Bologna loves Hamburg via The Beatles

Una recensione (questa volta in inglese) di una mostra sui Beatles nella mia Bologna. Astrid Kirchherr with the Beatles, a Palazzo Favae’ davvero da non perdere. Qui nella recencesione di Flaneur in Bologna 🙂 Buona lettura!

Flaneur in Bologna

It was impossible not to sing along this afternoon while Stefanie Hempel, beautiful low voice, cheerful interpretation and ukulele, was tuning Here comes the sun and With a little help from my friend at Palazzo Fava. The german singer was a special gift for the first day of Astrid Kirchherr with the Beatles, by Genus Bononiae and Ono Arte Contemporanea, an exhibition for all of those who have a little Dear Prudence, Blackbird or Lucy in the sky gently tattooed in their hearts.

1. AHDN_FabFour_Press LOWcredits ©GINZBURG FINE ARTS/PHOTO ASTRID KIRCHHERR 

I’m one of them and I was also one of the many improvised Beatles’ scholars. When I was 17 I spent a couple of weeks eagerly reading their biography, with that typical sting of pain for not having been there. And among the many “there” of the history of the Beatles there’s Hamburg.

7. The Beatles, Hugo Haase, 1960 LOW REScredits ©GINZBURG FINE ARTS/PHOTO…

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Balenciaga

“Se l’ alta moda è un’orchestra, Cristobal Balenciaga ne è stato a lungo il direttore. Noi altri stilisti siamo i musicisti e seguiamo le indicazioni che dà”

disse di lui Christian Dior. Ed è al genio indiscusso del couturier spagnolo che è dedicata la mostra del Victoria & Albert Museum dal titolo Balenciaga: Shaping Fashion. Con un centinaio di oggetti in mostra tra abiti, cappelli, fotografie di Cecil Beaton e Richard Avedon (e molti altri) e numerosi schizzi, modelli tecnici e immagini a raggi X che svelano i segreti della perfezione dei suoi abiti e che faranno felici gli appassionati del settore della moda, la mostra si concentra sul periodo degli anni Cinquanta e Sessanta del couturier, un periodo durante il quale Balenciaga diede pieno sfogo alla sua creatività e che lo vide introdurre una serie sorprendente di innovazioni nelle forme e nei materiali.

Dovima with Sacha, cloche and suit by Balenciaga, Café des Deux Magots, Paris, 1955. Photograph by Richard Avedon © The Richard Avedon Foundation

Nato nel 1895 a Getaria, un piccolo villaggio di pescatori dei Paesi Baschi in un epoca in cui le donne erano ancora prigioniere di corsetti e crinoline, nulla nella semplice infanzia di Cristóbal Balenciaga Eizaguirre (1895-1972)  sembrava predestinarlo all’olimpo dei grandi dell’alta moda. Alla morte del padre, anche lui pescatore, il dodicenne Cristóbal fu mandato a guadagnasi da vivere come apprendista da un sarto, mentre la Señora Balenciaga si dava da fare a cucire e a rammendare gli abiti degli aristocratici che trascorrevano l’estate nella ville vicine; fu così che il giovanotto conobbe la Marquesa Casa Torres, Blanca Carrillo de Albornoz y Elio, la donna che diventerà la sua prima cliente e mecenate e che, secondo la leggenda, permise al ragazzino di scucire un tailleur di Poiret comprato durante uno dei suoi viaggi a Parigi per vedere come era fatto. Grazie ai contatti della nobildonna, la fama di sarto esperto del nostro giovane talento cominciò presto a spagersi per la Spagna e al primo atelier a San Sebastián nel 1917, seguirono presto quelli di Madrid e Barcellona.

Elise Daniels with street performers in a suit by Balenciaga in Paris, 1948. Photograph: Richard Avedon/Victoria and Albert Museum London

Erano anni importanti quelli dell’inizio del XX secolo per l’Europa dell’arte e del design, con il Bauhaus di Walter Gropius in Weimar e il De Stijl di Piet Mondrian e Theo van Doesburg in Olanda che promuovevano la semplificazione delle linee e si opponevano strenuamente all’ornamentazione. Ma per il giovane Balenciaga e per i suoi aristocratici clienti, immersi nel mondo provinciale della Spagna d’inizo secolo e lontana anni luce dal modernismo di quei paesi lontani, l’ornamentazione non era certo un crimine, ma qualcosa da celebrare insieme ad elementi caratteristici della sua Spagna come il pizzo, il bolero e il contrasto tra rosa e nero.

