragona, Enrico voleva l’annullamento del suo matrimonio (sulla base che essendo lei stata la già la moglie del fratello Arthur, morto dopo sei mesi, l’unione era da considerarsi illegittima) per sposare la suo nuova bella, Anna Bolena. Come sempre Enrico si rivolse a Wolsey per risolvere la questione (in fondo a questo servono i ministri no?) e il cardinale si mise all’opera. Difficile e spinosa che fosse, con papa Clemente VII ci sarebbe forse anche stata qualche possibilità di risolvere la questione in modo soddisfacente (per Enrico, non per Caterina, a cui la prospettiva di esser scartata dopo anni di uso fedele, deposta e spedita in convento non andava davvero giù) che in fondo la Riforma protestante era già in atto, e una piccola concessione non sarebbe stata una gran cosa per il Papa mantenere cattolica L’Inghilterra. Ma Caterina era la zia di un pesce ben più grosso, l’imperatore Carlo V, che certamente non sarebbe stato altrettanto accomodante. Wolsey esitò ed Enrico, essendo Enrico, perse la pazienza e decise di risolvere la questione da solo con i risultati che tutti sappiamo – almeno tutti quelli che hanno fatto attenzione alle lezioni di storia.

Wolsey sapeva fin troppo bene di aver fallito e che l’ira di Enrico si sarebbe abbattuta su di lui con la violenza di un uragano. Così nel 1528, tre anni dopo il suo completamento, offrì il suo magnifico palazzo di Hampton Court al re, nel vano tentativo di placarne l’inevitabile vendetta. Invano, come si vedrà, che nel 1529 Wolsey fu spogliato del suo incarico e delle sue proprietà (inclusa la sontuosa abitazione londinese di York House che Enrico diede ad Anna Bolena). Nel 1530 Wolsey era morto. E meno male, che se non fosse morto di crepacuore probabilmente sarebbe finito decapitato come l’altro Thomas, Cromwell, sempre per una questione di donne (nel caso dell’eminenza grigia la sua rovina fu lo sfortunato matrimonio con la protestante Anne de Cleves).

Ma torniamo ad Hampton Court. In questo periodo Enrico possedeva già una sessantina tra di palazzi e abitazioni, ma la sua corte da sola contava circa un migliaio di persone che dovevano vivere da qualche parte. Così il re, che non sopportava che altri suoi cortigiani avessero palazzi (mogli, amanti, castelli, cavalli etc etc ) più belli dei suoi, lo requisì nel 1529. Enrico non perse tempo ad ampliare Hampton Court, quadruplicando la superficie delle già immense cucine costruite dal cardinale, e aggiungendo la Great Hall, dove per gli anni a venire consumò i suoi pasti in compagnia della regina di turno.

Great kitchen, Hampton Court. London 2012© Paola Cacciari

Great kitchen, Hampton Court. London 2012© Paola Cacciari

Per il via del disturbo che Enrico si prese per sposare Anna Bolena, si è sempre pensato che il sovrano fosse un gran amate delle donne: in realtà pare fosse vero il contrario anche se forse è vero che l’unica donna che abbia davvero amato sia stata la suddetta Anna. Ma questo non la salvò dalla decapitazione quando, avendo fallito il suo compito principale di donna e regina che era quello di fornire il re con un erede maschio, diventa in eccedenza al requisito ed Enrico passa rapidamente alla moglie numero tre. Questa era la bionda e fragile Jane Seymour  che morì rimase in carica solo un anno, morendo di parto nel 1537, avendo almeno fornito un erede maschio ad Enrico. Ma Edoardo VI era un ragazzino gracile e malaticcio (infatti morì a sedici anni) e ad Enrico serviva almeno un erede di ricambio in caso il primogenito non fosse sopravvissuto (d’altronde questa era una storia che lui sapeva bene essendo lui stesso il figlio secondogenito salito al trono dei Tudor alla morte del fratello Arthur). Il fatto che lui avesse già due figlie, Maria ed Elisabetta dalla moglie numero uno Caterina d’Aragona e dalla moglie numero due Anna Bolena, non contava: per Enrico le principesse non erano un valido sostituto per un erede maschio, e il fatto che l’Inghilterra non avesse mai avuto una regina (fatta eccezione per Matilda che nel XII secolo passò l’intera sua vita a combattere suo cugino Re Stefano per il possesso della corona) sembrava dargli ragione. Pertanto si rendeva necessaria un’altra potenziare madre.

Great Hall, Hampton Court. London 2012© Paola Cacciari

Great Hall, Hampton Court. London 2012© Paola Cacciari

La moglie numero quattro, Anne de Cleves non ebbe neppure tempo di iniziare il lavoro che  fu prontamente dismessa (Enrico non fu in grado di consumare il matrimonio, ma per salvare la faccia scaricò la colpa sulla consorte che esiliò in campagna con una bella pensione e la testa sulle spalle, cosa che non si può dire andò allo stesso modo per Thomas Cromwell, che per questo fu prontamente decapitato nel 1540. Sfortunatamente per lei, le attenzioni del re ricaddero sulla giovane cugina di Anna Bolena, Catherine Howard. Lei aveva 16 anni e lui aveva 56 anni, pesava 130kg e aveva una ferita purulenta che non si rimarginava da cui usciva una tanfo insopportabile. Dovendo sopportare le sue effusioni, era inevitabile che la poverina cercasse conforto tra le braccia del giovane ed aitante Thomas Culpeper. Inevitabilmente la cosa era destinata a finire bene e dopo soli 16 mesi in carica, nel 1543 anche Catherine fu decapitata come adultera insieme al suo amante.

La moglie numero sei, Catherine Parr fu più fortunata: Enrico morì  nel 1547 prima di potersi stancare di lei. Fu libera così di sposare l’amore della sua vita, Thomas Seymour, ma sfortunatamente per lei rimase incinta e morì di parto nel 1548. Aveva solo trentacinque anni.

2017 by Paola Cacciari

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Gite fuori porta: Cambridge

Cambridge non ha bisogno di presentazioni che forse solo un marziano non ha sentito nominare almeno di passaggio questa deliziosa città universitaria situata nella parte orientale dell’Inghilterra, ad un centinaio di km a nord-est di Londra e bagnata dal fiume Cam. Con Oxford è la sede di una delle università tra le più antiche e prestigiose al mondo (anche se non antica quanto l’Alma Mater Studiorun di Bologna – scusate, non ho resistito… 😉 ).

Cambridge 2017 © Paola Cacciari

Cambridge 2017 © Paola Cacciari

Inutile dire che l’aspetto della città è determinato dalla presenza dell’Università e gli edifici in stile gotico perpendicolare abbondano. I colleges cominciarono a svilupparsi a partire dalla fine del XIII sec. Il primo fu Peterhouse costruito nel XIII-XV secolo, seguito dal Pembroke College e il Gonville and Caius College entrambi del XIV secolo, con aggiunte successive; il Christ’s College e il St. John’s College furono invece costruiti nel XVI secolo, insieme al Magdalene College nato nel 1428 come ostello benedettino prima di essere rifondato nel 1542 come parte dell’Università di Cambridge. L’allievo più celebre del college è il mio adorato Samuel Pepys, diarista e londinese i cui scritti e libri furono donati al college dopo la sua morte e che oggi sono conservati nella Pepys Library, all’interno del college stesso. Il Magdalene è conosciuto per lo stile tradizionalista, che include la cena a lume di candela nella hall tutte le sere ed il fatto di essere stato l’ultimo college di Oxbridge ad ammettere le donne nel 1988. Uh!

