Gli anni Sessanta: la decade che ha cambiato il mondo

Nessun’altro periodo è stato mitizzato, venerato, catalogato e sezionato come gli anni Sessanta.  Ma questo non sorprende se si considera che quelli furono gli anni in cui un’intera generazione, quella dei figli della guerra, diventa adolescente. E questo terremoto generazionale investe tutto e tutti: gli anni sessanta furono semplicemente la decade in cui tutto esplose. E con l’emancipazione finanziaria dei giovani, cresce un fiorente contro-culura che investe come un ciclone l’arte, la cultura, la musica e la moda e con esse anche la coscienza politica della nuove generazioni. Ispirati da personaggi come Che Guevara e Martin Luther King che, all’epoca non ancora soggetti di cartoline e poster, ma radicali rivoluzionari – i  giovani degli anni sessanta volevano cambiare il mondo. E per un breve, elettrizzante periodo sembro’ che ci riuscissero.

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Questo (e molto altro) è il soggetto di You Say you Want a Revolution: Records and Rebels 1966-1970 l’ennesima incredibile mostra del Victoria and Albert Museum, il cui titolo è una strofa dell’omonima canzone dei Beatles, Revolution. Cinque anni, 1.826 giorni che scuotono la societa’ del dopo guerra e gettano le basi per il modo di vivere che conosciamo.landscape-1474388766-twiggy-ronald-traeger-1967-ronald-traeger

Londra diventa improvvisamente la metropoli più cool del mondo e con essa i personaggi che la popolano si tratti di Biba e Mary Quant o del Primo Ministro Labour Harold Wilson, dei Beatles e dei Rolling Stones o di Michael Caine – questi ultimi immortalati dalla lente del fotografo “cockney” David Baley, lui stesso un’icona della della Swinging London. Ogni decade è rappresentata da una città, dice l’editoriale del settimanale Time del 1966. E ripensandoci ha ragione: se l’inizio del secolo, con gli artisti della Secessione, gli Asburgo e il Valzer appartengono a Vienna, gli anni Venti sono della Parigi di Picasso e i Trenta della Berlino del Bahuaus. E se New York diventa il centro della vita creativa, politica e culturale durante negli anni Quaranta della Seconda Guerra Mondiale e gli anni Cinquanta sono della Roma di Federico Fellini, Audrey Hepburn e della Dolce Vita, Londra negli anni Sessanta è l’ombelico del mondo, il luogo in cui accadeva tutto e dove tutto sembrava possibile – almeno per alcuni.  Che, diciamocelo, non tutti avevano la fortuna di trovarsi al momento giusto nel posto giusto per godere degli aspetti più divertenti ed interessante della Swinging London, come andare alle feste, fare cose, vedere gente. Ma il senso di euforia e e di cambiamente che era nell’aria era infettivo: Winston Churchill era morto, l’aborto stava per essere legalizzato e la disoccupaziore era quasi inesistente. Il futuro sembrava a portata di mano.

Ma questa non è una mostra sulla Londra degli anni Sessanta, perlomeno non solo e grande spazio è dato alle manifestazioni contro la guerra del Vietnam e alle lotte per i diritti razziali, delle donne e dei gay che, come un fiume in piena, stavano straripando fuori dai confini degli Stati Uniti, portate  dalle parole di Frank Zappa, di Allen Ginsberg e dei Velvet Underground.  L’estate del 1966 fu, per San Francisco, totalmente indimenticabile.

Anti-vietnam demonstrators at the pentagon building 1967. Photo Bernie Boston / The Washington Post via Getty Images

Anti-vietnam demonstrators at the pentagon building 1967. Photo Bernie Boston / The Washington Post via Getty Images

I miei oggetti preferiti? Una carta di credito della Barclays del 1966, la prima banca ad estendere il credito alle donne britanniche – tutte le altre dovettero aspettare il 1973. O le parrucche da uomo appositamente create per nascondere i capelli lunghi ai colloqui di lavoro, che suggerisce l’esistenza di un’astuta razza di giovani hippy da weekend. E che dire della sala in cui – erba finta sul pavimento e megaschermi alle pareti – e’ stato ricreato il concerto di Woodstock? Gli ex giovani degli anni Sessanta, che quel periodo l’anno vissuto, abbandonano per un momento il loro ruolo di ‘persone anziane’per ritornare i giovani che in quel periodo volevano cambiare il mondo. Ed e’ bellissimo osservarli ballare, ed esclamare “Io c’ero!”

Revolution exhibition photography © Victoria and Albert Museum, London

 

Londra// fino al 26 Febbraio 2017

You Say You Want A Revolution? Records and Rebels 1966-1970

Victoria al Albert Museum

Sotto il vestito: al Victoria and Albert Museum una breve storia della biancheria intima

Essenziale? Frivola? Pratica? Elegante? Dimmi che mutande porti e ti dirò chi sei! Ma nascosta sotto i nostri abiti, la biancheria intima è stata letteralmente nascosta alla nostra vista dalla storia. Almeno fino ad ora. Con un’occhio alle innovazioni tecniche e ai materiali (lycra, nylon), ma anche ai suoi diversi usi (pratico o sexy, sportivo o confortevole), a tessuti (lana, seta, rete) alle forme e al taglio, Undressed: A Brief History of Underwear al Victoria & Albert Museum, traccia la storia dell’evoluzione degli indumenti intimi.

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La libertà che al giorno d’oggi diamo tanto per scontata infatti, come quella di muovere le braccia o la cassa toracica a nostro piacimento, per esempio, ha impiegato molto tempo per raggiungere lo stato di privilegio incontestato di cui gode oggi. Che la storia della biancheria è al tempo stesso storia del costume e storia sociale e basta guardare il pesante busto-armatura che pesa piu’ di 1 kg (1,06 per essere precisi, mentre il busto di seta delle dame dell’aristocrazia pesava 630gr…) indossato dalle operaie inglesi nell’XVIII secolo o le maniche strettissime e le gigantesche crinoline dell’epoca vittoriana per  vedere nella costrizione dell’abbigliamento intimo il riflesso della costrizione sociale subita dalle donne in passato.

E nonostante qualche gesto simbolico verso gli indumenti maschili come l’inclusione di esempi di mutande da uomo (con apertura a Y davanti), mutande lunghe vittoriane e costumi da bagno australiani AussieBum o gli slip per uomo pubblicizzati da un muscoloso David Beckham nel 2012 per Armani, questa storia della biancheria intima è anche, per necessità, una storia del corpo femminile o meglio, della sua forma.

