In giro per musei: Design Museum

Giorno libero, fa un bel freschino ma il sole splende e il cielo blu: perfetto per una scarpinata sulla riva sud del Tamigi. È una parte della vecchia Londra che trovo davvero suggestiva. Qui, nascosto dietro al Tower Bridge e le ottocentesche banchine portuali di Butler’s Warf, i cui imponenti magazzini per le merci sono stati trasformati in appartamenti di lusso, si trova quello che fino all’anno scorso era il Design Museum e che ora è diventato l’archivio dello studio di architettura della compianta Zaha Hadid.

Design Museum. London, 2015 © Paola Cacciari

Design Museum. London, 2015 © Paola Cacciari

Aperto nel 1989 per volere di Sir Terence Conran, il Design Museum è stato il primo museo al mondo dedicato a al design in tutte le sue forme, compresa la moda, l’architettura e la grafica. Nonostante il mio ex-compagno fosse un fanatico di Habitat e non facesse entrare in casa sua nulla che non provenisse dal grande grande negozio di Tottenham Court Road, non avevo idea di chi Terence Conran fosse. Fino a  quando, nel 2011, in occasione degli 80 anni di Conran, il Design Museum allesti’ una mostra davvero geniale, opportunamente intitolata The way we live now. E i rimandi alla geniale satira di Anthony Trollope non sono casuali, che questa mostra offre la stessa penetrante visione della società inglese offertaci da Trollope nel XIX secolo, anche se decisamente meno cattiva…

Terence Conran, circa 1950. Photographer Ray Williams

Terence Conran, circa 1950. Photographer Ray Williams

Terence Conran ha fatto per il design quello che Mary Quant ha fatto per la moda: l’ha cambiato. È grazie a lui se gli inglesi hanno scoperto il piumone (duvet), gli utensili da cucina francesi e la cultura del caffè del continente. Designer, imprenditore, innovatore e buongustaio, Conran ha iniziato la sua carriera nel clima austero del dopoguerra, quando decide che il design doveva essere accessibile a tutti, sia nel gusto che nel costo. Il primo negozio Habitat, aperto nel 1964, in Fulham, vendeva mobili e oggetti per la casa funzionali, semplici e lineari.  E non a caso il suo spirito innovatore trovò ampio consenso nella Swinging London degli Anni Sessanta e in Mary Quant, per cui Conran disegno’ gli interni del negozio.

Sull’onda del successo di Habitat, Conran ha aperto una nuova serie di negozi, The Conran Shop, che ancora oggi offrono una selezione dei maggiori brand del design internazionale. Ma non finisce qui. Che oltre ai mobili questo instancabile creativo ha firmato anche spazi pubblici, (il Terminal One dell’aeroporto di Heathrow), librerie e ristoranti -l’altra sua grande passion, tra cui il famoso Bibendum all’interno dello storico edificio Michelin House, acquistato nel 1985. Da allora ne ha inaugurati più di 30 nelle più importanti città del mondo contribuendo non poco a modificare anche il gusto inglese per la tavola. Quando si dice la passione…

Il nuovo Design Museum riaprirà il 24 Novembre 2016 nella nuova sede di High Street Kensington, nel vecchio edificio che in precedenza ospitava il Commonwealth Institute in High Street Kensington, nella zona Ovest di Londra vicino ad Holland Park. Per maggiori informazioni cliccate qui

Il magico mondo di Charles e Ray Eames

Per avere successo nel mondo del design bisogna non solo avere talento, ma anche trovarsi al posto giusto al momento giusto. Come è accaduto alla coppia di coniugi americani Charles Eames (1907–1978) e Bernice Alexandra detta “Ray” (1912–1988) Eames che oltre a solidi ideali artistici e filosofici, ebbero anche dalla loro il vantaggio di vivere nell’epoca giusta. La loro idea di celebrare la bellezza degli oggetti quotidiani toccò infatti il tasto giusto nella sensibilità artistica del dopoguerra, quando il crescente benessere va di pari passo con un rinnovato interesse per la bellezza e la qualità.

Ray and Charles Eames at the office Photograph Eames Office

Ray and Charles Eames at the office Photograph Eames Office

Charles Eames nasce nel 1907 a St. Louis, nel Missouri. Nel 1940, dopo la laurea in architettura, è presso la Cranbrook Academy of Art che comincia a dedicarsi alla progettazione di mobili innovativi, collaborando inizialmente con l’architetto Eero Saarinen.  Beatrice Alexandra Kaiser (Ray Eames) nasce nel 1912 a Sacramento, California. Negli anni Trenta segue la scuola del pittore tedesco Hans Hofmann, studiando a New York e Provincetown. I due si incontrano nel 1940, a Cranbrook e nel giro di un anno decidono di sposarsi e di trasferirsi a Los Angeles, dove ha inizio la loro comune carriera.

2007BR3577_jpg_ds

Leg splint designed by Charles and Ray Eames, 1942, moulded plywood. Victoria and Albert Museum

Molte delle tecnologie che gli Eames avrebbero poi utilizzato per uso domestico furono inizialmente sviluppate come parte dello sforzo bellico americano, come barelle e supporti ortopedico in legno compensato per le gambe dei feriti, creati nel 1942 per la Marina degli Stati Uniti. Attraverso oggetti come questi gli Eames iniziarono le loro indagini sulle possibilità del legno multistrato curvato che ha portato alla produzione di successo di sedie e poltrone nel corso dei successivi quattro anni.

