Prima la Musica poi le Parole di Riccardo Muti

Al museo continuano i ferventi preparativi per il la prossima apertura del grande evento dell’anno The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains che aprirà tra poco più di due settimane ed è già praticamente esaurita. Ma sebbene io sia molto contenta che adoro i Pink Floyd e non vedo l’ora di vedere la mostra, da qualche giorno ho la Terza Sinfonia di Beethoven nella testa. Al museo vado avanti e indietro per le sale come un pesce rosso nella boccia e rispondo alle domande varie ed eventuali del pubblico mentre l’Eroica mi esplode nel cervello. Non che mi disturbi, sia chiaro.

Sono in questo stato da quando ho finito di leggere la biografia di Riccardo Muti comprata durante la mia ultima permanenza a Bologna. Si chiama Prima la musica poi le parole. Un bel libro. E mi ha fatto ripensare a quella sera di Aprile 2010 quando io il Maestro l’ho visto in carne ed ossa dirigere alla Royal Festival Hall l’orchestra Philarmonia di Londra in una serata di tutto Beethoven. Non avevo mai avuto la fortuna di vederlo all’opera Muti, che quand’è venuto anni fa a Bologna preferivo ancora Bono.

Ricordo la mia trepidazione e lo sguardo divertito della mia dolce metà, quando l’ho visto entrare sul palco e prendere posto sulla pedana, altero, elegante e meno alto di quanto pensassi. Ricordo il silenzio totale e Muti che con gli occhi socchiusi, ha alzato una mano. Ricordo come quella mano ha dato inizio al ‘miracolo’. Perché per me che alle medie non ho mai imparato neppure a suonare il flauto, ogni concerto di musica classica continua ad essere un miracolo di perfezione e di magia. Mi perdo nella musica, nei volti degli orchestrali, nei movimenti sincronizzati degli archi che si alzano e si abbassano come un corpo che respira. Mi perdo nel volto del direttore d’orchestra e nei gesti delle sue mani, delle sue braccia quale naturale estensione della mente. Ogni concerto sono due ore di pura magia. E ciò che importa, dice Muti,

“non è capire la musica da intenditore o melomane, ma recepirne un messaggio interiore, le emozioni che essa comunica”. 

E per questo serve solo abbandonarsi ad essa e farsi portare lontano.

 Riccardo Muti. Photograph: Reuters

Riccardo Muti. Photograph: Reuters

 

I gioielli di George Balanchine

Ho visto per la prima volta Jewels alla Royal Opera House nell’estate del 2013 quando la Compagnia di Ballo del Bolshoi è venuta in tournè a Londra. Sono ancora abbastanza una novizia in fatto di balletto e tendo a preferire opere che abbiamo una certa narrativa perché sono più facili da seguire. Ma la la bellezza astratta del capolavoro (uno dei capolavori…) di George Balanchine, uno dei più grandi coreografi del ventesimo secolo e uno dei fondatori della tecnica del balletto classico negli Stati Uniti mi ha lasciata completamente a bocca aperta.

E quando, la settimana scorsa, è stata la volta del Royal Ballet non vedevo l’ora… Negli ultimi dieci anni sono diventata una vera e propri balletomane e i ballerini del Royal Ballet sono diventati un po’ quello che i Duran Duran erano per me  15 anni: i miei beniamini…

Fu una visita alla gioelleria di Van Cleef & Arpels a New York ad ispirare Balanchine per questo balletto, creato nel 1967.  E fedele al suo nome, Jewels è strutturato in tre parti, ovvero Emeralds, un omaggio poetico alla scuola romantica francese tradizionalmente danzato con dei tutù lunghi di colore verde; Rubies che incarna la tradizione americana, improntata al musical di Broadway, con intonazioni jazz e (come si può immaginare) ha per tema il colore rosso rubino, e Diamonds che si ispira allo stile e al gran virtuosismo dei grandi balletti classici della tradizione artistica russa (tutti elementi cui si deve la celebrità di questa grande scuola) è in bianco e oro.

Marianela Nuñez and Thiago Soares in ‘Diamonds’ Bill Cooper

E ancora una volta mi Jewels mi ha conquisitato. Sembravano angeli che, avvolti in costumi magnifici, si muovevano sulle note di Faurè, Stravinsky e Čaikovskij come se la loro vita stessa dipendesse da quella musica. Ci sono momenti  in cui la vita ci regala uno squarcio di perfezione assoluta, quando la bellezza con la “B” maiuscola tocca una qualche corda nascosta dell’anima. E allora quando si ha un cuore di panna come il mio salgono le lacrime agli occhi per pura gratitudine …

Le arti dopo Brexit

Il Primo Ministro britannico Theresa May, questa reincarnazione di Margaret Thatcher che abbiamo attualmente al governo, ha in comune con la notoria signora che l’ha preceduta l’inflessibilità e pare anche l’incapacità di ascoltare. La gente protesta, le manifestazioni si susseguono, le petizioni anche (incluse quella che dovrebbe essere discussa in questi giorni dal Parlamento sulla vista di Trump a Londra). Ma lei va avanti, dritta come un treno sui suoi binari, implacabile, inflessibile e oblivia di tutto quanto le sta attorno come un cavallo a cui sono stati messi i paraocchi. E tutto quanto le sta attorno include (più che mai come in questo momento) le arti, di cui l’Inghilterra e Londra in particolare, vanno cosi giustamente fiere. Cosa succederà – si chiedono i direttori di musei e teatri, attori e registi, cantanti, musicisti e ballerini etc (che non sono solo le industrie della ristorazione, del turismo e dei servizi a beneficiare largamente dell’immigrazione), cosa succederà si chiede il mondo dell’arte, della musica e dello spettacolo britannico, dopo Brexit?

