Erika Fatland | Sovietistan. Un viaggio in Asia Centrale

Nel 2018 il Victoria and Albert Museum ha ospitato una mostra straordinaria dal titolo Fashioned from Nature, sul rapporto tra moda e natura dal 1600 ai nostri giorni. Ho passato molto tempo ad invigilare all’interno della mostra e ho avuto modo di apprendere molte cose inquietanti, come per esempio che la scomparsa del Mare di Aral è uno dei più grandi disastri ambientali legati all’industria dell’abbigliamento.

Quello che una volta ospitava migliaia di pesci e di animali selvatici è ora un vasto deserto dove i cammelli si muovono su quello che era un tempo il fondo del mare. La ragione della sua scomparsa è semplice: i fiumi che un tempo sfociavano in questo mare interno sono stati deviati deviati per irrigare i campi di cotone e rifornirli d’acqua. Inutile dire che questo cambiamento ambientale di dimensioni apocalittiche ha finito con l’influenzare tutto, dalle stagioni con estati più calde e inverni più rigidi, alla salute della comunità locale che si trova a far fronte alla mancanza d’acqua di vegetazione. La cosa che ho trovato più sconvolgente però, è stato lo scoprire che la produzione del Denim necessario per il mio paio di jeans preferito ha consumato 7,600 di litri d’acqua. A causa della produzione di tessuti di contone una superficie d’acqua delle dimensioni dell’Irlanda è scomparsa nel giro di 40 anni.

Di questo e di molte altre cose racconta l’affascinante ‘Sovietistan‘ dell’antropologa sociale norvegese Erika Fatland, la cui recensione ri-bloggo felicemente da Il Giro del mondo attraverso il Libri. Buona lettura! 🙂

Il giro del mondo attraverso i libri

Gli abitanti dell’Asia centrale non hanno mai vissuto isolati, ma attraverso i millenni hanno avuto a che fare con eserciti invasori provenienti da est e da ovest, da nord e da sud. Gruppi etnici sono arrivati a piedi da tutti i punti cardinali (…) La caratteristica distintiva dell’Asia centrale è stata, appunto sempre la sua posizione centrale, nel cuore dell’Asia, tra l’Europa e l’Asia (…) È questo destino, questa posizione, questo afflusso di genti e di idee, ad aver fatto sì che città come Samarcanda, Bukhara e Merv siano diventate ai loro tempi fiorenti centri del sapere. I decenni sotto il governo sovietico, quando l’Asia centrale costituiva la periferia dell’impero e per giunta era chiusa dietro rigide barriere di filo spinato, costituiscono (…) un’anomalia nella sua storia [Sovietistan. Un viaggio nell’Asia Centrale, Erika Fatland, trad. E. Kampamann]

Erika Fatland è un’antropologa sociale norvegese che nel corso di due viaggi, durati…

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UNA STANZA PER DUE. JOHN STEINBECK E ROBERT CAPA

USSR. Moscow. August-September, 1947. Robert Capa and John Steinbeck.

Ho letto Diario Russo nel 2018 e l’ho amato moltissimo, così non ho saputo resistere il ribloggare questo post di NonSoloProust. Enjoy! 🙂

Mosca, Settembre 1947. Robert Capa fotografa John Steinbeck in uno specchio. Foto Robert Capa (Fonte) Nel 1947 John Steinbeck (futuro Premio Nobel per la Letteratura nel 1962) fece assieme a Robert Capa, il fotografo ungherese fondatore dell’Agenzia Magnum, considerato oggi il più grande fotoreporter della Seconda Guerra mondiale e divenuto vera e propria leggenda […]

UNA STANZA PER DUE. JOHN STEINBECK E ROBERT CAPA

Lost London – William Blake’s birthplace, Soho…

William Blake’s house in Soho, an illustration by  Frederick Adcock, published in ‘Famous houses and literary shrines of London’ (1912) and written by Arthur St John Adcock. William Blake, one of the UK’s most lauded artists and poets, was born in a property at 28 Broad Street (now Broadwick Street) in Carnaby Market, Soho, on […]

Lost London – William Blake’s birthplace, Soho…

Una nuova guida per Bologna, un viaggio tra storia e cultura

Bologna: città d’arte e di cultura, affascina ed attrae visitatori da tutto il mondo per le sue bellezze storiche e artistiche. Da sempre turisti e studenti si aggirano per le strade del centro storico, tra i caratteristici portici e scorci suggestivi, forse spesso ignari della storia in cui sono immersi. Bologna è una città così […]

Una nuova guida per Bologna, un viaggio tra storia e cultura

Sognando il Cotswolds

Piantina Cotswolds
Cotswolds © Natural England copyright 2012.

Colline ondulate, boschi rigogliosi, pittoreschi villaggi ed eleganti palazzi color miele.
No, non stiamo parlando di Downtown Abbey o di un episodio dell’Ispettore Barnaby (che pure sono stati ambientati da queste parti), ma dell’Inghilterra da cartolina, quella tutta fiori, ponticelli e ruscelli illustrata sulle vecchie scatole di cioccolatini. Insomma, del Cotswolds.
Designata come Area of Outstanding Natural Beauty (AONB) nel 1966, il Cotswolds si srotola sopra una superficie di 2.040 km2, attraverso le sei contee di Gloucestershire, Oxfordshire, Wiltshire, Somerset, Worcestershire e Warwickshire. Sulla mappa appare come un’area a forma di losanga allungata, compresa approssimativamente tra le città di Stratford-Upon-Avon a Nord, Bath a Sud, Gloucester e Cheltenham ad Ovest, e Oxford a Est.

