Back in time: Modern Talking – You’re My Heart, You’re My Soul

Alzi la mano chi si ricorda dei Modern Talking il duo tedesco composto da Dieter Bohlen e Thomas Anders. Non molti? Suvvia, almeno voi ex adolescenti degli anni Ottanta non fingete, che questo You’re My Heart, You’re My Soul e’ stato il tormentone dell’estate 1984! 🙂 I capelli alle Charlie’s Angels poi sono notevoli! 🙂

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Generation (Se)X and the city

Quando hai superato i trent’anni, sei in una realazione stabile, hai una casa (seppure non tua), un lavoro e il tuo compagno vuole mettere su famiglia e tu come donna hai solo voglia di metterti ad urlare, capisci che c’è qualcosa che non va. E se per alcune nella mia situazione (mica sono la sola, Elizabeth Gilbert ci ha pure scritto sopra un libro, Mangia Prega Ama), forse la cosa più normale per comprendere questo dilemma sarebbe stato consultare uno psicologo come il mio (ora ex) compagno mi aveva suggerito di fare a a suo tempo (come se il fatto di essere donna fosse sufficiente a dotarti di istinto materno e desiderio di riprodursi alla nascita) io consultavo Carrie Bradshaw. In quello strano periodo della mia vita, la bionda eroina di Sex and the City e le sue amiche, Charlotte, Miranda e Samantha erano il mio oracolo. Che in fatto di relazioni complicate e dilemmi esistenziali  nulla batteva il mitico quartetto di Manhattan.

Sono passati vent’anni da quel Giugno 1998 quando Carrie e la sua svolazzante gonna a tutù bianca sono entrate nella mia vita (e in quella di molte altre persone, anche solo di riflesso e forzatamente come sostiene la “mia dolce metà”) e mi pare appropriato soffermarmi un attimo sul quanto quella serie televisiva sia stata importante per una generazione di donne che si sono come me trovate ad attraversare la vita negli anni Novanta.

Certo, il cosidetto Girl Talk, la chiacchierata tra amiche davanti ad un caffè o una birretta fresca c’è sempre stato. Ma questo era e rimaneva: una stanza segreta in cui gli uomini non eravano. E questo era vero soprattutto in TV, dove non era mai accaduto che si parlasse senza filtri di uomini e sesso in modo così libero e naturale.

Con Sex and the City era la prima volta che quattro donne apparivano in una serie TV non (o ameno non solo) in qualità di mogli, figlie, amanti o svampite del maschio di turno, ma come personaggi a tutto tondo. Quelli di Carrie, Miranda, Charlotte e Samantha sono personaggi ironici, dinamici, divertenti e senza paura. Parliamone.

Libere e indipendenti, queste quattro donne si prendono la licenza non solo di parlare (in TV e in prima serata) apertamente di sesso, ma di trattarlo come per generazioni hanno fatto gli uomini, senza per questo essere giudicate secondo i canoni della doppia morale. Per la prima volta anche alle donne era data ufficialmente la licenza di esplorare la vita a proprio piacimento e la libertà di trovare la propria strada senza paura di essere giudicate.

Ma la cosa che più mi piaceva di Carrie & C. era che, nonostante la bellezza, il denaro (o la sua mancaza) le belle case, i pranzi in ristoranti trendy, le quattro avevano gli stessi difetti e di problemi comuni a molte altre donne (meno le scarpe di Manolo Blahnik o gli abiti frimati, almeno nel mio caso). Era possibile identificarcisi. E per quell’epoca era un programma totalmente rivoluzionario (ricordiamo che siamo negli anni Novanta e che comunque ancora oggi per una donna volere fare la moglie del calciatore o la velina è ancora considerata una carriera accettabile 😒) che affrontava argomenti che solo negli ultimi anni sono diventati all’ordine del giorno nell’opinione pubblica, come la discriminazione e l’inegualianza di genere, stipendio e di trattamento al lavoro tra uomini e donne a certi livelli.

Eppoi, of course, la moda. Che lo show non ha solo lanciato nella stratosfera le quattro attrici principali, ma anche lanciato (o ri-lanciato) una serie di stilisti e case di moda. Per non parlare delle scarpe. Che certamente  in questi vent’anni il 90% degli uomini hanno scoperto (spesso a proprie spese) chi sono Manolo Blahnik o Christian Louboutin. Quando il museo in cui lavoro ha allestito una mostra sulle scarpe intitolata shoes, il mio primo pensiero è stato che un titolo più opportuno sarebbe stato Il paradiso di Carrie Bradshaw. Inutile dire che mi sono goduta un mondo il lavorare in quella mostra… 😁