Per secoli, le donne si sono affannate a contorcere i loro corpi per soddisfare le esigenze della moda, portandosi appresso gigantesche crinoline o stritolandosi fino a soffocarsi in corsetti strettissimi. Uno dei corsetti in esposizione è così strettamente stringato da arrivare a misurare soli 48 cm di giro vita! Davanti a quest’evidenza, mi chiedo come una donna potesse piegarsi, sedersi o fare una qualunque azione che non fosse lo svenire per mancanza di ossigeno! E la crinolina con tutta quell’imbottitura non doveva rendere un’azione come andare al bagno essere una cosa semplice! Ma a dispetto di tutte le mie aspettative, la grande rivoluzione non avvenne con il femminismo, ma molto prima. Già nella seconda metà dell’Ottocento infatti, il desiderio di tenersi in forma e in salute facendo sport che aveva investito la società vittoriana cambia completamente l’atteggiamento verso il movimento sia degli uomini che delle donne. La crescente partecipazione delle donne in sport all’aria aperta e non, come il golf, l’equitazione, il ciclismo, la scherma e la ginnastica richiese la creazione di corsetti specifici più corti e leggeri, flessibili e lavabili che permettessero una maggiore libertà di movimento e non comprimessero troppo i polmoni cosi da facilitare la respirazione respirazione. Il colpo finale arrivò da Paul Poiret, i cui abiti drappeggiati sulle forme del corpo femminile liberato dal corsetto costituivano una radicale cambiamento  rispetto alla moda rigidamente strutturata degli anni precedenti. L’attrice Sarah Bernhardt e la danzatrice Isadora Duncan fecero il resto.

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Poi lo sguardo mi scivola sulla waist trainer e bum-lifter e il wonderbra moderni indossati dal manichino nella teca accanto e immediatamente, a parte i materilai (più leggeri, più aerobici, più elastci) mi accorgo che non c’è poi molta differenza con alcuni capi di biancheria intima (guaine snellenti, corsetti per modellare il giro vita, reggiseni imbottiti etc etc etc) ancora sul mercato al giorno d’oggi. Lo stesso si può dire dei pizzi de La Perla e di Stella Mc Cartney o di Agent Provocateur. Sono passati un paio di secoli, ma ora come allora, la biancheria intima alla moda serve alle donne per creare il tipo di figura ammirata dalla società. Solo che adesso scegliamo noi se e quando indossare certi capi. Corsi e ricorsi della moda…

 

Londra//fino al 12 Marzo 2017.

Undressed: A Brief History of Underwear.

Victoria & Albert Museum

vam.ac.uk

Che cos’è la volgarità? Ce lo racconta il Barbican.

Katie Price, in arte Jordan  una delle più famose “Z celebrities” della TV Britannica. Arrivata al successo come glamour model (posando cioè senza veli e grazie al seno generoso, reso famoso quasi come la sua proprietaria da numerose operazioni di chirurgia plastica), lo ha mantenuto (il successo) grazie ad una vita sentimentale piuttosto movimentata unita ad un cervello da consumata businesswoman. Katie è diventata – come il suo seno – un personaggio difficile da ignorare. Anche perchè , come la sua circonferenza toracica, anche la sua vita  sociale (non parliamo di quella sentimentale) è completamente over the top. Adora il rosa confetto, tanto che il termine “Jordan pink” è diventanto di uso comune (quasi come il Klein Blue) e mi aspetto di vederlo presto parte dell’Oxford Dictionary. E di questo rosa era l’abito che nel 2005 l’ha vista andare in sposa al marito numero due, il cantante australiano Peter Andre conosciuto in I’m a Celebrity…Get Me Out of Here!, uno dei sempre piu’ diffusi reality TV. I due hanno divorziato nel 2009 e, tra “scrivere” varie autobiografie e libri pre bambini, incidere un disco, disegnare la sua linea di abiti da equitazione (è una provetta cavallerizza e ha gareggiato nel dressage) e lanciare nuovi profumi, la nostra Katie ha trovato il tenpo di sposarsi altre due volte e avere altri tre figli oltre ai tre avuti in precedenza da altri mariti e compagni.

Ma rosa confetto è anche il cappellino di plastica gonfiabile con labbra modello Salvador Dali creato dal “cappellaio matto” Stephen Jones per John Galliano che, al contrario dell’abito di Katie Price, è parte mostra del Barbican. Entrambi sono completamente esagerati, ma mentre quello del stilista di cappelli inglese è cosiderato Alta Moda, l’abito di Jordan è solo considerato volgare.

E allora, si chiede il Barbican, cosa costituisce il buono e il cattivo gusto? E in cosa si differenziano? Questa è la questione che si pone (e ci pone) la nuova mostra del Barbican, opportunamente intitolata The Vulgar, Fashion Redefined che esplora l’effimero concetto di “gusto”.

“Non esattamente il mio stile….” penso alquanto perplessa davanti ad un abito di John Galliano così traboccante di stoffa e di tessuto che avrebbe fatto impallidire persino Maria Antonietta. E non parliamo di un abito di Christian Lacroix più adatto ai corridoi di stucco dorato di Versailles che ad una passerella contemporanea. Mi verrebbe quasi da considerali …volgari!

Ma cosa si intende per volgare? L’origine, anche in inglese, è nell’etimologia latina: vulgus, del volgo, relativo al volgo, al popolo; o in senso linguistico, le lingue romanze, quelle lingue usate nei territori latinizzati che divennero poi, man mano che ebbero una propria tradizione scritta distinta da quella del latino medievale. Quando allora questa parola è diventata un sinonimo per indicare qualcosa (o qualcuno) privo di finezza, grossolano, sguaiato, triviale?

