Prima la Musica poi le Parole di Riccardo Muti

Al museo continuano i ferventi preparativi per il la prossima apertura del grande evento dell’anno The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains che aprirà tra poco più di due settimane ed è già praticamente esaurita. Ma sebbene io sia molto contenta che adoro i Pink Floyd e non vedo l’ora di vedere la mostra, da qualche giorno ho la Terza Sinfonia di Beethoven nella testa. Al museo vado avanti e indietro per le sale come un pesce rosso nella boccia e rispondo alle domande varie ed eventuali del pubblico mentre l’Eroica mi esplode nel cervello. Non che mi disturbi, sia chiaro.

Sono in questo stato da quando ho finito di leggere la biografia di Riccardo Muti comprata durante la mia ultima permanenza a Bologna. Si chiama Prima la musica poi le parole. Un bel libro. E mi ha fatto ripensare a quella sera di Aprile 2010 quando io il Maestro l’ho visto in carne ed ossa dirigere alla Royal Festival Hall l’orchestra Philarmonia di Londra in una serata di tutto Beethoven. Non avevo mai avuto la fortuna di vederlo all’opera Muti, che quand’è venuto anni fa a Bologna preferivo ancora Bono.

Ricordo la mia trepidazione e lo sguardo divertito della mia dolce metà, quando l’ho visto entrare sul palco e prendere posto sulla pedana, altero, elegante e meno alto di quanto pensassi. Ricordo il silenzio totale e Muti che con gli occhi socchiusi, ha alzato una mano. Ricordo come quella mano ha dato inizio al ‘miracolo’. Perché per me che alle medie non ho mai imparato neppure a suonare il flauto, ogni concerto di musica classica continua ad essere un miracolo di perfezione e di magia. Mi perdo nella musica, nei volti degli orchestrali, nei movimenti sincronizzati degli archi che si alzano e si abbassano come un corpo che respira. Mi perdo nel volto del direttore d’orchestra e nei gesti delle sue mani, delle sue braccia quale naturale estensione della mente. Ogni concerto sono due ore di pura magia. E ciò che importa, dice Muti,

“non è capire la musica da intenditore o melomane, ma recepirne un messaggio interiore, le emozioni che essa comunica”. 

E per questo serve solo abbandonarsi ad essa e farsi portare lontano.

 Riccardo Muti. Photograph: Reuters

Riccardo Muti. Photograph: Reuters

 

Things organized neatly

Una collega che sta cambiando casa, sta temporaneamente da un’amica. “… è tanto cara…” mi dice con un sorriso indulgente. “Ma è un po’ OCD (Obsessive-compulsive disorder, n.d.r). Pensa che sistema sempre gli asciugamani nel bagno dopo che qualcuno li ha usati!” La cosa mi sorprende. Non che qualcuno raddrizzi gli asciugamani sul portasciugamani, ma che qualcuno possa trovarlo bizzarro. Non mi era mai venuto in mente che questo gesto così semplice potesse essere considerato da altri, al limite del maniacale. Perché io non solo raddrizzo gli asciugamani, ma stendo il bucato simmetricamente (mi piace vedere il calzini in coppia e le magliette prive di pieghe) e nella mia biblioteca a parte i cataloghi delle mostre, non ci sono edizioni in brossura perché la loro irregolarità mi rovina l’estetica. Sono da ricoverare? Non avrei mai pensato che l’eredità della psicanalisi freudiana facesse guardare con sospetto coloro a cui piace mettere in ordine decrescenti i piatti nella rastrelliera, la spesa sul nastro alla casse, e in frigo i barattoli delle salse con l’etichetta in vista. Perché non sono la sola. Recentemente leggendo un articolo sul Guardian ho scoperto che esiste un blog che si chiama Things organized neatly, che abbonda di fotografie di stanze in perfetto ordine e di asciugamani perfettamente allineati, un po’ eccessivo a dire il vero, sa vagamente di porno per maniaci ossessivi-compulsivi, ma rende l’idea. Ho anche scoperto che esiste un termine per la mania di mettere in ordine: to knoll, inventato nel 1987 da un tal Andrew Kromelow che voleva una superficie di lavoro (disegnava mobili) organizzata in modo da permettergli di vedere tutti gli oggetti che c’erano sopra in un colpo solo.
Sono stata una knoller per anni senza saperlo! Ma la mia dolce metà non è convinto, per lui sono OCD. Mi permetto di dissentire. Che mentre chi ha un disturbo ossessivo-compulsivo non prova piacere nel fare le cose che fa, ma solo un bisogno compulsivo di farle, a me mettere in ordine piace. Se non altro per controbilanciare il casino mentale che mi attanaglia e tenere l’ansia sotto controllo. Nel computer ho un file per tutto, nella scrivania una cartelletta: ogni cosa è al suo posto e quando la si cerca la si trova. Ironicamente i maniaci dell’ordire finiscono sempre in coppia con chi non lo è (il cassetto del comodino della mia dolce metà – a cui non mi è permesso avvicinarmi- pare la borsa di Mary Poppins o il gonnellino di Eta Beta). E se non posso fare nulla per cambiare lui, posso almeno organizzare il suo disordine. Con buona pace di tutti e due…

