Hamlet @ Harold Pinter Theatre (Almeida Transfer)

Come dice il bravissimo Rory di All Theatre Reviews, Amleto non ha bisogno di presentazioni. Se poi oltre al genio di Shakespeare si unisce il fatto che a vestire i panni del nevrotico Amleto c’era Andrew Scott, il terribile Jim Moriarty nemesi dello Sherlock interpretato da Benedict Cumberbatch, si capisce che la combinazione era troppo golosa per lasciarsela scappare. Davvero un’esperienza.

All Theatre Reviews

Hamlet @ Harold Pinter Theatre

Monday 19/06/17

Cast Includes Andrew Scott, Juliet Stevenson and Angus Wright

Running Time: 3 hours 30 mins, inc. Interval and ‘Pause’

 

Hamlet needs no introduction. As Shakespeare’s longest work, and yet one of those most appealing to actors, it has recently been frequently revived in the West End – the past few years have seen David Tennant and Benedict Cumberbatch both take on the part. It is Cumberbatch’s Sherlock co-star Andrew Scott who takes on the role in this production that has transferred from the Almeida with direction by Robert Icke.

One of the first and most major things to comment on is Scott’s central performance, which is truly amazing. He makes the verse sound fresh and spontaneous, giving the piece a true vitality throughout, with each major speech being made his own. He also manages to inject a lot of humour in the…

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Addio a Martin Roth, cittadino europeo

Ha fatto molto discutere: il primo direttore non British alla guida di un museo britannico e per lo più tedesco. Per un museo che porta ancora (volutamente) sui muri vittoriani che si affacciano su Exhibition Road i segni delle bombe della Seconda Guerra Mondiale c’era da inorridire. Eppure Martin Roth ha lasciato un grande vuoto quando nell’Ottobre del 2016 ha lasciato il Victoria and Albert Museum (V&A) di Londra dopo soli cinque incredibili anni. Con lui il Museo ha superato i 3 milioni di visitatori grazie anche a mostre come David Bowie Is, Alexander McQueen e l’attuale blockbuster da tutto esaurito The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains (per non parlare di quella dell’autunno prossimo Opera, Passion, Power). Per non parlare dell’apertura delle sale dedicate all’Europa (a cui all’epoca avevo dedicato un post intitolato Europa, che passione! che trovate qui) in un momento in cui l’Europa non era mai stata così impopolare e mille altri progetti la cui realizzazione andava molto oltre i confini del Canale della Manica, quei confini voluti da chi voleva che la Gran Bretagna ritornasse ad essere un isola e basta.

Alto, impettito e imponente, sempre elegantissimo e con un ciuffo di capelli candidi e (a volte) un’altrettanto candida barba, Martin Roth era nonostante tutto una persona estremamente informale. Sempre gentile ed affabile, sempre pronto al sorriso e alla battuta con tutti quelli che incrociava lungo le sale del museo con quel suo inglese perfetto dal leggero accento tedesco, il mio tedesco preferito non poteva essere più diverso dal direttore precedente, una figura ascetica e remota che non parlava con nessuno. In un articolo di Novembre il quotidiano conservatore The Telegraph aveva scritto che a Martin Roth il museo non piaceva e lui non piaceva al museo (anche se la settimana dopo lo stesso Telegraph ha scritto che Roth è stato il direttore più di successo del V&A – l’articolo è qui). Vero o no, il grande tedesco era molto amato da noi Gallery Assistants e da tutti quelli del nostro dipartimento per cui era semplicemente “Martin”.

Aveva deciso di andarsene in Ottobre, dopo aver assicurato al V&A il titolo di Museum of the Year 2016 il premio per il migliore museo dell’anno assegnato dall‘Art Fund (l’organizzazione indipendente fondata nel 1903 che non riceve aiuti governativi, ma affida la sua sopravvivenza agli abbonamenti di soci e donazioni pubbliche il cui scopo è raccogliere di fondi per aiutare l’acquisizione di opere d’arte per la nazione) adducendo come ragioni la disillusione di un’Inghilterra post-Brexit e il suo timore per l’ascesa dell’estrema destra nella sua nativa Germania, dove voleva ritornare per essere una figura più attiva nel panorama politico e culturale. Per lui che si era sempre considerato essendosi sempre sentito cittadino europeo, la Brexit era stato un colpo basso, una cosa che non aveva esitato a definire “orribile”.

