Al Victoria & Albert Museum una grande mostra sull’età d’oro dei transatlantici.

Ah, il fascino delle navi da crociera! Alzi la mano chi appartiene alla mia generazione e non ricorda Love Boat la serie televisiva americana ambientata su una nave da crociera, trasmessa da noi su Canale 5  negli anni Ottanta, con il suo equipaggio più simile ad un gruppo di colonnisti della posta del cuore?

Ma i transatlantici al centro della mostra del Victoria and Albert Museum, dal tirolo Ocean Liners: Speed and Style, sono gli antenati delle torreggianti navi da crociera dei nostri giorni, quelle città galleggianti che trasportano oltre 6000 passeggeri e che oscurano con la loro spaventosa mole la Giudecca e rovinano le delicate pietre di Venezia. Il povero Ruskin sarebbe devastato al pensiero…

Ma il transatlatlico più famoso è certamente quello che è andato a fondo, il Titanic affondato durante il suo viaggio inaugurale al largo delle coste della Groenlandia. Ma qui al museo il focus è sugli altri transatlantici, quelli che sono sopravvissuti ai ghiacci e alla Seconda Guerra Mondiale e che sono diventati il simbolo di un’epoca di ottimismo, progresso ed eleganza.

Come l’inglese Queen Mary per esempio (1936), o il francese Normandie (1935), o il tedesco Bremen (1928) – anche se, naturalmente, non poteva mancare il relitto del Titanic, lo stesso che (in forma di replica) figura nella tragica scena del naufragio a cui si aggrappano Kate Winslet e Leonardo di Caprio del filmone di James Cameron…

 The Queen Mary ocean liner Credit: V&A
The Queen Mary ocean liner Credit: V&A

Quando il mare era l’unica strada per andare da un continente all’altro, il transatlantico era l’unico mezzo di trasporto capace di solcare gli oceani e di raggiungere parti remote del mondo. Ma viaggiare per mare era una faccenda scomoda e affollata e nessuno avrebbe affrontato la lunga traversata transoceanica a meno che non fosse stato assolutamente necessario. Compito delle nuove compagnie di bandiera era far cambiare idea alla gente e, visto il successo ottenuto, direi ci riuscirono in pieno! Non a caso che l’epoca d’oro dei transatlantici coincide con quella della grafica, negli anni Venti e Trenta del Novecento. Accattivanti campagne di marketing che offrivano spazi personalizzati alla portata di tutte le tasche, promuovono un’idea del viaggiare per mare che va oltre alla questione  puramente pratica in breve attraversare l’oceano non è più solo una questione pratica, ma anche e soprattutto un piacere.

Tra le due guerre Gremania, Francia ed inghilterra competono per la supremazia europea  e queste vere e proprie città galleggianti divennero potenti simboli del progresso e della modernità del XX secolo. E ogni anno si disputavano la Blue Riband, il premio per la nave più veloce ad attraversare l’Atlantico. Inutile dire che conquistarla era un onore patriottico, oltre che una manna per la reputazione

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Chi viaggiava per mare si sentiva speciale e le compagnie di navigazione facevano in modo che questo i passeggeri non lo dimenticassero mai. Ogni aspetto del viaggio – dal momento della prenotazione, all’arrivo a destinazione – era perso attentamente in considerazione e ed era volto a promuovere un’idea di lusso ed eleganza dapprima inesistente. Questo lusso aveva lo scopo di attirate i passeggeri più ricchi in un momento in cui, negli anni Venti del Novecento, gli stati uniti avevano imposto restrizioni all’immigrazione e non essendo più necessario tanto spazio per trasportare  bagagli, parte della stiva poté essere trasformata in cabine – la cosidetta classe turistica. Sale da ballo, piscine, negozi: a bordo ogni desiderio era esaudito. Chi se lo poteva permettere, poteva portare a bordo cameriere e maggiordomi, animali, automobili e tutto il bagaglio che poteva portare con sé (come fece l’ex re Edoardo VIII che si imbarcò con la moglie Wallis Simpson sul SS United States portandosi appresso un centinaio di valige). Le navi più grandi come la Queen Mary erano persino dotate di cappelle  cattoliche o protestanti, o di sinagoghe a seconda delle necessità.

Queste navi erano disegnate in moda da creare una serie di “momenti” nella giornata dei passeggeri. E nulla era più importante della “grande descent” durante la quale le signore eleganti scendevano in modo teatrale dalla scalinata che portava alla sala da pranzo e potevano così sfoggiavano i loro abiti. Questo momento divenne cosi importante che elaborate scalinate divennero un elemento fisso dell’architettura degli interni dei transatlantici – tanto la la loro assenza, soprattutto in una nave come la Queen Mary fece esclamare al fotografo Cecil Beaton che i progettisti britannici non avevano preso in considerazione i bisogni delle loro clienti! Che la moda a bordo era una cosa importante, e molti passeggeri (uomini e donne) ordinavano abiti nuovi per l’occasione, come quello splendido di Christian Dior indossato da Marlene Dietrich a bordo della Queen Mary diretta a New York nel 1950.

Ma L’eleganza non era limitata agli abiti: gli interni erano vere e proprie opere d’arte: se il salone di prima classe del Normandie decorato in stile Art Decó, con un gigantesco pannello in metallo dorato con figure a rilievo dell’artista Jean Dunand era il massimo dell’eleganza, la sala da pranzo di prima classe  dell’italiana Conte Grande aveva mobili disegnati da Giò Ponti.

 

Ma lungi dall’essere solo un luogo di lusso ed eleganza, questi giganti del mare si rivelarono cruciali per il trasporto delle truppe americane in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale (e rimpatriarle alla fine) e di emigranti in fuga dall’Europa in guerra e dalle persecuzioni naziste, o che andavano in cerca di una vita migliore nel nuovo continente. La Queen Mary in particolare era la nave più rappresentativa della marina britannica e durante la guerra Hitler arrivò ad offrire 250.000 sterline al sottomarino che l’avesse affondata. ma grazie alla sua stazza e alla sua velocità la nave era inaffondabile. su di lei furono perse alcune delle decisioni più importanti per il destino della guerra: era per Churchill il quartier generare marittimo, l’equivalente del Cabinet War Rooms di Londra.

Ma già a partire dal 1965 il 95% delle traversate oceaniche avveniva tramite aereo, impiegano sette ore invece di tre giorni e con gli anni Settanta l’epoca d’oro dei transatlantici è definitivamente finita.

Ma già a partire dal 1965 il 95% delle traversate oceaniche avveniva tramite aereo, impiegano sette ore invece di tre giorni e con gli anni Settanta l’epoca d’oro dei transatlantici è definitivamente finita. E non si può lasciare la mostra senza provare una certa nostalgia per un periodo senza controlli di sicurezza ad ogni angolo e aerei perennemente in ritardo e cui viaggiare era una cosa più certamente più lenta, ma infinitamente più  elegante.

Londra// fino al 17 Giugno 2018

Ocean Liners: Speed and Style @ Victoria and Albert Museum

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2018 ©Paola Cacciari

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Carl Fabergé, il gioielliere degli Zar

È difficile immaginare la Russia del XIX secolo. Un mondo che andava dalla Polonia all’Alaska, che copriva un sesto del globo e che che si estendeva su tre continenti. Un mondo dominato da una sola, autocratica famiglia, i Romanov che dall’isolamento di San Pietroburgo, la nuova capitale dell’impero russo che Pietro il Grande fece costruire ex novo nel 1703 come  “finestra sull’Occidente” per facilitare gli scambi commerciali e culturali, finirono come con lo scontrarsi come sonnambuli contro la dura realtà della Rivoluzione. Questo era il mondo di Peter Carl Fabergé (Карл Густавович Фаберже, 1846-1920).

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Peter Carl Fabergé

Nato a San Pietroburgo da padre tedesco di origine ugonotta e da madre danese, il giovan Carl fu educato inizialmente nella capitale. Nel 1860, Gustav Fabergé decise che quel suo figlio talentuoso meritava di meglio e si traferi’ con la famiglia a Dresda, lasciando la sua attività nelle mani di esperti e fidati manager. Grazie al governo di Augusto II il Forte, il Principe elettore di Sassonia, Dresda era divenuta nel XVIII una metropoli artistica di livello europeo, la “Firenze sull’Elba”. Augusto il Forte non solo amava il lusso e i gioelli vistosi, ma amava mostrarli e la sua infatti fu la prima collezione museale aperta al pubblico che Peter Carl ebbe modo di vedere mentre frequentava un corso alla Scuola delle Arti e dei Mestieri di Dresda.