Odi et Amo

Tre cose che odio:

  1. Chi non rispetta il museo, le opere che vi sono racchiuse e le persone che ci lavorano;
  2. Chi mi chiama con un fischio o con un gesto della mano come si chiama il cameriere (come se fosse ancora accettabile chiamare un cameriere in questo modo…) invece di attirare la mi attenzione con un educato ‘excuse me’ o simili (vedi sopra… :/ );
  3. Chi mi viene davanti abbaiandomi parole come “TOILET!”, “WAY OUT!”,”RESTAURANT!” come se ci fosse una tassa sulle parole.

Tre cose che adoro:

  1. Il museo la mattina presto quando non c’è ancora nessuno ed è tutto mio, e mi sento la persona più fortunata del mondo;
  2. La moltitudine di nazionalità, culture, esperienze, storie personali dietro ognuno dei miei colleghi;
  3. La moltitudine di nazionalità, culture, abitudini, ceti sociali del pubblico che visita il museo.

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Nessun uomo è un’isola? Da oggi pare proprio di sì.

Theresa May signs the letter to the EU confirming the UK’s departure

Ieri notte Theresa May ha firmato l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, quello che sancisce la secessione di uno Stato membro dall’Unione. L’inghilterra è tornata ad essere un’isola.

Ma temo che chi spera di tornare ai tempi gloriosi dell’Impero “su cui non tramontava mai il sole” o alla

“gemma incastonata nell’argenteo mare che la protegge come un alto vallo o il profondo fossato d’un castello dall’invidia di terre men felici”

descritta dal duca John of Gaunt nel Riccardo II (atto secondo, scena prima) di Shakespeare rimarrà deluso, che sessant’anni di Europa non sono acqua e il mondo è cambiato, così come è cambiata la Gran Bretagna.

Che più che con John of Gaunt, sono d’accordo con il magnifico lord Michael Heseltine, figura di spicco nei governi di Margaret Thatcher e John Major e uno dei fautori della caduta del governo Thatcher, nonché uno dei pochi Tories che hanno avuto il coraggio di opporsi a Brexit (cosa che gli è costata il posto nel governo di Theresa May) quando dice che l’uscita dell’Inghilterra dall’Europa è “il peggiore errore della nostra storia dal dopoguerra a oggi”. Difficile dargli torto.