E poi ci sono i “cameos”, le apparizioni di personaggi famosi che hanno dato un po’ di pepe alla serie – dal rockettaro John Bon Jovi nel ruolo di un fotografo con cui Carrie ha avuto una relazione, alla ex Spice Girl Gery Halywell in quello di Phoebe, un amica di Samantha a Lucy Liu che interpreta se stessa nella quarta serie. E lui, Donald Trump, nel ruolo che meglio gli si confà, quello di arrogante e borioso marpione (in TV come nella vita) che occhieggia Samantha nella seconda serie. Come dicevo prima, una serie televisiva in cui ci si indentifica. #SexandtheCity20

2018 © Paola Cacciari

I Durrell di Corfù: ovvero, La mia famiglia e altri animali

“Somewhere between Calabria and Corfu the blue really begins.”

Palaiokastritsa, Corfu 2018 ©Paola Cacciari
Palaiokastritsa, Corfu 2018 ©Paola Cacciari

Così si apre Prospero’s Cell: A Guide to the Landscape and Manners of the Island of Corfu (La grotta di Prospero: una guida al paesaggio e ai costumi dell’isola di Corfù, Giunti, 1992) dello scrittore e poeta inglese Lawrence Durrell (1912-1990). Nato in India durante gli anni del Impero anglo-indiano, Lawrence detto “Larry” era il fratello maggiore del naturalista, zoologo ed esploratore Gerald Durrell (1925-1995), dal cui trilogia La mia famiglia e altri animali (1956), Storie di animali e di altre persone di famiglia (1969) e Il giardino degli dei (1975) è stata tratta la popolare e divertentissima serie televisiva britannica I Durrell – La mia famiglia e altri animali (The Durrells) trasmessa dal canale ITV dal 2016 e ora arrivata alla terza serie (In Italia, la serie è stata trasmessa dal 2017 sul canale a pagamento La EFFE).

La mia dolce metà mi dice che quando era giovane (o almeno più giovane) i fratelli Durrell, in particolare Gerald, erano immensamente popolari. Ma quanto “alla lettera” dobbiamo prendere le storie di caos colorato raccontate da questi maestri del racconto?

La storia raccontata nella serie televisiva, liberamente tratta dai divertentissimi resoconti scritti da Gerald, inizia nel 1935, quando Louisa Durrell rimasta vedova qualche anno prima, ancora in lutto e in difficoltà economiche, decide quasi all’improvviso di trasferirsi con i suoi quattro figli Lawrence (“ Larry”), Leslie, Margaret (“Margo”) e Gerald (“Gerry”) sull’antica isola dei Feaci cantata da Omero nell’Odissea.

The Durrells in Corfu in the Thirties (from left) Margaret, Nancy, Lawrence
The Durrells in Corfu in the Thirties (from left) Margaret, Nancy, Lawrence

Ma in realtà la cosa è più complicata e molto meno comica di quanto Gerry voglia farla apparire nei suoi libri e per chi come me prima del 2016 non aveva idea di chi Geral e Lawrence Durrell fossero (e tantomeno il resto della famiglia e il perché alla metà degli anni Trenta, di lasciare le piogge di Bournemouth per il paradiso di Corfú) un aiuto viene dalla biografia scritta da Michael Haag e intitolata  The Durrells of Corfu (Profile Books, £8.99) e per il momento disponibile solo in inglese.

Si scopre che le ragioni dietro questa mossa così “drammatica” (ricordiamo che siamo a metà degli anni Trenta e uno spostamento di queste dimensioni rasentava dimensioni quasi epiche) sono molto più complicate e molto meno comiche di quanto Gerry voglia farla apparire nei suoi libri. La morte del padre Lawrence Samuel Durrell, un ingegnere ferroviario anglo-indiano, avvenuta nel 1928 per un tumore al cervello all’età di soli 43 anni, aveva lasciato la moglie Louisa depressa e dipendente dal gin. Su consiglio degli altri membri della comunità coloniale britannica che l’India non era il luogo adatto per una donna sola con quattro figli, Louisa decise di trasferire la sua famiglia in Inghilterra e dopo varie peripezie, traslochi e sistemazioni temporanee, nel 1932 i Durrell si stabilirono a Bournemouth, sulla costa. Ma con i figli a scuola e solo il piccolo Gerry come compagnia, Louisa si sente sola e più depressa che mai e più che mai dipendente dal gin. Fu allora che l’espasivo e bohémien Larry, che da tempo voleva trasferisi a Corfù con la giovane moglie-artistaNancy (che non appare mai nei libri di Gerald o nella serie televisiva), ad organizzare il trasferimento dell’intera famiglia nel 1935, per salvarli da se stessi.