Non ci volle molto perchè il suo eccezionale talento come orefice fosse notato dallo Zar Alessandro III.
In Russia la festa più importante dell’anno è la Pasqua che generalmente cade in una data diversa da quella cattolica e, a differenza di quella italiana, viene celebrata solennemente andando a Messa e scambiandosi doni e uova decorate simboli di vita e di fertilità e di resurrezione. Ma quello che l’imperatrice Maria Feodorovna (1847-1928) ricevette nel 1885 dal marito, lo Zar Alessandro III era un uovo unico, la briscola dei regali di Pasqua.

The Faberge Hen Egg

L’Uovo con gallina (o Primo uovo con gallina) è il primo delle uova imperiali Fabergé e fu talmente apprezzato dallo zar e dalla zarina, che la famiglia reale trasformò quello che doveva essre un dono occasionale, in una tradizione annuale portata avanti anche dal figlio ed erede di Alessandro III, Nicola II che ogni anno dal 1894 fino al 1917, commissionò  due uova, una per la moglie, la Zarina Alessandra Feodorovna, e l’altra per l’Imperatrice madre. La tradizione fu interrotta solo nel 1904-05 quando, in occasione della guerra russo-giapponese  lo Zar non ritenne di buon gusto scialacquare in oggetti inutili.  Ogni anno, le uova con sorpresa diventavano più intricate e più ingegnose. Dopo il successo dell’Uovo con gallina, lo Zar diede a Fabergé il pieno controllo artistico sulle creazioni annuali. Unica condizione: che le uova contenessero una sorpresa.

 

Russian royalty Tsar Alexander III and Empress Marie fedorovna of Russia with their children
Tsar Alexander III and Empress Marie fedorovna of Russia with their children

 

Ciò che i Romanov non sapevano in quel giorno di Pasqua del 1885 era che 32 anni (e 49 uova) più tardi il mondo che conoscevano e governavano sarebbe crollato con violenza, portando con se’ la famiglia reale e con essa le rare creazioni di Fabergé.

 

Ma questo ancora nessuno lo sapeva, meno che meno Fabergé, che nel 1900, partecipa (sebbene fuori concorso, in quanto il gioielliere era anche membro della giuria) con le sue creazioni all’Esposizione mondiale di Parigi – il che non impedi’ alla Casa di ottenere la medaglia d’oro dell’esposizione e a Carl Fabergé di ricevere dall’associazione dei gioiellieri parigini il titolo di maître e la croce di cavaliere della Legion d’onore.  Essere russo nella Francia di fine secolo era decisamente cool.

Al suo apice, la Casa Fabergé impiegava oltre a 500 artigiani, poteva contare su un capitale di compagnia di tre milioni di rubli e, oltre alla sede di San Pietroburgo, al 16/18 dell’elegante Bol’šaja Morskaja, aveva succursali a Mosca, Odessa, Kiev e persino a Londra – quest’ultimo negozio sovvenzionato quasi per intero da un solo cliente, il godereccio re Edoardo VII che non per niente era zio di Nicola II (avendo sposato Alessandra di Danimarca, la cui sorella Dagmar altri non era che l’imperatrice Maria Feodorovn).

 

Russian royalty The Family of Tsar Nicholas II of Russia
The Family of Tsar Nicholas II of Russia

 

Ma poi, l’8 Marzo 1917 la Rivoluzione bolscevica cambia tutto. Fabergé, era un uomo segnato data la sua associazione con l’elite del paese e nel 1918, la Casa Fabergé fu nazionalizzata dai bolscevichi e tutti i pezzi presenti in magazzino confiscati. Carl Fabergé lasciò San Pietroburgo in modo roccambolesco, a bordo di un treno diplomatico diretto a Riga, in Lituania. Da lì raggiunge la Svizzera, dove nel dicembre del 1918 fu raggiunto dalla moglie e dal figlio Eugène, sfuggiti alle grinfie dei bolscevichi raggiungendo a piedi la Finlandia. Peter Carl Fabergé non si riprese mai dallo shock della Rivoluzione russa. Morì, in Svizzera, il 24 settembre 1920 “di crepacuore”. O almeno così dice la leggenda metropolitana. La sua salma riposa oggi nel Cimetière du Grand Jas, a Cannes.

Dopo la caduta dei Romanov, le collezioni d’arte reale furono depredate. Le meravigliose uova di Pasqua (tranne una salvata dall’imperatrice madre Maria Feodorovna che la porta con se’ in esilio in Inghilterra, dove si rifugia dalla sorella Alessandra nel 1919) furono impacchettate e portate a Mosca, nascoste in un angolo buio dell’Armeria del Cremlino, dove rimasero fino a quando Stalin decise che era ora di vendere i tesori russi per finanziare il suo governo.

The Faberge Lillies of the Valley Egg, a gift from Nicholas II to his Empress Alexandra Fyodorovna.
The Faberge Lillies of the Valley Egg, a gift from Nicholas II to his Empress Alexandra Fyodorovna.

A partire dal 2006, appena ventuno uova erano ancora in Russia, per la maggior parte in esposizione nel Palazzo dell’Armeria del Cremlino di Mosca. Nel febbraio del 2004 l’oligarca russo Viktor Vekselberg acquistò le nove uova imperiali precedentemente possedute dall’editore americano Forbes, restituendo così alla Russia una parte della sua storia dell’arte.

Il Museo Fabergé, inaugurato a San Pietroburgo nell’autunno 2013 da Vekselberg nel rinnovato palazzo Šuvalovskij, gioiello neoclassico della fine XVIII secolo (forse opera dell’italiano Giacomo Quarenghi) che si affaccia sul Fontanka, uno dei canali che attraversa il centro di San Pietroburgo per gettarsi nella Neva, ospita oltre a vari reperti degli Zar di Russia, le suddette nove uova imperiali (Uovo con gallina, Uovo rinascimentale, Uovo del bocciolo di rosa, Uovo dell’incoronazione, Uovo dei mughetti, Uovo del XV anniversario, Uovo con galletto, Uovo dell’alloro e Uovo dell’Ordine di San Giorgio). Purtroppo in occasione della mia breve visita a San Pietroburgo lo scorso Marzo il museo era chiuso per due settimane. Peccato.

Almeno mi sono consolata con questo capolavoro, appartenuto ai Rothschild, in mostra al Palazzo dello Stato Maggiore, il lungo edificio (580 m) disegnato da Carlo Rossi in stile Impero e costruito fra il 1819 ed il 1829, che sta davanti Palazzo d’Inverno e che ospita collezioni di arte moderna (Impressionosmo, Post-Impressionismo e Avanguardie) dell’Ermitage.

The Rothschild Faberge clock egg, Hermitage Museum, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari
The Rothschild Faberge clock egg, Hermitage Museum, St Petersburg. 2018 © Paola Cacciari

Commissionata nel 1902 da Béatrice Ephrussi de Rothschild in occasione del fidanzamento del fratello minore, il barone Édouard Alphonse James de Rothschild, questa è una delle poche uova che la Casa Fabergé ha creato per altri clienti che non fossero membri della famiglia imperiale russa (e una delle più costose che Fabergé avesse mai prodotto e venduto), ed è appartenuta alla famiglia Rothschild fino al 2007, quando fu acquistata dal collezionista Aleksandr Ivanov per 9 milioni di sterline. Ouch! Dal 2014 l’abbagliante uovo Rothschild fa bella mostra di sè (insieme ad una serie di altri piccoli “oggetti di fantasia”, come i tipici deliziosi piccoli animali in pietre preziose) all’Ermitage di San Pietroburgo, donato da Vladimir Putin in occasione del 250 anniversario del museo.

2018 ©Paola Cacciari

A Londra la passione, il potere e la politica nell’Opera.

Opera che passione! Ma anche potere e politica, come racconta la mostra del Victoria and Albert Museum. Perché un’opera è tutt’e  e tre queste cose e forse anche di più. Certamente, è dramma allo stato puro fatto musica.