Brexart: Artists and theatremakers are tackling Brexit Paul Dallimore

Brexart: Artists and theatremakers are tackling Brexit Paul Dallimore

E se le arti rappresentano quel 48% della popolazione che voleva restare in Europa, come può questa minoranza riuscire a convincere il famigerato 52% che ha votato per uscire dall’UE che l’arte per prosperare ha bisogno di quella libertà di movimento che solo la caduta dei confini comporta?

E già gli effetti si fanno sentire: è di qualche giorno fa infatti la notizia che la European Union Baroque Orchestra, un’orchestra, co-fondata dalla UE che offre ai giovani musicisti provenienti da tutta Europa l’opportunità di fare un anno di esperienza esibendosi in un orchestra barocca, lascerà per sempre la sua sede di Woodstock, nell’Oxfordshire. Anzi, lascerà la Gran Bretagna per trasferire la sua sede permanentente ad Anversa, in Belgio, entro il 2018. Davanti alla possibilità reale che i propri musicisti debbano in futuro richiedere il visto o permessi di lavoro – una lunga e costosa burocrazia – l’orchestra ha preferito non correre rischi. Chissà chi sarà il prossimo.

Lo stesso Alex Beard, l’amministratore delegato della Royal Opera House ha dichiarato di recente che la qualità del lavoro del famoso teatro londinese conta sulla possibilità, in caso di malattia di un artista o di un musicista, di accedere immediatamente ad un bacino di talenti sostitutivi dall’Europa tempo breve. E se questo è vero per tutte le istituzioni artistiche della Gran Bretagna, è particolarmente vero per Londra.

Ed proprio questo indiscusso primato di Londra sul resto del Paese la causa anche di un diffuso risentimento della “provincia” nei confronti della Capitale – un fatto che impossibile da negare. Perchè come famosamente disse Samuel Johnson “Quando un uomo è stanco di Londra, è stanco della vita, perché a Londra si trova tutto ciò che la vita può offrire.” E questo -soprattutto per quanto mi riguarda – è certamente vero per la vita intellettuale. Opera, teatro, arte, mostre, musical, concerti, balletti: a Londra la vita culturale è un vulcano in continua ebollizione e la qualita’ è sempre di alto, altissimo livello. E questo, bisogna dirlo, è (oltre alla mia dolce meta’, naturalemente!) uno dei motivi che mi tiene ancorata alla Capitale come un’ostrica allo scoglio da quasi 18 anni. E per una vita culturale così, vale anche la pena di sopportare qualche estate un po’ più fredda della nostra italiana…

Ma come il mondo delle arti anch’io sono rimasta traumatizzata da Brexit e dal risultato del referendum. Mi sembra un controsenso che il colto conservatore benestante che applaude estasiato la nostra étoile nostrana Roberto Bolle quando appare come ospite del Royal Ballet, il corpo di balldo della Royal Opera House di Londra o la soprano rumena Angela Gheorghiu (o lo spagnolo Placido Domingo, o il maltese Joseph Calleja, o il tedesco Jonas Kaufmann o il francese Roberto Alagna)  sia la stessa persona che non vuole stranieri in Gran Bretagna, motivato da un anacronistico desiderio di tornare al grandioso isolazionismo dell’Impero britannico.

La stessa cosa vogliono anche i cittadini di Barnsley, città nel Sud dello Yorkshire dove un’incredibile 68% ha votato per Brexit. Ma i motivi sono diversi da quelli di alcuni abitanti del benestante Sud dell’Inghilterra. Che forse il disoccupato dello Yorkshire o il pensionato del Lancashire che abitano in cittadine devastate dal pugno di ferro di Margaret Thatcher non sanno neppure chi la Gheorghiu sia, perché magari non sono mai stati all’opera o a teatro. O a visitare una mostra o un muso. O ad assistere ad un concerto. Questo, ammesso, che la città in questione ce abbia un teatro, o un museo, o una sala da concerti. Il punto è che senza queste istituzioni non sorprende che la gente cresca senza la consapevolezza dell’importanza delle arti, dell’importanza della cultura come mezzo per aprire la mente, per capire a apprezzare il mondo che ci sta attorno. Non sorprende pertanto che i gli abitanti di Barnsley siano scandalizzati alla notizia che Bruxelles abbia investito milioni di sterline (“tax payers money!” dice scandalizzato uno degli intervistati nel video qui sotto) nelle arti mentre tra loro c’è gente che è disoccupata da anni. Per loro Angela Gheorghiu è semplicemente un’altra rumena di cui farebbero volentieri a meno, come il mussulmano che viene dalla Siria o dal Pakistan.

Allora, mi chiedo io, se forse questo non sia il momento buono per le arti in generale di affrontare questo tema, Brexit dico con tutto quello che comporta il perché, il percome, le conseguenze. Sono soggetti importanti. L’aria è piena di domante: le arti forse possono provare a dare qualche risposta.

