Balenciaga

“Se l’ alta moda è un’orchestra, Cristobal Balenciaga ne è stato a lungo il direttore. Noi altri stilisti siamo i musicisti e seguiamo le indicazioni che dà”

disse di lui Christian Dior. Ed è al genio indiscusso del couturier spagnolo che è dedicata la mostra del Victoria & Albert Museum dal titolo Balenciaga: Shaping Fashion. Con un centinaio di oggetti in mostra tra abiti, cappelli, fotografie di Cecil Beaton e Richard Avedon (e molti altri) e numerosi schizzi, modelli tecnici e immagini a raggi X che svelano i segreti della perfezione dei suoi abiti e che faranno felici gli appassionati del settore della moda, la mostra si concentra sul periodo degli anni Cinquanta e Sessanta del couturier, un periodo durante il quale Balenciaga diede pieno sfogo alla sua creatività e che lo vide introdurre una serie sorprendente di innovazioni nelle forme e nei materiali.

Dovima with Sacha, cloche and suit by Balenciaga, Café des Deux Magots, Paris, 1955. Photograph by Richard Avedon © The Richard Avedon Foundation

Nato nel 1895 a Getaria, un piccolo villaggio di pescatori dei Paesi Baschi in un epoca in cui le donne erano ancora prigioniere di corsetti e crinoline, nulla nella semplice infanzia di Cristóbal Balenciaga Eizaguirre (1895-1972)  sembrava predestinarlo all’olimpo dei grandi dell’alta moda. Alla morte del padre, anche lui pescatore, il dodicenne Cristóbal fu mandato a guadagnasi da vivere come apprendista da un sarto, mentre la Señora Balenciaga si dava da fare a cucire e a rammendare gli abiti degli aristocratici che trascorrevano l’estate nella ville vicine; fu così che il giovanotto conobbe la Marquesa Casa Torres, Blanca Carrillo de Albornoz y Elio, la donna che diventerà la sua prima cliente e mecenate e che, secondo la leggenda, permise al ragazzino di scucire un tailleur di Poiret comprato durante uno dei suoi viaggi a Parigi per vedere come era fatto. Grazie ai contatti della nobildonna, la fama di sarto esperto del nostro giovane talento cominciò presto a spagersi per la Spagna e al primo atelier a San Sebastián nel 1917, seguirono presto quelli di Madrid e Barcellona.

Elise Daniels with street performers in a suit by Balenciaga in Paris, 1948. Photograph: Richard Avedon/Victoria and Albert Museum London

Erano anni importanti quelli dell’inizio del XX secolo per l’Europa dell’arte e del design, con il Bauhaus di Walter Gropius in Weimar e il De Stijl di Piet Mondrian e Theo van Doesburg in Olanda che promuovevano la semplificazione delle linee e si opponevano strenuamente all’ornamentazione. Ma per il giovane Balenciaga e per i suoi aristocratici clienti, immersi nel mondo provinciale della Spagna d’inizo secolo e lontana anni luce dal modernismo di quei paesi lontani, l’ornamentazione non era certo un crimine, ma qualcosa da celebrare insieme ad elementi caratteristici della sua Spagna come il pizzo, il bolero e il contrasto tra rosa e nero.

Tuttavia, tutto questo era destinato a finire con lo scoppio della Guerra Civile nel 1937 e la conseguente fuga delle famiglie aristocratiche dal regime del Generale Francisco Franco. Trovatosi senza clienti,  Balenciaga decise che anche per lui era arrivato il momento di trasferirirsi a Parigi. Ed è dalla sua nuova casa di moda al numero 10 dell’Avenue George V, nel cuore della capitale francese, che svela  ad una sbalordita clientela la sua prima collezione d’alta moda interamente in nero ispirata al Rinascimento spagnolo. L’incantesimo è gettato: da quel momento Parigi diventa preda di una vera e propria “balenciagamania”: dalla regina Fabiola del Belgio alla Duchessa di Windsor, tutte le donne sono improvvisamente pazze per Balenciaga. E come non esserlo?

Bello, alto ed elegante, aveva l’aspetto e il portamento di un divo del cinema. Eccentrico e solitario, poco amante  del denaro e delle persone (nel corso della sua lunga vita concesse solo un’intervista nel 1971, al Times), Balenciata era tuttavia riverito come una divinità da una clientela, eccentrica come lui che andava da icone di stile  come Jackie Kennedy ed Helena Rubinstein, ad attrici come Ava Gardner, Grace Kelly, a personaggi del jet-set e giornaliste e nobildonne come Mona Harrison-Williams, la Contessa di Bismarck, tanto devota al couturier che persino i suoi pantaloni da giardinaggio erano Balenciaga, e che alla notizia della scomparsa dello stilista nel 1972, si rinchiuse nella sua stanza e non ne uscì per tre giorni.

Ma per Balenciaga il successo, quello con la “S” maiuscola non arriverà prima della fine della Seconda Guerra Mondiale quando, grazie agli investimenti economici americani del Piano Marshall, la Francia assiste ad un boom economico senza precedenti. Nel giro di un trentennio il potere d’aquisto del francese medio cresce del 170% e famiglie che prima della guerra non possedevano il frigo, la lavatrice o il telefono si trovavano improvvisamente in possesso di un reddito disponibile che sono ansiose di spendere. I tempi stavano cambiando e il mondo della moda era pronto per qualcosa di nuovo e radicale. E Balenciaga provvede.

Perché se gli anni Cinquanta sono di Dior e del suo New Look, gli anni Sessanta appartennero a Balenciaga e ai suoi discepoli. Lo spagnolo, che aveva cominciato come sarto (uno dei pochi maestri della moda in grado di disegnare, tagliare e cucire i propri abiti), non partiva mai dal disegno. “È il tessuto che decide” era solito dire a proposito del modo in cui “costruiva” le sue creazioni.  Camicie senza colletto, scollature piatte, abiti a palloncino, a tunica, a sacco e scamiciati: quelli di Balenciaga sono abiti che si staccano dal corpo inventando volumi nuovi che eliminano completante il punto vita e liberano le donne dalla costrizione dei corsetti imposta dal New Look di Dior. Per lui l’unica decorazione mmessa in un abito è la sua forma: basta guardare all’iconico “envelope dress”, il tubino a quattro angoli raccolti sullo scollo in uno spaziale volume conico (che ebbe un grande successo con la stampa, ma che non vendette molti capi in quanto la sua forma così particolare rendeva per chi lo indossava particolarmente difficile sedersi o andare al bagno…), o all’abito da sera “chou” (cavolo), con una monumentale rouche di seta nera che può fungere da cappuccio o mantella. L’immacolato astrattismo di Balenciaga diventa sinonimo di modernismo puro alla Le Corbusier, che non per nulla di Balenciaga era contemporaneo.

L’ironia della situazione era che il nostro Cristóbal detestava il modernismo e la modernità e già nel 1968 ne aveva piene le tasche del movimento giovanile e della rivoluzione degli anni Sessanta. A differenza di Yves saint Laurent, che farà sua la moda di strada incorporandola nella sua linea di Prêt-à-Porter Rive Gauche lanciata nel 1966, Balenciaga aborriva la moda pronta, e piuttosto che scendere a compromessi preferiva condurre di persona i suoi clienti più affezionati nell’atelier del suo discepoli Hubert de Givenchy, Emanuel Ungaro e André Courrèges. E fu proprio quest’ultimo che, dopo essersi fatto le ossa nell’atelier dello spagnolo negli anni Cinquanta, aprì la sua casa di moda nel 1961 e divenne famoso per le sue creazioni dal disegno geometricamente semplice e moderno, come i famosi abitini bianchi spesso abbinati agli iconici stivaletti anch’essi bianchi con tacco basso.

Dal canto suo nel 1968 Balenciaga, sconcertato da un’epoca in cui non si riconosceva e incapace di abbracciare la produzione di massa, decise che era arrivato il momento di chiudere bottega e uscire di scena con lo stesso stile con cui aveva vissuto tutta la sua vita – anche se con una mossa che probabilmente avrebbe fatto orrore allo spagnolo, il marchio fu rilanciato nel 1987 con una linea di prêt-à-porter creata da Michel Goma, che tuttavia non ebbe il successo desiderato. Ora  il marchio Balenciaga è ritornato a quello che sa fare meglio, la haute couture – dapprima nelle mani sapienti di Nicolas Ghesquière ed ora in quelle dell’attuale direttore creativo Demna Gvasalia. Una dimostrazione di quanto ancora oggi le acrobatiche creazioni di Cristóbal Balenciaga continuino ad ispiare una nuova generazione di nuovi talenti.