Ma come descrivere un’opera? E soprattutto, come farci sopra una mostra? Ma se vogliamo, lo stesso problema era sorto con mostre precedenti come David Bowie Is, Savage Beauty: Alexander McQueen e Pink Floyd: Their Mortal Remains, perche le mostre “teatrali” sono tra le cose in cui il mio adorato Victoria and Albert Museum eccelle. E anche in quest’occasione non si è smentito, e dalla collaborazione del museo londinese con la Royal Opera House (con la consulenza del mitico Maestro Antonio Pappano e del direttore uscente Kasper Holten), il risultato è questa magnifica Opera, Passion, Power and Politics.

Sì perché l’opera non è solo musica cantata a squarciagola da signore voluttuose o da tenori sovrappeso (che da quando l’opera è trasmessa in diretta nei cinema anche i cantanti sono selezionati in base alle loro qualità fisiche, non solo vocali, come ben sa Lisette Oropesa, la soprano cubano-americana, che è stata costretta ad una dieta ferrea quando ha capito che stava perdendo i ruoli a causa del suo peso), ma come tutte le arti è il frutto di un particolare momento storico, sociale e culturale.

Opera Exhibition photography, 26th September 2017

Ma quale scegliere? Da dove cominciare? Allestire una mostra completa sulla storia dell’opera sarebbe stato impossibile, e allora la curatrice Kate Bailey ha deciso di concentrarsi su sette prime teatrali in sette città europee diverse che, nel corso di quattrocento anni, ben rappresentavano un periodo storico e sociale particolarmente significativo. E così si va dalla Venezia di Monteverdi, con l’Incoronazione di Poppea del 1642 simbolo della decadenza e della corruzione della società veneziana, alla Londra di Handel, all’avanguardia per i macchianari di scena e dove Rinaldo nel 1711 causò furore in quanto cantato in italiano; la Vienna di Mozart, con le Nozze di Figaro, la prima opera tipicamente illuminista che porta in scena gente comune, per arrivare alla Milano risorgimentale di Verdi con il suo magnifico Nabucco del 1842. La Parigi di Napoleone III che nel 1861 vede la prima del Tannhäuser di Wagner era una città in grande trasformazione, mentre la Dresda pre-espressionista di Richard Strauss che nel 1905 vede la prima di Salome, era sinonimo di modernità e rivoluzione sessuale per le donne. La Leningrado in cui di Šostakovič mette in scena  del 1934 la sua tragica Lady Macbeth del Distretto di Mcensk, è simbolo della censura e dell’oppressione del regime di Stalin.

Opera Passion, Power and Politics installation - Fratelli d’Italia Matthias Schaller 2005–17

Opera Passion, Power and Politics installation – Fratelli d’Italia Matthias Schaller 2005–17

Il tutto raccontato attraverso scenografie, schizzi, strumenti musicali, spartiti, costumi, dipinti, fotografie e sculture.  E così si va dai costumi di scena disegnati da Salvador Dalì per la produzione di Salome del 1949, ai dipinti di Manet, Degas, al pianoforte di Mozart e lo spartito originale del Nabucco di Verdi, in prestito dall’Archivio Storico Ricordi di Milano, il tutto accompagnato da installazioni video e audio e lighting design, e naturalmente da tanta tantissima, musica. Che non si può parlare di opera senza lasciar parlare la musica e grazie a cuffie bluetooth è possibile ascoltare le arie più belle che ci accompagnano in questo viaggio nel tempo e nello spazio da una città all’altra, da un secolo a un altro (Pur ti miro, Lascia ch’io pianga, Va pensiero etc).  E sfido anche il cuore più arido e menefreghista a non sentirsi almeno un po’ patriottico con il ‘Va pensiero‘ di Verdi, eseguito dal Royal Opera Chorus,  che ci esplode nelle orecchie mentre quando siamo davanti ad un’installazione fotografica a trecentosessanta gradi chiamata (opportunamente) Fratelli d’Italia” (2005-2016) dell’artista tedesco Matthias Schaller che per l’occasione ha fotografato oltre 150 teatri d’opera in tutto il paese, tra cui La Scala di Milano, La Fenice di Venezia, San Carlo di Napoli e Dell’Opera di Roma (e anche il Teatro Colón di Buenos Aires in Argentina, come simbolo dell’emigrazione italiana e dell’influenza culturale in Sud America). Che come dice Kasper Holten, ex direttore della Royal Opera House, per capire il legame dell’opera con la storia basta guardare alla collocazione dei teatri, sempre nel cuore delle città, come è naturale che sia per i luoghi che sono sia espressione di potere sia centri di incontro e di elaborazione intellettuale.

Opera Passion, Power and Politics installation – Leningrad / Lady Macbeth of Mtsensk
(c) Victoria and Albert Museum, London

Ci ho messo un po’ a trovarlo ma al terzo giro di va pensiero ho trovato anche il Teatro Comunale di Bologna! 🙂  Come sedere a teatro, ma lungo i corridoi di un museo.

L’unica domanda che rimane aperta è quale prima dell’opera potrà riflettere l’Europa nel ventunesimo secolo. Ai posteri l’ardua sentenza.

2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 25 Febbraio 2018

Opera, passion, Power and Politics @ Victoria and Albert Museum

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ll cardinale, le mogli e il Re: la storia dei Tudor vista da Hampton Court

Oh, se i muri potessero parlare quante cose ci potrebbero raccontare! Come Hampton Court per esempio che in quanto a storia (e storie) ne ha vista parecchia, e non solo nell Epoca Tudor che non fu solo Enrico ad abitarci: Elisabetta I quasi ci morì di vaiolo, Shakespeare ci inscenò un’intera stagione teatrale per Giacomo I Stuart, la regina Vittoria lo preferiva al castello di Windsor. Presino Van Gogh ci venne come turista per ammirarne la collezione di quadri. Ma le vicende di Enrico VIII e delle sue sei mogli mi hanno sempre affascinato e allora perché non partire proprio da qui per qualche pillola di storia?

Enrico VIII sarà anche stato sfortunato in amore (sebbene pensi che le sei poverette che hanno avuto la sfortuna di trovarsi sulla sua strada potrebbero dissentire…), ma fu certo fortunato in fatto di ministri. Per la prima parte del suo regno infatti ebbe il Cardinale Thomas Wolsey, per gran parte della seconda Thomas Cromwell. Certo Enrico, essendo Enrico fu abbastanza stupido da  sbarazzarsi di entrambi – ad un costo molto alto come si vedrà – ma non prima di aver spremuto il meglio da i due.

Avranno anche avuto lo stesso nome, ma i due Thomas erano diversissimi l’uno dall’altro. Se Cromwell era contento di stare nell’ombra, un eminenza grigia, non c’era nulla di grigio in Wolsey che sfoggiava la sua ricchezza con la stessa disinvoltura con cui indossava il rosso cardinalizio. E per dimostrare al mondo che il primo ministro di Enrico VIII sapeva vivere in modo altrettanto splendido dei cardinali romani, si fece costruire Hampton Court.

Hampton Court. London 2012© Paola Cacciari
Hampton Court. London 2012© Paola Cacciari

Questo magnifico palazzo, che combina lo stile grandioso del Rinascimento italiano con la tradizione locale e iconografia cattolica promossa dal segretario apostolico Paolo Cortesi (1471 – 1510), autore del trattalo De cardinalatu (il corrispondente religioso del Cortegiano di Baldassar Castiglione) molto popolare negli ambienti ecclesiastici elevati, a cui forniva un prezioso codice di comportamento e che delinea l’immagine ideale del “principe della Chiesa” a cui Wolsey aspirava e che voleva trasmettere a chi visitava Hampton Court. Il palazzo, dove il cardinale riceveva molte persone diverse – dal Re agli ambasciatori stranieri, a legati pontifici- doveva pertanto essere in grado di “parlare” ad una varietà di nuovi segmenti di pubblico e dire cose diverse a persone diverse.

Certo, emulare lo stile del re in architettura copiandone il gusto per lo spettacolo era, da parte dei sudditi un’azione volta ad adulare il sovrano per ottenerne il favore. Ma con Enrico il rischio di passare il segno e diventare così un arrampicatore sociale (come Wolsey), un pericoloso rivale o addirittura una minaccia era sempre altissimo come il cardinale ebbe la sventura di sperimentare a proprie spese.

