La moda e le sue storie

Le candide gorgiere di Franz Hals e dei grandi della pittura olandese. La voluttuosa sensualità dei tessuti di Lorenzo Lotto. I dettagli cesellati nei costumi di Hans Holbein o di Bronzino. Costumi che sono capolavori veri e propri. La moda, come gli oggetti di design, sono storia sociale elevata all’ennesima potenza, perché il costume, come gli oggetti di cui ci circondiamo a casa, dice cose che le parole non dicono.

fratello) Edward VI. Più che un ritratto, questo è un capolavoro di diplomazia.
A cominciare dal formato: di tre quarti più modesto di quello a figura intera – lo status di Elisabetta I che seppure era migliorato con l’atto di successione del 1543, era ancora precario al tempo del ritratto nel 1546, quindi bisognava essere modesti, non strafare. Ma non facciamoci ingannare dallo sguardo innocente e dal contegno modesto della giovane principessa che, anche se ufficialmente questa è una dichiarazione della sua sottomissione alla volontà del re, il suo costume e suoi gioielli indicano che non si tratta di una fanciulla qualsiasi, ma di una legittima erede al trono.

Elizabeth I when a Princess c.1546
Elizabeth I when a Princess c.1546

L’artista William Scrots infatti la raffigura vestita di uno splendido abito cremisi, dalle cui abbondanti maniche (le maniche erano parti preziose dell’abito) fuoriesce un superbo tessuto di damasco filettato in oro. Considerando che tanto il cremisi che il damasco filettato d’oro erano interdetti a coloro non di sangue reale (e che quindi le sarebbero stati proibiti se la principessa fosse stata davvero illegittima), il messaggio di Elisabetta ad Edward non avrebbe potuto essere più chiaro: caro fratello, ricordati che in famiglia ci sono anch’io…

 Non molto è cambiato nel mondo della moda. Ieri come oggi l’abito è una muta presentazione del singolo e della societa offre di sè. Che a pensarci bene, a parte la faccia e le mani, le uniche cose che effettivamente vediamo quando incontriamo qualcuno sono gli abiti.  Dagli abiti spesso riusciamo a formulare una prima impressione dell’individuo che ci sta davanti, ad intuire la nazionalità, la classe sociale, la professione e di adattare il nostro comportamento alla situazione. Certo “indovina da dove viene il visitatore” è uno dei miei passatempi preferiti quando sono di turno al Museo… Fortuna che ora c’è la fotografia perche dubito che molti pittori oggigiorno avrebbero la pazienza necessaria per dedicarsi a tali trionfi di diligenza…

The Deadly Sisterhood by Leonie Frieda

My rating: 3 of 5 stars

Interesting book, a drama on a grand scale sweeping tale involving corrupt monarchs, finest thinkers, brilliant artists and the greatest beauties in Christendom. . However, the title is very misleading.
A title such as The Deadly Sisterhood: A story of Women, Power and Intrigue in the Italian Renaissance promised me the stories of eight remarkable women of the Renaissance, all joined by birth, marriage and friendship and who ruled for a time in place of their men-folk – women such as Lucrezia Tornabuoni (Queen Mother of Florence, the power behind the Medici throne), Clarice Orsini (Roman princess, feudal wife), Beatrice d’Este (Golden Girl of the Renaissance), Caterina Sforza (Lioness of the Romagna), Isabella d’Este (the Acquisitive Marchesa), Giulia Farnese (‘la bella’, the family asset), Isabella d’Aragona (the Weeping Duchess) and Lucrezia Borgia (the Virtuous Fury), but instead, it is a book about women (an men) in the Renaissance.
Of course, major figures such as Caterina Sforza, Lucrezia Borgia and Beatrice and Isabella d’Este feature prominently (Frieda doesn’t make a secret of her deep dislike for Isabella, an opinion that after once or twice mentions becomes annoying…), but there were already plenty of books about them without the need of another one added to the list. Also, in the paperback edition, there are no illustrations, despite the inclusion of a detailed list.
This said it is an interesting book – a sweeping panoramic view on the lives of some outstanding players of the Renaissance, who wielded the real power behind the throne and whose fates entwined with each other as Christendom emerged from the shadows of the calamitous 14th century.

I nostri corpi come campi di battaglia (Our Bodies, Their Battlefield) di Christina Lamb

“Lo stupro,” scrive Christina Lamb all’inizio di questo incredibile libro, è “l’arma più economica conosciuta dall’uomo”.

