Il calcio secondo George Orwell

Ci siamo quasi: il 14 Giugno inizierà quel circo che si tiene ogni quattro anni e che si chiama Coppa del Mondo. Quest’anno si tiene in Russia, ed è probabilmente la più politica di tutte le coppe del mondo della storia recente – forse a parte Argentina ’78, quando il Sud America era al culmine della dittatura. Sotto l’egida di Vladimir Putin, la risorta Russia ospiterà le 32 squadre partecipanti al torneo, tra scandali che vanno dal doping all’avvelenamento (ricordate il tentato avvelenamente di Sergei Skripal e della figlia Yulia, a Salisbury – l’evento più grave dalla morte dell’ex agente del Kgb Aleksandr Litvinenko avvelenatocon il polonio radioattivo. Il caso Skripal che ha coinvolto (e sta ancora coinvolgendo) Gran Bretagna, Russia, l’Europa e gli Stati Uniti ha fatto pensare per un breve momento ad un possibile boicottaggio della manifestazione calcistica da parte dell’Inghilterra come accadee per i giochi olimpici di Mosca del 1980. Un mondiale da cui, ricordiamolo, l’Italia è assente non essendosi qualificata per la seconda volta nella sua storia.

Ma vivendo nella terra del Fish and Chips, io vivo l’atmosfera locale e devo dire che le relazioni tra Russia e Inghilterra non erano cosi fredde dal tempo della guerra fredda (non che ci fossi qui a Londra al tempo della Guerra Fredda, ma si fa per dire). E a quanto mi pare di capire, ad essere cambiate sono state le aspirazioni della Russia.

Quando nel 2010 le fu assegnato l’onore (e l’onere) di ospitare il prestigioso torneo calcistico, alla guida della Federazione Russa era il liberale Dmitri Medvedev. Nei quattro anni della sua presidenza (2008-2012) Medvedev si fece promotore di un programma di modernizzazione dell’economia e della società russa fondamentale per fare riprendere il Paese dalla Grande Recessione in cui era precitato dopo l’implosione dell’Unione Sovietica. Non solo: Medvedev lanciò la prima grande campagna anti-corruzione nazionale, rafforzando le leggi in materia. In fatto di politica estera, il “resettaggio” delle relazioni con gli stati Uniti d’America promossa dal governo di Obama procedeva ancora a gonfie vele e, dopo la guerra con la Georgia, la Russia sembrava ancora interessata a voler fare una buona impressione sulla comunità internazionale. E nulla attrae l’attenzione generale piú di un torneo sportivo di prestigio come la Coppa del Mondo…

Ma la Russia ha sempre avuto grossi problemi con il razzismo e gli hooligans di estrema destra, la cui ideologia che Putin non ha mai condannato apertamente per non inimicarsi i tifosi.

E questo mi ha fatto pensare ad una breve saggio di George Orwell che ho letto di recente e che si chiama Notes on Nationalism (1945) e che in realta’ si tratta di tre brevi articoli, Notes on nationalism, Antisemitism in Britain e The Sporting Spirit – tutti scritti e pubblicati nel 1945.

“I’m always amazed when I hear people saying that sport creates goodwill between the nations.”

scrive George Orwell in The Sporting Spirit. E guardando gli hooligans calcistici di ogni paese che se le danno di santa ragione prima, dopo e durante le partite, non posso che dargli ragione.

Il fatto è che quasi tutti gli sport praticati oggi sono competitivi. Si gioca per vincere e chi sostiene il contrario, che l’importante è partecipare e roba simile,  è un illuso, un idealista o un giocatore della domenica di quelli che riescono ancora a giocare per divertimento e per fare dell’attività fisica senza farsi prendere da sentimenti di patriottismo locale. Ed io che non sono ne’ un’illusa, ne un’idealista e che ho smesso di fare sport all’età di sedici anni, quando mi sono accorta che era impossibile fare semplicemente un po’ di attività fisica in un corso di nuoto agonistico, sorrido ogni volta che alla vigilia di questo mondiale, sento l’ennesimo opinionato opinionista ripetere che lo sport è solo un gioco. Che come dire Orwell,

“At international level, sport is frankly mimic of warfare.” 

