Londra celebra il suo passato romano

Londra, l’antica Londinium dei Romani racchiusa nel perimetro di quella che e’ oggi la trafficatissima London Wall, nella City of London. Ma Londinium non si dimentica che in fondo i romani restarono qui 400 anni e la si celebra ogni anno, come ci racconta la bravissima Claudia di LondonSE4, che proprio della City of London e’ una guida. Buona lettura!

London SE4

La prima volta che vidi “Il Gladiatore” di Ridley Scott fu nell’ambito dell’Estate Romana del 2000. Lo schermo era stato montato nella suggestiva cornice di via dei Fori Imperiali, pedonalizzati per l’occasione, con il Colosseo alle spalle. Quando il pubblico vide sullo schermo la ricostruzione dell’Anfiteatro Flavio, scattò in un applauso fragoroso, trasudante orgoglio.
Il film è uno di quei colossal del filone mitologico “Sword and Sandals”, di cui l’Italia fu prolifica negli anni d’oro di Cinecittà, quando gli attori americani venivano a girare le imprese di Maciste, Ercole, Spartaco ed altri eroi del mondo antico. Non erano pellicole storicamente accurate allora, e nemmeno al giorno d’oggi: nonostante la meticolosa ricostruzione di ambienti e costumi, molte scene peccano di ingenuità ed inesattezze. Ma, in fondo, quello che conta, sono la trama, l’azione e le gesta di un personaggio con cui il pubblico possa identificarsi o simpatizzare. Dopo quell’epica…

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Addio a Martin Roth, cittadino europeo

Ha fatto molto discutere: il primo direttore non British alla guida di un museo britannico e per lo più tedesco. Per un museo che porta ancora (volutamente) sui muri vittoriani che si affacciano su Exhibition Road i segni delle bombe della Seconda Guerra Mondiale c’era da inorridire. Eppure Martin Roth ha lasciato un grande vuoto quando nell’Ottobre del 2016 ha lasciato il Victoria and Albert Museum (V&A) di Londra dopo soli cinque incredibili anni. Con lui il Museo ha superato i 3 milioni di visitatori grazie anche a mostre come David Bowie Is, Alexander McQueen e l’attuale blockbuster da tutto esaurito The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains (per non parlare di quella dell’autunno prossimo Opera, Passion, Power). Per non parlare dell’apertura delle sale dedicate all’Europa (a cui all’epoca avevo dedicato un post intitolato Europa, che passione! che trovate qui) in un momento in cui l’Europa non era mai stata così impopolare e mille altri progetti la cui realizzazione andava molto oltre i confini del Canale della Manica, quei confini voluti da chi voleva che la Gran Bretagna ritornasse ad essere un isola e basta.

Alto, impettito e imponente, sempre elegantissimo e con un ciuffo di capelli candidi e (a volte) un’altrettanto candida barba, Martin Roth era nonostante tutto una persona estremamente informale. Sempre gentile ed affabile, sempre pronto al sorriso e alla battuta con tutti quelli che incrociava lungo le sale del museo con quel suo inglese perfetto dal leggero accento tedesco, il mio tedesco preferito non poteva essere più diverso dal direttore precedente, una figura ascetica e remota che non parlava con nessuno. In un articolo di Novembre il quotidiano conservatore The Telegraph aveva scritto che a Martin Roth il museo non piaceva e lui non piaceva al museo (anche se la settimana dopo lo stesso Telegraph ha scritto che Roth è stato il direttore più di successo del V&A – l’articolo è qui). Vero o no, il grande tedesco era molto amato da noi Gallery Assistants e da tutti quelli del nostro dipartimento per cui era semplicemente “Martin”.

Aveva deciso di andarsene in Ottobre, dopo aver assicurato al V&A il titolo di Museum of the Year 2016 il premio per il migliore museo dell’anno assegnato dall‘Art Fund (l’organizzazione indipendente fondata nel 1903 che non riceve aiuti governativi, ma affida la sua sopravvivenza agli abbonamenti di soci e donazioni pubbliche il cui scopo è raccogliere di fondi per aiutare l’acquisizione di opere d’arte per la nazione) adducendo come ragioni la disillusione di un’Inghilterra post-Brexit e il suo timore per l’ascesa dell’estrema destra nella sua nativa Germania, dove voleva ritornare per essere una figura più attiva nel panorama politico e culturale. Per lui che si era sempre considerato essendosi sempre sentito cittadino europeo, la Brexit era stato un colpo basso, una cosa che non aveva esitato a definire “orribile”.