Cambridge 2017 © Paola Cacciari

St John’s College Cambridge 2017 © Paola Cacciari

Il famosissimo King’s College, la cui bellissima cappella (se si può chiamare così una chiesa delle dimensioni quasi di una cattedrale gotica…) costruita tra il  1446 e il 1515  e decorata da magnifiche vetrate e dall’altrettanto magnifica volta a ventaglio tipica del gotico inglese, dove alla vigilia di Natale si tengono il famoso coro del King’s College canta i Christmas Carols, i canti di Natale.

 King's College: Punting on the River Cam © Phil Brown 2000-2017

King’s College: Punting on the River Cam © Phil Brown 2000-2017

Il complesso del Trinity College, fondato da Enrico VIII nel 1546 ospita la splendida biblioteca costruita da Christopher Wren (quello di St Paul’s Cathedral a Londra per intenderci) tra il 1676-95. Le scaffalature contenenti i libri sono disposte in file perpendicolari alle pareti e sono decorate da meravigliosi intagli lignei del magico scultore e intagliatore Grinling Gibbons e sono coronate da busti in gesso di famosi scrittori di ogni epoca.

Una delle attività predilette di turisti e locali è il punting. Il punt è una imbarcazione a fondo piatto con la prua squadrata, nata come barca da carico o piattaforma per la pesca con l’amo da utilizzare su piccoli fiumi dalle acque poco profonde. Essendo la pesca o il trasporto di carichi diventati obsoleti, queste barche sono ora utilizzate per piacevoli escursioni sul fiume Cam – da cui il verbo “punting”. Il “punter” dal canto suo è il palo che, spinto contro il fondale del fiume, permette alla barca di avanzare – una sorta di gondoliere d’acqua dolce insomma anche se Wikipedia fa attenzione ad informarci che “Questo tipo di imbarcazione non deve essere confusa con una gondola che, oltre ad essere strutturalmente diversa, è azionata da un remo piuttosto che da un palo.”

Cambridge 2017 © Paola Cacciari

Cambridge 2017 © Paola Cacciari

Ma solo dopo aver riempito la pancia con un sostanzioso e saporito pub-lunch (Cambridge abbonda di pub caratteristici come The Eagle, uno dei più antichi della città) ci si può prender d’assalto il bellissimo Fitzwilliam Museum, la cui collezione e’ cresciuta attorno al nucleo originario della biblioteca del musicologo e collezionista Richard Fitzwilliam, che nel 1816 ne fece dono all’università e che ospita importantissime raccolte di manoscritti, pitture e antichità e la cui visita (credetemi) vi può portare via gran parte della giornata…

Cambridge 2017 © Paola Cacciari

Cambridge 2017 © Paola Cacciari

 

La Certosa di Londra apre al pubblico

Charterhouse Square, la Certosa di Londra ha riaperto al pubblico dopo un lungo restauro. Claudia di LondonSE4 ce la racconta (ed io non vedo l’ora di andarla a visitare!!)

London SE4

charterhouseForse non molti sanno che Charterhouse Square, nei pressi di Smithfield, sorge sul luogo di sepoltura di migliaia di vittime della peste nera (si stima un numero non inferiore alle 55.000 unità!).
Un enorme fossa comune, che fu creata su un terreno acquistato da Sir Walter Manny, a meta’ del XIV secolo. Il complesso adiacente, la Charterhouse, che ha da poco aperto al pubblico, fu costruito per una comunità di monaci certosini, di cui Manny fu il primo priore.
Durante i recenti scavi archeologici nella piazza (eseguiti grazie al progetto Crossrail) sono stati rinvenuti degli avanzi di cibo, forse utilizzati nelle cucine del monastero, per preparare piatti di carne per gli ospiti (i monaci erano vegetariani ed i loro pasti, davvero parchissimi, venivano cucinati da fratelli laici). Gli archeologi hanno anche individuato gli scheletri di tredici vittime della peste nera.
Uno di questi scheletri, si trova adesso in una teca di…

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L’altra metà di Dickens

Forse solo un marziano non conosce Il Canto di Natale (anche nella versione Walt Disney con Zio Paperone nelle vesti di Ebenezer Scrooge) Oliver Twist, Grandi Speranze o il Circolo Pickwick, che Charles Dickens è uno dei giganti della letteratura inglese e mondiale del XIX secolo. Ma oltre ad essere un grande scrittore, questo londinese onorario (era nato a Portsmouth) aveva pure trovato il tempo di dedicarsi al’impegno sociale, oltre che a produrre e mantenere nientemeno che dieci pargoli nel corso del suo ventennale matrimonio con la scozzese Catherine Dickens (1815-1879) detta “Kate”, il cui padre il giornalista George Hogarth divenne scrittore e critico musicale al the Morning Chronicle, dove un giovane e squattrinato Dickens lavorava. I due si sposarono nel 1836.

Come ancora adesso spesso accade, l’esistenza delle mogli e compagne di uomini famosi viene spesso schiacciata dall’egoistica personalità dei più noti mariti/compagni. Eppure molte di loro erano lungi dall’essere scialbi fantasmi  (sfido chiunque e a leggere la biografia di Constance Wilde, la moglie del mitico Oscar e pensare che lui l’abbia lasciata per mancanza di stimoli intellettuali). Certamente Catherine Dickens scialba non lo era. Ma ci volevano un direttore donna (la prima) e una donna curatore perchè il Charles Dickens Museum di Londra si decidesse a raccontare la storia dell’altra metà della storica coppia che ha abitato le stanze della casa di Doughty Street e che fin’ora è stata completamente dimenticata.

Catherine Dickens by Samuel Lawrence (1838)

Catherine Dickens by Samuel Lawrence (1838)

E il ritratto che emerge da questa piccola mostra è quello di una donna vivace ed intelligente che amava le feste, il teatro (era anche un’attrice dilettante e recitò anche in numerose produzioni), la musica (suonava il piano molto bene e a 14 anni incontrò persino Felix Mendelsshon), i viaggi (nel 1842 non esita ad accompagnare il marito nel tour americano) e la cucina, tanto da scrivere un libro di ricette dal titolo What Shall we Have for Dinner? Satisfactorily Answered by Numerous Bills of Fare for from Two to Eighteen Persons che ebbe molto successo e fu pubblicato fino al 1860.

Cosa accadde allora? Quello che troppo spesso avviene ancora oggi: il matrimonio finì dopo 22 anni di più o meno felice convivenza quando il famoso marito perde completamente la testa per una attrice diciottenne, Ellen “Nelly” Ternan. La tipica crisi di mezza età. Così cliché!

Certo, i segni che Dickens si stava stancando di lei erano già nell’aria, se Catherine avesse voluto vederli (ma d’altra parte, quale donna in tale situazione vuole farlo??), a cominciare dai sempre più frequenti rimproveri che il sempre più famoso marito le muoveva e che andavano da quello di essere una madre e una padrona di casa incompetente ad quello di accusarla di aver voluto una famiglia numerosa – famiglia che era stata per Dickens la causa di numerose preoccupazioni finanziarie. Il fatto è che Charles era ancora un bell’uomo, giovanile e pieno di energia, mentre Catherine che aveva avuto 10 figli e diversi aborti, non lo era più. Non c’è altro da dire.