L’intensa attività di progetto e ricerca così avviata, approda, nel periodo post-bellico, alla produzione in serie dei loro primi mobili in multistrato sagomato. A questo primo successo segue, negli anni successivi, una serie di progetti di mobili e oggetti che, spesso basati su materiali e tecnologie innovative, sono destinati a rivoluzionare la storia del design. All’approccio strutturale di Charles corrisponde la sensibilità formale sviluppata da Ray durante gli anni di studio delle arti plastiche.

Il loro approccio era semplice: identificare un problema e trovare il materiale adatto per risolverlo, senz amai dimenticare i dettagli. Che come diceva Charles Eames, “i dettagli non sono dettagli: i dettagli sono il progetto.”

Al centro della filosofia degli Eames si trova una visione radicalmente nuova della domesticità, incapsulata nella casa che la coppia costruì per se stessa a Los Angeles, nel quartiere Pacific Palisades, nel 1949. Con le sue pareti di vetro, acciaio e colorati panelli, la Eames House è considerata uno dei capolavori architettonici del periodo della Guerra Fredda. Con la estetica contemporanea che è tuttavia l’antitesi dell’austera scatola bianca modernistaun, l’abitazione era per la coppia un canovaccio per le loro idee e uno spazio alla moda per intrattenere i loro amici del mondo dello spettacolo. Tra i visitatori annotati nel libro degli ospiti di Ray ci sono anche Charlie Chaplin e Billy Wilder  per il quale avevano creato una speciale sedia bassa, visto che era incline a saltare dalla sedia quando era eccitato da qualcosa visto alla televisione...

The living room of the house the Eameses built in Los Angeles in 1949 Photograph Timothy Street-PorterEames Office

The living room of the house the Eameses built in Los Angeles in 1949 Photograph Timothy Street-PorterEames Office

La loro idea di celebrare la bellezza degli oggetti quotidiani toccò infatti il tasto giusto nella sensibilità artistica del dopoguerra, quando il crescente benessere va di pari passo con un rinnovato interesse per la bellezza e la qualità. Il loro grande merito fu di aver portato un ondata di rinnovamento nella società Americana del dopoguerra affamata di novità e in possesso del denaro necessario per pagarle. Dal loro amore per la sperimentazione e per i materiali, nacquero icone degli anni 1960 e 1970 come la famosissima Lounge Chair del 1956 che diventerà la sedia che ogni dirigente degno di questo nome vorrà avere nel proprio ufficio.

Charles Eames in the plywood Lounge and Ottoman, 1956 Photograph Eames Office

Charles Eames in the plywood Lounge and Ottoman, 1956 Photograph Eames Office

Anche se più conosciuti nel settore per il design di mobili e oggetti d’arredamento, la portata dell’opera degli Eames è tuttavia molto più ampia e con questa mostra il Barbican Centre ci regala la possibilità di esplorare la carriera eccezionale di questa eccezionale coppia.

Londra// fino al 14 Febbraio 2016

The World of Charles and Ray Eames

barbican.org.uk

 

London Design Festival 2015

Ed anche quest’anno è arrivato, puntuale come il susseguirsi delle stagioni: è il London Design Festival 2015, con il Frieze Art Fair e il London Fashion Week uno degli appuntamenti imperdibili dell’autunno londinese.

870x550xLDW-2015-logo.jpg.pagespeed.ic.rymExYyBnv

Giunto quest’anno alla sua tredicesima edizione, questo grande festival del design che quest’anno si tiene dal 19 al 27 Settembre, è senza dubbio l’evento e che studenti, progettisti, rivenditori e semplici appassionati attendono con entusiasmo e guardano con interesse per captare le nuove tendenze manifatturiere e del mercato.

Per nove giorni la capitale britannica si trasforma nella capitale europea del design, con eventi, showroom, laboratori, conferenze, mostre e installazioni la cui ubicazione varia da edifici storici e grandi magazzini, ad aree della città in cui grandi progetti architettonici mirano a cambiare il volto del paesaggio.

Nato nel 2003 con lo scopo di promuovere l’immenso potenziale creativo della città, il London Design Festival è diventato nel corso degli anni un evento di proporzioni colossali. E con i suoi circa 350 display e installazioni distribuiti tra musei e gallerie, spazi pubblici, negozi di lusso e d’avanguardia disseminati per sette ‘distretti’ cittadini, l’edizione 2015 del grande festival del design d’oltremanica si preannuncia davvero una delle più ambiziose.

Per il settimo anno consecutivo continua la collaborazione tra il London Design Festival e il Victoria and Albert Museum che, insieme a Sommerset House sullo Strand, sarà allo stesso tempo cuore e centro direzionale di questo grande festival del design. Ma nulla di meno ci si poteva aspettare da un’istituzione nata nel XIX secolo come il Museum di Art and Manufactures e votata sin dalle sue origini vittoriane, a esporre e migliorare il design britannico e ad ispirare la creatività in tutti, studenti e non. E anche quest’anno il V&A ospita una serie di eccitanti opere contemporanee esposte all’interno delle sale del museo inserite nel tessuto delle sue collezioni.

