L’inghilterra in cucina: il pranzo di Natale

Anche quest’anno non sono riuscita da avere le ferie per Natale, che il museo non si ferma mai se non per soli tre gg dal 24 al 26 durante i quali anche noi Gallery Assistants ci godiamo un po’ di meritato riposo. Cosí invece di tornare in Italia, nella mia natia Bologna come ho fatto per anni, trascorrero’ un altro Natale inglese in compagnia della mia dolce metà e della sua inglesissima famiglia. E devo dire che pur sentendo la mancanza dei tortellini e dello zampone (in fondo in fondo sono pur sempre una bolognese…), le cose che popolano la tavola natalizia inglese sopperiscono alla loro mancanza piuttosto bene!
A cominciare dal tacchino ripieno, accompagnato da salsa ai mirtilli (e non arricciate il naso prima di averlo provato!!) e servito con patate arrosto e parsnips, le pastinache, radici molto simili alle patate e che (come le patate) possono essere preparate al forno o fritte (ma che a differenza delle patate sono sparite quasi completamente dalle nostre tavole nel XIX secolo), mini-salsiccie di maiale avvolte in sottili fette di bacon chiamate pigs in blankets (‘maialini coperti’), cavoletti di Bruxelles cucinati con bacon e castagne (etc etc etc). Non occorre essere Pellegrino Artusi per notare che a differenza dell’Italia, dove il menù varia davvero molto a seconda della regione in questione, in Gran Bretagna il pranzo di Natale è pressoché lo stesso ovunque e quando le differenze ci sono, sono pressoché inesistenti.
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Invece del panettone c’è il Christmas pudding, un dolce dalla forma rotonda e a base di uova, mandorle, frutta candita, spezie e zucchero bollito nel brandy, preparato – secondo la tradizione – nel periodo dell’Avvento e portato in tavola il 25 dicembre. Nato nell’Inghilterra medievale (pare fosse già molto diffuso nel XVI secolo), il Christmas pudding o plum pudding (come veniva anche chiamato nonostante non contesse prugne) fu poi abolito dai Puritani di Oliver Cromwell insieme alle mince pies, al teatro, alla musica e ad ogni altra cosa che comportasse anche solo remotamente il godersi la vita. Bisognerà aspettare il XIX secolo perché il dolce torni alla “piena legalità”, apparendo nientemeno che sulla tavola dalla regina Vittoria e tra le pagine del Canto di Natale (1843) di Charles Dickens e diventando dall’oggi al domani il principale dolce natalizio inglese. La prima a chiamarlo Christmas Pudding fu la cuoca Eliza Acton nel suo bestseller Modern Cookery for Private Families, pubblicato nel 1845, anche se  bignerà attendere il 1858 perche’ lo scrittore Anthony Trollope lo citi con questo nome per la prima volta in un suo racconto. Di solito lo si serve flambé accompagnato da panna liquida normale o al brandy. Inutile dire che è una vera e propria bomba atomica di calorie (pensate al panettone elevato all’ennesima potenza) decisamente non adatta agli astemi, ai diabetici o a chi, come la mia dolce metà, non ama la frutta…
Christmas Pudding Recipe with Port
 Per questi ultimi ci sono molte opzioni, tra cui lo Yule log, l’immancabile torta al cioccolato fatta a forma di tronco d’albero, anche questa rigorosamente accompagnata da panna liquida o burro al brandy. Quest’anno la responsabilità di produrre questa prelibatezza e’ ricaduta sulle spalle di mia nipote più grande, una cioccolato-dipendente come sua zia acquisita (io). Inutile dire che a parte un tenue strato di  pan di Spagna all’interno, il suo Yule Log era un solido pezzo di cioccolata spolverato da zucchero che a sua volta e’ stato opportunnamente spolverato da un gruppo di parenti golosi.
Chocolate yule log
E per finire le mie adorate Mince Pies, tortine di pastafrolla ricoperte di zucchero a velo e ripiene di frutta e aromatizzate da spezie come la cannella e chiodi di garofano, perfette servite calde e accompagnate da un bicchierino di sherry. Ma io da vera e propria filistea le mangio anche a temperatura ambiente a colazione, che con un buon caffè espresso fatto con la moka Bialetti ci stanno benissimo… 🙂 E a quanto pare non sono la sola a pensarla così. Secondo la tradizione infatti, anche Babbo Natale ne va matto ragion per cui ogni famiglia che si rispetti deve lasciare un piattino di mince pies vicino al camino (meglio se insieme ad un bicchiere di brandy o di sherry e da una carota per la renna) per ringraziare Babbo Natale per i doni. 🙂
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Ed ora per favore non parlatemi di cibo per qualche settimana…  🙂