È anche una delle più antiche, da tempo immemorabile compagna del saccheggio, tanto comune da essere avvallata dal Libro del Deuteronomio che autorizzava i soldati a prendere per sè le belle donne trovate tra i prigionieri delle battaglie, e raccontata da Erodoto o Tito Livio senza che generazioni di studiosi e studenti abbiano mai battuto ciglio. Nel suo libro Against Our Will , la scrittrice americana Susan Brownmiller afferma che “la scoperta da parte degli uomini che i loro genitali potevano essere utilizzati come arma per generare paura deve essere classificata come una delle scoperte più importanti della preistoria, insieme all’uso del fuoco e della prima ascia di pietra grezza”.

Eppure, nonostante l’ubiquità dello stupro nel tempo, in tutti i continenti e in tutti i contesti, questo crimine è ancora troppo spesso ignorato dalle autorità come una sorta di effetto collaterale dei conflitti, la cui gravità è considerata inferiore a omicidio e terrorismo – nonostante sia ormai chiaramente stato provato che lo stupro sistematico di donne e bambine sia stato usato come arma per terrorizzare intere comunità e costringere a spostarsi abbandonando così interi territori.

Come quanto avvenuto nella Repubblica Democratica del Congo , definita nel 2010 “la capitale mondiale dello stupro” dal Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite per la Violenza Sessuale. La R.D. del Congo fornisce due terzi di questi materiali al mondo e con l’aumento della richiesta mondiale di tantalio, si è fatta particolarmente accesa la lotta fra gruppi para-militari e guerriglieri per il controllo dei territori congolesi di estrazione. Nella RDC ha detto Christine Schuler Deschryver la vicepresidente della Fondazione Panzi che si occupa del trattamento delle donne sopravvissute alla violenza, se si facesse una mappa di tutti gli stupri avvenuti sul territorio, si vedrebbe che si sono avvenuti principalmente nelle prossimità di miniere di cobalto e coltan (contrazione per columbo-tantalite), materiali necessari per le batterie delle auto elettriche, dei telefoni cellulari e dei laptop. Se lo stupro non è un’arma economica dico io, non so cosa sia.

Questo non è certo un libro da leggere tutto d’un fiato, tanto è l’orrore e l’indignazione che provo durante la lettura. Ogni tanto devo smettere e respirare, fare qualcos’altro, leggere un libro stupido o fare il cruciverba perchè il mio cervello semplicemente non riesce ad assimilare la lista delle atrocità compiute su donne come me. Che qui ci sono, se non tutti, molti degli orrori avvenuti negli ultimi due secoli – dalle donne Rohingya violentate dai soldati birmani, alle adolescenti rapite dai fanatici di Boko Haram e tutt’ora nelle loro mani nonostante la campagna hashtag #BringBackOurGirls, dalle donne Tutsi vittime del genocidio in Rwanda, a quelle del Bangladesh in 1971 e dell’Argentina sotto la giunta militare tra il 1976 e il 1983, e naturalmente i campi di stupro in Bosnia.

Ma si può dire che è stato solo con la guerra nella ex Jugoslavia che per la prima volta lo stupro di massa è stato riconosciuto e perseguito da un tribunale internazionale. E se uomini ogni etnia hanno commesso stupri, la stragrande maggioranza di questi è stata perpetrata dalle forze serbo-bosniache dell’Esercito della Republika Srpska (VRS) e da unità paramilitari serbe, che hanno usato lo stupro come strumento chiave del loro programma di pulizia etnica. Secondo Amnesty International, infatti, l’uso dello stupro (e in questo caso dello stupro genocida) durante i periodi di guerra non è un sottoprodotto dei conflitti, ma una strategia militare pianificata e deliberata che ha il doppio scopo di instillare il terrore nella popolazione civile allontanandola con la forza dalle loro proprietà, e umiliare i sopravvissuti costringendoli a restare lontani dal loro territorio per evitare la vergogna e lo stigma. Non a caso lo storico Niall Ferguson ha individuato nazionalismo fuorviante come fattore chiave dietro la decisione nelle sfere più alte di utilizzare lo stupro di massa per la pulizia etnica. Certo non sono solo le donne ad essere stuprate (l’autrice riconosce che la violenza sessuale contro gli uomini è stata ed è tutt’ora un problema e pare che quasi un quarto degli uomini nei territori colpiti dal conflitto nella Repubblica Democratica del Congo orientale abbiano subito violenza sessuale), l’attenzione di questo libro è concentrata volutamente sulle donne.