'The Tower of Babel' by Barnaby Barford

‘The Tower of Babel’ by Barnaby Barford, image courtesy of the London Design Festival

Tra le star del 2015, The Tower of Babel dell’artista Barnaby Barford, è una fragile struttura verticale formata da 3000 “casette” in porcellana disposte in fasce soprapposte a comporre quella che a prima vista sembra una traballante castello di carte. Ma basta avvicinarsi un po’ per realizzare che in realtà non si tratta di case, ma della fedele riproduzione di 3000 vetrine di negozi di Londra realmente esistenti – anche quelli con la facciata chiusa con assi di legno alla base della torre, mantre Harrods e Harvey Nichols naturalmente sono alla sommità. Il progetto, che è costato a Barford due anni di lavoro, vuole essere un’ironica e peculiare riflessione sul sempre crescente divario economico che separa i ricchi e poveri. Nel giardino del museo di South Kensington invece, l’installazione dell’artista messicana Frida Escobedo dal titolo You Know You Cannot See Yourself So Well As By Reflection e sponsorizzata dal Governo del Messico, è composta da una serie di piattaforme disposte geometricamente e ispirate alla strade di Tenochtitlán, l’antica città azteca fondata nel 1325 e che ha dato origine alla Capitale, Città del Messico. Nella Settecentesca Norfolk House Music Room delle British Galleries, Curiosity Cloud, del gruppo austriaco mischer’traxler per Champagne Perrier-Jouët è un omaggio alla Natura e all’uso di motivi movimento Art Nouveau.

'Curiosity Cloud' by mischer'traxler for Champagne Perrier-Jouët, image courtesy of the London Design Festival

‘Curiosity Cloud’ by mischer’traxler for Champagne Perrier-Jouët, image courtesy of the London Design Festival

Nel corso degli anni il London Design Festival ha esteso sempre più i suoi originali confini geografici, espandendosi dai tradizionali distretti centrali di Brompton, Chelsea e Clerkewell ad altre zone della città come Islington, Queens Park e Shoreditch, con Bankside come nuova entrata. Quest’ultimo, che si estende da Borough Market all’Oxo Tower, è il primo distretto del festival al Sud del Tamigi: un importante centro creativo con numerose gallerie commerciali, studi di artisti e architetti e agenzie creative.

Ma soprattutto il Festival ha aperto un’intera città al mondo del grande design internazionale. Tra i marchi europei partecipanti all’edizione 2015, numerose sono le aziende manifatturiere italiane che utilizzano questa piattaforma d’avanguardia per portare sul mercato internazionale le ultime creazioni del Made in Italy. E anche quest’anno numerosi saranno gli eventi e gli showroom di marchi italiani, da B&B Italia – che per l’occasione sarà allestito con le ultime novità per la zona giorno firmate da Antonio Citterio, Patricia Urquiola, Vincent Van Duysen e Naoto Fukasawa – al notissimo marchio Poltrona Frau che celebrerà l’apertura del suo primo negozio nella Capitale, in Brompton Cross.

B&B Italia_MichelEffe_by_AntonioCitterio_BromptonDesignDistrict

Nella sede neoclassica di Sommerset House, che con il V&A è l’altro grande centro culturale del festival nel cuore di Londra nonché sede di spettacoli, proiezioni cinematografiche ed eventi espositivi, il designer Luca Nichetto esporrà una selezione delle sue ultime creazioni realizzate per lo studio di design Hem.

Tornano i Landmark Project 2015, i grandi progetti architettonici tradizionalmente affidati a famosi architetti e realizzati con l’aiuto di partner e sponsor e che hanno il compito di trasformare, seppure temporaneamente, alcuni spazi pubblici della Capitale. Tra questi spicca A Bullet From A Shooting Star, un’installazione di 35m creata per la Greenwich Peninsula dall’artista concettuale Alex Chinnock e che ha la forma di un pilastro elettrico capovolto ispirato alla lunga storia industriale dell’area, un tempo sito di grandi raffinerie di olio e di gas. A quanto pare l’installazione sarà visibile dal London’s City Airport, oltre che da Canary Wharf e da Greenwich.

ABulletFromAShootingStar by AlexChinneckRender

A Bullet From A Shooting Star by Alex Chinneck Render

Dice la leggenda che quando i suoi occhi si posano sulla volgare carta da parati che decorava la squallida stanza del suo albergo di Parigi, il morente Oscar Wilde abbia sospirato: “La mia carta da parati e io abbiamo ingaggiato un duello all’ultimo sangue – uno di noi deve andarsene.” In un mondo come quello dell’Estetismo, che ha come religione la bellezza e come motto “Art for art’s sake”, anche cose come la carta da parati contavano molto. Perché, lungi dall’essere un mero stile artistico, l’Estetismo era prima di tutto uno stile di vita di Oscar Wilde era l’auto-dichiarato profeta. Gli esteti vestivano in modo flamboyant, portavano capelli lunghi e brache di velluto al ginocchio, amavano i colori sgargianti, le piume di pavone e le ceramiche giapponesi.