Cotswolds landscape by Saffron Blaze

Origini del nome Cotswolds

Non si sa per certo da dove derivi il nome Cotswolds.
Tra le numerose spiegazioni, quella più comunemente accettata sostiene che derivi dall’unione di “cot” inteso come “recinto per le pecore”, e “wold” che significa “collina” – quindi, qualcosa come ‘recinto per le pecore sulle dolci colline’. Il che, visto che la regione deve la sua ricchezza al commercio medievale della lana, sembra più che appropriato.
La lana pregiata prodotta dalla razza di pecore “Cotswold Lion” era apprezzata in tutta Europa ed era la merce di esportazione più importante durante il Medioevo. I numerosi mercanti fiamminghi e italiani che popolavano i mercati dell’Inghilterra medievale, acquistavano la lana grezza nei mercati locali, che poi spedivano via mare nelle Fiandre o in Italia per essere lavorata. E dato che nel XIV secolo la lana rappresentava il 50% dell’economia nazionale, non sorprende che il grande cuscino imbottito e ricoperto di panno rosso privo di braccioli che costituisce il seggio ufficiale del Lord Speaker della House of Lords nel Palazzo di Westminster, sia chiamato Woolsack – letteralmente “sacco”, o “balla di lana.

Ancora oggi l’antica ricchezza dell’area si riflette nell’architettura religiosa della regione, le cui chiese imponenti sono realizzate nello stile gotico perpendicolare prediletto nell’Europa del Nord tra il XIV e il XVI secolo.
Le abitazioni civili, invece, sono spesso costruite con la pietra calcarea locale sono caratterizzate da tetti a due spioventi di pietra o tegole. Il colore della pietra utilizzata varia in base alla posizione geografica dell’abitato, con la pietra color miele usata nel nord e nordest, quella dorata comune al centro della regione, e quella perlata associata a Bath, tipica del sud dell’area.

Castle Combe, Cotswolds. By Saffron Blaze

I Villaggi del Cotswolds

I villaggi del Cotswolds sono numerosi e tutti offrono qualcosa di particolare all’occhio del visitatore curioso.
Da Bourton-on-the-Water con i suoi caratteristici ponti bassi sul fiume Windrush, che attraversa il centro della città, alle pittoresche locande in legno di Winchcombe, a quella piccola gemma dell’architettura medievale (risale al XII secolo) che è Chipping Campden.
E se William Morris, il celebre scrittore, designer e socialista e padre dell’Arts and Crafts, definì Bibury “il villaggio più bello d’Inghilterra”, da non perdere è anche il pittoresco villaggio di Broadway, punteggiato da negozi di antiquariato e deliziose sale da tè, e nelle cui vicinanze sorge la bizzarra Broadway Tower, una una torre di 17 metri a forma di castello sassone, ideata tra il 1798-1799 da due grandi architetti dell’epoca, Capability Brown e James Wyatt per Lady Coventry.

Broadway Tower, Cotswolds. By MykReeve

Oltre ai magnifici resti termali della più famosa Bath, gli appassionati di storia romana non vorranno farsi scappare una visita a Cirencester, l’antica Corinium romana, le cui origini risalgono invece al I secolo d.C.
Situata sulla Fosse way, una delle più importanti strade romane, costruita tra il I e il II o secolo d.C. per collegare Exeter con Lincoln, Cirencester era probabilmente la più grande città della Britannia romana dopo Londinium (Londra), come attestano i resti di numerose ville e accampamenti militari ritrovati nell’area.
Le mura racchiudevano una città di 240 acri (100 ettari) e scavi archeologici hanno riportato alla luce i resti di una basilica romana, di un anfiteatro e di numerose ville dalla ricca decorazione a mosaico, ora esibiti nel Corinium Museum insieme ad una vasta e interessantissima collezione di antichità della Britannia romana.

Le Dimore Storiche nella campagna del Cotswolds

La splendida campagna del Cotswolds vanta alcune delle dimore storiche e dei giardini più belli e meglio conservati del paese, a cominciare dal sontuoso Blenheim Palace. Situato al limitare della cittadina di Woodstock, vicino a Oxford, questo grandioso palazzo barocco fu costruito nel XVIII secolo per il generale John Churchill, il I Duca di Malborough come ricompensa la sua decisiva vittoria nella battaglia di Blenheim nel 1704 e rimase la residenza dei Churchill per i successivi tre secoli, il più famoso dei quali, Winston Churchill, nacque qui nel 1874.

