Things organized neatly

Una collega che sta cambiando casa, sta temporaneamente da un’amica. “… è tanto cara…” mi dice con un sorriso indulgente. “Ma è un po’ OCD (Obsessive-compulsive disorder, n.d.r). Pensa che sistema sempre gli asciugamani nel bagno dopo che qualcuno li ha usati!” La cosa mi sorprende. Non che qualcuno raddrizzi gli asciugamani sul portasciugamani, ma che qualcuno possa trovarlo bizzarro. Non mi era mai venuto in mente che questo gesto così semplice potesse essere considerato da altri, al limite del maniacale. Perché io non solo raddrizzo gli asciugamani, ma stendo il bucato simmetricamente (mi piace vedere il calzini in coppia e le magliette prive di pieghe) e nella mia biblioteca a parte i cataloghi delle mostre, non ci sono edizioni in brossura perché la loro irregolarità mi rovina l’estetica. Sono da ricoverare? Non avrei mai pensato che l’eredità della psicanalisi freudiana facesse guardare con sospetto coloro a cui piace mettere in ordine decrescenti i piatti nella rastrelliera, la spesa sul nastro alla casse, e in frigo i barattoli delle salse con l’etichetta in vista. Perché non sono la sola. Recentemente leggendo un articolo sul Guardian ho scoperto che esiste un blog che si chiama Things organized neatly, che abbonda di fotografie di stanze in perfetto ordine e di asciugamani perfettamente allineati, un po’ eccessivo a dire il vero, sa vagamente di porno per maniaci ossessivi-compulsivi, ma rende l’idea. Ho anche scoperto che esiste un termine per la mania di mettere in ordine: to knoll, inventato nel 1987 da un tal Andrew Kromelow che voleva una superficie di lavoro (disegnava mobili) organizzata in modo da permettergli di vedere tutti gli oggetti che c’erano sopra in un colpo solo.
Sono stata una knoller per anni senza saperlo! Ma la mia dolce metà non è convinto, per lui sono OCD. Mi permetto di dissentire. Che mentre chi ha un disturbo ossessivo-compulsivo non prova piacere nel fare le cose che fa, ma solo un bisogno compulsivo di farle, a me mettere in ordine piace. Se non altro per controbilanciare il casino mentale che mi attanaglia e tenere l’ansia sotto controllo. Nel computer ho un file per tutto, nella scrivania una cartelletta: ogni cosa è al suo posto e quando la si cerca la si trova. Ironicamente i maniaci dell’ordire finiscono sempre in coppia con chi non lo è (il cassetto del comodino della mia dolce metà – a cui non mi è permesso avvicinarmi- pare la borsa di Mary Poppins o il gonnellino di Eta Beta). E se non posso fare nulla per cambiare lui, posso almeno organizzare il suo disordine. Con buona pace di tutti e due…

Noi non abbiamo paura

we-are-not-afriad

Ok, magari un pochino spaventati lo siamo. Noi, i londinesi dico che dopo 18 anni mi considero tale. Ma ce lo aspettavamo. Sapevamo che prima opoi sarebbe accaduto anche se non sapevamo quando. E l’ha fatto. Oggi.

I mei pensieri vanno alle famiglie di coloro che sono morti nell’attentato, al poliziotto che ha cercato di fermare il terrorista e ai poveretti che si trovavano a passare su Westminster bridge nel disgraziato momento in cui quel dannato ha deciso di cominciare a falciare i pedoni. E anche ai miei ex colleghi e amici che lavorano al Parlamento, non come politici, giornalisti o che, ma facendo il mio stesso lavoro, a contatto con il pubblico, facendo tours, accogliendo i turisti. Stanno tutti bene. Stiamo tutti bene.

Sono preoccupata, che temo non sia finita qui. Temo ce ne saranno altri. Ma non sono spaventata. Troppo facile e Londra è troppo bella e troppo viva. Io non ho paura.

Il Bunga Bunga arriva a Londra. E raddoppia.

Che l’Italia fosse famosa nel mondo per il cibo, le scarpe, l’opera, il Rinascimento, la Ferrari e molto altro, si sapeva. Ma ora siamo anche ricordati per i bunga-bunga party del nostro (in)glorioso ex-Presidente del Consiglio che ha fornito l’idea per un locale, il Bunga-Bunga ristorante e pizzeria e karaoke bar. Appunto.