I due si separarono nel Maggio 1858, dopo che un braccialetto destinato a Nelly fu recapitato per sbaglio alla casa di Dickens (e che Catherine pensò fosse per lei – chi non l’avrebbe fatto?). Voci che lo scrittore aveva una relazione extraconiugale con la sorella minore della moglie Georgina Hogarth (che viveva in casa con loro) circolavano da qualche tempo per Londra. Voci che lo scrittore e amico di famiglia William Makepeace Thackeray (quello di Vanity Fair) per amor di chiarezza, si affrettò a contraddire dicendo che la separazione di Dickens da Kate era dovuta alla sua relazione con un’attrice. Dickens negò tutto, tanto da arrivare  persino a scrivere un articolo pubblicato su Household Words il 12 Giugno 1858 con cui si affrettava a negare le voci di una separazione, anche senza fornire ulteriori chiarimenti. Inutile dire che l’amicizia con Thackeray non sopravvisse a questo terremoto…

Chales Dickens Museum, London 2016 © Paola Cacciari

Chales Dickens Museum, London 2016 © Paola Cacciari

Il fatto è che se molti degli uomini che frequentavano la cerchia degli amici e conoscenti dei Dickens avevano amanti, che mantenevano in modo più o meno sfarzoso a seconda delle loro finanze, di cui tutti erano a conoscenza e che tutti fingevano di ignorare. Ma per un marito costringere la propria moglie ad abbandonare la propria casa era tutta un’altra storia. La perdita del suo ruolo di “moglie” e, di conseguenza, di quello di madre, visto che una donna non aveva diritto all’affidamento dei bambini) era quanto di peggio potesse capitare ad una donna, in quanto la sua esistenza come persona era in relazione a quella del marito. Secondo la Common Law britannica, il diritto consuetudinario inglese, con il matrimonio tutti i beni della moglie erano ceduti al marito e l’identità giuridica della donna cessava di esistere. Niente marito, niente identità sociale.

Il volere la separazione effettiva dalla moglie fu, da parte di Dickens, un atto straordinariamente crudele da parte di qualcuno come lui che nel corso degli anni, si era “specializzato” nel ruolo di uomo buono e caritatevole – un ruolo che lo scrittore passò il resto della sua vita a cercare di giustificare agli occhi del suo pubblico. Kate dal canto suo continuò a  seguire da lontano la carriera del marito, non scrisse o disse mai una parola contro di lui in pubblico e continuò a firmarsi “Ms Charles Dickens” anche dopo la separazione e rimase affezionata e fedele al marito e alla sua memoria anche fino alla sua (di lei) morte nel 1879.

Il fatto è che se molti degli uomini che frequentavano la cerchia degli amici e conoscenti dei Dickens avevano amanti, che mantenevano in modo più o meno sfarzoso a seconda delle loro finanze, di cui tutti erano a conoscenza e che tutti fingevano di ignorare. Ma per un marito costringere la propria moglie ad abbandonare la propria casa era tutta un’altra storia. La perdita del suo ruolo di “moglie” e, di conseguenza, di quello di madre, visto che una donna non aveva diritto all’affidamento dei bambini) era quanto di peggio potesse capitare ad una donna, in quanto la sua esistenza come persona era in relazione a quella del marito. Secondo la Common Law britannica, il diritto consuetudinario inglese, con il matrimonio tutti i beni della moglie erano ceduti al marito e l’identità giuridica della donna cessava di esistere. Niente marito, niente identità sociale.

Il volere la separazione effettiva dalla moglie fu, da parte di Dickens, un atto straordinariamente crudele da parte di qualcuno come lui che nel corso degli anni, si era “specializzato” nel ruolo di uomo buono e caritatevole – un ruolo che lo scrittore passò il resto della sua vita a cercare di giustificare agli occhi del suo pubblico. Kate dal canto suo continuò a  seguire da lontano la carriera del marito, non scrisse o disse mai una parola contro di lui in pubblico e continuò a firmarsi “Ms Charles Dickens” anche dopo la separazione e rimase affezionata e fedele al marito e alla sua memoria anche fino alla sua (di lei) morte nel 1879.

Il fatto è che se molti degli uomini che frequentavano la cerchia degli amici e conoscenti dei Dickens avevano amanti, che mantenevano in modo più o meno sfarzoso a seconda delle loro finanze, di cui tutti erano a conoscenza e che tutti fingevano di ignorare. Ma per un marito costringere la propria moglie ad abbandonare la propria casa era tutta un’altra storia. La perdita del suo ruolo di “moglie” e, di conseguenza, di quello di madre, visto che una donna non aveva diritto all’affidamento dei bambini) era quanto di peggio potesse capitare ad una donna, in quanto la sua esistenza come persona era in relazione a quella del marito. Secondo la Common Law britannica, il diritto consuetudinario inglese, con il matrimonio tutti i beni della moglie erano ceduti al marito e l’identità giuridica della donna cessava di esistere. Niente marito, niente identità sociale.

Il volere la separazione effettiva dalla moglie fu, da parte di Dickens, un atto straordinariamente crudele da parte di qualcuno come lui che nel corso degli anni, si era “specializzato” nel ruolo di uomo buono e caritatevole – un ruolo che lo scrittore passò il resto della sua vita a cercare di giustificare agli occhi del suo pubblico. Kate dal canto suo continuò a  seguire da lontano la carriera del marito, non scrisse o disse mai una parola contro di lui in pubblico e continuò a firmarsi “Ms Charles Dickens” anche dopo la separazione e rimase affezionata e fedele al marito e alla sua memoria anche fino alla sua (di lei) morte nel 1879.

Nonostante la consapevolezza di essere stata bistrattata, Catherine si diede da fare con determinazione per ricostruire la sua vita, decisa a trarre il meglio dalla nuova (sebbene indesiderata) libertà che il suo nuovo status di moglie separata le concedeva. Si diede da fare per rinnovare vecchie amicizie, come quelle con gli scrittori del giornale satirico Punch, e per creare nuovi legami soprattutto tra i musicisti suoi vicini.

La mostra racconta anche la storia anche di questo divorzio mostrando come la famiglia affrontò quella che ha tutte le sembianze di una moderna separazione, con i figli che prendono le parti dell’uno o dell’altra, e con i comportamenti che si adeguano alla nuova situazione. Dei numerosi figli avuti da Dickens infatti, solo il ventunenne Charles jr allora già maggiorenne, decise (chiaramente contro il volere del padre) di andare ad abitare con Catherine quando, nel Maggio del 1858, si traferì al n. 70 di Gloucester Crescent, vicino a Regent’s Park, sostenendola anche economicamente, oltre che moralmente.  La scelta si presenta anche per Georgina, la sorella di Catherine, che viveva con loro e che si trova davanti all’opzione di restare con Dickens come governante o prendere le parti della sorella e tornare alla casa paterna, dove avrebbe condotto una vita noiosa da zitella squattrinata. Inutile dire che fu abbastanza furba da scegliere la prima.

In punto di morte Catherine affido alla figlia le lettere scritte dal marito dicendole di darle al British Museum che il mondo sapesse che il grande Dickens una volta l’aveva amata.

All’uscita della mostra non riesco a non pensare che Catherine Dickens era una donna molto più piacevole dell’uomo a cui era sposata…

 

Londra// fino al 20 Novenbre

The Other Dickens

dickensmuseum.com

In giro per musei: Design Museum

Giorno libero, fa un bel freschino ma il sole splende e il cielo blu: perfetto per una scarpinata sulla riva sud del Tamigi. È una parte della vecchia Londra che trovo davvero suggestiva. Qui, nascosto dietro al Tower Bridge e le ottocentesche banchine portuali di Butler’s Warf, i cui imponenti magazzini per le merci sono stati trasformati in appartamenti di lusso, si trova quello che fino all’anno scorso era il Design Museum e che ora è diventato l’archivio dello studio di architettura della compianta Zaha Hadid.