Da non perdere 100% Design, la più grande mostra di design contemporaneo della capitale dedicata ai professionisti del settore, quest’anno arrivata alla sua 21° edizione, e Tent and Super Brands che, con i suoi 450 espositori provenienti da 29 paesi, punta sulla scoperta dei talenti emergenti in Europa.
Ma spesso tuttavia sono le piccole gallerie commerciali e i negozi un po’ fuori dai sentieri più battuti a offrire gli oggetti di design più interessanti ed economicamente abbordabili. Sono moltissimi e come nelle passate edizioni, la maggior parte delle installazioni sono gratuite, per cui armatevi della guida del London Design Festival, di una buona mappa di Londra e di scarpe comode che ce ne sarà bisogno.

Il programma completo può essere scaricato dal sito ufficiale London Design Festival.

Dal 19 al 27 Settembre 2015, Londra//Victoria and Albert Museum; Sommerset House; varie ubicazioni.

(Images courtesy of LDF)

Paola Cacciari

Articolo pubblicato su Londonita

Le memorie di una nazione in mostra al British Museum

Sono trascorsi cento anni dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, venticinque dalla caduta del muro di Berlino e, anche se qui non se ne parla affatto, trecento dall’accessione al trono britannico di Giorgio I di Hannover. Raccontare una storia complessa come quella della Germania non è certo una cosa facile. Raccontarla in 600 oggetti sembra quasi un impresa impossibile. Eppure il British Museum ci riesce con sorprendente facilità e grande diplomazia.

Il maggiolino Volkswagen accoglie il visitatore nella Great Court, preparandolo per quanto lo aspetta alla sommità della scalinata che conduce all’entrata dell mostra. Qui un pezzo del muro di Berlino ha l’effetto di un dantesco “Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate… “

4.4 VW Beetle.jpgMa chi si aspetta doom and gloom ha sbagliato mostra, che in Germany: Memories of a Nation ci sono solo oggetti meravigliosi. Dal Rinoceronte di Albrecht Dürer al dipinto di Erasmo di Holbein realizzato a Basilea ad un orologio a carillon di Strasburgo – quando Basilea e Strasburgo erano ancora parte di una Germania i cui confini sembrano da sempre essere mobili come una barriera galleggiante. E la traduzione in tedesco della Bibbia fatta da Martin Lutero (qui presente nella versione dipinta da Lukas Cranac il vecchio) che ha dato il via alla lingua tedesca di Goethe, Schiller e dello Sturm und d Drang. E non solo. Dall’invenzione della stampa di Gutemberg alla scoperta della porcellana, dal Bauhaus e alla Volkswagen, la Germania ci ha regalato alcuni dei più importanti sviluppi tecnologici del nostro tempo.

Germany-Memories of a Nation

Goethe in the Roman Campagna. 1787, by Tischbein; The Strasbourg Clock, 1589, by Isaac Habrecht / pic: © U. Edelmann – Städel Museum – ARTOTHEK

E proseguendo nel percorso uno non può non chiedersi con l’avvicinarsi del XX secolo come i curatori avrebbero affrontato l’Olocausto – se l’avrebbero affrontato affatto o se avrebbero altato a piedi pari quel periodo di orrore e vergogna. E così quando si arriva alla replica delle porte di Buchenwald, vicino a Weimar, la città di Goethe- l’emozione è forte. Una semplice stanza bianca al cui centro è un panca che invita alla sosta e alla riflessione davanti alla replica del cancello di Buchenwald il cui motto Jedem das Seine, (a ciascuno il suo) fa congelare il sangue nelle vene. Sul muro una mota dei curatori dice non ci sono abbastanza parole per descrivere l’Olocausto. E se questo è palesemente inesatto (fatevi un giro all’Imperial War Museum di Londra dove un intero pieno
è dedicato a questa tragedia), la forza emotiva di questo “mausoleo” è di una violenza inaudita nella sua assoluta semplicità. Ancora di più se si pensa che l’artista ebreo incaricato di creare le porte, apparteneva al tanto odiato Bauhaus e utilizza per la scritta proprio i caratteri tipografici. Ride bene chi ride ultimo mi è venuto da pensare. Umorismo nero, anzi nerissimo.
Certo, lo spazio angusto non aiuta il layout della mostra, così come la l’abbondanza di testo che rallenta il ritmo del percorso. Ma ne vale la pena. Per imparare, per rimettere tutto in prospettiva. Ma soprattutto per capire.

Fino al 25 Gennaio
www.britishmuseum.org

Il Postmodernismo in mostra: a Londra, naturalmente

Sono uscita da Postmodernism: Style and Subversion 1970-1990 completamente elettrizzata. E non solo perchè la mostra è divertente e interessante, ma perchè per una volta il passato che è già passato, non è ancora troppo passato. E le cose che stavano lì dentro me le ricordo tutte (o quasi). Che anche se sono una figlia degli anni Sessanta, sono un prodotto degli anni Ottanta. Sono postmoderna e non lo sapevo!

Grace Jones maternity dress 1979 © Jean-Paul Goude.

Grace Jones maternity dress 1979 © Jean-Paul Goude.

Cinzia Ruggeri, Homage to Lévi-Strauss dress, A/W collection 1983–4. © V&A Images.

Cinzia Ruggeri, Homage to Lévi-Strauss dress, A/W collection 1983–4. © V&A Images.

