Henri Cartier-Bresson, le cinque fotografie più belle dell’”Occhio del secolo”

Henri Cartier-Bresson è considerato un pioniere del fotogiornalismo. Ribattezzato l’”occhio del secolo”, è stato uno degli esponenti più importanti della cosiddetta Fotografia umanista. Teorico dell’istante decisivo, ha anche contribuito a portare la fotografia di stampo surrealista ad un pubblico più ampio… Continue reading Henri Cartier-Bresson, le cinque fotografie più belle dell’”Occhio del secolo” at Uozzart.

Henri Cartier-Bresson, le cinque fotografie più belle dell’”Occhio del secolo”

Davanti al dolore degli altri di Susan Sontag

Sarà l’atmosfera del Covid, satura di metafore relative alla guerra (battaglia, nemico, vittoria etc etc) e di dolore, sarà che le letture che sto facendo in questo momento vanno anch’esse in quella direzione, ma mi e’ venuto da riflettere su una delle mie passioni, il fotogiornalismo, e in particolare sulla fotografia come documneto di guerra.

In un vecchio post del 2015, scritto di getto sull’onda delle emozioni suscitate in me dalla visita di una stupenda mostra a Tate Modern dedicata a 150 anni della fotografia di guerra intitolata Conflict, Time, Photography, rifletto che “Il potere evocativo della fotografia è immenso, ti costringe a guardare alle cose dal punto di vista del fotografo anche se a volte le cose fotografate non sono belle. Ma questa mostra bella lo è davvero, per quanto sembri assurdo mettere nella stessa frase il termine “guerra” e l’aggettivo “bella.”

Può la fotografia di guerra essere “bella”? Me lo sono chiesto molte volte. E pare se lo sia chiesto anche Susan Sontag (1933-2004) in questo suo magnifico saggio, Regarding the Pain of Others (tradotto in italiano da Hoepli come Davanti al dolore degli altri nel 2003). Pubblicato nel 2003, prima della sua morte avvenuta nel 2004, Regarding the Pain of Others è stato l’ultimo libro della Sontag (una sorta di continuazione ideale del suo precedentescritto On Photography del 1977) in cui si propone di rispondere a una delle tre domande poste nel libro Le Tre Guinee di Virginia Woolf:Come possiamo, secondo te, prevenire la guerra?

Non c’è forse qualcosa di perverso nel vedere la bellezza nel dolore degli altri, nell’osservare la sofferenza e la distruzione altrui con gli stessi canoni estetici in cui osserviamo una delle tante versioni pittoriche del San Sebastiano o de Lo scuoiamento di Marsia? E’ possibile guardare al dolore degli altri (persone vere, morte o morenti e che forse moriranno) senza vederlo, o almeno senza vederlo più? E’ qualcosa che continua a stupirmi. Ma la fotografia, anche se di guerra, è pur sempre un’arte visiva e come tale soggetta ad un canone estetico – anche se c’è chi sostiene che un certo tipo di fotografia non dovrebbe essere affatto bella in quanto distrae dal soggetto. Quello tra documento e opera d’arte è un delicato equilibrio destinato a dare segnali confusi.

Sono una grande appassionata di fotogiornalismo e le immagini di grandi fotografi come Robert Capa e Don McCullin sono splendide – anche se sono la prima ad ammettere che l’aggettivo “splendido” assume un connotato strano quando è usato per descrivere il viso immobile e lo sguardo fisso del giovane marine americano profondamente traumatizzato aggrappato al suo fucile sulla copertina dell’edizione inglese del libro della Sontag. Quest’immagine non cessa mai di stupirmi e al tempo stesso farmi sentire un’intrusa nell’anima violentata del soldato. Eppure l’aspetto estetico è innegabile: la composizione, l’uso del bianco e nero, la storia. In quella tragedia c’è un provocatorio tipo di bellezza che punta il dito contro l’inutilità della guerra.

Ogni fotoreporter che abbia sperimentato in prima persona l’orrore del campo di battaglia, ha la speranza che le sue immagini possano comunicare a chi le osserva le stesse emozioni, suscitare lo stesso orrore, la stessa repulsione. Ma, conclude la Sontag, coloro che non hanno vissuto queste cose in prima persona “non possono capire, non possono immaginare” le esperienze che tali immagini rappresentano. vero. quando la realtà diventa troppo, possiamo sempre cambiare canale o chiudere il libro.

