Christen Købke, il maestro della luce

Gentile, evocativo, delicatamente memorabile, dipinge la vita borghese della Danimarca post-napoleonica. A metà tra la bellezza misurata del neoclassicismo e le incertezze romantiche…

Celebrato nella natia Danimarca come uno dei maggiori talenti del “periodo d’oro” della pittura locale, Christen Købke (Copenhagen, 1810-1848) è per l’arte quello che il suo contemporaneo Hans Christian Andersen è per la letteratura. Ma al di fuori dei confini danesi pochi ancora lo sanno. E davanti alla serena tranquillità della Veduta del lago Sortedam (1838), che apre la nuova antologica della National Gallery, ci si chiede con stupore il perché.

Christen Købke - Ritratto di Frederik Hansen Sødring – 1832 - Den Hirschsprungske Samling, Copenhagen.

Christen Købke – Ritratto di Frederik Hansen Sødring – 1832 – Den Hirschsprungske Samling, Copenhagen.

E per una volta il titolo risonante, Danish Master of Light, non mente. Ritratti, paesaggi e audaci prospettive di monumenti nazionali danesi dal sapore decisamente moderno, resi con una pennellata larga e carica di trattenuta emotività: Købke è davvero un maestro nel ricreare le delicate tonalità della luce chiara del Nord. Le sue tele sono piccoli capolavori di minuzia in cui nessun dettaglio – muschi sulle pareti, piante, ragnatele -, per quanto minuscolo, è lì senza un motivo. E le dimensioni ridotte si adattano bene al suo stile misurato, alla delicatezza dei suoi colori. Købke fa della quotidianità un’opera d’arte.

One of the Small towers on Frederiksborg Castle, about 1834.

Christen Købke – Torre del Castello di Frederiksborg –1834 circa – The David Collection, Copenhagen.

Ma proprio a causa di questa delicatezza è facile sorvolare sull’elaborata struttura della composizione, sulla sua finezza.
Quelli all’inizio dell’XIX secolo sono anni di intenso nazionalismo per la Danimarca che, relegata a un ruolo subalterno dal Congresso di Vienna dopo la sconfitta di Napoleone, deve rialzare la bandiera dell’orgoglio nazionale. Da parte sua, l’Accademia Reale di Copenhagen reagisce promuovendo in pittura l’immagine di una società tranquilla, semplice e ordinata, che celebra il paesaggio danese e i suoi monumenti.

Dal suo maestro Eckersberg, Købke apprende a osservare la natura dal vero. E lo fa con paziente costanza, dipingendo con devozione ossessiva i luoghi che conosce e che gli sono cari alla periferia di Copenaghen. Come la Cittadella, il Lago Sortedam, il Castello di Fredersborg: importanti simboli nazionali che rende con prospettive audaci, dal taglio quasi fotografico. Come per Constable, anche per Købke la ritrattistica è meno importante del paesaggio, ma costituisce una sicura fonte di guadagno. E come per l’inglese, anche Købke ama dipingere la famiglia e gli amici (molti dei quali artisti come lui, ad esempio l’amico-pittore Frederik Sødring), immortalandoli in ritratti affettuosamente informali che catturano la personalità dei soggetti con straordinaria finezza.

A View from Dosseringen near the Sortedam Lake Looking towards the Suburb Nørrebro outside Copenhagen

Christen Købke. A View from Dosseringen near the Sortedam Lake Looking towards the Suburb Nørrebro outside Copenhagen, 1838.

Købke non si allontanò mai troppo da Copenaghen. Cresciuto nella Cittadella, è con riluttanza che nel 1838 parte alla volta dell’Italia, pellegrinaggio di rigore per ogni artista degno di questo nome. Visita Roma, Pompei e Napoli, ma il sole accecante del Sud non si addice alla sua delicatezza nordica. La sua Arcadia è in Danimarca ed è qui che torna con sollievo nel 1840. E qui muore nel 1848, a soli 37 anni, stroncato dalla polmonite mentre i moti rivoluzionari che scuotono l’Europa mettono fine al periodo d’oro della pittura danese. Anche se forse sarebbe meglio dire al periodo d’oro di Købke.

Christen Købke, The North Gate of the Citadel, 1834

Christen Købke, The North Gate of the Citadel, 1834

 

pubblicato su Exibart

paola cacciari
mostra visitata il 30 marzo 2010

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Il Cappellaio Matto: Stephen Jones

Spulciando tra gli articoli che ho scritto in passsato per Exibart ho trovato questo di una mostra dedicata allo stilista Stephen Jones tenutasi al V&A nel 2008. All’epoca non sapevo chi fosse il signore in questione, ma conoscevo tutti gli altri di nomi…

Portrait of Stephen Jones

                                                            Portrait of Stephen Jones

Un giardino ‘barocco’ al tramonto. Siepi ordinate e bassi steccati. Luci soffuse. E magia nell’aria: benvenuti nel magico mondo di Stephen Jones (Wirral, 1957- vive a Londra). Non siamo tra le pagine di Alice nel paese delle meraviglie, ma negli spazi avvolgenti di Hats: An Anthology by Stephen Jones, la nuova mostra curata per il Victoria and Albert Museum da uno tra i più geniali creatori di acconciature femminili della nostra epoca.