Il Bunga Bunga arriva a Londra. E raddoppia.

Che l’Italia fosse famosa nel mondo per il cibo, le scarpe, l’opera, il Rinascimento, la Ferrari e molto altro, si sapeva. Ma ora siamo anche ricordati per i bunga-bunga party del nostro (in)glorioso ex-Presidente del Consiglio che ha fornito l’idea per un locale, il Bunga-Bunga ristorante e pizzeria e karaoke bar. Appunto.

Bunga-bunga pizzeria
Aperto nel 2011 a Battersea, nella zona Sud-Est di Londra, il locale ha continuato la sua fiorente attività nonostante le dimissioni di Berlusconi. Qui baristi vestiti da gondolieri servono cocktail in bicchieri in forma di Fiat Cinquecento, di Colosseo o del faccione dello stesso Berlusconi, la cui effige pare serva anche per indicare  il bagno degli uomini, mentre quella di Donatella Versace quella delle signore.
E se pare che il cibo non sia male (almeno a sentire la critica del Telegraph) e conti tra i suoi affezionati avventori persino il Principe Harry, solo l’idea di una pizza “Ruby Rubacuori” o “Italian Stallion” basta da sola a farmi passare la fame…
Ma a dispetto di chi come me arriccia il naso davanti a questo ristorante “a tema” che in pratica è un inno allo stereotipo, il successo del Bunga Bunga è stato tale da indurre i gestori del locale, Charlie Gilkes and Duncan Stirling, i fondatori di Inception Group, a ripetere l’esperimento con un secondo ristorante nella centralissma Drury Lane a due passi da Covent Garden, che aprirà ufficialmente i battenti il 13 Gennaio 2017.
Chi è interessato trova tutte le informazioni qui. E auguri…

Il mercatino di Natale del Southbank Centre.

Quest’anno Londra  è  stata più che mai invasa dei mercatini di Natale: ce ne sono ovunque, persino nella centralissima Leicester Square ai piedi della statua di Shakespeare e davanti a Tate Modern. Ma il mio preferito (forse perche il primo a cui sono stata) è  quello che da anni decora la zona di SouthBank dominata da quella bellissima bruttura architettonica che è la sala da concerti della Royal Festival Hall. Anni fa si chiamava Cologne Christmas Market, dalla città di Colonia, ma forse adesso che è  più affermato nel calendario dell’inverno londinese, gli organizzatori del mercato non sentono più il bisogno di sottolineare la sua origine tedesca. Chissa’..

Southbank Centre Christmas Market © Jason Alden

Southbank Centre Christmas Market © Jason Alden

Perché i merctini di Natale sono di origine tedesca. Se vogliamo credere a Wikipedia, i mercatini di Natale hanno avuto origine nel tardo medioevo, in quella parte dell’Europa di lingua tedesca che includeva anche quelle regioni della Francia e Svizzera che un tempo appartenevano al Sacro Romano Impero ed erano noti generalmente come Mercato di San Nicola. Il primo documento che attesta un mercato di Natale risale al 1434 e cita uno Striezelmarkt (mercato degli ‘Striezel’, un dolce tipico tedesco) avvenuto a Dresda il lunedì precedente il Natale.