Ogni tanto lo cercavo su Google per vedere come stava e cosa faceva, come si segue un parente lontano ma sempre caro e la notizia della sua morte il 6 Agosto a soli 62 anni per una forma molto aggressiva di cancro mi ha rattristato moltissimo.  Ricorderò sempre la sua calda stretta di mano e quegli occhi profondi e curiosi con cui osservava tutto e tutti. “E’ stato un piacere lavorare con te…” gli ho detto alla sua festa di addio. E lo pensavo davvero. Lo penso ancora. Anzi, è stato un onore. #RIPMartinRoth

Martin Roth (1955-2017)

Martin Roth (1955-2017)

Il sole di South Bank

Oggi è stato un giorno dedicato all’improvvisazione. Indecisa sul cosa fare, ma decisa a fare qualcosa che non fosse restare a casa a fare le pulizie, che chi vive al Nord impara a non dare mai il tempo e la temperatura per scontati, sono salita sul primo autobus che è passato e mi sono diretta verso il fiume.

Che quando sono in dubbio sul cosa fare, per me c’è una sola risposta: andare a fare un giro a South Bank. Soprattutto con una giornata di sole come questa. Non sono una grande appassionata di arte contemporanea, ma la Tate Modern abita una posizione benedetta lungo la riva Sud del Tamigi e la mostra su Alberto Giacometti è stata una piacevole rivelazione che mi è piaciuta molto più di quanto mi aspettassi. Sono poi salita al decimo piano del nuovo edificio, la Switch House progettato da Herzog & de Meuron dove dall’alto dei suoi 65m la terrazza panoramica offre una magnifica vista del cupolone di St Pauls’ Cathedral e dello Shard il bellissimo grattacielo di RenzoPiano (e dell’interno degli appartamenti dalle vetrate immense dei ricconi circostanti, ma non credo questo fosse previsto…)

Saint Paul's Cathedral from Tate Modern. London, 2017. Photo by Paola Cacciari

Saint Paul’s Cathedral from Tate Modern. London, 2017. Photo by Paola Cacciari

View from Tate Modern, London 2017 © Paola Cacciari

View from Tate Modern, London 2017 © Paola Cacciari

Ho camminato pigramente lungo una South Bank immersa nel sole, piena di buskers, turisti e gente varia ed eventuale che si godeva la giornata, mentre i soliti artisti creavano sculture di sabbia sulla “London Beach”…

South Bank, London 2017 © Paola Cacciari

South Bank, London 2017 © Paola Cacciari

… sono passata davanti all’ingresso del Royal National Theatre, detto semplicemente The National, che in realtà sono tre teatri, l’Oliver Theatre, il più grande modellato sulla base del teatro greco di Epidauro che prende il nome di Lawrence Oliver il suo primo direttore artistico, il Lyttelton Theatre e il Cottesloe Theatre, e la cui pesante struttura di cemento armato realizzata da Denys Lasdun costruita nel 1976, si trasforma quando esce il sole in una terrazza-bar con tanto di sedie a sdraio e chioschi che vendono di tutto, dai panini ai gelati, ai drinks…

National Theatre, South Bank, London 2017 © Paola Cacciari

National Theatre, South Bank, London 2017 © Paola Cacciari

Ma per me la terrazza per eccellenza è quella della Royal Festival Hall, una delle più grandi sale da concerti di Londra, nonchè l’unico edificio rimasto del Festival of Britain del 1951, il grande festival che propose il nome per il lavoro di ricostruzione del sito urbano nel dopoguerra, e oggi particolarmente affollata dal pubblico domenicale.