Secondo Judith Clark, che insieme allo psicologo Adam Phillips, ha curato la mostra del Barbican, il termine ‘volgare’ non era utilizzato in senso peggiorativo, ma per indicare semplicemente qualcosa di comune, di diffuso, come al giorno d’oggi può esserlo il denim. Fu solo con la Rivoluzione Industriale e la conseguente produzione di massa di oggetti di consumo che il termine comincia ad assumere la connotazione negativa di mancanza di raffinatezza e di buona educazione e di buon gusto (qualunque cosa sia) che mantiene ancora oggi. Il XVIII secolo fu un epoca di grande crescita economica, almeno per un piccolo gruppo di persone che si arricchirono smisuratamente. Grazie ai progressi della tecnica, alla colonizzazione di terre lontane e al commercio che ne seguì (largamente sovvenzionato dalla tratta degli schiavi) un numero maggiore di persone poteva permettersi beni di lusso dapprima inaccessibili. E come sempre accade, dal momento in cui più beni di lusso divennero disponibili a più  persone, quanto più il valore di questi ultimi fu legato alla loro rarità. In pratica, visto che sempre più gente si stava arricchendo, i veri ricchi dovettero lambiccarsi il cervello per cercare di trovare il modo di distinguersi da chi cercava di imitarli (dalle larghissime gonne e pettinature vertiginose delle dame dell’aristocrazia settecentesca, a strascichi, pellicce etc etc ). Perché, che ci piaccia o no, il concetto della volgarità è sempre circoscritto  alla difesa dei confini tra le classi sociali. Basti pensare alle leggi suntuarie, Inizialmente promulgate per limitare gli eccessi del lusso e divenatte di fatto un modo per preservare anche visivamente la gerarchie sociali, come avviene nell’Inghilterra dei Tudor dove l’uso di alcuni colori, materiali e foggia d’abito erano ristretti a determinate classi sociali. Il termine “volgare” diventa pertanto sinonimo di guardiano del gusto. Perché diciamocelo, anche adesso quando qualcosa è troppo accessibile, troppo disponibile (anche sessualmente – non per nulla quando la perola volgare non è associalta ricchezza lo è con il sesso) perde di valore.

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John Galliano at Dior 1990. Photograph: Guy Marineau

Quando esco dal Barbican con gli occhi ancora pieni di questa straordinaria carrellata di stoffe colorate non so ancora bene cosa sia il gusto. So per certo che, non piacendomi il rosa, non indosserei mai né una tiara (rosa) come Jordan né tantomeno un cappellino di plastica gonfiabile come quello di Stephen Jones. Ma non impedirei mai a nessun’altro di farlo, se vogliono. Che infondo, chi siamo noi per dare giudizi?

 

Londra//fino al 5 Febbraio 2017

The Vulgar: Fashion Redefined @ Barbican Art Gallery

barbican.org.uk

Cento anni di film di guerra all’Imperial war Museum

Non sono mai stata un’appasionata di film di Guerra. I racconti dei nonni sugli orrori della Seconda Guerra Mondiale e il telegiornale quotidiano sono sempre stati più che sufficienti a dissuadermi dall’amare questo genere, che c’è già abbastanza violenza nel mondo reale senza andarne a cercare di più anche sul grande schermo. Datemi commedie come Pane e Tulipani, Notting Hill o un bel drammone in costume ed io sono felice…
Ma il cinema mi piace e ancora di più mi piace la storia del cinema e la storia del costume che lo accompagna (nel 2012 il Victoria and Albert Museum ospito’ una splendida mostra sui costumi di Hollywood dal titolo Hollywood Costumes) anche se i costumi in questione sono per film di guerra.

E comunque c’è film e film, come ci sono aspetti diversi della guerra e come ci sono guerre diverse come questa affascinante mostra ci ricorda. A cominciare dai filmati girati da coraggiosi soldati/giornalisti che hanno rischiato la vita per documentare eventi reali come la battaglia della Somme nel 1916 e lo sbarco il Normandia, il famoso D-Day ricreato in modo così realistico in Salvate il Soldato Ryan da farmi rischiare l’infarto.

La mostra esplora le storie di persone realmente vissute che hanno ispirato scrittori e registi. Da eroi come Lawrence of Arabia, la cui tunica araba è esposta accanto al costume di scena indossato da Peter O’Toole nel film omonimo, al mostro per eccellenza, Adolf Hitler interpretato magistralmente da Bruno Ganz in Downfall. E se il “come” rappresentare Hitler (umano? con sentimenti ed emozioni? solo come un mostro?) è un dilemma che tutt’ora ossessiona i registi, anche il come affrontare l’Olocausto non è una passeggiata. La tragedia degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale tecnicamente non rientra nel genere del film di guerra visto che la guerra non è la protagonista, ma appare in sottofondo. Schindler’s List è certamente uno dei film più belli sul soggetto. Quando uscì nelle sale cinematografiche mi colpì moltissimo e ammetto di aver provato una certa emozione nel vedere l’abito da uomo di Liam Neeson nella scena finale con Ben Kingsley.

Motorbike ridden by Steve Mc Queen in The Great Escape. Time Out

Ma la mostra esplora il ruolo di costumi e oggetti di scena come elementi essenziali per la comprensione di un personaggio – dalla moto guidata da Steve McQueen ne La Grande Fuga (accanto ai pupazzetti della sua parodia, Chicken Run) al mandolino, compagno inseparabile di un (poco credibile) Nicholas Cage ne Il mandolino del capitano Corelli al berretto da Babbo Natale indossato dall’annoiato marine impersonato da Jake Gyllenhaal in Jarhead.

Ed è proprio quest’ultimo oggetto, che appare così fuori posto nel deserto del Kuwait durante la prima guerra del Golfo che mi fa sorridere. Non ho visto il film, ma ero all’Università e ricordo benissimo il dramma di quella guerra – le voci concitate dei giornalisti del telegiornale che facevano a gara tra loro per descrivere con toni apocalittici l’Operazione Desert Shield e Saddam Hussein. E non è necessario soffrire d’ansia come la sottoscritta per mettere un limite alla mostruosità che si può sopportare, soprattutto quando si tratta di quella ricreata artificialmente per le sale cinematografiche. Un buon regista questo lo sa. E regala al suo pubblico qualcosa che gli ricordi che quello che sta passando davanti ai loro occhi è davvero solo un film. Come un berretto da Babbo Natale.

Jake Gyllenhaal wearing a Santa hat in the 2005 film Jarhead

Londra// Imperial war Museum
Real to Reel: A Century of War Movies
Londra//fino all’8 Gennaio 2017

#RealtoReel

Londra festeggia i primi 40 anni del Punk. E lo faccio anch’io.

