Addio a Martin Roth, cittadino europeo

Ha fatto molto discutere: il primo direttore non British alla guida di un museo britannico e per lo più tedesco. Per un museo che porta ancora (volutamente) sui muri vittoriani che si affacciano su Exhibition Road i segni delle bombe della Seconda Guerra Mondiale c’era da inorridire. Eppure Martin Roth ha lasciato un grande vuoto quando nell’Ottobre del 2016 ha lasciato il Victoria and Albert Museum (V&A) di Londra dopo soli cinque incredibili anni. Con lui il Museo ha superato i 3 milioni di visitatori grazie anche a mostre come David Bowie Is, Alexander McQueen e l’attuale blockbuster da tutto esaurito The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains (per non parlare di quella dell’autunno prossimo Opera, Passion, Power). Per non parlare dell’apertura delle sale dedicate all’Europa (a cui all’epoca avevo dedicato un post intitolato Europa, che passione! che trovate qui) in un momento in cui l’Europa non era mai stata così impopolare e mille altri progetti la cui realizzazione andava molto oltre i confini del Canale della Manica, quei confini voluti da chi voleva che la Gran Bretagna ritornasse ad essere un isola e basta.

Alto, impettito e imponente, sempre elegantissimo e con un ciuffo di capelli candidi e (a volte) un’altrettanto candida barba, Martin Roth era nonostante tutto una persona estremamente informale. Sempre gentile ed affabile, sempre pronto al sorriso e alla battuta con tutti quelli che incrociava lungo le sale del museo con quel suo inglese perfetto dal leggero accento tedesco, il mio tedesco preferito non poteva essere più diverso dal direttore precedente, una figura ascetica e remota che non parlava con nessuno. In un articolo di Novembre il quotidiano conservatore The Telegraph aveva scritto che a Martin Roth il museo non piaceva e lui non piaceva al museo (anche se la settimana dopo lo stesso Telegraph ha scritto che Roth è stato il direttore più di successo del V&A – l’articolo è qui). Vero o no, il grande tedesco era molto amato da noi Gallery Assistants e da tutti quelli del nostro dipartimento per cui era semplicemente “Martin”.

Aveva deciso di andarsene in Ottobre, dopo aver assicurato al V&A il titolo di Museum of the Year 2016 il premio per il migliore museo dell’anno assegnato dall‘Art Fund (l’organizzazione indipendente fondata nel 1903 che non riceve aiuti governativi, ma affida la sua sopravvivenza agli abbonamenti di soci e donazioni pubbliche il cui scopo è raccogliere di fondi per aiutare l’acquisizione di opere d’arte per la nazione) adducendo come ragioni la disillusione di un’Inghilterra post-Brexit e il suo timore per l’ascesa dell’estrema destra nella sua nativa Germania, dove voleva ritornare per essere una figura più attiva nel panorama politico e culturale. Per lui che si era sempre considerato essendosi sempre sentito cittadino europeo, la Brexit era stato un colpo basso, una cosa che non aveva esitato a definire “orribile”.

Ogni tanto lo cercavo su Google per vedere come stava e cosa faceva, come si segue un parente lontano ma sempre caro e la notizia della sua morte il 6 Agosto a soli 62 anni per una forma molto aggressiva di cancro mi ha rattristato moltissimo.  Ricorderò sempre la sua calda stretta di mano e quegli occhi profondi e curiosi con cui osservava tutto e tutti. “E’ stato un piacere lavorare con te…” gli ho detto alla sua festa di addio. E lo pensavo davvero. Lo penso ancora. Anzi, è stato un onore. #RIPMartinRoth

Martin Roth (1955-2017)

Martin Roth (1955-2017)

Lady Diana, la sua storia i suoi abiti @ Kensington Palace

Ancora oggi nulla attrae (nel bene e nel male) l’attenzione generale di stampa e pubblico come il guardaroba della famiglia reale britannica. Non passa giorno che non ci sia qualche articolo su cosa indossa l’ultima pin-up di casa Windsor, Catherine Middleton, duchessa di Cambridge, su quanto costi quel particolare capo di abbigliamento, quante volte l’ha indossato e chi l’ha creato. Un abito indossato dalla sorridente Kate può fare la fortuna di uno stilista può lanciare lanciando nuovi talenti e consacrare all’Olimpo dei divi della moda lo/la stilista di turno. Persino il guardaroba dei pargoli reali George e Charlotte suscita la stessa morbosa attenzione e la stessa corsa all’imitazione facendo la fortuna del negozi di abbigliamento per bambini di turno. Ma questa ossessione per gli abiti di re e regine va oltre il semplice taglio e colore, che questi sono più che abiti, sono simboli. E in quanto tali sa sempre hanno avuto un ruolo ben definito nel creare l’immagine della monarchia. E nessuno ha dovuto imparare questa lezione più in fretta di Lady Diana Spencer (1961-1997).