Sampson Strong’s portrait of Cardinal Wolsey at Christ Church (1610)

Wolsey non ebbe tempo per goderselo il suo magnifico palazzo che proprio mentre stava per essere completato accade il disastro. La causa del disastro fu semplice: non avendo avuto figli maschi dalla moglie Caterina d’Aragona, Enrico voleva l’annullamento del suo matrimonio (sulla base che essendo lei stata la già la moglie del fratello Arthur, morto dopo sei mesi, l’unione era da considerarsi illegittima) per sposare la suo nuova bella, Anna Bolena. Come sempre Enrico si rivolse a Wolsey per risolvere la questione (in fondo a questo servono i ministri no?) e il cardinale si mise all’opera. Difficile e spinosa che fosse, con papa Clemente VII ci sarebbe forse anche stata qualche possibilità di risolvere la questione in modo soddisfacente (per Enrico, non per Caterina, a cui la prospettiva di esser scartata dopo anni di uso fedele, deposta e spedita in convento non andava davvero giù) che in fondo la Riforma protestante era già in atto, e una piccola concessione non sarebbe stata una gran cosa per il Papa mantenere cattolica L’Inghilterra. Ma Caterina era la zia di un pesce ben più grosso, l’imperatore Carlo V, che certamente non sarebbe stato altrettanto accomodante. Wolsey esitò ed Enrico, essendo Enrico, perse la pazienza e decise di risolvere la questione da solo con i risultati che tutti sappiamo – almeno tutti quelli che hanno fatto attenzione alle lezioni di storia.

Wolsey sapeva fin troppo bene di aver fallito e che l’ira di Enrico si sarebbe abbattuta su di lui con la violenza di un uragano. Così nel 1528, tre anni dopo il suo completamento, offrì il suo magnifico palazzo di Hampton Court al re, nel vano tentativo di placarne l’inevitabile vendetta. Invano, come si vedrà, che nel 1529 Wolsey fu spogliato del suo incarico e delle sue proprietà (inclusa la sontuosa abitazione londinese di York House che Enrico diede ad Anna Bolena). Nel 1530 Wolsey era morto. E meno male, che se non fosse morto di crepacuore probabilmente sarebbe finito decapitato come l’altro Thomas, Cromwell, sempre per una questione di donne (nel caso dell’eminenza grigia la sua rovina fu lo sfortunato matrimonio con la protestante Anne de Cleves).

Ma torniamo ad Hampton Court. In questo periodo Enrico possedeva già una sessantina tra di palazzi e abitazioni, ma la sua corte da sola contava circa un migliaio di persone che dovevano vivere da qualche parte. Così il re, che non sopportava che altri suoi cortigiani avessero palazzi (mogli, amanti, castelli, cavalli etc etc ) più belli dei suoi, lo requisì nel 1529. Enrico non perse tempo ad ampliare Hampton Court, quadruplicando la superficie delle già immense cucine costruite dal cardinale, e aggiungendo la Great Hall, dove per gli anni a venire consumò i suoi pasti in compagnia della regina di turno.

Great kitchen, Hampton Court. London 2012© Paola Cacciari
Great kitchen, Hampton Court. London 2012© Paola Cacciari

Per il via del disturbo che Enrico si prese per sposare Anna Bolena, si è sempre pensato che il sovrano fosse un gran amate delle donne: in realtà pare fosse vero il contrario anche se forse è vero che l’unica donna che abbia davvero amato sia stata la suddetta Anna. Ma questo non la salvò dalla decapitazione quando, avendo fallito il suo compito principale di donna e regina che era quello di fornire il re con un erede maschio, diventa in eccedenza al requisito ed Enrico passa rapidamente alla moglie numero tre. Questa era la bionda e fragile Jane Seymour  che morì rimase in carica solo un anno, morendo di parto nel 1537, avendo almeno fornito un erede maschio ad Enrico. Ma Edoardo VI era un ragazzino gracile e malaticcio (infatti morì a sedici anni) e ad Enrico serviva almeno un erede di ricambio in caso il primogenito non fosse sopravvissuto (d’altronde questa era una storia che lui sapeva bene essendo lui stesso il figlio secondogenito salito al trono dei Tudor alla morte del fratello Arthur). Il fatto che lui avesse già due figlie, Maria ed Elisabetta dalla moglie numero uno Caterina d’Aragona e dalla moglie numero due Anna Bolena, non contava: per Enrico le principesse non erano un valido sostituto per un erede maschio, e il fatto che l’Inghilterra non avesse mai avuto una regina (fatta eccezione per Matilda che nel XII secolo passò l’intera sua vita a combattere suo cugino Re Stefano per il possesso della corona) sembrava dargli ragione. Pertanto si rendeva necessaria un’altra potenziare madre.

Great Hall, Hampton Court. London 2012© Paola Cacciari
Great Hall, Hampton Court. London 2012© Paola Cacciari

La moglie numero quattro, Anne de Cleves non ebbe neppure tempo di iniziare il lavoro che  fu prontamente dismessa (Enrico non fu in grado di consumare il matrimonio, ma per salvare la faccia scaricò la colpa sulla consorte che esiliò in campagna con una bella pensione e la testa sulle spalle, cosa che non si può dire andò allo stesso modo per Thomas Cromwell, che per questo fu prontamente decapitato nel 1540. Sfortunatamente per lei, le attenzioni del re ricaddero sulla giovane cugina di Anna Bolena, Catherine Howard. Lei aveva 16 anni e lui aveva 56 anni, pesava 130kg e aveva una ferita purulenta che non si rimarginava da cui usciva una tanfo insopportabile. Dovendo sopportare le sue effusioni, era inevitabile che la poverina cercasse conforto tra le braccia del giovane ed aitante Thomas Culpeper. Inevitabilmente la cosa era destinata a finire bene e dopo soli 16 mesi in carica, nel 1543 anche Catherine fu decapitata come adultera insieme al suo amante.

La moglie numero sei, Catherine Parr fu più fortunata: Enrico morì  nel 1547 prima di potersi stancare di lei. Fu libera così di sposare l’amore della sua vita, Thomas Seymour, ma sfortunatamente per lei rimase incinta e morì di parto nel 1548. Aveva solo trentacinque anni.

2017 ©Paola Cacciari

Gli arazzi di caccia del Devonshire

Qualche tempo fa uno sceneggiato della BBC1 tratto da una serie di libri di Philippa Gregory (La Regina dalla Rosa Bianca etc, editi da Sperling & Kupfer) mi ha catapultato in pieno 1400, e precisamente in quel caos storico che era la Guerra delle due Rose, la feroce lotta tra le casate di York e Lancaster. Non contenta dell’immersione televisiva, sto macinando a ritmo sostenuto le pagine dei quattro libri che compongono la saga della Guerra dei Cugini (come la Guerra delle due rose si chiamava prima). E romanzata o no, la serie televisiva è accattivante, gli attori sono belli e bravi e ci sono castelli, cavalli e cavalieri in abbondanza. E i costumi sono sontuosi. Insomma la ricetta ideale per tenere la sottoscritta attaccata alla Tv…

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Così quando qualche giorno fa mi sono trovata a lavorare nella sala degli arazzi di caccia del Devonshire, realizzati pochi anni prima degli eventi raccontati nellp sceneggiato, li ho guardati con rinnovato interesse. Si tratta di un gruppo di quattro magnifici arazzi fiamminghi risalenti alla metà del XV secolo. Sono enormi, misurano oltre 3 metri di larghezza, e si pensava inizialmente che fossero stati commissionati per il matrimonio tra Margherita d’Angiò ed Enrico VI di Lancaster nel1444–5, ma lo studio degli abiti ha dimostrato che precedono questo evento di almeno dieci anni.

Con l’Inghilterra e la Francia impantanate nella guerra dei Cento Anni e l’Inghilterra alle prese con la Guerra delle Due Rose per gran parte del XV secolo, la moda europea a nord delle Alpi era dominata dalla scintillante Corte del Ducato di Borgogna, soprattutto durante il regno di Filippo il Buono (1419-1469) che controllava il sud dei Paesi Bassi, un’area famosa per la produzione di arazzi (anche i famosi arazzi della Cappella Sistina furono tessuti qui). Con l’annessione dell’Olanda e delle Fiandre, i duchi di Borgogna avevano accesso a tessuti provenienti dall’Italia e dall’Oriente e alle lane inglese che arrivavano a Bruges e ad Anversa.

Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.
Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.

Per secoli gli arazzi sono stati tra i più grandi tesori di nobili e sovrani. Oltre a rendere le stanze più colorate e confortevoli e ad isolare le pareti in pietra mantenendo il calore all’interno, gli arazzi erano oggetti estremamente preziosi e costosi che la dicevano lunga sulla ricchezza di chi li possedeva – in questo caso il duca di Devonshire. Inoltre, vista la natura itinerante delle corti medievali, gli arazzi avevano anche il grosso vantaggio che si potevano arrotolare e spostare da un luogo all’altro con facilità. Purtoppo gli arazzi giunti intatti fino a noi sono relativamente pochi: secoli di sporco, polvere ed esposizione alla luce ne hanno danneggiato i colori, a volte in modo irreparabile.

Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.
Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.

Fortunatamente (per noi) gli arazzi di caccia del Devonshire sono sopravvissuti alla distruzione in quanto, nel 1840, il VI duca di Devonshire li aveva utilizzati per isolare le pareti della Long Gallery a Hardwick Hall, la spendida dimora costruita nel 1590 da Elizabeth Talbot, la Contessa di Shrewsbury, nota come ‘Bess of Hardwick‘, celebre nobildonna famosa oltre che per essere stata sposata quattro volte, l’ultima con George Talbot, VI conte di Shrewsbury, uno dei più illustri nobiluomini del tempo, anche per aver “ospitato” (sarebbe meglio dire tenuta sotto sorveglianza)  in una delle loro proprietà Maria Stuarda, Regina di Scozia, al tempo prigioniera di Elisabetta I. Grazie ai suoi matrimoni, Bess salì ai più alti livelli della nobiltà inglese e divenne enormemente ricca. Fu un’astuta donna d’affari, capace di incrementare la sua attività attraverso imprese commerciali, tra cui lo sfruttamento di giacimenti minerari e officine per la lavorazione del vetro. Gli arazzi erano ancora appesi a Hardwick nel XIX secolo. Ora fanno bella mostra di se’ nella Tapestries Gallery del Victoria and Albert Museum.

Raffigurano uomini e donne impegnati nella caccia al cervo, all’orso, al cigno, alla lontra e nella caccia con il falco, rigorosamente abbigliati secondo la moda dei primi anni del XV secolo. La caccia era un tema particolarmente amato nell’arte ed era un passatempo comune a molti degli individui e delle famiglie d’alto lignaggio che possedevano arazzi. Oltre a provvedere carne infatti, la  caccia era considerata uno sport elegante, adatto a nobili e sovrani. Gli arazzi erano l’equivalente medievale/rinascimentale della televisone. Ci sono così tante cose che accadono contemporaneamente! La ricchezza di interazioni, il gioco degli sguardi e gli amoreggiamenti tra dame e cavalieri, le storie dei cacciatori e degli animali cacciati. Soprattutto c’e’ la ricchezza dei dettagli dei meravigliosi costumi indossati a corte, in particolare a quella di Borgogna. Certo, pare molto improbabile che qualcuno andasse a caccia vestito in modo così esotico (e scomodo). Ma chi sono io per dirlo? Io che non sono: a) nobile, b) detesto la caccia?

Gli abiti delle donne avevano la vita alta e una profonda scollatura a “V” ed erano realizzati in tessuti di lana tinti con colori preziosi come il rosso, il verde e il blu intessuti d’oro. Il blu era un colore prezioso, difficile da ottenere e il fatto che in questi arazzi ce ne sia in abbondanza dimostra ancora una volta la ricchezza del proprietario. Il blu dei tessuti era ottenuto dal guado o dall’indaco, ma seppure bello non poteva competere con quello ricco e profondo derivato dai lapislazzuli che componeva la base per i pigmenti dei manoscritti miniati contemporanei come come la Très Riches Heures du duc de Berry. Il copricapo più stravagante della moda borgognona era l’hennin, un cono o cappuccio a forma tronco-conica che poteva arrivare ai 90 cm di lunghezza, rivestito in tessuto e sormontato da un velo da cui si svilupparono poi le fantasiose varianti a forma di mezzaluna indossate dalle dame in questione. Un modo come un altro per sembrare altissime senza dover indossare le scarpe con il tacco suppongo…

Illustre sconosciuto: Lockwood Kipling

Per chi come me è nato in un’era pre-Facebook, Instagram, Twitter (etc, etc, etc), i cartoni animanti di Walt Disney erano una parte integrante dell’intrattenimento di un bambino degno di questo nome. Bambi, Cenerentola, Biancaneve, Lilli e il Vagabondo, Gli Aristogatti, e naturalmente lui,  il Libro della Jungla. Non mi era mai passato per l’anticamera del cervello che Rudyard Kipling, l’autore del libro da cui il film era stato tratto, avesse avuto anche lui un padre. E lavorando al museo dovrei saperlo visto che da 13 anni mi osserva dall’altro della facciata del giardino. Ma è proprio così.

Lockwood Kipling with his son Rudyard Kipling, 1882 National Trust / Charles Thomas

Oltre ad aver prodotto il celeberrimo Rudyard infatti, John Lockwood Kipling (1837-1911) era anche un brillante illustratore, giornalista, designer e curatore. E avendo trascorso la maggior parte della sua carriera in India, dove si dedica all’insegnamento delle belle arti nell’India britannica, era decisamente nella posizione migliore per raccogliere e collezionare arte indiana per conto del museo. Ed anche questo io dovrei saperlo, visto che il Museo (che allora non si chiamava ancora Victoria and Albert, ma South Kensington Musem) offrì a questo ambizioso figlio di un pastore metodista il suo primo posto permanente nel 1863, prima di trasferirsi in India e diventare il difensore più importante delle arti e mestieri di questo Paese.

La sua storia d’amore con l’arte indiana ebbe inizio durante il più straordinario evento dell’epoca vittoriana, la Grande Esposizione del 1851. Ospitata nel monumentale Crystal Palace in Hyde Park (e successivamente trasferita a Siddenham, al Sud di Londra), la Great Exhibition aveva nella sezione dedicata alla India il suo display più spettacolare. Non è  difficile immaginare come questo ragazzino dello Yorkshire in gita scolastica a Londra per visitare la Grande Esposizione sia rimasto così colpito dallo scintillio dei gioielli, dalle decorazioni delle spade e dai vivaci colori dei tessuti.

E così, dopo aver servito come apprendista a Burslem, nello Staffordshire dove lavora alla decorazione del Wedgwood Institute, si trasferisce a Londra dove entra a far parte del V&A. Uno dei primi incarichi di Kipling al South Kensington Museum fu infatti quello di aiutare a modellare la decorazione in terracotta esterna degli edifici del nuovo museo. E il suo contributo fu così significativo che il suo viso fu persino immortalato per i posteri in un pannello mosaico decorativo nella parte Nord-Ovest della facciata del giradino, un tempo la monumentale facciata dell’ingresso del museo e oggi un’altrettonato munumentale (sebbene leggermente sprecata in questa funzione) ingresso al ristorante.

Mosaic panel, after Godfrey Sykes (ca. 1866) Credit: © Victoria and Albert Museum, London

Con la moglie Alice McDonald, sposta nel 1865, Kipling si muoveva nello stesso circolo dei Preraffaelliti e delle Arts and Crafts con Edward Burne-Jones come cognato (avendo il pittore preraffaellita sposato la sorella di Alice, Georgiana) e frequentavano la Red House di William Morris a Bexleyheath. Lasciare tutto questo per l’India misteriosa in quello stesso anno, fu certamente una mossa coraggiosa. A Bombay (ora Mumbai) cosi come in Lahore Kipling insegna alla locale Accademia di belle Arti, dove incoraggia i suoi studenti ad glissare sulle influenze europee (contravvenendo alle strette direttive  dei programmi imperiali che richiedevano che la formazione nelle scuole d’arte anglo-indiane insegnassero i principi europei) e a trarre invece ispirazione dall’architettura delle loro città e dal ricco artigianato locale.