Silk and straw bonnet, 1807

Silk and straw bonnet, 1807

Frustrato dalla noiosa uniformità che permeava la moda di fine anni Settanta, tutta toni beige e tessuti tweed, Stephen Jones – allora punk dalle unghie smaltate che studia alla prestigiosa St Martins School of Art di Londra- decide di riversare la sua ironica creatività nella creazione di cappelli da donna. Mossa coragiosa. Soprattutto in un periodo in cui indossarne uno non era affatto cool. Ma con l’avvento della nuova decade tutto cambia. Gli anni Ottanta vedono Londra al centro di uno dei periodi più brillanti e oltragiosi della storia del costume. Con le sue stravaganti acconciature ispirate alla storia della moda, il movimento New Romantic trasforma il concetto di cappello da polveroso obbligo da indossare ai matrimoni in accessorio pieno di vitale ironia. Al cuore della scena giovanile locale, la musica pop ha un’enorme importanza per Jones. Abbandonato il punk per il New Romantic comincia a frequentare il leggendario Blitz club in Covent Garden e crea copricapi per amici come Boy George e Spandau Ballet. Ed è grazie alla musica dei Culture Club che, nel 1984, lo stile di Stephen Jones raggiunge le passerelle parigine. Jean-Paul Gaultier vede il video di ‘Do You Really Want to Hurt Me’, in cui Jones indossa un fez da lui stesso disegnato, e lo invita a collaborare con lui. E il resto è storia.

Da sempre affascinato dalla psicologia del cappello, o meglio da ciò che porta e com-porta l’indossarlo Stephen Jones ha creato – con la collaborazione del disegnatore teatrale Michel Howells e dalla curatrice del V&A Oriole Cullen- un mondo fantastico popolato da oltre trecento copricapi, molti dei quali letteralmente ‘dissotterrati’ dall’immensa collezione del V&A. Tematicamente suddivisa in quattro sezioni –Inspiration, Creation, The salon, The client– la mostra esplora l’intero ciclo della vita del cappello, strizzando l’occhio alla storia del costume. E così se gli appasionati di storia possono gioire davanti alla maschera di Anubi del 600 A.C. e all’esuberante cappellino del 1845 appartenuto ad una giovane regina Vittoria ancora lontana dalla vedova triste a cui la storia più ha abituati, per gli amanti del cinema ci sono il tricorno indossato da Johnny Deep in Pirati dei Caraibi, il cappello di paglia di Audrey Hepburn in My Fair lady e il copricapo in plastica del cattivo di Guerre Stellari, il tetro Darth Vader, esibito a fianco dell’elmo da samurai a cui è ispirato.

Portrait of Stephen Jones, 2008

                                                             Portrait of Stephen Jones, 2008

E naturalmente non mancano le creazioni di Jones per Christian Dior, John Galliano e Giles Deacon, accanto a quelle ‘storiche’ di <b>Elsa Schiaparelli, Cecil Beaton e Baleciaga. Accessorio universale, il cappello è per tutti, giovani e meno giovani allo steso modo. Finisce e definisce un look. Rispecchia la personalità di chi lo indossa. Come sanno le celebri clienti di Stephen Jones. Regine del Pop come Madonna e Kylie Minogue e regine di altro tipo, da sua Maestà Elisabetta II a Carla Bruni nella sua nuova veste di signora Sarkozy. Piume, nastri, fiori, legno, plastica e chi più ne ha più ne metta: tutto può diventare un cappello, anche un disco a quarantacinque giri. A patto che il tutto sia condito da una buona dose di satira e di spiritosa ironia, caratteristiche possedute in abbondanza dagli inglesi e che Jones eleva all’ennesima potenza. E davanti a tanta ottimistica esuberanza e gioiosa frivolezza, si sorride. E apertamente, si ride. E, segretamente, si sogna.