Bunga-bunga pizzeria
Aperto nel 2011 a Battersea, nella zona Sud-Est di Londra, il locale ha continuato la sua fiorente attività nonostante le dimissioni di Berlusconi. Qui baristi vestiti da gondolieri servono cocktail in bicchieri in forma di Fiat Cinquecento, di Colosseo o del faccione dello stesso Berlusconi, la cui effige pare serva anche per indicare  il bagno degli uomini, mentre quella di Donatella Versace quella delle signore.
E se pare che il cibo non sia male (almeno a sentire la critica del Telegraph) e conti tra i suoi affezionati avventori persino il Principe Harry, solo l’idea di una pizza “Ruby Rubacuori” o “Italian Stallion” basta da sola a farmi passare la fame…
Ma a dispetto di chi come me arriccia il naso davanti a questo ristorante “a tema” che in pratica è un inno allo stereotipo, il successo del Bunga Bunga è stato tale da indurre i gestori del locale, Charlie Gilkes and Duncan Stirling, i fondatori di Inception Group, a ripetere l’esperimento con un secondo ristorante nella centralissma Drury Lane a due passi da Covent Garden, che aprirà ufficialmente i battenti il 13 Gennaio 2017.
Chi è interessato trova tutte le informazioni qui. E auguri…

Le regole del gioco

Bagel-006

Sono sempre stata convinta che leggendo i trafiletti dei giornali si aprono illuminanti squarci di sociologia. Come quello di una professoressa di lingua e letteratura inglese che si  è fatta cacciare da uno Starbucks caffè in Manhattan perchè colpevole di essersi rifiutata di adeguarsi all’etichetta linguistica usata dalla catena di Americana. La suddetta proff. si era rifiutata di specificare nel suo ordine di un bagel se lo voleva without butter and cheese (senza burro o formaggio). La signora si è infuriata dicendo che il fatto che lo volesse senza burro o formaggio era già implicito nel fatto che avevese ordinato il suo bagel plain (semplice)  e per questo ha accusato lo staff dietro il banco di fascismo linguistico.

Ora, pur comprendendo le ragioni della proff. americana e la sua esasperazione davanti alla riluttanza del barista di servirla se non ripeteva la frase correttamente, la sua reazione mi pare un tantino esagerata. Che lavorando da anni nel cosiddetto customer service non posso che simpatizzare con lo staff di Starbucks. Perchè – che ci piaccia o no- ogni ambiente (lavorativo e non) posssiede un gergo, regole linguistiche che diventano parte della comunicazione quotidiana. Il problema incorre quando questo gergo, chiarissimo ai cosiddetti  “addetti ai lavori”, ma un po’ meno chiaro a chi non fa parte dell’ambiente e ci capita una volta tanto, diventa una barriera alla comunicazione. Barriera che potrebbe facilmente essere superata con un po’ di buona volontà da entrambe le parti. Che lo so per esperienza, visto che rischio la stessa reazione della sudetta proff. americana ogni volta che al museo qualcuno mi chiede -chessò- dov’è il ‘dipartimento’ di ceramica. Che per amor di esattezza (e per evitare a mia volta irate ripercussioni da parte di qualche fanatico che poi magari ritorna indietro, ripercorrendo l’edificio nella sua intera lunghezza, solo per farmi una scenata) devo chiedere se intendono gli uffici (ceramics department) o la galleria vera e propria (ceramics gallery). Che essere precisi non significa necessariamente essere pedanti. Ma questo certa gente non lo capisce e pensa che io sia: a) una forestiera tonta; b) mi diverta a far loro perdere tempo; c) all the above. Che alla fine io sto fornendo un servizio e se chi mi interpella per usufruire di questo servizio non si adegua (almeno un pochino) alle regole del gioco mettendomi in condizione di fare il mio lavoro non è colpa mia.  Che se ci si venisse un po’ incontro nelle piccole cose della vita sarebbe tutto più facile…

È un peccato leggere o non leggere?

“È un peccato leggere o non leggere?” Io sono una lettrice accanita, per me il peccato e’ certamente non leggere… E voi cosa ne pensate?

Il colore di Casa Missoni al Fashion and Textile Museum

Da sempre sinonimo di colore, filati morbidi e maglioni avvolgenti, il nome Missoni è anche e soprattutto, una bella storia famigliare. Una storia iniziata nel 1948 con un improbabile incontro avvenuto proprio a Londra tra una Rosita appena diciassettenne in vacanza-studio, e l’atleta Ottavio Missoni che si trovava nella capitale britannica per competere nei 400 metri a ostacoli alle Olimpiadi. Cinque anni dopo il galeotto incontro londinese, i due sono sposati e danno vita all’incredibile sodalizio creativo ancora oggi più vivo che mai, grazie all’entusiasmo di figli e nipoti.