Design Museum. London, 2015 © Paola Cacciari

Design Museum. London, 2015 © Paola Cacciari

Aperto nel 1989 per volere di Sir Terence Conran, il Design Museum è stato il primo museo al mondo dedicato a al design in tutte le sue forme, compresa la moda, l’architettura e la grafica. Nonostante il mio ex-compagno fosse un fanatico di Habitat e non facesse entrare in casa sua nulla che non provenisse dal grande grande negozio di Tottenham Court Road, non avevo idea di chi Terence Conran fosse. Fino a  quando, nel 2011, in occasione degli 80 anni di Conran, il Design Museum allesti’ una mostra davvero geniale, opportunamente intitolata The way we live now. E i rimandi alla geniale satira di Anthony Trollope non sono casuali, che questa mostra offre la stessa penetrante visione della società inglese offertaci da Trollope nel XIX secolo, anche se decisamente meno cattiva…

Terence Conran, circa 1950. Photographer Ray Williams

Terence Conran, circa 1950. Photographer Ray Williams

Terence Conran ha fatto per il design quello che Mary Quant ha fatto per la moda: l’ha cambiato. È grazie a lui se gli inglesi hanno scoperto il piumone (duvet), gli utensili da cucina francesi e la cultura del caffè del continente. Designer, imprenditore, innovatore e buongustaio, Conran ha iniziato la sua carriera nel clima austero del dopoguerra, quando decide che il design doveva essere accessibile a tutti, sia nel gusto che nel costo. Il primo negozio Habitat, aperto nel 1964, in Fulham, vendeva mobili e oggetti per la casa funzionali, semplici e lineari.  E non a caso il suo spirito innovatore trovò ampio consenso nella Swinging London degli Anni Sessanta e in Mary Quant, per cui Conran disegno’ gli interni del negozio.

Sull’onda del successo di Habitat, Conran ha aperto una nuova serie di negozi, The Conran Shop, che ancora oggi offrono una selezione dei maggiori brand del design internazionale. Ma non finisce qui. Che oltre ai mobili questo instancabile creativo ha firmato anche spazi pubblici, (il Terminal One dell’aeroporto di Heathrow), librerie e ristoranti -l’altra sua grande passion, tra cui il famoso Bibendum all’interno dello storico edificio Michelin House, acquistato nel 1985. Da allora ne ha inaugurati più di 30 nelle più importanti città del mondo contribuendo non poco a modificare anche il gusto inglese per la tavola. Quando si dice la passione…

Il nuovo Design Museum riaprirà il 24 Novembre 2016 nella nuova sede di High Street Kensington, nel vecchio edificio che in precedenza ospitava il Commonwealth Institute in High Street Kensington, nella zona Ovest di Londra vicino ad Holland Park. Per maggiori informazioni cliccate qui

La casa del Dr Johnson

E  anche quest’anno siamo arrivati all’Open House London, uno degli eventi che prediligo, un week-end in cui palazzi storici (e non), musei, gallerie ed edifici di culto di tutte le fedi aprono al pubblico quelle parti che non sono normalmente accessibili (come gli uffici della BBC per esempio, la Royal Court of Justice o il Foreign Office) o lo sono dietro il pagamento del biglietto d’accesso.

 Dr Johnson's House. London, 2014 © Paola Cacciari

Dr Johnson’s House. London, 2014 © Paola Cacciari

E se l’anno scorso è stata la volta del periodo vittoriano, dell’Arts and Crafts e dell‘Estetismo, quest’anno armati di guida, mappa e scarpe comode io e la mia dolce metà ci siamo avventurati alla scoperta della Londra di re Giorgio (II e III) quella della metà del XVIII secolo per intenderci, quella di Handel e del Dr. Samuel Johnson. Ed è proprio costui l’autore della mitica frase “when a man is tired of London, he is tired of life; for there is in London all that life can afford”, coniata mentre, con l’amico James Boswell (avvocato e scrittore scozzese, a cui si deve la biografia appunto di Samuel Johnson – grazie Wikipedia!) discuteva i vantaggi del vivere nella capitale. Ed evidentemente di vantaggi Londra ne aveva molti, perché il Dr Johnson non lascio mai più.

Nato a Lichfield nello Staffordshire nel 1709, Samuel Johnson frequentò il Pembroke College di Oxford per poco più di un anno prima di essere costretto ad abbadonare gli studi per mancanza di fondi. Tornato a Lichfield depresso e senza un soldo, si dedica all’insegnamento aprendo nel 1735 un’accademia privata che peró contava solo tre allievi, tra cui il diciottenne David Garrick, che diverrà uno dei più famosi attori del suo tempo.

E fu proprio in compagnia del suo ex-allievo David Garrick che Johnson il 2 Marzo1737 partì alla volta della Capitale. Inutile dire che entrambi fecere fortuna…

Se l’insegnamento non era il suo forte, Samuel Johnson (1709-1784) si rifece ampiamente in altri settori. Oltre ad essere critico letterario, poeta, saggista e biografo, il Dr. Johnson fu uno tra i più importanti lessicografi britannici, passato alla storia per avere pubblicato nel 1755 il monumentale A Dictionary of the English Language che pur non essendo stato il primo dizionario della lingua inglese, fu di certo considerato per anni il più importante, fino a quando nel 1928 fu soppiantato dall’uscita dell’Oxford English Dictionary (OED).

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Costruita nell’anno 1700 circa, la casa in cui Samuel Johnson visse dal 1748 fino 1759 (miracolosamente sopravvissuta alle bombe incendiarie della II Guerra Mondiale) si trova al numero 17 di Gough Square, una minuscola piazzetta nascosta dietro Fleet Street ed è una delle poche costruzioni dell’epoca rimaste intatte nella City of London, il cosiddetto ‘Square Mile’ che ci sono molte altre case di questo periodo altrove a Londra; certamente è l’unico edificio originale che si affaccia su Gough Square.

L’interno è arredato in modo semplice, quasi spartano per riflettere le circostanze a volte indigenti del nostro eroe. Ma basta guardare i ritratti, i paesaggi e gli oggetti che la popolano per avere un’idea della sua mente brillante sono un’affascinante testimonianza della vita di uno dei più spiritosi, carismatici e studiati personaggi della storia britannica. Come il bel servizio da tè appartenuto a Mrs Thrales, una delle più care amiche di Johnson che era famoso per la sua predilezione per il tè, e un ritratto che si pensa rappresenti Frances Barber, il servo giamaicano del dottore che gli lasciò in eredità gran parte del suo patrimonio. In quella che ora è la biblioteca (e che forse una volta era la camera da letto del Dr Johnson), è possibile sfogliare un facsimile del suo dizionario in due parti (che abbonda di voci peculiari che non raggiunsero mai la gloria lessicografica, ma che sono nondimento deliziosamente divertenti).

Trasformato in un piccolo museo, la Dr Johnson’s House è una meravigliosa testimonianza della vita nella Londra settecentesca. Consigliato agli amanti di storia sociale e di decorazione d’interni…

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Non perdetevi la piccola statua in bronzo di Hodge, uno dei suoi gatti prediletti, seduto sul famoso Dizionario di Johnson e con un paio di gusci di ostriche vicino.

 

Breve storia di (tutta) l’Epoca Stuart

James I of England 1621 by Daniel Mytens

James I of England 1621 by Daniel Mytens

Gli Stuart abitano il XVII secolo con la stessa naturalezza con cui i Tudor avevano abitato il Cinquecento.