Quando i mitici Clash suonarono (GRATIS!) in Piazza Maggiore a Bologna era il 2 Giugno 1980. All’epoca avevo una decina d’anni e anche se avessi saputo chi fossero, dubito che mia madre mi avrebbe lasciato andare. Il mio incontro con questa grandissima band avvene qualche anno più tardi, grazie a mio cugino Claudio. Di sei mesi più giovane, Claudio è stato durante l’adolescenza per me che sono figlia unica, la cosa più vicina ad un fratello. Eravamo una strana coppia noi due quando, dopo la scuola ci trovavamo per andare in centro a Bologna diretti da Nannucci o al Disco d’Oro alla ricerca di dischi dei Clash e dei Sex Pistols e di altre bands dal nome esotico che a me non dicevano nulla – lui con basco militare, bomber e anfibi Dr. Martens, io con i miei jeans troppo corti da cui spuntava il calzino a losanghe (rigorosamente) Burlington e fiocchetti rosa tra i capelli (rigorosamente) impermanentati a mo’ di barboncino, che all’epoca avevo aspirarioni zanare (la versione bolognese dei paninari) unicamente perchè mi piacevano le felpe della Best Company e le T-shirts colorate da surfista. Come ogni adolescente che si ripetti, anch’io all’epoca ero innamorata del bellone di turno, che nel mio caso era Simon le Bon, il cantante dei Duran Duran. Non avrei mai ammesso – almeno non davanti al cugino in questione che per anni aveva cercato di educare i miei gusti alla “vera” musica – che London Calling dei Clash fosse una delle cose più belle che mi fosse mai capitato di ascoltare (Beethoven e Puccini esclusi). Certo, non per la voce di Joe Strummer che non era certo quella di Pavarotti o di Bono degli U2, ma la potenza espressiva di quelle note di quel riff accattivante che ripeteva ‘London calling to the underworld. Come out of the cupboard, you boys and girls…’ mi era decisamente entrato nel sangue…

Londra non ha mai smesso di chiamare e anche se ci ho messo un po’, alla fine ho risposto. E la prima cosa che ho fatto in quella primavera del 1999, durante la mia prima settimana londinese è stato andare a Brixton per vedere con i miei occhi il luogo dell’unica canzone che ho cercato di imparare  a suonare con il basso di mio cugino (senza grosso successo devo ammettere…), Guns of brixton.

Per cui è stato con una certa nolstagica curiosità che ho varcato la soglia della mostra sul Punk 1976-78 alla British Library – una mostra gratuita, allestita vicino a quella (a pagamento) dedicata ad un altro grande rivoluzionario inglese, William Shakespeare.  Che quest’anno, oltre ai 400 anni dalla morte del Bardo, si celebrano anche i primi 40anni del movivento Punk, l’ultimo importante movimento culturale britannico. E visto il numero di eventi, conferenze, mostre, proiezioni (etc etc etc) il Punk, lungi dall’essere morto è, al contrario, più vivo che mai.

Punks on the Kings Road, 1981. © Dick Scott-Stewart Archive/Museum of London.

Punks on the Kings Road, 1981. © Dick Scott-Stewart Archive/Museum of London.

Gli anni Settanta sono stata una decade strana e difficile in tutta Europa. Io c’ero già, ma ero troppo piccola per ricordarmeli gli anni di piombo italiani e forse non è un male, dominati come sono stati dalla politica, dalla lotta armata e dal terrorismo. La musica italiana ha prodotto in quegli anni, alcune delle sue canzoni più belle, ma che difficilmente si potevano considerare rivoluzionarie. Certo, non mancavano le canzoni di lotta e di protesta, ma in casa mia si ascoltava altro e Francesco Guccini l’ho scoperto solo molto più tardi, quando all’Università per un periodo stupendo mi trovai a passare Tra la via Emilia e il West.

Ma mai come a Londra, e in Inghilterra in generale, l’estrema destra e l’estrema sinistra si sono riflesse persino (e forse soprattutto ) nella musica. Doveva essere stato fantatico essere giovane nella Capitale in quel periodo. Avrei voluto esserci. La mia dolce metà invece cerca di dimenticare di esserci stato. Immagino che essere adolescente sotto la Thatcher non sia stato una passeggiata, soprattutto per chi come lui ha sempre avuto il cuore a sinistra.

Nato nella Capitale nella seconda metà degli anni settanta (o giù di lì), il Punk è un movimento difficile da definire. Fu il tipico esempio di un grande movimento culturale e di costume in cui tutto e tutti sembravano essere contro tutto e tutti – e questo valeva anche e soprattutto per la moda e la musica. L’importante era essere arrabbiati. E nell’Inghilterra a cavallo tra la fine degli anni Settanta e primi anni Ottanta, stritolata dal pugno di ferro di Margaret Thatcher (“non sei inglese” mi dice la mia dolce metà, “non puoi capire quanto fosse orrenda quella donna…”), tra recessione, repressione, disoccupazione e guerra nella Falklands, certamente non era certo difficile esserlo.

Come sempre succede, la storia ha i suoi corsi e ricorsi. E se il Pop britannico fu il risultato di un decennio (quello compreso tra il 1958 e il 68) la cui esplosione di ottimismo si riflesse tanto nell’economia che nella creatività, il periodo che ne segue è tutta un’altra storia. Dopo il sogno degli anni Sessanta, l’Inghilterra si ritrova a vivere l’incubo degli anni Settanta. Sono anni quelli, dominati da disillusione politica, dal terrorismo dell’IRA, dalle lotte razziali, dal degrado industriale e dalla disoccupazione. Non sorprende che da queste premesse siano nati i Sex Pistols, quattro ragazzi della classe operaia che con la loro “musica” gridavano a gran voce tutto il loro disgusto per lo spirito dei tempi, così come i Beatles avevano espresso l’ottimismo del decennio precedente. Formati da Malcom Mclaren nel 1975, i Sex Pistols tuttavia abbracciavano tutte le classi e tutte le età, che il Punk era un cocktail esplosivo di un sacco di cose che non si limitavano agli ideali della classe operaia. Ma sono stati altri londinesi che facevano della musica un veicolo per l’impegno politico a lasciare un segno più profondo nel Punk Movement, quando ancora era eccitante e stimolante, prima che l’eroina e la disillusione lo uccidessero. A partire dai Clash in prima linea con Rock Against Racism. E poi ci sono gli altri, The Damned, Siouxsie and the Banshees, e le band del Nord dell’Inghilterra come The Stranglers, i Buzzcocks e i melanconici Joy Division, nati dalle ceneri del punk come i mitici Jam del Paul Weller pre-Style Council. E lui, il grande David Bowie di Ziggy Stardust.