Alessandra Ferri in Woolf Works

Londra, Febbraio. Una folla impazzita applaude rumorosamente una piccola figura solitaria vestita di nero sul grande palcoscenico della Royal Opera House. La donna è Alessandra Ferri ed è bellissima. Ha appena danzato Woolf Works, splendido balletto in tre parti ispirato a tre romanzi di Virginia Woolf, creato per lei dal coreografo inglese Wayne McGregor. E a 54 anni la Ferri è più in forma che mai. A sentire lei grazie ad un po’ di pilates e yoga, discipline essenziali a mantenere l’elasticità delle articolazioni e largamente utilizzate anche dagli altri comuni mortali come noi e non solo dalle ex prime ballerine assolute. Ma quello che lei ha in più delle altre ballerine che hanno danzato con lei in in due delle tre parti del trittico di Wayne McGregor I now, I then (da Mrs Dalloway) e Tuesday (da The Waves), è la luce che irradia, la passione, la gioia di vivere, la bellezza pura del suo esser lì, in quel momento. Viva, pulsante. Una vera pin-up per noi donne di mezza età, che (un po’ come Mrs Dalloway?) siamo spesso troppo pronte a rassegnarci a quell’invisibilità a cui la vita dopo gli -anta (siano essi quaranta o novanta…) spesso ci relega.

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Era tanto che desideravo vederla danzare, Alessandra Ferri che per chi ama il balletto lei  una leggenda vivente avendo danzato con compagnie come il Royal Ballet di Londra (1980–1984), l’American Ballet Theatre di New York (1985–2007) e il Corpo di Ballo del Teatro alla Scala di Milano (1992–2007) e con personaggi come il leggendario Mikhail Baryshnikov e il nostro magnifico Roberto Bolle... solo per citare alcuni nomi. E nel 2015 c’ero quasi riuscita a vederla qui a Londra, in occasione di un allestimento di Chéri alla Royal Opera House anche se poi ho dovuto rinunciare all’ultimo momento per motivi di famiglia. Ma lei ha continuato a stuzzicarmi per tutto questo tempo – anche se sotto forma di uno spot televisivo per il gigante farmaceutico inglese Boots, che è riuscito a convincerla ad accettare di pubblicizzare una delle loro creme per il viso. Lei ha accettato, ma ad una condizione: niente ritocchi alle rughe. Inutile dire che ho esultato. Ricordo mia madre, allora una bellissima quarantenne (plus) arrabbiarsi con le pubblicità delle creme per il viso pubblicizzate da modelle adolescentiche che promettevano risultati miracolosi.

E a questo Alessandra Ferri si è semplicemente opposta. All’idea che ci sia qualcosa di sbagliato con l’avere qualche ruga. Certo, è perfettamente normale per le donne (e anche gli uomini) il voler apparire al meglio. Ma questo – continua – la Ferri, significa fare le cose che ci fanno sentire meglio. È inutile negare quello che siamo e a meno che non impariamo ad accettare il fatto che il passare del tempo sia parte della vita, saremo sempre insoddisfatti. Che la vita continua anche dopo gli –anta. E, come nel caso della Ferri, può riservare ancora tante sorprese. Applausi

I ritratti di Picasso @National Portrait Gallery

A pochi metri da quella di Caravaggio, c’è la mostra dedicate da un altro genio della pittura: Pablo Picasso (1881- 1973). Nonostane non sia uno dei miei artisti preferiti, è difficile entrare nelle sale di quel tempio del ritratto che è la National Portrait Gallery senza soccombere davanti al genio del catalano. Anzi, è decisamente impossibile anche solo varcare la soglia della mostra ospitata dalla galleria londinese senza sentirsi vagamente sopraffatti da tanta abbondanza pittorica, che per amor del catalano la NPG ha sacrificato parte della sua collezione permanente, letteralmente rimuovendola dalle pareti per fare posto alle circa ottanta opere di Picasso.

Negli ultimi anni ci sono state diverse mostre dedicate a Picasso da quella molto discussa alla National Gallery del 2009 che esplorava il rapporto tra Picasso e i maestri del passato (ma che e’ stata vista come un ovvio tentativo di allestire un blockbuster che avrebbe fatto accorre le folle sconfinando nel territorio della Tate la cui collezione parte dal 1900) ad una preziosa quanto gratuita mostra delle stampe commissionate dal gallerista ed editore Ambroise Vollard al British Museum nel 2012.

Questa volta si tratta  di ritratti, e visto che Picasso non lavorava su commissione, i soggetti sono perlopiù gli amici della cerchia di Barcellona, Parigi e Antibes e le numerose mogli, amanti e muse che dipinge in tutti i modi possibili e con tutte le possibili tecniche. Inutile dire che la maggior parte dei personaggi dei suoi quadri sono donne. Donne che amava, consumava ed abusava con la stessa sensuale avidità, e che poi gettava via quando un’opzione migliore appariva all’orizzonte, come racconta con crudele chiarezza la sua biografia che occupa una parete della mostra (e che ho letto con aria sbalordita, che non avevo mai realizzato in pieno la portata della sua misoginia). Non era una persona semplice Picasso – basso e tarchiato com’era, non era certamente un Adone, ma era carismatico e famoso e le giovani donne erano attirate da lui come le falene dalla luce. Il fatto che le trattasse come uno zerbino non sembrava importare a nessuna di loro, a parte Françoise Gilot, ma a questo arriveremo dopo.