Formative experience: The Great Exhibition, India No 4, by Joseph Nash, circa 1851. Kipling saw the exhibition as a boy Royal Collection Trust

Oggi, la reputazione di Kipling è eclissata, non solo da altri più famosi designer del XIX secolo, come William Morris, ma anche dal suo super-imperialista e super-famoso figlio scrittore Rudyard. Un oblio ingiusto, visto che Il Museo deve l’acquisizione di gran parte della sua splendida collezione di opere d’arte proveninenti dal subcontinente indiano a questo signore. Questo è qualcosa a cui il V&A ha rimediato con Lockwood Kipling: Arts and Crafts in the Punjab and London, una piccola deliziosa mostra da poco terminata in concomitanza con il 70° anniversario dell’indipendenza e della partizione dell’India. Un’occasione buona per approfondire la storia di questo famoso illustre sconosciuto.

 

Londra// fino al 2 Aprile 2017,

Lockwood Kipling: Arts and Crafts in the Punjab and London

V&A Museum, Londra

vam.ac.uk

Tra Modernismo e Omega Workshop: il radicale mondo di Vanessa Bell

Era il Novembre del 1910 quando la prima mostra del Post-impressionismo apriva a battenti a Londra. Il re Edoardo VII era morto da pochi mesi, ma già la dolcezza della Belle Époque si stava tingendo dei colori accesi della nuova epoca. Nell’aria c’era profumo di cambiamento e l’artista e critico d’arte Roger Fry (1866-1934) decise di cavalcare l’onda allestendo una mostra rivoluzionaria. La chiamò Manet and the Post-Impressionists e con essa presentò all’Inghilterra l’opera di Cézanne, Van Gogh, Gauguin, PicassoMatisse. Fry conosceva i gusti del grande pubblico e sapeva che avrebbe avuto vita dura. E in questo non si sbagliava: la mostra fu un disastro. Eppure fu uno degli eventi più importanti della storia dell’arte moderna.

Anni di isolamento culturale avevano reso la Gran Bretagna praticamente impermeabile ad ogni infiltrazione straniera e tutto ciò che veniva da fuori era visto con sospetto. Così, mentre in Europa soffiava il vento del cambiamento, in Gran Bretagna Ibsen era proibito, Zola e Balzac e la letteratura francese in genere erano condannati come depravati e i grandi della letteratura russa non erano neppure tradotti.  Ci volle la tragedia della Prima Guerra Mondiale per portare il Modernismo anche sulle coste britanniche.

Sul continente l’intera struttura dell’universo, del tempo e della mente erano già state messe in discussione dalle scoperte della relatività di Einstein, del tempo come durata di Bergson e dell’inconscio di Freud. Tutte le cose che diamo ora per scontate – il telefono, l’automobile, la macchina da scrivere, l’aereoplano e (anche se un po’ più tardi) la radio, furono inventate nel giro di un quarantennio, quello compreso tra il 1870 e il 1910 (circa). Gli anni immediatamente precedenti allo scoppio della Prima Guerra Mondiale innescarono in Europa la più grande rivoluzione culturale mai vista dal tempo del Romanticismo, quella modernista. Un rivoluzione che porterà cinque anni più tardi lo scrittore D.H. Lawrence a scrivere che “fu nel 1915 che il vecchio mondo è finito.”

Con lo scoppio del primo conflitto mondiale che portò oltremanica i primi pioneri del Modernismo che fuggivano da Francia, Germania, Danimarca, Russia e Polonia, la letteratura e le arti in genere (si trattasse di arti visive, musica o teatro) anche in questa piccola isola, cambiarono per sempre.

Vanessa Bell in 1911. Photograph The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett

Nessuno fece propria questa rivoluzione culturale più del Bloomsbury Group, fondato all’inizio del XX secolo da Lytton Strachey, Leonard Woolf, Clive Bell e Thoby Stephen, le cui sorelle erano due donne straordinarie che avrebbero lasciato tracce indelebili nella storia del Modernismo in Gran Bretagna. I loro nomi erano Virginia e Vanessa Stephen, ma sarebbero diventate famose con i nomi dei rispettivi mariti, lo scrittore Leonard Woolf e l’artista Clive Bell. E qui comincia la nostra storia.

Nonostante Vanessa Bell sia stata una delle figure chiave del Bloombury Group e dell’Omega Workshop, è spesso ricordata per lo più per essere la sorella di Virginia Woolf. Il che, pur essendo innegabile, è una definizione molto limitante di una donna che fu certamente uno dei personaggi più interessanti del suo tempo. E allora ben venga Vanessa Bell (1879-1961), la bellissima retrospettiva allestita alla Dulwich Picture Gallery – la prima dedicata all’artista dalla sua morte avvenuta nel 1961.

Vanessa Bell in 1911. Photograph The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett
Vanessa Bell in 1911. Photograph The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett

Era nata Vanessa Stephen in una famiglia dell’alta borghesia dell’Inghilterra edoardiana, la figlia maggiore di Sir Leslie Stephen e Julia Prinsep Duckworth, una nipote della pionieristica fotografa Vittoriana Julia Margaret Cameron. Quella della famiglia Stephen era una elegante casa al numero 22 di Hyde Park Gate, nei pressi del famoso parco, piena di ospiti e servitù e dove Vanessa fu educata in lingue, matematica, storia e disegno. Ma questa vita dorata cambia bruscamente alla morte dei genitori. Costretta in quanto sorella maggiore ad assumere il ruolo di angelo del focolare e ad occuparsi della casa e dei fratelli, Vanessa si rifugia boccheggiante nel mondo colorato della Royal Academy dove segue le lezioni di pittura di John Singer Sargent. Le critiche di quel grande americano che giudicava le sue opere troppo grigie furono un vero toccasana per Vanessa che poco a poco comincia a semplificare le forme riducendole a sagome semi-geometrice riempite da blocchi di colore .

Certamente due cose accaddero nella vita di questa giovane donna costretta a maturare troppo in fretta e che decisero quale direzione avrebbe preso la sua vita. La prima fu vendere la casa di Hyde Park Gate nel 1904 per trasferirsi insieme a Virginia e ai fratelli Thoby and Adrian a Bloomsbury, nella zona Nord di Londra dove cominciarono a socializzare con un gruppo di artisti, scrittori e intellettuali amici di Thoby che avrebbero poi formato il Bloomsbury Group. La seconda fu un’altra grande mostra sul Post-Impressionismo, la seconda organizzata da Roger Fry nel 1912 alla Grafton Gallery di Mayfair, pochi anni dopo quella sull’Impressionismo organizzata da Paul Durand-Ruel (il padrino degli impressionisti), a cui Vanessa partecipò come artista. La vista del colore acceso e audace e a malapena contenuto da una grossa linea nera di contorno delle opere di Matisse, Picasso, Cézanne e Degas ebbe su di lei un effetto elettrizzante e liberatorio. E non solo quello.

Vanessa Bell, Virginia Woolf c. 1912 National Portrait Gallery, London © National Portrait Gallery, London
Vanessa Bell, Virginia Woolf c. 1912 National Portrait Gallery, London © National Portrait Gallery, London

Le costrizioni della società vittoriana ed edoardiana non avevano posto nella sua casa che Vanessa condivideva con il marito Clive Bell a Bloomsbury che, al contrario di quella in cui era cresciuta, era  un luogo di creatività e tolleranza, dove pacifismo, ateismo, omosessualità e relazioni aperte erano accettate come libertà fondamentali dell’individuo. Non sorprende pertanto che ancora oggi i membri del Bloomsbury Group siano venerati come una sorta di icone della liberazione sociale e sessuale del Novecento.

Quando Vanessa sposò il critico d’arte Clive Bell nel 1907 (matrimonio dal quale nacquero due figli, Julian e Quentin) la coppia decise che il loro sarebbe stato un matrimonio aperto ed entrambi ebbero amanti nel corso della loro vita. Poco prima dello scoppio della prima guerra mondiale, Vanessa e il marito Clive, il loro amante – il pittore bisessuale, Duncan Grant (dalla cui relazione nacque una figlia, Angelica) e il suo compagno ‘Bunny’ si trasferirono nella campagna del Sussex, a Charleston Farmhouse. Qui Vanessa e Grant dipingevano e creavano oggetti per l’Omega Workshop.