Monastero di Vlacherna, penisola di Kanoni, Corfù. 2018© Paola Cacciari
Monastero di Vlacherna, penisola di Kanoni, Corfù. 2018© Paola Cacciari

Quella di Corfú fu una scelta naturale. Dal 1815 le Isole Ionie erano un protettorato britannico e Corfù divenne la sede del Commissario della Repubblica delle Isole Ionie e fu un periodo di prosperità per l’isola, durante cui la lingua greca divenne quella ufficiale, furono costruite nuove strade, migliorato il sistema di approvvigionamento idrico e, nel 1824, fondata la prima università greca.

I Durrells sono diventati così tanto sinonimo di Corfù che è difficile pensare che ci abbiano vissuto solo quattro anni, dal 1935 al 1939, prima che la guerra li disperdesse e rovinasse per sempre l’isola che avevano amato così profondamente. E se devo dire che se lo stile di  Lawence, con il suo estetismo bohémien è un po’ troppo pretenzioso per i miei gusti (La mia famiglia e altri animali è molto più divertente) devo dire che mi sono goduta un mondo La Grotta di Prospero, il breve e dolce amaro diario di viaggio da lui scritto quando lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale lo aveva forzatamente costretto ad abbandonare il suo idillio greco. E amando io stessa moltissimo quest’isola risplendente, non posso che  simpatizzare con lui… #TheDurrells

2018 © Paola Cacciari

Al Victoria & Albert Museum una grande mostra sull’età d’oro dei transatlantici.

Ah, il fascino delle navi da crociera! Alzi la mano chi appartiene alla mia generazione e non ricorda Love Boat la serie televisiva americana ambientata su una nave da crociera, trasmessa da noi su Canale 5  negli anni Ottanta, con il suo equipaggio più simile ad un gruppo di colonnisti della posta del cuore?

Ma i transatlantici al centro della mostra del Victoria and Albert Museum, dal tirolo Ocean Liners: Speed and Style, sono gli antenati delle torreggianti navi da crociera dei nostri giorni, quelle città galleggianti che trasportano oltre 6000 passeggeri e che oscurano con la loro spaventosa mole la Giudecca e rovinano le delicate pietre di Venezia. Il povero Ruskin sarebbe devastato al pensiero…

Ma il transatlatlico più famoso è certamente quello che è andato a fondo, il Titanic affondato durante il suo viaggio inaugurale al largo delle coste della Groenlandia. Ma qui al museo il focus è sugli altri transatlantici, quelli che sono sopravvissuti ai ghiacci e alla Seconda Guerra Mondiale e che sono diventati il simbolo di un’epoca di ottimismo, progresso ed eleganza.

Come l’inglese Queen Mary per esempio (1936), o il francese Normandie (1935), o il tedesco Bremen (1928) – anche se, naturalmente, non poteva mancare il relitto del Titanic, lo stesso che (in forma di replica) figura nella tragica scena del naufragio a cui si aggrappano Kate Winslet e Leonardo di Caprio del filmone di James Cameron…

 The Queen Mary ocean liner Credit: V&A
The Queen Mary ocean liner Credit: V&A

Quando il mare era l’unica strada per andare da un continente all’altro, il transatlantico era l’unico mezzo di trasporto capace di solcare gli oceani e di raggiungere parti remote del mondo. Ma viaggiare per mare era una faccenda scomoda e affollata e nessuno avrebbe affrontato la lunga traversata transoceanica a meno che non fosse stato assolutamente necessario. Compito delle nuove compagnie di bandiera era far cambiare idea alla gente e, visto il successo ottenuto, direi ci riuscirono in pieno! Non a caso che l’epoca d’oro dei transatlantici coincide con quella della grafica, negli anni Venti e Trenta del Novecento. Accattivanti campagne di marketing che offrivano spazi personalizzati alla portata di tutte le tasche, promuovono un’idea del viaggiare per mare che va oltre alla questione  puramente pratica in breve attraversare l’oceano non è più solo una questione pratica, ma anche e soprattutto un piacere.