Worlds End Shop, London, 2016 © Paola Cacciari

Worlds End Shop, London, 2016 © Paola Cacciari

Ma  oltre all’avvento degli hooligans, la metà degli anni Settanta vede anche la nascita della storica coppia formata da Malcom Mclaren e Vivienne Westwood. La Westwood è stata per molti versi l’erede e l’antitesi di ciò che Mary Quant fu dieci anni prima. Entrambe avevano un geniale business partner e un negozio in King’s Road e credevano nel potere liberatorio degli abiti. E i vestiti della Westwood avevano shoccato i passanti come quelli della Quant avevano shoccato la madre di Michael Caine. Catene, cerniere lampo in posti insoliti, strappi, slogan osceni e immagini provocanti diventano la norma. E’ significativo che oggi sia la gran dama della moda britannica e sia stata celebrata con un’onoreficenza proprio da quella regina che aveva impalato con una spilla di sicurezza anni prima e celebrata da una gigantesca prospettiva al Victoria and Albert Museum l’anno in cui ho iniziato a lavorarci.

Let it Rock” lo storico negozio aperto da McClaren e Vivienne Westwood nel 1971 è ancora lì, al numero 430 di King’s Road anche se ora si chiama World’s End, l’ultimo dei numerosi nomi che ha cambiato nel corso degli anni, seguendo l’evoluzione stilistica della stilista e delle sue stravaganti creazioni. Ma quella King’s Road non esiste più e chi  si aspetta ragazzi e ragazze con creste colorate, che indossavano in giubbotti di pelle e jeans scoloriti, T-shirt strappate e fermate con spille da balia e gli iconici Doc Martens rimarrà deluso che ora la mitica strada del re è dominio di turisti, ricconi e mamme snob che vanno a fare shopping con il passeggino tre ruote bevendo caffè decaffeinato in immensi bicchieri di carta di Starbucks. Succede.

Londra// fino al 2 Ottobre 2016.

Punk 1976-1978 @ British Library

Il colore di Casa Missoni al Fashion and Textile Museum

Da sempre sinonimo di colore, filati morbidi e maglioni avvolgenti, il nome Missoni è anche e soprattutto, una bella storia famigliare. Una storia iniziata nel 1948 con un improbabile incontro avvenuto proprio a Londra tra una Rosita appena diciassettenne in vacanza-studio, e l’atleta Ottavio Missoni che si trovava nella capitale britannica per competere nei 400 metri a ostacoli alle Olimpiadi. Cinque anni dopo il galeotto incontro londinese, i due sono sposati e danno vita all’incredibile sodalizio creativo ancora oggi più vivo che mai, grazie all’entusiasmo di figli e nipoti.

Ottavio e Rosita Missoni. Photo Giuseppe Pino, 1984

Ottavio e Rosita Missoni. Photo Giuseppe Pino, 1984

Con Missoni Art Colour, la prima grande mostra dedicata all’azienda di Gallarate, il Fashion and Textile Museum esplora l’influenza di pittori modernisti del XX secolo come Sonia Delaunay, Lucio Fontana e Gino Severini sull’estetica creativa del marchio Missoni. In esposizione, disegni tessili inediti, bozzetti e arazzi di grande formato e capi finiti che raccontano i sessant’anni della storia dell’azienda e sono esposti accanto ai capolavori tratti provenienti in gran numero dal Museo d’Arte di MAGA di Gallarate.

Missoni Art Colour, Fashion and Textile Museum. London © Paola Cacciari

Missoni Art Colour, Fashion and Textile Museum. London © Paola Cacciari

Descrivere questa mostra come una festa di colore non rende giustizia alla creatività e al lavoro dell’azienda, che c’è molto di più in Missoni del semplice colore: ci sono passione, dedizione, ricerca, ispirazione e soprattutto tecnica artigianale. E nonostante il rumore dei macchinari di fabbrica che fanno da sottofondo alla mostra, uno esce stranamente calmo, ancora mentalmente avvolto da tanta morbidezza. 🙂

Missoni Art Colour, Fashion and Textile Museum. London © Paola Cacciari

Missoni Art Colour, Fashion and Textile Museum. London © Paola Cacciari

(Articolo originario pubblicato in Cinque mostre per l’Estate a Londra su Londonita)

Londra//Fino al 4 Settembre 2016

Missoni Art Colour

Fashion and Textile Museum

Il Fan Museum, il museo dei ventagli a Londra

Dopo aver visitato la preziosa collezione del Fan Museum, il museo del ventaglio di Greenwich, non guarderete mai più un ventilatore nello stesso modo! Fondato nel 1991, il museo ospita una collezione di circa quattromila ventagli d’epoca – un’incredibile viaggio nella storia della moda e del costume dal X al XIX secolo. Spesso decorati con disegni delicati e altrettanto delicati dipinti, e realizzati con materiali di lusso come pizzo, tartaruga, piume, avorio, seta, raso, osso e corno, il ventaglio era, per una donna, uno degli oggetti “da possedere”.
Il museo si trova in un edificio storico che risale al 1720, restaurato con cura per riportarlo all’originaria magnificenza e mostrare questi splendidi oggetti nell’ambiente più adatto.
I pezzi in mostra permanente sono opere complesse di straordinaria fattura: potrai scoprire come tali oggetti sono stati realizzati in base al periodo storico e poi goderti una tranquilla passeggiata nel giardino giapponese. Il museo si trova a Greenwich e ospita tra le altre cose la straordinaria collezione Hélène Alexander.
Potrete pensare che il Fan Museum sia un museo per sole donne; non è così e ve ne renderete conto solo visitando questo piccolo ma prezioso museo.
Avrete modo come sempre nei musei di Londra, di fare un salto indietro nel tempo, riscoprendo la bellezza e l’ eleganza di grandi periodi inglesi, come l’ Epoca Georgiana e il periodo Vittoriano, tempi in cui i ventagli, come i cappelli e l’ eleganza in genere la facevano da padrone tra le classi più abbienti.
Il Ventaglio è un oggetto non solo bello ma anche utile e non è mai passato di moda, anche se ha attraversato momenti “bui” in periodi come il nostro dove il concetto di classe ed eleganza è leggermente diverso. Quindi, un consiglio sincero per chi ha occasione di vistare Londra più volte è quello di vedere queste piccole perle, specchio di una intera società passata ma anche di femminilità già allora in evidenza e ancor oggi alla ricerca di oggetti atti a dare un tocco in più di eleganza e di fascino. Il ventaglio è anche questo e il Fan Museum di Greenwich, il museo dei ventagli più famoso al mondo, vi darà la spinta per apprezzare nuovamente un oggetto grazioso e allo stesso tempo utile.  La gente del sud ne sa qualcosa quando l’ unico modo per avere un po’ di refrigerio alle alte temperature sempre più frequenti è proprio un ventaglio. Se non c’è, se ne sente la mancanza!
Tra i pezzi da non perdere nelle collezioni del Fan Museum, anche ventagli dipinti da Paul Gauguin, Walter Sickert e Salvador Dali.