Blenheim Palace Cortwolds
Blenheim Palace By Magnus Manske

Il castello di Sudeley, vicino a Winchcombe e costruito nel 1443, e appartenuto per un periodo alla potente famiglia Seymour, fu per un breve periodo la residenza di Katherine Parr, la sesta ed ultima moglie di Enrico VIII.
Uscita incolume dal matrimonio con Enrico, (che muore nel 1547), la povera Katherine riesce finalmente a sposare l’amato Sir Thomas Seymour a cui era stata costretta a rinunciare dal re, solo per morire di parto nel 1548. Quando si dice la sfortuna…

Nonostante l’importante ruolo giocato dalla rivoluzione industriale nel Sud della regione, i paesaggi bucolici e la pittoresca architettura del Cotswolds furono risparmiati dall’industrializzazione galoppante del tardo Ottocento. Cosa che entusiasmò William Morris e gli artisti delle Arts and Crafts, che nel XIX secolo si ispirarono per il loro prodotti di design alle tradizioni domestiche della campagna britannica per i loro prodotti di artigianato.
Kelmscott Manor, la bella casa nei pressi del piccolo villaggio di Kelmscott, nell’Oxfordshire e costruita nel 1570 circa, divenne la residenza di campagna di Morris dal 1871 fino alla sua morte nel 1896.

Il Cotswolds ispirazione di artisti e scrittori

Per generazioni, artisti e scrittori hanno trovato ispirazione tra la rigogliosa campana del Cotswolds, da William Shakespeare, nato a Stratford-Upon-Avon, al limitare del Nord Cotswolds, a Lewis Carroll, l’autore di Alice’s Adventures in Wonderland e Through the Looking-Glass che trascorse così tanto tempo nell villaggio di Stow-on-the-Wold, a casa dell’amico, il reverendo Edward Litton, da arrivare a basare il suo personaggio più famoso, sulla figlia di Litton.
Bath, l’elegante città neoclassica al limitare del Cotswolds, dove Jane Austen visse per alcuni anni e non sempre felicemente, divenne la scena per due dei suoi sei romanzi, Persuasion e Northanger Abbey, mentre J.M. Barrie trovò l’ispirazione per molte delle avventure del suo Peter Pan durante le sue numerose visite a Stanway House.
Il Cotswolds non è probabilmente il primo posto a cui si pensa leggendo Il Signore degli Anelli, ma le descrizioni delle ondulate colline della Terra di Mezzo abitata dagli Hobbit lasciano pochi dubbi sui luoghi che ispirarono J.R.R. Tolkien. I fanatici dello scrittore non vorranno farsi scappare una visita alla pittoresca cittadina di Moreton-in-Marsh, dove il caratteristico pub The Bell Inn ispirò il Prancing Pony, la locanda in cui gli Hobbit incontrano per la prima volta Aragorn.

E se la magnifica trilogia di Tolkien è stata filmata in Nuova Zelanda, la campagna e i villaggi del Cotswolds sono certamente tra i grandi favoriti del cinema e della televisione, britannica e internazionale.
La parrocchia di St Mary nel fittizio villaggio di Kembleford, per esempio, sede del simpatico sacerdote-detective Padre Brown, è in realtà la chiesa medievale di St Peter and Paul a Blockley, poco lontano da Moreton-in-Marsh, mentre i corridoi di Hogwarts in Harry Potter sono gli splendidi chiostri della cattedrale di Gloucester.
La stessa cattedrale ha fornito le ambientazioni anche per numerose scene della serie televisiva Wolf Hall, tratta dai libri di Hilary Mantel, oltre che per episodi di Sherlock e Doctor Who.
Gli amanti del regista James Ivory, invece, non mancheranno di riconoscere Dyrham Park in Quel che resta del giorno (The Remains of the Day): lo spettacolare palazzo del XVII secolo, con tanto di immensi giardini e parco dei cervi) a circa 24 km rispettivamente da Bath e Bristol, è stato infatti utilizzato nel 1993 come set per l’adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Kazuo Ishiguro.

Infine, qualche suggerimento pratico. Sebbene autobus e treni non manchino, i trasporti pubblici che attraversano il Cotswolds sono piuttosto limitati – gli autobus hanno corse ogni ora, e la ferrovia sfiora appena le città principali; pertanto chi desidera più flessibilità e la possibilità di uscire dalle aree più turistiche, dovrebbe considerare l’opzione di noleggiare un’auto. Gli appassionati di trekking poi, non vorranno lasciarsi scappare la Cotswold Way, un sentiero pedonale designato per escursioni che si estende per oltre 160 km che parte da Chipping Campden, non lontano da Stratford-upon-Avon e, attraversando villaggi-cartolina come Broadway, Winchcombe, Cleeves Hill, Painswick e termina a Bath.

Ulteriori informazioni e itinerari sono disponibili sul sito ufficiale di informazioni turistiche del Cotswolds http://www.cotswolds.com/ e sul sito del National Trust http://www.nationaltrust.org.uk/days-out/regionsouthwest/cotswolds

2021 Paola Cacciari su Londonita

Il magico mondo di Alighiero Boetti

Oggi ho cominciato a pensare ai viaggi che non posso fare e mi e’ venuta una gran voglia di vedere le mappe colorate di Alighiero Boetti…

Vita da Museo

Le visite a Tate Modern per me sono sempre “illuminanti”, nel bene e nel male. Che ogni volta imparo qualcosa di nuovo su un artista diverso. Sono curiosa, che ci volete fare. E se a volte rimpiango di essere andata dall’altra parte del mondo per qualcosa che non mi piace per nulla, a volte faccio piacevoli scoperte. E ieri ho fatto conoscenza con un connazionale che è stato fino ad oggi per me poco piu’ di un illustre sconosciuto: Alighiero Boetti(1940 –1994), uno degli esponenti dell’Arte Povera, il cui ironico Autoritratto fa bella mostra di sè su uno dei balconi di Tate Modern.