Pubblicato su Londonita

By Paola Cacciari

Londra// fino al 18 Febbraio 2018

Balenciaga: Shaping Fashion

Victoria and Albert Museum, Cromwell Road, London SW7 2RL.

 

 

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Omaggio a Jane Austen

“È cosa universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie.”

Così inizia uno dei romanzi più famosi della storia della letteratura inglese. Scritto nel 1796 con il titolo di Prime Impressioni, ma pubblicato nella sua forma originale solo nel 1813, Orgoglio e Pregiudizio è ancora oggi, a due secoli di distanza, uno tra i libri più richiesti nelle biblioteche di tutto il mondo. E mentre il mondo letterario si accinge a commemorare il bicentenario della morte di colei che lo scrisse con mostre, conferenze, itinerari e spettacoli, la domanda sorge spontanea: perché a distanza di due secoli leggiamo ancora Jane Austen?

La domanda è lecita. Walter Scott sarebbe certamente caduto nell’oblio se non fosse stato per l’aiuto dei periodici remake cinematografici e televisivi di Ivanhoe. Ma la Austen sarebbe arrivata a noi anche senza la serie televisiva della BBC (quella del 1995 per intenderci) e la camicia bagnata di Colin Firth. Jane Austen è la sola ad avere società a lei dedicate, fan club, website forum e persino un festival, il Jane Austen Festival a Bath.  Al Jane Austen centre di Bath si possono comprare tazze, souvenir, borse e spillette con I Love Mr Darcy e le  Jane Austen Society si moltiplicano ai due lati dell’Atlantico. Per non parlare dei libri a lei dedicati, tanto in inglese che in traduzione – dai ricettari alla serie di polizieschi di Stephanie Barron, Le indagini di Jane Austen. Lost in Austen non è solo una una serie televisiva britannica del 2008 realizzata per il canale ITV  (in cui la protagonista entrando nel bagno di casa sua ci trova la sua eroina preferita, Elizabeth Bennet e le due finiscono con con lo scambiarsi di posto e d secolo), ma un libro-gioco interattivo che permette ai partecipanti di vestire i panni della stessa Lizzie (almeno per qualche ora) e di scegliere il finale che si vuole.

Quando si spense il 18 Luglio 1817, Jane Austen (1775-1817) aveva solo quarantuno anni e al suo attivo sei romanzi che, a due secoli dalla sua morte, continuano ad affascinare lettori di tutte le età: Ragione e sentimento (Sense and Sensibility, 1811), Orgoglio e pregiudizio (Pride and Prejudice, 1813), Mansfield Park (1814), Emma (1815) e L’abbazia di Northanger (Northanger Abbey, 1803) e Persuasione (Persuasion) entrambi pubblicati postumi nel 1818.

Tra questi, Orgoglio e Pregiudizio è certamente il mio preferito, con la sua solare eroina, Elizabeth Bennet, la sua graffiante satira sociale, una galleria di personaggi indimenticabili ed uno degli incipit più accattivanti della storia della letteratura inglese. E pensare che quando lo lessi per la prima volta mi lasciò piuttosto indifferente: lo trovai troppo leggero e frivolo, ed io ero un’adolescente. E un’adolescente vuole sensazioni forti, vuole gli eroi romantici di Foscolo e Goethe: il piccolo mondo di provincia di Jane Austen mi sembrava davvero troppo quieto. Ma il Sublime a lungo andare stanca, e da adulti le vicende amorose di un gruppo di fanciulle nell’Inghilterra della Reggenza, raccontate con ironia e una punta di cinismo, sono un toccasana contro l’eccesso di sensazioni forti fornito quotidianamente dalla vita. I romanzi di Jane Austen sono come gli interni creati da Robert Adams, il grande architetto del Neoclassicismo britannico: straordinariamente carichi di dettagli, eppure perfettamente bilanciati. E continuo a rileggerli, quando ho bisogno di trovare quella pace e leggerezza che talvolta il pragmatismo della vita “reale” mi nega.  E visto l’esercito dei suo fedeli ammiratori, non sembro essere la sola a pensarla così…

Ma questo romanzo tanto amato nasce in un periodo particolarmente infelice per la nostra scrittrice, quello compreso tra il 1796 e il 1797, un periodo in che vede la morte del promesso sposo dell’adorata sorella Cassandra, un lutto da cui non si riprenderà mai più, mentre la stessa Jane si trova a dover far fronte al profondo sentimento che prova per Tom Lefroy – che nella versione cinematografica ha il bel viso di James McAvoy. E allora si butta a capofitto nella creazione di qualcosa di divertente e che allo stesso tempo le massaggi l’anima. Un mondo in cui il lieto fine è assicurato e in cui tutti “vissero felici e contenti”. Persino lei. Come biasimarla? Chi non avrebbe fatto lo stesso?

Orgoglio e Pregiudizio fu pubblicato in modo anonimo, semplicemente sotto il nome di “a Lady”. Che all’inizio del XIX secolo scrivere romanzi era ancora un’occupazione disdicevole per uno scrittore serio. Se poi a farlo era una donna si rasentava lo scandalo. Tanto che la sua lapide nella cattedrale di Winchester la descrive come “figlia” e come “cristiana”, ma non menziona i suoi romanzi. Cosa che indusse il  sacrestano della cattedrale a chiedere ad uno dei numerosi visitatori della tomba chi era la signora in questione e cosa avesse fatto di tanto particolare da attirare tanta attenzione – come racconta il nipote James Edward Austen-Leigh nella biografia della zia Jane.

Jane Austen non scrive di guerre o di politica, ma di “tre o quattro famiglie in un villaggio di campagna” e per gran parte del romanzo i discorsi dei personaggi femminili ruota attorno a banalità (balli, nastri, cappellini) e la sua unica concessione agli eventi storici contemporanei è la presenza a Brighton delle uniformi rosse dei reggimenti della Milizia, impegnati nelle guerre napoleoniche. Ma pare impensabile che sebbene la sua vita protetta la Austen non avesse notizia di quanto accadeva nel mondo. Le sue non sono tragedie, ma commedie, popolate da giovani eroine in cerca del principe azzurro e da eroi giovani, belli e ricchi in cerca di una moglie, dove i buoni sono premiati, i cattivi sono puniti (anche se mai troppo duramente), nessuno muore e tutti vissero felici e contenti. E poco importa se questi personaggi siano solo abbozzati: non sapremo mai quello che Darcy dice a Bingley a per dissuaderlo dallo sposare la sorella di Lizzie, Jane, o di cosa dice a Wickham per costringerlo a sposare quella testa calda di Lydia o cosa Lizzie ha risposto a Darcy quando ha accettato di sposarlo. Le loro vicende, le loro qualità e, soprattutto, i loro difetti, sono senza tempo e il genio di Jane Austen è l’essersi accorta che nulla è più divertente della gente comune. E di averlo fatto molto prima dell’avvento dei reality show della televisione.

240px-Jane_Austen_coloured_versionÈ un mondo in bilico tra due secoli quello dell’Inghilterra della Reggenza, in cui la vecchia aristocrazia deve con riluttanza fare posto a quella ricca borghesia a cui appartiene la stessa Jane. Una classe nuova incarnata dalla famiglia Bennet, fatta di parroci di campagna, banchieri e avvocati, la cui recente ricchezza e le cui aspirazioni sociali sono guardate con sdegno dai rappresentanti della grande aristocrazia terriera a cui appartenevano Darcy e sua zia, Lady Catherine de Bourgh.  È un mondo dominato dal denaro e dallo snobismo, ma socialmente mobile, dove con un buon matrimonio si possono ottenere sia denaro che status. Al giorno d’oggi sposarsi è una scelta che si può fare o no; ma in passato – un passato ancora piuttosto recente a pensarci bene – era l’unico destino biologicamente e socialmente accettabile per una donna: il suo futuro, il suo posto in società, la sue occupazioni, le sue amicizie dipendevano esclusivamente dalla sua capacità di assicurarsi un marito. Lungi dall’essere solo un gioco romantico, il matrimonio era una vera e propria necessità economica. Questo era vero soprattutto per le figlie femmine, che non potevano ereditare i beni di famiglia e che in assenza di eredi maschi, si ritrovavano alla mercé degli eventi (o dei parenti), il che spiega l’ansia di Mrs Bennet di sistemare quanto prima le sue cinque figlie femmine. Lo scopre anche Jane Austen in prima persona quando, nel 1805, alla morte del padre, il pastore anglicano George Austen, la nostra eroina si ritrova senza una casa e senza denaro, costretta a vivere con la madre e la sorella Cassandra a carico dei fratelli, sballotattata da una casa all’altra come un pacco.