Non occorre essere un monarchico convinto per conoscere la storia di Lady D, madre dell’amatissimo William e di quella testa calda e rossa di  Harry, ex moglie di Carlo, il Principe di Galles, a cui è stata sposata dal 1981 al 1996 (e di conseguenza ex quasi regina) e la cui morte, pubblica quasi come la sua vita, ha commosso il mondo. Il fatto che fosse giovane, bella, bisognosa di affetto e dia attenzione e molto infelice non ha fatto altro che aggiungere fascino alla sua leggenda. Ma Diana era anche e soprattutto una fashion icon, un’icona della moda una leader del gusto e delle tendenze degli anni Novanta, colei che stilisti come Valentino e Versace avrebbero voluto vestire (e da cui lei avrebbe voluto essere vestita), ma a cui era permesso indossare solo abiti di stilisti britannici come Emanuels, Bruce Oldfield e Catherine Walker che promuovere talenti autoctoni era parte del contratto di moglie reale. Con l’annuncio della sua separazione da Carlo nel 1992 e la fine della sua vita “ufficiale” che Diana può finalmente esprimere se stessa e la sua passione per la moda francese ed italiana.

Ed ora Kensington Palace, il palazzo seicentesco nei bellissimi giardini di Kensington Gardens dove Diana aveva vissuto con il principe di Galles dal primo anno di matrimonio e dove continuò ad abitare fino alla tragica scomparsa nel 1997 (e dove oltre l’intervista nel 1995 con il giornalista Martin Bashir, prese forma l’idea della spettacolare vendita all’asta da Christie’s di 79 dei suoi abiti da sera avvenuta a New York mesi prima della sua scomparsa nel 1997) e dove ora risiedono i suoi eredi morali William e Catherine, ospita una grande mostra dei suoi abiti.

Diana: Her fashion, Her Story esplora l’evoluzione dell’immagine di Diana, da pudica collegiale fidanzata ad un poco convinto (e già allora innamorato di un’altra) principe Carlo, a futura regina, ambasciatrice di varie associazioni benefiche ed artistiche, ma anche moglie e madre e a come il suo guardaroba cambia e si evolve mano a mano che la sua confidenza e la sua sicurezza sia in se stessa che nel suo ruolo in seno alla famiglia reale crescono. Diana impara la secolare arte di utilizzare l’abbigliamento per mandare messaggi, per stabilire legami emotivi con le persone che incontrava, per fare impressioni dress to impress.

Diana è stata una delle donne più fotografate del mondo ed ogni scelta di abito era analizzato e scrutinato fino all’ultimo pezzo di fodera da parte della stampa: la mostra esplora e analizza pertanto anche il come Diana ha dovuto imparare in fretta le regole del gioco, del come ha affrontato questo continuo scrutinio ed e ha imparato a conviverci, trasformandolo a proprio vantaggio per promuovere e manipolare la sua immagine. Dal look tradizionale e classico e impersonale dei primi tempi di giovane fidanzata prima e sposa novella poi (con alcune scelte a dir poco discutibili come quest’abito di tartan di Emanuel creato per un viaggio a Venezia) all’immagine più audace e rilassata che appare insieme alla sua crescente fiducia nel suo ruolo di madre e principessa immortalato nelle splendide immagini di Mario Testino, alla ritrovata libertà di essere se stessa arrivata con il divorzio, quando (non più principessa del Galles, ma semplice Lady) Diana può finalmente sfogare la sua passione per Valentino, Versace, Dior e Chanel.

