La vecchina e la Madonna

Arriva la mattina presto, tra le 10.15 e le 10.30. È piccola, magra e ha la schiena un po’ deforme di chi, come la mia nonna, è stato malato da piccolo e non è stato curato bene. Un fazzolettone annodato sotto il mento e la borsetta a cavallo dell’avambraccio, arriva con passo deciso di chi sa esattamente dove vuole andare e ci vuole arrivare nel piú breve tempo possible. Quando lei entra nella sala dedicata a Donatello e ai suoi seguagi,  sono seduta sulla panca al centro della stanza a godermi la bellezza silenziosa dell’Ascensione di Donatello (e Crivelli, e della Robbia, e Agostino di Duccio etc etc). Ma lei non fa una piega. Imperturbata dalla mia presenza, si dirige sicura verso la bellissima Madonna di terracotta invetriata di Andrea della Robbia che brilla nella luce dorata del mattino e con le mani giunte comincia a pregare.  Il silenzio è totale, interrotto solo dal gracchiare della mia radio appoggiata a fianco a me sulla panca. Abbasso il volume, mentre lei continua a mormorare parole incomprensibili alla Madonna. E alla fine la spengo, anche se non dovrei. Ma mi sembra appropriato. E mi allontano piano.

Aspettando le Elezioni in UK

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Theresa May calls snap general election by Christian Adams – political cartoon gallery

Ci siamo quasi, manca ancora un giorno al fatidico 8 Giugno. E noi espatriati europei che non possiamo votare, siamo confinati al limbo dell’attesa e non posiamo fare altro che aspettare con le dita incrociate i risultati di quella che si sta rivelando un’eccitante campagna elettorale.

Siamo ritornati ai due partiti tradizionali, i Conservatori di una Theresa May sempre più testarda e arroccata sui sui principi e il Labour Party di Jeremy Corbyn che ha fatto un’incredibile rimonta; gli altri partitelli, i Liberal Democratici, i Verdi, persino UKIP orfano di Nigel Farage, sono ora ridotti a minuscole entità senza alcuna importanza numerica. Che sebbene sebbene nessuno sia pienamente convinto da nessuno dei due candidati in gioco, sanno che votare per uno dei due grossi partiti è l’unico modo per far si’ che il loro voto possa contribuire a cambiare qualcosa. Non ho mai desiderato cosí tato votare come questa volta, l’unica in cui non posso farlo. 😕

Keep Calm and Carry On. This is London.

Oggi lo slogan Keep Calm and Carry On (“Mantenete la calma e andate avanti”) adorna le tazze, i cuscini, quaderni, tovaglie e gli strofinacci. Creato dal governo britannico nel 1939 alla vigilia della seconda guerra mondiale con un messaggio del re ai suoi sudditi, aveva lo scopo di invogliare la popolazione a mantenere l’ottimismo e non farsi prendere dal panico in caso di invasione nemica.

Ora, dopo l’attacco terroristico di ieri sera, il secondo nella Capitale nel giro di poco più di tre mesi (il terzo in UK se contiamo Manchester il mese scorso) che ha colpito due aree superpopolari tra i londinesi come a London Bridge e Borough Market, questo slogan mi sembra decisamente appropriato.

E come dice Enrico Franceschini nel sul blog My Tube:

“In questi momenti è necessario ricordare due cose. La prima è che il Regno Unito e altre nazioni hanno a lungo convissuto con il terrorismo e sono riusciti va sopravvivere mantenendo salda la propria democrazia. L’IRA nord-irlandese ha fatto saltare in aria pub, giardini pubblici e alberghi per trent’anni in Inghilterra e gli inglesi non hanno smesso di andare al pub. Come in Italia la gente non ha smesso di andare in banca o prendere treni durante i tragici fatti della strategia della tensione, da Piazza Fontana alla stazione di Bologna. La seconda cosa da tenere a mente è che i servizi segreti britannici hanno sventato almeno una dozzina di complotti negli ultimi tre anni, ma hanno sempre detto che un attacco, prima o poi, sarebbe riuscito. […] E tutti noi dovremo ricordarci che si deve imparare a vivere con il terrorismo. Perché lo abbiamo già fatto”.