Le arti dopo Brexit

Il Primo Ministro britannico Theresa May, questa reincarnazione di Margaret Thatcher che abbiamo attualmente al governo, ha in comune con la notoria signora che l’ha preceduta l’inflessibilità e pare anche l’incapacità di ascoltare. La gente protesta, le manifestazioni si susseguono, le petizioni anche (incluse quella che dovrebbe essere discussa in questi giorni dal Parlamento sulla vista di Trump a Londra). Ma lei va avanti, dritta come un treno sui suoi binari, implacabile, inflessibile e oblivia di tutto quanto le sta attorno come un cavallo a cui sono stati messi i paraocchi. E tutto quanto le sta attorno include (più che mai come in questo momento) le arti, di cui l’Inghilterra e Londra in particolare, vanno cosi giustamente fiere. Cosa succederà – si chiedono i direttori di musei e teatri, attori e registi, cantanti, musicisti e ballerini etc (che non sono solo le industrie della ristorazione, del turismo e dei servizi a beneficiare largamente dell’immigrazione), cosa succederà si chiede il mondo dell’arte, della musica e dello spettacolo britannico, dopo Brexit?

Brexart: Artists and theatremakers are tackling Brexit Paul Dallimore

Brexart: Artists and theatremakers are tackling Brexit Paul Dallimore

E se le arti rappresentano quel 48% della popolazione che voleva restare in Europa, come può questa minoranza riuscire a convincere il famigerato 52% che ha votato per uscire dall’UE che l’arte per prosperare ha bisogno di quella libertà di movimento che solo la caduta dei confini comporta?

E già gli effetti si fanno sentire: è di qualche giorno fa infatti la notizia che la European Union Baroque Orchestra, un’orchestra, co-fondata dalla UE che offre ai giovani musicisti provenienti da tutta Europa l’opportunità di fare un anno di esperienza esibendosi in un orchestra barocca, lascerà per sempre la sua sede di Woodstock, nell’Oxfordshire. Anzi, lascerà la Gran Bretagna per trasferire la sua sede permanentente ad Anversa, in Belgio, entro il 2018. Davanti alla possibilità reale che i propri musicisti debbano in futuro richiedere il visto o permessi di lavoro – una lunga e costosa burocrazia – l’orchestra ha preferito non correre rischi. Chissà chi sarà il prossimo.

Lo stesso Alex Beard, l’amministratore delegato della Royal Opera House ha dichiarato di recente che la qualità del lavoro del famoso teatro londinese conta sulla possibilità, in caso di malattia di un artista o di un musicista, di accedere immediatamente ad un bacino di talenti sostitutivi dall’Europa tempo breve. E se questo è vero per tutte le istituzioni artistiche della Gran Bretagna, è particolarmente vero per Londra.

Ed proprio questo indiscusso primato di Londra sul resto del Paese la causa anche di un diffuso risentimento della “provincia” nei confronti della Capitale – un fatto che impossibile da negare. Perchè come famosamente disse Samuel Johnson “Quando un uomo è stanco di Londra, è stanco della vita, perché a Londra si trova tutto ciò che la vita può offrire.” E questo -soprattutto per quanto mi riguarda – è certamente vero per la vita intellettuale. Opera, teatro, arte, mostre, musical, concerti, balletti: a Londra la vita culturale è un vulcano in continua ebollizione e la qualita’ è sempre di alto, altissimo livello. E questo, bisogna dirlo, è (oltre alla mia dolce meta’, naturalemente!) uno dei motivi che mi tiene ancorata alla Capitale come un’ostrica allo scoglio da quasi 18 anni. E per una vita culturale così, vale anche la pena di sopportare qualche estate un po’ più fredda della nostra italiana…

Ma come il mondo delle arti anch’io sono rimasta traumatizzata da Brexit e dal risultato del referendum. Mi sembra un controsenso che il colto conservatore benestante che applaude estasiato la nostra étoile nostrana Roberto Bolle quando appare come ospite del Royal Ballet, il corpo di balldo della Royal Opera House di Londra o la soprano rumena Angela Gheorghiu (o lo spagnolo Placido Domingo, o il maltese Joseph Calleja, o il tedesco Jonas Kaufmann o il francese Roberto Alagna)  sia la stessa persona che non vuole stranieri in Gran Bretagna, motivato da un anacronistico desiderio di tornare al grandioso isolazionismo dell’Impero britannico.