I primi mercatini di Natale non erano altro che fiere invernali che duravano un paio di giorni e che si tenevano intorno alla chiesa principale della città per sfruttare il passaggio dei fedeli che andavano a messa. Almeno fino a quando questa posizione si rivelò essere troppo efficace, tanto da spingere un parroco di Norimberga nel 1616 a lamentarsi di non poter officiare il rito pomeridiano della vigilia di Natale in quanto nessuno ci andava piú! Con tutta probabilità questo boom della popolarità dei mercatini di Natale avvenne durante la Riforma protestante, quando Martin Luther – notoriamente contrario al culto dei santi – cambiò il nome del Mercato di San Nicola in Christkindlmarkt, introducendo l’usanza nota anche in molte regioni d’Italia che sia Gesù Bambino a portare i regali ai bambini e non San Nicola (da cui il nome Christkindlsmarkt). Un’ironia, se vogliamo, che una tradizione Protestante si sia affermata nella patria del cattolicesimo. Mi chiedo sie la mia religiosissima nonna lo sapeva!

Anche al mercatino di Natale di Southbank, i prodotti in vendita nelle bancarelle a forma di chalet alpino sono quasi sempre gli stessi che si trovano in tutti gli altri Christmas Markets., e mi piacciono proprio per quello: le colorate decorazioni per l’albero di Natale, i dolci tipici natalizi  come il gingerbread, il pan di zenzero a forma di cuore, di omino stilizzato o di albero di natale, piccoli oggetti di artigianato assolutamnete inutili, ma di cui (ogni anno) si pensa  di non poter fare  a meno, e regali e regalini unici e meno unici con cui riempire la calza della Befana. Il tutto naturalmente accompagnato da profumato vin brulé, panini, salsicce e würstel caldi annaffiati da tanta birra. Quest’anno il mercato è più grande del solito ed e’ accompagnato da conferenze, eventi legati alle festività natalizie al Southbank Centre Winter Festival, di cui tutte le informazioni sono qui

Londra//fino al 25 Gennaio 2017

Southbank Centre
Belvedere Road
London
SE1 8XX

Com’è la vita in Giappone? Lo vorrei tanto sapere…

Oggi sono stata in Giappone. Beh, non proprio in Giappone. Ho lavorato nella sala dedicata all’arte giapponese, la Toshiba Gallery of Japanese Art. Inaugutrata ventinove anni fa, ha da poche settimane riaperto al pubblico dopo una chiusura durata sei mesi per rinnovamento. Con la sua carrellata di meravigliosi, quanto disparati, oggetti che vanno dalle spade dei Samuarai  alla cerimonia del Te, ai Manga e alle radio – la sala racconta la storia dell’arte e del design di questo enigmatico Paese dal VI secolo D.C. ai giorni nostri.Woman at Mirror from Edo Beauties by Kikukawa Eizan (early 19th century). Photograph: © Victoria and Albert Museum

Non l’avrei mai pensato, ma da quando, qualche anno fa, nella mia vita è entrata la mia collega giapponese di Tokio, mi è salita un’incredibile curiosità per questo incredibile paese. Ed ora quella del Giappone è una delle mie sale preferite nell’intero museo. Siamo diventate amiche, io e la mia collega. D’altra parte abbiamo la stessa età e lei come me è cresciuta con Heidi, Candy Candy e Il Grande Mazinga. Le chiedo se li conosce. Mi dice che li conosce e che si chiamano Manga. E mi sembra incredibile che nello stesso momento, in due punti diversi del pianeta due bambine di sette anni stavano guardando Goldrake. Potere della globalizzazione… Ma a parte Goldrake e Candy Candy, qualche film di guerra americano in cui i kamikaze giapponesi bombardavano Pearl Harbour e i Sette Samurai di Kurosawa che non ho mai guardato fino alla fine addormentandomi sempre prima (ok: chi lo ha fatto DAVVERO, guardare la fine di quel film??) il Giappone è sempre stato per me un universo sconosciuto.