Ogni tanto lo cercavo su Google per vedere come stava e cosa faceva, come si segue un parente lontano ma sempre caro e la notizia della sua morte il 6 Agosto a soli 62 anni per una forma molto aggressiva di cancro mi ha rattristato moltissimo.  Ricorderò sempre la sua calda stretta di mano e quegli occhi profondi e curiosi con cui osservava tutto e tutti. “E’ stato un piacere lavorare con te…” gli ho detto alla sua festa di addio. E lo pensavo davvero. Lo penso ancora. Anzi, è stato un onore. #RIPMartinRoth

Martin Roth (1955-2017)

Martin Roth (1955-2017)

Il sole di South Bank

Oggi è stato un giorno dedicato all’improvvisazione. Indecisa sul cosa fare, ma decisa a fare qualcosa che non fosse restare a casa a fare le pulizie, che chi vive al Nord impara a non dare mai il tempo e la temperatura per scontati, sono salita sul primo autobus che è passato e mi sono diretta verso il fiume.

Che quando sono in dubbio sul cosa fare, per me c’è una sola risposta: andare a fare un giro a South Bank. Soprattutto con una giornata di sole come questa. Non sono una grande appassionata di arte contemporanea, ma la Tate Modern abita una posizione benedetta lungo la riva Sud del Tamigi e la mostra su Alberto Giacometti è stata una piacevole rivelazione che mi è piaciuta molto più di quanto mi aspettassi. Sono poi salita al decimo piano del nuovo edificio, la Switch House progettato da Herzog & de Meuron dove dall’alto dei suoi 65m la terrazza panoramica offre una magnifica vista del cupolone di St Pauls’ Cathedral e dello Shard il bellissimo grattacielo di RenzoPiano (e dell’interno degli appartamenti dalle vetrate immense dei ricconi circostanti, ma non credo questo fosse previsto…)

Saint Paul's Cathedral from Tate Modern. London, 2017. Photo by Paola Cacciari

Saint Paul’s Cathedral from Tate Modern. London, 2017. Photo by Paola Cacciari

View from Tate Modern, London 2017 © Paola Cacciari

View from Tate Modern, London 2017 © Paola Cacciari

Ho camminato pigramente lungo una South Bank immersa nel sole, piena di buskers, turisti e gente varia ed eventuale che si godeva la giornata, mentre i soliti artisti creavano sculture di sabbia sulla “London Beach”…

South Bank, London 2017 © Paola Cacciari

South Bank, London 2017 © Paola Cacciari

… sono passata davanti all’ingresso del Royal National Theatre, detto semplicemente The National, che in realtà sono tre teatri, l’Oliver Theatre, il più grande modellato sulla base del teatro greco di Epidauro che prende il nome di Lawrence Oliver il suo primo direttore artistico, il Lyttelton Theatre e il Cottesloe Theatre, e la cui pesante struttura di cemento armato realizzata da Denys Lasdun costruita nel 1976, si trasforma quando esce il sole in una terrazza-bar con tanto di sedie a sdraio e chioschi che vendono di tutto, dai panini ai gelati, ai drinks…

National Theatre, South Bank, London 2017 © Paola Cacciari

National Theatre, South Bank, London 2017 © Paola Cacciari

Ma per me la terrazza per eccellenza è quella della Royal Festival Hall, una delle più grandi sale da concerti di Londra, nonchè l’unico edificio rimasto del Festival of Britain del 1951, il grande festival che propose il nome per il lavoro di ricostruzione del sito urbano nel dopoguerra, e oggi particolarmente affollata dal pubblico domenicale.

