London Symphony – un poema musicale su Londra

Ce l’hano fatta. Ci sono voluti tre anni ed una lunga campagna pubblica di crowdfunding per raccogliere i fondi necessari (circa seimila sterline) per completarlo, ma ora il progetto “London Symphony” è pronto. E dal trailer penso che mi piacera’ proprio molto. Si tratta di un documentario in bianco e nero nello stile di film muti  diretto dal regista indipendente Alex Barrett e dal regista e sceneggiatore Rahim Moledina.

Girata nella tradizione delle “city symphonies” degli anni venti e una bellissima composta da James McWilliam, London Symphony ci accompagna in un bellissimo viaggio poetico nella Londra del XXI secolo: allo stesso tempo un’istantanea artistica della Capitale e una celebrazione della sua cultura e della sua diversità.

Il documentario è stato anche selezionato per il Festival Internazionale del Cinema di Edimburgo 2017, dove è stato nominato per il Premio Michael Powell come Miglior Film Britannico.

#LondonSymphony

 

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L’altra metà dei Communards

“Excuse me Miss, could you telle me where is the Lecture Theatre? I’m givig a talk tonight and I’m a bit lost…” mi chiede sorridente il corpulento vicario anglicano entrato insieme ad un paio di compagni alla Reception del Museo. Quel viso mi è famigliare (quella fossetta… quel sorriso… dove li ho già visti??) ma il nome non mi dice nulla (io con i nomi sono un disastro) ed è solo quando una signora molto emozionata mi mostra a fine serata il libro autografato che mi si accende la lampadina e mi esce una risatina incredula. Che mi era appena capitato di incontrare l’altra metà (quella strumentale) di The Communards!Uh!

Che gli ex-adolescenti degli anni Ottanta che come me sono cresciuti con una dieta di MTV e VideoMusic non possono non ricordare tormentoni come Don’t Leave Me This Way (1986), Never Can Say Goodbye (1987) e l’esuberante falsetto di Jimmy Somerville. Conosciutisi nei Bronsky Beat, Sommerville (che mio cugino chiamava Fagiolino) e Coles decidono di formare The Communards. Ma sebbene molto più alto e talentuoso di Sommerville, Richard Coles non era tagliato per le luci della ribalta e nel 1990, mentre decide cosa fare “da grande” trova (o ri-trova) la fede e decide che forse studiare teologia gli si addice di più che fare la pop star. Si laurea al King’s College di Londra, prende i voti et voilà! Entri il Reverendo Richard Coles, giornalista, scrittore e presentatore del popolarissimo programma radiofonisco domenicale Saturday Live in onda sulla BBC Radio 4 (il suo twitter account @RevRichardColes  ha oltre 139,000 followers), e dal 2005 sacerdote anglicano e responsabile, insieme al suo compagno David (anch’egli vicario anglicano) delle anime dei parrocchiani del piccolo villaggio di Finedon, nel Northamptonshire una regione delle Midlands Orientali, dove due dei suoi antenati già fossero Vicari nel XVII secolo.

Per me che sono crescita in un paese come l’Italia, dove la vita è ancora dominata dal tradizionalismo polveroso della Chiesa cattolica e dove le unioni civili sono ancora considerate con sospetto, quando non sono apertamente ostracizzate, l’immagine di un sacredote ex-musicista pop apertamente gay e felicemente in coppia nella sicurezza dell’unione civile, è davvero una ventata di aria fresca.

Se questo non bastava, ora il Reverendo è uno dei partecipanti alla versione inglese di Ballando con le stelle, che qui si chiama Strictly Come Dancing. Inutile dire che il reverendo irriverente è già il mio preferito, nonostante il suo disatroso Cha Cha Cha… ! 🙂

Gite fuori porta: Cambridge

Cambridge non ha bisogno di presentazioni che forse solo un marziano non ha sentito nominare almeno di passaggio questa deliziosa città universitaria situata nella parte orientale dell’Inghilterra, ad un centinaio di km a nord-est di Londra e bagnata dal fiume Cam. Con Oxford è la sede di una delle università tra le più antiche e prestigiose al mondo (anche se non antica quanto l’Alma Mater Studiorun di Bologna – scusate, non ho resistito… 😉 ).