Tra le due guerre Gremania, Francia ed inghilterra competono per la supremazia europea  e queste vere e proprie città galleggianti divennero potenti simboli del progresso e della modernità del XX secolo. E ogni anno si disputavano la Blue Riband, il premio per la nave più veloce ad attraversare l’Atlantico. Inutile dire che conquistarla era un onore patriottico, oltre che una manna per la reputazione

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Chi viaggiava per mare si sentiva speciale e le compagnie di navigazione facevano in modo che questo i passeggeri non lo dimenticassero mai. Ogni aspetto del viaggio – dal momento della prenotazione, all’arrivo a destinazione – era perso attentamente in considerazione e ed era volto a promuovere un’idea di lusso ed eleganza dapprima inesistente. Questo lusso aveva lo scopo di attirate i passeggeri più ricchi in un momento in cui, negli anni Venti del Novecento, gli stati uniti avevano imposto restrizioni all’immigrazione e non essendo più necessario tanto spazio per trasportare  bagagli, parte della stiva poté essere trasformata in cabine – la cosidetta classe turistica. Sale da ballo, piscine, negozi: a bordo ogni desiderio era esaudito. Chi se lo poteva permettere, poteva portare a bordo cameriere e maggiordomi, animali, automobili e tutto il bagaglio che poteva portare con sé (come fece l’ex re Edoardo VIII che si imbarcò con la moglie Wallis Simpson sul SS United States portandosi appresso un centinaio di valige). Le navi più grandi come la Queen Mary erano persino dotate di cappelle  cattoliche o protestanti, o di sinagoghe a seconda delle necessità.

Queste navi erano disegnate in moda da creare una serie di “momenti” nella giornata dei passeggeri. E nulla era più importante della “grande descent” durante la quale le signore eleganti scendevano in modo teatrale dalla scalinata che portava alla sala da pranzo e potevano così sfoggiavano i loro abiti. Questo momento divenne cosi importante che elaborate scalinate divennero un elemento fisso dell’architettura degli interni dei transatlantici – tanto la la loro assenza, soprattutto in una nave come la Queen Mary fece esclamare al fotografo Cecil Beaton che i progettisti britannici non avevano preso in considerazione i bisogni delle loro clienti! Che la moda a bordo era una cosa importante, e molti passeggeri (uomini e donne) ordinavano abiti nuovi per l’occasione, come quello splendido di Christian Dior indossato da Marlene Dietrich a bordo della Queen Mary diretta a New York nel 1950.

Ma L’eleganza non era limitata agli abiti: gli interni erano vere e proprie opere d’arte: se il salone di prima classe del Normandie decorato in stile Art Decó, con un gigantesco pannello in metallo dorato con figure a rilievo dell’artista Jean Dunand era il massimo dell’eleganza, la sala da pranzo di prima classe  dell’italiana Conte Grande aveva mobili disegnati da Giò Ponti.

 

Ma lungi dall’essere solo un luogo di lusso ed eleganza, questi giganti del mare si rivelarono cruciali per il trasporto delle truppe americane in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale (e rimpatriarle alla fine) e di emigranti in fuga dall’Europa in guerra e dalle persecuzioni naziste, o che andavano in cerca di una vita migliore nel nuovo continente. La Queen Mary in particolare era la nave più rappresentativa della marina britannica e durante la guerra Hitler arrivò ad offrire 250.000 sterline al sottomarino che l’avesse affondata. ma grazie alla sua stazza e alla sua velocità la nave era inaffondabile. su di lei furono perse alcune delle decisioni più importanti per il destino della guerra: era per Churchill il quartier generare marittimo, l’equivalente del Cabinet War Rooms di Londra.

Ma già a partire dal 1965 il 95% delle traversate oceaniche avveniva tramite aereo, impiegano sette ore invece di tre giorni e con gli anni Settanta l’epoca d’oro dei transatlantici è definitivamente finita.

Ma già a partire dal 1965 il 95% delle traversate oceaniche avveniva tramite aereo, impiegano sette ore invece di tre giorni e con gli anni Settanta l’epoca d’oro dei transatlantici è definitivamente finita. E non si può lasciare la mostra senza provare una certa nostalgia per un periodo senza controlli di sicurezza ad ogni angolo e aerei perennemente in ritardo e cui viaggiare era una cosa più certamente più lenta, ma infinitamente più  elegante.

Londra// fino al 17 Giugno 2018

Ocean Liners: Speed and Style @ Victoria and Albert Museum

vam.ac.uk

2018 ©Paola Cacciari

A Londra, le Polaroid di Wim Wenders

Il nome di Wim Wenders per me sarà sempre sinonimo de Il cielo sopra Berlino (Der Himmel über Berlin) il meraviglioso film del 1987 con Bruno Ganz nei panni di Damiel, l’angelo che decide di diventare umano, ispirato dalle poesie di Rainer Maria Rilke. Ma oltre ad eccellere come regista, sceneggiatore e produttore cinematografico, il tedesco Wenders non se la cava male anche con le fotografie (che in fondo ripensandoci, cosa sono le pellicole cinematografiche se non un susseguirsi di fotogrammi??). Soprattutto con le fotografie che molti di coloro che appartengono alla generazione per digitale ricorderanno bene: le Polaroid.