Ottavio e Rosita Missoni. Photo Giuseppe Pino, 1984

Ottavio e Rosita Missoni. Photo Giuseppe Pino, 1984

Con Missoni Art Colour, la prima grande mostra dedicata all’azienda di Gallarate, il Fashion and Textile Museum esplora l’influenza di pittori modernisti del XX secolo come Sonia Delaunay, Lucio Fontana e Gino Severini sull’estetica creativa del marchio Missoni. In esposizione, disegni tessili inediti, bozzetti e arazzi di grande formato e capi finiti che raccontano i sessant’anni della storia dell’azienda e sono esposti accanto ai capolavori tratti provenienti in gran numero dal Museo d’Arte di MAGA di Gallarate.

Missoni Art Colour, Fashion and Textile Museum. London © Paola Cacciari

Missoni Art Colour, Fashion and Textile Museum. London © Paola Cacciari

Descrivere questa mostra come una festa di colore non rende giustizia alla creatività e al lavoro dell’azienda, che c’è molto di più in Missoni del semplice colore: ci sono passione, dedizione, ricerca, ispirazione e soprattutto tecnica artigianale. E nonostante il rumore dei macchinari di fabbrica che fanno da sottofondo alla mostra, uno esce stranamente calmo, ancora mentalmente avvolto da tanta morbidezza. 🙂

Missoni Art Colour, Fashion and Textile Museum. London © Paola Cacciari

Missoni Art Colour, Fashion and Textile Museum. London © Paola Cacciari

(Articolo originario pubblicato in Cinque mostre per l’Estate a Londra su Londonita)

Londra//Fino al 4 Settembre 2016

Missoni Art Colour

Fashion and Textile Museum

Nomination al Liebster Award

Ok, e anche qui ci siamo arrivati. A trovare finalmente il tempo fisico e mentale per rispondere dopo quasi un mese alla nomination al Liebster Award da parte di Max e Malerin di Spunti Sull’Arte, il cui bellissimo blog invito tutti gli appassionati di arte, musica e spettacolo a visitare. Che dire? Sono davvero lusingata!

untitledSono notoriamente allergica alle catene, ma questa e’ diversa in quanto costituisce un modo per far conoscere nuovi blog agli utenti e quindi ho deciso di partecipare. La nomination prevede che il blog nominato debba rispondere a 11 domande in un articolo del proprio blog, per poi nominare altri 11 bloggers e che a loro volta dovranno rispondere ad 11 domande (etc etc etc). Coloro che volessero partecipare a questa iniziativa devono tener a mente di alcune regole standard come:

– rispondere alle domande di chi nomina;
– formulare ulteriori domande a vostra scelta;
– nominare 11 blog e avvisarli della nomina;
– inserire nell’articolo il logo Liebster Award.

Le domande di Spunti sull’Arte sono le seguenti:

1. Quale è stata l’ispirazione che ti ha portato a scrivere questo blog? A volte me lo chiedo anch’io, che di blog che parlano di arte e di storia dell’arte sparsi per Internet ce ne sono molti e molto belli. Il fatto è che non solo sono una storica dell’arte, ma lavorando in un museo di arte e design Londra sono quotidianamente a contatto con l’arte. E vedo tante, tantissime mostre, per cui quando ho deciso di iniziare il mio blog non ho avuto dubbi sul nome… Fondamentalmente credo che alla base ci sia il bisogno di raccontare al prossimo le mie piccole grandi scoperte, di informare, di dire la mia…

2. In base alla tipologia del tuo blog (approfondimento, diario personale, informativo, poesie, disegni ecc…) quanto tempo dedichi alla stesura di un articolo e alla cura del blog? Dipende da quanto tempo ho a disposizione: un’ora o un’intera giornata. Porto sempre un taccuino con me su cui annoto idee e su cui abbozzo i post che voglio scrivere cosi non li dimentico…

3. Con i tuoi articoli / poesie / disegni, cosa vuoi comunicare ai tuoi lettori? Una delle cose che apprezzo di piu’ degli storici e storiografi britannici è il loro piacere del raccontare la storia, sia essa dell’arte, storia o biografia. Nel mio blog cerco di “raccontare” argomenti di tipo storico e artistico o di vita quotidiana che mi appassionano con lo stesso piacere, cercando di usare un lessico non troppo difficile e alla portata di tutti.