Quando, il 24 marzo 1603 Elisabetta muore senza eredi, le succede sul trono d’Inghilterra il figlio protestante della (cattolica) cugina Maria Stuart, Giacomo IV di Scozia diventato poi Giacomo I d’Inghilterra (1603-1625). Il suo regno fu in un certo senso una continuazione di quello di colei che lo aveva preceduto con attentati e cospirazioni contro il re e la monarchia che si susseguono con impressionante regolarità come all’epoca di Elisabetta, ma anche con l’esplorazione geografica, che porterà nel 1620 un gruppo di puritani ad imbarcarsi sulla Mayflower e ad attraversare l’Oceano per fondare il primo nucleo della colonia del Massachusetts, mentre il genio di Shakespeare continua a produrre un capolavoro dietro l’altro (Macbeth, Re Lear e La Tempesta furono tutti scritti in questo periodo).

Sulle orme di Elisabetta, Giacomo continua la costruzione di una Chiesa Anglicana subordinata  alla monarchia, cosa che crea non pochi frizioni con i puritani che volevano una Chiesa di Stato e che per questo furono instancabilmente perseguitati. Se l’odio dei puritani non fosse stato sufficiente, Giacomo riuscì anche ad incorrere nella collera dei cattolici che porterà alla Congiura delle polveri del 1605, la Gunpowder Plot, i cui membri capeggiati da Guy Fawkes progettavano di far esplodere la Camera dei Lord in un momento in cui il re e i membri del Parlamento sarebbero stati presenti. La congiura fu però scoperta, i colpevoli puniti in modo feroce e le repressioni inasprite. Ma i complotti finirono…

Anthony van Dyck Charles I with M de St Antoine (1633)

Charles I with M de St Antoine (1633) by Anthony van Dyck

Con Carlo I (1625-1649), il secondogenito di Giacomo I (il primogenito Enrico Federico Stuart, era morto nel 1612), la religione torna ad essere un problema. Non che avesse cessato di esserlo sotto Giacomo I sia chiaro, ma almeno il padre non era sposato una regina apertamente cattolica (e per lo più francese) come Henrietta Maria. Se questo non fosse stato sufficiente ad irritare il Parlamento, nei successivi quindici anni del suo regno, Carlo fece di tutto per esasperare i suoi membri stipulando prima un trattato segreto con Luigi XIV di Francia, a cui promette aiuto contro i protestanti insorti nella città de La Rochelle, poi decidendo di sciogliere il Parlamento e regnare come sovrano assoluto. Inutile dire che quest’ultima decisione non fu particolarmente popolare soprattutto a Londra, che insorge costringendo Carlo a fuggire. La guerra civile che ne seguì e che vide Cavalieri, sostenitori del Re e della Chiesa anglicana, scontrarsi con le Teste Rotonde, i puritani appartenenti alla borghesia mercantile cittadina, fu in larga misura colpa del Re. Ciò non toglie che la sua successiva decapitazione fu forse una reazione un tantino esagerata…

Ma con il Commonwealth, la Repubblica creata nel 1649, la situazione anziché migliorare, addirittura peggiorò visto che le decisioni prese dal Lord Protector Oliver Cromwell (1599-1658) e compagni, non riguardavano più solo Cavalieri e Teste Rotonde, ma tutto il Paese. Per ben undici anni il velo grigio del puritanesimo si estese a tutta la Gran Bretagna, sopprimendo meticolosamente tutte le cose che rendono la vita interessante: la danza, il teatro, il gioco d’azzardo; persino il Natale fu dichiarato illegale.

Non sorprende che quando alla morte di Oliver Cromwell nel 1660, Samuel Pepys e Lord Montague salparono alla volta della Francia per riportare a casa l’esiliato Carlo II (1630-1685), furono in pochi a rimpiangere i tempi cupi del puritanesimo: con il nuovo re almeno la vita sarebbe  tornata ad essere nuovamente divertente… Certo, non mancarono i disastri – la peste, il grande fuoco, che diede al grande architetto Christopher Wren la scusa per creare la cattedrale di St Pauls e una quarantina di nuove chiese, puntualmente distrutte dalle bombe di Hitler nel Blitz del 1940 e altrettanto puntualmente ricostruite nel dopoguerra.

King Charles II (1660–1665) by John Michael Wright or studio National Portrait Gallery

King Charles II (1660–1665) by John Michael Wright or studio (National Portrait Gallery)

Giacomo II (1633-1701), il fratello di Carlo II che lo seguì sul trono alla morte  senza eredi del sovrano, fu spodestato dopo soli tre anni per essersi convertito al cattolicesimo, innescando così la Gloriosa Rivoluzione, la pacifica invasione del 1688 avvenuta ad opera dell’olandese Guglielmo III d’Orange (regna 1689-1702). Questi, invitato dal Parlamento a recarsi in Inghilterra per essere incoronato re insieme alla sua consorte Maria II Stuart (regna 1689-1694) regnerà fino al 1702. Il secolo si chiude con il regno della regina Anna (regna 1702-1714), ufficialmente la sovrana più noiosa dell’intera storia della monarchia inglese.

Ma l’energia di quel secolo incredibile non si concentra solo nella politica, ma anche nel mondo della cultura, delle arti e della scienza. Questo è il secolo di John Milton e del suo Paradise Lost, di Rubens, van Dyck e Inigo Jones e dei capolavori a intaglio di Grinling Gibbons; eancora di Samuel Pepys, Isaac Newton, della Royal Society, di Christopher Wren e dei suoi allievi Nicholas Hawksmoor e John Vanbrugh. Non male per un isoletta!

Quando, all’inizio del XVII secolo, Giacomo I sale al trono inglese unendo così per la prima volta le due corone di Scozia e Inghilterra, l’architettura e le arti decorative in Gran Bretagna sono lontane anni luce dallo stile classico che aveva spopolato in Europa nel Cinquecento.  Giacomo è determinato a competere con (e a superare) le altre corti europee, ma si rende conto che per riuscire nell’impresa deve iscrivere l’Inghilterra ad un corso intensivo di aggiornamento sull’arte europea per recuperare il tempo perduto.

Blenheim Palace Terrace

Blenheim Palace Terrace

Il regno dei primi sovrani Stuart è così caratterizzato da un energico processo di mecenatismo che attira nel giro di pochi anni, grandi nomi dell’arte come Peter Paul Rubens, a cui Giacomo I commissionerà nel 1621, la decorazione del soffitto a cassettoni della Banqueting House creata da Inigo Jones, e Antoon van Dyck che, arrivato a Londra nel 1632, finirà con il restarci per tutta la vita, diventando il pittore prediletto di Carlo I. Ma l’entusiasmo di Giacomo non si limita ai dipinti, che comincia a collezionare con gusto in questo periodo, ma anche agli arazzi e nel 1619 istituì i laboratori tessili di Mortlake che impiegavano tesitori fiamminghi e per i quali nel 1623, il futuro Carlo I (allora ancora Principe di Galles), acquistò  nientemeno che i cartoni d Raffaello – cartoni che, dopo la tessitura degli arazzi per la Cappella Sistina, erano stati abbandonati in un laboratorio di Genova e che ora sono custoditi al Victoria and Albert Museum.

Wood carving by Grinling Gibbons in the apartments of king William III at Hampton Court Palace

Wood carving by Grinling Gibbons in the apartments of king William III at Hampton Court Palace

Ma nulla nell’Inghilterra del XVII secolo grida modernità più dell’architettra di Inigo Jones (1573-1652). Architetto, pittore e inventore di sontuose feste reali per la corte di Giacomo I e suo figlio Carlo I, Inigo Jones  era un figlio del Rinascimento fino al midollo. Era stato in Italia (il primo architetto inglese a farlo) e studiato l’architettura romana e quella di Andrea Palladio e grazie al sogno del re Giacomo I di vestire Londra di edifici grandiosi per farne la nuova capitale del Protestantesimo da opporre alla Roma cattolica e barocca, fece sì che le forme semplici e la frugale bellezza del Palladianesimo create con la sua Banqueting House divengano il tratto distintivo dell’architettura inglese per i secoli a venire.

