Cecil Beaton: Theatre of War

Dall’archivio del passato, anno 2013: un’insolito Cecil Beaton fotografo di guerra, una vera scoperta…

Vita da Museo

C’erano molte cose che non sapevo di Cecil Beaton prima di visitare questa bellissima mostra all‘Imperial War Museum. Non sapevo che avesse disegnato i costumi di  scena per  opere famose come la Turandot di Puccini per la Royal Opera House di Londra nel 1961-62 per esempio. O per musical famosi come Gigi e My fair Lady, due produzioni che gli valsero l’Oscar. O che avesse disegnato il mitico vestito bianco e nero indossato da Audrey Hepburn. E non sapevo neanche che  la sua vera passione fosse  il teatro, ma non avendo  abbastanza talento per fare l’attore e che non potendo mantenersi come costumista e scenografo, per sbarcare il lunario, avesse cominciato a fotografare attrici famose e ricche signore per Vogue.
Audrey Hepburn in 'My Fair Lady', costume by Cecil Beaton
Ma soprattutto non sapevo che tra il 1939 e il 1945 fosse stato uno dei  fotografi ufficiali del Ministero dell’Informazione…

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Staying Power: Photographs of Black British Experience 1950s-1990s.

Dall’archivio del passato, anno 2015: Staying Power, una mostra fotografica- inno all’integrazione e al multiculturalismo.

  Al Vandenberg, High Street Kensington from the series On a Good Day, 1970s,  © The Estate of Al Vandenberg / Victoria and Albert Museum, London  Armet Francis, ‘Self-Portrait in Mirror’, London, 1964,  © Armet Francis / Victoria and Albert, London  Normski, African Homeboy - Brixton, London, 1987, printed 2011,  © Normski / Victoria and Albert, London  Yinka Shonibare, Diary of a Victorian Dandy, 1998,  © Yinka Shonibare / Victoria and Albert, London
Al Vandenberg, High Street Kensington from the series On a Good Day, 1970s,
© The Estate of Al Vandenberg / Victoria and Albert Museum, London

Vita da Museo

Il V&A non è solo Alexander McQueen, sebbene per arrivare all’ingresso della sala della fotografia bisogna lottare per aprirsi un varco tra la folla in fila per entrare a vedere la mostra della anno. È ancheStaying Power: Photographs of Black British Experience 1950s-1990s.

Questa piccola e affascinante mostra nella Sala della Fotografia è il frutto della collaborazione tra il Victoria and Albert Museum e il Black Cultural Archive – il risultato di un progetto durato sette anni e di una collaborazione che ha permesso al museo di raccogliere 118 opere di 17 artisti di colore, oltre alle testimonianze orali dei fotografi stessi, delle loro famiglie e delle persone immortalate nelle loro immagini. La mostra prende il nome dal famoso libro di of Peter Fryer, Staying Power: The History of Black People in Britain (1984) che spiega come gli africani, gli asiatici e i loro discendenti…

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A Londra, in mostra il mondo di Paul Strand

Dall’archivio del passato, la mostra dedicata a Paul Strand 📸 una vera scoperta!

Vita da Museo

Con la sua collezione di oltre 500.000 fotografie risalente al 1856, il Victoria and Albert Museum è senza dubbio il più antico archivio fotografico del mondo. Una collezione che di recente è stata allargata dall’aquisizione della serie Outer Hebridis del fotografo americano Paul Strand (1890-1976).

Contemporaneo del più famoso e acclamato Ansel Adams (1902-1984), Strand era un personaggio molto particolare. Socialista convinto, nutriva un interesse spirituale per il benessere di tutte le culture, genti e razze – cosa che lo portava spesso ad indignarsi e ad entrare in conflitto con persone ed istituzioni, soprattutto quelle americane.

Tir A'Mhurain, Isle of South Uist, Outer Hebrides, Scotland Paul Strand, Tir A’Mhurain, Isle of South Uist, Outer Hebrides, Scotland, 1954. Victoria and Albert Museum

Cosa che accadde puntuale quando, nel 1954, venuto a conoscenza dell’impellente sorte degli abitanti di South Uist, isola dell’arcipelago delle Ebridi al Nord-Ovest della Scozia, le cui tradizioni e lingua gaelica erano minacciate da quello che…

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L’ode alla Natura di Sebastião Salgado

Dall’archivio del passato, anno 2013: l’ode alla natura di Sebastiao Salgado.