Londra// fino al 31 maggio 2009

vam.ac.uk

 

Pompeo Batoni, il Maestro dimenticato

245px-Pompeo_Batoni_-_Sir_Gregory_Page-Turner_-_WGA1508Famoso e ricercato nel Settecento. Relegato all’oblio per quasi due secoli. In occasione del terzo centenario della sua nascita la National Gallery dedica una grande mostra ad un grande maestro dimenticato…

Sir Gregory Page-Turner, il busto di Atena alle sue spalle, protende la mano verso lo spettatore. Sullo sfondo, rovine classiche. Libri. Mappe. Una colonna. Incoraggiante, sembra invitarci a condividere la sua straordinaria esperienza di gentiluomo colto e raffinato, impegnato nel Grand Tour. Il viaggio all’estero come completamento di un’educazione politica, accademica o professionale era -sin dal Rinascimento- ritenuto un’esperienza essenziale. Tanto che coloro che non l’avevano provata, come il pittore William Hogarth, non potevano non provare un certo risentimento verso chi, invece, era stato più fortunato. L’itinerario seguito era quasi sempre lo stesso: Firenze, Roma, Napoli e Venezia. Una volta a Roma, era naturale che molti gentiluomini desiderassero eternare l’evento facendosi ritrarre dal pittore più famoso della città: Pompeo Girolamo Batoni (Lucca, 1708 – Roma, 1787).
Figlio di un orefice di Lucca, Batoni si trasferisce a Roma nel 1727. Come tutti i nuovi arrivati, copia le sculture antiche del Vaticano, studia gli affreschi di Raffaello e Annibale Carracci, e disegna modelli dal vivo nelle accademie private. Il tratto accurato e la puntigliosa attenzione al dettaglio – retaggio dell’apprendistato nella bottega paterna- sono una costante della sua arte. La sua inclinazione verso la tradizione classica si traduce in opere come Il Trionfo di Venezia (1737). Pompeo Batoni - David Garrick - 1764 - olio su tela - Ashmolean Museum, OxfordCommissionata dall’ambasciatore veneziano a Roma, la tela rivela lo studio attento e appassionato delle opere di Raffaello e la sua ammirazione per pittori della grande scuola bolognese, da Domenichino a Guido Reni.
Dal 1740 Batoni produce pitture mitologiche e religiose per l’aristocrazia italiana e riceve importanti commissioni dalla Chiesa. E la sua capacità di adattare la drammatica energia del Barocco al suo amore per il dettaglio cesellato e minuto è evidente in entrambi i generi. Basti osservare L’estasi di Santa Caterina da Siena (1743) e Il tempo ordina alla vecchiaia di distruggere la bellezza (1745-46) per essere travolti dalla vivace spontaneità e dal fiume luminoso del colore settecentesco.
Tra il 1750 e il 1760 la fama di Batoni si estende alle corti d’Europa e raggiunge la Gran Bretagna. La sua perizia nella resa fisiognomica (particolarmente apprezzata nel XVIII secolo) gli procura numerose commissioni da parte dei gentiluomini inglesi impegnati nel Grand Tour, che ritrae in pose informali, all’aria aperta, circondati da sculture e rovine architettoniche del mondo classico. Se il disegno preciso e la freschezza del colore moderano la pomposa retorica dei grandi ritratti a figura intera (come quello del Colonel the Hon William Gordon), i ritratti degli ultimi anni catturano per l’intima informalità della composizione. Gli occhi sensualmente accattivanti e lo sguardo sornione dell’attore David Garrick (1764), la posa languidamente rilassata di Sir Humphry Morice (1761-62) con i suoi adorati cani sorprendono per la resa accurata dei dettagli, la tecnica libera e sgranata, il modellato soffice, il colore arioso.
Pompeo Batoni - Ritratto di Sir Humphry Morice - 1761-62 - olio su tela - Sir James and Lady Graham, North Conyers, North Yorkshire - photo Glen SegalNel 1789, a due anni dalla morte, Joshua Reynolds disse di Batoni che nonostante la fama acquisita in vita, sarebbe stato presto dimenticato. E così fu. Dopo un lungo oblio, ora finalmente l’“ultimo grande maestro italiano” è tornato.

pubblicato martedì 6 maggio 2008 su Exibart

From Russia: capolavori francesi e russi dal 1870–1925 in mostra alla Royal Academy di Londra

Attesa, discussa, politicizzata: ha rischiato di non farsi. Alla Royal Academy of Arts di Londra centoventi opere provenienti dai quattro maggiori musei russi arrivano per la prima volta nel Regno Unito a colmare un vuoto storico durato decenni….