 

Nata a Steventon nello Hampshire, ultima di sette figli di un pastore anglicano, Jane Austen non ha avuto una vita facile e nonostante sia riuscita a guadagnarsi da vivere con la sua penna, sa benissimo che

“Le donne nubili hanno una terribile propensione alla povertà – il che costituisce un argomento molto forte in favore del matrimonio”

come scrive nel 1817 alla nipote Fanny Knight. Argomento questo, di cui Elizabeth Bennet è consapevole quando rifiuta la mano del ridicolo Mr Collins, preferendo il rischio del nubilato a quello del passare la vita con il marito sbagliato: un atto coraggioso per una donna senza mezzi come lei. Ma Mr Collins, che è determinato a sposarsi e non è schizzinoso, ripiega prontamente su Charlotte Lucas; e lei, che è una donna pratica e sa che ventisette anni, scialba e senza una buona dote non può aspettarsi nulla di meglio, lo accetta.

Jane Austen aveva la stessa età di Charlotte quando nel 1802 riceve una proposta di matrimonio dall’amico di famiglia Harris Bigg-Wither, bruttino e con un marcato difetto di pronuncia. Proposta che lei dapprima accetta, ma che poi rifiuta. Nella vita come nella letteratura, anche Jane non scende a compromessi. Ma al contrario del suo alter ego Lizzy, che conquista il cuore del bel Darcy, l’unico uomo amato dalla Austen, il giovane irlandese Tom Lefroy, si fece persuadere dalla zia a rinunciare a lei (che non aveva status, o una dote abbastanza ricca per compensare l’assenza del primo) e a tornare quietamente in Irlanda, dove sposa un’ereditiera e diventa un brillante avvocato. Jane aveva capito e l’aveva acettato, che il suo non era il mondo delle sorelle Brönte in cui l’amore trionfa su tutto e bellezza e virtù compensano la mancanza di denaro o l’appartenenza alla classe sociale sbagliata. Ma ne aveva sofferto, e non si sposò mai, preferendo l’affetto della famiglia e degli amici ad una sicurezza economica mercenaria. Idee, queste, a dir poco rivoluzionarie per l’inizio del XIX secolo: non sorprende che la critica degli anni Settanta abbia visto in Jane Austen una femminista ante litteram!

Scrive di gioie quotidiane Jane Austen, ma sa tutto della pena dell’amore deluso, del non essere abbastanza bella, ricca, giovane e dell’essere fuori dagli schemi: è tutto lì nelle sue storie, insieme alle gioie e ai dolori delle relazioni familiari, all’ironia e alla leggerezza. E poiché lascia spazio alla fantasia del lettore, generazioni diverse hanno potuto di immaginarsi nei panni dei suoi personaggi. Perché cambiano gli abiti e il linguaggio, ma la commedia umana, con i suoi desideri e paure, speranze e meschinità e inaspettati atti di  generoso altruismo, quella è la sempre la stessa.

 

2017. By Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Bibliografia:

Jane Austen: A Life, Claire Tomalin. Knopf, 1997.

Jane Austen’s Letters, edited by Deirdre Le Faye. Oxford University Press, 1995.

Susannah Carson, A Truth Universally Acknowledged: 33 Great Writers on Why We Read Jane Austen, Penguin, 2009.

Jane and Her Gentlemen, Audrey Hawkridge. Peter Owen Publishers, 2000

Pride and Prejudice, Jane Austen. Penguin, 1996.

 

Pink Floyd: Their Mortal Remains @Victoria and Albert Museum

Chi sostiene che i maiali non possono volare non ha mai visto quello gonfiabile che si è innalzato sopra la facciata vittoriana del Victoria e Albert Museum di Londra nell’Agosto del 2016. Ma a differenza di quando fu issato sulla centrale elettrica di Battersea nel 1976, quando un colpo di vento ruppe le corde che lo trattenevano facendolo volare via sul cielo di Londra intralciando il traffico sopra l’aereoporto di Heathrow, questa volta il maiale in questione si è limitato a rallentare il traffico sulla caotica Cromwell Road, sotto gli occhi allibiti dei passati. Che, diciamocelo, non capita tutti i giorni di andare al lavoro una mattina e di trovarsi improvvisamente catapultati nell’immaginario di Animals. Ma in quella particolare occasione, il maiale rosa, che insieme a prismi e a martelli è uno dei dei simboli più riconoscibili dei Pink Floyd, è stato fatto fluttuare nel cielo estivo della Capitale per annunciare il lancio di The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains, la grande retrospettiva sulla cult-band britannica che, dopo la mai avvenuta apertura alla Fabbrica del Vapore di Milano nel 2014, sarebbe stata ospitata nelle sale del museo di South Kensington il Maggio successivo.

Pink Floyd, Belsize Park ®Pink Floyd Music Ltd

Ed ora, dopo le grandi mostre David Bowie Is nel 2013 e You Say You Want a Revolution? Records and Rebels 1966-1970 nel 2016, è il momento della grandissima rock band inglese (che quest’anno celebra il cinquantesimo anniversario dell’uscita del loro primo album, The Piper at the Gates of Dawn, uscito nell’Agosto del 1967 e registrato nei mitici studi di Abbey Road, mentre i Beatles stavano lavorando a Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band nella stanza accanto) di ricevere le attenzioni del grande museo d’arte e design britannico con una mostra che esplora il storico e culturale in cui Pink Floyd hanno mosso i primi passi e sviluppato il loro unica linguaggio visivo e teatrale.

La mostra racconta la storia della lunga e travagliata carriera del gruppo inglese – o almeno dei suoi quattro personaggi principali, il cantante e chitarrista David Gilmour, il bassista e cantante Roger Waters, il tastierista Richard Wright e il batterista Nick Mason. Una storia fatta di liti, separazioni, riunioni e progetti solisti, ma sempre e comunque di grande, grandissima musica. Una storia raccontata in 350 oggetti che vanno dal materiale d’archivio ai costumi di scena (amorevolmente collezioni e conservati da Nick Mason), dall’amata chitarra Fender Strat nera e bianca di David Gilmour ai sintetizzatori di Rick Wright alle lettere scritte da Syd Barrett alla sua fidanzata Jenny Spiers.

Pink Floyd, photographer Storm Thorgerson © Pink Floyd Music Ltd

Pink Floyd, photographer Storm Thorgerson © Pink Floyd Music Ltd

Fu proprio a quel genio anticonformista di Barret, forse l’unica vera rock star del gruppo, a cui si deve la nascita dei Pink Floyd nel 1965 (il cui nome deriva dall’unione dei nomi di due vecchi jazzisti, Pink Gingham e Floyd Cramer molto amati da Barret) e a trasformare così un gruppo di studenti di Architettura di Londra in qualcosa di molto più interessante. Per cui quando, nell’aprile del 1968, a causa del progressivo deterioramento della sua già fragile salute mentale, esacerbato dal suo uso divenuto leggendario di droghe e psicofarmaci,  Syd Barret dovette lasciare il gruppo, i più (compresi gli stessi membri della band) pensarono che la carriera dei Pink Floyd fosse arrivata al capolinea ancora prima di aver decollato. Il suo sostituto infatti, il geniale chitarrista e cantante David Gilmour, sebbene avesse sulla carta tutti gli ingredienti per lo status di ‘dio del rock’, era ancora più schivo e riservato degli altri… Fortunatamente (per tutti) le peggiori paure si rivelarono infondate e il gruppo continuò a crescere e a svilupparsi sul sentiero indicato da Barret. Ma basta guardare le loro prime foto in bianco e nero (che mostrano quattro giovani dai volti così puliti e ordinari da essere assolutamente immemorabili – anche con Sid Barret tra loro, che era tanto fotogenico quando talentuoso e creativo) per capire cosa intendeva il mitico John Peel, giornalista, conduttore radiofonico e disc-jockey nonché voce storica della BBC Radio One, quando disse che i Pink Floyd “avrebbero potuto unirsi al pubblico dei loro stessi concerti  senza essere riconosciuti.”