Portrait of Olga Picasso by Pablo Picasso, 1923. Photograph Succession PicassoDACS London

Portrait of Olga Picasso by Pablo Picasso, 1923. Photograph Succession PicassoDACS London

Certo il numero di mogli, amanti e muse è tale da generare il panico nel più esperto dei biografi (e fare salire alle stelle la mia indignazione). Ol’ga Chochlova (1891-1955) fu la prima moglie. Ballerina di origine ucraina della troupe dei Balletti Russi di Sergej Djagilev, sposò Picasso nel 1918 e passarono gran parte del loro tempo partecipando a eventi e feste nei saloni aristocratici. Dall’unione nacque un figlio, Pablo. Quando Ol’ga scoprì i tradimenti del pittore impazzì, pedinando lui e le sue amanti finché non morì in totale solitudine. Questo non sembra aver fermato lo spagnolo che nel 1927 iniziare una lunga relazione con la diciassettenne Marie-Thérèse Walter (1909-1977) con la quale ebbe una figlia, Maya, ma che non sposò mai (in quanto ancora sposato con Ol’ga) e che morì suicida quattro anni dopo la morte di Picasso. La fotografa Dora Maar non ebbe una sorte migliore. Conosciutisi nel 1935 sul set del film Le crime de Monsieur Lange di Jean Renoir quando lei aveva 28 anni e lui 54, i due si imbarcarono in una relazione che durò quasi nove anni. Picasso, che evidentemente non sopportava di non essere la primadonna assoluta nel loro rapporto convince Dora, già apprezzata autrice di collage e fotomontaggi surrealisti, ad abbandonare la fotografia per la pittura (un campo in cui l’artista sapeva che lei non poteva competere con lui) solo poi per abbandonarla quando nel 1944, Picasso incontra la giovane artista francese, Françoise Gilot.  Conosciuta dopo la liberazione di Parigi, Gilot diventa la compagna e musa di Picasso fino al 1953 quando, stanca delle sue infedeltà, decide di lasciarlo – unica tra tutte a farlo. Ma Picasso, nonostante fosse ormai settantenne, non rimase solo per molto. Nel 1953 conosce Jacqueline Roque che all’epoca aveva 26 anni mentre lui di anni ne aveva 72; i due si sposarono nel 1961 e forse fu la donna che ritrasse più di tutte. Ognuna di loro coincide con un particolare periodo della sua vita  e della sua carriera, e  ne ha influenzato  lo stile e i dipinti, inspirando passione, ansia, rabbia, gelosia.

E se la maggioranza sono nello stile cubista per cui è meglio noto, devo dire che per me i ritratti più belli sono quelli più figurativi del periodo Blu o Rosa che precedono il Cubismo. O le caricature ad inchiostro di Guillaume Apollinaire, Santiago Rusiñol i Prats, Carlos Casagemas e degli altri amici de Els Quatre Gats («ai quattro gatti»), il locale aperto nel 1897 in cui si riuniva la scapigliata bohème barcellonese, o di scrittori e musicisti che incontra per via, come Erik Satie con cui aveva condiviso una fase del percorso dei Balletti Russi, quando nel 1917 aveva disegnato costumi e scene per il balletto Parade di Jean Cocteau e con Igor Stravinsky, con il quale aveva collaborato nel 1920 in Pulcinella, altro balletto commissionato da Diaghilev e coreografato dal danzatore Léonide Massine per cui Picasso crea ancora una volta costumi e scene.

 

Portrait of Igor Stravinsky, c. 1920

Portrait of Igor Stravinsky, c. 1920

E questo è il motivo per cui amo i ritratti: non si tratta mai solo di semplice pittura su tela (o qualunque tecnica sia stata usata), ma della storia dietro la persona che viene ritratta, il perché, il quando, il come. E se non sono uscita dalla mostra con un’idea diversa del Picasso-artista (che non sia uno dei miei prferiti non significa che non mi piaccia e che non sia comunque un piacere aggirarsi tra stanze piene dei suoi quadri) certamente penso molto meno di lui come persona.

 

Londra//fino al 5 Febbraio 2017 @National Portrait Gallery

Picasso Portraits

npg.org.uk

Rodin e Nijinsky

Quando penso ad un’artista ossessionato dalla danza il primo nome che mi viene in mente è Degas. Eppure la danza non fu meno importante per Auguste Rodin, in particolare nella fase più tarda della sua carriera. Rappresentare le dinamiche di movimento, la tensione muscolare e l’espressività del corpo umano professionalmente addestrato alla danza era una sfida che decise di raccogliere.

E qui comincia un’altra piccola e preziosa mostra allestita dalla sempre impeccabile Courtauld Gallery, dal titolo Rodin and Dance: The Essence of Movement che riunisce un gruppo di disegni e di piccole sculture in varie pose di danza, spesso appena abbozzate che Rodin non ha mai mostrato in pubblico (e che forse non aveva intenzione di mostrare – pare uno di quei casi in cui un gruppo di sconosciuti se ne va a ficcare il naso in qualche cassetto e tra i calzini e mutande trova cose che non deve trovare…). Visti nell’insieme, chiusi nella teca di vetro, queste piccoli bozzetti di gesso o terracotta sembrano una raccolta di primitive divinità di terracotta, solo aggressivamente moderne.

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Ma mentre Degas si limitava a studiare le ballerine, Rodin era affascinato da una nuova generazione di radicali innovatori della danza come Loie Fuller, Isadora Duncan e Vasilij Nijinsky (1889-1950), “musa” e amante (almeno per un certo tempo) del padre di tutti gli impresari e il creatore dei Balletti Russi, Sergei Diaghilev.