Che fosse destinata a creare scalpore si sapeva. Ma quando due anni fa la della Royal Academy decise di organizzare From Russia: French and Russian Master Paintings 1870–1925 from Moscow and St Petersburg contando sulla collaborazione dei quattro maggiori musei stato russi (il Museo Pushkin, la Galleria Nazionale Tretyakov di Mosca, l’Ermitage e il Museo di Stato Russo di San Pietroburgo) che avevano acconsentito al prestito di oltre centoventi capolavori, non avrebbe mai immaginato di rischiare il disastro. Appena qualche settimana prima dell’arrivo delle opere, l’agenzia di stato russa aveva infatti annullato la mostra temendo che i discendenti degli antichi proprietari potessero reclamare sul suolo inglese i capolavori nazionalizzati da Lenin dopo la Rivoluzione del 1917. Con i cataloghi già in stampa e nessuno show d’emergenza, l’annullamento della mostra avrebbe potuto costare alla la Royal Academy la bancarotta. Momentaneamente accantonata la freddezza che dal 2006 turba le relazioni diplomatiche con la Russia in seguito all’omicidio dell’ex agente del KGB Alexander Litvinenko, il governo britannico ha emanato a tempo di record una legge che tutela i beni stranieri da eventuali sequestri e le opere arrivano: il 9 Gennaio…

Preceduta da molto clamore e da notevoli aspettative, From Russia non delude. Cronologicamente organizzata in nove sale e strutturata in quattro sezioni, la mostra è incentrata sul periodo compreso tra il 1870 e il 1925.

Henri Matisse - The Dance – 1910- olio su tela- 260 x 391 cm Museo di Stato dell’Ermitage, San Pietroburgo – courtesy of Photo Archives Matisse, Paris.

Henri Matisse – The Dance – 1910- olio su tela, Museo di Stato dell’Ermitage, San Pietroburgo – courtesy of Photo Archives Matisse, Paris.

Paesaggi e scene di vita quotidiana ispirati a Corot che si alternano a dipinti realisti di carattere marcatamente sociale, come Manifesto of October 17th 1905  (1911) di  Ilya Repin nella prima sala, preludono alla seconda  sezione dedicata ai capolavori appartenuti ai due ricchissimi mercanti di tessuti Sergei Shchukin e Ivan Morozov. Tra i primi ad apprezzare le opere degli Impressionisti francesi, le loro collezioni contavano centinaia di tele di Monet, Cézanne, Renoir, Van Gogh, Gauguin, Picasso. Diventato uno dei maggiori committenti del giovane Henry Matisse, Shchukin gli commissionò La dance (1910) qui esposta nella terza sala, la più grande. Per la prima volta nel Regno Unito, si tratta della seconda versione esistente al mondo. Il percorso espositivo prosegue fluido nella quarta sala, dove l’intimo Portrait of Sergei Diaghilev with his nanny (1906) di Léon Bakst celebra il ruolo centrale avuto dall’impresario teatrale Sergei Diaghilev, nello scambio culturale avvenuto tra Francia e Russia tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del nuovo secolo. Fondatore del Ballets Russes, Diaghilev introdusse l’arte francesce in Russia, promuovendo allo stesso tempo l’arte russa in Occidente.

From Russia: French and Russian Master Paintings 1870-1925 from Moscow and St Petersburg 26 January 2008 to 18 April 2008 Key. 87 / Cat. 0 L??on Bakst Portrait of Sergei Diaghilev with His Nanny, 1906 Oil on canvas 161 x 116 cm The State Russian Museum, St Petersburg Photo ?? The State Russian Museum, St Petersburg

Leon Bakst, Portrait of Sergei Diaghilev with His Nanny, 1906. Museo Russo di Stato, San Pietroburgo – courtesy of Photo © The State Russian Museum, St Petersburg

Questo affascinante scambio culturale portò nelle prime due decadi del Novecento gli artisti russi a cercare nuove direzioni. Dagli esperimenti di Natalia Goncharova che in A Smoking Man (1911) innesta il vigore dell’arte folkrorica sul Post-impressionismo francese, a Bathing the Red Horse (1912) di Kuzma Petrov-Vodkin impensabile senza il  colorismo di Matisse, la mostra si conclude con le geometrie pure di Malevich e del celebrato trittico Black square, Black Circle e Black Cross (1923).

Nazionalizzate dai commissari di Lenin, le opere di Shchukin e Morozov divennero con Stalin la personificazione dei valori malati della borghesia occidentale e per meglio sottrale alla vista nel 1941 vennero nascoste nei magazzini di stato in Siberia.

I capolavori francesi furono mostrati al pubblico solo molti anni dopo la morte di Stalin, alterando per decenni la comprensione di un capitolo fondamentale della storia dell’arte moderna. Merito di From Russia è restituire al pubblico la storia di questo capitolo.