Royal Festival Hall, South Bank, London 2017 © Paola Cacciari

Royal Festival Hall, South Bank, London 2017 © Paola Cacciari

Il South Bank Centre è uno dei posti che amo di piu’ in assoluto di Londra. Oltre alla suddetta Royal Festival Hall e al già citato National Theatre, questo grande complesso architettonico comprende anche altre due sale da concerti di dimensioni piu’ piccole, la Queen Elizabeth Hall e la Purcell Room (entrambe inaugurate nel 1967) e The Hayward Gallery (1968), mentre nelle vicinanze ci sono i cinema del BFI Southbank (conosciuto dal 1951 al 2007 come National Film Theatre) e BFI IMAX. Nel foyer della Royal Festival Hall ci sono spesso mostre di buon livello, festival lettarari e performaces musicali spesso gratuite.

E cosa c’e di meglio di sedersi ad un tavolo con una birra fresca e il giornale e guardare l’umanità varia ed eventuale di questa incredibile città impegnata a godersi la giornata? Nice! 🙂

 

Il racconto dell’ancella (The Handmaid’s Tale) di Margaret Atwood

In un mondo devastato dall’inquinamento e da malattie sessualmente trasmissibili, gli Stati Uniti sono divenuti uno Stato totalitario basato sul controllo del corpo femminile. In questo regime autocartico, alle donne sono stati tolti tutti i diritti – incluso quello di un nome proprio. Difred, la donna che appartiene a Fred, ha solo un compito nella neonata Repubblica di Galaad: portare a termine il suo destino biologico e garantire una discendenza alla élite dominante. Il regime monoteocratico di questa società del futuro, infatti, è fondato sullo sfruttamento delle cosiddette ancelle, le uniche donne che dopo la catastrofe sono ancora in grado di procreare.  Ma anche lo Stato più repressivo non riesce a schiacciare i desideri e da questo dipenderà la possibilità e, forse, il successo di una ribellione.

Quella di Margaret Atwood è un’energica satira che si scaglia contro i regimi totalitari, ma anche contro una società meschinamente puritana come quella americana. Pubblicato nel 1985, Il racconto dell’ancella (titolo originale “The Handmaid’s Tale”) non potrebbe essere più attuale. E non solo alla luce del recente accordo fatto da Theresa May con il partito del DUP (partito unionista nord-irlandese, populista di destra  contrario all’aborto e ai matrimoni gay) per darle una maggioranza e sostenere il suo governo – una “mazzetta” come è stata definita dai più costata un miliardo di sterline. Una terribile ipocrisia da parte della May che, alla vigilia delle elezioni aveva detto ad un’infermiera dell’NHS, il servizio sanitario britannico che (come me e tutti quelli del settore pubblico) non riceve un aumento di stipendio da anni “i soldi non crescono sugli alberi”.

Ma anche e soprattutto alla luce della svolta repressiva del governo di Donald Trump negli Stati Uniti, dove questo libro è ambientato – un governo che negli altimi mesi ha visto la demonizzazione dell’islamismo andare di pari passo con una serie di proposte di legge volte a rendere più difficile l’aborto in alcuni stati americani come l’Ohio dove un gruppo di donne  vestite con i lunghi mantelli rossi e l’ampia cuffia bianca indossate da donne come DiFred la protagoniosta di questo romanzo distopico della Atwood  (da cui è stata tratta l’omonima serie televisiva in onda proprio al momento su Channel 4, ma che però in Italia non è ancora arrivata), hanno invaso il Parlamento dell’Ohio e del Texas per una protesta silenziosa. Come dire, a volte il silenzio vale piú di mille parole.

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Un gruppo di attiviste entrate nel Parlamento dell’Ohio per contestare la legge statale – il Senate Bill 145 – con cui si vorrebbero introdurrebbe restrizioni per l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza nel secondo trimestre

Perché le donne non sanno leggere le cartine e gli uomini non si fermano mai a chiedere? (Why Men Don’t Listen And Women Can’t Read Maps) di Allan Pease, Barbara Pease

Perchè le bambine vogliono le bambole e i maschietti le pistole? Perché gli uomini sono competitivi e le donne hanno l’istinto materno? Ci sono domande che per generazioni hanno occupato (e preoccupato) sociologi e antropologi. E che incuriosiscono anche me visto che da piccola invece che con le bambole giocavo con i soldatini (ma facevo sempre vincere gli indiani) e che, come ho già detto in passato, la mia mancanza di istinto materno è stata più volte attribuita ad un difetto di fabbricazione genetico. E questo mi ricorda un libro che ho letto molti anni fa e che ho riletto di recente, Why Men Don’t Listen and Women Can’t Read Maps (tradotto in italiano come un inesatto Perché le donne non sanno leggere le cartine e gli uomini non si fermano mai a chiedere?).