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Samurai suit of armour, c1800. Victoria and Albert Museum, London

Un’universo che, ad essere onesti, non mi hai mai particolarmente incuriosito (Giappone= Panasonic, Honda, Fuji) innamorata come sono sempre stata del Sud America, io (Sud America=Inca, Machu Picchu, Ande). E contro tale mancanza di curiosità a nulla era servito neppure la lettura di quel capolavoro della letteratura di viaggio che è In Asia del meraviglioso Tiziano Terzani. Ma sto cercando di recuperare il tempo perduto perlopiú leggendo a tappeto tutto quello di Haruki Murakami che mi capita sotto mano, abbuffandomi di Sushi con la mia mica giapponese ad ogni possibile occasione. Mi incanta sentirla ordinare in quella sua lingua così dura ed espressiva, piena di inchini e piccole riverenze. Mi incanta vederla padroneggiare le bacchette come se fossero estensioni delle sue mani – io che non chiedo una forchetta per puro orgoglio. Come molti connazionali abituati come siamo ad una cucina tra le migliori al mondo, ho sempre avuto seri pregiudizi sul pesce crudo e ho dovuto attendere i miei primi quarant’anni per poter cambiare idea. Ti senti rigenerato, con ogni boccone ti senti più in salute, con lo Jing e lo Yang riequilibrati. Ti senti quasi più buono… Ma a parte il sapore, forse quello che mi piace del sushi è la sua bellezza, l’equilibrio di forme e colori, l’eleganza della sua semplicità. Ogni piatto è un piccolo capolavoro di armonia che si deve magiare con la dovuta reverenza. E quando avrò imparato ad usare bene i bastoncini, conto di farlo anch’io…

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Fortunatamente il rinnovamento della Toshiba Gallery non ha fatto scomparire dalle teche vecchie conoscenze come le armature da Samurai e le Katana, le elegantissime quanto letali lunghe spade ricurve dalle magnifiche impugnature e dalle lame così taglienti che (mi si dice) i restauratori sono stati addestrati nel combattimento da uno dei curatori del dipartimento del Sud est asiatico. Non mancano poi le bellissime scatole di legno laccate e i meravigliosi netsuke, le piccole sculture in legno o avorio che si usavano come contrappeso per i contenitori porta monete, porta tabacco, porta spezie che i giapponesi si portavano appesi alla cintura con una corda per evitare che scivolassero via, visto che i kimono non avevano le tasche. Queste piccole sculture mi hanno sempre affascinato, ma da quando ho letto il libro di Edmund de Waal Un’eredità di avorio e ambra desidero ardentemente possederne uno…

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Carved wood netsuke in the form of a curled rat, 1850-1900. Victoria and Albert Museum, London

Ma ci sono anche altre novità che raccontano l’evolversi storico e sociale di questo enigmatico Paese, dalle solite radio, aspirapolveri, calcolatrici all’immancabile Sony Walkman (anch’io ne avevo uno negli anni Ottanta, quando esser cool era davvero faticoso) ad una pentola per cuocere il riso rosa confetto di Hello Kitty.

Hello Kitty rice steamer, Japan, 2014 Photograph: Victoria and Albert Museum, London

Hello Kitty rice steamer, Japan, 2014 Photograph: Victoria and Albert Museum, London

Devo dire però che il mio preferito, per la sua bizzarra giapponesità, è un manichino che indossa uno dei nuovi outfit stile “Lolita”, un abito rosa e azzurro, tutto pizzi e volant del marchio Baby, The Stars Shine Bright che dal 1988 crea moda ispirata alla storia di Alice nel Paese delle meraviglie. Il mio primo incontro con questa corrente di abbigliamento è avvenuta nel 2011 quando, proprio nella stessa sala del Giappone il dipartimento del Sud Est asiatico aveva allestito una piccola mostra dal titolo Kitty and the Bulldog che esplorava i collegamenti tra la street style inglese e quella giapponese. Ma attenzione! Che se nel mondo occidentale il termine Lolita ha indibbie connotazioni sessuali  per via del (bellissimo) libro di Vladimir Nabokov, nella cultura giapponese essere kawaii ha davvero poco a che fare con il fascino e il sex appeal e molto invece con l’essere carina e modesta – una reazione alla sessualizzazione delle donne nella cultura giapponese. Per questo chiamarla moda è inesatto, che essere una Lolita non è solo un modo di vestire, ma una vera e propria filosofia di vita che comporta assomigliare ad una bambola di porcellana vittoriana o rococò, con cerchietti con il fiocco, zainetti a forma di animaletto, spillette, ombrellini di pizzo, baschi, ogni genere di gadget alla saccarina e con capelli sono spesso acconciati in boccoli o codini.