La stessa cosa vogliono anche i cittadini di Barnsley, città nel Sud dello Yorkshire dove un’incredibile 68% ha votato per Brexit. Ma i motivi sono diversi da quelli di alcuni abitanti del benestante Sud dell’Inghilterra. Che forse il disoccupato dello Yorkshire o il pensionato del Lancashire che abitano in cittadine devastate dal pugno di ferro di Margaret Thatcher non sanno neppure chi la Gheorghiu sia, perché magari non sono mai stati all’opera o a teatro. O a visitare una mostra o un muso. O ad assistere ad un concerto. Questo, ammesso, che la città in questione ce abbia un teatro, o un museo, o una sala da concerti. Il punto è che senza queste istituzioni non sorprende che la gente cresca senza la consapevolezza dell’importanza delle arti, dell’importanza della cultura come mezzo per aprire la mente, per capire a apprezzare il mondo che ci sta attorno. Non sorprende pertanto che i gli abitanti di Barnsley siano scandalizzati alla notizia che Bruxelles abbia investito milioni di sterline (“tax payers money!” dice scandalizzato uno degli intervistati nel video qui sotto) nelle arti mentre tra loro c’è gente che è disoccupata da anni. Per loro Angela Gheorghiu è semplicemente un’altra rumena di cui farebbero volentieri a meno, come il mussulmano che viene dalla Siria o dal Pakistan.

Allora, mi chiedo io, se forse questo non sia il momento buono per le arti in generale di affrontare questo tema, Brexit dico con tutto quello che comporta il perché, il percome, le conseguenze. Sono soggetti importanti. L’aria è piena di domante: le arti forse possono provare a dare qualche risposta.

Alessandra Ferri in Woolf Works

Londra, Febbraio. Una folla impazzita applaude rumorosamente una piccola figura solitaria vestita di nero sul grande palcoscenico della Royal Opera House. La donna è Alessandra Ferri ed è bellissima. Ha appena danzato Woolf Works, splendido balletto in tre parti ispirato a tre romanzi di Virginia Woolf, creato per lei dal coreografo inglese Wayne McGregor. E a 54 anni la Ferri è più in forma che mai. A sentire lei grazie ad un po’ di pilates e yoga, discipline essenziali a mantenere l’elasticità delle articolazioni e largamente utilizzate anche dagli altri comuni mortali come noi e non solo dalle ex prime ballerine assolute. Ma quello che lei ha in più delle altre ballerine che hanno danzato con lei in in due delle tre parti del trittico di Wayne McGregor I now, I then (da Mrs Dalloway) e Tuesday (da The Waves), è la luce che irradia, la passione, la gioia di vivere, la bellezza pura del suo esser lì, in quel momento. Viva, pulsante. Una vera pin-up per noi donne di mezza età, che (un po’ come Mrs Dalloway?) siamo spesso troppo pronte a rassegnarci a quell’invisibilità a cui la vita dopo gli -anta (siano essi quaranta o novanta…) spesso ci relega.

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Era tanto che desideravo vederla danzare, Alessandra Ferri che per chi ama il balletto lei  una leggenda vivente avendo danzato con compagnie come il Royal Ballet di Londra (1980–1984), l’American Ballet Theatre di New York (1985–2007) e il Corpo di Ballo del Teatro alla Scala di Milano (1992–2007) e con personaggi come il leggendario Mikhail Baryshnikov e il nostro magnifico Roberto Bolle... solo per citare alcuni nomi. E nel 2015 c’ero quasi riuscita a vederla qui a Londra, in occasione di un allestimento di Chéri alla Royal Opera House anche se poi ho dovuto rinunciare all’ultimo momento per motivi di famiglia. Ma lei ha continuato a stuzzicarmi per tutto questo tempo – anche se sotto forma di uno spot televisivo per il gigante farmaceutico inglese Boots, che è riuscito a convincerla ad accettare di pubblicizzare una delle loro creme per il viso. Lei ha accettato, ma ad una condizione: niente ritocchi alle rughe. Inutile dire che ho esultato. Ricordo mia madre, allora una bellissima quarantenne (plus) arrabbiarsi con le pubblicità delle creme per il viso pubblicizzate da modelle adolescentiche che promettevano risultati miracolosi.