Libro semi-serio scritto da una coppia di psicoterapeuti australiani, Allan e Barbara Pease, esperti di comunicazione e body language e che dice molto semplicemente che il percorso formativo del cervello non è stabilito nell’utero e che il cervello maschile e  quello femminile siano semplicemente programmati in due modi diversi, impostati milleni fa in modo diverso dalle differenti necessità. Che fin dalla Preistoria erano andare a caccia per l’uomo (ergo la necessità di prendere la mira e valutare visivamente le distanze con la massima precisione) e accudire il focolare e i piccoli per la donna. Costretta a vivere in un habitat più limitato la donna ha sviluppato una visione periferica. Il che spiega perché (in genere) gli uomini possono fare una cosa sola alla volta mentre le donne ne possono fare tante allo stesso tempo (e il perché quando il mia dolce metà apre il frigo e non vede il burro a meno che non sia nel ripiano davanti al suo naso…).

Così in giornate come oggi in cui sono un po’ annoiata e decido di dedicarmi al mio passatempo preferito (ossia guardare la gente e orecchiare spezzoni di vita…), noto che se è vero che le donne non sanno leggere le cartine (ma su questo non ci metterei la mano sul fuoco…), nelle coppie che si aggirano al museo è quasi sempre la donna a portare la mappa del museo, la guida di Londra, la cartina dell’Inghilterra. Non sapranno leggere le cartine, ma certamente le donne hanno molti meno problemi degli uomini a chiedere informazioni all’amichevole gallery assistant (che sarei poi io…) che osserva sorridendo (e con una punta di sadismo) l’evoluzione degli eventi. Che piuttosto che umiliare il loro ego con una semplice richiesta d’aiuto, questi ultimi preferiscono girare in tondo per ore in un museo che per complessità schizzofrenia topografica è secondo solo al labirinto del Nome della Rosa. Solo per poi soccombere all’ira della compagna che, sfinita dagli innumerevoli tetativi miseramente falliti di trovarare il ristorante/il bagno/il negozio/il vestito di Lady D/il vaso di Picasso (etc etc etc) decide di porre fine a quel loro vagare senza meta spesso con un brusco ‘Oh insomma!! Sono stanca, adesso vado a chiedere!!”

La cosa curiosa è che spesso è proprio colei che chiede l’informazione (la donna) che mi liquida frettolosamente con un “Grazie, ho capito tutto!” non appena apro bocca, come se un “Dunque…” iniziale svelasse i segreti di 146 sale che si srotolano per 11 leggendari km. Chi ha detto che le donne sanno ascoltare? Sarà una questione evolutiva?

 

La vecchina e la Madonna

Arriva la mattina presto, tra le 10.15 e le 10.30. È piccola, magra e ha la schiena un po’ deforme di chi, come la mia nonna, è stato malato da piccolo e non è stato curato bene. Un fazzolettone annodato sotto il mento e la borsetta a cavallo dell’avambraccio, arriva con passo deciso di chi sa esattamente dove vuole andare e ci vuole arrivare nel piú breve tempo possible. Quando lei entra nella sala dedicata a Donatello e ai suoi seguagi,  sono seduta sulla panca al centro della stanza a godermi la bellezza silenziosa dell’Ascensione di Donatello (e Crivelli, e della Robbia, e Agostino di Duccio etc etc). Ma lei non fa una piega. Imperturbata dalla mia presenza, si dirige sicura verso la bellissima Madonna di terracotta invetriata di Andrea della Robbia che brilla nella luce dorata del mattino e con le mani giunte comincia a pregare.  Il silenzio è totale, interrotto solo dal gracchiare della mia radio appoggiata a fianco a me sulla panca. Abbasso il volume, mentre lei continua a mormorare parole incomprensibili alla Madonna. E alla fine la spengo, anche se non dovrei. Ma mi sembra appropriato. E mi allontano piano.