4. Quali sono gli strumenti che usi per pubblicizzare il tuo blog, nel vasto mondo della rete? Sempre che questo possa essere rivelato Con i social networks ho un rapporto di amore/odio. Amore perchè mi permettono di tenere contatti con amici e conoscenti vicini e lontani, odio perchè avolte mi fanno perdere un sacco di tempo. Uso Twitter e la pagina Facebook di Vita da Museo per condividere i miei post una volta pubblicati.

5. Come vedi il tuo blog in u futuro non molto lontano? Prevedi delle modifiche all’impaginazione, alla grafica, oppure l’aggiunta di argomenti nuovi rispetto a quelli precedenti? Puo’ darsi, ma nulla troppo drammatico. Il mio è un blog sui musei di Londra e sulle mostre che vedo e non voglio allontanarmi da quello, ma lo uso anche come portfolio su cui ripubblicaro anche articoli che ho scritto in passato per testate come Exibart e Arttribune e il website Londonita.

6. Quanto per voi è importante l’arte (musica, cinema, fotografia, arte, spettacolo ecc…)? Provate qualche interesse nei confronti di mostre e musei? Vedi sopra… 🙂

7. Rimanendo in ambito artistico, con quale opera d’arte vi identificate? Difficile, anzi difficilissimo. Ho la fortuna di lavorare in un museo magnifico e ogni giorno scopro quella che credo sia la mia opera d’arte preferita o il mio oggetto preferito, almeno per la giornata! 🙂

8. Quale dei nostri articoli ti è piaciuto particolarmente? I fuori tema sono i miei preferiti, ma anche quelli dedicati all’arte tematica.

9. Che tipo di persona sei? Pignola, precisa, amante del bello in tutte le sue forme. E molto, molto curiosa.

10. Ti piace viaggiare? Se si, quale è stata la tua ultima meta? Amo viaggiare anche se da quando abito in Inghilterra i miei viaggi (chiamiamoli così) sono quasi sempre a Bologna a trovare amici e parenti. Quando si vive lontano bisogna fare delle scelte, anche sulle mete. E comunque qualche mini-break con la mia dolce meta’ ci sta. Ultimamente abbiamo fatto tre gg a Palma de Mallorca (che fuori stagione è bellissima) a scoprire la citta’ medievale e ad ingozzarci di Jamon Iberico e Tapas. 🙂

11. Cosa vuoi di più dalla vita? [Non rispondere: un lucano] Continuare ad imparare. Ho scoperto abbastanza tardi l’opera e il balletto e sono una grande appassionata di entrambe queste forme d’arte: una life membership alla Royal Opera House di Londra sarebbe il mio sogno! 🙂 [e comunque di amaro preferisco il Ramazzotti ;)]

E queste sono le mie domande: 

  1. Perché hai deciso di scrivere un blog?
  1. Consideri il tuo blog solo una passione da coltivare nel tempo libero o prevedi degli sviluppi professionali futuri? Se sì quali?
  1. Dove trovi le ispirazioni per i tuoi articoli? E quale degli articoli pubblicati finora ti rappresenta di più?Come nascono i tuoi articoli?
  1. Se frequenti mostre  e musei, qual’è tuo museo (italiano o straniero) preferito?
  1. Arte antica, moderna o contemporanea?
  1. Tra le arti visive (musica, cinema, fotografia, teatro, pittura etc) cosa senti più vicino alla tua sensibilità?
  1. Un edificio che ti piacerebbe aver costruito e perchè.
  1. Il genere letterario che preferisci.
  1. Il libro che vorresti aver scritto (e quello che vorresti non fosse mai stato scritto).
  1. Se potessi/dovessi farlo, in quale paese emigreresti?
  1. Cosa ti piace di Vita da Museo e quale articolo/argomento ti piacerebbe veder trattato nel nostro blog? E che consigli ci dai per migliorarci??

Come detto sopra, per questione di tempo (sempre fsico e mentale) non amo molto le catene per cui non voglio condizionare nessuno nominando gli 11 blog. Lascio invece la porta della nomination aperta a tutti coloro i quali vorranno aderire. Per partecipare basta:

  • Lasciare un commento sotto questo articolo;
  • Seguire il blog
  • Pubblicare un articolo che comprenda il link a Vita da Museo, rispondere alle domande qui sopra, nominare 11 blog e porre altre 11 nuove domande;
  • Pubblicate il distintivo del Liebster Award sul vostro sito web;
  • Avvisate i candidati della nomina e… in bocca al lupo! 🙂

A Londra The Crime Museum Uncovered

Sono un’appassionata di gialli, io. Adoro il NOIR, ho letto gli scandinavi, gli inglesi, i francesi lo spagnolo (che dopo Manuel Vazquez-Montalban non riesco a pensare a nessun altro), gli americani, e naturalmente lui, Andrea Camilleri. Ho visto un numero spropositato di film e telefilm polizieschi, ma nulla mi aveva preparato per quello che avrei visto in Crime Museum Uncovered la mostra del Museum of London, dove tutto ciò che riempe le bacheche è servito nel corso degli ultimi centoquarant’anni ad uccidere, rapire, truffare, spiare qualcuno. È tutto vero. Ed è agghiacciante.