My Brain

Ed è stata una vera e propria rivelazione, un colpo di fulmine. Che molto prima di Damien Hirst con i suoi squali in formalina e pallini colorati, Boetti aveva deciso che un artista poteva considerarsi tale anche senza produrre le sue opere…

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Quando il Patrimonio Culturale è sotto assedio

“Una nazione rimane viva quando la sua cultura rimane viva.”

Queste parole sono incise su una grande pietra che si trova all’ingresso del Museo Nazionale dell’Afganistan a Kabul. Che, se il ventesimo secolo ha visto la distruzione del patrimonio culturale come nessun altro, il ventunesimo non si sta rivelando troppo diverso. Purtroppo.

Per questo ero davvero curiosa di visitare Culture Under Attack, la mostra dell’Imperial War Museum, che ha proprio per soggetto la distruzione del patrimonio culturale. Inutiled dire che arriva proprio al momento giusto, ed è un appropriato promemoria del fatto che eventi che sono accaduti in passato, possono ancora accadere (e anzi stanno tutt’ora accadendo), anche oggi, anche nella nostra ‘civilizzatissima’ società.

Pensiamo al catastrofico incendio che ha sventrato Notre Dame a Parigi, senza dubbio uno degli edifici più riconoscibili al mondo, e la risposta viscerale dell’opinione pubblica internazionale davanti a quei resti anneriti. Ora, come avrebbe reagito il mondo, e soprattutto i francesi, se qualcuno avesse deliberatamente distrutto la chiesa simbolo della Francia? Ricordo con orrore quando, nel 1993, la mafia piazzò quasi duecento chili di tritolo in un’auto parcheggiata in via dei Georgofili a Firenze. Cinque persone morirono e 48 rimasero ferite. La Galleria degli Uffizi e il Corridoio Vasariano, che erano il bersaglio dell’attentato, fortunatamente non subirono grossi danni. Ma io, che allora studiavo Storia dell’Arte all’Universita’, io ero sotto shock. Per chi come me aveva vissuto la strage alla Stazione di Bologna, il terrorismo era diventato un amara realtà. Ma perché, mi chiedevo, distruggere opere d’arte? Che senso aveva? Culture Under Attack risponde a questa mia vecchia domanda.

La mostra si divide in tre parti. La prima, Art in Exile, esplora la drammatica decisione del 1939 di evacuare la collezione dell’IWM, quando i curatori setacciano le sale del museo per valutare l’importanza di ogni opera, basando le loro decisioni su una scala da 1 a 4, e segnando il numero con il gesso sul muro prima di rimuoverle o meno dal museo e nasconderle nelle dimore di di campagna degli amministratori di fiducia del museo, considerate meno a rischio di essere bombardate di Londra.

Lo stesso Victoria and Albert Museum rimase, con grande sorpresa della maggior parte delle persone, aperto al pubblico – qualcuno direbbe più aperto del solito visto che il tetto fu gravemente danneggiato da bombe e schegge. E nonostante sia stato colpito ripetutamente, furono persi pochissimi oggetti.

V&A staff pack ceramic objects, about 1939.
V&A staff pack ceramic objects, about 1939.

Come per l’Imperial War Museum,  la National gallery e il British Museum, anche moltissimi oggetti appartententi alle collezioni del V&A furono allontanati da Londra, Il rischio di bombardamenti a causa della vicinanza alle fabbriche di aerei, nonché dei problemi causati da tarme e umidità, nel 1942 spinse il V&A a spostare molti oggetti nelle profondita’ delle cave di Westwood Quarry, vicino a Bradford-on-Avon, nel Wiltshire. Altri, come la collezione di ceramiche, trovarono rifugio nella stazione della metropolitana di Aldwych, condivisa con il British Museum.

Dall’arte in esilio si passa poi a Rebel Sounds, che esamina la musica e il suo ruolo nella dissidenza politica del XX secolo concentrandosi su zone di conflitto come, la Germania nazista, la Belfast di Margaret Thatcher, la Belgrado di Mislosevic e il Mali degli islamisti radicali. E mentre Teenage Kicks della band nord irlandese The Undertones esplode dagli altoparlanti della sala – un monito punk alla rabbia adolescenziale degli anni Settanta, mi cade l’occhio sulle foto sgranate dell’Hot Club di Francoforte, un gruppo illecito di amanti del jazz che si radunavano in segreto (con tanto di vedette sulla porta nel caso in cui la Gestapo fosse arrivata) per ascoltare questa musica, bandita dai nazisti perché troppo ebrea e troppo nera.