Ma il XVII è anche il secolo delle innovazioni domestiche. Una nuova a nuova enfasi sul comfort e sulla domesticità porta alla creazione di nuove forme di arredamento per la casa. Alcune erano semplici migliormenti di oggetti preesistenti, come la cassettiera (l’odierno comò) che si sviluppano dal cassone rinascimentale, altre come l’orologio a pendolo e la libreria erano novità assolute. Per quest’ultima dobbiamo ringraziare Samuel Pepys (1633-1703), che nel 1666 decise che i suoi libri meritavano un luogo migliore del pavimento di casa sua e si fece costruire un armadio con mensole aggiustabili a seconda delle dimensioni dei libri e da a vetri che li proteggevano dalla polvere.

Con lascomparsa della Regina Anna, l’ultima degli Stuart e morta senza eredi nonostante le diciotto gravidanze, si apre un nuovo vuoto dinastico che con un altro colpo di scena degno di una soap opera diede inizio all’Era georgiana. Ma questa, ancora una volta, è un’altra storia.

  1. By Paola Cacciari

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Philip Webb 1831-1915 al Victoria and Albert Museum

All’orecchio dei non appassionati delle Arts and Crafts, il nome di Philip Webb (1831-1915) forse non suona immediatamente riconoscibile – almeno non come quello dei suoi amici e compagni William Morris e Dante Gabriel Rossetti. Ma nessun altro come questo personaggio modesto e riservato ha cambiato il modo in cui percepiamo un edificio – e non solo dal punto di vista architettonico e strutturale, ma da quello della conservazione.

Red House, Bexleyheath,London. Photo by Paola Cacciari

Red House, Bexleyheath,London. Photo by Paola Cacciari

Nel 1877 infatti Webb fondò insieme allo stesso Morris e ad un gruppo di appassionati che condividevano le sue idee, la Society for the Protection of Ancient Buildings (Società per la Protezione degli Edifici Antichi). E se per Webb  e Co. il termine “antico” era utilizzato nel senso piu’ vasto del termine per indicare ogni edificio  molto vecchio, ma non necessariamente “pre-medievale”, la società ebbe il merito di opporsi ai restauri distruttivi di edifici antichi (o semplicemente vecchi) che erano la norma nell’Inghilterra vittoriana.

Inutile dire che Webb diede anche un immenso contributo alle Arts and Crafts di William Morris di cui fu un grande amico per tutta la vita.  Quando, nel 1861, Morris fonda la sua ditta Morris, Marshall, Faulkner & Co. insieme anche a Rossetti e Burne Jones, Webb fornisce disegni per vetrate e gioielli, bicchieri e ferro battuto. Come Morris e John Ruskin, anche Webb era fieramente opposto all’industrializzazione in quanto privava l’operaio dell’orgoglio creative tipico dell’artigiano, portando inevitabilmente alla produzione di oggetti di scarsa qualità. Nella sua mente progettisti e artigiani erano la stessa cosa e le due attività erano tra loro inscindibili e il loro lavoro quotidiano è un’opera d’arte.

Standen National Trust Exterior, UK - Diliff by Diliff

Standen National Trust Exterior, UK – Diliff by Diliff

Webb applica questo concetto anche all’architettura, occupandosi personalmente di ogni dettaglio, anche dei più insignificante. A Standen disegna tutto, dalla pianta dell’edificio ai mobili e ai tessuti per l’arredamento, persino gli oggetti per la tavola e i lampadari, essendo la casa una delle prime dimore private ad avere la luce elettrica..
Costruita tra 1892 il 1894 per il ricco avvocato londinese James Beale, sua moglie Margaret e i loro sette figli, Standen, nella Contea del West Sussex, a  circa un’ora di treno da Londra,  è considerata il capolavoro di Philip Webb. I Beale erano l’esempio tipico della clientela del nostro architetto-muratore, che rifuggiva la pubblicità e aborriva l’aspetto commerciale del suo lavoro e faceva affari solo con amici di amici e per questo non divento mai ricco e famoso. Non solo: Webb voleva esser pagato solo quello che il suo cliente poteva permettersi o che riteneva opportuno, e spesso si faceva pagare meno del dovuto, così non solo non divenne mai ricco, ma per anni fu perseguitato dall’ufficio delle tasse che non riusciva a capacitarsi del fatto che i suoi introiti fossero cosi bassi…

The Drawing Room, Standen

The Drawing Room, Standen

Per Webb il progetto architettonico inizia sempre dal paesaggio: secondo William Morris, la casa doveva essere “ancorata” al paesaggio circostante, avvolta dalla Natura piuttosto. E Webb ottiene questo scopo eliminando ogni simmetria dalle sue costruzioni. Basta guardare la Red House, casa rossa che crea per l’amico William Morris a Bexleyheath, un anonimo villaggio nella contea del Kent a circa mezz’ora di treno da Londra come dono di nozze all’adorata moglie Jane, e che Rossetti definì una poesia piuttosto che una casa. Ed è vero, che non si può attraversare la soglia di quell’abitazione senza provare la sensazione di essere entrati in un altro mondo…

Red House by Paola Cacciari

Red House, Bexleyheath,London. Photo by Paola Cacciari

Con le sue torrette, soffitti con travi a vista e saloni medievali e immersa nel verde della campagna circostante, tra orti e frutteti, la Red House non era solo un esperimento architettonico o un saggio sulla decorazione d’interni che si allontanava volutamente dai modelli vittoriani, ma era anche e soprattutto un’esperienza di Comune artistica volute da un gruppo operativo dinamico formato da artisti eccentrici e socialmente impegnati che oltre a Jane (che si rivela essere una finissima ricamatrice) e William Morris comprendeva anche Dante Gabriele Rossetti e Lizzie Siddal, Edward Burne-Jones e la moglie Giorgiana, Charles Faulkner e le sue sorelle Lucy e Kate e Ford Madox Brown. Artisti uniti dalla volontà di creare un’impresa artigianale che, sulle orme delle antiche corporazioni medievali, potesse competere con le industrie sul piano della qualità e dei prezzi.

Il suo voler curare ogni particolare della costruzione fa si inevitabilmente che Webb costruisca davvero poco nella sua carriera, anche se quello che ci ha lasciato e’ squisito. Sue sono anche 1 Holland Park per il pittore Preraffaellita Valentine Cameron Prinsep  (noto come Val Prinsep) West House, Cheyne Row, in Chelsea. per l’artista George Price Boyce.

Fino al 24 Aprile 2016, Philip Webb 1831-1915 al Victoria ald Albert Museum

Elisabetta I e l’età d’oro dei Tudor.

Quando nel 1507 Pietro Torrigiano sbarcò in Inghilterra, fuggito da Firenze per aver rotto il naso a Michelangelo, doveva aver pensato di aver fatto un balzo indietro nel tempo. Ed in un certo senso era vero: dopo centocinquant’anni di guerre, l’Inghilterra semplicemente non aveva avuto tempo per l’arte. In quella remota isola del Nord dell’Europa, gli artisti non erano celebrità come in Italia, ma anonimi artigiani. Bisognerà attendere i primi sovrani Tudor, perché le cose cambino. Consci infatti dell’importanza delle arti visive per trasmettere alla nazione un messaggio di potere e legittimità, Enrico VII e Enrico VIII spalancarono le porte del loro regno agli artisti europei.