Ma chi era Nijinsky? Nato a Kiev da una famiglia di ballerini polacchi emigrata in Russia, Nijinsky frequentò la Scuola di Ballo Imperiale di San Pietroburgo nel 1900, dove studiò con Enrico Cecchetti. A 18 anni si esibì sul palco del teatro Mariinskij in ruoli da protagonista insieme alla sorella Bronislava Nižinskaja, che lo seguì per parte della sua carriera, diventando anch’essa grande ballerina e coreografa.

L’entusiamo dell’Europa occidentale per Nijinsky era generale, anche se la sua performance de L’Après-midi d’un Faun di Claude Debussy prodotta da Diaghilev in cui ruolo principale fu danzato dal giovane ballerino, qui anche in veste di coreografo, aveva scandalizzato mezza Parigi tanto che Le Figaro, il cui editore Gaston Calmette giudicò malissimo il balletto, iniziò una campagna contro di lui.

Fortunatamente, nel Maggio del 1912 Rodin vide danzare Nijinsky e, colpito dal virtuosismo e dall’intensità del giovane russo, pubblicò insieme al pittore simbolista Odilon Redon un articolo in difesa della coreografia su Le Figaro. Forse fu proprio per ringraziare lo scultore del sostegno datogli durante la controversia sui Balletti Russi che Nijinsky abbia accettato di posare per lui, probabilmente nel mese di luglio 1912. Rodin lo disegnò in varie pose derivate dal balletto L’Après-midi d’un Faun prima di fermarne le forme in  un rapido bozzetto di creta (al contrario della tradizione accademica che voleva li voleva fermi in pose statiche durante la posa, Rodin preferiva che i modelli si muovessero con naturalezza nel suo studio).  Se gli schizzi sono sopravvissuti, lo stampo per la figurina di Nijinsky fu scoperta solo dopo la morte dello scultore e il piccolo bronzo fu creato solo nel 1957.

Devo dire che dopo tanti disegni, fotografie e figurine dell’acrobata e ballerina Alda Moreno, diventata (sebbene a sua insaputa) la musa di Rodin, questo piccolo, esplosivo bronzo di Nijinsky cosi’ carico di selvaggia vitalità e straripante trattenuta energia, è una e propria ventata d’aria fresca – certamente il pezzo più espressivo e affascinante della mostra.  anche se il bronzo è di per sé di piccole dimensioni. Mi manca il respiro: davanti a questa piccola bomba di selvaggia enegia posso solo immaginare l’effetto esplosivo che Nijinsky ebbe sulla società d’inizio secolo.

Nijinsky (the Dancer) by Auguste Rodin

Nijinsky (the Dancer) by Auguste Rodin

 

Londra//fino al 22 gennaio 2017

Rodin and Dance: The Essence of Movement @ Courtauld Gallery

courtauld.ac.uk

Che cosa cercate quando guardate una persona che danza? Le ‘bollicine’ di Marghe&Stef

Grazie a Roberto Bolle che e’ riuscito a portare la grande danza in prima serata e grazie a Stefania che ce lo ha raccontato! 🙂

StefaniaSanlorenzo

roberto-bolle-e-misty-copeland-3Siamo consapevoli che non sia una domanda facile. Sembra immediata e non lo è assolutamente. Se la cavano bene solo quelli che fanno spallucce e serenamente ti dicono che di balletto o di danza non ne capiscono nulla. E già così noi due, sempre noi eh, subito abboccheremmo con la convinzione che sia doveroso spiegare loro almeno che c’è differenza fra “balletto” e “danza”.

Desistiamo, per questa volta.
Vi chiediamo un piccolo sforzo, anche benevolo di fantasia… La Marghe e io siamo fatte un poco a modo nostro. Già lo sapevamo che quell’ariuccia, che ci soffiava sul collo a chilometri di distanza, poteva, con i dovuti effetti speciali, diventare un ciclone.
***
“Mi sono chiesta, e ho chiesto a Stef, domenica mattina, se anche da lei, improvvisamente con fulmini e saette che neanche Apollo oserebbe (e non lo dico a caso) si fosse palesata la DANZA in prima serata.

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L’importanza della passione: Ezio Bosso

Se non lavorassi al museo mi piacerebbe lavorare in teatro. Anzi, nel più bel teatro di Londra: la Royal Opera House. E non solo perché gli usher hanno una bella uniforme (che se voi come me foste costretti per contratto a trascorrere i tre quarti del vostro tempo indossando un uniforme allora capireste il mio interesse per quelle degli altri), ma perché è un edificio bellissimo e da quando vivo a Londra e ho scoperto che per il prezzo di un biglietto da cinema o pco più posso andare all’opera e al balletto, vado ogni volta che posso. E finisce che scopro cose nuove. Come qualche sera fa, per esempio quando ho visto un programma misto dal titolo Obsidian Tear/The Invitation/Within the Golden Hour, tre balletti di un atto ad opera rispettivamente dei coreografi Wayne McGregor, Sir Kenneth MacMillan (sì, quello di Romeo e Giulietta con le musiche di Prokofiev), e Christopher Wheeldon. Ed è stato quest’ultimo quello che mi ha strappato il cuore.

ezio-bosso

Se il balletto è musica fatta immagine, allora questo Within The Golden Hour creato nel 2008 dal coreografo del Royal Ballet Christopher Wheeldon per il San Francisco Ballet è un  inno alla bellezza del movimento, un piccolo gioiello di astrazione neoclassica. Ma per me non sarebbe stata la stessa cosa senza la meravigliosa musica del compositore  Ezio Bosso. Non mi interesso molto di musica contemporanea e a parte quel mito di Ennio Morricone e quel ricciolone di Giovanni Allevi non conosco molti altri compositori contemporanei di spicco. Così l’ho cercato su Google e oltre ad un CV da far paura, ho scoperto che Ezio è affetto da Sclerosi Multipla (SM), una malattia autoimmune che gli è stata diagnosticata nel 2011. Inutile dire che la cosa mi ha gelato il sangue anche solo per il fatto che mia madre se n’è andata da questo mondo con una malattia neurologica autoimmune, e so quanto le malattie di questo tipo siano terribili per chi ne è affetto e per i famigliari.

