Giorgio IV

“There was never an individual less regretted by his fellow-creatures than this deceased king.”

Cosi scrive il giornale The Times nell’obituario del re Giorgio IV nel giugno del 1830. E non aveva tutti i torti che il sovrano era idropico, ubriaco, dissipato, irresponsabile, codardo, egoista e stravagante alla follia. Era davvero la persona sbagliata per fare il re.

Ma povero Giorgio dico io. Giorgio IV dico (1762-1830). Era appena nato che già era Duca di Cornovaglia e Principe del Galles pochi mesi dopo; constantemente al di sotto delle aspettative paterne, costretto a separarsi dalla donna che amava, Maria Fitzherbert, perchè  più vecchia di lui, due volte vedova e cattolica, per sposare la cugina Carolina di Brunswick per ragioni dinastiche oltre che finanziarie, che la dote di Carolina serviva a pagare i suoi debiti, che infuriavano il padre Giorgio III quasi come l’idea di avere una nuora cattolica…. I due si odiavano, separandosi subito dopo (con un sospiro di sollievo ggiungerei io…) essersi doverosamente riprodotti. L’unica figlia, Carlotta Augusta,  muore di parto nel 1817, gettando Giorgio nella disperazione e la dinastia nel subbuglio.

Thomas_Lawrence_-_The_Prince_Regent

Debole di carattere, con una passione per la tavola, i vini pregiati, la moda, le donne e l’arte olandese, Giorgio IV non è di certo passato alla storia per le sue qualità di monarca, anzi: il popolo lo odiava quasi quanto lui odiava la moglie, il che la dice lunga.
Il suo stile di vita era grandiosamente dissoluto e spendeva soldi che non aveva con stravagante entusiamo, soprattutto in abiti costosi riprodotti con minuta attenzione nei vari ritratti commissionati al suo pittore preferito, Thomas Lawrence, e nella decorazione di suoi numerosi palazzi e nella costruzione del più improbabile edificio dell’intera Inghilterra: il Brighton Pavilion. Davvero, non doveva essere divertente per il popolino, (già fortemente provato dai costi delle guerre napoleoniche, in cui l’Inghilterra si distinse, anche se non per merito del sovrano) vivere durante il regno di Giorgio IV.

Eppure da storica dell’arte (e della buona tavola) quale sono, mi sento di spezzare una lancia in favore del tanto vituperato monarca. Colto, raffinato e con gusti splendidi in fatto di arte, Giorgio IV era  probabilmente il sovrano più colto dal tempo di Carlo I – e questo era due secoli prima. Il fatto poi che parlasse francese, italiano e tedesco, fosse un generoso patrono delle arti, un intelligente e arguto conversatore e un uomo di spirito ed di grande eleganza gli valsero il titolo di Primo Gentiluomo d’Inghilterra. Non solo: senza di lui non avremmo la National Gallery e il King’s College London, una delle più prestigiose università della Capitale.

Giorgio non avrà portato lustro alla monarchia, ma certamente lo ha portato alla Royal Collection a a partire dai nove anni in cui fui Principe Reggente, quando il padre Re Giorgio III era stato messo fuori uso dalla Porfiria e dava letteralmente di matto. Una volta libero dall’irritante supervisione paterna, il nostro Giorgio Jr puo’ finalmente dedicarsi con calma alla sua attivita preferita: lo shopping.  Il reggente/sovrano si getta nell’acquisizione di una quantità di oggetti senza precedenti – dai dipinti dei grandi maestri alle , dai mobili a gioelli, argenti, armi e armature giapponesi e persiane, porcellane di Sevres, libri antichi e disegni preparatori e studi, quando questi ultimi non erano ancora considerati “vera arte”.

George IV QueensGallery (10)
2019 ©Paola Cacciari

Ironia della sorte, il più francofilo dei re britannici trascorse gran parte dei suo regno in guerra proprio con la Francia di Napoleone, anche se questo non spegne la sua passione per tutto ciò che è  francese, incluso in cibo. Fortunatamente per lui, Giorgio si trova inaspettatatamente a godere di una delle immediate conseguenza della Francia post rivoluzionaria, la migrazione degli Chefs. La Rivoluzione francese infatti aveva praticamente eliminato dalla faccia della terra moltissime famiglie della nobiltà francese e i loro cuochi rimasti disoccupati, emigrarono in massa in Inghilterra, dove erano venerati e dove rivoluzionarono la cucina locale, con grande gioia dei Giorgio IV. Succede.