 

Addio a Roger Moore

È stato un brusco risveglio quello di stamattina. Che uno non si aspetta di iniziare la giornata con la notizia che l’ennesimo fanatico dell’IS si è fatto saltare in aria la sera prima alla fine del concerto della cantante pop americana Ariana Grande nella grande arena nel centro di Manchester, al Nord dell’Inghilterra.  Ma la cosa non mi sorprende: mentre gli occhi di tutti erano fissi su Londra,  un solo pazzoide è riuscito a prendersi la vita di 22 persone (molti poco più che bambini) e a lasciarsi dietro una scia di almeno 59 feriti. Un numero che probabilmente è destinato a salire, visto che molti erano gravi.

Tra l’orrore generale che ha investito la Gran Bretagna alla vigilia delle elezioni, la notizia della morte di Roger Moore è passata praticamente sotto silenzio, ignorata dai telegiornali del mattino e ridotta ad un piccolo avviso sul telefono – cortesia dell’app della BBC. Aveva 89 anni e ha vissuto una vita piena – al contrario di molti dei ragazzini falciati dal terrorista di Manchester che semplicemente non ne hanno avuto la possibilità di avercela affatto una vita. Ma nonostante tutto la notizia mi ha messo una gran tristezza.

From 1962 to 1969, Sir Roger became one of the UK's most popular TV stars playing the Saint, aka the debonair Simon Templar,

The Saint, aka the debonair Simon Templar,

Con lui se n’e andato un pezzo della mia giovinezza, quella che sognava un’Inghilterra piena castelli e passaggi segreti, di prati verdi su cui correvano cavalli neri che si chiamavano Black Beauty, di detectives con la bombetta e l’accento francese (pardon, belga!) e di Lord giovani e belli che avessero i occhi azzurri e la fossetta nel mento e la faccia di Roger Moore.

Che ho sempre avuto un debole per Roger Moore. Non quello di 007 (QUELLO era Sean Connery), ma quello di Simon Templar ne Il Santo (The Saint) e di Attenti a quei due (che in UK si chiamava The Persuaders) dove Moore interpretava la parte dell’aristocratico inglese Lord Brett Sinclair a fianco del geniale Tony Curtis  nel ruolo del milionario americano Daniel Wilde. Inutile dire che queste due serie televisive degli anni Sessanta e Settanta replicate a raffica nei programmi del pomeriggio dalla RAI quando ero alle medie, ebbero effetti devastanti sulla mia (già) galoppante fantasia di figlia unica, con il risultato che appena ho potuto ho fatto le valigie e ho attraversato la Manica.

In 1971 Sir Roger landed the joint lead role in the actioncomedy TV show The Persuaders! alongside Tony Curtis. Sir Roger played Lord Brett Sinclair and Curtis the self-made millionaire Danny Wilde.

Roger Moore and Tony Curtis in The Persuaders!

MA di Attenti a quei due ricordo anche a distanmza di tanti anni  anche il motivo musicale della sigla, uno dei più famosi e riconoscibili della storia televisiva, composto da John Barry, già autore delle musiche dei film di James Bond.

 

Prima la Musica poi le Parole di Riccardo Muti

Al museo continuano i ferventi preparativi per il la prossima apertura del grande evento dell’anno The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains che aprirà tra poco più di due settimane ed è già praticamente esaurita. Ma sebbene io sia molto contenta che adoro i Pink Floyd e non vedo l’ora di vedere la mostra, da qualche giorno ho la Terza Sinfonia di Beethoven nella testa. Al museo vado avanti e indietro per le sale come un pesce rosso nella boccia e rispondo alle domande varie ed eventuali del pubblico mentre l’Eroica mi esplode nel cervello. Non che mi disturbi, sia chiaro.