Ma il mio preferito però resta il magnifico abito di velluto blu di Victor Eldestein indossato alla casa bianca quando, elegante e bellissima, ha danzato con John Travolta facendo di lei per sempre la regina di cuori della gente. Fu venduto ad un privato all’asta di beneficenza del 1997 per l’incredibile prezzo di 222,500 sterline (sì, avete visto bene!). Quell’abito, che per alcuni anni è stato in prestito al Victoria and Albert Museum nella sala dedicata alla Moda, è uno dei miei primi ricordi della mia vita di gallery assistant al museo. Ricordo che ogni volta che ci passavo davanti non riuscivo a non soffermarmi almeno un momento – a pensare quanto era alta e longilinea Lady D, di quanto stretti erano i suoi fianchi e di quanto lunghe dovevano essere le sue gambe. Guardavo quell’abito e immaginavo non la Principessa del Galles in visita ufficiale, ma semplicemente una giovane donna di ventiquattro anni che si stava divertendo un mondo a ballare con Tony Manero (o Danny Zuko se preferite Grease). E mi rattristava sempre un po’ il pensare ad una crudele legge di Murphy che ha fatto si che quella sua libertà appena ritrovata dopo il divorzio le fosse rubata insieme alla sua vita in modo così brutale. Ritrovarlo è stato ritrovare un pezzo dei miei ricordi.

Londra// fino a Febbraio 2018

Diana: Her fashion, Her story

Kensington Palace

hrp.org.uk/kensington-palace

Perché le donne non sanno leggere le cartine e gli uomini non si fermano mai a chiedere? (Why Men Don’t Listen And Women Can’t Read Maps) di Allan Pease, Barbara Pease

Perchè le bambine vogliono le bambole e i maschietti le pistole? Perché gli uomini sono competitivi e le donne hanno l’istinto materno? Ci sono domande che per generazioni hanno occupato (e preoccupato) sociologi e antropologi. E che incuriosiscono anche me visto che da piccola invece che con le bambole giocavo con i soldatini (ma facevo sempre vincere gli indiani) e che, come ho già detto in passato, la mia mancanza di istinto materno è stata più volte attribuita ad un difetto di fabbricazione genetico. E questo mi ricorda un libro che ho letto molti anni fa e che ho riletto di recente, Why Men Don’t Listen and Women Can’t Read Maps (tradotto in italiano come un inesatto Perché le donne non sanno leggere le cartine e gli uomini non si fermano mai a chiedere?).

Libro semi-serio scritto da una coppia di psicoterapeuti australiani, Allan e Barbara Pease, esperti di comunicazione e body language e che dice molto semplicemente che il percorso formativo del cervello non è stabilito nell’utero e che il cervello maschile e  quello femminile siano semplicemente programmati in due modi diversi, impostati milleni fa in modo diverso dalle differenti necessità. Che fin dalla Preistoria erano andare a caccia per l’uomo (ergo la necessità di prendere la mira e valutare visivamente le distanze con la massima precisione) e accudire il focolare e i piccoli per la donna. Costretta a vivere in un habitat più limitato la donna ha sviluppato una visione periferica. Il che spiega perché (in genere) gli uomini possono fare una cosa sola alla volta mentre le donne ne possono fare tante allo stesso tempo (e il perché quando il mia dolce metà apre il frigo e non vede il burro a meno che non sia nel ripiano davanti al suo naso…).

Così in giornate come oggi in cui sono un po’ annoiata e decido di dedicarmi al mio passatempo preferito (ossia guardare la gente e orecchiare spezzoni di vita…), noto che se è vero che le donne non sanno leggere le cartine (ma su questo non ci metterei la mano sul fuoco…), nelle coppie che si aggirano al museo è quasi sempre la donna a portare la mappa del museo, la guida di Londra, la cartina dell’Inghilterra. Non sapranno leggere le cartine, ma certamente le donne hanno molti meno problemi degli uomini a chiedere informazioni all’amichevole gallery assistant (che sarei poi io…) che osserva sorridendo (e con una punta di sadismo) l’evoluzione degli eventi. Che piuttosto che umiliare il loro ego con una semplice richiesta d’aiuto, questi ultimi preferiscono girare in tondo per ore in un museo che per complessità schizzofrenia topografica è secondo solo al labirinto del Nome della Rosa. Solo per poi soccombere all’ira della compagna che, sfinita dagli innumerevoli tetativi miseramente falliti di trovarare il ristorante/il bagno/il negozio/il vestito di Lady D/il vaso di Picasso (etc etc etc) decide di porre fine a quel loro vagare senza meta spesso con un brusco ‘Oh insomma!! Sono stanca, adesso vado a chiedere!!”

La cosa curiosa è che spesso è proprio colei che chiede l’informazione (la donna) che mi liquida frettolosamente con un “Grazie, ho capito tutto!” non appena apro bocca, come se un “Dunque…” iniziale svelasse i segreti di 146 sale che si srotolano per 11 leggendari km. Chi ha detto che le donne sanno ascoltare? Sarà una questione evolutiva?