The Undertones – Teenage Kicks (1978)

E poi ancora  la storia di Radio B92, una stazione radio indipendente operante negli anni Novanta in Serbia, che ha giocato un ruolo pivotale nell’eventuale caduta di Slobodan Milosevic,e infine i Songhoy Blues, la band del Mali settentrionale che si ribellò al divieto islamico di suonare musica dal vivo, essendo la musica una delle ragiuni di vita della popolazione malinese.

Ma è What Remains, la terza parte della mostra, quella che mi colpisce maggiormente e che mi fa riflettere su come il patrimonio culturale sia indifeso davanti ai conflitti e come, sempre più spesso, la sua distruzione sia usata come metafora per la distruzione dell’identità di un popolo. Ci sono foto di zone di guerra: alcune sono memorabili, altre meno: Hiroshima, Seoul, Aleppo. E l’Afganistan. Di tutte le opere d’arte che inevitabilmente avrebbero potuto far parte di questa mostra, infatti, i Buddha Bamiyan resteranno per sempre in cima alla lista.

Scolpiti in una parete rocciosa nell’Afghanistan centrale nel sesto secolo, furono distrutti dai talebani nel febbraio 2001 in quanto simbolo di idolatria. Ci impiegarono dieci giorni per demolirli, usando una combinazione di pistole, mine e cariche esplosive e succedendo in quello che, nel corso dei secoli, numerosi pii sovrani islamici, sultani e khan, avevano a loro volta tentato. Che a dire il vero, è solo con nel XX secolo che arrivano armi abbastanza potenti da poter cancellare i monumenti di un popolo dalla faccia della Terra. Tuttavia proprio la distruzione dei Budda ha contribuito a galvanizzare il supporto per l’invasione della Coalizione del 2001, a sua volta spronata dalla tragedia della distruzione delle Torri Gemelle a New York pochi mesi. I buddha ora illustrano la lunga pagina di Wikipedia intitolata “Elenco del patrimonio distrutto”.

Ma non è necessario andare in Afganistan o nel Medio Oriente devastato dalla guerra per assitare ad un genocidio culturale su scala altrettanto vasta. Basta tornare indietro di 77 anni, a quando la Germania di Hitler portava avanti le “incursioni Baedeker” sulla Gran Bretagna, dal nome della famosa guida turistica. L’esercito tedesco si era prefisso di bombardare ogni edificio in Gran Bretagna contrassegnato da tre stelle nella Guida Baedeker. Diversamente dalla distruzione di basi industriali di Hull, di Liverpool e dell’East End di Londra, le il bombardamento di Norwich, Bath, Exeter, Canterbury e York, era volto a schiacciare lo spirito britannico al culmine della guerra, colpendo il cuore delle sue città storiche.

Dresden Frauenkirche Ruins
Dresden Frauenkirche Ruins

Gli Alleati da parte loro si rifecero con Dresda, che bombardarono per tre giorni nel 1945 distruggendo il 90% del centro storico della città, e uccidendo 25.000 persone, uno dei peggiori crimini di guerra condotti dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti, tanto che persino Winston Churchill lo definì un “atto di terrore e distruzione sfrenata”. Forse non e’ un caso che la linea barocca della Frauenkirche, che fu completamente distrutta e ricostruita solo nel 2005, e’ stata scelta per la locandina di Culture Under Attack.

La seconda metà di What Remains, intitolata “Salvataggio” (in contrapposizione alla prima, “Targeting”) si occupa di come gli individui combattano per mantenere il patrimonio artistico compiendo sforzi individuali. Come l’artista iraniano Morehshin Allahyari, che ha replicato in plastica trasparente un’antica statua di un re di Hatra, in Siria, creata stampando in 3D un manufatto distrutto dall’ISIS, con al suo interno un’unità USB contenente immagini e informazioni sull’opera originale.

E naturalmente non poteva mancare un omaggio a Khaled al-Asaad, l’archeologo di 83 anni di Palmira in Siria, che ha preferito farsi decapitare dai jihadisti piuttosto che rivelare il luogo in cui aveva celato le antichità per difenderle dalla distruzione. Da sempre al-Asaad credeva nel potere del patrimonio culturale; per lui “un uomo senza storia era un uomo senza futuro.” Ed è morto perchè la Siria potesse avere un futuro.

Khaled al-Asaad
Khaled al-Asaad

Sono sempre di più gli stati che stanno facendo tentativi per formare unità di “Monuments Men” per il recupero delle opere d’arte trafugate durante le guerre. In Italia il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Artistico esiste dal 1969, e collabora stretta,ente con il CPPU (l’Unità britannica per la protezione della proprietà culturale), formata dall’esercito nel 2018 per coordinare la protezione dei siti culturali dal peggio distruzione all’interno delle zone di guerra. Ma perché, io che lavoro in un museo, mi chiedo perché ci prendiamo tanta cura della storia del patrimonio culturale? Perché  il dolore per la distruzione di un monumento a volte ci tocca di più che la morte di persone in carne ed ossa? Queste sono le domande che mi girano per la testa quando esco dalla mostra. Perché “una nazione rimane viva quando la sua cultura rimane viva.”  Ecco perché. Perché un uomo senza storia è un uomo senza futuro.

Londra//fino al 5 gennaio 2020.

Culture Under Attack @ Imperial War Museum

2019 © Paola Cacciari

Gite Fuori Porta: Bath

“Oh! Who can be ever tired of Bath?”