Hands over eyes © Pink Floyd Music Ltd photo by Storm Thorgerson Aubrey Powell 1971 Belsize Park

Di fatto sembrava che tanto più grande diventasse il loro successo, quanto più i Pink Floyd cercassero di allontanare da sé dalle luci della ribalta. Ma l’impegno messo dai quattro nell’allontanare da loro stessi le attenzioni del pubblico era difficilmente una ricetta per il successo per una rock band e la foto promozionale della tourneè del 1972 di The Dark Side of the Moon mostra la band dare le spalle alla macchina fotografica: difficilmente un’immagine in grado di competere con gli iconici fulmini dipinti sulla faccia del Ziggy Stardust di David Bowie o le rune (ZoSo) dei Led Zeppelin

Le cose cambiarono nel 1973 con l’uscita dell’abum The Dark Side of the Moon. Il prisma triangolare rifrangente un raggio di luce raffigurato sulla copertina è un vero e proprio colpo di genio: creato dallo Studio Hipgnosis  di Storm Thorgerson e Aubrey “Po” Powell, autori anche di altre iconiche copertine di Wish you were here (due uomini d’affari che si stringono la mano, mentre uno di loro sta andando a fuoco) e Animals (il maiale che fluttua sopra la centrale di Battersea Power Station) è ancora oggi, ad oltre quarant’anni di distanza, una delle immagini più riconoscibili della band.

La sezione su The Wall del 1979 è la più drammatica ed è anche la mia preferita: un maestro gonfiabile basato sul disegno caricaturista Gerald Scarfe e basato sui ricordi degli anni trascorsi in collegio da Roger Waters, si affaccia sopra un vasta parete in mattoni bianchi che richiama sia la copertina del disco che il palco del concerto omonimo. È difficile non essere emozionati. Dai sette anni in poi, più o meno il periodo in cui ho cominciato a prestare attenzione ad altre canzoni che non fossero quelle dello Zecchino d’Oro, non riesco a ricordare un momento della mia vita in cui io non abbia ascoltato i Pink Floyd. E se pare un po’ estremo è perché lo è: credetemi, solo un marziano sarebbe cresciuto negli anni Settanta senza conoscere Wish You Were Here, Money e Another Brick in the Wall.

Il senso dell’isolamento dei Pink Floyd di fronte al loro crescente successo è un tema che ricorre durante tutta mostra. Ma come le copertine dei loro dischi, anche il percorso espositivo – iniziato in modo così potentemente innovativo – si indebolisce con il passare del tempo e l’aumento delle liti tra i membri della band. The Final Cut (1983) è l’ultimo l’ultimo concept-album di Roger Waters con i Pink Floyd, creato sulla scia della guerra delle Falkland e dedicato a suo padre, morto in Italia durante la seconda guerra mondiale. Grande assente dalla band è il tastierista Richard Wright, allontanato dal gruppo per le divergenze sorte con Waters negli ultimi tempi. Riconvocato da David  Gilmour nel 1986 come musicista “stipendiato” per A Momentary Lapse of Reason (1987) il primo album in studio senza Roger Waters, Wright torna a tutti gli effetti come membro principale del gruppo con l’album Delicate Sound of Thunder (1988) e Division Bell (1994). Morirà di cancro ai polmoni nel 2008.

Pink Floyd, Victoria and Albert Museum, London 2017 © Paola Cacciari (4)

Pink Floyd, Victoria and Albert Museum, London 2017 © Paola Cacciari

Inevitabilmente con più ci si inoltra nella mostra e con essa, nella storia della band (e nelle loro immancabili liti, riunioni e separazioni), si scivola nel manierismo autocelebrativo – un destino inevitabile, vista l’evoluzione dei Pink Floyd dopo la partenza di Roger Waters, indubbiabente la mente più creativa ed innovativa del gruppo. E  insieme alla nozione del tempo, si comincia a perdere un po’ di vista anche ciò che i Pink Floyd come band hanno rappresentato per l’evoluzione della musica, con la loro ricerca filosofica e gli esperimenti sonori, grafici e i loro grandiosi concerti.

Ma il sentimento è di breve durata, immediatamente spazzato via dall’elettrizzante stanza finale dove il video di Comfortably Numb (con i Pink Floyd al Live 8 del 2005 con un ritrovato Roger Waters ritornato eccezionalmente per l’occasione) proiettato sulle pareti a trecentosessanta gradi, ci risucchia come un vortice nel magia di una delle più grandi band della nostra epoca.

 

By Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Londra//fino al 1 Ottobre 2017

Pink Floyd: Their Mortal Remains

Victoria and Albert Museum, Cromwell Road, Londra.

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La straordinaria vita di Emma, Lady Hamilton

Se esiste qualcuno che ha provato sulla propria pelle la precarietà della vita e i rovesci della fortuna quella fu Emma, Lady Hamilton (1765- 1815). Troppo spesso liquidata come l’amante dell’ammiraglio Horatio Nelson, Emma Hamilton fu in realtà una figura molto più complessa ed interessante di quella bidimensionale a cui la storia l’ha relegata.

Nata nel 1765 a Ness, un piccolo villaggio del Cheshire nel Nord Overst dell’Inghilterra, Amy Lyon era la figlia di un povero fabbro morto quando lei aveva solo due mesi. Quella che la bambina conduce con la madre e la nonna è un’esistenza fatta di stenti e di povertà estrema e lei, bella, intelligente e soprattutto, ambiziosa è decisa a ritagliarsi una vita migliore. E quale posto migliore per tentare la fortuna di Londra? E la fortuna pare dalla sua quando, appena dodicenne, trova lavoro come domestica nella casa di Thomas Linley, il direttore musicale del Theatre Royal di Drury Lane di Covent Garden. Ma quello che al giorno d’oggi è il cuore della Londra dei teatri del West End e il luogo d’incontro per attori, artisti e celebrità, era nella Londra del XVIII secolo la sede di un fiorente mercato dello sfruttamento della prostituzione. Ed è proprio a Covent Garden, nel bordello gestito da una tale Mrs Kelly, dove era finita una volta lasciata la casa di Thomas Linley, che Amy incontra il giovane aristocratico Sir Harry Fetherstonhaugh. Sembra una favola, ma lui la porta nella sua tenuta del Sussex per farne la sua amante e intrattenere i suoi amici e non esita ad abbandonarla al suo destino quando lei resta incinta.

Emma Hart as Circe, around 1782, by George Romney. Photograph Tate

Emma Hart as Circe, around 1782, by George Romney. Photograph Tate

A sedici anni e in attesa di un bambino, per Emma il futuro è tutt’altro che roseo. La sua unica possibilità di sicurezza consiste nel trovare un altro ‘protettore’ e presto. La disperazione e la sua solita intraprendenza le vengono in aiuto. Amy scrive un’implorante lettera ad uno degli amici di Fetherstonhaugh, il colto e raffinato figlio minore del Conte di Warwick, Charles Greville che accetta di provvede a lei e alla il bambina (prontamente data in adozione alla nascita), ma alle sue condizioni. Preoccupato infatti che la precedente dubbia reputazione di Amy lo possa danneggiare, le impone di tagliare ogni ponte con il suo colorito passato. E questo include anche rinunciare al suo nome. La vita è dura per una donna non sposata nell’Inghilterra di Giorgio III e Jane Austen, che di Emma è contemporanea, lo sa bene quando in una lettera scritta alla nipote Fanny Knight afferma che: “Le donne nubili hanno una terribile propensione alla povertà”. La stabilità e la sicurezza economica offerte da Greville valgono bene un cambio di nome e Amy Lyon rinasce in Emma Hart.

È grazie a Greville e al suo desiderio di educarla che Emma ebbe un primo assaggio della bella società del XVIII secolo. Ed è sempre grazie a Greville che conosce il grande ritrattista, George Romney che ne fa la sua musa, dipingendola in circa un centinaio di pose che eventualmente Emma elaborerà nelle sue famose Attitudes. Ma quando nel 1783, Greville decide di sposarsi Emma, anche se bellissima, semplicemente non è adatta allo scopo. In cerca di una moglie ricca per rimpolpare le sue sofferenti finanze e preoccupato dal fatto che la sua associazione con la giovane potesse ostacolarlo nei suoi propositi matrimoniali, Greville decide molto pragmaticamente di liberare il campo alle potenziali future mogli mandando Emma a Napoli perché diventasse l’amante di suo zio sir William Hamilton. Hamilton, l’ambasciatore inglese nella capitale del Regno partenopeo era da poco rimasto vedovo. Aveva incontrato Emma a Londra qualche tempo prima e ne aveva ammirato la bellezza classica; ne aveva persino commissionato alcuni ritratti e certamente l’idea di entrare in possesso dell’originale non gli dispiaceva.