Vanessa Bell, Tents and Figures, 1913, Folding screen, Victoria & Albert Museum. © The Estate of Vanessa Bell, courtesy of Henrietta Garnett Photo credit © Victoria and A

Fondata dal critico e artista Roger Fry con la collaborazione degli stessi Duncan Grant e Vanessa Bell, Omega era una società a responsabilità limitata che si proponeva di armonizzare l’artigianato d’artista con la realtà commerciale. Ispirati dai colori brillanti dei Fauves e dalla sfaccettata astrazione del Cubismo, i giovani talenti dell’avanguardia artistica inglese si prefiggevano di rinnovare l’arredamento contemporaneo. Creavano nuovi prodotti per la casa dai colori accesi e decorati da dinamici motivi astratti che sfidavano la sobrietà formale del movimento Arts and Crafts. Ma al contrario di William Morris, Fry non era interessato a farsi arbitro del buon gusto: come Paul Poiret voleva vedere i colori brillanti e l’audace semplificazione delle forme del Post-Impressionismo applicate al design. Convinto che un oggetto dovesse piacere unicamente per le sue qualità estetiche, Fry insiste che i disegni siano prodotti in modo anonimo, contraddistinti solo dalla lettera greca Ω (Omega) racchiusa in un quadrato.  E i suoi disegni per tappeti e tessuti per l’Omega dimostrano che,anche artisticamente, Vanessa Bell ha sperimentato con ogni stile possibile – dall’astrazione, al fauvismo al cubismo e con sempre con risultati inebrianti. Le sue illustrazioni create per le copertine dei libri di Virginia Woolf pubblicati dalla Hogarth Press, la piccola casa editrice creata dalla sorella con il marito Leonard nel 1917 sono piccole meraviglie di grafica.

Essere moderni significava uscire fuori, non starsene a casa con gli amici o la famiglia a fare gli angeli del focolare. Ma Vanessa è al meglio quando si dedica a creare semplici ritratti post-impressionisti della sorella Virginia impegnata a lavorare a maglia, o dei suoi amici più cari intellettuali e artisti bohémien come Lytton Strachey, Roger Fry (il creatore dello stesso termine Post-impressionismo) e Duncan Grant sprofondati in comode poltrone, impegnati a leggere, a scrivere, a pensare resi con semplici blocchi di colore acceso quasi astratto, dove raffinatezza e sfacciata sensualità convivono liberamente e dove l’umore e il sentimento sono evocati dal semplice uso del colore. Con la sua arte Vanessa Bell ha riscritto le regole dell’essere donna e artista dando la possibilità a tutte le donne di sognare finalmente quella che la sorella Virginia Woolf ha definito “una stanza tutta per sé”.

Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Londra//fino al 4 Giugno 2017
Vanessa Bell (1879-1961),

Dulwich Picture Gallery
dulwichpicturegallery.org.uk

 

La straordinaria vita di Emma, Lady Hamilton

Se esiste qualcuno che ha provato sulla propria pelle la precarietà della vita e i rovesci della fortuna quella fu Emma, Lady Hamilton (1765- 1815). Troppo spesso liquidata come l’amante dell’ammiraglio Horatio Nelson, Emma Hamilton fu in realtà una figura molto più complessa ed interessante di quella bidimensionale a cui la storia l’ha relegata.

Nata nel 1765 a Ness, un piccolo villaggio del Cheshire nel Nord Overst dell’Inghilterra, Amy Lyon era la figlia di un povero fabbro morto quando lei aveva solo due mesi. Quella che la bambina conduce con la madre e la nonna è un’esistenza fatta di stenti e di povertà estrema e lei, bella, intelligente e soprattutto, ambiziosa è decisa a ritagliarsi una vita migliore. E quale posto migliore per tentare la fortuna di Londra? E la fortuna pare dalla sua quando, appena dodicenne, trova lavoro come domestica nella casa di Thomas Linley, il direttore musicale del Theatre Royal di Drury Lane di Covent Garden. Ma quello che al giorno d’oggi è il cuore della Londra dei teatri del West End e il luogo d’incontro per attori, artisti e celebrità, era nella Londra del XVIII secolo la sede di un fiorente mercato dello sfruttamento della prostituzione. Ed è proprio a Covent Garden, nel bordello gestito da una tale Mrs Kelly, dove era finita una volta lasciata la casa di Thomas Linley, che Amy incontra il giovane aristocratico Sir Harry Fetherstonhaugh. Sembra una favola, ma lui la porta nella sua tenuta del Sussex per farne la sua amante e intrattenere i suoi amici e non esita ad abbandonarla al suo destino quando lei resta incinta.

Emma Hart as Circe, around 1782, by George Romney. Photograph Tate
Emma Hart as Circe, around 1782, by George Romney. Photograph Tate

A sedici anni e in attesa di un bambino, per Emma il futuro è tutt’altro che roseo. La sua unica possibilità di sicurezza consiste nel trovare un altro ‘protettore’ e presto. La disperazione e la sua solita intraprendenza le vengono in aiuto. Amy scrive un’implorante lettera ad uno degli amici di Fetherstonhaugh, il colto e raffinato figlio minore del Conte di Warwick, Charles Greville che accetta di provvede a lei e alla il bambina (prontamente data in adozione alla nascita), ma alle sue condizioni. Preoccupato infatti che la precedente dubbia reputazione di Amy lo possa danneggiare, le impone di tagliare ogni ponte con il suo colorito passato. E questo include anche rinunciare al suo nome. La vita è dura per una donna non sposata nell’Inghilterra di Giorgio III e Jane Austen, che di Emma è contemporanea, lo sa bene quando in una lettera scritta alla nipote Fanny Knight afferma che: “Le donne nubili hanno una terribile propensione alla povertà”. La stabilità e la sicurezza economica offerte da Greville valgono bene un cambio di nome e Amy Lyon rinasce in Emma Hart.

È grazie a Greville e al suo desiderio di educarla che Emma ebbe un primo assaggio della bella società del XVIII secolo. Ed è sempre grazie a Greville che conosce il grande ritrattista, George Romney che ne fa la sua musa, dipingendola in circa un centinaio di pose che eventualmente Emma elaborerà nelle sue famose Attitudes. Ma quando nel 1783, Greville decide di sposarsi Emma, anche se bellissima, semplicemente non è adatta allo scopo. In cerca di una moglie ricca per rimpolpare le sue sofferenti finanze e preoccupato dal fatto che la sua associazione con la giovane potesse ostacolarlo nei suoi propositi matrimoniali, Greville decide molto pragmaticamente di liberare il campo alle potenziali future mogli mandando Emma a Napoli perché diventasse l’amante di suo zio sir William Hamilton. Hamilton, l’ambasciatore inglese nella capitale del Regno partenopeo era da poco rimasto vedovo. Aveva incontrato Emma a Londra qualche tempo prima e ne aveva ammirato la bellezza classica; ne aveva persino commissionato alcuni ritratti e certamente l’idea di entrare in possesso dell’originale non gli dispiaceva.

A nessuno dei due venne in mente di chiedere il parere di Emma. Ma lei, a soli diciotto anni, era già un’esperta nell’arte della sopravvivenza e superato il trama iniziale del tradimento di Greville, che l’aveva “donata” ad Hamilton come uno dei dipinti o delle sculture che i due uomini collezionavano con tanta passione, l’intraprendenza della della giovane ha il sopravvento. In una Napoli all’epicentro del Grand Tour, Emma si mette al lavoro per trarre il meglio dalla sua nuova situazione, gettandosi avidamente su ogni opportunità di istruzione messa a sua disposizione. E le opportunità non mancano. Arte, letteratura,musica, danza, poesia, francese e italiano (che Emma impara in un anno): nella casa del raffinato ed erudito collezionista antiquario William Hamilton, la giovane riceve quell’educazione che le era stata negata dalla miseria in cui era cresciuta da bambina. Con la sua grazia, la sua intelligenza e il suo carisma, Emma conquista la bella società partenopea. E il cuore dello stesso sir William, che nel 1791 la sposa, facendo di lei Lady Hamilton. Emma ha ventisei anni, lui sessanta: la figlia del fabbro del Cheshire di strada ne ha fatta tanta davvero.

From the Porcelain collection of Clive Richards, featuring images of Emma Hamilton.
From the Porcelain collection of Clive Richards, featuring images of Emma Hamilton.