Tra i tanti video che ho trovato su Internet, c’è quello della sua performance al Festival di San Remo di quest’anno e mi ha commosso profondamente. Ma non perché Ezio è sulla sedia a rotelle, al contrario. No, la mia era pura ammirazione. Così come la mia ammirazione per Beethoven cresce ogni volta che ascolto il Chiaro di Luna e non riesco a capacitarmi del fatto che quando l’ha composto il musicista era completamente sordo. E così, mentre guardavo le mani di Ezio Bosso – di questa persona di cui fino a ieri non conoscevo l’esistenza e la cui bellissima musica The Sky seen from the Moon per  Whitin The Golden Hour mi ha toccato il cuore così profondamente qualche sera prima a teatro – accarezzare delicatamente i tasti del pianoforte con un sorriso pieno di pura gioia stampato sulla faccia, ho avuto ancora una volta la conferma che le passioni, quelle vere, saranno sempre un inno alla bellezza della vita, anche quando è un po’ bastarda.

                                   San Francisco Ballet in “Within the Golden Hour”

Russia and the Arts: The Age of Tolstoy and Tchaikovsky

Da quando ho letto Guerra e Pace sono stata assalita dalla curiosità per la Russia e per la storia e la cultura di questa immensa nazione. Che si tratti di trascorrere intere giornate a lavorare nelle sale dell’europa, quelle dedicate e Napoleone e Caterina II La Grande, di leggere con rinnovato interesse e attenzione articoli che sembrano apparire dal nulla ogni volta che riordino la mia mia collezione di Art & Dossier, o lo sbrodolare d’invidia per lo stage di una mia giovane collega/ studentessa universitaria di Lingua e Letteratura Russa che ha trascorso tre mesi di studio nientemeno che a San Pietroburgo per migliorare la lingua e a fare la gallery assistant come volontaria all’Hermitage, il fascino per l’arte russa non mi ha ancora abbandonato.

Ma se conosco i grandi nomi della letteratura come Tolstoy, Dostoevsky, Chekhov, Turgenev  della musica come Tchaikovsky, Mussorgsky e Rimsky-Korsakov (etc etc etc) e naturalemente l’impresario  per antonomasia, Sergei Pavlovich Diaghilev che con il suo protetto il danzatore Vaslav Nijinsky hanno preso d’assalto l’Europa Occidentale con i Balletti Russi (e qui non in mostra perchè al di fuori del periodo storico qui preso in esame), devo ammettere che la mia conoscenza della pittura russa, soprattutto quella del XIX secolo, è praticamente inesistente: una voragine storica artistica profonda come la Fossa delle Marianne che sembra contemplare il nulla nel periodo compreso tra le icone bizantine e le Avanguardie.

E così la piccola e perfetta mostra della National Portrait Gallery, con i suoi 12 dipinti provenienti dal Museo Tretyakov di Mosca è la benvenuta (il titolo Russia and the Arts: The Age of Tolstoy and Tchaikovsky non necessita ulteriori spiegazioni) arriva a proposito ad allargare le mie magre conoscenze dei grandi russi della pittura.

Il ricco mercante e filantropo Pavel Mikhaylovich Tretyakov (1832-1898) cominciò a collezionare opere di artisti russi nel 1856 e già nel 1881 ne aveva accumulati così tanti che nel 1881  eventualmente trasformando la sua dimora vicino al Kremlino in un tesoro di arte russa che desiderando celebrare i grandi musicisti, compositori, scrittori, drammaturghi russi, ne commissiona ritratti in un momento in cui il ritratto realista si stava aprendo ad influenze  dell’Impressionismo e al Simbolismo. Ne accumulò così tanti che nel 1881 aprì un’importante pinacoteca che porta il suo nome e che fu da lui donata alla città di Mosca nel 1892.

Modest Mussorgsky, 1881 by Ilya Repin Photograph © State Tretyakov Gallery, Moscow

Modest Mussorgsky, 1881 by Ilya Repin Photograph © State Tretyakov Gallery, Moscow

Tra tutti i ritratti in esposizione, quello di Modest Mussorgsky (1839-1881) è il mio preferito. E non solo perché la pennelata larga e intrisa di colore di Ilya Repin (1844-1930) mi ricorda quella di un altro mio grande favorito, l’olandese Franz Hals, ma perché è l’ultimo che ritrae il musicista ancora in vita. Eseguito nella primavera del 1881 nell’ospedale di San Pietroburgo dove il compositore di opere come Boris Godunov e la straordinaria Quadri da un’esposizione era ricoverato per alcolismo, lo mostra in vestaglia, con i capelli arruffati, gli occhi brillanti e il naso rosso dell’acolista cronico. Repin rimase profondamente colpito dalla brillante personalità del musicista, con cui aveva passato il tempo a discutere di politica e a leggere i giornali insieme. Ma quando, qualche giorno dopo, il pittore ritornò  per continuare la seduta, il compositore era già morto: nonostante gli stretti ordini di mantenersi sobrio infatti, quailcuno gli face avere una bottiglia di cognac per il suo onomastico che gli fu fatale. Sulla fronte, un ricciolo morbido ci ricorda che Musorgskij era ancora un uomo nel fiore degli anni, che 42 anni sono davvero ancora pochi. Più che un ritratto, quello di Repin è un atto di riverenza, da un grande artista ad un altro.