Jane Austen ha scritto questa celebre frase ne L’abbazia di Northanger (Northanger Abbey, 1803), la sua personale parodia del genere del romanzo gotico così in voga tra la fine del Settecento e l’inizio del nuovo secolo.

E personalmente non potrei essere più d’accordo: adoro Bath e ci torno ogni volta che posso e ogni volta rimango stupita dalla neoclassica bellezza della sua architettura. Il fatto che a Jane la città non piacesse era più un fatto legato alla sua personale situazione di nomade forzata, che ad obiezioni riguardo all’architettura georgiana. E comunque fu proprio qui che scrisse oltre al suddetto Northanger Abbey, anche un’altro dei miei romanzi pereferiti, Persuasion.

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Jane Austen ceramic teapot, Bath. 2019 © Paola Cacciari

Jane visse a Bath dal 1801 al 1806, quando l’alta società inglese prese a riversarsi nella città termale per i suoi presunti benefici per la salute. I suoi genitori trasferirono la famiglia qui per seguire quella moda. Durante il periodo trascorso nella citta termale, la famiglia di Jane Austen visse a vari indirizzi, tra cui il n. 4 di Sydney Place, una bella casa a schiera che Jane trovò relativamente piacevole, anche se non era felice per la mossa in generale, come scrive Claire Tomalin descrive nella sua splendida biografia Jane Austen: A Life.Sfortunatamente fu qui che il padre morì improvvisamente nel Gennaio del 1805, lasciando la moglie e le due figlie in precarie condizioni finanziarie, non avendo risorse proprie. Abbandonata Sidney Street, Jane e Cassandra si trasferirono con la madre nella al n. 25 di Gay Street, riducendo il personale ad una sola cameriera di per tutto il lavoro. Al numero 40 di Gay Street, ssi trova il Jane Austen Centre, una tappa da non perdere per tutti gli appassionati di Jane Austen.

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Jane Austen Centre, Bath. 2019 © Paola Cacciari

Quella di Sydney Place era una delizosa casa a schiera di recente costruzione, vicino a Sydney Gardens , un parco in cui Jane faceva lunghe passeggiate e abbastanza al di fuori dall’affollato centro di Bath, ma a breve distanza a piedi da Pulteney Bridge, il bel ponte in stile palladiano sul fiume Avon, che attraversa la città.

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Pulteney Bridge, Bath. 2019 © Paola Cacciari

Trovo assolutamente impossibile non restare a bocca aperta davanti alla serena bellezza del suo centro storico, costruito nel XVIII secolo in stile Georgiano, per rispondere al crescente bisogno di benessere e comfort da parte dei visitatori delle terme e non mi sorprende neanche un po’ che la città di Bath sia stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità.

La cosa positiva di Bath è il suo essere una citta compatta, con gli edifici piú significativi l’uno accanto all’atro. E cosi’ raccolti in un breve spazio abbiamo le famossime Terme Romane, L’Abbazia (originariamente una cattedrale normanna che venne poi ricostruita in stile gotico nel secolo XVII; ulteriori lavori di ristrutturazione vennero poi fatti all’interno di essa nel XIX secolo), e la deliziosa Vittoria Gallery.

Una delle caratteristiche di Bath che amo di piú il Royal Crescent, l’elegante complesso residenziale composto da 30 unità abitative a schiera disposte secondo una mezzaluna, che in inglese si chiama crescent. Ideato e progettato da John Wood il Giovane e costruito fra il 1767 e il 1774, questo è il più importante esempio di architettura georgiana del Regno Unito.

Royal Crescent, Bath. 2019 © Paola Cacciari (11)
Royal Crescent, Bath, 2019 © Paola Cacciari

A complementare il Royal Crescent è vicino Circus (dal latino circus, che significa anello, ovale o cerchio), un’altro complesso residenziale di forma circolare, anch’esso ideato da John Wood il Vecchio e realizzato da John Wood il Giovane tra il 1754 e il 1768, e suddiviso in tre corpi di ugual misura, con al centro una strada circolare ed un ampio spazio verde all’interno. Le tre strade di accesso perfettamente equidistanti puntano ognuna verso uno dei tre corpi curvilinei del complesso, permettendo ai visitatori una visione ottimale del Circus da qualunque parte si giunga. Ogni segmento è diviso in più unità abitative, esattamente speculari ed ognuna col proprio ingresso, sullo stile del Royal Crescent. Entrambi i complessi residenzialei sono la quen’essenza del sogno visionario dell’architettura georgiana.

E naturalmente non si poteva non fare un pellegrinaggio da Sally Lunn’s, la sala da il té che ha reso celebre quella che e’ diventata la specialità cittadina: i bun. Questi sono simili a brioches di pasta lievitata e leggermente dolci, e possono essere serviti dolci o salati, un po’ come le crepes. Non a caso l’inventrice di tale leccornia fu una certa Sally Lunn, una francese sfuggita alla persecuzione degli Ugonotti nel 1680.

Bath. 2019 © Paola Cacciari (23)
Sally Lunn’s Tea Room, Bath, 2019 © Paola Cacciari

La Victoria Art Gallery La collezione comprende arte decorativa e dipinti di pittori britannici del XVIII secolo ad oggi, tra cui Thomas Gainsborough, Walter Sickert ed Howard Hodgkin.