Royal Festival Hall, South Bank, London 2017 © Paola Cacciari

Royal Festival Hall, South Bank, London 2017 © Paola Cacciari

Il South Bank Centre è uno dei posti che amo di piu’ in assoluto di Londra. Oltre alla suddetta Royal Festival Hall e al già citato National Theatre, questo grande complesso architettonico comprende anche altre due sale da concerti di dimensioni piu’ piccole, la Queen Elizabeth Hall e la Purcell Room (entrambe inaugurate nel 1967) e The Hayward Gallery (1968), mentre nelle vicinanze ci sono i cinema del BFI Southbank (conosciuto dal 1951 al 2007 come National Film Theatre) e BFI IMAX. Nel foyer della Royal Festival Hall ci sono spesso mostre di buon livello, festival lettarari e performaces musicali spesso gratuite.

E cosa c’e di meglio di sedersi ad un tavolo con una birra fresca e il giornale e guardare l’umanità varia ed eventuale di questa incredibile città impegnata a godersi la giornata? Nice! 🙂

 

Things organized neatly

Una collega che sta cambiando casa, sta temporaneamente da un’amica. “… è tanto cara…” mi dice con un sorriso indulgente. “Ma è un po’ OCD (Obsessive-compulsive disorder, n.d.r). Pensa che sistema sempre gli asciugamani nel bagno dopo che qualcuno li ha usati!” La cosa mi sorprende. Non che qualcuno raddrizzi gli asciugamani sul portasciugamani, ma che qualcuno possa trovarlo bizzarro. Non mi era mai venuto in mente che questo gesto così semplice potesse essere considerato da altri, al limite del maniacale. Perché io non solo raddrizzo gli asciugamani, ma stendo il bucato simmetricamente (mi piace vedere il calzini in coppia e le magliette prive di pieghe) e nella mia biblioteca a parte i cataloghi delle mostre, non ci sono edizioni in brossura perché la loro irregolarità mi rovina l’estetica. Sono da ricoverare? Non avrei mai pensato che l’eredità della psicanalisi freudiana facesse guardare con sospetto coloro a cui piace mettere in ordine decrescenti i piatti nella rastrelliera, la spesa sul nastro alla casse, e in frigo i barattoli delle salse con l’etichetta in vista. Perché non sono la sola. Recentemente leggendo un articolo sul Guardian ho scoperto che esiste un blog che si chiama Things organized neatly, che abbonda di fotografie di stanze in perfetto ordine e di asciugamani perfettamente allineati, un po’ eccessivo a dire il vero, sa vagamente di porno per maniaci ossessivi-compulsivi, ma rende l’idea. Ho anche scoperto che esiste un termine per la mania di mettere in ordine: to knoll, inventato nel 1987 da un tal Andrew Kromelow che voleva una superficie di lavoro (disegnava mobili) organizzata in modo da permettergli di vedere tutti gli oggetti che c’erano sopra in un colpo solo.
Sono stata una knoller per anni senza saperlo! Ma la mia dolce metà non è convinto, per lui sono OCD. Mi permetto di dissentire. Che mentre chi ha un disturbo ossessivo-compulsivo non prova piacere nel fare le cose che fa, ma solo un bisogno compulsivo di farle, a me mettere in ordine piace. Se non altro per controbilanciare il casino mentale che mi attanaglia e tenere l’ansia sotto controllo. Nel computer ho un file per tutto, nella scrivania una cartelletta: ogni cosa è al suo posto e quando la si cerca la si trova. Ironicamente i maniaci dell’ordire finiscono sempre in coppia con chi non lo è (il cassetto del comodino della mia dolce metà – a cui non mi è permesso avvicinarmi- pare la borsa di Mary Poppins o il gonnellino di Eta Beta). E se non posso fare nulla per cambiare lui, posso almeno organizzare il suo disordine. Con buona pace di tutti e due…

Noi non abbiamo paura

we-are-not-afriad

Ok, magari un pochino spaventati lo siamo. Noi, i londinesi dico che dopo 18 anni mi considero tale. Ma ce lo aspettavamo. Sapevamo che prima opoi sarebbe accaduto anche se non sapevamo quando. E l’ha fatto. Oggi.