Prendiamo il calcio per esempio.  “Ciò che è significativo non è la condotta dei calciatori, ma l’atteggiamento degli spettatori; e, al di là degli spettatori, delle nazioni che vanno su tutte le furie a causa di queste assurde competizioni, e credono seriamente — almeno per brevi periodi — che correre, saltare e dare calci a una palla siano una prova di virtù nazionale.” Con tali aspettative emotive sulle spalle (e non parliamo dell’aspetto economico), ditemi voi comè possibile per le squadre in campo limitarsi a “partecipare”…

E visto il livello globale di Nazionalismo, populismo, xenofobia e razzismo, questa coppa del mondo non potrebbe svolgersi sotto peggiori auspici. Che, diciamocelo, non c’è niente  di peggio del mettere in campo undici “campioni”  vestiti con i colori della quadra nazionale per dare battaglia ad altri undici “campioni” per avere la conferma di come sia possibile trasformare un’occasione sportiva in uno scontro esplicito ed economico tra due potenze dell’UE. Basta pensare ad Italia-Germania o Germania-Inghilterra, tanto per citare un paio di classiche.

Il fatto è che, in tutto il mondo ieri come oggi, gli sport di quadra sono presi davvero seriamente e non a caso sono prorio gli sport più violenti e competitivi come il calcio e il pugilato a suscitare forti passioni e ad attirare folle enormi (e non parliamo dei massicci finanziamenti). E il dover vincere a tutti i costi perché e l’incontro perde di significato se non si fa il possibile per vincere e per evitare al Paese una pubblica umiliazione, non è forse questa una forma di nazionalismo? “Ci sono già abbastanza cause reali di problemi per aggiungerne altre, incoraggiando dei giovani a darsi calci sugli stinchi tra gli strepiti di spettatori inferociti”  continua Orwell.  Non potrei essere più d’accordo con lui.

2018 © Paola Cacciari

La traduzione completa nel blog di  romolo capuanoGeorge Orwell e il calcio come guerra

 

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Tutti pazzi per Meghan!

Attrice, divorziata, più grande di lui e per di più americana, Megan Markle non è esattamente la moglie tradizionale per un erede al trono della corona britannica. Ma il principe Harry non è esattamente il tradizionale rampollo reale (basta sfogliare i giornali scandalistici per averne la conferma). Inoltre, essendo il sesto nella linea di successione reale dopo Carlo, William e i di lui figli, George, Charlotte e Louis – è molto improbabile che il secondogenito di Lady Diana diventi Re. Cosa che, lungi dall’essere un peso, pare averlo liberato da molti obblighi di protocollo. Come quello, per esempio, di doversi sposare con una fastosa cerimonia a Westminster Abbey come ha dovuto fare il fratello, o di dover invitare la stampa o i capi di stato. E infatti nè Theresa MayDonald Trump sono stati invitati (sebbene pare che quest’ultimo ci sperasse in un invito) e solo per questo la nuova Duchessa del Sussex mi è ancora più simpatica! E per un giorno almeno ci siamo dimenticati Brexit e Trump, e il terrorismo e la crisi per fiondarci in un mondo da favola con una Cenerentola multietnica e moderna, figlia di un’assistente sociale e istruttrice di yoga californiana di origini afroamericane e di un ex direttore della fotografia di origini irlandesi-olandesi che ora vive in Messico. Ma se i matrimoni reali si svolgono tradizionalmente nei giorni feriali, desiderando evitare lo scontro con altri eventi del mese (come per esempio la nascita del terzogenito di William e Kate, il principino Louis) i nostri eroi si sono sposati oggi, di Sabato, a Windsor Castle. Il che, nonostante le buone intenzioni, per noi comuni mortali, significa che questa giornata non è stata dichiarata festa nazionale e per chi, come me, fa i turni è significato andare al lavoro invece che restare a casa a guardare il Royal Wedding in televisione sorseggiando un Pimms come per le nozze di William e Kate. Ma la vita è fatta così: un po’ bastarda. #RoyalWedding

Al Victoria & Albert Museum una grande mostra sull’età d’oro dei transatlantici.