Ma se l’Inghilterra di Enrico VIII aveva goduto di proficui scambi culturali con l’Europa – almeno fino alla rottura con Roma, il Paese che Elisabetta I (regna 1558-1603) eredita dai suoi fratelli – il malaticcio re-bambino di Edoardo VI (regna 1537-1553) e Maria I (regna 1553-1558) detta La Sanguinaria per aver fatto giustizare almeno trecento oppositori protestanti, incluso l’arcivescovo di Canterbury Thomas Cranmer, è un Paese demoralizzato ed economicamente distrutto, politicamente debole e internamente lacerato da sanguinose guerre civili e furiose persecuzioni religiose scatenate a turno dal fratellastro e dalla sorellastra. Il turno di Elisabetta arriva nel 1558, quando Maria muore senza lasciare eredi; una volta sul trono e circondatasi di personaggi fidatissimi come William Cecil, I barone Burghley e suo figlio Robert Cecil, Elisabetta è libera di dedicarsi a ciò che le riesce meglio: glorificare la propria persona. E lo fa con un gusto ed uno splendore che non si vedeva dall’epoca dell’Impero Bizantino.

Elizabeth I(Armada Portrait) 1588

Elizabeth i (Armada portrait) 1588

Il suo regno, lungo ben quarantacinque anni, è generalmente riconosciuto come l’età d’oro della storia e della cultura inglese. Questi sono anni di grandi esplorazioni e scoperte geografiche, di corsari e navigatori come Francis Drake (1540-1596) che quando non era impegnato a combattere l’Invincibile Armata di Filippo II in nome della Regina, derubava i galeoni spagnoli nel Mar dei Caraibi con il suo (di lei) segreto benestare; o Walter Raleigh (1554-1618), poeta, corsaro e grande favorito di Elisabetta (ma non abbastanza da preferirlo a Drake al comando della flotta inglese) famigerato per aver introdotto il tabacco in Inghilterra – e da lì nel resto del mondo, con buona pace di nostri polmoni.

Ma ancora più delle imprese di corsari e navigatori, che pure donano al XVI secolo un’ineffabile esotismo, l’aspetto più significativo dell’epoca elisabettiana fu la riscoperta della lingua inglese portata dalla Riforma protestante. Sebbene il Latino continuasse ad essere essenziale per ogni persona di cultura, in questo periodo poeti e scrittori si accorgono quasi all’improvviso che, nelle mani giuste, l’inglese poteva diventare una lingua incredibilemente malleabile e capace di sublime bellezza. Non a caso gli anni compresi tra 1558 e il 1601 videro un fiorire starordinario della letteratura, poesia, musica e, soprattutto, del Teatro con William Shakespeare , Christopher Marlowe e Ben Johnson. A Londra poi, città in forte espansione economica e culturale, cominciano a sorgere in questi anni i primi teatri stabili come il Curtain Theatre (1577), il Rose (1587), lo Swan (1595) e il Globe (1599).

The Globe by Paola Cacciari

The Globe Theatre, London © Paola Cacciari

Ma l’importanza della parola scritta ha un grosso impatto anche sulle arti visive. L’arte di questo periodo, infatti, è aulica e altamente simbolica: è un’arte che sceglie di ignorare le conquiste del Rinascimento per ripiegarsi su se stessa. Questo è vero soprattutto per la pittura, che rimane fondamentalmente ancorata ad un’estetica di tipo medievale, dominata da colore e linea di contorno. Non sorprende per cui, che la più grande espressione dell’arte inglese si verifichi in quell’arte essenzialmente medievale che è il ritratto miniato. Quest’arte tutta inglese, non nacque tuttavia in Inghilterra, ma – come molte altre cose dell’epoca – fu una disciplina largamente d’importazione, che i primi ritratti miniati furono dipinti alla corte di Enrico VIII dal fiammingo Lucas Horenbout (c.1490/1495–1544), e dal tedesco Hans Holbein (1497-1543).

Nicholas Hilliard, Self-Portrait, 1577.

Nicholas Hiliard, Self-portrait. 1577. Victoria and Albert Museum

Ma sarà con l’inglese Nicholas Hiliard (c.1547-1619) che, durante il regno di Elisabetta I, il ritratto miniato raggiungerà il massimo splendore. Dipinti su pergamena montata su una carta da gioco utilizzata come sostegno, i capolavori di Hiliard sono realizzati con una pennellata vivace ed espressiva e hanno l’immediatezza di un’istantanea e la preziosità di un gioiello. Ma i ritratti miniati non erano fatti per essere mostrati in pubblico: erano oggetti privati, pegni d’amore, d’amicizia scambiati tra amanti o donati dalla regina ai suoi favoriti o viceversa, simboli di lealtà e devozione e per questo altamente simbolici come il giovane vestito di bianco e nero (colori della regina) ritratto in The young man among the roses (1577) forse il Robert Devereux, II Conte di Essex, allora diciassettenne che, con una mano sul cuore, dichiara la sua devozione ad Elisabetta.

A Young Man Amongst Roses by Nicholas Hilliard, 1585-95. Museum no. P.163-1910, © Victoria and Albert Museum, London

Young Man Amongst Roses, by Nicholas Hiliard. 1585-9. Victoria and Albert Museum

Ma gli elisabettiani non volevano questa collezione di simboli solo nelle loro tasche, o a collo. La volevano anche alle pareti delle loro case. E questo amore per il simbolo e per la parola scritta è più che mai evidente nel ritratto, un genere che in Inghilterra diventa particolarmente popolare in seguito alla Riforma protestante, quando la pittura si allontana dai soggetti esclusivamente sacri per dedicarsi a quelli secolari. Come Hiliard aveva già capito nelle sue stilizzata miniature, l’Inghilterra della fine del XVI secolo, costantemente in guerra con la Spagna e governata da una monarca non più giovane e senza figli che si ostinava a non nominare un erede per paura di un colpo di stato, aveva bisogno di essere rassicurata. E allora, con un’idea geniale, Elisabetta crea il personaggio di Gloriana, la Regina Vergine ed eternamente giovane, donna, madre e icona irraggiungibile, simbolo dell’Inghilterra stessa. Inevitabilmente, gli stretti parametri a regolamentare la produzione delle immagini della Regina, imbrigliano la creatività di artisti e pittori, costringendoli a ricorrere alla complessa serie di simboli che dona al ritrattismo Tudor la ieratica bidimensionalità di tipo quasi bizantino che li contraddistingue.

Ma la pittura non era la sola arte dell’epoca elisabettiana che ignora volutamente l’esistenza del Rinascimento. Che si trattasse di nuovi edifici, di castelli modernizzati o di monasteri convertiti, anche l’architettura della seconda metà del XVI secolo non mostra nessuna traccia della rivoluzione artistica che, partita dall’Italia, stava impazzando per l’Europa. Al contrario: invece di guardare avanti, al classicismo di Palladio, l’architettura elisabettiana si rivolge al passato per i suoi modelli, ai grandi edifici dei primi sovrani Tudor ispirandosi a palazzi come quelli di Richmond e Hampton Court , costruiti da Enrico VII ed Enrico VIII e dove Elisabetta (tanto parsimoniosa quanto suo padre era spendaccione) continua felicemente a vivere, lasciando ai nobili della sua corte il compito di costruire nuovi, sfarzosi edifici che l’avrebbero ospitata nei suoi spostamenti. Questo, unito alla lunga pace che caratterizza il suo regno, da’ vita a quel boom architettonico la cui massima espressione è la country house, la casa di campagna, il simbolo architettonico della struttura del potere dell’Inghilterra della post- Controriforma. Impegnate come sono nel costruire la “loro” Inghilterra, le nuove casate nobiliari non hanno tempo da perdere con le conquiste del Rinascimento e, come era accaduto con i primi sovrani Tudor, anche all’epoca di Elisabetta gli elementi decorativi dell’inizio del secolo sono opportunamente integrati a quelli nuovi. Mentre nel 1567 in Italia Palladio costruiva quel capolavoro di classicimo rinascimentale che è Villa Capra (la Rotonda), con le loro torri, torrette e fossati, le abitazioni della nobiltà britannica continuano ad mantenere in tutto e per tutto un aspetto ancora medievale.