Paola Cacciari, articolo pubblicato su  Exibart

Londra//fino al 18 Aprile 2008

From Russia: French and Russian Master Paintings 1870–1925 from Moscow and St Petersburg. Royal Academy of Arts, Burlington House, Piccadilly, London W1J 0BD.

www.royalacademy.org.uk/

 

Paul Cézanne alla Courtauld Gallery

fino al 16.I.2011
Paul Cézanne
London, The Courtauld Gallery
Artista iconico e solitario, venerato e criticato, ponte tra Impressionismo e Cubismo. Al Courtauld i riflettori si accendono sul soggetto che l’ha ossessionato nell’ultimo periodo della sua vita…

Ci sono i blockbuster e ci sono le piccole mostre come Cézanne’s Card Players. Un’idea semplice quanto geniale, quella del curatori di The Courtauld Gallery: riunire tre delle cinque versioni esistenti de I giocatori di carte, insieme ai numerosi schizzi, ritratti individuali e disegni preparatori che illustrano la genesi del capolavoro di Paul Cézanne (Aix-en-Provence, 1839-1906). Il risultato è un gioiello di concisione che, pur non svelando il segreto di questo artista straordinario, riesce tuttavia a rendere più consapevoli della complessità del suo genio.
Cézanne aveva circa cinquant’anni quando decise di dedicarsi all’analisi di un soggetto così popolare nella tradizione iconografica francese come il gioco delle carte. Ma Cézanne non è il Le Nain o il Courbet dei suoi giorni, così come i suoi contadini non sono quelli rappresentati dalla pittura di genere del XVII secolo o della tradizione del Realismo ottocentesco. L’intento moralizzante dei suoi predecessori è assente nei suoi quadri.
Dimentico dei problemi sociali del suo tempo, Cézanne abita un mondo tutto suo, fatto di pittura. Una pittura che, negli anni in cui si dedica a I giocatori di carte (tra il 1893 e il 1896), si evolve, si perfeziona in nome di una monumentalità semplice e austera e della ricerca di un’armonia spaziale ancora da raggiungere nella versione del Metropolitan Museum, un dipinto non completamente riuscito perché troppo denso, troppo affollato, troppo colorato.
Paul Cézanne - I giocatori di carte - olio su tela - cm 65,4x81,9 - New York, Metropolitan Museum of Art
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Canaletto e i suoi rivali, a Londra

Crea virtuosismi sospesi in un’estate perenne per i turisti inglesi che sognano Venezia. Ma non è il solo. A Londra, un viaggio nell’età d’oro del vedutismo veneziano, tra contemporanei e rivali…

Piazza San Marco, il Campanile, la Chiesa della Salute, il Palazzo Ducale: i soggetti prediletti dai vedutisti sono quasi sempre gli stessi. E una mostra di sole vedute avrebbe finito con il trasformarsi in un giro in vaporetto lungo il Canal Grande, che avrebbe annoiato anche i più devoti ammiratori della città lagunare. E allora Charles Beddington, curatore di Canaletto and His Rivals, ha aggirato l’ostacolo esaminando la figura di Giovanni Antonio Canal in rapporto a quella degli artisti che incontra durante la sua lunga carriera: dai precursori Vanvitelli e Carlevarijs ai contemporanei Marieschi e Bellotto, a Guardi che gli sopravvive. E il risultato è uno straordinario viaggio nell’età d’oro del vedutismo veneziano, che esalta la pittura e non solo i luoghi.

La mostra si apre con Il Molo dal Bacino di San Marco (1697) dell’olandese Gaspar van Wittel, la prima veduta di Venezia, nonché la più nota. Ma il giovane Canaletto (che inizia la sua carriera come scenografo e pittore di capricci) è lento a individuare le potenzialità del nuovo genere e continua a dipingere cieli in tempesta e muri scrostati fino a quando, affascinato dalle qualità poetiche della luce del più anziano Luca Carlevarijs, troverà con L’arrivo dell’ambasciatore francese a Venezia (1727) il suo inconfondibile stile.
Ma Canaletto diventa tale solo quando, attorno al 1730, incontra Joseph Smith, mercante, banchiere e console britannico a Venezia, che diventa suo patrono e committente e che lo convince a dipingere opere che rispondano al gusto dei giovanotti inglesi impegnati nel Grand Tour. E allora via i cieli in tempesta e le grandi dimensioni delle prime opere, sostituite da assolati paradisi urbani popolati da dame in parasole e gondolieri in livrea.
Francesco Guardi - Il Canal Grande con il Ponte di Rialto da Sud - 1780 ca. - National Gallery of Art, Washington D.C.
Ma un nuovo rivale emerge in quegli anni. Scenografo e incisore, veloce e prolifico, Michele Marieschi produce vedute simili a quelle di Canaletto per un terzo del suo prezzo. Se la prematura morte del rivale lascia di nuovo Canaletto padrone del campo, l’instabilità politica creata in quegli anni dalla Guerra di successione austriaca pone fine al mercato del Grand Tour.
Costretto a cercare nuovi committenti in Inghilterra, Canaletto lascia Venezia nel 1745 nelle capaci mani del nipote Bernardo Bellotto, giovane di straordinario talento che, sin dall’inizio, non esita a utilizzare la sua sensibilità nel reinterpretare i soggetti dipinti dal celebre zio. Ma la sua luce fredda e i colori cupi lo rendono più adatto al clima del Nordeuropa, dove infatti si trasferisce nel 1747 per non tornare mai più.
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Seduced: Art and Sex from Antiquity to Now