Fu in questo periodo che Emma creò quelle che lei chiamava Attitudes, una serie di performance caratterizzate da un misto di posa, danza e recitazione che ebbero enorme successo in tutta Europa. Indossando scialli e abiti di foggia classica, lei evocava personaggi femminili della storia, letteratura o dell’arte classica come Medea, Circe o Cleopatra e le sue performace affascinarono aristocratici, artisti e scrittori. Tra i suoi ammiratori erano Johann Wolfgang von Goethe e persino la famiglia reale napoletana; le sue Attitudes divennero così famose che si ritrovano pure rappresentate su preziosi servizi di finissima porcellana. È in una Napoli devastata dalla rivoluzione che vede la fuga dei Borbone e la nascita dell’effimera Repubblica partenopea, che l’ammiraglio Horatio Nelson fa la sua apparizone nella vita di Lady Hamilton al comando della flotta britannica accorsa in soccorso della famiglia reale.

È il 1798 e la fama di Nelson è alle stelle per la vittoria della Battaglia del Nilo ed Emma, in qualità di moglie dell’ambasciatore britannico e amica fidata della regina di Napoli Maria Carolina (che la onora persino con la prestigiosissima croce dell’Ordine di Malta, una delle poche donne a riceverla) è la sua guida nell’instabile territorio delle vicende politiche napoletane.
Ma presto l’ammirazione reciproca si trasforma in passione e così ha inizio una delle più grandi storie d’amore della storia. La loro relazione, tanto malcelata quanto analizzata, divenne l’oggetto di interesse e pettegolezzo dei giornali scandalistici di mezzo mondo e, inevitabilmente, il bersaglio della penna di James Gillray e Thomas Rowlandson che ne fanno il soggetto prediletto delle loro caricature satiriche.

Emma, Lady Hamilton, 1761 - 1815 by Johann Heinrich Schmidt © National Maritime Museum, London
Emma, Lady Hamilton wearing the Malta Cross by Johann Heinrich Schmidt © National Maritime Museum, London

E William Hamilton? Una volta ritornato Londra in compagnia dei due amanti, l ’anziano ex-ambasciatore sembra tollerare di buon grado il tradimento di Emma. Ma alla sua morte nel 1803 Hamilton si prende una piccola rivincita non lasciando nulla dei suoi averi alla moglie, a parte una piccola rendita assolutamente insufficiente per mantenere la sua posizione in società: un duro colpo per Emma che, come tutte le donne dell’epoca, era finanziariamente interamente dipendente dal marito.

E poi la tragedia. Da lì a poco Nelson è richiamato in servizio per combattere nelle guerre napoleoniche e il futuro insieme che i due sognano non arriverà mai. Colpito da un tiratore scelto francese che gli perforò un polmone durante la battaglia di Trafalgar, Nelson muore il 20 Ottobre 1805. Come se presagisse il terribile futuro che aspetta la donna della sua vita, Nelson chiede al suo vice, Thomas Masterman Hardy di prendersi cura della sua cara Lady Hamilton. E aveva ragione ad essere preoccupato. Nononotante alla vigilia della battaglia di Trafalgar Nelson avesse aggiunto di sua mano un codicillo al suo testamento, raccomandando al Re e alla Nazione per cui stava andando a combattere, di provvedere ad Emma e Horatia, la figlia che lei gli aveva dato, le sue ultime volontà furono ignorate.

E per Emma è l’inizio della fine. Devastata dal dolore, non le fu neppure permesso partecipare al grandioso funerale del suo amato che ebbe luogo nella capitale. E per lei comincia la discesa all’inferno. Senza più la tanto celebrata bellezza che l’aveva resa famosa, e senza la sicurezza del matrimonio o di un uomo che la protegga, Emma è finanziariamente e socialmente vulnerabile. Esclusa dai salotti “bene” per la sua condizione di adultera, sola e dimenticata, precipita nei debiti e in pochi anni è costretta a vendere non solo la piccola casa alla periferia dell’odierna Wimbledon che con Nelson aveva ribattezzato “Paradise Merton”, ma anche l’unica cosa che le era rimasta di lui: la sua uniforme. Muore a Calais, povera e alcolizzata nel gennaio del 1815 a soli cinquant’anni.
Ora finalmente il National Maritime Museum le rende giustizia con la splendida Emma Hamilton: Seduction and Celebrity, una mostra accattivante e commovente che racconta la storia romantica e brutale di una donna eccezionale. È il caso di dire meglio tardi che mai.

By Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Londra// fino al 17 Aprile 2017
Emma Hamilton: Seduction and Celebrity @National Maritime Museum, Greenwich
Tutti I giorni dalle 10.00 alle 17.00
rmg.co.uk/emmahamilton

Cassettiere e dintorni

Forse dovrei iniziare questo nuovo anno con qualcosa di piu’ audace e  provocatorio invece di dedicare il primo post del 2017 ad una cassettera. Ma di fatto una delle cose che non finisce mai di sorprendermi da quando mi aggiro nelle sale del Museo in cui lavoro, sono i mobili. Mobili che popolavano le abitazioni del passato e che non sono poi così diversi da quelli che abbiamo sotto gli occhi ora nelle nostre case. Come la cassettiera, per esempio. Sì, la cassettiera, il nostro comò, quella cosa che di solito si compra insieme al letto e all’armadio e che va sotto il nome collettivo di ‘camera da letto’ e nei cui cassetti riponiamo le mutande e le maglie di lana. Quella cosa che tutti usiamo e che diamo per scontata. Tanto che non ce ne accorgiamo più.

Ce n’è una magnifica nelle British Galleries. È del XVII secolo, in legno di quercia intarsiato in ebano, avorio e madreperla. Ogni volta che ci passo davanti non posso non fermarmi a guardarla (anche solo per controllare che le maniglie ci siano ancora tutte…). Non solo: è uno dei primi esempi conosciuti di cassettiere. Trovo che sia un’invenzione straordinaria. Che insomma, pensiamoci: prima non esisteva. Prima c’erano le cassapanche, i cassoni. E se si voleva raggiungere le cose che stavano sotto, bisognava togliere tutto quello che stava sopra.
Poi un bel giorno qualcuno ha deciso che era sciocco fare tutta questa trafila per trovare la camicia da notte (il pigiama non era ancora stato inventato) e ha inventato i cassetti. E l’ha fatto molto tempo prima dell’Ikea. Geniale, no?

Chest of drawers, England 1653© Victoria and Albert Museum, London
Chest of drawers, England 1653© Victoria and Albert Museum, London

Un Buon Natale vittoriano

Natale al museo quest’anno ha il sapore antico dell’epoca vittoriana. Canzoni di natale, alberi (veri e finti) magnificamente decorati ovunque nelle sale, all’entrata principale, persino nel ristorante. E visto che il Victoria and Albert Museum ha la fortuna di possederlo tra i suoi innumerevoli tesori, in mostra c’è anche lui, il primo biglietto natalizio della storia, realizzato nel 1843 ad opera dell’infaticabile Henry Cole (il futuro primo direttore del nostro meraviglioso museo) commissionò al suo amico artista John Callcott Horsley  la realizzazione di 1.000 biglietti di auguri di Natale da inviare ad amici e parenti.

Che anche la creazione del primo biglietto di auguri di Natale sia dovuta ad Henry Cole non mi sorprende, che il suddetto personaggio collezionò un sacco di primati durante la sua impressionante carriera di impiegato statale, tra cui l’invenzione delle London Blue Plaques, le targhe rotonde di ceramica blu che occhieggiano discrete dai muri delle case e dei palazzi della Capitale e che ci raccontano dei grandi personaggi inglesi e stranieri che in quei luoghi hanno vissuto, dormito, o anche solamente mangiato. Ma dubito che persino lui, con tutto il suo talento e la sua geniale visione imprenditoriale, potesse prevedere che questo suo gesto così pragmatico (era un uomo molto impegnato lui, e a quanto pare non aveva tempo per scrivere lunghe lettere) si sarebbe trasformato in quel fenomeno commerciale che conosciamo ora. John Callcot Horsley, dal canto suo, pensò di celebrare tutte le generazioni di una tipica famiglia vittoriana intenta a brindare al Natale, il tutto accompagnato dalla scritta:

“A Merry Christmas and a Happy New Year to You” .

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Xmasse 1843’, London, 1843. Recognised as the first Christmas card. © Victoria and Albert Museum, London

E speriamo in bene, che questo 2016 è stato un anno bisestile e come diceva sempre mia nonna “anno bisesto anno funesto”…