Ah, il fascino delle navi da crociera! Alzi la mano chi appartiene alla mia generazione e non ricorda Love Boat la serie televisiva americana ambientata su una nave da crociera, trasmessa da noi su Canale 5  negli anni Ottanta, con il suo equipaggio più simile ad un gruppo di colonnisti della posta del cuore?

Ma i transatlantici al centro della mostra del Victoria and Albert Museum, dal tirolo Ocean Liners: Speed and Style, sono gli antenati delle torreggianti navi da crociera dei nostri giorni, quelle città galleggianti che trasportano oltre 6000 passeggeri e che oscurano con la loro spaventosa mole la Giudecca e rovinano le delicate pietre di Venezia. Il povero Ruskin sarebbe devastato al pensiero…

Ma il transatlatlico più famoso è certamente quello che è andato a fondo, il Titanic affondato durante il suo viaggio inaugurale al largo delle coste della Groenlandia. Ma qui al museo il focus è sugli altri transatlantici, quelli che sono sopravvissuti ai ghiacci e alla Seconda Guerra Mondiale e che sono diventati il simbolo di un’epoca di ottimismo, progresso ed eleganza.

Come l’inglese Queen Mary per esempio (1936), o il francese Normandie (1935), o il tedesco Bremen (1928) – anche se, naturalmente, non poteva mancare il relitto del Titanic, lo stesso che (in forma di replica) figura nella tragica scena del naufragio a cui si aggrappano Kate Winslet e Leonardo di Caprio del filmone di James Cameron…

 The Queen Mary ocean liner Credit: V&A
The Queen Mary ocean liner Credit: V&A

Quando il mare era l’unica strada per andare da un continente all’altro, il transatlantico era l’unico mezzo di trasporto capace di solcare gli oceani e di raggiungere parti remote del mondo. Ma viaggiare per mare era una faccenda scomoda e affollata e nessuno avrebbe affrontato la lunga traversata transoceanica a meno che non fosse stato assolutamente necessario. Compito delle nuove compagnie di bandiera era far cambiare idea alla gente e, visto il successo ottenuto, direi ci riuscirono in pieno! Non a caso che l’epoca d’oro dei transatlantici coincide con quella della grafica, negli anni Venti e Trenta del Novecento. Accattivanti campagne di marketing che offrivano spazi personalizzati alla portata di tutte le tasche, promuovono un’idea del viaggiare per mare che va oltre alla questione  puramente pratica in breve attraversare l’oceano non è più solo una questione pratica, ma anche e soprattutto un piacere.

Tra le due guerre Gremania, Francia ed inghilterra competono per la supremazia europea  e queste vere e proprie città galleggianti divennero potenti simboli del progresso e della modernità del XX secolo. E ogni anno si disputavano la Blue Riband, il premio per la nave più veloce ad attraversare l’Atlantico. Inutile dire che conquistarla era un onore patriottico, oltre che una manna per la reputazione

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Chi viaggiava per mare si sentiva speciale e le compagnie di navigazione facevano in modo che questo i passeggeri non lo dimenticassero mai. Ogni aspetto del viaggio – dal momento della prenotazione, all’arrivo a destinazione – era perso attentamente in considerazione e ed era volto a promuovere un’idea di lusso ed eleganza dapprima inesistente. Questo lusso aveva lo scopo di attirate i passeggeri più ricchi in un momento in cui, negli anni Venti del Novecento, gli stati uniti avevano imposto restrizioni all’immigrazione e non essendo più necessario tanto spazio per trasportare  bagagli, parte della stiva poté essere trasformata in cabine – la cosidetta classe turistica. Sale da ballo, piscine, negozi: a bordo ogni desiderio era esaudito. Chi se lo poteva permettere, poteva portare a bordo cameriere e maggiordomi, animali, automobili e tutto il bagaglio che poteva portare con sé (come fece l’ex re Edoardo VIII che si imbarcò con la moglie Wallis Simpson sul SS United States portandosi appresso un centinaio di valige). Le navi più grandi come la Queen Mary erano persino dotate di cappelle  cattoliche o protestanti, o di sinagoghe a seconda delle necessità.

