Generation (Se)X and the city

Quando hai superato i trent’anni, sei in una realazione stabile, hai una casa (seppure non tua), un lavoro e il tuo compagno vuole mettere su famiglia e tu come donna hai solo voglia di metterti ad urlare, capisci che c’è qualcosa che non va. E se per alcune nella mia situazione (mica sono la sola, Elizabeth Gilbert ci ha pure scritto sopra un libro, Mangia Prega Ama), forse la cosa più normale per comprendere questo dilemma sarebbe stato consultare uno psicologo come il mio (ora ex) compagno mi aveva suggerito di fare a a suo tempo (come se il fatto di essere donna fosse sufficiente a dotarti di istinto materno e desiderio di riprodursi alla nascita) io consultavo Carrie Bradshaw. In quello strano periodo della mia vita, la bionda eroina di Sex and the City e le sue amiche, Charlotte, Miranda e Samantha erano il mio oracolo. Che in fatto di relazioni complicate e dilemmi esistenziali  nulla batteva il mitico quartetto di Manhattan.

Sono passati vent’anni da quel Giugno 1998 quando Carrie e la sua svolazzante gonna a tutù bianca sono entrate nella mia vita (e in quella di molte altre persone, anche solo di riflesso e forzatamente come sostiene la “mia dolce metà”) e mi pare appropriato soffermarmi un attimo sul quanto quella serie televisiva sia stata importante per una generazione di donne che si sono come me trovate ad attraversare la vita negli anni Novanta.

Certo, il cosidetto Girl Talk, la chiacchierata tra amiche davanti ad un caffè o una birretta fresca c’è sempre stato. Ma questo era e rimaneva: una stanza segreta in cui gli uomini non eravano. E questo era vero soprattutto in TV, dove non era mai accaduto che si parlasse senza filtri di uomini e sesso in modo così libero e naturale.

Con Sex and the City era la prima volta che quattro donne apparivano in una serie TV non (o ameno non solo) in qualità di mogli, figlie, amanti o svampite del maschio di turno, ma come personaggi a tutto tondo. Quelli di Carrie, Miranda, Charlotte e Samantha sono personaggi ironici, dinamici, divertenti e senza paura. Parliamone.

Libere e indipendenti, queste quattro donne si prendono la licenza non solo di parlare (in TV e in prima serata) apertamente di sesso, ma di trattarlo come per generazioni hanno fatto gli uomini, senza per questo essere giudicate secondo i canoni della doppia morale. Per la prima volta anche alle donne era data ufficialmente la licenza di esplorare la vita a proprio piacimento e la libertà di trovare la propria strada senza paura di essere giudicate.

Ma la cosa che più mi piaceva di Carrie & C. era che, nonostante la bellezza, il denaro (o la sua mancaza) le belle case, i pranzi in ristoranti trendy, le quattro avevano gli stessi difetti e di problemi comuni a molte altre donne (meno le scarpe di Manolo Blahnik o gli abiti frimati, almeno nel mio caso). Era possibile identificarcisi. E per quell’epoca era un programma totalmente rivoluzionario (ricordiamo che siamo negli anni Novanta e che comunque ancora oggi per una donna volere fare la moglie del calciatore o la velina è ancora considerata una carriera accettabile 😒) che affrontava argomenti che solo negli ultimi anni sono diventati all’ordine del giorno nell’opinione pubblica, come la discriminazione e l’inegualianza di genere, stipendio e di trattamento al lavoro tra uomini e donne a certi livelli.

Eppoi, of course, la moda. Che lo show non ha solo lanciato nella stratosfera le quattro attrici principali, ma anche lanciato (o ri-lanciato) una serie di stilisti e case di moda. Per non parlare delle scarpe. Che certamente  in questi vent’anni il 90% degli uomini hanno scoperto (spesso a proprie spese) chi sono Manolo Blahnik Christian Louboutin. Quando il museo in cui lavoro ha allestito una mostra sulle scarpe intitolata shoes, il mio primo pensiero è stato che un titolo più opportuno sarebbe stato Il paradiso di Carrie Bradshaw. Inutile dire che mi sono goduta un mondo il lavorare in quella mostra… 😁

E poi ci sono i “cameos”, le apparizioni di personaggi famosi che hanno dato un po’ di pepe alla serie – dal rockettaro John Bon Jovi nel ruolo di un fotografo con cui Carrie ha avuto una relazione, alla ex Spice Girl Gery Halywell in quello di Phoebe, un amica di Samantha a Lucy Liu che interpreta se stessa nella quarta serie. E lui, Donald Trump, nel ruolo che meglio gli si confà, quello di arrogante e borioso marpione (in TV come nella vita) che occhieggia Samantha nella seconda serie. Come dicevo prima, una serie televisiva in cui ci si indentifica. #SexandtheCity20

2018 © Paola Cacciari

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Back in time: Tears For Fears – Shout

“Shout
Let it all out
These are the things I can do without!”