Perchè negli anni Ottanta anch’io ero un’adolescente con la permanente da barboncino  impazzito (bruciacchiata al punto giusto) che se ne andava in giro infagottata in orrendi maglioni oversize con le maniche a raglan, annegata in giacche e giubbotti dalle spalle talmente imbottite da intimidire un giocatore di football americano, piegata sotto il peso di uno dei primi modelli di Walkman creati dalla Sony (così pesante che si vendeva provvisto di un’apposita tracolla!). iPod? Mp3? Stiamo scherzando?? Mai come negli anni Ottanta è stato così faticoso essere cool…!

Se per il Modernismo la decorazione era quasi un peccato mortale, per il Postmodernismo è vero il contrario: non esiste altro dio che la la decorazione. Quello postmoderno è un mondo effimero dominato dalla teatralità e dall’esagerazione, un mondo abitato da pop stars androgine come Boy George o Grace Jones, un mondo in cui artificiale e naturale si uniscono come nelle architetture di Philip Johnson o di Hans Hollein che giocano in modo irriverente con i principi architettonici dell’architettura classica. In breve, un mondo che va affrontato con scettiscismo e ironia.

Dopo esseremi aggirata per le altre varie varie sezioni (i curatori hanno saggiamente deciso di concentrarsi solo sul design, evitando arte e letteratura contemporanee che da sole avrebbero fornito abbastanza materiale per un’altra mostra) mi sono appropriata delle cuffie attaccate al televisore che trasmetteva non stop video di Kaftwerk, Talking Heads, Devo, Visage e altre chicche di MTV, guardata con aria attonita da una moderna adolescente mentre, con le cuffie nelle orecchie, imrovvisavo goffe mosse di danza al ritmo dei Culture Club. Che la poverina in questione avrà avuto sedici anni e dubito che sappesse cosa fossero Boy George e la New Wave. Uh!

Hans Hollein, façade from Strada Novissima, The Presence of the Past, Biennale of Architecture, Venice, 1980.

Hans Hollein, façade from Strada Novissima, The Presence of the Past, Biennale of Architecture, Venice, 1980.

Ho sostato con reverenza davanti ai costumi di scena di Annie Lennox e di David Byrne, e di quelli di Pris e Rachel, le replicanti di Blade Runner, film che ho visto quando avevo quattordici anni ed ero cotta marcia di Harrison Ford e al cinema ci andavo al pomeriggio.

Ettore Sottsass for Memphis, Casablanca sideboard, plastic laminate over fibreboard, 1981. © V&A Images.

Ettore Sottsass for Memphis, Casablanca sideboard, plastic laminate over fibreboard, 1981. © V&A Images.

Ho ammirato il segno del Dollaro di Andy Warhol introduce il soggetto del denaro e la cultura degli yuppies, che io ricordo più per i film di Carlo Vanzina con Massimo Boldi e Cristian de Sica che per la manovra economica di Margaret Thatcher. Mi sono commossa davanti al prototipo della copertina di Closer dei Joy Division, e ho sorriso con tenerezza davanti ai caricaturistici utensili da cucina Alessi e ai mobili assurdi e alle assurde (e bellissime!) ceramiche del Gruppo Memphis di Ettore Sotsass e di Studio Alchymia. Che al contrario del Modernismo, dove la forma segue la funzione, per il Postmodermismo lo stile viene prima di tutto. E non a caso l’Italia e stata una delle prime nazioni ad abbracciare con entusiasmo questo movimento! È davvero una questione di stile, e di quello noi italiani ne abbiamo davvero da vendere…

Karl Lagerfeld in his Memphis-furnished apartment in Monte Carlo, 1981. Photo: Jacques Schumacher.

Karl Lagerfeld in his Memphis-furnished apartment in Monte Carlo, 1981. Photo: Jacques Schumacher.

Inutile dire che sono uscita dalla mostra gongolante e con un mega-sorrisone stampato sulla faccia. Che è stato impagabile rivivere quegli anni. E ancora di più è stato farlo senza la permanente bruciata…

Londra//fino al 15 Gennaio 2012

Postmodernism: Style and Subversion 1970 – 1990

Victoria and Albert Museum

vam.ac.uk

 

 

 

 

Haim Steinbach: Once again the world is flat.

Sono mensole o non sono mensole quelle create dall’americano di origine israeliana Haim Steinbach?  Lo sono perché sono attaccate alle pareti e sostengono cose; non lo sono (almeno non nel senso tradizionale del termine) perché hanno forme completante fuori dall’ordinario e sono realizzate in materiali completamente inaspettati. Inaspettati almeno in uno scaffale: che sfido chiunque a non farsi una risatina davanti a questa ricavata da una serie di maschere dell’uomo ragno…

Haim Steinbach, Serpentine Gallery. Londra,2014©Nebbiadilondra

 Ammetto senza vergogna che, sebbene Steinbach (Rehovot, Israele, 1944, vive a New York) crei queste non-mensole sin dagli anni Settanta, io non ne avevo mai sentito parlare. E immagino che in quarant’anni ne abbia create molte di più dell’assaggio offertoci dalla Serpentine Galleries. Anche se è ingiusto chiamarlo assaggio, che quella che adorna le pareti della galleria di Kensington Gardens è un’esplosione di creatività  sotto forma di mensole cosparse da oggetti (prodotti in massa o readymade) dalle forme più strane e divertenti e arrangiati nei modipiù vari. 