Queste navi erano disegnate in moda da creare una serie di “momenti” nella giornata dei passeggeri. E nulla era più importante della “grande descent” durante la quale le signore eleganti scendevano in modo teatrale dalla scalinata che portava alla sala da pranzo e potevano così sfoggiavano i loro abiti. Questo momento divenne cosi importante che elaborate scalinate divennero un elemento fisso dell’architettura degli interni dei transatlantici – tanto la la loro assenza, soprattutto in una nave come la Queen Mary fece esclamare al fotografo Cecil Beaton che i progettisti britannici non avevano preso in considerazione i bisogni delle loro clienti! Che la moda a bordo era una cosa importante, e molti passeggeri (uomini e donne) ordinavano abiti nuovi per l’occasione, come quello splendido di Christian Dior indossato da Marlene Dietrich a bordo della Queen Mary diretta a New York nel 1950.

Ma L’eleganza non era limitata agli abiti: gli interni erano vere e proprie opere d’arte: se il salone di prima classe del Normandie decorato in stile Art Decó, con un gigantesco pannello in metallo dorato con figure a rilievo dell’artista Jean Dunand era il massimo dell’eleganza, la sala da pranzo di prima classe  dell’italiana Conte Grande aveva mobili disegnati da Giò Ponti.

 

Ma lungi dall’essere solo un luogo di lusso ed eleganza, questi giganti del mare si rivelarono cruciali per il trasporto delle truppe americane in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale (e rimpatriarle alla fine) e di emigranti in fuga dall’Europa in guerra e dalle persecuzioni naziste, o che andavano in cerca di una vita migliore nel nuovo continente. La Queen Mary in particolare era la nave più rappresentativa della marina britannica e durante la guerra Hitler arrivò ad offrire 250.000 sterline al sottomarino che l’avesse affondata. ma grazie alla sua stazza e alla sua velocità la nave era inaffondabile. su di lei furono perse alcune delle decisioni più importanti per il destino della guerra: era per Churchill il quartier generare marittimo, l’equivalente del Cabinet War Rooms di Londra.

Ma già a partire dal 1965 il 95% delle traversate oceaniche avveniva tramite aereo, impiegano sette ore invece di tre giorni e con gli anni Settanta l’epoca d’oro dei transatlantici è definitivamente finita.

Ma già a partire dal 1965 il 95% delle traversate oceaniche avveniva tramite aereo, impiegano sette ore invece di tre giorni e con gli anni Settanta l’epoca d’oro dei transatlantici è definitivamente finita. E non si può lasciare la mostra senza provare una certa nostalgia per un periodo senza controlli di sicurezza ad ogni angolo e aerei perennemente in ritardo e cui viaggiare era una cosa più certamente più lenta, ma infinitamente più  elegante.

Londra// fino al 17 Giugno 2018

Ocean Liners: Speed and Style @ Victoria and Albert Museum

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2018 ©Paola Cacciari

Al Fashion and Textile Museum la storia dell T-Shirt

Bianca o colorata, aderente o extra large, di lana (nella versione “maglia della salute”) o di cotone: cosa sarebbe il nostro guardaroba senza di lei, l’umile T-shirt? Tutti ne possediamo almeno una (o varie decine) e siamo così abituati alla sua discreta presenza nei nostri cassetti che non la notiamo neanche più. Senza la T-shirt io sarei rovinata, visto che la mitica maglietta di cotone e un paio di jeans sono praticamente le uniche cose che indosso estate ed inveno (ok, in inverno con vari maglioni di lana sopra…).