Magari avessi tenuto quelle poche che ho scattato quando ero piccola! Anche se sinceramente dubito che The Photographers’ Gallery si sarebbe disturbata a montarci sopra una mostra come invece ha fatto con quelle di Wenders. C’era qualcosa di magico nel premere il pulsante e attendere il piccolo miracolo che si verificava dopo qualche minuto, quello del vedere uscire la pellicola fotografata uscire dalla pancia di plastica della macchina fotografica. Ricordo l’impazienza, la trepidazione (sara’ uscita bene? non sara’ venuto nulla?) e la sorpresa di tenere fra le mani quel piccolo pezzo di carta che aveva stampato sopra un pezzo della mia vita. Perché quella foto era una cosa vera, un oggetto unico ed irripetibile. La Polaroid era un pezzo di passato traferito nel presente. La tecnologia moderna ci ha derubati del gusto dell’attesa.

They were made from theValley of the Gods, Utah, 1977, by Wim Wenders. Photograph: © Wim Wenders/Courtesy Deutsches Filminstitut Frankfurt
Valley of the Gods, Utah, 1977, by Wim Wenders. Photograph: © Wim Wenders/Courtesy Deutsches Filminstitut Frankfurt

Scattate tra la fine degli anni Sessanta e la metà degli anni Ottanta, le Polaroid di Wenders non sono poi così diverse da migliaia altre istantanee scattate in vacanza. Stropicciate, sovraesposte, spesso mosse nel tentativo di catturare il movimento – lo sventolare di una bandiera, l’ondurale ritmico di una parata per les trade di New York, il volto della sua amica Annie al volante dulle strade della California in un’epoca in cui Photoshop era utilizzato ancora da pochi eletti, queste immagini hanno i tipici colori leggermente azzurognoli e sbiaditi delle vecchie istantanee. Sara’ per questo che mi piacciono tanto: mi riportano indietro nel tempo. Ma nel contesto di una galleria d’arte, diventano un monito potente ad un mondo irrimediabilmente perduto, un’epoca soffusa da mistero e romanticismo, popolata da macchine fotografiche ingombranti e difficili da mettere a fuoco che producevano fotografie “vere”. Un’epoca insomma che pare già impossibilmente lontana.

‘They are a healthy memory of how things were –New York Parade, 1972. Photograph: © Wim Wenders/Courtesy the Wim Wenders Foundation
New York Parade, 1972. Photograph: © Wim Wenders/Courtesy the Wim Wenders Foundation

Lo scopo originale di una fotografia, che era quello di ricordare, è scomparso: la fotografia digitale  ha ucciso la magia della pellicola . Ed ora, come dice anche Wenders, la fotografia è una cosa del passato. Che non è solo il significato dell’immagine che è cambiato, ma l’atto di “osservare”. Ora si fotografa principalemnete per condividere sui social media. Lo vedo tutti i giorni al museo – gente che entra in una sala, scatta foto a raffica e poi esce, senza neppure degnare di uno sguardo l’oggetto “vero” – come se ora le persone siano diventate incapaci di guardare al mondo se non attraverso la lente di una macchina fotografica, preferibilmente quella del loro cellulare. La fotografia non è più qualcosa essenzialmente legata  all’unicità dell’immagine, all’inquadratura o alla composizione. Con la fotografia digitale tutto ciò è sparito. Peccato. #WimWenders

Londra// fino all’11 Febbraio 2018

Wim Wenders: Instant Stories @ Photographers’ Gallery

2018 ©Paola Cacciari

Little Women (Piccole Donne) di Louisa May Alcott

L’avevo completamete dimenticato. Quanto mi fosse piaciuto Piccole Donne dico. Era il libro preferito di mia madre quando era una bambina e per molto tempo fu anche il mio. Almeno fino a quando, una volta entrata nella fase ormonale dell’adolescenza, le storie di vita di quattro sorelle della Pennsylvania, Meg, Joshephine detta Jo, Beth e Amy March (restate a casa con la mamma e la domestica ad aspettare il ritorno del padre, cappellano dell’esercito nordista che la prima parte del libro è ambientato durante la Guerra di Secessione) mi sembrava più lontana di Marte. Ma lo stesso mi è accaduto con Jane Austen, con il cui capolavoro Orgoglio e Pregiudizio ho riscontrato alcune similitudini (se non altro nel fatto che in entrambi i casi la guerra è solo intuita e che le donne restano a casa, il loro universo piccolo e stretto mentre gli uomini escono fuori, le loro azioni sono all’estreno, nel mondo). anche se devo dire che con la sua etica del lavoro e dell’efficienza, l’invito alla modestia e alla morigeratezza, come antidoto  ad ogni conflitto, sociale o no Piccole donne mi ricorda moltissimo moltissimo Cuore di Edmondo de Amicis, un altro grande favorito tanto di mia madre che di mia nonna, che con le  perle di saggezza mi hanno sempre fatto sentire piu’ buona (anche se purtroppo manco terribilmente della forza morale tanto delle sorelle March, che del nostrano Enrico Bottini).