La prima volta che ho sentito parlare del Crime Museum di Scotland Yard è stato l’anno passato, quando mi è capitato tra le mani un giallo di Tony Parsons dal titolo The Murder Bag (titolo italiano L’insonne, ed. Piemme) dove il detective Max Wolfe, impegnato a risolvere una serie di sanguinosi omicidi, ottiene il permesso di visitare il Black Museum di Scotland Yard. Ed è  qui che ho incontrato per la prima volta la Murder Bag, la borsa che contiene il kit della scientifica utilizzato dagli ufficiali di polizia sulla scena del crimine. Fu sviluppato da Sir Bernard Spilsbury, un medico legale britannico noto per il suo lavoro sul caso Hawley Harvey Crippen nel 1924 quando, arrivato sulla scena del delitto, Spilsbury vide un detective che esaminava i resti della vittima a mani nude

A Metropolitan Police 'Murder Bag' from the late 1940's to 50's

Nato (anche se non ufficialmente) nel nel 1874 come strumento di formazione per le reclute e ospitato in modo permanente nella sede di New Scotland Yard, il Crime Museum raccoglie cimeli vari ed eventuali raccolti sotto l’autorità del Prisoners Property Act del 1869 (da oggetti personali appartenenti ai carcerati e mai reclamati, ad elementi di prova) e continua ancora oggi ad essere uno strumento educativo per ‘Bobbies’, ragion per cui non è aperto al pubblico, ma solo alla polizia, alle reclute e ad ospiti speciali. Questa del Museum of London pertanto è la prima (e possibilmente l’ultima) volta che uno qualsiasi degli oggetti della collezione è esposto al pubblico in una mostra.

Visitare questa mostra è un’esperienza che mette tutto in prospettiva. Le corde utilizzate per le impiccagioni, di spessore diverso a seconda del peso del condannato, sono esposte accanto ad un biglietto da visita del boia, residuo di un periodo in cui questa era una professione come un’altra. Nella teca vicina, una delle cassette per le esecuzioni contenente l’armamentario del boia – corde, cappio, ceppi e cappuccio; questa apparteneva alla prigione di Wandsworth e veniva mandata in giro per il Paese a seconda delle necessità. E se ultima esecuzione è avvenuta nel 1964 e dal 1965 l’omicidio non è più un reato capitale (anche se l’incendio del palazzo reale, l’alto tradimento e la pirateria rimangono punibili con la morte), è solo nel 1998 che la pena di morte viene abolita nel Regno Unito. Solo un anno prima di quando sono sbarcata a Londra.

Memorabilia Execution box No.9 from Wandsworth Prison, which was sent around Britain to be used as required

Memorabilia Execution box No.9 from Wandsworth Prison, which was sent around Britain to be used as required

Inevitabilmente, la sezione più grande della mostra è dedicata ai casi di omicidio; di questi, ventiquattro dei casi più famosi accaduti tra il 1905 e il1975, sono qui illustrati con tanto di armi, reperti e prove decisive e fotografie originali (per i casi avvenuti dopo il 1975 si è mantenuto l’anonimato delle vittime). E come spesso mi accade quando visito le sale delle torture dei castelli medievali, mi stupisco davanti all’energia e all’inventiva che l’uomo ha dimostrato di avere nel corso dei secoli nel trovare modi diversi per amazzarsi l’uno con l’altro…

Non mancano le sezioni dedicate alle droghe e agli psicofarmaci, al denaro falso e alla rapina a mano armata e allo spionaggio. Ma essendo donna invevitabilmente la sezione che mi colpisce di più è quella dedicato all’aborto, che da crimine punibile con l’ergastolo nel 1861, in Gran Bretagna viene legalizzato nel 1968 (in Italia la legge è del 1975) anche se solo dopo che un numero altissimo di donne morirono a causa di procedure clandestine malriuscite.