A nessuno dei due venne in mente di chiedere il parere di Emma. Ma lei, a soli diciotto anni, era già un’esperta nell’arte della sopravvivenza e superato il trama iniziale del tradimento di Greville, che l’aveva “donata” ad Hamilton come uno dei dipinti o delle sculture che i due uomini collezionavano con tanta passione, l’intraprendenza della della giovane ha il sopravvento. In una Napoli all’epicentro del Grand Tour, Emma si mette al lavoro per trarre il meglio dalla sua nuova situazione, gettandosi avidamente su ogni opportunità di istruzione messa a sua disposizione. E le opportunità non mancano. Arte, letteratura,musica, danza, poesia, francese e italiano (che Emma impara in un anno): nella casa del raffinato ed erudito collezionista antiquario William Hamilton, la giovane riceve quell’educazione che le era stata negata dalla miseria in cui era cresciuta da bambina. Con la sua grazia, la sua intelligenza e il suo carisma, Emma conquista la bella società partenopea. E il cuore dello stesso sir William, che nel 1791 la sposa, facendo di lei Lady Hamilton. Emma ha ventisei anni, lui sessanta: la figlia del fabbro del Cheshire di strada ne ha fatta tanta davvero.

From the Porcelain collection of Clive Richards, featuring images of Emma Hamilton.

From the Porcelain collection of Clive Richards, featuring images of Emma Hamilton.

Fu in questo periodo che Emma creò quelle che lei chiamava Attitudes, una serie di performance caratterizzate da un misto di posa, danza e recitazione che ebbero enorme successo in tutta Europa. Indossando scialli e abiti di foggia classica, lei evocava personaggi femminili della storia, letteratura o dell’arte classica come Medea, Circe o Cleopatra e le sue performace affascinarono aristocratici, artisti e scrittori. Tra i suoi ammiratori erano Johann Wolfgang von Goethe e persino la famiglia reale napoletana; le sue Attitudes divennero così famose che si ritrovano pure rappresentate su preziosi servizi di finissima porcellana. È in una Napoli devastata dalla rivoluzione che vede la fuga dei Borbone e la nascita dell’effimera Repubblica partenopea, che l’ammiraglio Horatio Nelson fa la sua apparizone nella vita di Lady Hamilton al comando della flotta britannica accorsa in soccorso della famiglia reale.

È il 1798 e la fama di Nelson è alle stelle per la vittoria della Battaglia del Nilo ed Emma, in qualità di moglie dell’ambasciatore britannico e amica fidata della regina di Napoli Maria Carolina (che la onora persino con la prestigiosissima croce dell’Ordine di Malta, una delle poche donne a riceverla) è la sua guida nell’instabile territorio delle vicende politiche napoletane.
Ma presto l’ammirazione reciproca si trasforma in passione e così ha inizio una delle più grandi storie d’amore della storia. La loro relazione, tanto malcelata quanto analizzata, divenne l’oggetto di interesse e pettegolezzo dei giornali scandalistici di mezzo mondo e, inevitabilmente, il bersaglio della penna di James Gillray e Thomas Rowlandson che ne fanno il soggetto prediletto delle loro caricature satiriche.

Emma, Lady Hamilton, 1761 - 1815 by Johann Heinrich Schmidt © National Maritime Museum, London

Emma, Lady Hamilton wearing the Malta Cross by Johann Heinrich Schmidt © National Maritime Museum, London

E William Hamilton? Una volta ritornato Londra in compagnia dei due amanti, l ’anziano ex-ambasciatore sembra tollerare di buon grado il tradimento di Emma. Ma alla sua morte nel 1803 Hamilton si prende una piccola rivincita non lasciando nulla dei suoi averi alla moglie, a parte una piccola rendita assolutamente insufficiente per mantenere la sua posizione in società: un duro colpo per Emma che, come tutte le donne dell’epoca, era finanziariamente interamente dipendente dal marito.

E poi la tragedia. Da lì a poco Nelson è richiamato in servizio per combattere nelle guerre napoleoniche e il futuro insieme che i due sognano non arriverà mai. Colpito da un tiratore scelto francese che gli perforò un polmone durante la battaglia di Trafalgar, Nelson muore il 20 Ottobre 1805. Come se presagisse il terribile futuro che aspetta la donna della sua vita, Nelson chiede al suo vice, Thomas Masterman Hardy di prendersi cura della sua cara Lady Hamilton. E aveva ragione ad essere preoccupato. Nononotante alla vigilia della battaglia di Trafalgar Nelson avesse aggiunto di sua mano un codicillo al suo testamento, raccomandando al Re e alla Nazione per cui stava andando a combattere, di provvedere ad Emma e Horatia, la figlia che lei gli aveva dato, le sue ultime volontà furono ignorate.

E per Emma è l’inizio della fine. Devastata dal dolore, non le fu neppure permesso partecipare al grandioso funerale del suo amato che ebbe luogo nella capitale. E per lei comincia la discesa all’inferno. Senza più la tanto celebrata bellezza che l’aveva resa famosa, e senza la sicurezza del matrimonio o di un uomo che la protegga, Emma è finanziariamente e socialmente vulnerabile. Esclusa dai salotti “bene” per la sua condizione di adultera, sola e dimenticata, precipita nei debiti e in pochi anni è costretta a vendere non solo la piccola casa alla periferia dell’odierna Wimbledon che con Nelson aveva ribattezzato “Paradise Merton”, ma anche l’unica cosa che le era rimasta di lui: la sua uniforme. Muore a Calais, povera e alcolizzata nel gennaio del 1815 a soli cinquant’anni.
Ora finalmente il National Maritime Museum le rende giustizia con la splendida Emma Hamilton: Seduction and Celebrity, una mostra accattivante e commovente che racconta la storia romantica e brutale di una donna eccezionale. È il caso di dire meglio tardi che mai.

By Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Londra// fino al 17 Aprile 2017
Emma Hamilton: Seduction and Celebrity @National Maritime Museum, Greenwich
Tutti I giorni dalle 10.00 alle 17.00
rmg.co.uk/emmahamilton

Sotto il vestito: al Victoria and Albert Museum una breve storia della biancheria intima

Essenziale? Frivola? Pratica? Elegante? Dimmi che mutande porti e ti dirò chi sei! Ma nascosta sotto i nostri abiti, la biancheria intima è stata letteralmente nascosta alla nostra vista dalla storia. Almeno fino ad ora. Con un’occhio alle innovazioni tecniche e ai materiali (lycra, nylon), ma anche ai suoi diversi usi (pratico o sexy, sportivo o confortevole), a tessuti (lana, seta, rete) alle forme e al taglio, Undressed: A Brief History of Underwear al Victoria & Albert Museum, traccia la storia dell’evoluzione degli indumenti intimi.

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La libertà che al giorno d’oggi diamo tanto per scontata infatti, come quella di muovere le braccia o la cassa toracica a nostro piacimento, per esempio, ha impiegato molto tempo per raggiungere lo stato di privilegio incontestato di cui gode oggi. Che la storia della biancheria è al tempo stesso storia del costume e storia sociale e basta guardare il pesante busto-armatura che pesa piu’ di 1 kg (1,06 per essere precisi, mentre il busto di seta delle dame dell’aristocrazia pesava 630gr…) indossato dalle operaie inglesi nell’XVIII secolo o le maniche strettissime e le gigantesche crinoline dell’epoca vittoriana per  vedere nella costrizione dell’abbigliamento intimo il riflesso della costrizione sociale subita dalle donne in passato.

E nonostante qualche gesto simbolico verso gli indumenti maschili come l’inclusione di esempi di mutande da uomo (con apertura a Y davanti), mutande lunghe vittoriane e costumi da bagno australiani AussieBum o gli slip per uomo pubblicizzati da un muscoloso David Beckham nel 2012 per Armani, questa storia della biancheria intima è anche, per necessità, una storia del corpo femminile o meglio, della sua forma.