2020 ©Paola Cacciari

Londra// Fino al 3 Maggio 2020

George IV: Art & Spectacle @ The Queen’s Gallery, Buckingham Palace

 

Top 5 pizza al taglio in Bologna — Flaneur in Bologna

It really is a great moment for pizza al taglio in Bologna. With “pizza by the slice” I mean both “pizza alla pala ” and “pizza in teglia“: they are not quite the same thing in terms of the oven they’re cooked in, details on the shape and leavening time, but ther are also many […]

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Storia delle Lasagne, da Napoli a Bologna — il Blog di ANGELO FORGIONE

Angelo Forgione – È uno dei piatti-bandiera dell’Italia nel mondo, una squisitezza la cui origine è spesso confusa. Chiedete in giro dove nascano le Lasagne e probabilmente vi diranno «a Bologna». Sbagliando. La storia è antichissima, e perciò difficile da ricostruire. Io l’ho fatto faticosamente per il mio saggio Il Re di Napoli e la […]

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L’Inghilterra in cucina: Pollo con patate

Siamo talmente abituati ad metterle in tavola quando e come si vuole, sotto forma di gnocchi, purè, al forno, bollite (etc, etc, etc) che a volte ci si dimentica che la patata non ha sempre fatto parte della nostra cucina.

I primi a scoprirla furono conquistadores spagnoli. Impegnati com’erano a distruggere  l’Impero degli Inca, non so quando trovarono il tempo di notare questo strano tubero, ma lo fecero. E insieme ad immense ricchezze sudamericane, gli spagnoli portarono con loro in Europa anche la patata. Dal 1570 la si trova in Spagna da dove, grazie alla curiosità di agricoltori ed erboristi, arrivò in Italia, nei Paesi Bassi e, verso il 1580,  in Inghilterra. Con buona pace degli inglesi che preferirebbero attribuire la storia della sua introduzione in Inghilterra al navigatore, corsaro e poeta Sir Walter Raleigh, insieme al tabacco. Storia che non pare avere alcun fondamento storico, ma che di certo è molto più romantica dell’idea che a portare la patata sulle loro tavole fosse stato un erborista. Che fu grazie alla curiosità di personaggi come il grande erborista elisabettiano John Gerard (che addirittura appare sul frontespizio del suo trattato con un fiore di patata in mano, a dimostrare come, ancora nel 1597 le patate erano ancora una grossa novità) uno tra i primi a studiare questo tubero, disegnarlo, cuocerlo e – udite udite!- mangiarlo, perché la  “patata bianca” o “della Virginia” come era chiamata per distinguerla da quella dolce, diventi uno degli alimento base della dieta britannica.  Anche se bisognerà attendere altri due secoli prima che questo accada...

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/f1/Gerard_John_1545-1612.jpg
Frontespizio di The Herball (1636).

Le patate, soprattutto se arrosto, stanno bene con tutto, ma uno dei miei abbinamenti preferiti è con il pollo che nella ricetta tradizionale inglese si mangia ripieno di un composto fatto di pane grattugiato, salvia e cipolle chiamato stuffing (ripieno) che si spalma anche sotto la pelle del pollo prima di metterlo nel forno e che dona al tutto un’aroma delizioso…

Roast chicken and sage and _nion stuffing and gooseberry sauce

Se vi interessa tentare lo stuffing, questa è la ricetta:

tbsp.unsalted butter
2 medium onion, chopped
2 stalks celery, chopped
3 c.chicken broth
1/4 c. sage leaves, chopped
1 c. flat-leaf parsley, chopped
2 large eggs, beaten
3/4 tsp.salt
1/2 tsp pepper

Sbucciate le cipolle e tagliatele a fette spesse. Mettetele in una casseruola, cospargetele di sale e ricoprite con acqua calda. Fate bollire per circa 5 minuti e scolatele.
Riempite il tegame di acqua calda e far bollire lentamente per una 1/2 ora, o fino a quando le cipolle sono tenere. Scolatele e strizzatele le cipolle per ascigarle il possibile e tritatele finemente.

Aggiungere il pangrattato, burro, tuorlo d’uovo, noce moscata, sale e pepe nero appena macinato. Mescolare fino a quando la miscela è appena combinata e assomiglia a pangrattato di grana grossa (non frullare!) e procedete a riempire il pollo.