Repin dipinse anche Ivan Turgenev (1818-1883), ma i due ebbero un dissenso. Tretyakov volle ugualmente che il pittore terminasse il ritratto, ma lo sdegno e freddezza che i due uomini provavano l’uno per l’altro è evidente e, a differenza di quello Mussorgsky, il ritratto manca totalmente  di empatia.

Portrait of Pyotr Ilyich Tchaikovsky (1840-1893) by Nikolai Kuznetsov

Pyotr Ilyich Tchaikovsky (1840-1893) by Nikolai Kuznetsov, 1893.

Ilya Repin è l’unico artista tra quelli esposti di cui avevo già sentito parlare in occasione di una mostra tenutasi alla Royal Academy nel 2008 da titolo From Russia: French and Russian Master Paintings 1870–1925 from Moscow and St Petersburg, ma qui ci sono molti altri grandi (per me) sconosciuti, come Valentin Serov per esempio che ci regala uno splendido Nikolai Rimsky-Korsakov (1844-1908) all’opera, all’apparenza inconsapevole della presenza del pittore. O Nicholai Kutnezon che ritrae un malinconico Peter Ilyich Tchaikovsky (1840-1893) nel 1893, una mano posata su uno spartito, l’altra nascosta dietro la schiena. Tchaikovsky era un uomo molto infelice e il ritratto non fa nulla per nasconderlo. All’apice del successo dopo aver diretto vari concerti della Carnegie Hall a New York nel 1891, il compositore trova sempre più difficile celare al mondo la sua omosessualità. La sua scomparsa nel 1893, dove aver terminato la sua ultima sinfonia Pathétique, fa ancora discutere: l’ opinione comune è che abbia commesso suicidio, ma si è anche parlato di colera, contratto bevendo acqua infetta, e persino da avvelenamento da arsenico.

Anton Chekhov, 1898 by Iosif Braz. Photograph © State Tretyakov Gallery, Moscow

Anton Chekhov, 1898 by Iosif Braz. Photograph © State Tretyakov Gallery, Moscow

Uno degli allievi di Repin fu Iosi Braz che ci regala questo spelndido ritratto del drammaturgo Anton Chekhov (1860-1904) eseguito nel 1898, quando lo scrittore aveva 38 anni, solo sei anni prima che la tubercolosi se lo portasse via. Comodamente appoggiato allo schienale della poltrona, Cechov si porta un dito alla tempia pensieroso, guardandoci dritto attraverso le lenti del pince-nez con l’espressione attenta del medico che contempla una diagnosi. Chechov, che era davvero laureato in medicina ed esercitò la professione per qualche tempo mentre cercava di sfondare come scrittore.

Al contrario, Fedor Dostoevsky (1821- 1881), ritratto nel 1879 da Vasily Perov, si trova nell’oscurità, la testa, di tre quarti, il cranio ossuto e pallido. Arrestato nel 1849, all’età di 28 anni, per il suo coinvolgimento in una società socialista segreta, lo scrittore dovette subire una finta esecuzione, prima di trascorrere quattro anni in un campo di lavoro e altri cinque in servizio militare forzato. Quanto torna in libertà, la sua salute era irrimediabilmente compromessa.

Tutto quello a cui riesco a pensare quando esco dalla mostra è quanto sia forte la presenza della storia in questa piccola mostra che racconta una societtà sull’orlo del baratro in cui chi non muore di morte naturale (di solito per tubercolosi o alcolismo) sembra essere destinato ad essere spazzato via dal lungo braccio della Rivoluzione Bolscevica del 1917 che, a mio avviso, lungi dall’aver segnato l’inizio del Modernismo Russo, ha segnato la tragica fine di un periodo d’oro per l’arte russa.

Russia and the Arts: The Age of Tolstoy and Tchaikovsky

Londra// fino al 26 Giugno 2016.

National Portrait Gallery,


Shakespeare 400: celebrando il Bardo a Londra

Per oltre quattro secoli William Shakespeare (1564-1616) ha influenzato le arti come pochi altri hanno fatto. Le sue storie senza tempo, tragedie e commedie hanno emozionato artisti di ogni genere, ispirando la creazione di numerosi capolavori con ogni mezzo espressivo – dalla musica alle arti visive. Il 2016 commemora i 400 anni dalla morte del Bardo e la Gran Bretagna lo celebra in grande stile con Shakespeare 400, un consorzio di organizzazioni culturali, creative e didattiche coordinato dal King’s College di Londra che propone spettacoli teatrali, concerti, mostre e conferenze nella capitale e altrove. Qui sotto trovate qualche suggerimento artistico.