2020© Paola Cacciari

La Battaglia dell’Aldi… 😉

Ieri al Museo, nella Photography Gallery, mi è capitata sotto agli occhi una foto del 1853 di Gustave Le Gray  che riproduce una scultura dell’Arco di Trionfo di Parigi intitolata La partenza dei volontari del 1792, detta anche La Marseillaise, dello scultore François Rude.

File:Attributed to Gustave Le Gray, "Marseillaise," Arc de Triomphe, Paris, about 1853.jpg
Attributed to Gustave Le Gray, “Marseillaise,” Arc de Triomphe, Paris, about 1853

E allora mi sono ricordata di questa meme che circolava su Internet lo scorso Aprile, in pieno Covid-lockdown, quando il popolo inferocito ha dato l’assalto a negozi e supermercati come fossero la Bastiglia, uscendo invece che con le le armi, con carrelli pieni di pasta, barattoli e carta igienica. Non a caso, è opportunamente intitolata Bataille de l’Aldi (Aprile 2020 D.C.)

Bataille de l'Aldi (Aprile 2020 D.C.)
Bataille de l’Aldi (Aprile 2020 D.C.)

Ora, con i casi di Covid che continuano ad aumentare senza sosta – cortesia dei covidioti che non non rispettano le regole, la distanza e non indossano la mascherina, Boris Johnson minaccia multe feroci e un un nuovo lockdown. E certo come il raffreddore in inverno, è il fatto che la gente ha ripreso ad assaltare i supermercati.😬 Corsi e ricorsi della storia… 🙄

Scazzottata notturna

I topolini nella metropolitana di Londra non sono una rarità, anzi. Ma a quanto pare le lotte per il cibo lo sono – il che dimostra quanto abbondante devono briciole e avanzi seminate dall’umanità varia ed eventuale che quotidianamente popola la London Tube….

Station squabble © Sam Rowley, UK

Station squabble © Sam Rowley, UK

Il che rende questa foto scattata dall’inglese Sam Rowley ancora più speciale. Per una settimana, infatti Rowley si è appostato ogni notte in una diversa stazione della metropolitana, sdraiato lungo la piattaforma del binario, nella speranza di scattare la foto perfetta. La sua pazienza ha dato i suoi frutti quando due topolini si sono azzuffati per una briciola. Una lotta fulminea, durata una frazione di secondo prima che uno dei due, avuta la meglio, scappi a tutta velocita’ con il prezioso bottino. 🐭 Per quache strano motivo, la posa dei due topolini mi ha ricordato le gioiose scazzottate di Bud Spencer e Terence Hill…

Inutile dire che questa foto di Sam Rowley, esposta alla Wildlife Photographer of the Year il concorso annuale che si tiene al Natural History Museum di Londra e giunto al suo 55esima edizione, ha ricevuto 28.000 voti dagli appassionati della fotografia naturalistica. Inutile dire che anch’io ho votato per lui… 🙂

2020 ©Paola Cacciari

Il cibo nelle fotografia

Noi siamo quello che mangiamo. Il cibo è combustibile e nutrimento, ma è anche piacere fisico ed estetico. Mangiare è uno degli atti più necessari e basilari, ma e anche celebrazione e come tale rappresenta una parte centrale dei nostri rituali, del nostro essere umani. Il cibo tocca infatti la nostra sfera pubblica e privata, rappresenta famiglia, razza, genere, classe sociale, salute, religione, i nostri principi morali.

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Io amo mangiare e amo il cibo, e non solo perchè sono una buona forchetta, ma perchè il cibo è storia sociale, l’espressione della cultura di un popolo. Non la caso, proprio la necessità di comprendere la moltitudine di nuovi ingredienti , sapori e cibi sugli scaffali dei supermercati britannici è stata (oltre alla frustrazione di non poter leggere Jane Austen e Oscar Wilde in lingua originale…😉) uno dei fattori determinanti nel velocizzare il più possibile il mio apprendimento dell’inglese…! E questo vale anche per la fotografia del cibo. E qui arrivo a Feast for the Eyes l’interessantissima mostra alla Photographer’s Gallery sulla storia del cibo nella fotografia, che le immagini di cibo in realtà solo raramente sono solo di cibo, ma riflettono il nostro stile di vita e il momento storico e sociale in cui ci troviamo a vivere e, come tale, da sempre occupano un posto di primo piano nella Storia dell’Arte e della Fotografia.