Sweet Lolita outfit, Japan, 21st century. Photograph: Victoria and Albert Museum, London

Sweet Lolita outfit, Japan, 21st century. Photograph: Victoria and Albert Museum, London

Ma la mia amica mi racconta che la metropolitana di Tokio impiega personale specializzato per spingere ben benino i pendolari all’interno dei vagoni (‘Studenti…’ mi spiega allegra, fosse la cosa più normale del mondo) per evitare ritardi alle chiusure delle porte di un sistema di trasporto tra i più efficienti del mondo, la guardo con gli occhi sgranati, che a Bologna non c’è neppure la metropolitana, figuriamoci i pigiatori-di-persone. Aurea mediocritas diceva Orazio. Chi troppo chi troppo poco (sto pensando all’Italia…). E comincio a capire perché anche la mia collega se n’è andata. Che a volte anche troppa efficienza può dare ai nervi…

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Train pusher at the Yamanote line, Tokio

 


Mrs Beeton e la rivoluzione dell’economia domestica

Prima di Nigella Lawson, prima di Delia Smith e prima ancora Mary Berry, dea nazionale della Gran Bretagna era lei, Mrs Beeton

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Celebrity Cooks: Mrs Beeton and her Contemporaries. Londra. 2015©Nebbiadilondra

Nata nel 1836 in Milk Street, nella City of London, Isabella Mayson (1836-65) era la maggiore dei quattro figli di Benjamin ed Elizabeth Mayson. Alla morte del marito, la madre di Isabella sposa Henry Dorling, che era vedovo e viveva con i suoi quattro figli ad Epsom, nel Surrey dove lavorava come impiegato all’ippodromo locale. La coppia produce altri tredici figli. Con venti fratelli (un numero enorme anche per una famiglia vittoriana) da accudire, non sorprende che Isabella sviluppi quella conoscenza dell’economia domestica che divenne il soggetto del suo famoso libro…

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Celebrity Cooks: Mrs Beeton and her Contemporaries. Londra. 2015©Nebbiadilondra

Isabella era una giovane donna moderna, istruita e forte delle sue opinioni, in tutto e per tutto un personaggio anticonvenzionale per gli standard vittoriani. Determinata a sfuggire ad un destino di perenne babysitteraggio, nel 1856 sposa l’editore Samuel Beaton, anch’egli nato in Milk Street, e comincia da subito ad aiutarlo nella sua attività editoriale scrivendo articoli sulla cucina e la gestione della casa per la rivista Englishwoman Domestic Magazine da lui pubblicata.

Gli articoli, pubblicati tra il 1858 e il 1861, saranno raccolti in un volume unico con il nome di Beaton Book of Household Management. Pubblicato nel 1861, il libro fu un immediato bestseller con oltre 60.000 copie vendute solo il primo anno, battendo in questo persino Grandi speranze di Charles Dickens, anch’esso uscito nel 1861, e da allora non è mai stato fuori catalogo.

imageNonostante il libro contenesse molte ricette (molte delle quali plagiate da scrittori precedenti, tra cui un’altra celebrità dell’epoca Eliza Acton), quello di Mrs Beeton di fatto non era un ricettario propriamente detto, ma un manuale per la gestione di un nucleo familiare vittoriano mirata alle classi medie socialmente mobili, i cui consigli andavano dalla moda alla cura dei bambini, dal come apparecchiate la tavola al come trattare con la servitù, sottolineando anche l’importanza sia del benessere degli animali e l’uso di prodotti locali e di stagione molto prima che tali preoccupazioni diventassero opinioni correnti. Ma non solo: Mrs beeton formalizza anche il modo in cui si scrivono le ricette e ogni volta che apriamo un ricettario per fare una torta dobbiamo ringraziare lei.