Stimolante e provocatoria. Una mostra coraggiosa. Rigorosamente vietata ai minori…

Nelle Cast Courts del Victoria and Albert Museum di Londra troneggia una copia in gesso a grandezza naturale del David di Michelangelo. Sul retro, una bacheca contenente una foglia di fico di circa mezzo metro commissionata nel 1857 per rimediare al trauma subito dalla Regina Vittoria di fronte alla nudità  della statua. La stessa foglia di fico apre la mostra alla Barbican Art Gallery, Seduced: Art and Sex from Antiquity to Now.
Trecento opere. Settanta artisti. I nomi di Beardsley, Klimt, Picasso, Robert Mapplethorpe e Tracey Emin tra gli altri. Un percorso storico e tematico che abbraccia oltre duemila anni. Seduced non è una gratuita esibizione di pornografia: è il frutto di cinque anni di solida ricerca storica.

La sessualità non è una realtà  estranea al cambiamento. Nel mondo Greco-romano la nudità  del corpo non costituiva un offesa. La società greca lo aveva trasformato nel simbolo stesso dell’uomo libero, padrone del proprio destino. Con l’avvento del Cristianesimo, vergogna e senso di colpa si impossessano di ciò che prima era bello e puro. Emblematico in apertura della motra, il confronto tra l’Emafrodito addormentato della Galleria Borghese e la selezione di oggetti provenieneti dai Gabinetti segreti del Museo Archeologico Nazionale di Napoli e dal British Museum. Creati per ospitare immagini esplicitamente erotiche rinvenute a Pompeii, tali sub-collezioni erano rigorosamente separate dal resto per proteggere le menti impressionabili di coloro non in grado di vedere alla bellezza del corpo in senso spirituale.

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Fig leaf, plaster (ca. 1857) Victoria and Albert Museum

Il percorso espositivo della mostra si srotola labirinticamente tra l’ossessionante ricerca della realtà  dell’arte europea e l’interesse decorativo per forme e colori dell’Oriente. Miniature erotiche indiane illustranti il Kama Sutra, acquerelli cinesi e stampe pornografiche giapponesi, si alternano a capolavori rinascimentali e barocchi a creare una contraposizione di atteggiamenti mentali, non solo di stili. In Woman and a man with oysters lo sconosciuto artista giapponese riproduce accuratamente i genitali maschili e femminili in quanto presenza visibile e naturale del corpo umano.

Un atteggiamento che non potrebbe essere più lontano dalle provocazioni pittoriche di Schiele. Ma basta guardare all’eroticissimo Satyr flogging a nymph di Agostino Carracci, o Jupiter and Antiope di Rembrandt per rendersi conto di quanto sia fuorviante pensare che l’esplicitazione della sessualità  nell’arte Occidentale sia una scoperta del nostro secolo.

L’ostentazione moderna costituisce una reazione a secoli di repressione. Ma nel tentativo di esorcizzare l’ancora presente vergogna, la sessualità  è stata trasformata in materia da fast food. Ciò che prima era sacro perchè segreto, diventa di qualcosa da dividere (senza necessariamente condividere) con gli altri. Ecco allora il piano superiore, i dissacranti ritratti fotografici di Jeff Koons con La Cicciolina al tempo della loro relazione nel 1990, Blowjob (1963) di Andy Warhol, Erotos di Nobuyoshy Araki dove nulla èlasciato all’immaginazione.

Ironia, una grande sensibilità e una seria ricerca storiografica hanno trasformato quello che avrebbe potuto rivelasi un totale disastro per i curatori in una mostra provocante ed intellettualmente stimolante. Seduced è una sfida a guardare in faccia l’evoluzione della sessualità nei secoli senza ammiccamenti e falso imbarazzo.

E l’assenza di ipocrisia della mostra non risparmia neanche un caposaldo dell’arte iglese come  JMW Turner, il cui taccuino degli schizzi testimonia che anche il più serio degli artisti britannici non dedicò tutto il suo tempo alla contemplazione del paesaggio…

Londra//fino al 7 gennaio 2008

Seduced: Art and Sex from Antiquity to Now. Per via dei contenuti espliciti, la mostra è vietata ai minori di 18 anni.