E a questo Alessandra Ferri si è semplicemente opposta. All’idea che ci sia qualcosa di sbagliato con l’avere qualche ruga. Certo, è perfettamente normale per le donne (e anche gli uomini) il voler apparire al meglio. Ma questo – continua – la Ferri, significa fare le cose che ci fanno sentire meglio. È inutile negare quello che siamo e a meno che non impariamo ad accettare il fatto che il passare del tempo sia parte della vita, saremo sempre insoddisfatti. Che la vita continua anche dopo gli –anta. E, come nel caso della Ferri, può riservare ancora tante sorprese. Applausi

Donald Trump e Theresa May: insieme contro tutti

Gennaio è già finito e Febbraio non sembra promettere molto meglio: questo 2017 è iniziato con una sfumatura di grigio. Un grigio che sta diventando sempre più scuro, tanto che se continua di questo passo l’umore globale diventerà più nero del nero di seppia, per dirla come la mia prof di matematica delle scuole medie.
Se è così difficile dare un senso a questa nuova surrealtà (neologismo?) è perché un senso non ce l’ha. Donald Trump alla guida di una superpotenza come gli USA?? Se qualcuno me lo avesse detto un anno fa che il miliardario dalla faccia arancione noto per condurre la versione americana di The Apprentice sarei scoppiata a ridere. Ora rido meno, che mettere Donald Trump alla guida di una superpotenza come gli USA è come mettere un neonato al volante di un TIR: una ricetta a dir poco disastrosa. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

hands-large_trans_nvbqzqnjv4bqap6fgfpcjggwllmokcfzkn6_rfiaiiz9l5dsfgfulpoE qui in Brexitland (un altro neologismo?) la situazione non va meglio. Che se il faccione da jocker autocompiaciuto di Nigel Farage che accompagna il quotidiano dibattito sul come e quando far scattare l’Articolo 50 non fosse già esasperante di suo, ci siamo dovuti sorbire l’immagine di Theresa May, con le sue arie da preside vittoriana che se ne va mano nella mano con Donald per la Casa Bianca come due sposini novelli, facendo progetti sulla loro appena rinnovata special relationship, scambiandosi cortesie e inviti reciproci e pianificando una collaborazione con Putin ed Erdogan. In questa gran Bretagna post-Brexit dove l’impossibile (laciare l’UE) sta diventando possibile (Brexit), dove un’alleanza May-Trump-Erdogan-Putin si fa sempre più possibile e dove un ignorante, illeterato, xenofobo, misogino e razzista come Trump potrebbe essere accolto in pompa magna, davvero non tira una bella aria. Fermate il mondo, voglio scendere!

Se la regina Elisabetta non ha voce in capitolo e deve accettare quello che il Primo Ministro decide (o, in questo caso, impone) anche se pare che non sia entusiasta all’idea di ricevere Donald a Buckingham Palace e il principe Carlo ha parlato apertamente del suo rispetto per le altre religioni (incluso l’Islam), Sadiq Khan, il sindaco mussulmano di Londra, ha detto che i londinesi non appoggeranno mai una visita ufficiale di Donald Trump nella Capitale. E ha ragione: la gente è furiosa. E non solo i londinesi, come dimostra una petizione online che chiede al governo britannico di cancellare la visita di Donald Trump a Londra, prevista per questa primavera ha raccolto 200.000 firme in sole 24 ore (al momento in cui scrivo siamo arrivati a 1,840,331 e il Parlamento discuterà questa petizione il 20 Febbraio, 2017).