Per secoli, le donne si sono affannate a contorcere i loro corpi per soddisfare le esigenze della moda, portandosi appresso gigantesche crinoline o stritolandosi fino a soffocarsi in corsetti strettissimi. Uno dei corsetti in esposizione è così strettamente stringato da arrivare a misurare soli 48 cm di giro vita! Davanti a quest’evidenza, mi chiedo come una donna potesse piegarsi, sedersi o fare una qualunque azione che non fosse lo svenire per mancanza di ossigeno! E la crinolina con tutta quell’imbottitura non doveva rendere un’azione come andare al bagno essere una cosa semplice! Ma a dispetto di tutte le mie aspettative, la grande rivoluzione non avvenne con il femminismo, ma molto prima. Già nella seconda metà dell’Ottocento infatti, il desiderio di tenersi in forma e in salute facendo sport che aveva investito la società vittoriana cambia completamente l’atteggiamento verso il movimento sia degli uomini che delle donne. La crescente partecipazione delle donne in sport all’aria aperta e non, come il golf, l’equitazione, il ciclismo, la scherma e la ginnastica richiese la creazione di corsetti specifici più corti e leggeri, flessibili e lavabili che permettessero una maggiore libertà di movimento e non comprimessero troppo i polmoni cosi da facilitare la respirazione respirazione. Il colpo finale arrivò da Paul Poiret, i cui abiti drappeggiati sulle forme del corpo femminile liberato dal corsetto costituivano una radicale cambiamento  rispetto alla moda rigidamente strutturata degli anni precedenti. L’attrice Sarah Bernhardt e la danzatrice Isadora Duncan fecero il resto.

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Poi lo sguardo mi scivola sulla waist trainer e bum-lifter e il wonderbra moderni indossati dal manichino nella teca accanto e immediatamente, a parte i materilai (più leggeri, più aerobici, più elastci) mi accorgo che non c’è poi molta differenza con alcuni capi di biancheria intima (guaine snellenti, corsetti per modellare il giro vita, reggiseni imbottiti etc etc etc) ancora sul mercato al giorno d’oggi. Lo stesso si può dire dei pizzi de La Perla e di Stella Mc Cartney o di Agent Provocateur. Sono passati un paio di secoli, ma ora come allora, la biancheria intima alla moda serve alle donne per creare il tipo di figura ammirata dalla società. Solo che adesso scegliamo noi se e quando indossare certi capi. Corsi e ricorsi della moda…

 

Londra//fino al 12 Marzo 2017.

Undressed: A Brief History of Underwear.

Victoria & Albert Museum

vam.ac.uk

Il colore di Casa Missoni al Fashion and Textile Museum

Da sempre sinonimo di colore, filati morbidi e maglioni avvolgenti, il nome Missoni è anche e soprattutto, una bella storia famigliare. Una storia iniziata nel 1948 con un improbabile incontro avvenuto proprio a Londra tra una Rosita appena diciassettenne in vacanza-studio, e l’atleta Ottavio Missoni che si trovava nella capitale britannica per competere nei 400 metri a ostacoli alle Olimpiadi. Cinque anni dopo il galeotto incontro londinese, i due sono sposati e danno vita all’incredibile sodalizio creativo ancora oggi più vivo che mai, grazie all’entusiasmo di figli e nipoti.

Ottavio e Rosita Missoni. Photo Giuseppe Pino, 1984

Ottavio e Rosita Missoni. Photo Giuseppe Pino, 1984

Con Missoni Art Colour, la prima grande mostra dedicata all’azienda di Gallarate, il Fashion and Textile Museum esplora l’influenza di pittori modernisti del XX secolo come Sonia Delaunay, Lucio Fontana e Gino Severini sull’estetica creativa del marchio Missoni. In esposizione, disegni tessili inediti, bozzetti e arazzi di grande formato e capi finiti che raccontano i sessant’anni della storia dell’azienda e sono esposti accanto ai capolavori tratti provenienti in gran numero dal Museo d’Arte di MAGA di Gallarate.

Missoni Art Colour, Fashion and Textile Museum. London © Paola Cacciari

Missoni Art Colour, Fashion and Textile Museum. London © Paola Cacciari

Descrivere questa mostra come una festa di colore non rende giustizia alla creatività e al lavoro dell’azienda, che c’è molto di più in Missoni del semplice colore: ci sono passione, dedizione, ricerca, ispirazione e soprattutto tecnica artigianale. E nonostante il rumore dei macchinari di fabbrica che fanno da sottofondo alla mostra, uno esce stranamente calmo, ancora mentalmente avvolto da tanta morbidezza. 🙂

Missoni Art Colour, Fashion and Textile Museum. London © Paola Cacciari

Missoni Art Colour, Fashion and Textile Museum. London © Paola Cacciari

(Articolo originario pubblicato in Cinque mostre per l’Estate a Londra su Londonita)

Londra//Fino al 4 Settembre 2016

Missoni Art Colour

Fashion and Textile Museum

Il Fan Museum, il museo dei ventagli a Londra

Dopo aver visitato la preziosa collezione del Fan Museum, il museo del ventaglio di Greenwich, non guarderete mai più un ventilatore nello stesso modo! Fondato nel 1991, il museo ospita una collezione di circa quattromila ventagli d’epoca – un’incredibile viaggio nella storia della moda e del costume dal X al XIX secolo. Spesso decorati con disegni delicati e altrettanto delicati dipinti, e realizzati con materiali di lusso come pizzo, tartaruga, piume, avorio, seta, raso, osso e corno, il ventaglio era, per una donna, uno degli oggetti “da possedere”.
Il museo si trova in un edificio storico che risale al 1720, restaurato con cura per riportarlo all’originaria magnificenza e mostrare questi splendidi oggetti nell’ambiente più adatto.
I pezzi in mostra permanente sono opere complesse di straordinaria fattura: potrai scoprire come tali oggetti sono stati realizzati in base al periodo storico e poi goderti una tranquilla passeggiata nel giardino giapponese. Il museo si trova a Greenwich e ospita tra le altre cose la straordinaria collezione Hélène Alexander.
Potrete pensare che il Fan Museum sia un museo per sole donne; non è così e ve ne renderete conto solo visitando questo piccolo ma prezioso museo.
Avrete modo come sempre nei musei di Londra, di fare un salto indietro nel tempo, riscoprendo la bellezza e l’ eleganza di grandi periodi inglesi, come l’ Epoca Georgiana e il periodo Vittoriano, tempi in cui i ventagli, come i cappelli e l’ eleganza in genere la facevano da padrone tra le classi più abbienti.
Il Ventaglio è un oggetto non solo bello ma anche utile e non è mai passato di moda, anche se ha attraversato momenti “bui” in periodi come il nostro dove il concetto di classe ed eleganza è leggermente diverso. Quindi, un consiglio sincero per chi ha occasione di vistare Londra più volte è quello di vedere queste piccole perle, specchio di una intera società passata ma anche di femminilità già allora in evidenza e ancor oggi alla ricerca di oggetti atti a dare un tocco in più di eleganza e di fascino. Il ventaglio è anche questo e il Fan Museum di Greenwich, il museo dei ventagli più famoso al mondo, vi darà la spinta per apprezzare nuovamente un oggetto grazioso e allo stesso tempo utile.  La gente del sud ne sa qualcosa quando l’ unico modo per avere un po’ di refrigerio alle alte temperature sempre più frequenti è proprio un ventaglio. Se non c’è, se ne sente la mancanza!
Tra i pezzi da non perdere nelle collezioni del Fan Museum, anche ventagli dipinti da Paul Gauguin, Walter Sickert e Salvador Dali.

Fan Museum, Greenwich
Fan Museum, 12 Crooms Hill, Greenwich London SE10 8ER 020 8305 1441 www.thefanmuseum.org.uk

Piccoli Musei pubblicato su Londonita

Breve storia di (tutta) l’Epoca Stuart

James I of England 1621 by Daniel Mytens

James I of England 1621 by Daniel Mytens

Gli Stuart abitano il XVII secolo con la stessa naturalezza con cui i Tudor avevano abitato il Cinquecento.

Quando, il 24 marzo 1603 Elisabetta muore senza eredi, le succede sul trono d’Inghilterra il figlio protestante della (cattolica) cugina Maria Stuart, Giacomo IV di Scozia diventato poi Giacomo I d’Inghilterra (1603-1625). Il suo regno fu in un certo senso una continuazione di quello di colei che lo aveva preceduto con attentati e cospirazioni contro il re e la monarchia che si susseguono con impressionante regolarità come all’epoca di Elisabetta, ma anche con l’esplorazione geografica, che porterà nel 1620 un gruppo di puritani ad imbarcarsi sulla Mayflower e ad attraversare l’Oceano per fondare il primo nucleo della colonia del Massachusetts, mentre il genio di Shakespeare continua a produrre un capolavoro dietro l’altro (Macbeth, Re Lear e La Tempesta furono tutti scritti in questo periodo).