Barbican Art Gallery Barbican Centre, Silk Street, London EC2Y 8DS

Orario: tutti i giorni dalle ore 11-20; martedi ore 11-18; giovedi` ore 11-22.

barbican.org.uk/

 

Paul Gauguin a Tate Modern

Genio o mostro? Pioniere del Modernismo o turista del sesso? Alla Tate Modern, la storia di colui che ha cambiato per sempre la pittura moderna. In una mostra che sarebbe stata meglio alla Tate Britain…

Chi più chi meno, tutti conoscono la storia di Paul Gauguin (Parigi, 1848 – Atuana Hiva Oa, 1903), colui che – abbandonata la vita borghese, la moglie e i figli – cerca la felicità nei colori del Mari del Sud.

Allora perché un’altra mostra su Gauguin? Perché attraverso le oltre cento opere (dipinti, acquerelli, sculture e intagli in legno, ceramiche, scritti e lettere) che compongono Gauguin: Maker of Myth, i curatori della Tate Modern sono riusciti a raccontare qualcosa di nuovo. E cioè che, oltre a essere un grande innovatore, Gauguin è anche un meraviglioso narratore. E che le sue storie sono intessute di sottile dramma psicologico e di sentimenti potenti, espressi con colori vigorosamente anti-naturalistici.
Ed è tutto lì sotto i nostri occhi fin dall’inizio, già nel ritratto di suo figlio Clovis addormentato (1884), la testa bionda abbandonata sul braccio, il sonno reso inquieto da incubi che sembrano materializzarsi sulla carta da parati alle spalle del bambino. Passeranno oltre dieci anni prima che Freud pubblichi L’interpretazione dei sogni (1899).
La tecnica di Gauguin è da subito immediatamente riconoscibile. Paul Gauguin - Autoritratto con Manao tu papau - 1893 - olio su tela - cm 46x38 - Musée d'Orsay, ParigiFin da quando, affascinato dall’opera di Cézanne, abbandona l’illusione pittorica della profondità per una superficie piatta popolata da forme sintetiche di colore puro, racchiuso da un’audace linea di contorno, un riflesso dell’influenza delle stampe giapponesi e delle vetrate cloisonné delle cattedrali gotiche.
Ma è a Pont-Aven, dove ritorna nel 1888 dopo il breve soggiorno in Martinica del 1887 – e che lo porta ad allontanarsi dalle convenzioni pittoriche dell’arte europea -, che Gauguin raggiunge la piena maturità stilistica con La visione dopo il sermone (1888). Ed è qui che, sempre nel 1888, si riunisce attorno a lui un gruppo di giovani pittori di orientamento simbolista, tra cui Émile Bernard e Paul Sérusier, che fonderanno i Nabis.

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Musei britannici colpiti dalla crisi? In aiuto accorre la Tate…

Grande successo per la Tate Gallery quello dell’anno appena trascorso. E non solo per gli oltre sette milioni di visitatori che tra il 2009 e il 2010 l’hanno visitata facendo della galleria inglese il museo più popolare dopo il Louvre, ma anche (e soprattutto) per il numero delle opere d’arte prestate dalla Tate ad altri musei e gallerie in Gran Bretagna e all’estero, in un momento in cui il settore delle arti si trova ad affrontare una drammatica crisi.

In un periodo come questo infatti, in cui i finanziamenti statali a musei e gallerie sono seriamente minacciati da grossi tagli di budget, la strategia della Tate di condividere competenze e idee con altre istituzioni nazionali e internazionali attraverso una serie di collaborazioni che permetta loro di generare un reddito indipendente che contribuisca al loro mantenimento, si è rivelata un grande successo.
In occasione della pubblicazione del rapporto annuale 2009/10 infatti, il direttore della Tate Gallery Sir Nicholas Serota ha confermato che il programma di prestiti portato avanti dalla galleria è stato il più riuscito di tutti i tempi. Con 887 opere prestate a 130 sedi in Gran Bretagna e altre 443 a musei e gallerie del mondo – da Turner a Pechino a Nauman a Varsavia, da Jenny Holzer a Woking a Magritte a Città del Messico – il pubblico di oltre 252 istituzioni museali ha così potuto ammirare in situ alcuni tra i più grandi capolavori di tutti i tempi.
In quest’ottica si inserisce anche il tour dell’Artist Rooms, la straordinaria collezione di arte contemporanea acquisita dalla Tate Gallery nel 2008 in collaborazione con la National Galleries of Scotland dal collezionista Anthony d’Offay, che conta 725 opere di artisti del calibro di Diane Arbus, Joseph Beuys, Gilbert & George, Damien Hirst, Anselm Kiefer, Jeff Koons, Sol LeWitt, Richard Long, Robert Mapplethorpe, Bruce Nauman, Gerhard Richter, Ed Ruscha, Bill Viola, Andy Warhol. La collezione – che dal 2009 toccherà circa 18 musei e gallerie del Regno Unito – mira a creare una nuova risorsa da condividere con altri musei per interessare un pubblico più vasto all’arte contemporanea.
Ma la strategia di Tate dimostra anche la determinazione della galleria di cambiare l’angolazione all’interno della sua stessa collezione, più volte criticata per essere troppo incentrata sull’arte occidentale, con l’acquisizione di un maggior numero di opere d’arte di artisti internazionali provenienti dall’Algeria, Iran, Corea, Cuba e Sud Africa. E il nuovo programma della galleria inglese riflette questo maggiore internazionalismo con mostre dedicate al messicano Gabriel Orozco, al tedesco Gerhard Richter e la prima retrospettiva dello spagnolo Juan Mirò degli ultimi cinquant’anni. (paola cacciari)