  1. Shakespeare and London

Per commemorare l’anniversario quarto centenario, la City of London Heritage Gallery ci propone questo affascinante ‘Shakespeare Deed’, l’atto notarile che contiene uno dei soli sei esemplari autenticati della firma di Shakespeare. L’atto è per un’abitazione nella City of London nei pressi di Blackfriars che Shakespeare acquistò il 10 marzo 1613 per £140 da Henry Walker, ‘cittadino e menestrello’. Il luogo esatto in cui sorgeva abitazione è sconosciuto, anche se si pensa si affacciasse sulla strada ora conosciuta come St. Andrew Hill e che fu poi distrutta nel grande incendio del 1666. L’atto è particolarmente significativo in quanto si riferisce all’unica proprietà che il Bardo abbia mai posseduto a Londra. La sua vicinanza ai teatri come la Blackfriars Playhouse e il Globe ne avrebbe fatto una residenza perfetta, anche se non esiste alcuna prova che suggerisca Shakespeare abbia vissuto lì nei quattro anni prima della sua morte, avvenuta nel 1616. City of London Heritage Gallery; fino al 31 Marzo 2016. cityoflondon.gov.uk

By-William-Shakespeare_

By Me William Shakespeare

  1. By me William Shakespeare: A life in writing

Sarà anche stato il figlio di un guantaio e conciatore di Stratford-upon-Avon, ma Shakespeare morì da uomo ricco e By me William Shakespeare ci offre l’opportunità studiare il suo testamento, accanto ad altri documenti unici che offrono uno squarcio di luce sulla sua vita. Parti del testamento sono forse basate su una bozza dal 1613, ma furono apportati significativi cambiamenti nei mesi e forse anche nelle settimane precedenti la sua morte, avvenuta il 23 aprile 1616. Il testamento di per sé non fu scritto da Shakespeare in persona, ma contiene tre dei sei esempi superstiti della sua firma: in fondo alle pagine 1 e 2 e alla fine, concluso dalla frase ‘By me William Shakespeare’. Le sue disposizioni finanziarie proteggono le sue figlie Judith e Susanna, che ereditano la maggior parte dei beni del padre, tra cui la grande casa di New Place, a Stratford, lasciata in eredità alla figlia maggiore Susanna, mentre a Judith resta l’altra casa. La moglie Anne invece ricevette solo il ‘secondo miglior letto’. Una mostra intrigante per conoscere meglio la vita di Shakespeare a Londra e l’uomo dietro la scritta: cortigiano, autore, amico, marito e padre. King’s College London, Inigo Rooms, Somerset House East Wing; fino al 29 Maggio 2016. bymewilliamshakespeare.org

  1. Shakespeare in Ten Acts

Si dice spesso che l’opera di Shakespeare sia universale, ma questo significa ignorare il fatto che le sue opere sono state costantemente reinventate per adattarsi ai tempi. Attraverso i secoli le sue opere sono state trasformate e tradotte, falsificate e contraffatte, modificate, riformulate e ridisegnate per attrarre nuove generazioni di frequentatori del teatro inglese e mondiale. Come dice il titolo stesso, Shakespeare in Ten Acts esplora l’impatto dei dieci momenti più significativi della produzione teatrale di Shakespeare. In mostra ci sarà l’unico copione originale sopravvissuto, oltre a due delle sole sei firme Shakespeare autenticate, oltre a rare edizioni a stampa tra cui il Primo Folio. Questi e altri tesori provenienti da collezioni della British Library, sono esposti accanto film, dipinti, fotografie, costumi e oggetti di scena. The British Library; dal 15 Aprile al 6 Settembre 2016. bl.uk

shakespeare Fisrt Folio 1623 British Library

Shakespeare First Folio 1623 British Library

  1. Shakespeare Re-Discovered in St-Omer

Nel settembre 2014, il bibliotecario di St-Omer fece la scoperta della sua vita quando incappò in un libro sugli scaffali che si rivelò essere niente meno che una copia fino ad allora sconosciuta del Primo Folio del 1623. Prima di questa eccezionale scoperta, di questo documento erano note solo 232 copie: ora il mondo ne può vantare una 233esima. Il Folio di St-Omer sarà il fulcro di una mostra volta a collocare il volume del 1623 nel contesto storico e letterario del tempo. Globe Exhibition; dal 4 Luglio al 4 Settembre 2016

  1. Visscher Redrawn: 1616-2016

Il panorama di Londra creato da Claes Jansz Visscher nel 1616 è una delle immagini più iconiche della Londra medievale: un paesaggio urbano fatto di case basse e dominato dalle guglie e dai campanili di imponenti chiese. Stampata nel l’anno della morte di Shakespeare, l’incisone di Visscher è uno dei pochissimi documenti che rappresentano Londra prima che gran parte della città fosse distrutta dal grande incendio del 1666. Ora, a quattrocento anni di distanza, l’artista Robin Reynolds ha ricreato lo stesso panorama per raccontare l’architettura della metropoli di oggi. Guildhall Art Gallery; fino al 20 Novembre 2016. cityoflondon.gov.uk

 A panorama of London by Claes Visscher, 1616.

  1. Fair play and foul: connecting with Shakespeare at UCL

Questa mostra esplora l’influenza di Shakespeare e la nostra secolare infatuazione con il Bardo – dalla cause célèbre delle falsificazioni di William Ireland alla fine del XVIII secolo, alla continua lettura e rilettura della sua opera da parte di accademici e studiosi o semplici adolescenti nelle scuole. E con Shakespeare, amici, mecenati, colleghi, studiosi e imitatori sono qui rappresentati da oggetti a loro appartenuti e provenienti dalla biblioteca dell’University College London. University College London’s Library; fino al 15 Dicembre 2016 ucl.ac.uk/library/exhibitions      

Per il programma completo guardate sul sito di Shakespeare400

Pubblicato su Londonita