Sulle orme di Elisabetta, Giacomo continua la costruzione di una Chiesa Anglicana subordinata  alla monarchia, cosa che crea non pochi frizioni con i puritani che volevano una Chiesa di Stato e che per questo furono instancabilmente perseguitati. Se l’odio dei puritani non fosse stato sufficiente, Giacomo riuscì anche ad incorrere nella collera dei cattolici che porterà alla Congiura delle polveri del 1605, la Gunpowder Plot, i cui membri capeggiati da Guy Fawkes progettavano di far esplodere la Camera dei Lord in un momento in cui il re e i membri del Parlamento sarebbero stati presenti. La congiura fu però scoperta, i colpevoli puniti in modo feroce e le repressioni inasprite. Ma i complotti finirono…

Anthony van Dyck Charles I with M de St Antoine (1633)

Charles I with M de St Antoine (1633) by Anthony van Dyck

Con Carlo I (1625-1649), il secondogenito di Giacomo I (il primogenito Enrico Federico Stuart, era morto nel 1612), la religione torna ad essere un problema. Non che avesse cessato di esserlo sotto Giacomo I sia chiaro, ma almeno il padre non era sposato una regina apertamente cattolica (e per lo più francese) come Henrietta Maria. Se questo non fosse stato sufficiente ad irritare il Parlamento, nei successivi quindici anni del suo regno, Carlo fece di tutto per esasperare i suoi membri stipulando prima un trattato segreto con Luigi XIV di Francia, a cui promette aiuto contro i protestanti insorti nella città de La Rochelle, poi decidendo di sciogliere il Parlamento e regnare come sovrano assoluto. Inutile dire che quest’ultima decisione non fu particolarmente popolare soprattutto a Londra, che insorge costringendo Carlo a fuggire. La guerra civile che ne seguì e che vide Cavalieri, sostenitori del Re e della Chiesa anglicana, scontrarsi con le Teste Rotonde, i puritani appartenenti alla borghesia mercantile cittadina, fu in larga misura colpa del Re. Ciò non toglie che la sua successiva decapitazione fu forse una reazione un tantino esagerata…

Ma con il Commonwealth, la Repubblica creata nel 1649, la situazione anziché migliorare, addirittura peggiorò visto che le decisioni prese dal Lord Protector Oliver Cromwell (1599-1658) e compagni, non riguardavano più solo Cavalieri e Teste Rotonde, ma tutto il Paese. Per ben undici anni il velo grigio del puritanesimo si estese a tutta la Gran Bretagna, sopprimendo meticolosamente tutte le cose che rendono la vita interessante: la danza, il teatro, il gioco d’azzardo; persino il Natale fu dichiarato illegale.

Non sorprende che quando alla morte di Oliver Cromwell nel 1660, Samuel Pepys e Lord Montague salparono alla volta della Francia per riportare a casa l’esiliato Carlo II (1630-1685), furono in pochi a rimpiangere i tempi cupi del puritanesimo: con il nuovo re almeno la vita sarebbe  tornata ad essere nuovamente divertente… Certo, non mancarono i disastri – la peste, il grande fuoco, che diede al grande architetto Christopher Wren la scusa per creare la cattedrale di St Pauls e una quarantina di nuove chiese, puntualmente distrutte dalle bombe di Hitler nel Blitz del 1940 e altrettanto puntualmente ricostruite nel dopoguerra.

King Charles II (1660–1665) by John Michael Wright or studio National Portrait Gallery

King Charles II (1660–1665) by John Michael Wright or studio (National Portrait Gallery)

Giacomo II (1633-1701), il fratello di Carlo II che lo seguì sul trono alla morte  senza eredi del sovrano, fu spodestato dopo soli tre anni per essersi convertito al cattolicesimo, innescando così la Gloriosa Rivoluzione, la pacifica invasione del 1688 avvenuta ad opera dell’olandese Guglielmo III d’Orange (regna 1689-1702). Questi, invitato dal Parlamento a recarsi in Inghilterra per essere incoronato re insieme alla sua consorte Maria II Stuart (regna 1689-1694) regnerà fino al 1702. Il secolo si chiude con il regno della regina Anna (regna 1702-1714), ufficialmente la sovrana più noiosa dell’intera storia della monarchia inglese.

Ma l’energia di quel secolo incredibile non si concentra solo nella politica, ma anche nel mondo della cultura, delle arti e della scienza. Questo è il secolo di John Milton e del suo Paradise Lost, di Rubens, van Dyck e Inigo Jones e dei capolavori a intaglio di Grinling Gibbons; eancora di Samuel Pepys, Isaac Newton, della Royal Society, di Christopher Wren e dei suoi allievi Nicholas Hawksmoor e John Vanbrugh. Non male per un isoletta!

Quando, all’inizio del XVII secolo, Giacomo I sale al trono inglese unendo così per la prima volta le due corone di Scozia e Inghilterra, l’architettura e le arti decorative in Gran Bretagna sono lontane anni luce dallo stile classico che aveva spopolato in Europa nel Cinquecento.  Giacomo è determinato a competere con (e a superare) le altre corti europee, ma si rende conto che per riuscire nell’impresa deve iscrivere l’Inghilterra ad un corso intensivo di aggiornamento sull’arte europea per recuperare il tempo perduto.

Blenheim Palace Terrace

Blenheim Palace Terrace

Il regno dei primi sovrani Stuart è così caratterizzato da un energico processo di mecenatismo che attira nel giro di pochi anni, grandi nomi dell’arte come Peter Paul Rubens, a cui Giacomo I commissionerà nel 1621, la decorazione del soffitto a cassettoni della Banqueting House creata da Inigo Jones, e Antoon van Dyck che, arrivato a Londra nel 1632, finirà con il restarci per tutta la vita, diventando il pittore prediletto di Carlo I. Ma l’entusiasmo di Giacomo non si limita ai dipinti, che comincia a collezionare con gusto in questo periodo, ma anche agli arazzi e nel 1619 istituì i laboratori tessili di Mortlake che impiegavano tesitori fiamminghi e per i quali nel 1623, il futuro Carlo I (allora ancora Principe di Galles), acquistò  nientemeno che i cartoni d Raffaello – cartoni che, dopo la tessitura degli arazzi per la Cappella Sistina, erano stati abbandonati in un laboratorio di Genova e che ora sono custoditi al Victoria and Albert Museum.

Wood carving by Grinling Gibbons in the apartments of king William III at Hampton Court Palace

Wood carving by Grinling Gibbons in the apartments of king William III at Hampton Court Palace

Ma nulla nell’Inghilterra del XVII secolo grida modernità più dell’architettra di Inigo Jones (1573-1652). Architetto, pittore e inventore di sontuose feste reali per la corte di Giacomo I e suo figlio Carlo I, Inigo Jones  era un figlio del Rinascimento fino al midollo. Era stato in Italia (il primo architetto inglese a farlo) e studiato l’architettura romana e quella di Andrea Palladio e grazie al sogno del re Giacomo I di vestire Londra di edifici grandiosi per farne la nuova capitale del Protestantesimo da opporre alla Roma cattolica e barocca, fece sì che le forme semplici e la frugale bellezza del Palladianesimo create con la sua Banqueting House divengano il tratto distintivo dell’architettura inglese per i secoli a venire.

Ma il XVII è anche il secolo delle innovazioni domestiche. Una nuova a nuova enfasi sul comfort e sulla domesticità porta alla creazione di nuove forme di arredamento per la casa. Alcune erano semplici migliormenti di oggetti preesistenti, come la cassettiera (l’odierno comò) che si sviluppano dal cassone rinascimentale, altre come l’orologio a pendolo e la libreria erano novità assolute. Per quest’ultima dobbiamo ringraziare Samuel Pepys (1633-1703), che nel 1666 decise che i suoi libri meritavano un luogo migliore del pavimento di casa sua e si fece costruire un armadio con mensole aggiustabili a seconda delle dimensioni dei libri e da a vetri che li proteggevano dalla polvere.