I mei pensieri vanno alle famiglie di coloro che sono morti nell’attentato, al poliziotto che ha cercato di fermare il terrorista e ai poveretti che si trovavano a passare su Westminster bridge nel disgraziato momento in cui quel dannato ha deciso di cominciare a falciare i pedoni. E anche ai miei ex colleghi e amici che lavorano al Parlamento, non come politici, giornalisti o che, ma facendo il mio stesso lavoro, a contatto con il pubblico, facendo tours, accogliendo i turisti. Stanno tutti bene. Stiamo tutti bene.

Sono preoccupata, che temo non sia finita qui. Temo ce ne saranno altri. Ma non sono spaventata. Troppo facile e Londra è troppo bella e troppo viva. Io non ho paura.

Il Bunga Bunga arriva a Londra. E raddoppia.

Che l’Italia fosse famosa nel mondo per il cibo, le scarpe, l’opera, il Rinascimento, la Ferrari e molto altro, si sapeva. Ma ora siamo anche ricordati per i bunga-bunga party del nostro (in)glorioso ex-Presidente del Consiglio che ha fornito l’idea per un locale, il Bunga-Bunga ristorante e pizzeria e karaoke bar. Appunto.

Bunga-bunga pizzeria
Aperto nel 2011 a Battersea, nella zona Sud-Est di Londra, il locale ha continuato la sua fiorente attività nonostante le dimissioni di Berlusconi. Qui baristi vestiti da gondolieri servono cocktail in bicchieri in forma di Fiat Cinquecento, di Colosseo o del faccione dello stesso Berlusconi, la cui effige pare serva anche per indicare  il bagno degli uomini, mentre quella di Donatella Versace quella delle signore.
E se pare che il cibo non sia male (almeno a sentire la critica del Telegraph) e conti tra i suoi affezionati avventori persino il Principe Harry, solo l’idea di una pizza “Ruby Rubacuori” o “Italian Stallion” basta da sola a farmi passare la fame…
Ma a dispetto di chi come me arriccia il naso davanti a questo ristorante “a tema” che in pratica è un inno allo stereotipo, il successo del Bunga Bunga è stato tale da indurre i gestori del locale, Charlie Gilkes and Duncan Stirling, i fondatori di Inception Group, a ripetere l’esperimento con un secondo ristorante nella centralissma Drury Lane a due passi da Covent Garden, che aprirà ufficialmente i battenti il 13 Gennaio 2017.
Chi è interessato trova tutte le informazioni qui. E auguri…

Le regole del gioco

Bagel-006

Sono sempre stata convinta che leggendo i trafiletti dei giornali si aprono illuminanti squarci di sociologia. Come quello di una professoressa di lingua e letteratura inglese che si  è fatta cacciare da uno Starbucks caffè in Manhattan perchè colpevole di essersi rifiutata di adeguarsi all’etichetta linguistica usata dalla catena di Americana. La suddetta proff. si era rifiutata di specificare nel suo ordine di un bagel se lo voleva without butter and cheese (senza burro o formaggio). La signora si è infuriata dicendo che il fatto che lo volesse senza burro o formaggio era già implicito nel fatto che avevese ordinato il suo bagel plain (semplice)  e per questo ha accusato lo staff dietro il banco di fascismo linguistico.