Hardwick Hall, Doe Lea, Derbyshire. Photo woody1981

Hadwick Hall, Doe Lea, Derbyshire. Photo woody1981

Un tempo il cuore e l’anima della comunità, nella seconda metà del XVI secolo le nuove dimore si allontanano progressivamente da villaggi e centri abitati per ergersi in loro splendido isolamento nel mezzo di parchi e terreni. Un’esempio di questa esuberanza architettonica è Hardwick Hall, nel Derbyshire, costruita tra il 1590 e il 1597 dall’antenata dei duchi di Devonshire, la formidabile Elizabeth Talbot (c. 1527-1608), la Contessa di Shrewsbury e la donna più ricca d’Inghilterra dopo la Regina. Costruita su tre piani, con ogni piano più alto di quello precedente in modo da rispecchiare gerarchicamente l’accrescersi dell’importanza dei suoi occupanti, Hardwick Hall è la rappresentazione fatta mattone dello stato sociale della sua proprietaria e della sua ricchezza, evidente nelle molte (e molto grandi) finestre in vetro, un lusso che all’epoca solo pochi eletti potevano permettesi…

Naturalmente tutto questo non poteva durare, che tutte le cose arrivano alla fine – anche le età dell’oro. Come i suoi fratellastri che l’avevano preceduta, anche Elisabetta muore senza eredi il 24 Maggio 1603, l’ultima della dinastia Tudor. Gli succede sul trono il nipote Giacomo Stuart, il Re di Scozia figlio di quella Maria Stuart opportunamente decapitata dalla stessa Gloriana. Il secolo seguente sarà davvero molto, molto diverso.

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2016 © Paola Cacciari

 

 

Il magico mondo di Charles e Ray Eames

Per avere successo nel mondo del design bisogna non solo avere talento, ma anche trovarsi al posto giusto al momento giusto. Come è accaduto alla coppia di coniugi americani Charles Eames (1907–1978) e Bernice Alexandra detta “Ray” (1912–1988) Eames che oltre a solidi ideali artistici e filosofici, ebbero anche dalla loro il vantaggio di vivere nell’epoca giusta. La loro idea di celebrare la bellezza degli oggetti quotidiani toccò infatti il tasto giusto nella sensibilità artistica del dopoguerra, quando il crescente benessere va di pari passo con un rinnovato interesse per la bellezza e la qualità.

Ray and Charles Eames at the office Photograph Eames Office

Ray and Charles Eames at the office Photograph Eames Office

Charles Eames nasce nel 1907 a St. Louis, nel Missouri. Nel 1940, dopo la laurea in architettura, comincia a dedicarsi alla progettazione di mobili innovativi alla Cranbrook Academy of Art, dove collabora inizialmente con l’architetto Eero Saarinen.  Beatrice Alexandra Kaiser (Ray Eames) nasce nel 1912 a Sacramento, California. Negli anni Trenta segue la scuola del pittore tedesco Hans Hofmann, studiando a New York e Provincetown. I due si incontrano nel 1940, a Cranbrook e nel giro di un anno decidono di sposarsi e di trasferirsi a Los Angeles dove ha inizio la loro comune carriera.

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Leg splint designed by Charles and Ray Eames, 1942, moulded plywood. Victoria and Albert Museum

Molte delle tecnologie che gli Eames avrebbero poi utilizzato per uso domestico furono inizialmente sviluppate come parte dello sforzo bellico americano come le barelle e i supporti ortopedici in legno compensato per le gambe dei feriti, creati nel 1942 per la Marina degli Stati Uniti. Fu attraverso oggetti come questi che gli Eames iniziarono le loro indagini sulle possibilità del legno multistrato curvato (altrimenti detto compensato) che ha portato alla produzione di successo di sedie e poltrone nel corso dei successivi quattro anni.

L’intensa attività di progetto e ricerca così avviata, approda, nel periodo post-bellico, alla produzione in serie dei loro primi mobili in legno multistrato sagomato. A questo primo successo segue, negli anni successivi, una serie di progetti di mobili e oggetti che, spesso basati su materiali e tecnologie innovative, sono destinati a rivoluzionare la storia del design. All’approccio strutturale di Charles corrisponde la sensibilità formale sviluppata da Ray durante gli anni di studio delle arti plastiche.

Il loro approccio era semplice: identificare un problema e trovare il materiale adatto per risolverlo, senza mai dimenticare i dettagli. Che come diceva Charles Eames, “i dettagli non sono dettagli: i dettagli sono il progetto.”

Al centro della filosofia degli Eames si trova una visione radicalmente nuova della domesticità, incapsulata nella casa che la coppia costruì per se stessa a Los Angeles, nel quartiere Pacific Palisades, nel 1949. Con le sue pareti di vetro, acciaio e colorati panelli, la Eames House è considerata uno dei capolavori architettonici del periodo della Guerra Fredda. Con la estetica contemporanea che è tuttavia l’antitesi dell’austera scatola bianca modernistaun, l’abitazione era per la coppia un canovaccio per le loro idee e uno spazio alla moda per intrattenere i loro amici del mondo dello spettacolo. Tra i visitatori annotati nel libro degli ospiti di Ray ci sono anche Charlie Chaplin e Billy Wilder  per il quale avevano creato una speciale sedia bassa, visto che era incline a saltare dalla sedia quando era eccitato da qualcosa visto alla televisione...

The living room of the house the Eameses built in Los Angeles in 1949 Photograph Timothy Street-PorterEames Office

The living room of the house the Eameses built in Los Angeles in 1949 Photograph Timothy Street-PorterEames Office

La loro idea di celebrare la bellezza degli oggetti quotidiani toccò infatti il tasto giusto nella sensibilità artistica del dopoguerra, quando il crescente benessere va di pari passo con un rinnovato interesse per la bellezza e la qualità. Il loro grande merito fu di aver portato un ondata di rinnovamento nella società Americana del dopoguerra affamata di novità e in possesso del denaro necessario per pagarle. Dal loro amore per la sperimentazione e per i materiali, nacquero icone degli anni 1960 e 1970 come la famosissima Lounge Chair del 1956 che diventerà la sedia che ogni dirigente degno di questo nome vorrà avere nel proprio ufficio.

Charles Eames in the plywood Lounge and Ottoman, 1956 Photograph Eames Office

Charles Eames in the plywood Lounge and Ottoman, 1956 Photograph Eames Office

Anche se più conosciuti nel settore per il design di mobili e oggetti d’arredamento, la portata dell’opera degli Eames è tuttavia molto più ampia e con questa mostra il Barbican Centre ci regala la possibilità di esplorare la carriera eccezionale di questa eccezionale coppia.

Londra// fino al 14 Febbraio 2016

The World of Charles and Ray Eames

barbican.org.uk