Drugs As well as weapons, police documents and seized goods

E quando penso di aver ormai visto tutto, ecco l’ultima sezione della mostra, quella sul terrorismo. Il 2015 è stato un anno particolamente sanguinoso per quanto riguarda il terrorismo, grazie all’espandersi degli appartenenti al cosidetto califfato dell’IS. Parigi è ancora fresca nella memoria (e comunque una pagina di Wikipedia fornisce la lista di tutti gli attentati avvenuti nel corso dell’anno – ed è una lista lunghissima e geograficamente vastissima…). E inevitabilmente il ricordo va al quel 7 Luglio di dieci anni fa quando cinque esplosioni hanno squarciato il cuore grande di Londra. Vagoni della metropolitana esplosi nei tunnel in Liverpool Street, Aldgate East, King’s Cross, Edgware Road; un autobus esploso in Tavistock Square, il piccolo francobollo di verde a due passi da Russel Square e dal British Museum dove, ogni volta che il tempo lo permetteva, mi rifugiavo a mangiare il mio panino quando andavo a studiare alla biblioteca dell’università durante il mio corso in Museum Studies. Ma quel giorno c’erano solo morti, feriti e dispersi. Ancora adesso quando ci passo davanti, mi fa male solo il pensarci. Una replica dello zaino utilizzato da uno degli attentatori mi  fa agghiacciare il sangue, proprio perché sembra così inoffensivo.

Ci sono filmati d’epoca di attentati dell’IRA, tra cui quello avvenuto il 20 Luglio 1982 in Hyde Park quando un’ordigno è esploso al passaggio dei soldati della Household Cavalry, la guardia del corpo di della Regina Elisabetta II che, dalle caserma di Knightsbridge, si stavano dirigendo a Horse Guards Parade per prendere parte al quotidiano Cambio della Guardia. Quattro soldati e sette cavalli morirono nell’esplosione. E se quel video in bianco e nero pieno di morte e distruzione e di giovani vite spezzate mi ha congelato il sangue, le sette forme sanguinanti dei cavalli, coperte da grandi lenzuoli bianchi mi hanno messo una tristezza infinita. Sin da bambina ho sempre avuto il pallino dei cavalli: da piccola volevo fare il fantino o il veterinario perché se non fossi riuscita a cavalcarli, i cavalli avrei potuto almeno curarli. E se ho abbandonato entrambi quei sogni, la passione per questi animali forti, belli ed eleganti è rimasta più forte che mai. E i magnifici esemplari del reggimento della Household Cavalry, in particolare, fanno parte del panorama di Londra come il Big Ben: distruggerli è come distruggere uno dei monumenti della città.

Horses lay dead among the debris of the Hyde Park bombing in 1982 (PA)

Horses lay dead among the debris of the Hyde Park bombing in 1982 (PA)

Inutile dire che contemporaneità di quest’ultima sezione sul Terrorismo mi ha particolarmente emozionato. Improvvisamente mi sono ricordata che questa mostra non era né un romanzo giallo, né la Torre di Londra – il cui sanguinoso passato è convenientemente confinato alle pagine dei libri di storia. Era tutto vero. Il Crime Museum di Scotland Yard dovrebbe essere aperto al pubblico in modo permanente e la sua visita obbligatoria per tutti, grandi e piccini, per ricordare a noi stessi l’enormità di dolore e di angoscia che noi uomini siamo capaci di infliggere ai nostri fratelli.

Londra//fino al 10 Aprile 2016

museumoflondon.org.uk

Alla Queen’s Gallery i maestri della pittura olandese

Se il buongiorno si vede dal mattino allora il tono di Masters of the Everyday: Duch Artists in the Age of Vermeer è chiaro sin dalla prima sala, che accoglie chi entra con non uno, ma bensì quattro Rembrandt così belli da togliere il fiato. E questa è solo la prima sala!! Ma non so perché mi sorprendo ancora, che ogni volta che varco la soglia della Queen’s Gallery di Buckingham Palace ho la certezza matematica di vedere cose meravigliose. E d’altra parte con una Pinacoteca come quella della Royal Collection a cui attingere uno non si aspetta nulla di meno…

Rembrandt van Rijn Agatha Bas 1641. London, Royal CollectionIl soggetto della mostra, tuttavia, non è così raffinato: ci sono cameriere che scendeno le scale, mogli che spiano i mariti, interni di taverne, gruppi di giocatori di carte. Ma per gli artisti olandesi, la quotidianità di queste scene di genere non significava trascuratezza pittorica e si vede abbondantemente dalla qualità di ogni singolo quadro. Per questa mostra dobbiamo ringraziare quel piantagrane godereccio del Principe Reggente, poi diventato Giorgio IV che amava l’arte olandese come amava le donne e fare baldoria e a cui non importava quanti dipinti straordinari di altrettanto straordinari artisti avrebbe ereditato da suo padre una volta salito al trono: ne voleva di più. E una fortunata combinazione di denaro e ottimo gusto ha fatto il resto…