2020 ©Paola Cacciari

Lo zucchero cambia la chimica del tuo cervello — ORME SVELATE

Dopo 12 giorni di assunzione di zucchero, i ricercatori hanno notato importanti cambiamenti sia nel sistema dopaminico che oppioide del cervello dei suini. Alterazioni nel sistema oppioide sono state osservate dopo la prima assunzione di zucchero.

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Il cibo nelle fotografia

Noi siamo quello che mangiamo. Il cibo è combustibile e nutrimento, ma è anche piacere fisico ed estetico. Mangiare è uno degli atti più necessari e basilari, ma e anche celebrazione e come tale rappresenta una parte centrale dei nostri rituali, del nostro essere umani. Il cibo tocca infatti la nostra sfera pubblica e privata, rappresenta famiglia, razza, genere, classe sociale, salute, religione, i nostri principi morali.

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Io amo mangiare e amo il cibo, e non solo perchè sono una buona forchetta, ma perchè il cibo è storia sociale, l’espressione della cultura di un popolo. Non la caso, proprio la necessità di comprendere la moltitudine di nuovi ingredienti , sapori e cibi sugli scaffali dei supermercati britannici è stata (oltre alla frustrazione di non poter leggere Jane Austen e Oscar Wilde in lingua originale…😉) uno dei fattori determinanti nel velocizzare il più possibile il mio apprendimento dell’inglese…! E questo vale anche per la fotografia del cibo. E qui arrivo a Feast for the Eyes l’interessantissima mostra alla Photographer’s Gallery sulla storia del cibo nella fotografia, che le immagini di cibo in realtà solo raramente sono solo di cibo, ma riflettono il nostro stile di vita e il momento storico e sociale in cui ci troviamo a vivere e, come tale, da sempre occupano un posto di primo piano nella Storia dell’Arte e della Fotografia.

 

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Weegee Phillip J. Stazzone is on WPA and enjoys his favourite food as he’s heard that the Army doesn’t go in very strong for serving spaghetti, 1940 © Weegee/International Center of Photography,

 

Soprattutto dall’avvento di Instagram il cibo non è mai stato così popolare. Proprio oggi sono passata davanti ad una pasticceria che aveva un cartello uri dalla vetrina, “Our colors are especially instagrammable”. Uh! La cosa mi ha fatto sorridere, ma la dice lunga sullo stato delle cose: e cioè che la fotocamera dello smartphone ha cambiato tutto. Oggi potenzialmente possiamo tutti essere fotografi, soprattutto di quello che sta nei nostri piatti e che condividiamo con entusiasmo su Instagram. Un ex-collega del museo in cui lavoro  è diventato famoso con i suoi  simmetrybreakfast.

E ristoranti dal canto loro, ora progettano i loro piatti in modo che rendano bene in fotografia, poco male se il gusto del cibo viene leggermente sacrificato…

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Una delle mie sezioni preferite della mostra  è una parete piena di schede di ricette WeightWatchers rappresentanti il meglio (o il peggio…) del cibo degli anni Settanta dove quelli che all’inizio erano carne, pesce e verdure sono trasformati in oggetti da incubo che non sembrano avere nulla di commestibile forzati come sono in strane “forme” e coperti da salse o gelatine dai colori altrettanto strani. Non riuscivo a decidermi su quale fosse il meno appetitoso, fino a quando ho notato la cena “da congelatore al forno”, un grumo rettangolare di carne grigia bollita da far sembrare il digiuno un’opzione preferibile.

Londra//fino al 9 Febbraio 2020

Feast for The Eyes – The Story of Food in Photography

@ The Photographers Gallery  16 – 18 Ramillies Street, London, W1F 7LW

Sushi

Sono stata al ristorante giapponese con la mia amica e collega giapponese. Ogni tanto ci andiamo, lei ed io. Mi incanta sentirla ordinare in quella sua lingua così dura ed espressiva, piena di inchini e piccole riverenze, di alti e bassi di suoni. Mi incanta vederla padroneggiare le bacchette come se fossero estensioni delle sue mani – io che non chiedo una forchetta per puro orgoglio.