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Le manifestazioni in piazza si susseguono a ritmo settimanale e questa settimane ce ne sono state già due. La gente protesta contro Brexit, contro Trump, contro la misoginia, contro il bando cittadini di sette paesi musulmani. Ma soprattutto contro una classe politica che continua non ascoltare. Ieri uno degli esasperati parlamentari britannici che discutevano sul se e come lasciare il mercato unico, ha esclamato esasperato che non aveva senso avere un Parlamento se il Governo non lo ascolta. Io lo farei: nel 1649 Charles I fu decapitato per non aver ascoltato il Parlamento. E anche se dubito che Theresa May possa subire la stessa sorte del monarca, il suo cieco autoritarismo e la sua convinzione di essere un sorta di reincarnazione della Thatcher finiranno con l’essere la sua rovina. Almeno spero. 😦

Le indecisoni di “Theresa Maybe”

L’Economist non è certo ciò che si potrebbe definire una rivista di sinistra. Insieme al Financial Times è una delle due testate più autorevoli della Gran Bretagna, nonchè da sempre voce di quell’establishment liberale a cui i Conservatori dicono di appartenere. Ma la prima copertina dell’anno, dedicata ai primi sei mesi al potere di Theresa May è davvero poco lusinghiera e definisce ciò che la premier ha fatto fin qui, deludente. Il titolo che la condanna gioca sulla similitudine del suo cognome (May) e la parola inglese per ‘forse’ (maybe). E nel caso il gioco di parole non fosse chiaro, il giornale si affretta a spiegare il perchè nel sottotitolo con un lapidario “l’indecisa premier britannica”.

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Inutile dire che l’accusa è fondata. La May si è autoimposta una scadenza, un Marzo 2017 che si avvicina a velocita sostenuta, per far scattare l’Articolo 50 e uscire così dal’Unione Europea. Un tempo questo, entro il quale dovrebbe risolvere o quantomeno chiarire a tutti, Brexiteers e non (e magari anche a noi immigrati extra-communitari in fervida attesa che si decida finalmente del nostro futuro…) la sua strategia su Brexit. Ma a a parte qualche debole occasionale guaito, come il solito slogan ormai trito e ritrito “Brexit significa Brexit”, fin’ora non si sono fatti progressi di nessun tipo. Ora non si parla neanche più di un “hard” o di un “soft” Brexit (neanche si trattasse di uova sode…), ma di un “red, white and blue Brexit” i colori della Union Jack, la bandiera britannica e che nelle parole della stessa May stanno a significare l’accordo giusto per il Regno Unito con l’Unione europea, in opposizione al “grey Brexit”, il “Brexit grigio”, auspicato dal Ministro del Tesoro Philip Hammond che vorrebbe lasciare il mercato unico, ma mantenere un accesso limitato per quanto riguarda il libero scambio, con limitazioni in materia di immigrazione a parte agli immigrati qualificati in settori specifici. Tale compromesso sarebbe una via di mezzo tra lo scenario apocalittico del “black Brexit voluto da alcuni radicali, che vuole l’uscita completa e totale del Regno Unito dall’Unione europea senza nessun accordo, e un “white Brexit”, il Brexit bianco dei moderati che vedrebbe invece un tentativo dell’Inghilterra di rimanere nel mercato unico. Certo se Theresa May aspetta ancora un po’, finirà con il perdere per strada molti dei suoi collaboratori: gia’ è successo con l’ambasciatore britannico a Bruxelles, sir Ivan Rogers che, davanti alla mancanza di una chiara direzione (o perlomeno di una direzione, anche se non molto chiara…) da parte del Governo britannico sul negoziato con la Ue, ha perso la pazienza e si è dimesso. Difficile biasimarlo…

Sta di fatto che dopo sei mesi al governo, la Premier è ancora incerta e non solo sulla direzione da prendere con Brexit, ma pare anche sulla politica economica da dare al proprio paese. Il suo è un dilemma amletico: mantenere l’appoggio delle banche e della City e rischare di perdere i voti del popolo dell’Ukip che vogliono il divorzio completo, o ascoltare quelli che di fatto hanno votato per lei e  rischiare di fare davvero arrabbiare la City con conseguenze economiche potenzialmente drammatiche? Sta di fatto che non c’è bisogno di essere di sinistra o di destra per accorgersi che l’incertezza economica è deleteria per l’economia. E come dice il mio espatriato preferito, il giornalista Enrico Franceschini nel suo blog My Tube,Theresa Maybe potrebbe diventare il suo soprannome e il suo epitaffio politico.”