Ma come fece Andy Warhol elevando il suo barattolo di zuppa Campbell a soggetto per un quadro, così dedicando una mostra alla T-shirt il Fashion and Textile Museum di Bermondsey, non lontano dal Tower Bridge, ci mette sotto gli occhi una cosa che per anni abbiamo guardato senza vedere.

T-shirt: Cult, Culture, Subversion non vuole essere una storia della T-shirt, che compilare una storia completa di questo indumento sarebbe un’impresa disperata. La mostra si limita a prendere in esame i momenti politici, storici e culturali in cui l’umile maglietta diventa protagonista nella moda e nel costume.

Il come questo semplice indumento nato dall’evoluzione della tunica a forma di “T” che esisteva già nel 500 D.C.  sia diventato un mezzo di espressione politica, culturale, musicale o cinematografica, è una storia affascinante. Utilizzata dai soldati dell’esercito americano e inglese sotto la camicia dell’uniforme durante la Seconda Guerra Mondiale, la semplice T-shirt bianca da indumento puramente funzionale delle divise sportive diventa negli anni Cinquanta improvvisamente sexy addosso a Marlon Brando in Un tram chiamato desiderio (1951) e James Dean in Gioventù bruciata (1956).

Negli anni Settanta la T-shirt diverta politica. Artisti e attivisti trasformano la sua superficie bianca nel supporto ideale per il messaggio che volevano far pervenire al grande pubblico con la creazione di slogan colorati e spesso controversi.

T-shirt: Cult, Culture, Subversion. Fashion and Textiles Museum, London. 2018 © Paola Cacciari
T-shirt: Cult, Culture, Subversion. Fashion and Textiles Museum, London. 2018 © Paola Cacciari

Una delle più famose promotrici della T-shirt è l’inglese Katharine Hamnett famosa per aver indossato una maglietta decorata con un messaggio di protesta contro i missili nucleari in occasione di un incontro con l’allora primo ministro Margaret Thatcher nel 1984, ma forse piú famosa per aver creato quella con la scritta “Choose Life” indossata da George Michael nel video musicale degli Wham! Wake Me Up Before You Go Go. E che dire dell’iconica “Ignorance = Fear Silence = Death” creata da Keith Haring per la campagna di sensibilizzazione contro l’Aids.

T-shirt: Cult, Culture, Subversion. Fashion and Textiles Museum, London. 2018 © Paola Cacciari
T-shirt: Cult, Culture, Subversion. Fashion and Textiles Museum, London. 2018 © Paola Cacciari

Naturalmente enon poteva mancare una sezione dedicata al fan di cinema e musica che hanno fatto della t-shirt una bandiera d’appartenenza a gruppi musicali, movimenti giovanili e culturali come il Punk…

Dallo sport alla moda, dalla musica all’arte e al cinema la T-shirt è il piú universale dei mezzi espressivi e anche l’unico capo d’abbigliamento davvero inisex. Mica roba da poco….


Londra// fino al 6 Maggio 2018

T-shirt: Cult, Culture, Subversion

Fashion and Textiles Museum

ftmlondon.org

2018 ©Paola Cacciari

Back in Time: The Verve – Lucky Man (1997)

Periodo di grossa crisi nella mia vita quello della fine degli anni Novanta, in cui come accade nella Legge di Murphy, tutto quello che poteva andare male lo aveva fatto. Tutto. Una vera catastrofe. E non scherzo.

Per qualche strano motivo questa canzone dei Verve, nel cui cui video la band sembra diverstirsi un sacco in quello che ora so essere Thames Reach, adiacente al complesso del Thames Wharf, progettato dall’architetto Richard Rogers (l’amico di Renzo Piano, insieme sono stati i responsabili del Centre Pompidou di Parigi) vicino ad Hammersmith, nella zona Ovest di Londra, mi sembrava il simbolo di titto quello a cui aspiravo. Un po’ di felicità.