Haim Steinbach, Serpentine Gallery. Londra,2014©Nebbiadilondra

Su queste non-mesole gli oggetti più disparati competono per la nostra attenzione. Che vincerà? La casa delle bambole vittoria a o la maschera di Dart Vader? O le interminabili sequenze di saliere e pepiere in ogni forma  e colore prestate alla Serpentine Gallery dal pubblico in visita? Lasciate l’occhio libero di vagare sugli oggetti. E di oggetti in questa gioiosa e coloratissima mostra ce ne sono in abbondanza. Provare per credere.

Martino Gamper alla Serpentine Sackler Gallery

“Ogni oggetto ha il suo momento di gloria e una volta che questo è passato, ogni singolo pezzo dovrebbe essere reinserito nel ciclo evolutivo. Dunque, perché dovrei venerare un oggetto prodotto industrialmente se ne esistono ancora centinaia di copie, che poi sono prodotti seriali che il loro progettista non ha mai toccato né visto?” No, non è William Morris,  ma l’italianissimo Martino Gamper. 

Serpentine Sackler gallery, Londra. 2014©Paola Cacciari

Serpentine Sackler gallery, Londra. 2014©Paola Cacciari

Nato a Merano nel 1971, Gamper studia a Vienna prima di ritornare per un breve periodo a Milano,  per poi trasferirsi definitivamente a Londra nell’1998 dove è diventato famoso grazie al progetto 100 Chairs in 100 Days and its 100 Ways, cominciato nel 2005 (specializzato nel riutilizzo di materiali inutilizzati, Gamper ha raccolto 100 sedie inutilizzabili, smontandole e rimontandole in nuove combinazioni; dall’esperienza è nato il libro omonimo).

Serpentine Sackler gallery, Londra. 2014©Paola Cacciari (2)

Martino Gamper. Serpentine Sackler gallery, Londra. 2014©Paola Cacciari

In Design is a State of Mind alla  Serpentine Sackler Gallery, la succursale della Serpentine Gallery inaugurata nel 2013 e ricavata da un’ex-polveriera costruita nel 1805 il cui futuristico padiglione è stato disegnato nientepopodimeno che da Zaha Hadid, Gamper si dedica all’esame di ripiani, mensole e scaffali.

Martino Gamper. Serpentine Sackler gallery, Londra. 2014©Paola Cacciari

Martino Gamper. Serpentine Sackler gallery, Londra. 2014©Paola Cacciari

Ce ne sono una quarantina lungo le pareti della galleria e vanno dai classici del design come quelli di Anna Castelli Ferrieri, Charlotte Perriand, Gio Ponti e Dieter Rams, ad un esempio più umile come il sistema Ivar prodotto in serie da Ikea. Su di esse sono disposte collezioni di oggetti creati e prestati da amici e collaboratori di Gamper, tra cui leggende come Ron Arad ed Enzo Mari, o colleghi Michael Marriott e Bethan Laura Wood e l’artista Richard Wentworth.

Serpentine Sackler gallery, Londra. 2014©Paola Cacciari

Martino Gamper. Serpentine Sackler gallery, Londra. 2014©Paola Cacciari

La storia della scaffalatura offerta dalla mostra è un soggetto inaspettatamente interessante. Dalla  struttura modernista del designer britannico Gerald Summer (1934), al Postmodernismo di Ettore Sottsass e dei designer italiani, si arriva alla contemporaneità dei progetti di Gamper e Marriott e al suo atteggiamento che mi pare cosi simile alle Arts and Crafts di Morris.

Serpentine Sackler gallery, Londra. 2014©Paola Cacciari

Serpentine Sackler gallery, Londra. 2014©Paola Cacciari


“Non c’è nessun disegno perfetto o un tipo di design che si trova al di sopra degli altri. Gli oggetti ci parlano singolarmente e personalmente. Alcuni potrebbero essere più funzionali rispetto ad altri, e l’attaccamento emotivo è sempre molto individuale”, dice Gamper per spiegare questo straordi
nario Wunderkammer di mostra. Una mostra che con le scaffalature racconta l’arte di raccogliere gli oggetti. Perché in fondo cosa sarebbero mensole e scaffali senza gli oggetti che ci mettiamo sopra? Ogni oggetto, libro fotografia racconta un pezzo di vita. E allora a ciascuno la sua mensola. E a ciascuno la sua storia…
 
fino al 21 aprile 2014  

Martino Gamper: Design Is a State of Mind
Serpentine Sackler Gallery,  
Kensington Gardens
London W2 3XA

Pop Art Design, Barbican Art Gallery

Alzi la mano chi non ha mia sentito parlare della Pop Art e dei suoi discepoli, Andy Warhol e Roy Lichtenstein. Warhol, quello dei barattoli di zuppa Campbell, del culto della celebrità e del consumismo etc etc. E Roy Lichtenstein, quello dei fumetti trasformati in quadri.
Ma forse meno conosciuto è il fatto che la Pop Art oltre ad artisti come Warhol e Lichtenstein (e Martial Raysse e Claes Oldenburg), è stata per i designers un’impareggiabile fonte d’ispirazione.