Sono in questo stato da quando ho finito di leggere la biografia di Riccardo Muti comprata durante la mia ultima permanenza a Bologna. Si chiama Prima la musica poi le parole. Un bel libro. E mi ha fatto ripensare a quella sera di Aprile 2010 quando io il Maestro l’ho visto in carne ed ossa dirigere alla Royal Festival Hall l’orchestra Philarmonia di Londra in una serata di tutto Beethoven. Non avevo mai avuto la fortuna di vederlo all’opera Muti, che quand’è venuto anni fa a Bologna preferivo ancora Bono.

Ricordo la mia trepidazione e lo sguardo divertito della mia dolce metà, quando l’ho visto entrare sul palco e prendere posto sulla pedana, altero, elegante e meno alto di quanto pensassi. Ricordo il silenzio totale e Muti che con gli occhi socchiusi, ha alzato una mano. Ricordo come quella mano ha dato inizio al ‘miracolo’. Perché per me che alle medie non ho mai imparato neppure a suonare il flauto, ogni concerto di musica classica continua ad essere un miracolo di perfezione e di magia. Mi perdo nella musica, nei volti degli orchestrali, nei movimenti sincronizzati degli archi che si alzano e si abbassano come un corpo che respira. Mi perdo nel volto del direttore d’orchestra e nei gesti delle sue mani, delle sue braccia quale naturale estensione della mente. Ogni concerto sono due ore di pura magia. E ciò che importa, dice Muti,

“non è capire la musica da intenditore o melomane, ma recepirne un messaggio interiore, le emozioni che essa comunica”. 

E per questo serve solo abbandonarsi ad essa e farsi portare lontano.

 Riccardo Muti. Photograph: Reuters

Riccardo Muti. Photograph: Reuters

 

Things organized neatly

Una collega che sta cambiando casa, sta temporaneamente da un’amica. “… è tanto cara…” mi dice con un sorriso indulgente. “Ma è un po’ OCD (Obsessive-compulsive disorder, n.d.r). Pensa che sistema sempre gli asciugamani nel bagno dopo che qualcuno li ha usati!” La cosa mi sorprende. Non che qualcuno raddrizzi gli asciugamani sul portasciugamani, ma che qualcuno possa trovarlo bizzarro. Non mi era mai venuto in mente che questo gesto così semplice potesse essere considerato da altri, al limite del maniacale. Perché io non solo raddrizzo gli asciugamani, ma stendo il bucato simmetricamente (mi piace vedere il calzini in coppia e le magliette prive di pieghe) e nella mia biblioteca a parte i cataloghi delle mostre, non ci sono edizioni in brossura perché la loro irregolarità mi rovina l’estetica. Sono da ricoverare? Non avrei mai pensato che l’eredità della psicanalisi freudiana facesse guardare con sospetto coloro a cui piace mettere in ordine decrescenti i piatti nella rastrelliera, la spesa sul nastro alla casse, e in frigo i barattoli delle salse con l’etichetta in vista. Perché non sono la sola. Recentemente leggendo un articolo sul Guardian ho scoperto che esiste un blog che si chiama Things organized neatly, che abbonda di fotografie di stanze in perfetto ordine e di asciugamani perfettamente allineati, un po’ eccessivo a dire il vero, sa vagamente di porno per maniaci ossessivi-compulsivi, ma rende l’idea. Ho anche scoperto che esiste un termine per la mania di mettere in ordine: to knoll, inventato nel 1987 da un tal Andrew Kromelow che voleva una superficie di lavoro (disegnava mobili) organizzata in modo da permettergli di vedere tutti gli oggetti che c’erano sopra in un colpo solo.
Sono stata una knoller per anni senza saperlo! Ma la mia dolce metà non è convinto, per lui sono OCD. Mi permetto di dissentire. Che mentre chi ha un disturbo ossessivo-compulsivo non prova piacere nel fare le cose che fa, ma solo un bisogno compulsivo di farle, a me mettere in ordine piace. Se non altro per controbilanciare il casino mentale che mi attanaglia e tenere l’ansia sotto controllo. Nel computer ho un file per tutto, nella scrivania una cartelletta: ogni cosa è al suo posto e quando la si cerca la si trova. Ironicamente i maniaci dell’ordire finiscono sempre in coppia con chi non lo è (il cassetto del comodino della mia dolce metà – a cui non mi è permesso avvicinarmi- pare la borsa di Mary Poppins o il gonnellino di Eta Beta). E se non posso fare nulla per cambiare lui, posso almeno organizzare il suo disordine. Con buona pace di tutti e due…