Fan Museum, Greenwich
Fan Museum, 12 Crooms Hill, Greenwich London SE10 8ER 020 8305 1441 www.thefanmuseum.org.uk

Piccoli Musei pubblicato su Londonita

Londra celebra i primi 100 anni di British Vogue

“Chi vede nella moda soltanto la moda è uno sciocco.” E se l’ha detto Honoré de Balzac che non avrei mai pensato potesse essere particolarmente interessato al tema, allora deve essere vero. E a vedere le immagini che mi passano davanti agli occhi mentre mi aggiro tra le sale della National Portrait Gallery ammirando le foto di Vogue 100, la mostra che celebra (come dice il titolo) il centenario della nascita della popolarissima rivista di moda, ha ragione…

Nata nel 1916 per sopperire alla mancanza del pubblicazione americane, British Vogue deve la sua esistenza alla Prima Guerra Mondiale. Poiché infatti, a causa dei problemi di spedizione legati allo scoppio del conflitto, era diventato praticamente impossibile ottenere le copie della rivista americana nel Regno Unito, la casa editrice americana Condé Nast (quello stesso che impedì a Lee Miller di essere investita da un’auto mentre attraversava la strada a New York e la lanciò nel mondo della moda) decise di commissionare un’edizione della rivista per il mercato europeo che avrebbe dovuto, in teoria, riprodurre lo stesso formato della versione americana – unica concessione l’uso dell’ortografia britannica invece di quella americana.

 Anne Gunning in Jaipur by Norman Parkinson, 1956 Credit: Norman Parkinson Archive/NPG

Anne Gunning in Jaipur by Norman Parkinson, 1956 Credit: Norman Parkinson Archive/NPG

Nast, che era fermamente convinto che il successo della rivista (che aveva quadruplicato le vendite dalla sua fondazione nel 1914) dipendesse oltre che all’uso della carta migliore, di un design moderno e un’impeccabile presentazione tipografica, anche al suo largo uso della fotografia – impiega i fotografi migliori. Ma il suo primo editore britannico, la battagliera Elspeth Champcommunal, la pensava diversamente e comincia ad inserire anche articoli di costume e società, dando sin da subito a British Vogue quel taglio tutto particolare che ne fa ancora oggi quell’icona contemporanea che conosciamo oggi.

Peter Schlesigner,David Hockney and Maudie James, photographed by Cecil Beaton, 1968 Credit: Cecil Beaton/NPG

Peter Schlesigner,David Hockney and Maudie James, photographed by Cecil Beaton, 1968 Credit: Cecil Beaton/NPG

Per assicurare la consistenze tra le due riviste gemelle Conde Nast si fa spedire il secondo editore della sorella britannica, Dorothy Todd a New York perche imparasse a fare il suo lavoro alla maniera americana. Tornata alla direzione editoriale nel 1922, non era del tutto chiaro cosa avesse imparato dal suo soggiorno americano, visto che con lei Vogue si trasforma da rivista di moda che si occupa anche di arte, in una rivista di arte che, a tempo perso, parla anche di moda.

 Peter Laurie, The Beatles, 1964 Condé Nast Archive, London © The Condé Nast Publications Ltd

Peter Laurie, The Beatles, 1964 Condé Nast Archive, London © The Condé Nast Publications Ltd

Gli appartenenti al Bloomsbury Group erano tra gli entusiasti della rivista e la stessa Virginia Woolf scrisse almeno cinque saggi per la Vogue, ma le preoccupazioni letterarie della Todd furono un disastro commerciale per lei (che fu licenziata) e per il giornale. Ma da questo momento la rivista britannica ottiene la reputazione di una rivista per tutti, tanto per i “pensatori” che per gli amanti della moda. Durante la Guerra Vogue ebbe un ruolo fondamentale nel mantenere alto il morale delle donne rimaste a casa a mandare Avanti il Paese mentre gli uomini erano al fronte. Non solo: nell’ora piu’ drammatica della Gran Bretagna, la rivista si propone come fronte d’informazione di primo piano con i reportage di Cecil Beaton e Lee Miller

Vogue è sempre rimasto fedele al suo obiettivo iniziale che era quello di riferire sul mondo della moda e dello stile, e lo fa utilizzando i migliori talenti dell’epoca e con un occhio attento alla cultura e alla società contemporanee , cosa che conferisce a Vogue una base di lettori molto più ampia delle riviste di moda. D’altra parte Vogue è sempre stato molti di più di una semplice rivista di moda, come dimostrano i reportage di guerra di Lee Miller. Tra i suoi collaboratori troviamo anche Huxley e persono il sindaco di Londra Boris Johnson, riuscito a infilarsi tra le sue pagine, fortunatamente in qualità di scrittore piuttosto che di fotomodello. E naturalmente ci sono tanto la regina Elisabetta II che la regina madre, che era una grande amica di Cecil Beaton.

Innumerevoli i volti famosi immortalati da vari grandi fotografi: dalle stelle del cinema come Helena Bohnam Carter, Hugh Grant e Kate Winslet, a quelle della moda come Stephen Jones, Il cappellaio matto del New Romantic e le ‘Supermodels’ degli anni Novanta; non mancano icone come del mondo dell’arte come Matisse, Francis Bacon, Lucian Freud, David Hockney e naturalmente lui, l’iperfotografato Damien Hirst.