 

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Weegee Phillip J. Stazzone is on WPA and enjoys his favourite food as he’s heard that the Army doesn’t go in very strong for serving spaghetti, 1940 © Weegee/International Center of Photography,

 

Soprattutto dall’avvento di Instagram il cibo non è mai stato così popolare. Proprio oggi sono passata davanti ad una pasticceria che aveva un cartello uri dalla vetrina, “Our colors are especially instagrammable”. Uh! La cosa mi ha fatto sorridere, ma la dice lunga sullo stato delle cose: e cioè che la fotocamera dello smartphone ha cambiato tutto. Oggi potenzialmente possiamo tutti essere fotografi, soprattutto di quello che sta nei nostri piatti e che condividiamo con entusiasmo su Instagram. Un ex-collega del museo in cui lavoro  è diventato famoso con i suoi  simmetrybreakfast.

E ristoranti dal canto loro, ora progettano i loro piatti in modo che rendano bene in fotografia, poco male se il gusto del cibo viene leggermente sacrificato…

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Una delle mie sezioni preferite della mostra  è una parete piena di schede di ricette WeightWatchers rappresentanti il meglio (o il peggio…) del cibo degli anni Settanta dove quelli che all’inizio erano carne, pesce e verdure sono trasformati in oggetti da incubo che non sembrano avere nulla di commestibile forzati come sono in strane “forme” e coperti da salse o gelatine dai colori altrettanto strani. Non riuscivo a decidermi su quale fosse il meno appetitoso, fino a quando ho notato la cena “da congelatore al forno”, un grumo rettangolare di carne grigia bollita da far sembrare il digiuno un’opzione preferibile.

Londra//fino al 9 Febbraio 2020

Feast for The Eyes – The Story of Food in Photography

@ The Photographers Gallery  16 – 18 Ramillies Street, London, W1F 7LW

Don McCullin

Guerra, morte, fame e povertà: se non fossero così incredibilmente magnifiche le foto di Don McCullin potrebbero rappresentare ciò che resta dopo il passaggio dei quattro Cavalieri dell’Apocalisse. E Mccullin è lì, presente e allo stesso tempo invisibile e neutrale (per quanto si possa restare neutrali in mezzo a tanta tragedia) a fotografare e tramite i suoi occhi noi assitiamo alla la storia nel suo accadere. È lì presente a fotografare la costruzione del Muro di Berlino, la guerra in Vietnam, a Cipro, nel Congo, gli scontri nell’Irlanda del Nord, il Libano e il Biafra – sempre così vicino da rischiare spesso la vita, come racconta la sua vecchia Nikon esposta in una teca di vetro, colpita da un proiettile AK47. McCullin dice che la tiene come ricordo di quanto sia fortunato ad essere sopravvissuto a sei decenni di conflitti.

Near Checkpoint Charlie, Berlin 1961 Don McCullin born 1935

Eppure per qualcuno che si è trovato tanto spesso sotto il fuoco nemico le scene d’azione sono davvero poche: la potenza di McCullin sta proprio nella solenne immobilità delle sue immagini. Nello sguardo fisso del giovane marine americano profondamente traumatizzato aggrappato al suo fucile possiamo leggere morte, distruzione e di un’anima completamente violentata. È un’immagine che non cessa mai di stupirmi e di farmi mancare il respiro: un inno all’ inutilità della guerra. Certo non fu una buona pubblicità per la guerra in Vietnam.

Shell-shocked US Marine, The Battle of Hue 1968, printed 2013 Don McCullin, born 1935

Questa della Tate Britain è un mostra difficile e dolorosa, soprattutto considerando che queste foro sono state commissionate ada giornali di cronaca per raccontare gli orrendi effetti della guerra e della miseria e si prestano male ad essere appese in sequenza alle pareti di una galleria d’arte. Ammiro il lavoro di McCullin e non sono nuova alle sue immagini, ma devo ammettere che alla fine del percoso mi sembrava di essere uscita dalla centrifuga di una lavatrice e sono dovuta correre a tirarmi su il morale con qualche sognante immagine preraffaellita.