Odi et Amo

Tre cose che odio:

  1. Chi non rispetta il museo, le opere che vi sono racchiuse e le persone che ci lavorano;
  2. Chi mi chiama con un fischio o con un gesto della mano come si chiama il cameriere (come se fosse ancora accettabile chiamare un cameriere in questo modo…) invece di attirare la mi attenzione con un educato ‘excuse me’ o simili (vedi sopra… :/ );
  3. Chi mi viene davanti abbaiandomi parole come “TOILET!”, “WAY OUT!”,”RESTAURANT!” come se ci fosse una tassa sulle parole.

Tre cose che adoro:

  1. Il museo la mattina presto quando non c’è ancora nessuno ed è tutto mio, e mi sento la persona più fortunata del mondo;
  2. La moltitudine di nazionalità, culture, esperienze, storie personali dietro ognuno dei miei colleghi;
  3. La moltitudine di nazionalità, culture, abitudini, ceti sociali del pubblico che visita il museo.

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Nessun uomo è un’isola? Da oggi pare proprio di sì.

Theresa May signs the letter to the EU confirming the UK’s departure

Ieri notte Theresa May ha firmato l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, quello che sancisce la secessione di uno Stato membro dall’Unione. L’inghilterra è tornata ad essere un’isola.

Ma temo che chi spera di tornare ai tempi gloriosi dell’Impero “su cui non tramontava mai il sole” o alla

“gemma incastonata nell’argenteo mare che la protegge come un alto vallo o il profondo fossato d’un castello dall’invidia di terre men felici”

descritta dal duca John of Gaunt nel Riccardo II (atto secondo, scena prima) di Shakespeare rimarrà deluso, che sessant’anni di Europa non sono acqua e il mondo è cambiato, così come è cambiata la Gran Bretagna.

Che più che con John of Gaunt, sono d’accordo con il magnifico lord Michael Heseltine, figura di spicco nei governi di Margaret Thatcher e John Major e uno dei fautori della caduta del governo Thatcher, nonché uno dei pochi Tories che hanno avuto il coraggio di opporsi a Brexit (cosa che gli è costata il posto nel governo di Theresa May) quando dice che l’uscita dell’Inghilterra dall’Europa è “il peggiore errore della nostra storia dal dopoguerra a oggi”. Difficile dargli torto.

Le arti dopo Brexit

Il Primo Ministro britannico Theresa May, questa reincarnazione di Margaret Thatcher che abbiamo attualmente al governo, ha in comune con la notoria signora che l’ha preceduta l’inflessibilità e pare anche l’incapacità di ascoltare. La gente protesta, le manifestazioni si susseguono, le petizioni anche (incluse quella che dovrebbe essere discussa in questi giorni dal Parlamento sulla vista di Trump a Londra). Ma lei va avanti, dritta come un treno sui suoi binari, implacabile, inflessibile e oblivia di tutto quanto le sta attorno come un cavallo a cui sono stati messi i paraocchi. E tutto quanto le sta attorno include (più che mai come in questo momento) le arti, di cui l’Inghilterra e Londra in particolare, vanno cosi giustamente fiere. Cosa succederà – si chiedono i direttori di musei e teatri, attori e registi, cantanti, musicisti e ballerini etc (che non sono solo le industrie della ristorazione, del turismo e dei servizi a beneficiare largamente dell’immigrazione), cosa succederà si chiede il mondo dell’arte, della musica e dello spettacolo britannico, dopo Brexit?