 

L’inghilterra in cucina: il pranzo di Natale

Anche quest’anno non sono riuscita da avere le ferie per Natale, che il museo non si ferma mai se non per soli tre gg dal 24 al 26 durante i quali anche noi Gallery Assistants ci godiamo un po’ di meritato riposo. Cosí invece di tornare in Italia, nella mia natia Bologna come ho fatto per anni, trascorrero’ un altro Natale inglese in compagnia della mia dolce metà e della sua inglesissima famiglia. E devo dire che pur sentendo la mancanza dei tortellini e dello zampone (in fondo in fondo sono pur sempre una bolognese…), le cose che popolano la tavola natalizia inglese sopperiscono alla loro mancanza piuttosto bene!
A cominciare dal tacchino ripieno, accompagnato da salsa ai mirtilli (e non arricciate il naso prima di averlo provato!!) e servito con patate arrosto e parsnips, le pastinache, radici molto simili alle patate e che (come le patate) possono essere preparate al forno o fritte (ma che a differenza delle patate sono sparite quasi completamente dalle nostre tavole nel XIX secolo), mini-salsiccie di maiale avvolte in sottili fette di bacon chiamate pigs in blankets (‘maialini coperti’), cavoletti di Bruxelles cucinati con bacon e castagne (etc etc etc). Non occorre essere Pellegrino Artusi per notare che a differenza dell’Italia, dove il menù varia davvero molto a seconda della regione in questione, in Gran Bretagna il pranzo di Natale è pressoché lo stesso ovunque e quando le differenze ci sono, sono pressoché inesistenti.
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Invece del panettone c’è il Christmas pudding, un dolce dalla forma rotonda e a base di uova, mandorle, frutta candita, spezie e zucchero bollito nel brandy, preparato – secondo la tradizione – nel periodo dell’Avvento e portato in tavola il 25 dicembre. Nato nell’Inghilterra medievale (pare fosse già molto diffuso nel XVI secolo), il Christmas pudding o plum pudding (come veniva anche chiamato nonostante non contesse prugne) fu poi abolito dai Puritani di Oliver Cromwell insieme alle mince pies, al teatro, alla musica e ad ogni altra cosa che comportasse anche solo remotamente il godersi la vita. Bisognerà aspettare il XIX secolo perché il dolce torni alla “piena legalità”, apparendo nientemeno che sulla tavola dalla regina Vittoria e tra le pagine del Canto di Natale (1843) di Charles Dickens e diventando dall’oggi al domani il principale dolce natalizio inglese. La prima a chiamarlo Christmas Pudding fu la cuoca Eliza Acton nel suo bestseller Modern Cookery for Private Families, pubblicato nel 1845, anche se  bignerà attendere il 1858 perche’ lo scrittore Anthony Trollope lo citi con questo nome per la prima volta in un suo racconto. Di solito lo si serve flambé accompagnato da panna liquida normale o al brandy. Inutile dire che è una vera e propria bomba atomica di calorie (pensate al panettone elevato all’ennesima potenza) decisamente non adatta agli astemi, ai diabetici o a chi, come la mia dolce metà, non ama la frutta…
Christmas Pudding Recipe with Port
 Per questi ultimi ci sono molte opzioni, tra cui lo Yule log, l’immancabile torta al cioccolato fatta a forma di tronco d’albero, anche questa rigorosamente accompagnata da panna liquida o burro al brandy. Quest’anno la responsabilità di produrre questa prelibatezza e’ ricaduta sulle spalle di mia nipote più grande, una cioccolato-dipendente come sua zia acquisita (io). Inutile dire che a parte un tenue strato di  pan di Spagna all’interno, il suo Yule Log era un solido pezzo di cioccolata spolverato da zucchero che a sua volta e’ stato opportunnamente spolverato da un gruppo di parenti golosi.
Chocolate yule log
E per finire le mie adorate Mince Pies, tortine di pastafrolla ricoperte di zucchero a velo e ripiene di frutta e aromatizzate da spezie come la cannella e chiodi di garofano, perfette servite calde e accompagnate da un bicchierino di sherry. Ma io da vera e propria filistea le mangio anche a temperatura ambiente a colazione, che con un buon caffè espresso fatto con la moka Bialetti ci stanno benissimo… 🙂 E a quanto pare non sono la sola a pensarla così. Secondo la tradizione infatti, anche Babbo Natale ne va matto ragion per cui ogni famiglia che si rispetti deve lasciare un piattino di mince pies vicino al camino (meglio se insieme ad un bicchiere di brandy o di sherry e da una carota per la renna) per ringraziare Babbo Natale per i doni. 🙂
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Ed ora per favore non parlatemi di cibo per qualche settimana…  🙂