Cambridge 2017 © Paola Cacciari

Cambridge 2017 © Paola Cacciari

Inutile dire che l’aspetto della città è determinato dalla presenza dell’Università e gli edifici in stile gotico perpendicolare abbondano. I colleges cominciarono a svilupparsi a partire dalla fine del XIII sec. Il primo fu Peterhouse costruito nel XIII-XV secolo, seguito dal Pembroke College e il Gonville and Caius College entrambi del XIV secolo, con aggiunte successive; il Christ’s College e il St. John’s College furono invece costruiti nel XVI secolo, insieme al Magdalene College nato nel 1428 come ostello benedettino prima di essere rifondato nel 1542 come parte dell’Università di Cambridge. L’allievo più celebre del college è il mio adorato Samuel Pepys, diarista e londinese i cui scritti e libri furono donati al college dopo la sua morte e che oggi sono conservati nella Pepys Library, all’interno del college stesso. Il Magdalene è conosciuto per lo stile tradizionalista, che include la cena a lume di candela nella hall tutte le sere ed il fatto di essere stato l’ultimo college di Oxbridge ad ammettere le donne nel 1988. Uh!

Cambridge 2017 © Paola Cacciari

St John’s College Cambridge 2017 © Paola Cacciari

Il famosissimo King’s College, la cui bellissima cappella (se si può chiamare così una chiesa delle dimensioni quasi di una cattedrale gotica…) costruita tra il  1446 e il 1515  e decorata da magnifiche vetrate e dall’altrettanto magnifica volta a ventaglio tipica del gotico inglese, dove alla vigilia di Natale si tengono il famoso coro del King’s College canta i Christmas Carols, i canti di Natale.

 King's College: Punting on the River Cam © Phil Brown 2000-2017

King’s College: Punting on the River Cam © Phil Brown 2000-2017

Il complesso del Trinity College, fondato da Enrico VIII nel 1546 ospita la splendida biblioteca costruita da Christopher Wren (quello di St Paul’s Cathedral a Londra per intenderci) tra il 1676-95. Le scaffalature contenenti i libri sono disposte in file perpendicolari alle pareti e sono decorate da meravigliosi intagli lignei del magico scultore e intagliatore Grinling Gibbons e sono coronate da busti in gesso di famosi scrittori di ogni epoca.

Una delle attività predilette di turisti e locali è il punting. Il punt è una imbarcazione a fondo piatto con la prua squadrata, nata come barca da carico o piattaforma per la pesca con l’amo da utilizzare su piccoli fiumi dalle acque poco profonde. Essendo la pesca o il trasporto di carichi diventati obsoleti, queste barche sono ora utilizzate per piacevoli escursioni sul fiume Cam – da cui il verbo “punting”. Il “punter” dal canto suo è il palo che, spinto contro il fondale del fiume, permette alla barca di avanzare – una sorta di gondoliere d’acqua dolce insomma anche se Wikipedia fa attenzione ad informarci che “Questo tipo di imbarcazione non deve essere confusa con una gondola che, oltre ad essere strutturalmente diversa, è azionata da un remo piuttosto che da un palo.”

Cambridge 2017 © Paola Cacciari

Cambridge 2017 © Paola Cacciari

Ma solo dopo aver riempito la pancia con un sostanzioso e saporito pub-lunch (Cambridge abbonda di pub caratteristici come The Eagle, uno dei più antichi della città) ci si può prender d’assalto il bellissimo Fitzwilliam Museum, la cui collezione e’ cresciuta attorno al nucleo originario della biblioteca del musicologo e collezionista Richard Fitzwilliam, che nel 1816 ne fece dono all’università e che ospita importantissime raccolte di manoscritti, pitture e antichità e la cui visita (credetemi) vi può portare via gran parte della giornata…

Cambridge 2017 © Paola Cacciari

Cambridge 2017 © Paola Cacciari

 

Her last ballet (Mini film)

“Dancing is music made visible.”