The 1970 Bocca sofa designed by Studio 65, from the Barbican’s Pop Art Design exhibition. Photograph Alberto PeroliBarbican

The 1970 Bocca sofa designed by Studio 65, from the Barbican’s Pop Art Design exhibition. Photograph Alberto PeroliBarbican

E allora ci pensa Pop Art Design, una splendida e divertentissima mostra alla Barbican Gallery, che  esamina quel momento di trasformazione sociale avvenuto tra il secondo dopoguerra e il Postmodernismoquando, in seguito a profondi mutamenti storico-sociali, gli Stati Uniti assumono un ruolo di primo piano nella politica mondiale.Con ripercussioni di portata storica anche sul vecchio continente. Questa nuova forma d’arte “popolare” è in netta contrapposizione con l’eccessivo intellettualismo dell’Espressionismo Astratto e rivolge la propria attenzione agli oggetti, ai miti e ai linguaggi della società dei consumi. L’appellativo “popolare” deve essere inteso però in modo corretto. Non come arte del popolo o per il popolo ma, più puntualmente, come arte di massa, cioè prodotta in serie. E poiché la massa non ha volto, l’arte che la esprime deve essere il più possibile anonima: solo così potrà essere compresa e accettata dal maggior numero possibile di persone (almeno a sentire Wikipedia…).

Just what is it that makes today's homes so different, so appealing (1956) Richard Hamilton.

Just what is it that makes today’s homes so different, so appealing (1956) Richard Hamilton.

La mercificazione dell’uomo moderno, l’ossessivo martellamento pubblicitario, il consumismo piu’ sfrontato diventano nuovi valori di riferimento come nei collages dell’inglese Richard Hamilton, considerato uno dei primi artisti Pop del dopoguerra . In questo mondo cosi superficiale, il fumetto diventa l’unico veicolo rimasto di comunicazione scritta. tutti fenomeni a cui gli artisti pop hanno attinto a piene mani le loro motivazioni. Tirata giù dal suo piedistallo (almeno metaforicamente) l’arte entra di prepotenza nelle case, diventa parte della vita quotidiana – specialmente di quella della società americana – basandosi sul fatto che i soggetti di cui si occupa sono noti a tutti e sono per tutti riconoscibili. E picohe’ da cosa nasce cosa, il consumismo e la prosperità diventano presto evidenti anche nel design.

Girovagare per questa mostra è elettrizzante: sono due piani di colorata celebrazione dell’energia e della produttività del dopoguerra americano ed europeo. Qui sono esaminate e rielaborate questioni come funzione, rappresentazione ed iconografia; qui oggetti quotidiani sono investiti da nuovi significati. Artisti e designers condividono lo stesso vocabolario, stilizzano ed esagerano fumetti, figure politiche, miti del cinema, dei giornali e della TV. Le donne sono idealizzate per la ragione sbagliata e divengono miti del quotidiano alla pari di divani e poltrone come sembra pensare Gaetano Pesce che nella sua celebre UP5 e 6 riprende le forme delle statue votive delle dee della fertilità per dare vita a un vero e proprio manifesto di espressione politica sulla condizione femminile. La società della fine degli anni Sessanta non è pronta a riconoscere alle donne le loro numerose capacità e le rilega ai margini del panorama politico e sociale. E allora poltrona e sgabello si trasformano in  una donna con una palla attaccata alla gamba, l’immagine di un prigioniero. L’immagine delle donne di tutto il mondo, prigioniere del pregiudizio e di un mondo maschile. E su questo c’è ancora molta strada da percorrere…

Up 5 e 6 (1969-73)

Gaetano Pesce, Up 5 e 6 (1969-73)

Gaetano Pesce è  solo uno dei grandi italiani presenti in questa mostra. Che se la Pop Art è generalmente considerata come un fenomeno angloamericano, molti degli oggetti di design più interessanti vengono dall’Europa continentale  e in particolare dall’Italia.
Personaggi come Ettore Sotsass cominciano e a sperimentare con nuovi materiali creando oggetti provocatori che sono anche e soprattutto un commento sociale alla realtà italiana. di un’epoca come gli anni Sessanta in pieno boom economico. Di questo periodo il computer Elea(1964), la macchina da scrivere Tecne 3 e la mitica  portatile Valentine (1969). E il 1961 è l’anno della prima edizione del Salone Internazionale del Mobile di Milano. La diffusione della plastica e del poliuretano, sintetizzato già nel 1941 e utilizzato per le imbottiture, sarà poi utilizzati nel settore del furniture design da aziende come la Gufram con i suoi celebri Pratone.

Novelli William Morris o Bahuaus, i designers Pop del primo dopoguerra volevano fare cose belle che rendessero il mondo un posto migliore. Ma progressivamente spogliata dei suo valori didascalico-morali, l’arte del passato diventa un cliché come la sedia Capitello di Studio 65  realizzata in schiuma di poliuretano e modellata come un elemento architettonico in stile ionico. L’ironia  sta nel contrasto tra il materiale moderno morbido e flessibile in cui è stata modellata e la durezza della forma portante dell’architettura greca. I riferimenti visivi derivati ​​da architettura e l’arte sostituiscono la funzionalita’ come del resto capita nella maggior parte degli oggetti disegnati da Studio 65 e da altri gruppi di designers di questo periodo, trasformando mobili, gioielli, accessori, e anche architettura stessa in oggetti di fantasia. Tutti elementi che ritroveremo nel nuovo stile che mette faccia a faccia passato e presente: il Postmodernismo.
Pop Art Design

Londra//fino al 9 febbraio 2014

Barbican Gallery
barbican.org.uk

 

 


Heatherwick Studio: Designing the Extraordinary al V&A

“Quello che mi interessa sono le idee, e le idee non hanno uno stile”. A quarantadue anni, un sorriso disarmante e una massa scomposta di capelli ricci, Thomas Heatherwick sembra più un ragazzino terribile o l’inventore un po’ pazzo dell’immaginario collettivo che il designer più discusso del momento, colui che Terence Conran ha definito “il Leonardo da Vinci dei nostri tempi”.