Brexart: Artists and theatremakers are tackling Brexit Paul Dallimore

Brexart: Artists and theatremakers are tackling Brexit Paul Dallimore

E se le arti rappresentano quel 48% della popolazione che voleva restare in Europa, come può questa minoranza riuscire a convincere il famigerato 52% che ha votato per uscire dall’UE che l’arte per prosperare ha bisogno di quella libertà di movimento che solo la caduta dei confini comporta?

E già gli effetti si fanno sentire: è di qualche giorno fa infatti la notizia che la European Union Baroque Orchestra, un’orchestra, co-fondata dalla UE che offre ai giovani musicisti provenienti da tutta Europa l’opportunità di fare un anno di esperienza esibendosi in un orchestra barocca, lascerà per sempre la sua sede di Woodstock, nell’Oxfordshire. Anzi, lascerà la Gran Bretagna per trasferire la sua sede permanentente ad Anversa, in Belgio, entro il 2018. Davanti alla possibilità reale che i propri musicisti debbano in futuro richiedere il visto o permessi di lavoro – una lunga e costosa burocrazia – l’orchestra ha preferito non correre rischi. Chissà chi sarà il prossimo.

Lo stesso Alex Beard, l’amministratore delegato della Royal Opera House ha dichiarato di recente che la qualità del lavoro del famoso teatro londinese conta sulla possibilità, in caso di malattia di un artista o di un musicista, di accedere immediatamente ad un bacino di talenti sostitutivi dall’Europa tempo breve. E se questo è vero per tutte le istituzioni artistiche della Gran Bretagna, è particolarmente vero per Londra.

Ed proprio questo indiscusso primato di Londra sul resto del Paese la causa anche di un diffuso risentimento della “provincia” nei confronti della Capitale – un fatto che impossibile da negare. Perchè come famosamente disse Samuel Johnson “Quando un uomo è stanco di Londra, è stanco della vita, perché a Londra si trova tutto ciò che la vita può offrire.” E questo -soprattutto per quanto mi riguarda – è certamente vero per la vita intellettuale. Opera, teatro, arte, mostre, musical, concerti, balletti: a Londra la vita culturale è un vulcano in continua ebollizione e la qualita’ è sempre di alto, altissimo livello. E questo, bisogna dirlo, è (oltre alla mia dolce meta’, naturalemente!) uno dei motivi che mi tiene ancorata alla Capitale come un’ostrica allo scoglio da quasi 18 anni. E per una vita culturale così, vale anche la pena di sopportare qualche estate un po’ più fredda della nostra italiana…

Ma come il mondo delle arti anch’io sono rimasta traumatizzata da Brexit e dal risultato del referendum. Mi sembra un controsenso che il colto conservatore benestante che applaude estasiato la nostra étoile nostrana Roberto Bolle quando appare come ospite del Royal Ballet, il corpo di balldo della Royal Opera House di Londra o la soprano rumena Angela Gheorghiu (o lo spagnolo Placido Domingo, o il maltese Joseph Calleja, o il tedesco Jonas Kaufmann o il francese Roberto Alagna)  sia la stessa persona che non vuole stranieri in Gran Bretagna, motivato da un anacronistico desiderio di tornare al grandioso isolazionismo dell’Impero britannico.

La stessa cosa vogliono anche i cittadini di Barnsley, città nel Sud dello Yorkshire dove un’incredibile 68% ha votato per Brexit. Ma i motivi sono diversi da quelli di alcuni abitanti del benestante Sud dell’Inghilterra. Che forse il disoccupato dello Yorkshire o il pensionato del Lancashire che abitano in cittadine devastate dal pugno di ferro di Margaret Thatcher non sanno neppure chi la Gheorghiu sia, perché magari non sono mai stati all’opera o a teatro. O a visitare una mostra o un muso. O ad assistere ad un concerto. Questo, ammesso, che la città in questione ce abbia un teatro, o un museo, o una sala da concerti. Il punto è che senza queste istituzioni non sorprende che la gente cresca senza la consapevolezza dell’importanza delle arti, dell’importanza della cultura come mezzo per aprire la mente, per capire a apprezzare il mondo che ci sta attorno. Non sorprende pertanto che i gli abitanti di Barnsley siano scandalizzati alla notizia che Bruxelles abbia investito milioni di sterline (“tax payers money!” dice scandalizzato uno degli intervistati nel video qui sotto) nelle arti mentre tra loro c’è gente che è disoccupata da anni. Per loro Angela Gheorghiu è semplicemente un’altra rumena di cui farebbero volentieri a meno, come il mussulmano che viene dalla Siria o dal Pakistan.