George Balanchine

Chi l’avrebbe mai detto che in un filemato di un solo minuto si potesse racchiudere così tanta poesia?

Short film by Rahim Moledina music by Miranda Shvangiradze

 

Strike: The Cuckoo’s Calling (BBC1)

Holliday Grainger and Tom Burke in a first look at The Cuckoo's Calling

Holliday Grainger and Tom Burke in a first look at The Cuckoo’s Calling

Ho letto tutti i libri (OK i tre libri scritti fin’ora) da Robert Galbraith (aka JK Rowling) che vedonono come protagonista il detecve privato Cormoran Strike e la sua assistente Robin Ellacott e li ho adorati. Sul primo libro Il Richiamo del Cuculo ho scritto pure un post che trovate qui. 😄

Ed ora la BBC1 mi diletta con questa mini serie televisiva tratta dal primo libro, dal titolo Strike: The Cuckoo’s Calling.

Evvvaii!!! 😄😄😄

 

Vent’anni di Lady D

In vita, la Principessa Diana ha certamente disorientato e infastidito la famiglia reale britannica e continua a farlo anche a vent’anni dalla sua morte in quel tunnel di Parigi quel lontano 31 Agosto del 1997. Basta passare davanti alla cancellate di Kensinton Palace per averne la conferma. Mazzi di fiori, biglietti, poesie, irriducibili pellegrini avvolti in giacche coperte di Union Jack si mescolano a semplici turisti e curiosi impegnati a fare selfies. E naturalemente orde di giornalisti da ogni parte del mondo impegnati a trasmettere dal vivo l’evento del giorno.

Che ancora adesso Diana fa notizia. La sua morte ha costretto la famiglia reale ad abbandonare il rigido protocollo e hanno dato il visto d’accesso alle emozioni – tutte cose che lungi dall’indebolire la monarchia, ha contribuito a portare questa istituzione nel XXI secolo rendendo i suoi membri più caldi, avvicinabile, umani. Più simili a lei insomma.

Creare legami più forti tra la monarchia e la gente era da sempre l’ambizione di Diana che, divorziata o no, era pur sempre la madre del futuro re e da tale ha sempre agito.
E bisogna dire che (volenti o nolenti) il ciclone-Diana ha avuto sulla monarchia britannica un effetto immediato. Una volta digerita la realizzazione la loro popolarità era ai minimi storici che si trattava di adeguarsi o rischiare la Repubblica (ne sappiamo qualcosa noi in Italia di re impopolari…) la famiglia reale non perse tempo.
Nel modo pratico ed efficiente che caratterizza gli inglesi, commissionarono ricerche, sondaggi, focus group e sono passati alla controoffensiva.

Certo, il cambiamento non e’ stato drammatico, ma e’ stato consistente. Persino la regina ha allentato il protocollo ed ora pare sorridere e godersela molto di più … 😉 #Diana20

 

Chiavi di ricerca

Era già da un po’ che non curiosavo tra le chiavi di ricerca gentilmente fornitemi dal Sig. WordPress, quelle che mi raccontano di come la gente arriva qui. E sebbene le key words che portano a questo blog continuano ad essere piuttosto miti se paragonate a quelle di altri blog, queste sono alcune tra le più curiose…

1. cani gialli nel cielo (ma va? troppi acidi stasera?)

2. come si fotografa una regina? (con difficoltà, suppongo soprattutto se non si e’ il fotografo ufficiale della Royal Family…)

3. guardasala mostre: che fa? (non fatemi parlare…. Chiavi di ricerca)

4. tempus fugit (non ditemelo che già mi viene l’ansia…)

5. portoghesi a londra nella british library (non solo nella British Library, giuro….)

6. dove comprare jaffa cakes in Italia? (le vendono anche in Italia adesso? davvero???)

7. bei cinquantenni (lo so, Colin Firth e’ troooooppo bello!)