Victoria gallery, Bath. 2019 © Paola Cacciari (32)
Victoria Gallery, Bath, 2019 © Paola Cacciari

Lungo il perimetro della sala si srotola in stucco bianco il fregio del Partenone.  La ciliegina sulla torta. 🙂

visitbath.co.uk

 

 

 

 

 

 

I Durrell di Corfù: ovvero, La mia famiglia e altri animali

“Somewhere between Calabria and Corfu the blue really begins.”

Palaiokastritsa, Corfu 2018 ©Paola Cacciari
Palaiokastritsa, Corfu 2018 ©Paola Cacciari

Così si apre Prospero’s Cell: A Guide to the Landscape and Manners of the Island of Corfu (La grotta di Prospero: una guida al paesaggio e ai costumi dell’isola di Corfù, Giunti, 1992) dello scrittore e poeta inglese Lawrence Durrell (1912-1990). Nato in India durante gli anni del Impero anglo-indiano, Lawrence detto “Larry” era il fratello maggiore del naturalista, zoologo ed esploratore Gerald Durrell (1925-1995), l’autore della trilogia La mia famiglia e altri animali (1956), Storie di animali e di altre persone di famiglia (1969) e Il giardino degli dei (1975), da cui è stata tratta la popolare e divertentissima serie televisiva britannica I Durrell – La mia famiglia e altri animali (The Durrells), trasmessa in Gran Breatgna da ITV dal 2016 e In Italia dal canale a pagamento La EFFE.

La mia dolce metà mi dice che quando era giovane (o almeno più giovane…) i fratelli Durrell, in particolare Gerald, erano immensamente popolari tra i ragazzini e non fatico a crederlo, che le tragicomiche avventure di questa insolita famglia inglese mi hanno fatto morire dal ridere. Ma quanto “alla lettera” dobbiamo prendere le storie di caos colorato raccontate da questi maestri del racconto? La storia raccontata nella serie televisiva (ripeto, liberamente tratta dai divertentissimi resoconti scritti da Gerald) inizia nel 1935, quando Louisa Durrell, giovane, vedova e in difficoltà economiche, decide quasi all’improvviso di trasferirsi con i suoi quattro figli Lawrence (“ Larry”), Leslie, Margaret (“Margo”) e Gerald (“Gerry”) sull’antica isola dei Feaci.

The Durrells in Corfu in the Thirties (from left) Margaret, Nancy, Lawrence
The Durrells in Corfu in the Thirties (from left) Margaret, Nancy, Lawrence

In realtà la cosa è più complicata e molto meno comica di quanto Gerry voglia farla apparire nei suoi libri, e per chi come me non aveva idea di chi fossero Gerald, Lawrence e i Durrell in genere prima del 2016, e il perché alla metà degli anni Trenta, avessero deciso di lasciare le piogge di Bournemouth per il paradiso di Corfú, un aiuto viene dalla biografia scritta da Michael Haag e intitolata  The Durrells of Corfu (Profile Books, £8.99) e per il momento disponibile solo in inglese.

Leggendo questa biografia si scopre che le ragioni dietro questa mossa così “drammatica” (ricordiamo che siamo a metà degli anni Trenta, e uno spostamento di queste dimensioni orchestrato da una giovane donna venodava con quattro figli rasentava dimensioni quasi epiche) sono molto più complicate e molto meno comiche di quanto Gerry voglia farla apparire nei suoi libri. La morte del padre Lawrence Samuel Durrell, un ingegnere ferroviario anglo-indiano, avvenuta nel 1928 per un tumore al cervello all’età di soli 43 anni, aveva lasciato la moglie Louisa depressa e dipendente dal gin. Su consiglio degli altri membri della comunità coloniale britannica, Louisa decide che l’India non è il luogo adatto per una donna sola con quattro figli e  torna con la famiglia in Inghilterra dove, dopo varie peripezie, traslochi e sistemazioni temporanee, nel 1932 si fermano a Bournemouth, sulla costa che si affaccia sulla Manica.  Ma Louisa, più sola e depressa che mai, diventa sempre più dipendente dal gin. E’ allora che l’espasivo e bohémien Larry, che da tempo voleva trasferisi a Corfù con la giovane moglie-artistaNancy (che non appare mai nei libri di Gerald o nella serie televisiva), decide che è arrivato il momento di salvare madre e fratelli da se stessi e organizza il trasferimento dell’intera famiglia sull’isola cantata da Omero nell’Odissea.  E’ il 1935.

Monastero di Vlacherna, penisola di Kanoni, Corfù. 2018© Paola Cacciari
Monastero di Vlacherna, penisola di Kanoni, Corfù. 2018© Paola Cacciari

Quella di Corfú fu una scelta naturale. Dal 1815 le Isole Ionie erano un protettorato britannico; Corfù divenne la sede del Commissario della Repubblica delle Isole Ionie e fu un periodo di prosperità per l’isola, durante cui la lingua greca divenne quella ufficiale, furono costruite nuove strade, migliorato il sistema di approvvigionamento idrico e, nel 1824, fondata la prima università greca.