Protester in Whitechapel
 

Detto questo le sue fotografie sono splendide, anche se sono la prima ad ammettere che l’aggettivo “splendido” assume un connotato strano quando e’ usato per descrivere il viso di un barbone irlandese dell East End di Londra o una manisfestazione di protesta. Eppure l’aspetto estetico è innegabile: la composizione, l’uso del bianco e nero, la storia. Sono solo molto, molto difficile da guardare. davanti ai nostri occhi ci sono persino vere, morte o morenti e che forse moriranno.

Catholic Youths Attacking British Soldiers in the Bogside of Londonderry 1971, Don McCullin born 1935

Ed è il passare dall’ammirare la bellezza della composizione alla realizzazione che si sta guardando il corpo di un giovane soldato ferito a morte che ti colpisce all’improvviso come un pugno nello stomaco. Non vuole essere etichettatao come fotografo di guerra Don Mccullin, ma ne ha fotografate troppe per fare qualcosa completamente diverso e anche le sue foto non di guerra come quelle dell’East End di Londra, sembrano foto di guerra.

2019 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 6 Maggio 2019
Don McCullin 
www.tate.org.uk

Essere umani, secondo Martin Parr

Mentre questa maratona di autolesionismo che si chiama Brexit si avvia alla non specificata data fatidica che segnerà l’uscita (o meno) della Gran Bretagna dall’Unione Europea, il cantore per antonomasia dell’identità nazionale del Paese approda alla National Portrait Gallery. Naturalmente sto parlando di Martin Parr. E non è una coincidenza. Che per gli ultimi tre anni, a partire dal referendum nel 2016, Parr ha puntato il suo obiettivo su vari aspetti della nazione per capire cosa significhi il concetto di “Brexitness”.

Il risultato, come ci si può aspettare, è qualcosa che va ben oltre la semplice retrospettiva che oltre alle immagini della Brexit, ci sono ritratti celebri, strani autoritratti, ritratti di gruppi di persone che condividono gli stessi interessi o ruoli e che riflettono e rappresentano la ricca diversità delle comunità che vivono nel Regno Unito che sono spesso impegnate nelle più eccentriche e disparate attività (snorkelling in una pozza di fango, birdwatching, ballo indiano) che Parr ha girato per la BBC, un negozio di merch e un caffè dove puoi avere una tazza e un pezzo di torta battenberg. Il risulato è un caos colorato e frammentario, ma lo è anche il Regno Unito in questo momento, quindi va bene così.

Martin Parr
Martin Parr

Parr è sempre stato un acuto osservatore delle contraddizioni dell’essere umani, e di come queste contraddizioni siano amplificate e distorte da altri fattori come l’età, il genere, la razza o la classe sociale (che dovesse non esistere più e che invece è viva e vegeta e gode di ottima salute), quindi amplificate e distorte da una generalistica idea di nazionalità. Quindi la Brexit è molto importante come al solito per lui. Ci sono le bandiere di San Giorgio, le persone che festeggiano a modo loro il matrimonio degli ultimi rampolli della famiglia reale, i tatuaggi, i mas-paradenti di carnevale e i pensionati sfortunati.

L’effetto totale è una sorta di scorrazzata sul pianeta-Parr – un pianeta popolato da abitanti-stereotipi più simile a personaggi delle pantomime natalizie, ma che tuttavia hanno la peculiarità di essere anche persone in carne ed ossa. Parr è bravissimo ad invitare chi osserva le sue foto a vedere le cose dal suo punto di vista, tanto che alla fine anche a chi osserva pare di abitare sul pianeta-Parr, un pianeta in cui la realtà appare cupa o sgargiante a seconda del come la vede lui. Una cosa mi pare chiare: che i semi della Brexit sono germogliati ovunque attorno a noi, toccando le nostre vite più di quanto immaginiamo. Parr sonda le contraddizioni di Brexit con occhio curioso e affascinato regalandoci un acuto ritratto di un momento chiave di un epoca. In fondo anche questo fa parte dell’essere umani.

Martin Parr
Martin Parr

#MartinParr

2019 © Paola Cacciari
Londra//Fino al 2 Giugno 2019

Only Human: Martin Parr @ National Portrait Gallery