Scritto da Louisa May Alcott (1832-1888) che lo pubblicò per la prima volta in due volumi, tra il 1868 e il 1869 in America, con il titolo Little Women or, Meg, Jo, Beth, and Amy, uscì in Italia nelle prime parziali traduzioni nel 1908 diviso in due parti, Piccole donne e Piccole donne crescono. Ci voleva lo sceneggiato televisivo trasmetto durante il periodo natalio dalla BBC1 per farmi ricordare quanto questo libro sia stato importante per me. E così ancora una volta ho sospirato con Laurie, innamorato perso di Jo che rifiuta la sua proposta di matrimonio (ma ho simpatizzato per quest’ultima, che non lo ha voluto sposare senza amore), ho pianto per la morte di Beth (che nell’adattamente televisivo guadagna in personalità, molto più di quanta non ne abbia in realtà nel libro…), e ho sognato di viaggiare per l’Europa con Amy (anche se diverse volte mentre guardavo lo sceneggiato, avrei voluto schiaffeggiarla per essere cosi viziata e vanitosa).

Inutile dire che, come il 90% dei lettori (o posso azzardare il femminile, lettrici? che non riesco a non considerare questo un libro molto femminile, se non al femminile…) da bambina ho amato Jo. Come me, anche lei era vero e proprio maschiaccio in gonnella e, come me, anche Jo ha un carattere scontroso (sono migliorata con l’ età, ma la pazienza non sarà mai il mio punto di foza) e temperamento indipendente e impulsivo che la porta facilmente a perdere le staffe, ma è piena di buone intenzioni e devota alla famiglia. Non solo: scrive, e lo fa con successo, anche se nei libri successivi la Alcott non resiste alla tentazione didattica di educare le sue giovani letrici (non dimentichiamo che siamo pur sempre nel 1868) anche Jo si sposa (con un mite professore tedesco Friederich Bhaer, molto più grande di lei) e diventado una moglie obbediente e remissiva, si fa domare dalla vita.

Davvero, quando ero una bambina delle elementari volevo essere Jo. E non avendo una soffitta (o un berretto liso) lavoravo di fantasia per trasformare la mia cameretta in qualcosa che ci andasse vicino. Fallendo in questo miseramente, che “il salotto” ordinato (con tanto di tavolino da caffè in vetro, divano e poltrone in velluto) in cui ricevere gli ospiti in cui mia madre sperava si trasformasse la mia stanza durante il giorno (grazie ai mobili componibili con letto e scrittori rientranti per guadagnare spazio e tenere tutto in ordine, che hanno fatto la fortuna dei mobilieri degli anni Ottanta) era quanto di più lontano di una soffitta a cui potessi pensare. Per anni ho odiato la mia stanza, che era tutto tranne che una stanza da bambini. Fortunatamente la fantasia non mi è mai mancata, almeno prima che certi eventi della vita me la facessero perdere quasi tutta per strada.

E è rassicurante constatare che, quattro decadi dopo, continuo a voler essere come lei – come ho scoperto con sollievo non solo rileggendo il libro, ma anche facendo questo divertente test. E voi, quale personaggio di Piccole donne siete? O qual’è il vostro preferito?

2018 ©Paola Cacciari

I settant’anni del Cavallino Rampante

“You’re not expecting to find Magnum PI in there, aren’t you?” mi chiede divertito la mia mia “dolce metà” mentre stiamo per varcare la soglia del Design Museum di High Street Kensington, pieno di adulti e bambini come la succursale di Hamleys (come tutti i musei di Londra in questi giorni d’altra prte). Lavorando noi stessi (io e la mia “dolce metà” dico…) in un museo, non avremmo mai rischiato la visita alla concorrenza l’ultimo fine settimana dell’anno, quando la Capitale straborda di turisti venuti a trascorrere il Capodanno e di indigeni in ferie impegnati a godersi le vacanze di Natale a tutti i costi. Ma sapendo bene la mia debolezza per il notorio telefilm degli anni Ottanta, dove un 35enne Tom Sellek dai folti baffoni impersonava lo squattrinato detective privato Thomas Magnum che, al servizio del celebre scrittore Robin Master, se ne andava in giro per le Hawaii a risolvere casi  indossando minuscoli shorts (che mostravano  le lunghe gambe muscolose…) alla guida di una Ferrari 308 GTS rossa. Inutile dire che ho seguito religiosamente le vicende di Magnum e della sua Ferrari per gli otto anni (1980-88) e i 163 episodi della durata della serie televisiva.