La tragedia della Grenfell Tower

Case bianche risplendenti, colonnati palladiani, glicine in fiore, Laborghini e Aston Martin parcheggiate nei vialetti d’accesso. Ma anche case popolari (perlopiu’ grattacieli brutalisti in cemento armato accessibili da due ascensori e una singola scala) costruite tra il dopoguerra e gli Settanta come la Grenfell Tower. Benvenuti nel mondo disfunzionale del Royal Borough di Kensington and Chelsea, dove estrema povertà ed estrema ricchezza vivono l’una accanto all’altra. Ma ci voleva una tragedia come l’incendio che ha distrutto la Grenfell Tower, il grattacielo nella zona di North Kensington completato nel 1974 e distrutto dalle fiamme lo scorso 14 Giugno, per sottolineare nel modo più atroce la disuguaglianza tra ricchi e poveri che caratterizza la Gran Bretagna XXI secolo.

Atrocità come questa non dovrebbero accadere, non nel nostro secolo e non con tutte le nosrme di sicurezza a norma che dovrebbero farci stare al sicuro almeno a casa nostra. Norme di sicurezza che pare a Grenfell siano state completamente ignorate. A partire dai rubinetti incastrati nei soffitti volti ad aprire l’acqua in caso d’incendio, che avrebbero certamente consentito a più persone di scendere in strada e mettersi ala sicuro. O di scale anti incendio accessibili. E non parlariamo poi della scelta del rivestimento esterno della torre. Il fatto è che quelle come la Grenfell Tower sono costruzioni vecchie e brutte, impossibili da migliorare senza raderle al suolo completamte e ricostruirle. Ma tutto cio costa e lo Stato non avendo i soldi per farlo si è limitato ad un’opera di “abbellimento” esteriore  volta a rendere la vista di questa bruttura in cemento armato meno dolorosa agli occhi delicati dei ricchi residenti del Royal Borough. Rivestimento quasi certa,ente colpevole di aver causato la velocita con cui l’incendio si è propagato, avviluppando l’esterno della torre come una torna. Una scena che ricorda in modo agghiacciante le torri gemelle di New York dell’11 Settembre 2001.

Tutta colpa dei Conservatori, i cui tagli hanno portato l’amministrazione di quartiere (sempre Tory) ad optare per un rivestimento esterno normale (un materiale proibito sia in Germania e in USA) invece di quello anti-incendio che sarebbe costato 5,000 sterline in piú. 5000 sterline che avrebbe evitato 30 morti e oltre 70 dispersi. In certe case di Kensington ci sono banchi da cucina che costano di più.

La tragedia di Grenfell non ha fatto altro che evidenziare il problema delle abitazioni nella Gran Bretagna contemporanea. Da quando negli anni Ottanta Margaret Thatcher offrì ai residenti delle case popolari la possibilità di acquistare a prezzi stracciati l’appartamento in cui vivevano e di diventare così landlord, molte di queste case popolari sono state privatizzate e ristrutturate e gli appartamenti venduti o affittati. Da allora il governo non ha mai rispettato la promessa di costruire un numero adeguato di case popolari o quantomeno a buon mercato da rimpiazzare quelle comprate, con il risultato che il mercato delle abitazioni è impazzito. Anche per chi ha la fortuna di posserne una, le case britanniche sono tra le più piccole e costose in Europa. La voragine tra chi una casa ce l’ha e chi non potrà mai permettersela è dolorosamente acuta e negli ultimi anni ha auto un impatto notevole sulla qualità della vita delle persone e sull’economia stessa del Paese. La gente non spende soldi perche’ una volta pagato l’affitto, le bollette e fatto la spesa non resta molto, e di conseguenza l’economia non gira.