 Alexander McQueen, photographed by Tim Walker Picture credit: Tim Walker

Alexander McQueen, photographed by Tim Walker
Picture credit: Tim Walker

Persino Margaret Thatcher che, in linea con la sua condotta di vita, vedeva le riviste di moda come una frivolezza inutile soccombe al potere di Vogue e abbigliata di velluto nero e perle, prende posto nel pantheon della moda fotografata da David Bailey.

Tra i protagosnisti del 2000 naturalmente non poteva mancare lui, il geniale ed infelice Alexander McQueen, la cui mostra al Victoria and Albert Museum è stato l’evento del 2015, con file chilometriche, scene isteriche da parte di grandi e piccini e aperture notturne per sopperire all’incredibile domanda di biglietti.

Certo, il più delle volte Vogue vede la vita con gli occhiali rosa dell’ottimismo, avendo il suo baromentro puntato su elemti come bellezza, eleganza e stile, ma come dice Alexandra Shulman, che dirige la risvita dal 1992, Vogue permette alle persone di indulgere per un attimo in un mondo non è necessariamente il loro, ma è comunque qualcosa che si divertono a guardare. E comunque la pensiate, il divertimento è assicurato.

Londra// fino al 22 Maggio 2016

npg.org.uk

La moda e le sue storie

Che una persona da sempre così poco interessata alla moda come lo sono io abbia potuto scegliere come scuola superiore un’istituto tecnico-professionale per diventare stilista di moda resta ancora ancora adesso un mistero per i più. Il fatto è che io odio la matematica . Anzi la detesto proprio. Io e i numeri non siamo fatti gli uni per l’altra: la nostra non avrebbe mai potuto essere una relazione felice.  Ragion per cui quando mi giunse notizia che la figlia diciottenne della vicina di casa frequentava una scuola SENZA matematica seppi di aver trovato la mia strada.  Il fatto poi che tale scuola offrisse il quattro ore settimanali di Storia dell’Arte (invece delle due regolamentari), due di Storia del Costume e sette di disegno non faceva altro che accrescere il mio entusiasmo.  Ok, c’era anche Taglio e Cucito, “but you can’t always get what you want” avrebbe direbbe Mick Jagger… E se alla fine all’Università ci sono andata ugualmente che se, come avevo immaginato, nelle materie tecniche come Taglio e Cucito ero senza speranza, la passione per la Storia dell’Arte e del Costume mi è rimasta e, ancora adesso, una delle cose che mi entusiasma di più nei quadri sono gli abiti.

Le candide gorgiere di Franz Hals e dei grandi della pittura olandese. La voluttuosa sensualità dei tessuti di Lorenzo Lotto. I dettagli cesellati nei costumi di Hans Holbein o di Bronzino. Costumi che sono capolavori veri e propri, tanto che la Queen’s Gallery di Buckingham Palace nel 2013 ci ha fatto una mostra chiamata (opportunamente) In Fine Style.  Dire che questa mostra è stata una vera e propria delizia per gli occhi non rende l’idea. E’ storia sociale elevata all’ennesima potenza, perché il costume dice cose che le parole non dicono.

Elizabeth I when a Princess c.1546

Elizabeth I when a Princess c.1546

E questo lo sapeva benissimo la quattordicenne  Elisabetta I, quando invia il suo ritratto come dono al sovrano (e fratello) Edward VI. Più che un rittratto, questo è un capolavoro di diplomazia. Guardiamolo insieme.
Innanzitutto il formato: di tre quarti più modesto di quello a figura intera – lo status di Elisabetta I che seppure era migliorato con l’atto di successione del 1543, era ancora precario al tempo del ritratto nel 1546, quindi bisognava essere modesti, non strafare. Ma non facciamoci ingannare dallo sguardo innocente e dal contegno modesto della giovane principessa: anche se ufficialmente questa è una dichiarazione della sua sottomissione alla volontà del re,  basta guardare il suo costume e suoi gioielli per rendersi conto che qui non stiamo parlando di una fanciulla qualsiasi, ma di una legittima erede al trono. L’artista William Scrots infatti la raffigura vestita di uno splendido abito cremisi, dalle cui abbondanti maniche (le maniche erano parti preziose dell’abito) fuoriesce un superbo tessuto di damasco filettato in oro. Considerando che sia il cremisi che il damasco filettato d’oro erano interdetti a coloro che non erano di sangue reale (e che quindi le sarebbe stato proibito se davvero illegittima), il messagio di Elisabetta ad Edward non potrebbe essere piu’ chiaro: caro fratello, ricordati che in famiglia ci sono anch’io…

 Non molto è cambiato nel mondo della moda. Ieri come oggi l’abito è una muta presentazione del singolo e della societa offre di sè. Che a pensarci bene, a parte la faccia e le mani, le uniche cose che effettivamente vediamo quando incontriamo qualcuno sono gli abiti.  Dagli abiti spesso riusciamo a formulare una prima impressione dell’individuo che ci sta davanti, ad intuire la nazionalità, la classe sociale, la professione e di adattare il nostro comportamento alla situazione. Certo “indovina da dove viene il visitatore” è uno dei miei passatempi preferiti quando sono di turno al Museo… Fortuna che ora c’è la fotografia perche dubito che molti pittori oggigiorno avrebbero la pazienza necessaria per dedicarsi a tali trionfi di diligenza…

Le figlie dei fiori: a Londra Liberty in Fashion

Non è un mistero che il mio passatempo preferito sia andare in giro per musei di Londra. Il Fashion and Textiles Museum nel quartiere di Bermondsey è una “scoperta” relativamente recente (vedi storia del costume da bagno) anche se ne conoscevo l’esistenza da anni, ed ora è uno dei miei preferiti, vicino com’è al Tamigi e alla Torre di Londra.  Come ho ho avuto occasione di dire in precedenza, Il FTM è l’unico museo in Gran Bretagna ad occuparsi dell’evoluzione della moda contemporanea e ancora per qualche giorno ospita una mostra super interessante dal titolo Liberty in Fashion.