Qui, un Richard Ashcroft alto ed allampanato (lo stereotipo dell’inglese metropolitano degli anni Novanta) canta accompagnadosi da una chitarra acustica, mentre il resto del gruppo lo guarda.  Vedevo il sole, il fiume, ascoltavo quelle parole che dicevano:

Happiness
More or less
It’s just a change in me
Something in my liberty
Oh, my, my
Happiness
Coming and going
I watch you look at me
Watch my fever growing
I know just where I am.

Ed io volevo essere lì, in quel momento. A Londra. Nel sole. Sul fiume. Happiness. More or less. Londra. Nel mio caso, much, much more, rather THAN less. 😉

 

The Verve – Lucky Man 1997

Back in time: The Wallflowers – One Headlight

Ho comprato Bringing Down the Horse della bands america The Wallflowers nel 2001, durante il mio primo periodo londinese perchè mi piaceva il singolo One Headlight. Trovavo questa canzone irresistibile. Ancora adesso penso di aver fatto bene. Ma la musica si sa è una cosa molto soggettiva…

The Wallflowers – One Headlight (1996)

Circolo chiuso (The Closed Circle) di Jonathan Coe

È un’Inghilterra che conosco e riconosco questa raccontata da Jonathan Coe in The Closed Circle (Circolo Chiuso) che questo è il Paese in cui sono atterrata in quel lontano Aprile del 1999. Un Paese da poco rimasto orfano di due donne carismatiche come Margaret Thatcher e Lady Diana, la prima silurata nel 1992 (e sostituita per un breve e irrilevante mandato dall’altrettanto irrilevante John Major) la seconda morta tragicamente in un incidente stradale a Parigi nel 1997 e in disperato bisogno di una mano ferma, ma amichevole. Almeno all’apparenza. La mano del giovane e carismatico Tony Blair.

Sotto l’egida del New Labour di Balir la Gran Bretagna si trasforma nella Cool Britannia  delle Spice Girls e la bandiera nazionale, la Union Jack diventa un brand per tutto, dalle teiere agli ombrelli che tanto piacciono ai turisti perchè fanno tanto Londra. Nella Londra degli anni Novanta l’aria era elettrica, l’economia girava al massimo e la nazione era talmente ricca che si poteva trovare lavoro semplicemente stando seduti su di una panchina a mangiare un panino nel parco (e questo lo dico per esperienza personale, lo so perché mi è capitato). L’ottimismo, l’apertura all’Europa, i caffè all’aperto, il culto del cibo che trasforma improvvisamente l’Inghilterra da una nazione di filistei culinari in una di foodies ossessionata di ristoranti, ricettari e celebrity chefs. Quello che si vedeva meno erano cose tanto piu’ tragiche proprio in quanto cosi’ banali come il dramma del lavoro operaio, sottoposto alla morsa e alle costrizioni della globalizzazione. E tragedie ferroviaria senza precedenti, come qulla di Paddington del 1999, in cui persero la vita 31 persone e 400 restarono feriti. E la chiusura dello stabilimento di Longbridge, vicino a Birmingham, dal 1905 vitale per l’economia locale e non solo. E la tragedia dell11 Settembre, la guerra in Afganistan e quella in Iraq – contro la quale il 15 Febbraio del 2003 ci furono una serie di manifestazioni coordinate in tutta Europa. Tra le 750,000 che marciarono lungo il Tamigi fino ad Hyde Park c’ero anch’io. Queste sono tutte cose che ho vissuto sul posto e che non dimenticherò tanto facilmente. E che ho ritrovato nel Circolo Chiuso insieme agli eroi de La Banda dei Brocchi. Più vecchi (sono trascorsi vent’anni), più cinici, certamente più incattiviti da un mondo in cui il denaro e l’immagine la fanno da padroni. Alle soglie del capodanno del 2000 Claire Newman, reduce da un matrimonio fallito e da un altrettanto fallito lungo soggiorno in Italia, decide di tornare a Birmingham. Pensa sia venuto il momento, dopo più di vent’anni, di scoprire definitivamente cosa sia successo a sua sorella Miriam, scomparsa misteriosamente all’improvviso nel 1978.
Ma tornare a Birmingham significa anche rientrare in contatto con amici e conoscenti persi di vista e riannodare rapporti complessi, quello con suo figlio, per esempio, che aveva deciso di restare a vivere con il padre in Inghilterra. Pochissimi giorni dopo il rientro, incontra per caso un vecchio amico, Benjamin Trotter, in compagnia di una bellissima ragazza, Malvina: Claire sospetta che tra i due possa esserci qualcosa, mentre in realtà Malvina, della quale nulla si sa fino alla fine del romanzo, è innamorata di Paul Trotter, fratello di Benjamin e deputato del New Labour di Tony Blair.
Insomma, neanche in questo romanzo manca la pienezza a cui Jonathan Coe ci ha abituati: infatti, sebbene sia un romanzo in sé stesso compiuto, Circolo Chiuso rappresenta insieme a La banda dei brocchi (anni settanta) e a La famiglia Winshaw (anni ottanta), la conclusione di un grande affresco del recente passato e del presente dell’Inghilterra del XX secolo.