8. case da pazzi (il mio museo: una vera e propria “madhouse” – ovviamente nel senso divertente del termine!! Chiavi di ricerca)

9. testi canzoni Leonardo da Vinci (quasi quasi sono contenta che sia morto da qualche secolo, non avrei retto alla vista di Leonardo a San Remo!)

10. diario vogue per ragazze anni 70 (e che mi dici delle ragazze anni 80?? e di quelle degli anni 90? e dei Millenials? le lasciamo tutte fuori??)

11. donnina zen (questa mi sfugge, ma mi piaceva…)

12. gold porn tube inghilterra (davvero esiste qualcosa di simile???)

13. perche’ Margaret Thatcher is dead e Blair no? (un’ideuzza ce l’avrei: si chiama age gap…)

La banda dei brocchi (The Rotters Club) di Jonathan Coe

L’Inghilterra degli anni Settanta non doveva essere una passeggiata. Mia suocera non la rimpiange affatto e la mia dolce metà fa di tutto per dimenticare che c’era, anche se allora era appena un bambino delle elementari. Un’epoca di sconvolgimenti sociali e dure lotte politiche, dominata da un nazionalismo imperante, da un razzismo endemico e dagli attentati dell’Ira sullo sfondo della musica dei Sex Pistols. Un mondo senza Facebook o Twitter, senza tablet e smartphones che non conosceva lo yougurt e in cui nessuno sapeva pronuciare la parola baguette (non parliamo poi di comprarne una!) e in cui gli spaghetti alla bolognese erano ancora un cibo estremamente esotico. Ed e’ in questi anni cupi e difficili che si svolge uno dei libri migliori di Jonathan Cose, The Rotters’ Club (tradotto in italiano con La banda dei brocchi, un titolo che rende l’idea…)

Benjamin Trotter, Sean Harding, Douglas Anderton e Philip Chase sono quartetto di adolescenti che frequenta un liceo elitario di Birmingham, il classico tipo di scuola che preleva giovani intelligenti della classe operaia e della piccola borghesia catapultandoli in una classe sociale completamente diversa da quella dei loro genitori. E mentre i ragazzi sono destinati a carriere importanti, i genitori rimangono impantanati nel loro mondo di matrimoni sciovinisti, scontri sindacali, guerre di classe e di razza e ignoranza culturale – un mare in tempesta cercano di destreggiarsi, con alterne fortune, i quattro ragazzi cercano di destreggiarsi come possono tra disagi adolescenziali, primi amori più o meno (in)felici tra loro e le ragazze della vicina scuola femminile, il giornale scolastico, i circoli studenteschi e tanta, tantissima musica. Una galleria di personaggi spettacolare su cui spicca la figura di Benjamin Trotter, Ben, adolescente genialoide e un po’ “sfigato” per cui e’ difficile non provare un’immediata simpatia.

Londra celebra il suo passato romano

Londra, l’antica Londinium dei Romani racchiusa nel perimetro di quella che e’ oggi la trafficatissima London Wall, nella City of London. Ma Londinium non si dimentica che in fondo i romani restarono qui 400 anni e la si celebra ogni anno, come ci racconta la bravissima Claudia di LondonSE4, che proprio della City of London e’ una guida. Buona lettura!

London SE4

La prima volta che vidi “Il Gladiatore” di Ridley Scott fu nell’ambito dell’Estate Romana del 2000. Lo schermo era stato montato nella suggestiva cornice di via dei Fori Imperiali, pedonalizzati per l’occasione, con il Colosseo alle spalle. Quando il pubblico vide sullo schermo la ricostruzione dell’Anfiteatro Flavio, scattò in un applauso fragoroso, trasudante orgoglio.
Il film è uno di quei colossal del filone mitologico “Sword and Sandals”, di cui l’Italia fu prolifica negli anni d’oro di Cinecittà, quando gli attori americani venivano a girare le imprese di Maciste, Ercole, Spartaco ed altri eroi del mondo antico. Non erano pellicole storicamente accurate allora, e nemmeno al giorno d’oggi: nonostante la meticolosa ricostruzione di ambienti e costumi, molte scene peccano di ingenuità ed inesattezze. Ma, in fondo, quello che conta, sono la trama, l’azione e le gesta di un personaggio con cui il pubblico possa identificarsi o simpatizzare. Dopo quell’epica…