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Celebrity Cooks: Mrs Beeton and her Contemporaries. Londra. 2015©Nebbiadilondra

Isabella muore di febbre puerperale nel febbraio del 1865 dando alla luce il suo quarto figlio. Le edizioni del libro pubblicate dopo la sua morte saranno rimaneggiate da altri cuochi e contengono belle immagini a colori e stravaganti quanto improbabili ricette come quella di zuppa di coda di canguro, un piatto che non ho fretta di provare… A 150 anni dalla sua morte, avvenuta il 6 febbraio del 1865,  è ancora una delle figure più importanti nella storia del cibo e della cucina britannica e una deliziosa mostra alla Guildhall Library, ne esamina l’impatto sulla cultura e l’alimentazione di ieri e di oggi.

Londra// fino al 17 aprile.

Celebrity Cooks: Mrs Beeton and her Contemporaries

Guildhall Library. Ingresso gratuito.

cityoflondon.gov.uk

3 Luoghi dove mangiare il Fish & Chips a Londra!

Adoro il Fish & Chips! Conosco The Rock and Sole Plaice, ma non gli altri due. Bisogna rimediare…

From East To West

FISH AND CHIPS FISH AND CHIPS

Fish & Chips… probabilmente il piatto più famoso di tutta la cucina inglese. Il piatto consiste in un filetto di pesce (si possono usare diverse varianti) impanato e fritto, servito con patate anch’esse fritte. Può essere accompagnato anche da un contorno di piselli e da varie salse.

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Hyde Park Winter Wonderland 2014

E anche quest’anno è arrivato, il parco dei divertimenti più famoso di Londra! Giunto alla sua settima edizione, Winter Wonderland è una grande festa per grandi e piccini, uno degli eventi da non perdere nell’inverno londinese. E le interminabili file che si formano all’entrata durante il week-end ne sono una testimonianza evidente…

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Hyde Park Winter Wonderalnd. London 2014©Paola Cacciari

Inutile dire che cose da fare sono moltissime e vanno dalla pista di pattinaggio su ghiaccio al Regno Magico, per non parlare di giostre e Luna Park, una ruota panoramica che offre un fantastico panorama su Hyde Park, concerti di Natale e numerosi altri eventi per ogni età. E naturalmente non può mancare la Grotta di Babbo Natale…

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Hyde Park Winter Wonderalnd. London 2014©Paola Cacciari

Ma non finsice qui. C’è anche un autentico German Christmas market, il mercatino di natale tedesco con tante, coloratissime bancarelle, chioschi per caffè e bevande calde e, naturalmente, il classico vin brulé.

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Hyde Park Winter Wonderalnd. London 2014©Paola Cacciari

Godetevi l’atmosfera di festa nel Bavarian Village, il delizioso villaggio bavarese dove tra bratwurst e birra tedesca potrete deliziare le vostre orecchie ascoltando bande musicali eseguire dal vivo canzoni tipiche bavaresi o, in mancanza degli ottoni, musica pop tedesca (inclusa Nena e i suoi 99 palloncini – per chi è troppo giovane per ricordare gli anni Ottanta o all’epoca era distratto, guardate qui).

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Hyde Park Winter Wonderalnd. London 2014©Paola Cacciari

L’ingresso è gratuito, ma le attrazioni sono a pagamento. Ma non andate senza soldi che il concetto di “ingresso gratuito” è relativo. Se siete dotati di una volontà di ferro riuscirete a passeggiare e assorbire l’atmosfera di festa senza soccombere alla festa di colori, odori e divertimento in offerta. Io non ci riesco mai...

Londra//fino al 4 Gennaio 2015.

Aperto tutti i giorni  dalle 10am alle 10pmPer la pista di pattinaggio è consigliata la prenotazione. Per ulteriori informazioni http://www.hydeparkwinterwonderland.com/ Winter Wonderland tornerà in Novembre 2015.