Ma il legame tra l’Olanda e l’inghilterra ha radici più antiche. Già dall’Epoca Stuart, i sovrani britannici sono sempre stati grandi amanti dell’arte olandese e già Carlo I aveva invitato artisti come Rubens e van Dyck in Inghilterra. Nel corso del XVII secolo le famiglie reali inglese e olandese erano imparentate e il risultato di queste unioni è Guglielmo III d’Orange, meglio noto come Guglielmo d’Inghilterra che insieme alla moglie Maria, la figlia protestante del cattolico Giacomo II, nel 1688 viene invitato dal Parlamento a salire al trono. Un’evento passato alla storia come Gloriosa Rivoluzione – dove l’aggettivo gloriosa non sta ad indicare grandi episodi di valore militare, ma al fatto che avvenne senza spargimenti di sangue né massacri e stabilì un equilibrio tra potere parlamentare e potere regio. La monarchia costituzionale che conosciamo oggi nasce da qui.

Quando la storia non è raccontata nella scena, lo è nei dettagli. E il livello di realismo è stupefacente e potrei restare ore ad osservare i piccoli dettagli di ogni scena e con più i quadri sono piccoli con più i particolari sembrano moltiplicarsi: la luce che si riflette su ogni acino d’uva che abita il cestello di una giovane contadina, o le cipolle tagliate di fresco della giovane dipinta da Gerrit Dou. E come non faceva distinzione tra pittori olandesi e fiamminghi, il nostro Giorgio IV non distingueva tra arte aulica e scene di genere, che lui ammirava la maestria e destrezza ovunque la vedesse – si trattasse di un ritratto di Rembrandt, di una scena da taverna di Jan Steen o una cucina di David Teniers il Giovane.

The Interior of a Kitchen with an Old Woman Peeling Turnips c. 1640-44 Royal Collection Trust© Her Majesty Queen

David Teniers the Younger, The Interior of a Kitchen with an Old Woman Peeling Turnips c. 1640-44. Royal Collection Trust© Her Majesty Queen

Ma d’altra parte a nessuno sano di mente verrebbe in mente di considerare la Lezione di musica di Jan Vermeer pittura di Serie B, no? Certemente non lo pensava Giorgio III, che lo comprò nel 1762 (anche se crendedolo un Frans van Mieris…). Adoro Vermeer, l’ho detto e ripetuto più volte in questo blog (vedi post Vermeer and Music). E lo adoro in particolare quando dipinge qualcuno impegnato a afre musica – anche se la rappresentazione di strumenti musicali non è una prerogativa solo sua, ma di moltissimi artistia dell’Età d’Oro della pittura olandese. Qui, una donna di spalle suona la spinetta, mentre un uomo, in piedi, l’ascolta. Nello specchio sopra la spinetta la luce bianca che entra dalla finestre illumina il viso assorto della giovane. È un momento di pausa, uno di quei momenti di totale immobilità in cui la vita è sospesa nell’aria prima di ricominciare il suo scorrere. E noi che osserviamo da fuori possiamo solo starcene buoni buoni con il fiato sospeso per non disturbare.

Johannes Vermeer - Lady at the Virginal with a Gentleman, 'The Music Lesson' London, Royal Collection

Johannes Vermeer – Lady at the Virginal with a Gentleman, ‘The Music Lesson’ London, Royal Collection

Ma la cosa più sorprendente è che quello di Vermeer non è neppure il quadro più bello della mostra. Sulla stessa parete, ai lati della Lezione di musica sono due scene di vita quotidiana di Pieter de Hooch. Sono La filatrice (1657) e I giocatori di Carte (1658). Qui, immersi nella luce dorata del crepuscolo, persone normali fanno cose normali. Eppure questi squarci di normalità sospesi nella calma perfetta della tela racchiudono tutta la magia di un’epoca.

Card Players in a Sunlit Room by Pieter de Hooch (1658) London, Royal Collection

Card Players in a Sunlit Room by Pieter de Hooch (1658) London, Royal Collection

Londra// fino al 14 Febbraio 2016

The Queen’s Gallery, Buckingham Palace Rd, London SW1A 1AA

royalcollection.org.uk

I ritratti di Goya alla National Gallery

Che Francisco José de Goya y Lucientes (1746-1828) fosse un mago del pennello non è una novità: i suoi dipinti sono capolavori di tecnica, oltre che brillanti spaccati di storia sociale.Nel corso degli anni non sono mancate le mostre dedicate al Goya pubblico o privato, giovane o vecchio, alle Pitture Nere e ai disastri della guerra, come quella che di recente si è tenuta alla Courtauld Art Gallery dedicata alle Streghe e vegliarde dei suoi album privati. Ma questa della National Gallery è la prima dedicata interamente ai suoi ritratti, così nuovi e audaci.