Ora, pur comprendendo le ragioni della proff. americana e la sua esasperazione davanti alla riluttanza del barista di servirla se non ripeteva la frase correttamente, la sua reazione mi pare un tantino esagerata. Che lavorando da anni nel cosiddetto customer service non posso che simpatizzare con lo staff di Starbucks. Perchè – che ci piaccia o no- ogni ambiente (lavorativo e non) posssiede un gergo, regole linguistiche che diventano parte della comunicazione quotidiana. Il problema incorre quando questo gergo, chiarissimo ai cosiddetti  “addetti ai lavori”, ma un po’ meno chiaro a chi non fa parte dell’ambiente e ci capita una volta tanto, diventa una barriera alla comunicazione. Barriera che potrebbe facilmente essere superata con un po’ di buona volontà da entrambe le parti. Che lo so per esperienza, visto che rischio la stessa reazione della sudetta proff. americana ogni volta che al museo qualcuno mi chiede -chessò- dov’è il ‘dipartimento’ di ceramica. Che per amor di esattezza (e per evitare a mia volta irate ripercussioni da parte di qualche fanatico che poi magari ritorna indietro, ripercorrendo l’edificio nella sua intera lunghezza, solo per farmi una scenata) devo chiedere se intendono gli uffici (ceramics department) o la galleria vera e propria (ceramics gallery). Che essere precisi non significa necessariamente essere pedanti. Ma questo certa gente non lo capisce e pensa che io sia: a) una forestiera tonta; b) mi diverta a far loro perdere tempo; c) all the above. Che alla fine io sto fornendo un servizio e se chi mi interpella per usufruire di questo servizio non si adegua (almeno un pochino) alle regole del gioco mettendomi in condizione di fare il mio lavoro non è colpa mia.  Che se ci si venisse un po’ incontro nelle piccole cose della vita sarebbe tutto più facile…

È un peccato leggere o non leggere?

“È un peccato leggere o non leggere?” Io sono una lettrice accanita, per me il peccato e’ certamente non leggere… E voi cosa ne pensate?

Il colore di Casa Missoni al Fashion and Textile Museum

Da sempre sinonimo di colore, filati morbidi e maglioni avvolgenti, il nome Missoni è anche e soprattutto, una bella storia famigliare. Una storia iniziata nel 1948 con un improbabile incontro avvenuto proprio a Londra tra una Rosita appena diciassettenne in vacanza-studio, e l’atleta Ottavio Missoni che si trovava nella capitale britannica per competere nei 400 metri a ostacoli alle Olimpiadi. Cinque anni dopo il galeotto incontro londinese, i due sono sposati e danno vita all’incredibile sodalizio creativo ancora oggi più vivo che mai, grazie all’entusiasmo di figli e nipoti.

Ottavio e Rosita Missoni. Photo Giuseppe Pino, 1984

Ottavio e Rosita Missoni. Photo Giuseppe Pino, 1984

Con Missoni Art Colour, la prima grande mostra dedicata all’azienda di Gallarate, il Fashion and Textile Museum esplora l’influenza di pittori modernisti del XX secolo come Sonia Delaunay, Lucio Fontana e Gino Severini sull’estetica creativa del marchio Missoni. In esposizione, disegni tessili inediti, bozzetti e arazzi di grande formato e capi finiti che raccontano i sessant’anni della storia dell’azienda e sono esposti accanto ai capolavori tratti provenienti in gran numero dal Museo d’Arte di MAGA di Gallarate.

Missoni Art Colour, Fashion and Textile Museum. London © Paola Cacciari

Missoni Art Colour, Fashion and Textile Museum. London © Paola Cacciari

Descrivere questa mostra come una festa di colore non rende giustizia alla creatività e al lavoro dell’azienda, che c’è molto di più in Missoni del semplice colore: ci sono passione, dedizione, ricerca, ispirazione e soprattutto tecnica artigianale. E nonostante il rumore dei macchinari di fabbrica che fanno da sottofondo alla mostra, uno esce stranamente calmo, ancora mentalmente avvolto da tanta morbidezza. 🙂

Missoni Art Colour, Fashion and Textile Museum. London © Paola Cacciari

Missoni Art Colour, Fashion and Textile Museum. London © Paola Cacciari

(Articolo originario pubblicato in Cinque mostre per l’Estate a Londra su Londonita)

Londra//Fino al 4 Settembre 2016

Missoni Art Colour

Fashion and Textile Museum