Tuttavia, tutto questo era destinato a finire con lo scoppio della Guerra Civile nel 1937 e la conseguente fuga delle famiglie aristocratiche dal regime del Generale Francisco Franco. Trovatosi senza clienti,  Balenciaga decise che anche per lui era arrivato il momento di trasferirirsi a Parigi. Ed è dalla sua nuova casa di moda al numero 10 dell’Avenue George V, nel cuore della capitale francese, che svela  ad una sbalordita clientela la sua prima collezione d’alta moda interamente in nero ispirata al Rinascimento spagnolo. L’incantesimo è gettato: da quel momento Parigi diventa preda di una vera e propria “balenciagamania”: dalla regina Fabiola del Belgio alla Duchessa di Windsor, tutte le donne sono improvvisamente pazze per Balenciaga. E come non esserlo?

Bello, alto ed elegante, aveva l’aspetto e il portamento di un divo del cinema. Eccentrico e solitario, poco amante  del denaro e delle persone (nel corso della sua lunga vita concesse solo un’intervista nel 1971, al Times), Balenciata era tuttavia riverito come una divinità da una clientela, eccentrica come lui che andava da icone di stile  come Jackie Kennedy ed Helena Rubinstein, ad attrici come Ava Gardner, Grace Kelly, a personaggi del jet-set e giornaliste e nobildonne come Mona Harrison-Williams, la Contessa di Bismarck, tanto devota al couturier che persino i suoi pantaloni da giardinaggio erano Balenciaga, e che alla notizia della scomparsa dello stilista nel 1972, si rinchiuse nella sua stanza e non ne uscì per tre giorni.

Ma per Balenciaga il successo, quello con la “S” maiuscola non arriverà prima della fine della Seconda Guerra Mondiale quando, grazie agli investimenti economici americani del Piano Marshall, la Francia assiste ad un boom economico senza precedenti. Nel giro di un trentennio il potere d’aquisto del francese medio cresce del 170% e famiglie che prima della guerra non possedevano il frigo, la lavatrice o il telefono si trovavano improvvisamente in possesso di un reddito disponibile che sono ansiose di spendere. I tempi stavano cambiando e il mondo della moda era pronto per qualcosa di nuovo e radicale. E Balenciaga provvede.

Perché se gli anni Cinquanta sono di Dior e del suo New Look, gli anni Sessanta appartennero a Balenciaga e ai suoi discepoli. Lo spagnolo, che aveva cominciato come sarto (uno dei pochi maestri della moda in grado di disegnare, tagliare e cucire i propri abiti), non partiva mai dal disegno. “È il tessuto che decide” era solito dire a proposito del modo in cui “costruiva” le sue creazioni.  Camicie senza colletto, scollature piatte, abiti a palloncino, a tunica, a sacco e scamiciati: quelli di Balenciaga sono abiti che si staccano dal corpo inventando volumi nuovi che eliminano completante il punto vita e liberano le donne dalla costrizione dei corsetti imposta dal New Look di Dior. Per lui l’unica decorazione mmessa in un abito è la sua forma: basta guardare all’iconico “envelope dress”, il tubino a quattro angoli raccolti sullo scollo in uno spaziale volume conico (che ebbe un grande successo con la stampa, ma che non vendette molti capi in quanto la sua forma così particolare rendeva per chi lo indossava particolarmente difficile sedersi o andare al bagno…), o all’abito da sera “chou” (cavolo), con una monumentale rouche di seta nera che può fungere da cappuccio o mantella. L’immacolato astrattismo di Balenciaga diventa sinonimo di modernismo puro alla Le Corbusier, che non per nulla di Balenciaga era contemporaneo.

L’ironia della situazione era che il nostro Cristóbal detestava il modernismo e la modernità e già nel 1968 ne aveva piene le tasche del movimento giovanile e della rivoluzione degli anni Sessanta. A differenza di Yves saint Laurent, che farà sua la moda di strada incorporandola nella sua linea di Prêt-à-Porter Rive Gauche lanciata nel 1966, Balenciaga aborriva la moda pronta, e piuttosto che scendere a compromessi preferiva condurre di persona i suoi clienti più affezionati nell’atelier del suo discepoli Hubert de Givenchy, Emanuel Ungaro e André Courrèges. E fu proprio quest’ultimo che, dopo essersi fatto le ossa nell’atelier dello spagnolo negli anni Cinquanta, aprì la sua casa di moda nel 1961 e divenne famoso per le sue creazioni dal disegno geometricamente semplice e moderno, come i famosi abitini bianchi spesso abbinati agli iconici stivaletti anch’essi bianchi con tacco basso.