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Addio a Martin Roth, cittadino europeo

Ha fatto molto discutere: il primo direttore non British alla guida di un museo britannico e per lo più tedesco. Per un museo che porta ancora (volutamente) sui muri vittoriani che si affacciano su Exhibition Road i segni delle bombe della Seconda Guerra Mondiale c’era da inorridire. Eppure Martin Roth ha lasciato un grande vuoto quando nell’Ottobre del 2016 ha lasciato il Victoria and Albert Museum (V&A) di Londra dopo soli cinque incredibili anni. Con lui il Museo ha superato i 3 milioni di visitatori grazie anche a mostre come David Bowie Is, Alexander McQueen e l’attuale blockbuster da tutto esaurito The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains (per non parlare di quella dell’autunno prossimo Opera, Passion, Power). Per non parlare dell’apertura delle sale dedicate all’Europa (a cui all’epoca avevo dedicato un post intitolato Europa, che passione! che trovate qui) in un momento in cui l’Europa non era mai stata così impopolare e mille altri progetti la cui realizzazione andava molto oltre i confini del Canale della Manica, quei confini voluti da chi voleva che la Gran Bretagna ritornasse ad essere un isola e basta.

Alto, impettito e imponente, sempre elegantissimo e con un ciuffo di capelli candidi e (a volte) un’altrettanto candida barba, Martin Roth era nonostante tutto una persona estremamente informale. Sempre gentile ed affabile, sempre pronto al sorriso e alla battuta con tutti quelli che incrociava lungo le sale del museo con quel suo inglese perfetto dal leggero accento tedesco, il mio tedesco preferito non poteva essere più diverso dal direttore precedente, una figura ascetica e remota che non parlava con nessuno. In un articolo di Novembre il quotidiano conservatore The Telegraph aveva scritto che a Martin Roth il museo non piaceva e lui non piaceva al museo (anche se la settimana dopo lo stesso Telegraph ha scritto che Roth è stato il direttore più di successo del V&A – l’articolo è qui). Vero o no, il grande tedesco era molto amato da noi Gallery Assistants e da tutti quelli del nostro dipartimento per cui era semplicemente “Martin”.

Aveva deciso di andarsene in Ottobre, dopo aver assicurato al V&A il titolo di Museum of the Year 2016 il premio per il migliore museo dell’anno assegnato dall‘Art Fund (l’organizzazione indipendente fondata nel 1903 che non riceve aiuti governativi, ma affida la sua sopravvivenza agli abbonamenti di soci e donazioni pubbliche il cui scopo è raccogliere di fondi per aiutare l’acquisizione di opere d’arte per la nazione) adducendo come ragioni la disillusione di un’Inghilterra post-Brexit e il suo timore per l’ascesa dell’estrema destra nella sua nativa Germania, dove voleva ritornare per essere una figura più attiva nel panorama politico e culturale. Per lui che si era sempre considerato essendosi sempre sentito cittadino europeo, la Brexit era stato un colpo basso, una cosa che non aveva esitato a definire “orribile”.

Ogni tanto lo cercavo su Google per vedere come stava e cosa faceva, come si segue un parente lontano ma sempre caro e la notizia della sua morte il 6 Agosto a soli 62 anni per una forma molto aggressiva di cancro mi ha rattristato moltissimo.  Ricorderò sempre la sua calda stretta di mano e quegli occhi profondi e curiosi con cui osservava tutto e tutti. “E’ stato un piacere lavorare con te…” gli ho detto alla sua festa di addio. E lo pensavo davvero. Lo penso ancora. Anzi, è stato un onore. #RIPMartinRoth

Martin Roth (1955-2017)

Martin Roth (1955-2017)