Vita da Museo

Quando, alla fine del 1990, durante una malattia, Sebastião Salgado (n. 1944) decise di fare ritorno in Brasile, trovò il ranch in cui era cresciuto molto cambiato: la vegetazione rigogliosa e la fauna che ricordava erano pressoché scomparse. Fu in quel momento che il fotografo decise che era tempo di passare all’azione. Con l’aiuto della moglie e collaboratrice, Lélia Wanick, hanno ripiantato quasi due milioni di alberi e hanno osservato il paesaggio rinnovarsi, e gli uccelli e gli animali ritornare. Fu allora che nacque nella sua mente l’idea di Genesis: un progetto che è allo stesso tempo una lettera d’amore al nostro pianeta “una chiamata alle armi” per difenderlo.
Una chiamata alle armi a cui il Natural History Museum ha risposto con entusiasmo. Organizzata in cinque sezioni -Planet South, Sanctuaries, Africa, Amazonia and Pantanal, e Northern Spaces – Sebastião Salgado: Genesis è uno straordinario viaggio attraverso il nostro incredibile…

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Only in England: a Londra la fotografia di Tony Ray-Jones e Martin Parr

Un’altra mostra dall’archivo del (mio) passato di avida visitatrice di mostre, quella bellissima Tony Ray Jones e Martin Parr del 2013 😄📸

Vita da Museo

Sono una fotografa frustrata. Vorrei essere brava, ma semplicemente mi manca una delle doti principali dei grandi fotografi: la pazienza. E allora mi godo le mostre fotografiche altrui. Come questa che lo Science Museum ha dedicato ai due fotografi inglesiTony Ray-Jones(1941-1972) e Martin Parr(1952-) il cui titolo Only in England: Photographs by Tony Ray-Jones and Martin Parrsa tanto delle abitudini eccentriche di questa eccentrica nazione. E per chi come me ama la sociologia e la fotografia come strumento sociale per documentare usi e costumi e catturare momenti di adorabile eccentricità questa è la mostra perfetta.

Glyndebourne, 1967 by Tony Ray-Jones Glyndebourne, 1967 by Tony Ray-Jones

Divisa in tre sezioni, questa è la mostra perfetta per chi come me ama la fotografia come strumento sociale. Niente arzigogolate pretese artistiche, ma solo buona fotografica in bianco e nero per documentare usi e costumi e catturare momenti di adorabile eccentricità. La  prima parte è…

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I ritratti di John Constable

Sono a corto di mostre nuove da raccontare. E allora “rebloggo” quelle che ho visto tanti anni fa… 🙂

Vita da Museo

Chiunque abbia contemplato i suoi paesaggi converrà che l’anima di John Constable (1776–1837) abita i cieli plumbei del suo adorato Suffolk. Non è tuttavia con i verdi luminosi della campagna inglese che l’artista guadagna il primo denaro, ma con i ritratti. E considerando che nel corso della sua vita ne dipinge circa un centinaio, questa parte del suo lavoro è straordinariamente poco conosciuta.

John Constable, Autoritratto, Marzo 1806 - Copyright: Tate, London 2009. John Constable, Autoritratto, Marzo 1806 – Copyright: Tate, London 2009.

Dalla metà del XVIII secolo possedere il proprio ritratto non è più un lusso limitato all’aristocrazia. Ansiosa di reclamare il posto che le spetta in società infatti, la ricca borghesia di provincia corre a farsi dipingere dai locali “pittori di facce”. E nella sua natia East Bergholt a Constable il lavoro non manca. Perchè questo sono per lui i ritratti: un lavoro.

John Constable, A Girl in a Red Cloak (Mary Constable), 1809 - Copyright: Private Collection. John Constable, A Girl in a Red Cloak (Mary Constable), 1809 – Copyright: Private Collection.

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Da Roma a Bologna, i luoghi della cultura e le mostre che riaprono

Riaprono oggi i luoghi della cultura in Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Marche, Abruzzo, Lazio e Calabria. In tutte queste regioni i musei saranno pertanto aperti dal lunedì al venerdì nei soli giorni feriali. Ecco quindi cosa fare a Roma, Bologna, Torino, Genova e in tante altre città italiane…

Da Roma a Bologna, i luoghi della cultura e le mostre che riaprono

High Society alla Wellcome Collection

High Society, “alta società” – uno pensa all’eleganza, al prestigio, al privilegio. O al film del 1956 con Bing Crosby, Grace Kelly e Frank Sinatra.

Ma la Wellcome Collection utilizza il termine “high” nel senso colloquiale di “fatto”, “fumato”, “sballato” – implicando he tutte le società sono ‘high’ societies, nel senso di “sovraeccitate”, “sballate”, dipendenti insomma da sostanze stupefacenti.

Certo, non c’era bisogno della Wellcome Collection per riconoscere che dalla notte dei tempi, sezioni più o meno larghe della società abbiano assunto droghe di qualche tipo. Generazioni diverse hanno sviluppato dipendenze diverse, a seconda del luogo e del periodo storico il luogo e il tempo. Sta di fatto che, ieri come oggi, ogni società e cultura ha utilizzato e continua tutt’ora ad utilizzare qualche sostanza che altera i processi mentali.

Siamo convinti che il fatto di non assumere sostanze come eroina, cocaina o simili, limitandoci ad un bicchiere di vino, una tazzina di caffè o una sigaretta ogni tanto, non faccia di noi dei drogati. Ma dobbiamo ricrederci: che dal tè ai sonniferi, siamo così abituati a fare uso di sostanze eccitanti o sedative che non le consideriamo neanche più droghe.