  Heatherwick Studio – Designing the Extraordinary – veduta della mostra presso il Victoria and Albert Museum, Londra 2012

Nato a Londra nel 1970 in una famiglia di straordinario talento creativo, Thomas Heatherwick studia disegno tridimensionale al Politecnico di Manchester e al Royal College of Art di Londra prima di buttarsi nell’avventura del design con l’apertura nel 1994 di Heatherwick Studio, vicino alla stazione di King’s Cross.
Che si tratti di costruire un caffè sulla spiaggia nella cittadina costiera di Littlehampton nel sud dell’Inghilterra, una sedia in acciaio per la galleria londinese Haunch of Venison, il negozio della Longchamp a New York o un tempio buddista in Giappone, quello di creare oggetti incredibili che amalgamano discipline diverse come architettura, design, scultura, pianificazione urbanistica era il suo destino. E quelle uscite dalla mente eclettica di Heatherwick sono certamente idee altamente originali, che non smettono di deliziare pubblico e far discutere la critica.
E idee e materiali sono decisamente alla base anche di Heatherwick Studio: Designing the Extraordinary, la mostra dedicatagli dal V&A di Londra. Una sala piena di “roba”, come l’ha definita lo stesso designer, qui presente nel doppio ruolo di protagonista e progettista della mostra stessa. Centocinquanta oggetti e progetti, fotografie, modelli, prototipi (anche in dimensioni originali), schizzi e disegni raccontano la storia di Thomas Heatherwick e del suo Studio, che il curatore Abraham Thomas ha scelto di raggruppare non per tipo o per materiale, ma secondo le idee che li hanno generati. Da “Control Systems”, “Materiality” a “The Workshop”, ogni gruppo è organizzato attorno al suo panello esplicativo, come una mappa tridimensionale o un laboratorio visto dall’alto. Dove possibile gli oggetti, soprattutto quelli di piccole dimensioni, sono esibiti nella loro scatola di cartone originale, numerata a biro come fosse appena uscita dall’archivio.

Leggi il resto su Artribune

Bauhaus: Art as life, The Barbican Gallery

Bauhaus: la vita, l’arte, la bellezza

In mostra a Londra la straordinaria avventura del Bauhaus, scuola d’arte per eccellenza. Dalla fondazione alla chiusura, nel 1933, con l’arrivo del nazismo. Un percorso straordinario, che testimonia della sua estrema attualità. Al Barbican Center di Londra fino al 12 agosto.

var addthis_product = ‘wpp-264’; var addthis_config = {“data_track_clickback”:true,”data_track_addressbar”:false};var addthis_options = “facebook_like”;if (typeof(addthis_share) == “undefined”){ addthis_share = [];}

Bauhaus – Erich-Consemuller – Barbican, Londra 2012

Già nell’Ottocento, William Morris, con le sue Arts and Crafts, aveva cercato di portare la bellezza alle masse. Come Morris, anche Walter Gropius (Berlino, 1883 – Boston, 1969) pensa che l’industria non debba essere nemica dell’artista (o meglio, del progettista), ma sua alleata, e che il prodotto creato non deve essere privilegio dei pochi, ma accessibile a tutti. Ed è su queste basi che nel 1919 riorganizza l’Accademia delle Belle Arti e la Scuola di Arti Applicate di Weimar nel Bauhaus.
In questa “casa della costruzione”, teoria e pratica, arte e artigianato hanno un unico scopo: riscattare l’oggetto d’uso dall’appiattimento della produzione industriale. È la Gesamtkunstwerk, l’opera d’arte totale. Nel Bauhaus non ci sono artisti ma artigiani, e non vi insegnano professori ma maestri di straordinario talento. Personaggi come Paul Klee, Wassily Kandinsky, Oskar Schlemmer, Laszlo Moholy-Nagy, Marcel Breuer e Gunta Stölzl, l’unica donna a insegnare alla scuola.
Tutto questo e molto di più in Bauhaus: Art as life, la più grande mostra dedicata alla scuola dal 1968. Un epico viaggio in quattrocento oggetti nella storia di questa rivoluzionaria istituzione nelle sue tre incarnazioni di Weimar, Dessau e Berlino. Organizzata in un approssimato ordine cronologico, la mostra curata da Catherine Ince e Lydia Yee si svolge sui due piani dello spazio cavernoso della Barbican Gallery. Uno spazio difficile per un soggetto altrettanto complesso.
Ciò che colpisce del Bauhaus è non solo la diversità della sua estetica, ma l’incredibile ricchezza delle sue discipline che, oltre a pittura e scultura, includono anche fotografia, teatro, danza, design, decorazione d’interni, tessuti e persino giocattoli per bambini e cartelloni pubblicitari.
 

Leggi il resto su Artribune