2018 ©Paola Cacciari

 

Il Museo di Sherlock Holmes, Londra e le sue particolarità

Da sempre adoro Sherlock Holmes, il più famoso “londinese” che non è mai esistito. Ma ammetto che, nonostante quasi vent’anni di permanenza nella Capitale, non sono anora andata a visitare il Museo a lui dedicato. Fortuna che ci ha pensato 50 Sfumature di Viaggio a colmare questa mia lacuna. Almeno per il momento… Buona lettura!

50 Sfumature di viaggio

museo sherlock holmes ingresso

Il Museo di Sherlock Holmes (Sherlock Holmes Museum) si trova a Londra, in Baker Street al civico 239, accanto al 221B di Baker Street, che era l’indirizzo scelto da Sir Arthur Conan Doyle, per la residenza dell’investigatore. Il museo è gestito dall’organizzazione non profit Sherlock Holmes International Society.

Sherlock Holmes probabilmente è nato il 6 gennaio 1854 e, per più di un secolo il suo nome è stato conosciuto in ogni paese del mondo. Non era noto solamente il suo nome, ma anche il suo aspetto e le caratteristiche che lo rendevano unico: gli occhi penetranti. la vestaglia e la pipa, il cappello e la lente d’ingrandimento. Questi dettagli sono così familiari che se dovesse apparire tra noi oggi, lo riconosceremo subito.

holmes statua in casaÈ una figura enigmatica, avvolta nel mistero, come i crimini che ha cercato di risolvere e, come nella maggior parte delle leggende, è spesso difficile…

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Ciao, Dolores

Un altro pezzo della mia giovinezza che se ne va… 😦 RIP Dolores. #Cranberries

https://youtu.be/Zz-DJr1Qs54

My World...

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Adesso si che è un Blue Monday

Scrivo per dare l’ultimo saluto a Dolores O’ Riordan, vocalist dei Cranberries, attraverso una delle canzoni che apprezzo di più. Questa è Linger.

Buon viaggio, Dolores.

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L’incubo del “Brexit New World”

Il fatto che io non ne abbia parlato su questo blog già da un po’ non significa che il problema non sussista più. La Brexit dico. Ma il problema c’è eccome, e l’inizio del nuovo anno porta inevitabilmente qualche riflessione.