Non è una sorpresa: da anni gli stipendi del settore pubblico sono bloccati, l’inflazione è alta e come ha detto Theresa May ad un’infermiera dell’NHS, il settore sanitario britannico, “there is no magic money”, i soldi non appaiono per magia. Ma daltronde come scrive Loretta Napoleoni su Il Fatto Quotidiano, “I ricchi non usano l’Nhs, il sistema sanitario pubblico, non fanno la fila per mesi per fare la chemio, non mandano i figli alla scuola pubblica, a stento usano la metro… I ricchi abitano la Londra del settore privato dove tutto funziona, tutto è sicuro e tutto è costosissimo.” Questo è particolarmente evidente in Kensington, un quartiere famoso per l’alto numeoro di case vuote comprate come investimento da ricchi stranieri e dal momento che la creazione del collegio elettorale nel 1974, dal 1974 nelle mani di un amministrazione conservatrice. Nel 2010 e nel 2015 il candidato conservatore ha vinto con più di 7.000 voti. Fino a due settimane fa, quando le elezioni anticipate indette da Theresa May hanno fatto sì che per la prima volta in assoluto Kensington, la più ricca circoscrizione elettorale del paese, abbia un deputato laburista, Emma Dent Coad che ha battuto la conservatrice Victoria Borwick di soli 20 voti, ma che segnala un cambiamento di opinione dell’11,11%. Ma se tutti conoscono South Kensington, North Kensington il parente povero, tende ad essere ignorato.

“Non è una sorpresa che il Labour abbia vinto….” gongola soddisfatto la mia dolce metà. “I milionari stranieri non votano, i ricconi sono in minoranza e la gente normale che vive qui è furiosa.” E lo è ancora di più dopo l’incendio. Corbyn ha richiesto la requisizione delle case vuote per ospitare le persone rimaste senza casa. Certamente queste sono dotate di un sistema anti-incendio che funziona, al contrario della torre che era priva di rubinetti anti-incendio,  visto che nel 2014 il ministro conservatore Brandon Lewis rifiutò di approvare una legge che li rendesse obbligatori. Ma questa non è una sorpresa. Per anni il Labour party ha cercato di far approvare una serie di leggi che tutelino gli inquilini difendendoli da padroni di casa senza scrupoli. Leggi sempre rifiutate dai conservatori (la maggioranza dei quali sono notoriamente loro stessi landlords) preoccupati dal costo che regolamentazioni avrebbero posto sul mercato delle case. Di fatto quella della Grenfell Tower è una tragedia che poteva essere evitata. Una dimostrazione dell’indifferenza del governo per le vita dei poveri. Un vergogna che certamente costerà molto cara al governo.

Aspettando le Elezioni in UK

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Theresa May calls snap general election by Christian Adams – political cartoon gallery

Ci siamo quasi, manca ancora un giorno al fatidico 8 Giugno. E noi espatriati europei che non possiamo votare, siamo confinati al limbo dell’attesa e non posiamo fare altro che aspettare con le dita incrociate i risultati di quella che si sta rivelando un’eccitante campagna elettorale.

Siamo ritornati ai due partiti tradizionali, i Conservatori di una Theresa May sempre più testarda e arroccata sui sui principi e il Labour Party di Jeremy Corbyn che ha fatto un’incredibile rimonta; gli altri partitelli, i Liberal Democratici, i Verdi, persino UKIP orfano di Nigel Farage, sono ora ridotti a minuscole entità senza alcuna importanza numerica. Che sebbene sebbene nessuno sia pienamente convinto da nessuno dei due candidati in gioco, sanno che votare per uno dei due grossi partiti è l’unico modo per far si’ che il loro voto possa contribuire a cambiare qualcosa. Non ho mai desiderato cosí tato votare come questa volta, l’unica in cui non posso farlo. 😕

Keep Calm and Carry On. This is London.

Oggi lo slogan Keep Calm and Carry On (“Mantenete la calma e andate avanti”) adorna le tazze, i cuscini, quaderni, tovaglie e gli strofinacci. Creato dal governo britannico nel 1939 alla vigilia della seconda guerra mondiale con un messaggio del re ai suoi sudditi, aveva lo scopo di invogliare la popolazione a mantenere l’ottimismo e non farsi prendere dal panico in caso di invasione nemica.

Ora, dopo l’attacco terroristico di ieri sera, il secondo nella Capitale nel giro di poco più di tre mesi (il terzo in UK se contiamo Manchester il mese scorso) che ha colpito due aree superpopolari tra i londinesi come a London Bridge e Borough Market, questo slogan mi sembra decisamente appropriato.