Come molti della mia generazione, ho sempre avuto seri pregiudizi sul pesce crudo (“Pesce crudo? Siamo matti? Vuoi mettere con un piatto di tortellini??” avrebbe detto scandalizzata mia nonna) e ho dovuto attendere i miei primi quarant’anni per poter cambiare idea. Ti senti rigenerato, con ogni boccone ti senti più in salute, con lo Jing e lo Yang riequilibrati. Ti senti quasi più buono… Ma a parte il sapore, forse quello che mi piace del sushi è la sua bellezza, l’equilibrio di forme e colori, l’eleganza della sua semplicità.  Ogni piatto  è  un piccolo capolavoro di armonia che si deve magiare con la dovuta reverenza. E quando avrò imparato ad usare bene come si deve i bastoncini, conto di farlo anch’io… Mi occorre solo piu’ pratica! 😉

Sushi 2019 © Paola Cacciari
Sushi 2019 © Paola Cacciari

 

 

Swinging London: A Lifestyle Revolution

Swinging London: basta la parola per evocare  capelli gonfi, abiti colorati, tappeti di pelliccia e i Beatles sul passaggio pedonale di Abbey Road. La nuova mostra del Fashion and Textile Museum, tuttavia, offre una storia diversa del termine.

Gli anni Sessanta sono gli anni del cosiddetto “Youth Quake”, il cosiddetto “terremoto giovanile”, che scuote alle basi la società del dopo guerra con tutta la potenza dell’insoddisfazione cresciuta tra i giovani, gettando così le basi del modo di vivere che conosciamo.

Mary Quant and Terence Conran. Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari
Mary Quant and Terence Conran. Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Una cultura proto-pop si era inizialmente evoluta nei primi anni del dopoguerra in un gruppo di giovani architetti, designer, artisti, musicisti e dilettanti radicali che vivevano e lavoravano principalmente nei dintorni di Chelsea, una zona bohémien un po’ sbiadita di Londra. Tra i personaggi di questo “Chelsea Set”, come era diventato noto il gruppo, erano anche due nomi destinati a cambiare il cosro della storia del costume britannico: Terence Conran e Mary Quant.

Incentrata sulle figure della stilista Mary Quant e su Terence Conran, il fondatore dell’iconico negozio di design Habitat, la mostra accende i riflettori non solo sulla moda, ma anche sulla vita domestica dal 1952 al 1977, mostrando come piatti e posate e mobili per la casa sono cambiati tanto quanto gli orli della gonne.

Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari
Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Legati da una stretta amicizia che coinvolgeva anche il di lei marito Alexander Plunkett-Greene, e dal desiderio di creare un design di qualità accessibile alle masse, Terence Conran e Mary Quant, iniziano una straordinaria collaborazione, con Conran che progetta l’interno della boutique della Quant a Londra nel 1955, e lei che a sua volta disegna le divise dello staff quando Conran decide di aprire il primo negozio Habitat nel 1964.

Questa rivoluzione, in parte dovuta a nuove necessità economiche date dall’avvento della produzione di massa, grazie a cui gli articoli eleganti per la casa e abbigliamento erano diventati ampiamente disponibili e di conseguenza più accessibili a tutti. Affermando che lo snobismo era fuori moda e che nei suoi negozi duchesse e dattilografe sgomitavano le une con le altre per comprare lo stesso vestito, Quant diventa l’evangelista di questo nuovo modo di vita.

Iconic londoner: Michael Caine. Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Ciò che sorprende è come queste minigonne e calze colorate siano allo stesso tempo radicali ed eccentriche, anche se forse gli “hotpants” non sono stati proprio l’invenzione ideale per chi non disponeva di gambe chilometriche. Ma le sue tunichette, i grembiulini e gli abiti di maglia erano pratici e facili da indossare e  liberavano il corpo femminile dalle gonne a ruota e dal vitino a vespa degli anni Cinquanta, e dal New Look di Dior. E comunque il mostrare le gambe era una grande liberazione.

Certo, pentole e minigonne non sono forse le prime cose che vengono in mente quanto si pensa alla Swinging London, ma sono probabilmente quelle più vicine ai ricordi di chi, come mia suocera, gli anni Sessanta britannici li ha vissuti – a meno che uno non si chiami Mick Jagger o Marianne Faithfull.

Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Accanto ai primi progetti come la Cone Chair di Conran e l’iconico Banana Split Dress della Quant, la mostra include anche rari esempi di designer, artisti e intellettuali d’avanguardia che hanno lavorato al loro fianco, come lo scultore Eduardo Paolozzi ei designers Bernard e Laura Ashley e l’altrettanto rivoluzionario ricettario di Elizabeth David, dal titolo A Book of Mediterranean Food. Il libro, scritto e pubblicato nel 1950 in epoca di razionamento alimentare (che in Inghilterra dura fino al 1954) quando la dieta nazionale era dominata da pane e polpette di riso, cipolle, carote e carne in scatola, è la sfida di una donna alla tristezza dell’austerità britannica del dopoguerra.

Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Swinging London: A Lifestyle Revolution. Fashion and Textile Museum , London 2019 © Paola Cacciari

Certo, paragonati a  certi indumenti dei nostri giorni, gli abiti esposti sembrano tutto tranne che scioccanti, ma sono centamente portabili (farei carte false per una delle tunichette in jersey di lana colorata di Mary Quant) soprattutto i coloratissimi impermeabili in PVC, vista questa questa pazza estate britannica…

2019 © Paola Cacciari

Londra//Fino al 2 Giugno 2019

Swinging London: A Lifestyle Revolution

Fashion and Textile Museum

La cucina sovietica: una storia di cibo e nostalgia

Anche per me, come per Tatiana Larina di Parla della Russia, continua l’ossessione per tutto ciò che è Russo-Sovietico.
Un giorno ficcanasando nel blog dei ‘russi’ ho trovato questa storia dell’Unione Sovietica vista attraverso la cucina.E siccome che anch’io adoro mangiare e anche cucinare, mi sono precipitata a comprare questo memoriale di Anya von Bremzen, dove storia sociale e storia personale si intrecciano in modo tenero, divertente, e illuminante. Buona lettura!

Anya von Bremzen and her mother in Philadelphia in 1978
Anya von Bremzen and her mother in Philadelphia in 1978

PARLA DELLA RUSSIA

Cucina_sovieticaTatiana continua con il suo periodo russo-sovietico. Dopo Tutto scorre… è alle prese con una storia dell’Unione Sovietica vista attraverso la cucina. E questa sì che è nuova.

Idea originale: ripercorrere 70 anni di storia attraverso i piatti e gli alimenti presenti sulle tavole dell’impero sovietico, per decennio. Molto deve a classici come I Biscotti di Baudelaire, ma con meno ricette e più storia.

Operazione originale? sì. Riuscita? in parte.

Autobiografico, il libro offre prospettive differenti. Può essere letto come una saga familiare, dato che in effetti l’autrice ripercorre la storia sovietica attraverso quella della propria famiglia, a partire dai nonni, con particolare attenzione al ramo materno e alle origini ebraiche. La famiglia materna è fortemente radicata nel regime sovietico, cui la dissidenza succeddiva delle generazioni giovani sarebbe stata parecchio aliena.
Accanto al livello personale e familiare, vi è l’URSS raccontata sia attraverso fatti storici che attraverso aneddoti, cronache, pettegolezzi…

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Toccare il cielo con un dito. O, nel caso di oggi, le nuvole…

Ultimamente sto trascurando il blog, che la vita  e il lavoro al museo mi tirano in altre direzioni. E quando ci torno finisco con parlare (o non parlare che a volte le immagini dicono molto di più…) della Brexit che qui sta diventando peggio della storia infinita (già ci vedo un video musicale con la canzone di Limahl: preparatevi per un tuffo negli anni Ottanta! 😉 ).

Darwin Brasserie, Sky Garden. London. 2019 © Paola Cacciari

Così oggi faccio qualcosa di diverso e dedico questo post allo Sky Garden di Londra, bar, ristorante e brasserie tra giardini pensili appollaiati in cima a 20 Fenchurch Street, il grattacielo della City meglio noto come Walkie-Talkie per la sua forma più stretta alla base e più larga in cima.

Il panorama è splendido, la vista su Londra a 360 gradi (il Tower Bridge e la Torre di Londra, il bellissimo complesso architettonico “brutalista” del Barbican, gli altri grattacieli come il Cheesegrater, il Gherkin, la Heron Tower e la Tower 42…) e davvero sembra di toccare il cielo con un dito tanto si è in alto!

Sinceramente non capita tutti i giorni di pranzare in una sorta di acquario con vista sullo Shard di Renzo Piano, godendo di un’esperienza culinaria da Masterchef, che ristoranti di questo tipo sono normalmente al di fuori della portata delle nostre tasche (mie e della mia “dolce metà” dico, chi altri? 😉 ), ma una volta ogni tanto ci sta, e ce la siamo goduti un sacco, nonostante le nuvole e il cielo coperto. 🙂

Darwin Brasserie, Sky Garden. London. 2019 © Paola Cacciari (1)
Darwin Brasserie, Sky Garden. London. 2019 © Paola Cacciari