Papa Benedetto in visita in Inghilterra. Con al seguito gli arazzi della Cappella Sistina…

Oltre alle polemiche sulla pedofilia, il sacerdozio femminile, l’omofobia, l’aborto e gli anticoncezionali, la visita del Papa in Inghilterra sarà ricordata anche per le dichiarazioni del Cardinal Walter Kasper che a quanto pare ha detto che atterrare ad Heathrow è come arrivare in un paese del Terzo Mondo. Uhuhuh! Davvero non un buon inizio per  Papa Benedetto & C. C’è da immaginare che la Regina Elisabetta, che  ha dovuto interrompere le sue vacanze a Balmoral in Scozia per andare ad Edimburgo ad incontrare il Santo Padre, non sia stata particolarmente colpita da queste affermazioni. Mi chiedo se abbiano parlato di Enrico VIII e della Rifoma Protestante…

Ma insieme a tutte queste polemiche, Papa Benedetto XVI in Inghilterra e Scozia dal 16 al 19 Settembre 2010 ha portato con sè una chicca: quattro dei dieci arazzi disegnati da Raffaello per la Cappella Sistina attraverseranno la manica per essere esibiti al Victoria and Albert Museum di Londra accanto ai cartoni originali disegnati dall’artista urbinate. Un prestito senza precedenti, suggerito proprio dal Vaticano per celebrare alla grande la visita del pontefice. Un evento che neppure Raffaello stesso visse abbastanza da vedere.

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La pesca miracolosa. Photo © Vatican Museum

Comprati dal Principe di Galles, il futuro Carlo I, nel 1623 e da allora di proprietà della corona Britannica, i magnifici cartoni di Raffaello sono tra i grandi tesori del Rinascimento presenti sul suolo inglese. Commissionati nel 1515 da Papa Leone X nel 1515 per la Cappella Sistina due anni dopo che Michelangelo ne aveva dipinto il soffitto e realizzati a Bruxelles nel laboratorio del maestro fiammingo Pieter van Aelst, gli arazzi raffigurano episodi delle vite dei santi Pietro e Paolo. Ma se gli arazzi sono rimasti a Roma per gli ultimi cinque secoli, le vicende dei cartoni sono molto più movimentate.
Grandemente ammirati dai sovrani del Nord Europa (tra cui Enrico VIII) che si precipitarono a commissionare copie degli arazzi ai laboratori tessili di Bruxelles, per anni i cartoni passarono di mano in mano fino ad approdare a Genova dove, nel 1623, furono comprati per conto del Principe di Galles per 300 sterline.
Il perchè Oliver Cromwell non si sbarazzò dei cartoni dopo la Guerra Civile rimane un mistero. Viene solo da pensare che la magia di Raffaello avesse incantato anche lui (pare infatti che intendesse commissionarne un gruppo per sé stesso). Con la Restaurazione i cartoni tornarono alla famiglia reale e appesi nel palazzo di Hampton Court, lì restarono fino al 1865 quando la Regina Vittoria li diede in prestito permanente al Museo di South Kensington (ora il V&A) dove sono ancora oggi.
La mostra, nata da una collaborazione tra il Victoria and Albert Museum e i Musei vaticani, sarà ad ingresso libero, ma con biglietti d’entrata a tempo. (paola cacciari)
dal 8 settembre al 17 ottobre 2010.
Room 48a
Raphael: Cartoons and Tapestries for the Sistine Chapel
Victoria and Albert Museum, Cromwell Road, London, SW7 2RL, UK
Orario di apertura: tutti i giorni dalle 10 alle-17.45; Venerdì dalle 10 alle-22.00 (una selezione di gallerie aperte dopo le 18.00). Chiuso il 24, 25 & 26 Dicembre
Ingresso: libero.
Info: Tel. +44 (0)20 7942 2000
E-mail: vanda@vam.ac.uk