I Durrell sono diventati così tanto sinonimo di Corfù che è difficile pensare che ci abbiano vissuto solo quattro anni, dal 1935 al 1939, prima che la guerra li disperdesse e rovinasse per sempre l’isola che avevano amato così profondamente. E se lo stile di  Lawence, con il suo estetismo bohémien è un po’ troppo pretenzioso per i miei gusti (La mia famiglia e altri animali è molto più divertente) devo dire che mi sono goduta un mondo La Grotta di Prospero, il breve e dolce amaro diario di viaggio da lui scritto quando lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale lo aveva forzatamente costretto ad abbandonare il suo idillio greco. E amando io stessa moltissimo quest’isola risplendente, non posso che  simpatizzare con lui… #TheDurrells

2018 © Paola Cacciari

Il magico mondo di Alighiero Boetti

Le visite a Tate Modern per me sono sempre “illuminanti”, nel bene e nel male. Che ogni volta imparo qualcosa di nuovo su un artista diverso. Sono curiosa, che ci volete fare. E se a volte rimpiango di essere andata dall’altra parte del mondo per qualcosa che non mi piace per nulla, a volte faccio piacevoli scoperte. E ieri ho fatto conoscenza con un connazionale che è stato fino ad oggi per me poco piu’ di un illustre sconosciuto: Alighiero Boetti (1940 –1994), uno degli esponenti dell’Arte Povera, il cui ironico Autoritratto fa bella mostra di sè su uno dei balconi di Tate Modern.

My Brain

Ed è stata una vera e propria rivelazione, un colpo di fulmine. Che molto prima di Damien Hirst con i suoi squali in formalina e pallini colorati, Boetti aveva deciso che un artista poteva considerarsi tale anche senza produrre le sue opere fino alla fine; e che anzi poteva limitarsi a concepirle e poi mettersi comodo e godersi lo svolgimento del processo che aveva moesso in moto e che altri avrebbero portato a termine. Ok, forse la cosa era un po’ più complicata… ma come ha detto lui stesso in un intervista con Il Messaggero nel 1977, “che questo lavoro venga fatto da me, da te, da Picasso o da Ingres, non importa. È il livellamento della qualità che mi interessa.” E livellata  o meno, questa mostra mi è davvero piaciuta, che quella di Boetti è un’arte giocosa e piena di ironia, che dà libero sfogo alla sua peripatetica abilità di creare opere che ‘parlano’ a contesti e persone differenti (anche ad una miscredente come me).

Guatemala (1974). Photograph: Alighiero Boetti Estate by DACS; SIAE, 2012, courtesy Fondazione Alighiero e Boetti

Negli anni Settanta viaggia spesso tra il Guatemala e l’Oriente; poi, quasi per caso, l’Afghanistan. Il paese diventa per lui come una seconda patria, tanto che arriva ad aprire un hoteli, il One Hotel, nel quartiere residenziale di Kabul. Qui la sua passione per l’arte e culture Orientali e per la loro tradizione artigiana raggiunge vette mai viste. Crea arazzi, tappeti e ricami che altri realizzano per lui. Ma sono state le mappe del mondo ad avermi fulminato. Ce ne sono almeno dodici di questi giganteschi arazzi tessuti a mano (in media ci volevano cinque anni per finirne uno), enormi planisferi colorati di una bellezza incredibile, dove gli stati sono delineati dai colori delle loro bandiere: un vero documento geo-politico che con ogni arazzo illustra l’evoluzione delle frontiere geografiche. Boetti preparava il modello in Italia eppoi lo spediva in Afganistan per farlo realizzare da uomini e donne del luogo, in un momento (gli anni Settanta) in cui in Europa si sapeva a malapena che esitesse una nazione con questo nome.

Boetti diverte e si diverte, ma il suo interesse per la politica è reale e resta una costante del suo lavoro. La più recente delle mappe, è stata concepita nel 1989, in seguito alla caduta del muro di Berlino e alla riunificazione della Germania. E visto che i guai non vengono mai da soli, durante il tempo della sua lavorazione sono accadute altre cose mica da ridere, tipo la nascita della Namibia nel 1990 (che Boetti aveva lasciato in bianco dal 1979, rifiutandosi di riconoscere il protettorato sudafricano); la dissoluzione della Yugoslavia e della Cecoslovacchia, la caduta dell’Unione Sovietica e la nascita della Federazione Russa qui indicata con la nuova bandiera a strisce orizzontali bianco, blu e rosso, quella dello Zar Pietro il Grande.

Mappa 1994. Photograph: Alighiero Boetti Estate by DACS; SIAE, 2012, courtesy Fondazione Alighiero e Boetti

E a dimostrare che il colore è un’opinione, i continenti sono tuffati in oceani gialli, verdi persino di rosa. Che in fondo, per chi non ha mai visto il mare come quei tessitori afgani, il suo ‘vero’ colore non ha molta importanza. Soprattutto se l’azzurro deve arrivare dall’Italia e c’è tanto filo rosa a disposizione… 😉

Londra//Fino al 27 Maggio 2012

Alighiero Boetti, Game Plan. Tate Modern

2012 Paola Cacciari