 

La vecchina e la Madonna

Arriva la mattina presto, tra le 10.15 e le 10.30. È piccola, magra e ha la schiena un po’ deforme di chi, come la mia nonna, è stato malato da piccolo e non è stato curato bene. Un fazzolettone annodato sotto il mento e la borsetta a cavallo dell’avambraccio, arriva con passo deciso di chi sa esattamente dove vuole andare e ci vuole arrivare nel piú breve tempo possible. Quando lei entra nella sala dedicata a Donatello e ai suoi seguagi,  sono seduta sulla panca al centro della stanza a godermi la bellezza silenziosa dell’Ascensione di Donatello (e Crivelli, e della Robbia, e Agostino di Duccio etc etc). Ma lei non fa una piega. Imperturbata dalla mia presenza, si dirige sicura verso la bellissima Madonna di terracotta invetriata di Andrea della Robbia che brilla nella luce dorata del mattino e con le mani giunte comincia a pregare.  Il silenzio è totale, interrotto solo dal gracchiare della mia radio appoggiata a fianco a me sulla panca. Abbasso il volume, mentre lei continua a mormorare parole incomprensibili alla Madonna. E alla fine la spengo, anche se non dovrei. Ma mi sembra appropriato. E mi allontano piano.

Aspettando le Elezioni in UK

Theresa May calls snap general election by Christian Adams - political cartoon gallery.jpg

Theresa May calls snap general election by Christian Adams – political cartoon gallery

Ci siamo quasi, manca ancora un giorno al fatidico 8 Giugno. E noi espatriati europei che non possiamo votare, siamo confinati al limbo dell’attesa e non posiamo fare altro che aspettare con le dita incrociate i risultati di quella che si sta rivelando un’eccitante campagna elettorale.

Siamo ritornati ai due partiti tradizionali, i Conservatori di una Theresa May sempre più testarda e arroccata sui sui principi e il Labour Party di Jeremy Corbyn che ha fatto un’incredibile rimonta; gli altri partitelli, i Liberal Democratici, i Verdi, persino UKIP orfano di Nigel Farage, sono ora ridotti a minuscole entità senza alcuna importanza numerica. Che sebbene sebbene nessuno sia pienamente convinto da nessuno dei due candidati in gioco, sanno che votare per uno dei due grossi partiti è l’unico modo per far si’ che il loro voto possa contribuire a cambiare qualcosa. Non ho mai desiderato cosí tato votare come questa volta, l’unica in cui non posso farlo. 😕

Keep Calm and Carry On. This is London.

Oggi lo slogan Keep Calm and Carry On (“Mantenete la calma e andate avanti”) adorna le tazze, i cuscini, quaderni, tovaglie e gli strofinacci. Creato dal governo britannico nel 1939 alla vigilia della seconda guerra mondiale con un messaggio del re ai suoi sudditi, aveva lo scopo di invogliare la popolazione a mantenere l’ottimismo e non farsi prendere dal panico in caso di invasione nemica.

Ora, dopo l’attacco terroristico di ieri sera, il secondo nella Capitale nel giro di poco più di tre mesi (il terzo in UK se contiamo Manchester il mese scorso) che ha colpito due aree superpopolari tra i londinesi come a London Bridge e Borough Market, questo slogan mi sembra decisamente appropriato.

E come dice Enrico Franceschini nel sul blog My Tube:

“In questi momenti è necessario ricordare due cose. La prima è che il Regno Unito e altre nazioni hanno a lungo convissuto con il terrorismo e sono riusciti va sopravvivere mantenendo salda la propria democrazia. L’IRA nord-irlandese ha fatto saltare in aria pub, giardini pubblici e alberghi per trent’anni in Inghilterra e gli inglesi non hanno smesso di andare al pub. Come in Italia la gente non ha smesso di andare in banca o prendere treni durante i tragici fatti della strategia della tensione, da Piazza Fontana alla stazione di Bologna. La seconda cosa da tenere a mente è che i servizi segreti britannici hanno sventato almeno una dozzina di complotti negli ultimi tre anni, ma hanno sempre detto che un attacco, prima o poi, sarebbe riuscito. […] E tutti noi dovremo ricordarci che si deve imparare a vivere con il terrorismo. Perché lo abbiamo già fatto”.