Oggi mi sento un po’ così: sopraffatta dalla vita e dal caos delle vacanze di metà quadrimestre…  :/ (chi abita in Inghilterra o conosce il sitema scolastico britannico sa di cosa parlo)

Tears For Fears – Shout 1984

Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
In violent times
You shouldn’t have to sell your soul
In black and white
They really really ought to know
Those one track minds
That took you for a working boy
Kiss them goodbye
You shouldn’t have to jump for joy
You shouldn’t have to shout for joy
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
They gave you life
And in return you gave them hell
As cold as ice
I hope we live to tell the tale
I hope we live to tell the tale
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
Shout
Shout
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
And when you’ve taken down your guard
If I could change your mind
I’d really love to break your heart
I’d really love to break your heart
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
So come on
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
So come on
Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Songwriters: Ian Stanley / Roland Orzabal
Shout lyrics © Sony/ATV Music Publishing LLC, BMG Rights Management US, LLC

Tutti pazzi per Meghan!

Attrice, divorziata, più grande di lui e per di più americana, Megan Markle non è esattamente la moglie tradizionale per un erede al trono della corona britannica. Ma il principe Harry non è esattamente il tradizionale rampollo reale (basta sfogliare i giornali scandalistici per averne la conferma). Inoltre, essendo il sesto nella linea di successione reale dopo Carlo, William e i di lui figli, George, Charlotte e Louis – è molto improbabile che il secondogenito di Lady Diana diventi Re. Cosa che, lungi dall’essere un peso, pare averlo liberato da molti obblighi di protocollo. Come quello, per esempio, di doversi sposare con una fastosa cerimonia a Westminster Abbey come ha dovuto fare il fratello, o di dover invitare la stampa o i capi di stato. E infatti nè Theresa MayDonald Trump sono stati invitati (sebbene pare che quest’ultimo ci sperasse in un invito) e solo per questo la nuova Duchessa del Sussex mi è ancora più simpatica! E per un giorno almeno ci siamo dimenticati Brexit e Trump, e il terrorismo e la crisi per fiondarci in un mondo da favola con una Cenerentola multietnica e moderna, figlia di un’assistente sociale e istruttrice di yoga californiana di origini afroamericane e di un ex direttore della fotografia di origini irlandesi-olandesi che ora vive in Messico. Ma se i matrimoni reali si svolgono tradizionalmente nei giorni feriali, desiderando evitare lo scontro con altri eventi del mese (come per esempio la nascita del terzogenito di William e Kate, il principino Louis) i nostri eroi si sono sposati oggi, di Sabato, a Windsor Castle. Il che, nonostante le buone intenzioni, per noi comuni mortali, significa che questa giornata non è stata dichiarata festa nazionale e per chi, come me, fa i turni è significato andare al lavoro invece che restare a casa a guardare il Royal Wedding in televisione sorseggiando un Pimms come per le nozze di William e Kate. Ma la vita è fatta così: un po’ bastarda. #RoyalWedding

Perdonami, Apple, perché ho peccato.

Ok, ammetto che il post in questione non c’entra molto con il soggetto di questo blog, ma quando ho letto la notizia sull’Evening Standard  la tentazione di riportarla qui è stata troppo forte. Che a quanto pare per la modica cifra di £1.19 ora è possible scaricare un’applicazione per l’iPhone (per chi ce l’ha) che offre consigli e suggerimenti per chi si vuole confessare, ma si vergogna del faccia a faccia o è un po’ arrugginito dalla mancanza di pratica. Insomma, lo strumento perfetto per ogni penitente.

Sviluppata negli Stati Uniti (e dove se non lì?) da una piccola compagnia dell’Indiana chiamata Little iApps, con l’assistenza del reverendo Thomas Weinandy della United States Conference of Catholic Bishops, e il Reverendo Dan Scheidt, pastore della Queen of Peace Catholic Church in Mishawaka, Indiana, iHave Sinned è un’applicazione mirata ad aiutare i cattolici durante il rito della confessione e ad incoraggiare coloro che si sono un po’ persi per strada a ritrovare la fede. Autorizzata e approvata  dalla chiesa cattolica americana, quest’applicazione permette ai fedeli di esaminare la loro coscienza prendendo in considerazione caratteristiche come l’età, il sesso e lo stato civile. Uh!
D’altronde non aveva Benedetto XVI sottolineato l’importanza della presenza cristiana nel mondo digitale?  Certo, l’applicazione non sostituisce la confessione vera e propria. Per l’assoluzione bisogna ancora andare dal un prete in carne ed ossa. Troppo facile sennò!