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Liberty &. C. London, 2014. Photo by Paola Cacciari

In Italia Stile Liberty è sinonimo di Art Nouveau. Ma in realtà il nome deriva da quello della ditta omonima fondata nel 1875 da Arthur Lasenby Liberty (1843-1917) il figlio primogenito di un commerciante di stoffe di Chesham che con grande spirito di iniziativa ha cambiato il corso della storia del costume. Impiegato nei grandi magazzini in Regent Street di proprietà della Farmer & Rogers, Arthur Liberty ne era diventa in breve tempo il responsabile; ma quando la ditta lo rifiuta come socio allora il nostro eroe capisce che è giunto il momento di spiccare il volo. E nel 1875 crea Liberty & Co. un negozio specializzato in tessuti, ornamenti e oggetti d’arte importati dall’Oriente

La mania per l’arte e la cultura giapponese che aveva investito l’Europa nella seconda meta’ dell’XIX secolo in seguito alla Restaurazione Meiji del 1868, fa sì che il Giappone ponga fine al tradizionale isolamento, aprendosi i suoi porti al commercio con l’Occidente.  E, come spesso accade con le novità, il mondo diventa improvvisamente pazzo per tutto quanto proveniva dalla terra del Sol Levante e Liberty, lungimirante come al solito, da subito comincia a ricercare oggetti provenenti dall’estremo oriente per soddisfare la mania per il Giapponismo e l’Orientalismo in genere che aveva investito Londra e l’Inghilterra alla vigilia del nuovo secolo. La purezza delle linee dell’arte giapponese, la semplicità e il naturalismo del suo modellato avranno un’influenza determinate non solo sull’arte Britannica ed europea, ma anche sul costume femminile: non a caso Liberty diventa sinonimo di esotismo e indumenti come il Kimono, che sono alla base di vestaglie e abiti avvolgenti, diventano tipico del Liberty look.

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Liberty in Fashion, FashionTextiles Museum, London 2016 © Paola Cacciari

Questa possibilità non sfuggi ad Artur liberty che, quando aprì al mondo le porte del suo ‘bazar orientale’ in Regent Street, decise che non avrebbe seguito la moda esistente, ma ne avrebbe create di nuove. E lo fece non solo incoraggiando gli artisti e artigiani delle Arts and Crafts , ma anche i seguaci del nuovo stile Art Nouveau e dell’Estetismo.

Ma se tutti gli ggetti in vendita erano di alto valore artistico, Liberty divenne noto a livello internazionale per i suoi tessuti morbidi, ideali per la moda fluida favorita dall’Estetismo. Questo movimenti infatti, promuoveva abiti dalla linea fluida che celebravano la linea naturale del corpo femminile anziché costringerlo  nei corsetti e nelle imbottiture che caratterizzavano l’abbigliamento femminile degli anni Sessanta e Settanta dell’Ottocento e presto il nome ‘seta Liberty’ diventa sinonimo del materiale utilizzato da sarte e modiste per l’artistic dress, l’abito artistico prediletto dalle anticonvenzionali signore associate al movimento, indipendentemente dal fatto che provenisse da da Liberty o meno. L’assenza di decorazione applicate, nastri, piume (etc etc.) porta allo sviluppo del ricamo.

 Liberty in Fashion, FashionTextiles Museum, London 2016 © Paola Cacciari

Liberty in Fashion, FashionTextiles Museum, London 2016 © Paola Cacciari

La sua merce ebbe un successone tra gli artisti dell’epoca e personaggi come Oscar Wilde, Dante Gabriel Rossetti, Ellen Terry, James McNeill Whistler e Frederick Leighton furono tra i suoi primi clienti. Le vetrine del suo negozio, un vero e proprio arcobaleno di tessuti  stampati e divennero un’attrazione turistica. Non sorprende gli furono commissionati i costumi per il cast originale del Mikado di Gilbert e Sullivan.

Gli affari andavano così bene che, nel 1924, l’azienda si trasferisce nell’incantevole edificio Arts and Crafts di Great Marlborough Street, che è ancora la sua sede. Disegnato dagli architetto Edwin Thomas Hall, la costruzione, in stile mock Tudor come viene chiamato il revival dell’architettura Tudor ed Elisabettiana che caratterizza l’Epoca Edoardiana, incorpora anche le travi di due vecchie navi da guerra nella facciata la HMS Impregnable e la HMS Hindustan, il cui legno stagionato conferisce quell’alone di autenticità che fa sì che i turisti spesso scambino l’edificio per un vero superstite dell’epoca Tudor.

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Liberty & C. London, 2014. Photo by Paola Cacciar

I delicati motivi floreali che Liberty aveva cominciato a produrre già da prima della Prima Guerra Mondiale, diventano largamente popolari nel periodo tra le due guerre con il revival dell punto smock per i capi di abbigliamento femminili, un motivo decorativo utilizzato dai lavoratori agricoli nel XVIII e XIX secolo e che Liberty utilizza principalmente per l’abbigliamento dei bambini. confermo: da bambina avevo anch’io un abitino simile…)

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I romantici fiori Liberty raggiungono nuove punte di popolarità negli anni Cinquanta che porta alla creazione del Liberty Design Studio, mirato a creare il meglio in fatto di abbigliamento. Ma chi credeva che l’avvento della Swinging London fosse la fine per questi tessuti colorati si sbagliava di grosso, che le stampe Liberty sono riproposte con rinnovato vigore anche negli anni Sessanta e Settanta nelle collezioni di stilisti come Mary Quant e Jean Muir che li rivitalizzano, facendone simbolo di una moda giovane e libera, romantica e anticonvenzionale.

 Liberty in Fashion: 1970s. FashionTextiles Museum, London 2016 © Paola Cacciari

Liberty in Fashion: 1970s. FashionTextiles Museum, London 2016 © Paola Cacciari

Gran parte dei pezzi presenti alla mostra del Fashion and Textile Museum provengono dalla collezione privata di Mark e Cleo Butterfield, una coppia di coniugi appassionati di tessuti Liberty che negli anni Sessanta hanno setacciarono i mercatini di Portobello e Kensington alla ricerca di questi – ora preziosissimi – abiti e tessuti per la loro collezione. Vero e proprio paradiso per disegnatori, costumisti teatrali e cinematografici e oltre che da stilisti come Vivienne Westwood e da marchi come Nike, la loro collezione è stata usata di recente per creare gli abiti indossati da Eddie Redmayne nel film The Danish Girl.

Londra//fino al 28 Febbraio 2016

Liberty in Fashion

ftmlondon.org

London 2016 © Paola Cacciari