An advertisement for an ‘economical family size’ bottle of Guinness. Photograph: Wellcome Images

Ciò che è cambiato è l’atteggiamento nel tempo della società verso queste sostanze. Prendiamo l’alcool e il tabacco oer esempio, che al giorno d’oggi sono droghe legali, ma che non lo erano affatto nel 1604; mentre cocaina ed eroina, illegali adesso, erano perfettamente legali in epoca vittoriana, dove la cocaina era utilizzata come tonico e l’eroina per le compresse per la tosse!

A Victorian medicinal heroin hydrochlor jar, manufactured by Bayer. Photograph: Wellcome Images

High Society esplora il percorso di queste sostanze e la loro evoluzione, dalla loro scoperta e utilizzo nei rituali religiosi, al loro passaggio alle botteghe degli apotecari medievali e ai sofisticati laboratori chimici di oggi. Quello che emerge, è lo scetticismo dei curatori sugli atteggiamenti occidentali, contraddittori ed egocentrici, nei confronti della droga.

Prendiamo le fumerie d’oppio dell’epoca vittoriana, per esempio, che – nonostante i raccapriccianti resoconti presenti sui giornali e nei romanzi dell’epoca- a Londra in realtà erano poche, fuori dalla città e lontano dai porti, dove l’oppio veniva sbarcato insieme ad altri carichi provenienti da tutto l’Impero britannico.

An opium den in San Francisco. Photograph: Wellcome Images

Il commercio di oppio tra Cina e India era molto importante per l’economia britannica. La Gran Bretagna aveva combattuto due guerre a metà del XIX secolo note come “Guerre dell’oppio“, apparentemente a sostegno del libero scambio, e contro le restrizioni cinesi, ma in realtà causate degli immensi profitti in gioco nel commercio dell’oppio. Da quando gli inglesi conquistarono Calcutta nel 1756, la coltivazione del papavero da oppio era stata attivamente incoraggiata, e questo commercio costituiva una parte importante dell’economia dell’India (e della Compagnia delle Indie Orientali). L’oppio e altri stupefacenti hanno svolto un ruolo importante nella vita vittoriana. Per quanto possa sembrare bizzarro alla nostra mente del XXI secolo, in epoca vittoriana era possibile entrare in una farmacia e acquistare tranquillamente laudano, cocaina e persino arsenico – senza ricetta. Il laudano in particolare era molto popolare come antidolorifico e autori, poeti e scrittori da Charles Dickens, a Elizabeth Gaskell e George Eliot ne facevano uso. I preparati di oppio venivano venduti liberamente nelle città e nei mercati di campagna, infatti il consumo di oppio era altrettanto popolare nel paese come lo era nelle città. Almeno fino alla fine del XIX secolo, che l’introduzione di un nuovo analgesico: l’aspirina.

Davvero, questa mostra mette tutto in prospettiva… 😉

2010 Paola Cacciari

Londra//fino al 27 Febbraio 2011

High Society @ Wellcome Collection

Il magico mondo di Alighiero Boetti

Oggi ho cominciato a pensare ai viaggi che non posso fare e mi e’ venuta una gran voglia di vedere le mappe colorate di Alighiero Boetti…

Vita da Museo

Le visite a Tate Modern per me sono sempre “illuminanti”, nel bene e nel male. Che ogni volta imparo qualcosa di nuovo su un artista diverso. Sono curiosa, che ci volete fare. E se a volte rimpiango di essere andata dall’altra parte del mondo per qualcosa che non mi piace per nulla, a volte faccio piacevoli scoperte. E ieri ho fatto conoscenza con un connazionale che è stato fino ad oggi per me poco piu’ di un illustre sconosciuto: Alighiero Boetti(1940 –1994), uno degli esponenti dell’Arte Povera, il cui ironico Autoritratto fa bella mostra di sè su uno dei balconi di Tate Modern.

My Brain

Ed è stata una vera e propria rivelazione, un colpo di fulmine. Che molto prima di Damien Hirst con i suoi squali in formalina e pallini colorati, Boetti aveva deciso che un artista poteva considerarsi tale anche senza produrre le sue opere…

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There’s a Starman waiting in the sky: addio a David Bowie

Sono passati cinque anni dalla sua morte, ma il ricordo del genio di David Bowie resta immutato. ❤

Vita da Museo

L’10 Gennaio 2016 rimarrà per sempre per me il giorno in cui Starman è tornato tra le stelle. Con la morte di David Bowie è scomparso un pezzo della mia vita che non ritornerà mai più.

Quella parte che sognava il ritorno di Major Tom dallo spazio, cosicché potesse dire lui a sua moglie che l’amava invece di ground control. O quella che, esaltata dalla scoperta di Video Music, ascoltava Let’s Dance a tutto volume con il suo primo stereo, uno di quei giganteschi boom boxes che andavano tanto di moda con i rappers degli anni Ottanta e gli adolescenti di tutto il mondo. Certamente con David Bowie è definitivamente scomparsa quella parte di me che a quindici anni lo osservava a bocca aperta in televisione mentre, sul palco del Live Aid, cantava Under Pressurecon quell’altro grande assente della vita, Freddie Mercury, certa del fatto che…

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