Che ogni volta che lo vedevo infilare quelle sue lunghe gambe muscolose nell’abitacolo e partire sgommando con un ruggito del motore, non potevo non sopprimere un mugolio di orgoglio patrio. E questo è il secondo motivo per cui adoro la Ferrari. Che quando si parla di Ferrari soprattutto quando si vive all’estero, si parla anche di orgoglio italiano, anzi regionale, anzi emiliano – soprattutto per qualcuno che come me è nato a 38 Km di distanza da Maranello. Non èl’Inno di Mameli, ma ci si avvicina.

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Design Museum. London © Paola Cacciari

Ma oltre a soddisfare l’orgoglio patrio con questa celebrazione dei settant’anni della casa di Maranello, Ferrari Under the Skin fa molto altro, offrendo agli amanti delle rosse di Maranello l’occasione di ficcanasare dietro le quinte della casa del Cavallino Rampante, dal suo debutto nel 1947 per arrivare ai modelli più recenti, come la nuova Ferrari Aperta del 2016. Inutile dire che i prestiti dal Museo Ferrari sono notevoli e vanno da disegni tecnici dell’archivio storico del Cavallino Rampante, a rari cimeli personali relativi alla vita di Enzo Ferrari. E poi motori originali e auto antiche e moderne, da corsa e da strada.

Ferrari Aperta hybrid. Design Museum. London © Paola Cacciari
La Ferrari Aperta -2016. Design Museum. London © Paola Cacciari

Ci sono modelli in argilla, costruiti per la galleria del vento, che dimostrano l’attenzione artistica oltre che tecnica che ha reso gli ingegneri del team Ferrari tra i più ambiti del mondo. In un filmato della sezione dedicata al Design and engineering, la Ferrari J50 prende forma sotto i nostri occhi, come una delicata scultura in argilla.

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Clay Model of the Ferrari J50, car released in 2016

Ma c’è molto altro oltre ad una serie di bellissime automobili. C’e’ la storia del Cavallino Rampante, per esempio. Un tempo simbolo del “Reggimento Piemonte Reale” fondato nel 1692 per volontà di Vittorio Amedeo II di Savoia e adottato da Francesco Baracca, uno tra i primi ufficiali di cavalleria del reggimento a entrare a far parte del “Battaglione aviatori” formato all‘inizio della prima guerra mondiale, Baracca prese a dipingere sulla fusoliera del suo aereo il cavallino rampante del reggimento – cavallino che finì per diventare il suo stemma personale. Questa iconica immagine, simbolo di coraggio e di velocità fu, nel 1923, affidata da Enrico e Paolina Baracca al vincitore della corsa sul “Circuito automobilistico del Savio” a Ravenna, per perpetuare la memoria del figlio Francesco caduto sul colle Montello (Treviso) durante la Grande Guerra. Il vincitore si chiamava Enzo Ferrari ed il resto è storia.

Enzo Anselmo Ferrari (1898-1988) non ha bisogno di presentazioni. Imprenditore, dirigente sportivo e pilota automobilistico italiano, nonche’ fondatore dell’omonima casa automobilistica, la cui sezione sportiva, la Scuderia Ferrari, conquistò in Formula 1, con lui ancora in vita, 9 campionati del mondo piloti e 8 campionati del mondo costruttori (grazie Wikipedia!)

Tra i cimeli in mostra ci sono anche i caschi di alcuni grandi piloti e un paio di tute da corsa racchuse in teche di vedtro. Una appartiene a Michael Schumacher, uno dei uno dei più grandi automobilisti sportivi di tutti i tempi rimasto gravemente ferito in un incidente sciistico nel dicembre 2013, mentre l’altra è appartenuta a Gilles Villeneuve, il pilota canadese morto in un terribile incidente sul circuito di Zolder, durante le prove di qualifica per il Gran Premio del Belgio 1982.