Non vorrei sembrare tragica o esagerata, ma la forma che la Gran Bretagna post-Brexit (e di fatto direi l’Europa post Brexit, che mi sa che questo sia solo l’inizio della fine dell’UE…) mi sa tanto di Brave New World, Il Mondo Nuovo descritto da Aldous Huxley nel libro omonimo del 1932. Che lungi dal procedere verso una soluzione di qualche tipo, il problema di come districarsi dall’Unione Europea è per la Gran Bretagna più vivo e incasinato che mai. Il fatto è che nessuno sa cosa succederà se e quando Brexit diventerà una realtà, meno che meno sembra saperlo Theresa May, secondo la quale questo dovrebbe accadere nel corso del 2019.

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Ma accadrà davvero? La Brexit, dico. L’atmosfera è accesa da entrambe le parti e sa quasi di guerriglia metropolitana. La gente è arrabbiata e non teme di esprimerlo, ma sempre in the “English way”, cioè con tanta, tanta ironia. E dalle T-shirts con la faccia del leader laburista Jeremy Corbyn nei panni di Che Guevara, alle Christmas jumpers di sapore europeista che parafrasano la canzone natalizia di Mariah Carey All I Want for Christmas Is You” , sostituendo il pronome ‘you’ con l’acronimo inglese EU…

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…per arrivare a modi decisamente piu’ punk, come il piccolo adesivo che ho trovato qualche giorno fa appiccicato ad una vetrina dell’affollata High Street Kensington, uno dei molti a dire il vero, con l’ashtag #bollockstobrexit (qualcosa del tipo ‘fanculo a Brexit’ se c’erano ancora dubbi)…

Ed è  vero, che come dice il piccolo adesivo verde (vedi sotto), ‘It’s not a done deal’, l’affare non è ancora fatto. E dopo che venerdì scorso Lord Andrew Adonis, ministro delle infrastrutture, si è dimesso per protesta dal Governo della May che, secondo lui, sta gestendo la Brexit in un modo “pericolosamente populista e con uno spasmo nazionalistico degno di Trump”, l’affare sembra essere sempre piu’ lontano. Ed ad aggiungere al danno la beffa, ci si è messo il mitico Lord conservatore Michael Heseltine, vice Primo Ministro tra 1995 e il 1997, figura di spicco nei governi di Margaret Thatcher e John Major (e, diciamolo, uno dei fautori della caduta del governo Thatcher). A quasi 85 anni, Lord Heseltine non ha bisogno di moderare il linguaggio ed è stato uno dei pochi Tories che hanno avuto il coraggio di opporsi a Brexit (cosa che gli è costata il posto nel governo di Theresa May). E anche stavolta ha causato una vera e propria tempesta  all’interno del partito conservatore quando, la settimana scorsa, ha affermato che un governo Labour capeggiato Jeremy Corbyn sarebbe meno dannoso per il paese di una Brexit guidata dal suo stesso partito. Ouch!!

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Sta di fatto che, mentre il Governo di Theresa May perde tempo in inutili bisticci interni, le immediate conseguenze del Referendum si stanno già facendo sentire sul Paese. Pare che fin’ora la Brexit sia già costata alla Gran Bretagna l’1% del suo PIL, come ben sanno i consumatori che come me sono colpiti dalla svalutazione della sterlina causata dell’instabilità economica e dalla caotica gestine del post-referendum. Il quotidiano di sinistra The Observer stima che la Brexit sia già costata al Paese 350 milioni di sterline alla settimana – la stessa cifra che quel testone di Nigel Farage aveva promesso all’NHS, il servizio sanitario britannico, qualora la Gran Bretagna avesse lasciato l’UE (naturalmente si legge l’opposto sulle pagine di The Sun, che oscilla tra la destra e la sinistra a seconda della convenienza…).

La Gran Bretagna post-Brexit è decisamente un posto meno invitante della Cool Britannia in cui sono arrivata quasi vent’anni fa, quella che ancora credeva nel miracolo del New Labour di Tony Blair. Ma è casa, è diventata casa. Una casa che ho scelto e voluto e in cui intendo restare. E allora incrociamo le dita e vediamo cosa porterà questo nuovo anno.

2018 ©Paola Cacciari