Dal canto suo nel 1968 Balenciaga, sconcertato da un’epoca in cui non si riconosceva e incapace di abbracciare la produzione di massa, decise che era arrivato il momento di chiudere bottega e uscire di scena con lo stesso stile con cui aveva vissuto tutta la sua vita – anche se con una mossa che probabilmente avrebbe fatto orrore allo spagnolo, il marchio fu rilanciato nel 1987 con una linea di prêt-à-porter creata da Michel Goma, che tuttavia non ebbe il successo desiderato. Ora  il marchio Balenciaga è ritornato a quello che sa fare meglio, la haute couture – dapprima nelle mani sapienti di Nicolas Ghesquière ed ora in quelle dell’attuale direttore creativo Demna Gvasalia. Una dimostrazione di quanto ancora oggi le acrobatiche creazioni di Cristóbal Balenciaga continuino ad ispiare una nuova generazione di nuovi talenti.

Pubblicato su Londonita

By Paola Cacciari

Londra// fino al 18 Febbraio 2018

Balenciaga: Shaping Fashion

Victoria and Albert Museum, Cromwell Road, London SW7 2RL.

 

 

Lady Diana, la sua storia i suoi abiti @ Kensington Palace

Ancora oggi nulla attrae (nel bene e nel male) l’attenzione generale di stampa e pubblico come il guardaroba della famiglia reale britannica. Non passa giorno che non ci sia qualche articolo su cosa indossa l’ultima pin-up di casa Windsor, Catherine Middleton, duchessa di Cambridge, su quanto costi quel particolare capo di abbigliamento, quante volte l’ha indossato e chi l’ha creato. Un abito indossato dalla sorridente Kate può fare la fortuna di uno stilista può lanciare lanciando nuovi talenti e consacrare all’Olimpo dei divi della moda lo/la stilista di turno. Persino il guardaroba dei pargoli reali George e Charlotte suscita la stessa morbosa attenzione e la stessa corsa all’imitazione facendo la fortuna del negozi di abbigliamento per bambini di turno. Ma questa ossessione per gli abiti di re e regine va oltre il semplice taglio e colore, che questi sono più che abiti, sono simboli. E in quanto tali sa sempre hanno avuto un ruolo ben definito nel creare l’immagine della monarchia. E nessuno ha dovuto imparare questa lezione più in fretta di Lady Diana Spencer (1961-1997).

Non occorre essere un monarchico convinto per conoscere la storia di Lady D, madre dell’amatissimo William e di quella testa calda e rossa di  Harry, ex moglie di Carlo, il Principe di Galles, a cui è stata sposata dal 1981 al 1996 (e di conseguenza ex quasi regina) e la cui morte, pubblica quasi come la sua vita, ha commosso il mondo. Il fatto che fosse giovane, bella, bisognosa di affetto e dia attenzione e molto infelice non ha fatto altro che aggiungere fascino alla sua leggenda. Ma Diana era anche e soprattutto una fashion icon, un’icona della moda una leader del gusto e delle tendenze degli anni Novanta, colei che stilisti come Valentino e Versace avrebbero voluto vestire (e da cui lei avrebbe voluto essere vestita), ma a cui era permesso indossare solo abiti di stilisti britannici come Emanuels, Bruce Oldfield e Catherine Walker che promuovere talenti autoctoni era parte del contratto di moglie reale. Con l’annuncio della sua separazione da Carlo nel 1992 e la fine della sua vita “ufficiale” che Diana può finalmente esprimere se stessa e la sua passione per la moda francese ed italiana.

Ed ora Kensington Palace, il palazzo seicentesco nei bellissimi giardini di Kensington Gardens dove Diana aveva vissuto con il principe di Galles dal primo anno di matrimonio e dove continuò ad abitare fino alla tragica scomparsa nel 1997 (e dove oltre l’intervista nel 1995 con il giornalista Martin Bashir, prese forma l’idea della spettacolare vendita all’asta da Christie’s di 79 dei suoi abiti da sera avvenuta a New York mesi prima della sua scomparsa nel 1997) e dove ora risiedono i suoi eredi morali William e Catherine, ospita una grande mostra dei suoi abiti.

Diana: Her fashion, Her Story esplora l’evoluzione dell’immagine di Diana, da pudica collegiale fidanzata ad un poco convinto (e già allora innamorato di un’altra) principe Carlo, a futura regina, ambasciatrice di varie associazioni benefiche ed artistiche, ma anche moglie e madre e a come il suo guardaroba cambia e si evolve mano a mano che la sua confidenza e la sua sicurezza sia in se stessa che nel suo ruolo in seno alla famiglia reale crescono. Diana impara la secolare arte di utilizzare l’abbigliamento per mandare messaggi, per stabilire legami emotivi con le persone che incontrava, per fare impressioni dress to impress.