Il linguaggio pittorico di Goya cambia a seconda del soggetto e diventa di volta in volta morbido e gradevole o incisivo e grafico, mentre la pennellata si fa densa e compatta o larga e sciolta, come quelle del Modernismo che Goya presagisce. E questo è vero soprattutto per i suoi numerosi autoritratti, dove il nostro pittore sembra assumere molteplici personalità, che Goya non era sempre lo stesso pittore. La consistenza infatti non sembra essere stata il suo forte, che ci sono momenti in cui sembra che il nostro eroe perda interesse per quello che sta dipingendo, dimenticando le proporzioni e concentrandosi su dettagli, come se la fibbia di una scarpa fosse infinitamente più interessante della faccia di qualche nobiluncolo di secondo grado.

Self-Portrait Before an Easel, 1792-5 © Museo de la Real Academia de Bellas Artes de San Fernando, Madrid

Self-Portrait Before an Easel, 1792-5 © Museo de la Real Academia de Bellas Artes de San Fernando, Madrid

Ma è il realismo senza filtri di Goya che fa sì che i suoi ritratti siano di volta in volta bizzarri, poco lusinghieri, volutamente imbarazzanti, persino apertamente sconcertanti. Goya era il ritrattista di corte (il primo dopo Velázquez ad ricoprire questo ruolo) e, considerato che il suo lavoro era dipingere la famiglia reale spagnola e gli aristocratici nel modo più lusinghiero possibile, i suoi soggetti sono dipinti in modo totalmente privo dell’abituale tendenza al “ritocco”allora così in voga tra le classi elevate. D’altronde l’adulazione era un’anatema per Goya e nei suoi quadri si puo’ stare certi che un naso a patata sarebbe rimasto un naso a patata, indipendentemente dalla posizione nella gerarchia sociale del suo proprietario.

Quando ritrae La famiglia di Carlo IV, Goya pone la figura della regina Maria Luisa di Borbone-Parma al centro della composizione, in quanto agli occhi del pittore (e non solo ai suoi) era lei a rappresentare la vera potenza della famiglia reale, non Carlo IV che il pittore sembrava considerare un po’ lento di comprendonio, ma per cui  sembra avere una certa simpatia.

Francisco Goya Portrait of the Duke of Wellington

Francisco Goya Portrait of the Duke of Wellington, 1812–14. National Gallery, London

Ma quando Goya ammira e rispetta un personaggio, lo si vede chiaramente. Il Duca di Wellington , che entrò a Madrid nel 1812 acclamato dalla gente, ci guarda con occhi attenti. Abituata come sono all’altera versione di Thomas Lawrence, devo dire che il duca qui sembra incredibilmente umano – una nervosa energia compressa dietro quegli occhi grandi, quasi tondi, spalancati sul mondo. Qui tutta l’attenzione è nello sguardo e il resto è  appena accennato, comprese le sue medaglie.

Francisco Goya, General Nicolas Philippe Guye 1810 © Virginia Museum of Fine Arts

Francisco Goya, General Nicolas Philippe Guye 1810 © Virginia Museum of Fine Arts

Lo stesso si può dire dal ritratto di General Nicholas Philippe Guye, uno dei generali più importanti di Napoleone, Guye era arrivato in Spagna per assumere il governo di Siviglia e combattere la guerriglia spagnola e che nel ritratto di Goya è vivo e pulsante, con le labbra socchiuse lo sguardo pensoso sotto un ciuffo di riccioli scuri. Mi sembra chiaro che Goya ha per questi due uomini un grande rispetto.

Portrait of Ferdinand VII, Francisco Goya, 1814. Museo del Prado, Madrid, Spain

Portrait of Ferdinand VII, Francisco Goya, 1814 Museo del Prado, Madrid, Spain

Al contrario, Ferdinando VII sembra la caricatura di uno gnomo vestito da Re per Carnevale. Il suo disprezzo per il fautore della Restaurazione spagnola è palpabile. Paradossalmente pare che il sovrano avesse apprezzato il ritratto. Stupidità o senso dell’Umorismo? A voi la scelta…

Londra// fino al 10 Gennaio 2016

National Gallery

nationalgallery.org.uk