Christina Lamb , da anni corrispondente estero del Sunday Times e coautrice, con Malala Yousafzai, premio Nobel per la pace del 2014, di Io sono Malala, è una scrittrice straordinaria. La sua compassione per le persone che incontra è reale, così come la sua rabbia e indignazione si riflettono sul suo modo di raccontare le loro storie e rendono questo un libro difficile, ma essenziale. Un libro che dovrebbe essere letto da tutti.


“Una giudice donna mi ha detto che, sentendo la testimonianza delle vittime, era come rivivere tutto sul suo corpo. E lo stesso è stato per me. Mentre scrivevo, ogni tanto dovevo interrompere. Ma poi ritrovavo la forza. Ho cercato di fare la mia parte per cambiare le cose”.

Paola Cacciari 2021

We engaged for you: feminist collages

You might have seen some impacting messages stuck on walls by walking around the city of Bologna. The feminist collages became a part of the everyday life of Bolognese people since one year. The number of sentences which catch the eyes is no longer counted in Bologna today. Imported from France, this movement gathers women […]

We engaged for you: feminist collages

Marie Taglioni, la prima ballerina (quasi) sulle punte.

Nella sala dedicata alla storia del Teatro e della Performance del museo in cui lavoro (anche se sarebbe meglio dire lavoro ancora, nonostante i tagli e gli esuberi volontari o meno…) in una teca di vetro stretta tra una foto di Rudolf Nureyev scattata da David Bailey, al costume di scena ‘Bicycle John’ di Elton John, e a quattro statuette dei Beatles, c’è la minuscola scarpetta con cui la grande Maria Taglioni  (1804-1884) ballò davanti all’imperatrice Alexandra Feodorovna, moglie dello Zar Nicola I di Russia, in una funzione privata a San Pietroburgo nel 1842. Secondo l’iscrizione sulla suola, la Taglioni aveva eseguito due danze spagnole, un Herta e un Cachucha.

Questa scarpetta da cenerentola non manca mai di sturpirmi, e non solo per le sue minuscole dimensioni dei piedi delle donne dell’epoca, ma per il fatto stesso che sia sopravvissuta fino a noi. Le scarpette da ballo hanno notoriamente vita breve: basti pensare che Marianela Núñez, la prima ballerina del Royal Ballet di Londra, il cui repertorio è particolarmente impegnativo dal punto di vista fisico e tecnico, logora le scarpe dopo un solo giorno – la scatola di cartapesta della punta troppo malconcia per un ulteriore utilizzo. Il che rende questa scarpetta della metà del XIX secolo particolarmente rara. Essendo poi associata a Marie Taglioni e allo sviluppo della danza sulle punte, fa di questo artefatto è un oggetto importantissimo nella storia della costruzione delle scarpette da ballo.

Lithograph by Chalon and Lane of Marie Taglioni as Flora in Didelot’s Zéphire et Flore. London, 1831 (Victoria and Albert Museum/Sergeyev Collection)

Perchè Maria Taglioni fu la prima a eseguire un intero balletto, La Sylphide, danzando sulle punte. Non essendo ancora stata inventata la “mascherina” con la punta piatta, quella scatola rigida in tela o carta imbevute di resine speciali che permette alla ballerina moderna di restare in equilibrio sulle punte, Marie Taglioni doveva accontentarsi di ballare utilizzando queste pantofoline in seta dalle suole modificate, i cui lati e la punta erano imbottiti e rafforzati da cuciture per mantenere la forma. Questo tipo di scarpetta non forniva un vero sostegno, per cui le danzatrici erano costrette a fasciare le dita, utilizzando solo la forza dei piedi e delle caviglie.

Ma l’eredita che Marie Taglioni ha lasciato alla danza classica non si limita al danzare sulle punte. Per lei infatti il pittore Eugene Lamy crea il tutù, quel costume leggero e vaporoso, con il sottogonna bianco, che sarebbe poi diventato l’emblema della ballerina romantica. Fu lei ad introdurre anche l’acconciatura à bandeaux che divenne poi tipica della danzatrice classica.Non per nulla Marie Taglioni è considerata la prima grande ballerina romantica di tutti i tempi.