Lo ricordo come fosse ieri: io e il babbo davanti al televisore un pomeriggio di Maggio, impegnati a guardare le prove. Era il mio idolo Gilles Villeneuve. Era piccolo e agguerrito, un guerriero della pista e forse anche della vita – quello che avrei voluto essere io che invece ero solo una bambina di 11 anni che giocava a fare il maschiaccio. Poi all’improvviso quella terribile collisione e il corpo di Villeneuve, avvolto nella sua tuta bianca, sbalzato fuori dall’abitacolo per decine di metri come un fantoccio senza peso. La morte in diretta. Da allora non ho più guardato una corsa di Formula 1. Succede. #Ferrari70

Londra// fino al 15 Aprile 2018

Ferrari: Under the Skin @ The Design Museum

designmuseum.org

2017 ©Paola Cacciari

London Symphony – un poema musicale su Londra

Ce l’hano fatta. Ci sono voluti tre anni ed una lunga campagna pubblica di crowdfunding per raccogliere i fondi necessari (circa seimila sterline) per completarlo, ma ora il progetto “London Symphony” è pronto. E dal trailer penso che mi piacera’ proprio molto. Si tratta di un documentario in bianco e nero nello stile di film muti  diretto dal regista indipendente Alex Barrett e dal regista e sceneggiatore Rahim Moledina.

Girata nella tradizione delle “city symphonies” degli anni venti e una bellissima composta da James McWilliam, London Symphony ci accompagna in un bellissimo viaggio poetico nella Londra del XXI secolo: allo stesso tempo un’istantanea artistica della Capitale e una celebrazione della sua cultura e della sua diversità.

Il documentario è stato anche selezionato per il Festival Internazionale del Cinema di Edimburgo 2017, dove è stato nominato per il Premio Michael Powell come Miglior Film Britannico.

#LondonSymphony

 

L’altra metà dei Communards

“Excuse me Miss, could you telle me where is the Lecture Theatre? I’m givig a talk tonight and I’m a bit lost…” mi chiede sorridente il corpulento vicario anglicano entrato insieme ad un paio di compagni alla Reception del Museo. Quel viso mi è famigliare (quella fossetta… quel sorriso… dove li ho già visti??) ma il nome non mi dice nulla (io con i nomi sono un disastro) ed è solo quando una signora molto emozionata mi mostra a fine serata il libro autografato che mi si accende la lampadina e mi esce una risatina incredula. Che mi era appena capitato di incontrare l’altra metà (quella strumentale) di The Communards!Uh!

Che gli ex-adolescenti degli anni Ottanta che come me sono cresciuti con una dieta di MTV e VideoMusic non possono non ricordare tormentoni come Don’t Leave Me This Way (1986), Never Can Say Goodbye (1987) e l’esuberante falsetto di Jimmy Somerville. Conosciutisi nei Bronsky Beat, Sommerville (che mio cugino chiamava Fagiolino) e Coles decidono di formare The Communards. Ma sebbene molto più alto e talentuoso di Sommerville, Richard Coles non era tagliato per le luci della ribalta e nel 1990, mentre decide cosa fare “da grande” trova (o ri-trova) la fede e decide che forse studiare teologia gli si addice di più che fare la pop star. Si laurea al King’s College di Londra, prende i voti et voilà! Entri il Reverendo Richard Coles, giornalista, scrittore e presentatore del popolarissimo programma radiofonisco domenicale Saturday Live in onda sulla BBC Radio 4 (il suo twitter account @RevRichardColes  ha oltre 139,000 followers), e dal 2005 sacerdote anglicano e responsabile, insieme al suo compagno David (anch’egli vicario anglicano) delle anime dei parrocchiani del piccolo villaggio di Finedon, nel Northamptonshire una regione delle Midlands Orientali, dove due dei suoi antenati già fossero Vicari nel XVII secolo.

Per me che sono crescita in un paese come l’Italia, dove la vita è ancora dominata dal tradizionalismo polveroso della Chiesa cattolica e dove le unioni civili sono ancora considerate con sospetto, quando non sono apertamente ostracizzate, l’immagine di un sacredote ex-musicista pop apertamente gay e felicemente in coppia nella sicurezza dell’unione civile, è davvero una ventata di aria fresca.

Se questo non bastava, ora il Reverendo è uno dei partecipanti alla versione inglese di Ballando con le stelle, che qui si chiama Strictly Come Dancing. Inutile dire che il reverendo irriverente è già il mio preferito, nonostante il suo disatroso Cha Cha Cha… ! 🙂

Strike: The Cuckoo’s Calling (BBC1)

Holliday Grainger and Tom Burke in a first look at The Cuckoo's Calling
Holliday Grainger and Tom Burke in a first look at The Cuckoo’s Calling

Ho letto tutti i libri (OK i tre libri scritti fin’ora) da Robert Galbraith (aka JK Rowling) che vedonono come protagonista il detecve privato Cormoran Strike e la sua assistente Robin Ellacott e li ho adorati. Sul primo libro Il Richiamo del Cuculo ho scritto pure un post che trovate qui. 😄

Ed ora la BBC1 mi diletta con questa mini serie televisiva tratta dal primo libro, dal titolo Strike: The Cuckoo’s Calling.

Evvvaii!!! 😄😄😄