Back in time: Nirvana – The Man Who Sold The World (MTV Unplugged) 1993

Ci sono canzoni che sono come la madeleine descritta da Marcel Proust ne Alla ricerca del tempo perduto, il dolcetto divenuto simbolo di ogni oggetto, gesto, colore, sapore o profumo in grado di evocare in noi improvvisi ricordi del passato, inclusi persone e momenti che vorremmo (forse) dimenticare una volta per tutti.  The Man Who Sold the World è la mia madeleine. Che anche se fu scritto dal mitico David Bowie, nel 1970 (e ripubblicato nel 1973 su 45 giri, come lato B di Life on Mars? e della riedizione di Space Oddity uscita negli Stati Uniti) questo brano rimarra’ per me sempre una canzone dei Nirvana, uscita come cover nel 1993. Buon ascolto! #bittersweet

Nirvana – The Man Who Sold The World (MTV Unplugged) 1993

Back in Time: The Verve – Lucky Man (1997)

Periodo di grossa crisi nella mia vita quello della fine degli anni Novanta, in cui come accade nella Legge di Murphy, tutto quello che poteva andare male lo aveva fatto. Tutto. Una vera catastrofe. E non scherzo.

Per qualche strano motivo questa canzone dei Verve, nel cui cui video la band sembra diverstirsi un sacco in quello che ora so essere Thames Reach, adiacente al complesso del Thames Wharf, progettato dall’architetto Richard Rogers (l’amico di Renzo Piano, insieme sono stati i responsabili del Centre Pompidou di Parigi) vicino ad Hammersmith, nella zona Ovest di Londra, mi sembrava il simbolo di titto quello a cui aspiravo. Un po’ di felicità.

Qui, un Richard Ashcroft alto ed allampanato (lo stereotipo dell’inglese metropolitano degli anni Novanta) canta accompagnadosi da una chitarra acustica, mentre il resto del gruppo lo guarda.  Vedevo il sole, il fiume, ascoltavo quelle parole che dicevano:

Happiness
More or less
It’s just a change in me
Something in my liberty
Oh, my, my
Happiness
Coming and going
I watch you look at me
Watch my fever growing
I know just where I am.

Ed io volevo essere lì, in quel momento. A Londra. Nel sole. Sul fiume. Happiness. More or less. Londra. Nel mio caso, much, much more, rather THAN less. 😉

 

The Verve – Lucky Man 1997

Back in Time: U2 – Pride (In The Name Of Love)

Che anno il 1984!  E sfido chiunque appartenga alla mia generazione a non provare un brivido ascoltando Pride (In the Name of Love) della mitica band irlandese U2, tratto dall’album The Unforgettable Fire. Tutta presa com’ero dal mio grande amore per i Duran Duran non avevo tempo per dedicarmi musicalmente ad altro. O almeno pensavo, prima di imbattermi per caso nel suond degli U2 un giorno per caso del 1984. Non avevo mai sentito nulla del genere ed è stato amore a prima vista. Quel Bono! Che voce, che carisma! #BonoVox #U2

(ps: per la cronaca, 34 anni dopo Bono & C. sono ancora presenti nella vita vita della sottoscritta, sebbene in modo meno passionale…).

U2 – Pride (In The Name Of Love) 1984

Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi

Come ho già detto altre volte su in questo blog, ci sono libri che si leggono e altri che si rileggono. Libri che si continuano a leggere e che, nonostante il passare del tempo e della vita, continuano a parlarci.
Eppoi ci i sono libri che si leggono al momento giusto, all’età giusta, nello stato d’animo giusto. E che per questo si ricordano per tutta la vita. Nel mio caso, come Jack Fruscinate è Uscito dal Gruppo di Enrico Brizzi.