Allora, mi chiedo io, se forse questo non sia il momento buono per le arti in generale di affrontare questo tema, Brexit dico con tutto quello che comporta il perché, il percome, le conseguenze. Sono soggetti importanti. L’aria è piena di domante: le arti forse possono provare a dare qualche risposta.

Alessandra Ferri in Woolf Works

Londra, Febbraio. Una folla impazzita applaude rumorosamente una piccola figura solitaria vestita di nero sul grande palcoscenico della Royal Opera House. La donna è Alessandra Ferri ed è bellissima. Ha appena danzato Woolf Works, splendido balletto in tre parti ispirato a tre romanzi di Virginia Woolf, creato per lei dal coreografo inglese Wayne McGregor. E a 54 anni la Ferri è più in forma che mai. A sentire lei grazie ad un po’ di pilates e yoga, discipline essenziali a mantenere l’elasticità delle articolazioni e largamente utilizzate anche dagli altri comuni mortali come noi e non solo dalle ex prime ballerine assolute. Ma quello che lei ha in più delle altre ballerine che hanno danzato con lei in in due delle tre parti del trittico di Wayne McGregor I now, I then (da Mrs Dalloway) e Tuesday (da The Waves), è la luce che irradia, la passione, la gioia di vivere, la bellezza pura del suo esser lì, in quel momento. Viva, pulsante. Una vera pin-up per noi donne di mezza età, che (un po’ come Mrs Dalloway?) siamo spesso troppo pronte a rassegnarci a quell’invisibilità a cui la vita dopo gli -anta (siano essi quaranta o novanta…) spesso ci relega.

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Era tanto che desideravo vederla danzare, Alessandra Ferri che per chi ama il balletto lei  una leggenda vivente avendo danzato con compagnie come il Royal Ballet di Londra (1980–1984), l’American Ballet Theatre di New York (1985–2007) e il Corpo di Ballo del Teatro alla Scala di Milano (1992–2007) e con personaggi come il leggendario Mikhail Baryshnikov e il nostro magnifico Roberto Bolle... solo per citare alcuni nomi. E nel 2015 c’ero quasi riuscita a vederla qui a Londra, in occasione di un allestimento di Chéri alla Royal Opera House anche se poi ho dovuto rinunciare all’ultimo momento per motivi di famiglia. Ma lei ha continuato a stuzzicarmi per tutto questo tempo – anche se sotto forma di uno spot televisivo per il gigante farmaceutico inglese Boots, che è riuscito a convincerla ad accettare di pubblicizzare una delle loro creme per il viso. Lei ha accettato, ma ad una condizione: niente ritocchi alle rughe. Inutile dire che ho esultato. Ricordo mia madre, allora una bellissima quarantenne (plus) arrabbiarsi con le pubblicità delle creme per il viso pubblicizzate da modelle adolescentiche che promettevano risultati miracolosi.

E a questo Alessandra Ferri si è semplicemente opposta. All’idea che ci sia qualcosa di sbagliato con l’avere qualche ruga. Certo, è perfettamente normale per le donne (e anche gli uomini) il voler apparire al meglio. Ma questo – continua – la Ferri, significa fare le cose che ci fanno sentire meglio. È inutile negare quello che siamo e a meno che non impariamo ad accettare il fatto che il passare del tempo sia parte della vita, saremo sempre insoddisfatti. Che la vita continua anche dopo gli –anta. E, come nel caso della Ferri, può riservare ancora tante sorprese. Applausi