 

Addio a Roger Moore

È stato un brusco risveglio quello di stamattina. Che uno non si aspetta di iniziare la giornata con la notizia che l’ennesimo fanatico dell’IS si è fatto saltare in aria la sera prima alla fine del concerto della cantante pop americana Ariana Grande nella grande arena nel centro di Manchester, al Nord dell’Inghilterra.  Ma la cosa non mi sorprende: mentre gli occhi di tutti erano fissi su Londra,  un solo pazzoide è riuscito a prendersi la vita di 22 persone (molti poco più che bambini) e a lasciarsi dietro una scia di almeno 59 feriti. Un numero che probabilmente è destinato a salire, visto che molti erano gravi.

Tra l’orrore generale che ha investito la Gran Bretagna alla vigilia delle elezioni, la notizia della morte di Roger Moore è passata praticamente sotto silenzio, ignorata dai telegiornali del mattino e ridotta ad un piccolo avviso sul telefono – cortesia dell’app della BBC. Aveva 89 anni e ha vissuto una vita piena – al contrario di molti dei ragazzini falciati dal terrorista di Manchester che semplicemente non ne hanno avuto la possibilità di avercela affatto una vita. Ma nonostante tutto la notizia mi ha messo una gran tristezza.

From 1962 to 1969, Sir Roger became one of the UK's most popular TV stars playing the Saint, aka the debonair Simon Templar,

The Saint, aka the debonair Simon Templar,

Con lui se n’e andato un pezzo della mia giovinezza, quella che sognava un’Inghilterra piena castelli e passaggi segreti, di prati verdi su cui correvano cavalli neri che si chiamavano Black Beauty, di detectives con la bombetta e l’accento francese (pardon, belga!) e di Lord giovani e belli che avessero i occhi azzurri e la fossetta nel mento e la faccia di Roger Moore.

Che ho sempre avuto un debole per Roger Moore. Non quello di 007 (QUELLO era Sean Connery), ma quello di Simon Templar ne Il Santo (The Saint) e di Attenti a quei due (che in UK si chiamava The Persuaders) dove Moore interpretava la parte dell’aristocratico inglese Lord Brett Sinclair a fianco del geniale Tony Curtis  nel ruolo del milionario americano Daniel Wilde. Inutile dire che queste due serie televisive degli anni Sessanta e Settanta replicate a raffica nei programmi del pomeriggio dalla RAI quando ero alle medie, ebbero effetti devastanti sulla mia (già) galoppante fantasia di figlia unica, con il risultato che appena ho potuto ho fatto le valigie e ho attraversato la Manica.

In 1971 Sir Roger landed the joint lead role in the actioncomedy TV show The Persuaders! alongside Tony Curtis. Sir Roger played Lord Brett Sinclair and Curtis the self-made millionaire Danny Wilde.

Roger Moore and Tony Curtis in The Persuaders!

MA di Attenti a quei due ricordo anche a distanmza di tanti anni  anche il motivo musicale della sigla, uno dei più famosi e riconoscibili della storia televisiva, composto da John Barry, già autore delle musiche dei film di James Bond.

 

Prima la Musica poi le Parole di Riccardo Muti

Al museo continuano i ferventi preparativi per il la prossima apertura del grande evento dell’anno The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains che aprirà tra poco più di due settimane ed è già praticamente esaurita. Ma sebbene io sia molto contenta che adoro i Pink Floyd e non vedo l’ora di vedere la mostra, da qualche giorno ho la Terza Sinfonia di Beethoven nella testa. Al museo vado avanti e indietro per le sale come un pesce rosso nella boccia e rispondo alle domande varie ed eventuali del pubblico mentre l’Eroica mi esplode nel cervello. Non che mi disturbi, sia chiaro.

Sono in questo stato da quando ho finito di leggere la biografia di Riccardo Muti comprata durante la mia ultima permanenza a Bologna. Si chiama Prima la musica poi le parole. Un bel libro. E mi ha fatto ripensare a quella sera di Aprile 2010 quando io il Maestro l’ho visto in carne ed ossa dirigere alla Royal Festival Hall l’orchestra Philarmonia di Londra in una serata di tutto Beethoven. Non avevo mai avuto la fortuna di vederlo all’opera Muti, che quand’è venuto anni fa a Bologna preferivo ancora Bono.