Diana è stata una delle donne più fotografate del mondo ed ogni scelta di abito era analizzato e scrutinato fino all’ultimo pezzo di fodera da parte della stampa: la mostra esplora e analizza pertanto anche il come Diana ha dovuto imparare in fretta le regole del gioco, del come ha affrontato questo continuo scrutinio ed e ha imparato a conviverci, trasformandolo a proprio vantaggio per promuovere e manipolare la sua immagine. Dal look tradizionale e classico e impersonale dei primi tempi di giovane fidanzata prima e sposa novella poi (con alcune scelte a dir poco discutibili come quest’abito di tartan di Emanuel creato per un viaggio a Venezia) all’immagine più audace e rilassata che appare insieme alla sua crescente fiducia nel suo ruolo di madre e principessa immortalato nelle splendide immagini di Mario Testino, alla ritrovata libertà di essere se stessa arrivata con il divorzio, quando (non più principessa del Galles, ma semplice Lady) Diana può finalmente sfogare la sua passione per Valentino, Versace, Dior e Chanel.

Ma il mio preferito però resta il magnifico abito di velluto blu di Victor Eldestein indossato alla casa bianca quando, elegante e bellissima, ha danzato con John Travolta facendo di lei per sempre la regina di cuori della gente. Fu venduto ad un privato all’asta di beneficenza del 1997 per l’incredibile prezzo di 222,500 sterline (sì, avete visto bene!). Quell’abito, che per alcuni anni è stato in prestito al Victoria and Albert Museum nella sala dedicata alla Moda, è uno dei miei primi ricordi della mia vita di gallery assistant al museo. Ricordo che ogni volta che ci passavo davanti non riuscivo a non soffermarmi almeno un momento – a pensare quanto era alta e longilinea Lady D, di quanto stretti erano i suoi fianchi e di quanto lunghe dovevano essere le sue gambe. Guardavo quell’abito e immaginavo non la Principessa del Galles in visita ufficiale, ma semplicemente una giovane donna di ventiquattro anni che si stava divertendo un mondo a ballare con Tony Manero (o Danny Zuko se preferite Grease). E mi rattristava sempre un po’ il pensare ad una crudele legge di Murphy che ha fatto si che quella sua libertà appena ritrovata dopo il divorzio le fosse rubata insieme alla sua vita in modo così brutale. Ritrovarlo è stato ritrovare un pezzo dei miei ricordi.

Londra// fino a Febbraio 2018

Diana: Her fashion, Her story

Kensington Palace

hrp.org.uk/kensington-palace

American Dream: pop to the present @ British Museum

Dopo quella alla Royal Academy America after the fall, che si occupava dell’arte America dopo il crollo della borsa di Wall Street, eccovi un’altra mostra sull’arte Americana degli anni Cinquanta e Sessanta, questa volta al British Museum. Ma il fatto e’ che gli ultimi sessant’anni sono stati tra i più turbolenti ed eccitanti della storia americana. Anni che hanno visto l’omicidio di JFK, il lancio dell’Apollo 11 che per primo portò gli uomini sulla Luna, la guerra del Vietnam, le lotte razziali e quelle per i diritti degli omosessuali, l’AIDS, il terrorismo, le lotte sociali e di classe. American Art fa esattamente quello che dice di fare: esamina il modo in cui gli artisti americani hanno risposto a questi terremoti storico-sociali usando principalmente il mezzo della stampa.

Anche se i Cinesi arrivarono prima, la tecnica della stampa a caratteri mobili fu introdotta in Europa alla verso la metà del XV secolo Johannes Gensfleisch zum Gutenberg, tedesco di Magonza. E il mondo non fu mai più lo stesso. Rendendo possibile la rapida riproduzione in identiche copie di un testo scritto, si aumentò la circolazione della conoscenza, dando così a più persone la possibilità di leggere testi di ogni tipo e creando le premesse per la moderna libertà di informazione. Il fatto poi che i libri stampati, anche se ancora alti, fosse infinitamente più economici dei manoscritti rese la conoscenza una risorsa disponibile se non a tutti, a molti. Questo vale anche per le immagini e quando alla fine del XVIII secolo fu introdotta la tecnica della litografia, anche le immagini a colori e disegni realizzati a mano furono disponibili al grand pubblico.