Le regole del gioco

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Sono sempre stata convinta che leggendo i trafiletti dei giornali si aprono illuminanti squarci di sociologia. Come quello di una professoressa di lingua e letteratura inglese che si  è fatta cacciare da uno Starbucks caffè in Manhattan perchè colpevole di essersi rifiutata di adeguarsi all’etichetta linguistica usata dalla catena di Americana. La suddetta proff. si era rifiutata di specificare nel suo ordine di un bagel se lo voleva without butter and cheese (senza burro o formaggio). La signora si è infuriata dicendo che il fatto che lo volesse senza burro o formaggio era già implicito nel fatto che avevese ordinato il suo bagel plain (semplice)  e per questo ha accusato lo staff dietro il banco di fascismo linguistico.

Ora, pur comprendendo le ragioni della proff. americana e la sua esasperazione davanti alla riluttanza del barista di servirla se non ripeteva la frase correttamente, la sua reazione mi pare un tantino esagerata. Che lavorando da anni nel cosiddetto customer service non posso che simpatizzare con lo staff di Starbucks. Perchè – che ci piaccia o no- ogni ambiente (lavorativo e non) posssiede un gergo, regole linguistiche che diventano parte della comunicazione quotidiana. Il problema incorre quando questo gergo, chiarissimo ai cosiddetti  “addetti ai lavori”, ma un po’ meno chiaro a chi non fa parte dell’ambiente e ci capita una volta tanto, diventa una barriera alla comunicazione. Barriera che potrebbe facilmente essere superata con un po’ di buona volontà da entrambe le parti. Che lo so per esperienza, visto che rischio la stessa reazione della sudetta proff. americana ogni volta che al museo qualcuno mi chiede -chessò- dov’è il ‘dipartimento’ di ceramica. Che per amor di esattezza (e per evitare a mia volta irate ripercussioni da parte di qualche fanatico che poi magari ritorna indietro, ripercorrendo l’edificio nella sua intera lunghezza, solo per farmi una scenata) devo chiedere se intendono gli uffici (ceramics department) o la galleria vera e propria (ceramics gallery). Che essere precisi non significa necessariamente essere pedanti. Ma questo certa gente non lo capisce e pensa che io sia: a) una forestiera tonta; b) mi diverta a far loro perdere tempo; c) all the above. Che alla fine io sto fornendo un servizio e se chi mi interpella per usufruire di questo servizio non si adegua (almeno un pochino) alle regole del gioco mettendomi in condizione di fare il mio lavoro non è colpa mia.  Che se ci si venisse un po’ incontro nelle piccole cose della vita sarebbe tutto più facile…