E come dice Enrico Franceschini nel sul blog My Tube:

“In questi momenti è necessario ricordare due cose. La prima è che il Regno Unito e altre nazioni hanno a lungo convissuto con il terrorismo e sono riusciti va sopravvivere mantenendo salda la propria democrazia. L’IRA nord-irlandese ha fatto saltare in aria pub, giardini pubblici e alberghi per trent’anni in Inghilterra e gli inglesi non hanno smesso di andare al pub. Come in Italia la gente non ha smesso di andare in banca o prendere treni durante i tragici fatti della strategia della tensione, da Piazza Fontana alla stazione di Bologna. La seconda cosa da tenere a mente è che i servizi segreti britannici hanno sventato almeno una dozzina di complotti negli ultimi tre anni, ma hanno sempre detto che un attacco, prima o poi, sarebbe riuscito. […] E tutti noi dovremo ricordarci che si deve imparare a vivere con il terrorismo. Perché lo abbiamo già fatto”.

 

Addio a Roger Moore

È stato un brusco risveglio quello di stamattina. Che uno non si aspetta di iniziare la giornata con la notizia che l’ennesimo fanatico dell’IS si è fatto saltare in aria la sera prima alla fine del concerto della cantante pop americana Ariana Grande nella grande arena nel centro di Manchester, al Nord dell’Inghilterra.  Ma la cosa non mi sorprende: mentre gli occhi di tutti erano fissi su Londra,  un solo pazzoide è riuscito a prendersi la vita di 22 persone (molti poco più che bambini) e a lasciarsi dietro una scia di almeno 59 feriti. Un numero che probabilmente è destinato a salire, visto che molti erano gravi.

Tra l’orrore generale che ha investito la Gran Bretagna alla vigilia delle elezioni, la notizia della morte di Roger Moore è passata praticamente sotto silenzio, ignorata dai telegiornali del mattino e ridotta ad un piccolo avviso sul telefono – cortesia dell’app della BBC. Aveva 89 anni e ha vissuto una vita piena – al contrario di molti dei ragazzini falciati dal terrorista di Manchester che semplicemente non ne hanno avuto la possibilità di avercela affatto una vita. Ma nonostante tutto la notizia mi ha messo una gran tristezza.

From 1962 to 1969, Sir Roger became one of the UK's most popular TV stars playing the Saint, aka the debonair Simon Templar,

The Saint, aka the debonair Simon Templar,

Con lui se n’e andato un pezzo della mia giovinezza, quella che sognava un’Inghilterra piena castelli e passaggi segreti, di prati verdi su cui correvano cavalli neri che si chiamavano Black Beauty, di detectives con la bombetta e l’accento francese (pardon, belga!) e di Lord giovani e belli che avessero i occhi azzurri e la fossetta nel mento e la faccia di Roger Moore.

Che ho sempre avuto un debole per Roger Moore. Non quello di 007 (QUELLO era Sean Connery), ma quello di Simon Templar ne Il Santo (The Saint) e di Attenti a quei due (che in UK si chiamava The Persuaders) dove Moore interpretava la parte dell’aristocratico inglese Lord Brett Sinclair a fianco del geniale Tony Curtis  nel ruolo del milionario americano Daniel Wilde. Inutile dire che queste due serie televisive degli anni Sessanta e Settanta replicate a raffica nei programmi del pomeriggio dalla RAI quando ero alle medie, ebbero effetti devastanti sulla mia (già) galoppante fantasia di figlia unica, con il risultato che appena ho potuto ho fatto le valigie e ho attraversato la Manica.

In 1971 Sir Roger landed the joint lead role in the actioncomedy TV show The Persuaders! alongside Tony Curtis. Sir Roger played Lord Brett Sinclair and Curtis the self-made millionaire Danny Wilde.

Roger Moore and Tony Curtis in The Persuaders!

MA di Attenti a quei due ricordo anche a distanmza di tanti anni  anche il motivo musicale della sigla, uno dei più famosi e riconoscibili della storia televisiva, composto da John Barry, già autore delle musiche dei film di James Bond.