Con lascomparsa della Regina Anna, l’ultima degli Stuart e morta senza eredi nonostante le diciotto gravidanze, si apre un nuovo vuoto dinastico che con un altro colpo di scena degno di una soap opera diede inizio all’Era georgiana. Ma questa, ancora una volta, è un’altra storia.

  1. By Paola Cacciari

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Fuori dagli itinerari turistici: Horniman Museum and Gardens

Non ne potete più delle file interminabili di persone che si frappongono fra voi e il Natural History Museum? Allora armatevi di piantina e Oyster card e dirigetevi a Sud.

Horniman Museum, London. 2010. Paola Cacciari

Horniman Museum, London. 2010. Paola Cacciari

Nascosto al Sud-Est di Londra, nel quartiere di Forrest Hill, l’Horniman Museum and Gardens è un piccolo gioiello in stile Arts and Crafts. Commissionato nel 1898 all’architetto Charles Harrison Townsend e aperto al pubblico nel 1901, l’Horniman Museum possiede circa 350.000 oggetti e la sua collezione va dall’antropologia, alla storia naturale agli strumenti musicali.

Possiede anche un piccolo, ma splendido acquario. Star di questa eclettica, un tricheco imbalsamato troppo imbottito è diventato una vera e propria celebrità con persino il suo profilo su twitter @HornimanWalrus.
Walrus Natural History Gallery,HornimanMuseum and Gardens

I 16 acri di giardino che circondano il museo ospitano, oltre ad offrire un magnifico panorama sulla Capitale, ospitano un piccolo zoo, anche un programma annuale di eventi e attività.

Per gli appassionati di strumenti musicali antichi, l’Horniman Museum ospita anche in prestito permanente parte della collezione di strumenti musicali del Victoria and Albert Museum.

L’ingresso al Museo e ai giardini è libero, ma c’è un piccolo supplemento per chi desidera visitare l’Acquario e per alcune mostre temporanee.

Horniman Museum and Gardens 100 London Road, Forest Hill London SE23 3PQ www.horniman.ac.uk

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Shakespeare 400: celebrando il Bardo a Londra

Per oltre quattro secoli William Shakespeare (1564-1616) ha influenzato le arti come pochi altri hanno fatto. Le sue storie senza tempo, tragedie e commedie hanno emozionato artisti di ogni genere, ispirando la creazione di numerosi capolavori con ogni mezzo espressivo – dalla musica alle arti visive. Il 2016 commemora i 400 anni dalla morte del Bardo e la Gran Bretagna lo celebra in grande stile con Shakespeare 400, un consorzio di organizzazioni culturali, creative e didattiche coordinato dal King’s College di Londra che propone spettacoli teatrali, concerti, mostre e conferenze nella capitale e altrove. Qui sotto trovate qualche suggerimento artistico.

  1. Shakespeare and London

Per commemorare l’anniversario quarto centenario, la City of London Heritage Gallery ci propone questo affascinante ‘Shakespeare Deed’, l’atto notarile che contiene uno dei soli sei esemplari autenticati della firma di Shakespeare. L’atto è per un’abitazione nella City of London nei pressi di Blackfriars che Shakespeare acquistò il 10 marzo 1613 per £140 da Henry Walker, ‘cittadino e menestrello’. Il luogo esatto in cui sorgeva abitazione è sconosciuto, anche se si pensa si affacciasse sulla strada ora conosciuta come St. Andrew Hill e che fu poi distrutta nel grande incendio del 1666. L’atto è particolarmente significativo in quanto si riferisce all’unica proprietà che il Bardo abbia mai posseduto a Londra. La sua vicinanza ai teatri come la Blackfriars Playhouse e il Globe ne avrebbe fatto una residenza perfetta, anche se non esiste alcuna prova che suggerisca Shakespeare abbia vissuto lì nei quattro anni prima della sua morte, avvenuta nel 1616. City of London Heritage Gallery; fino al 31 Marzo 2016. cityoflondon.gov.uk

By-William-Shakespeare_

By Me William Shakespeare

  1. By me William Shakespeare: A life in writing

Sarà anche stato il figlio di un guantaio e conciatore di Stratford-upon-Avon, ma Shakespeare morì da uomo ricco e By me William Shakespeare ci offre l’opportunità studiare il suo testamento, accanto ad altri documenti unici che offrono uno squarcio di luce sulla sua vita. Parti del testamento sono forse basate su una bozza dal 1613, ma furono apportati significativi cambiamenti nei mesi e forse anche nelle settimane precedenti la sua morte, avvenuta il 23 aprile 1616. Il testamento di per sé non fu scritto da Shakespeare in persona, ma contiene tre dei sei esempi superstiti della sua firma: in fondo alle pagine 1 e 2 e alla fine, concluso dalla frase ‘By me William Shakespeare’. Le sue disposizioni finanziarie proteggono le sue figlie Judith e Susanna, che ereditano la maggior parte dei beni del padre, tra cui la grande casa di New Place, a Stratford, lasciata in eredità alla figlia maggiore Susanna, mentre a Judith resta l’altra casa. La moglie Anne invece ricevette solo il ‘secondo miglior letto’. Una mostra intrigante per conoscere meglio la vita di Shakespeare a Londra e l’uomo dietro la scritta: cortigiano, autore, amico, marito e padre. King’s College London, Inigo Rooms, Somerset House East Wing; fino al 29 Maggio 2016. bymewilliamshakespeare.org

  1. Shakespeare in Ten Acts

Si dice spesso che l’opera di Shakespeare sia universale, ma questo significa ignorare il fatto che le sue opere sono state costantemente reinventate per adattarsi ai tempi. Attraverso i secoli le sue opere sono state trasformate e tradotte, falsificate e contraffatte, modificate, riformulate e ridisegnate per attrarre nuove generazioni di frequentatori del teatro inglese e mondiale. Come dice il titolo stesso, Shakespeare in Ten Acts esplora l’impatto dei dieci momenti più significativi della produzione teatrale di Shakespeare. In mostra ci sarà l’unico copione originale sopravvissuto, oltre a due delle sole sei firme Shakespeare autenticate, oltre a rare edizioni a stampa tra cui il Primo Folio. Questi e altri tesori provenienti da collezioni della British Library, sono esposti accanto film, dipinti, fotografie, costumi e oggetti di scena. The British Library; dal 15 Aprile al 6 Settembre 2016. bl.uk

shakespeare Fisrt Folio 1623 British Library

Shakespeare First Folio 1623 British Library

  1. Shakespeare Re-Discovered in St-Omer

Nel settembre 2014, il bibliotecario di St-Omer fece la scoperta della sua vita quando incappò in un libro sugli scaffali che si rivelò essere niente meno che una copia fino ad allora sconosciuta del Primo Folio del 1623. Prima di questa eccezionale scoperta, di questo documento erano note solo 232 copie: ora il mondo ne può vantare una 233esima. Il Folio di St-Omer sarà il fulcro di una mostra volta a collocare il volume del 1623 nel contesto storico e letterario del tempo. Globe Exhibition; dal 4 Luglio al 4 Settembre 2016

  1. Visscher Redrawn: 1616-2016

Il panorama di Londra creato da Claes Jansz Visscher nel 1616 è una delle immagini più iconiche della Londra medievale: un paesaggio urbano fatto di case basse e dominato dalle guglie e dai campanili di imponenti chiese. Stampata nel l’anno della morte di Shakespeare, l’incisone di Visscher è uno dei pochissimi documenti che rappresentano Londra prima che gran parte della città fosse distrutta dal grande incendio del 1666. Ora, a quattrocento anni di distanza, l’artista Robin Reynolds ha ricreato lo stesso panorama per raccontare l’architettura della metropoli di oggi. Guildhall Art Gallery; fino al 20 Novembre 2016. cityoflondon.gov.uk

 A panorama of London by Claes Visscher, 1616.

  1. Fair play and foul: connecting with Shakespeare at UCL

Questa mostra esplora l’influenza di Shakespeare e la nostra secolare infatuazione con il Bardo – dalla cause célèbre delle falsificazioni di William Ireland alla fine del XVIII secolo, alla continua lettura e rilettura della sua opera da parte di accademici e studiosi o semplici adolescenti nelle scuole. E con Shakespeare, amici, mecenati, colleghi, studiosi e imitatori sono qui rappresentati da oggetti a loro appartenuti e provenienti dalla biblioteca dell’University College London. University College London’s Library; fino al 15 Dicembre 2016 ucl.ac.uk/library/exhibitions      

Per il programma completo guardate sul sito di Shakespeare400

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