Ricordo la mia trepidazione e lo sguardo divertito della mia dolce metà, quando l’ho visto entrare sul palco e prendere posto sulla pedana, altero, elegante e meno alto di quanto pensassi. Ricordo il silenzio totale e Muti che con gli occhi socchiusi, ha alzato una mano. Ricordo come quella mano ha dato inizio al ‘miracolo’. Perché per me che alle medie non ho mai imparato neppure a suonare il flauto, ogni concerto di musica classica continua ad essere un miracolo di perfezione e di magia. Mi perdo nella musica, nei volti degli orchestrali, nei movimenti sincronizzati degli archi che si alzano e si abbassano come un corpo che respira. Mi perdo nel volto del direttore d’orchestra e nei gesti delle sue mani, delle sue braccia quale naturale estensione della mente. Ogni concerto sono due ore di pura magia. E ciò che importa, dice Muti,

“non è capire la musica da intenditore o melomane, ma recepirne un messaggio interiore, le emozioni che essa comunica”. 

E per questo serve solo abbandonarsi ad essa e farsi portare lontano.

 Riccardo Muti. Photograph: Reuters

Riccardo Muti. Photograph: Reuters

 

Things organized neatly

Una collega che sta cambiando casa, sta temporaneamente da un’amica. “… è tanto cara…” mi dice con un sorriso indulgente. “Ma è un po’ OCD (Obsessive-compulsive disorder, n.d.r). Pensa che sistema sempre gli asciugamani nel bagno dopo che qualcuno li ha usati!” La cosa mi sorprende. Non che qualcuno raddrizzi gli asciugamani sul portasciugamani, ma che qualcuno possa trovarlo bizzarro. Non mi era mai venuto in mente che questo gesto così semplice potesse essere considerato da altri, al limite del maniacale. Perché io non solo raddrizzo gli asciugamani, ma stendo il bucato simmetricamente (mi piace vedere il calzini in coppia e le magliette prive di pieghe) e nella mia biblioteca a parte i cataloghi delle mostre, non ci sono edizioni in brossura perché la loro irregolarità mi rovina l’estetica. Sono da ricoverare? Non avrei mai pensato che l’eredità della psicanalisi freudiana facesse guardare con sospetto coloro a cui piace mettere in ordine decrescenti i piatti nella rastrelliera, la spesa sul nastro alla casse, e in frigo i barattoli delle salse con l’etichetta in vista. Perché non sono la sola. Recentemente leggendo un articolo sul Guardian ho scoperto che esiste un blog che si chiama Things organized neatly, che abbonda di fotografie di stanze in perfetto ordine e di asciugamani perfettamente allineati, un po’ eccessivo a dire il vero, sa vagamente di porno per maniaci ossessivi-compulsivi, ma rende l’idea. Ho anche scoperto che esiste un termine per la mania di mettere in ordine: to knoll, inventato nel 1987 da un tal Andrew Kromelow che voleva una superficie di lavoro (disegnava mobili) organizzata in modo da permettergli di vedere tutti gli oggetti che c’erano sopra in un colpo solo.
Sono stata una knoller per anni senza saperlo! Ma la mia dolce metà non è convinto, per lui sono OCD. Mi permetto di dissentire. Che mentre chi ha un disturbo ossessivo-compulsivo non prova piacere nel fare le cose che fa, ma solo un bisogno compulsivo di farle, a me mettere in ordine piace. Se non altro per controbilanciare il casino mentale che mi attanaglia e tenere l’ansia sotto controllo. Nel computer ho un file per tutto, nella scrivania una cartelletta: ogni cosa è al suo posto e quando la si cerca la si trova. Ironicamente i maniaci dell’ordire finiscono sempre in coppia con chi non lo è (il cassetto del comodino della mia dolce metà – a cui non mi è permesso avvicinarmi- pare la borsa di Mary Poppins o il gonnellino di Eta Beta). E se non posso fare nulla per cambiare lui, posso almeno organizzare il suo disordine. Con buona pace di tutti e due…

Odi et Amo

Tre cose che odio:

  1. Chi non rispetta il museo, le opere che vi sono racchiuse e le persone che ci lavorano;
  2. Chi mi chiama con un fischio o con un gesto della mano come si chiama il cameriere (come se fosse ancora accettabile chiamare un cameriere in questo modo…) invece di attirare la mi attenzione con un educato ‘excuse me’ o simili (vedi sopra… :/ );
  3. Chi mi viene davanti abbaiandomi parole come “TOILET!”, “WAY OUT!”,”RESTAURANT!” come se ci fosse una tassa sulle parole.

Tre cose che adoro:

  1. Il museo la mattina presto quando non c’è ancora nessuno ed è tutto mio, e mi sento la persona più fortunata del mondo;
  2. La moltitudine di nazionalità, culture, esperienze, storie personali dietro ognuno dei miei colleghi;
  3. La moltitudine di nazionalità, culture, abitudini, ceti sociali del pubblico che visita il museo.

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