Ma chi era Marie Taglioni? Il padre, il coreografo e ballerino italiano Filippo Taglioni, si occupa personalmente della formazione artistica della figlia, sottoponendola a sessioni massacranti, ma che diedero strepitosi risultati. Filippo sa che la danza è nel DNA della giovane figlia, e la spinge a creare per se un ruolo che andasse oltre a quelli claustrofobici di moglie e madre imposte alle donne dalla società del XIX secolo. Inoltre lui è direttore dei balli alla corte di Svezia e il successo della figlia è anche la sua carta vincente per fare carriera. Dopo il debutto sulle scene a Vienna nel 1822, arrivò a Parigi nel 1827. Il trionfo parigino all’Opéra di Parigi arrivò nel 1832, con La Sylphide, coreografia creata per lei da suo padre nella quale, sulla base della tecnica ballettistica italiana che associava il rapido gioco delle gambe a movimenti lenti del busto e delle braccia.

Nello stesso anno, Marie si sposò con il conte Gelbeit de Voisins, ma il matrimonio durò soltanto tre anni. Osannata in tutta Europa (fu tra il 1837 e il 1839 l’étoile del Teatro di San Pietroburgo), ottenne consensi anche alla Scala di Milano, dove debuttò il 20 maggio 1841 con grande successo, e continuò a danzare fino ad un’età, per l’epoca, molto avanzata: quando si ritirò, nel 1848, aveva 44 anni.

Il padre, che era stato l’artefice della sua fortuna artistica, fu anche il responsabile della sua rovina economica, mandandola in bancarotta con le sue speculazioni sbagliate. La Taglioni dovette così riprendere a guadagnarsi la vita dando lezioni di danza e portamento, a Parigi e a Londra, dove visse al numero 14 dell’elegante Connaugh Square, nel quartiere di Paddington, dove una Blue Plaque eretta nel 1960 dal London County Council celebra il suo passaggio.

Marie Taglioni Blue Plaque, 14 Connaught Square. London, 2021 © Paola Cacciari

Morì in miseria, ottantenne, a Marsiglia, e là fu sepolta, finché il figlio Georges Gilbert Des Voisins non la fece trasferire nella tomba di famiglia al Père-Lachaise. Le è stato dedicato un cratere di 31 km di diametro sul pianeta Venere. Non male per una Silfide

2021 © Paola Cacciari

Madonna – Like A Virgin (Official Music Video)

Che la si ami o la si odi, Like a Virgin è uno dei pezzi più famosi di Madonna, se non addirittura il più famoso. Che è una di quelle canzoni che definiscono non solo la carriera di un’artista, ma un intera epoca. Certamente ha definito l’epoca degli adultoscenti come me… 😉

Madonna – Like A Virgin (1984)

Fatima Mernissi | La terrazza proibita. Vita nell’harem

Ho letto La terrazza proibita di Fatima Mernissi molti anni fa e l’avevo dimenticato. A torto, perchè è davvero un bel libro. Grazie a “Il giro del mondo attraverso i libri” per avermelo fatto ricordare. 🙂

Il giro del mondo attraverso i libri

Zia Habìba era convinta che tutte noi avessimo dentro della magia, intessuta nei nostri sogni. “Quando ci si trova in trappola, impotenti dietro a delle mura, rinchiuse in un harem a vita”, diceva, “allora si sogna di evadere. E la magia fiorisce quando quel sogno viene espresso e fa svanire le frontiere. I sogni possono cambiare la vita, e, con il tempo, anche il mondo (…)”.
Anche io potevo far svanire le frontiere – questo era il messaggio che recepivo, seduta sul cuscino, lassù in terrazza (…) A Fez, nelle notti d’estate, le remote galassie si univano al nostro teatro, e la speranza non aveva confini.

La terrazza proibita, Fatima Mernissi, trad. R. R. D’Acquarica

Fatima nasce nel 1940 in un harem nella medina Fez, una città marocchina, a poche strade di distanza dalla Ville Nouvelle dei francesi. Lo stesso giorno in cui nasce Fatima, nasce anche Samir, il cugino…

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Policemen attacking defenceless women around the world in 2021

Belarus Belarus police and militia men arrest a woman protesting peacefully in Minsk, Belarus Myanmar Armed and helmeted policemen arrest a woman protester in Myanmar Iran Armed policemen arrest Nazanin Zaghari-Ratcliffe in Iran Russia It takes four armed and helmeted Russian policemen to arrest one woman protester in Moscow Hong Kong Two armed policemen force […]

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