Nella mia recensione su Goodreads gli ho dato 5 stelle, non perchè pensi che questo libro sia un capolavoro, tutt’altro. Brizzi era giovane, aveva neanche ven’anni quando lo ha scritto, ed io ero poco più vecchia di lui quando l’ho letto. Ma mi ha parlato come solo Due di Due di Andrea De Carlo ha fatto in precedenza. Ma se Due di Due non l’ho mai più rietto perchè temevo di non ritrovare più le emozioni che mi diede quando lo lessi la prima volta, con Jack Frusciante è stato diverso, che per qualche strano motivo di ordine puramente biologico, questo è un libro che sento il bisogno di rileggere ad intervalli di ogni dieci anni. Ma è comprensibile, che se Milano per me è un libro di De Carlo, la Bologna di Brizzi è un universo geografico che conosco bene perchè era lo stesso in cui mi muovevo io. O meglio, in cui cercavo di districarmi, in uno dei periodi più aggrovigliati della mia vita. Una vita la mia che, come quella del vecchio Alex, “fin lì, entrava tutta dentro un Jolly Invicta.” Anche se io di Jolly Invicta non ne ho mai avuto uno.

Comunque.

Quelle cinque stelline di Goodreads sono della me stessa post-adolescenziale a cui la Bologna degli anni Novanta stava stretta sul serio. Come i personaggi di Kerouac volevo andare da qualche parte. Non sapevo dove, ma sentivo che era importante “andare”.  E infatti sono andata. Jack Frusciante è una specie di monumento ai quegli anni, ai miei sogni di uscire dalla “strada troppo stretta e dritta per chi vuol cambiare rotta” cantata dal Ligabue di Non è tempo per noi, o dal cerchio che la società, le convenzioni cercano sempre di costruirci attorno. Ma è stato anche un monumento ad una delle più intense storie d’amore che mi sia mai capitato di vivere. Una storia che, a vent’anni di distanza, ricordo ancora con grande affetto ed emozione. Forse perchè, proprio come quella di Alex e Aidi, anche la mia non è mai veramente avvenuta. Un libro che è insomma un monumento alla persona che ero io a quel tempo e che mi ha aiutato a diventare la persona che sono adesso.

 

2018 ©Paola Cacciari

Back in time: Ofra HAZA – Im Nin’ Alu

Come per chissà quanti altri, anche per me Ofra Haza (1957-2000) ha segnato con la sua voce e le sue canzoni una parte dell’adolescenza, quella che mi vedeva appena diciottenne sfidare le ire materne per le discoteche della bassa padana il sabato sera. Ci mettevo ore a “prepararmi” (ora ci metto dieci minuti – come cambiano i tempi!), preparavo con cura l’abbigliamento e litigavo inevitabilmente con la mamma sull’ora del rientro, ma valeva la pena. Mi sono divertita un mondo…

E questa Im Nin’ Alu era una delle canzoni-tormentoni del periodo. L’ho ballata migliaia di volte, l’ho ascoltata altrettante migliaia di volte alla rado e alla TV trasmessa in continuazione de Video Music. Esotica e bellissima, Ofra Haza aveva aveva una voce che restava nel cuore. Certamente lo e’ rimasta in quello di molti ex-adolescenti degli anni Ottanta…. 🙂

Ofra HAZA – Im Nin’ Alu (Original Video Clip – 1988)

Back in time: Eighth Wonder – I’m Not Scared

A 17 anni andai dalla mia parrucchiera con una foto di Patsy Kensit. ‘Fammi come lei.’ Fu la mia richiesta categorica, che sulle cose stupide ho sempre avuto le idée molto chiare. Che davvero mi sarebbe piaciuto avere il suo caschetto biondo, i lineamenti delicati e la sua boccuccia imbronciata di quando cantava I’m not scared con la pop band britannica Eight Wonder. Eppoi allora era sposata con il marito numero uno, Dan Donovan dei Big Audio Dynamite e questo me la faceva sembrare ancora più cool. A Donovan seguiranno Jim Kerr, dei Simple Minds nel 1992, Liam Gallagher, il nevrotico cantante degli Oasis nel 1997 e Jeremy Healy, DJ inglese da cui ha divorziato nel2008.

La parrucchiera prese la foto con un sospiro,  di certo sollevata dal fatto che, almeno, quella volta gliene avessi portato una di una donna e non una di Simon Le Bon chiedendole di farmi i capelli come quelli di lui. Tornai a casa con una permanente alla Loredana Bertè, rassegnata al fatto che, come mi diceva sempre la nonna, nella vita bisogna essere realisti e che non si può essere ciò che non si è. E che non si potrà mai essere. A cominciare dai capelli.

Ora, vent’anni dopo Patsy – quattro matrimoni quattro divorzi e due figli e una carriera piena di alti e bassi e vari tentativi di ritorni tra cui Strictly Come Dancing (la versione inglese di Ballando con le Stelle) è ancora molto bella (e molto bionda). Ed io sono molto contenta di essere lei. Il che è certamente molto meno stressante.

 

I’m Not Scared” is a 1988 by British pop band Eighth Wonder