Ma la stampa come arte fine a se stessa non è mai stata l’oggetto di una mostra, perlomeno non di una così grande come questa del British Museum opportunamente chiamata American Dream: Pop to the present. E già dalla prima sala preparatevi a stupirvi che a darci il benvenuto ci sono le grandi stelle della Pop Art degli anni Sessanta come Andy Warhol a Roy Lichtenstein che si sono impossessati della tecnica della stampa con l’entusiamo di bambini con un nuovo giocattolo. Il boom del dopoguerra diede a personaggi come Lichtenstein la possibilità di accedere con facilità alle stamperie e ai laboratori in cui si producevano immagini e per la prima volta il lavoro dell’artista si trasforma da opera solitaria a lavoro di squadra. La ripetizione degli stessi motivi vuole dare l’idea di una realtà come quella americana contemporanea, mediata da una mole di immagini che sono stampate e trasmesse allo stesso tempo. Ma se si cerca un filo conduttore, questo è dove ci si perde che la quantità di opre è così vasta che si salta dall’astrazione alla figurazione, dalla Pop Art a sezioni sull’HIV/Aids e femminismo lungo cinque decenni e a volte il tutto pare un po’ affrettato. Ma i volti in tecnicolor delle Marilyn Monroe di Warhol, le bandiere americane di Jasper Jones e il sole della California di Ed Rusha restano a ballare sulla retina per un bel po dopo che si e’ usciti dalla mostra. Ipnotici , nel vero senso della parola…

Edward Ruscha’s ‘Standard Station’ (1966) © Scala

Londra//fino al 18 Giugno 2017
American Dream: pop to the present.
The British Museum

Pink Floyd: Their Mortal Remains @Victoria and Albert Museum

Chi sostiene che i maiali non possono volare non ha mai visto quello gonfiabile che si è innalzato sopra la facciata vittoriana del Victoria e Albert Museum di Londra nell’Agosto del 2016. Ma a differenza di quando fu issato sulla centrale elettrica di Battersea nel 1976, quando un colpo di vento ruppe le corde che lo trattenevano facendolo volare via sul cielo di Londra intralciando il traffico sopra l’aereoporto di Heathrow, questa volta il maiale in questione si è limitato a rallentare il traffico sulla caotica Cromwell Road, sotto gli occhi allibiti dei passati. Che, diciamocelo, non capita tutti i giorni di andare al lavoro una mattina e di trovarsi improvvisamente catapultati nell’immaginario di Animals. Ma in quella particolare occasione, il maiale rosa, che insieme a prismi e a martelli è uno dei dei simboli più riconoscibili dei Pink Floyd, è stato fatto fluttuare nel cielo estivo della Capitale per annunciare il lancio di The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains, la grande retrospettiva sulla cult-band britannica che, dopo la mai avvenuta apertura alla Fabbrica del Vapore di Milano nel 2014, sarebbe stata ospitata nelle sale del museo di South Kensington il Maggio successivo.

Pink Floyd, Belsize Park ®Pink Floyd Music Ltd

Ed ora, dopo le grandi mostre David Bowie Is nel 2013 e You Say You Want a Revolution? Records and Rebels 1966-1970 nel 2016, è il momento della grandissima rock band inglese (che quest’anno celebra il cinquantesimo anniversario dell’uscita del loro primo album, The Piper at the Gates of Dawn, uscito nell’Agosto del 1967 e registrato nei mitici studi di Abbey Road, mentre i Beatles stavano lavorando a Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band nella stanza accanto) di ricevere le attenzioni del grande museo d’arte e design britannico con una mostra che esplora il storico e culturale in cui Pink Floyd hanno mosso i primi passi e sviluppato il loro unica linguaggio visivo e teatrale.

La mostra racconta la storia della lunga e travagliata carriera del gruppo inglese – o almeno dei suoi quattro personaggi principali, il cantante e chitarrista David Gilmour, il bassista e cantante Roger Waters, il tastierista Richard Wright e il batterista Nick Mason. Una storia fatta di liti, separazioni, riunioni e progetti solisti, ma sempre e comunque di grande, grandissima musica. Una storia raccontata in 350 oggetti che vanno dal materiale d’archivio ai costumi di scena (amorevolmente collezioni e conservati da Nick Mason), dall’amata chitarra Fender Strat nera e bianca di David Gilmour ai sintetizzatori di Rick Wright alle lettere scritte da Syd Barrett alla sua fidanzata Jenny Spiers.

Pink Floyd, photographer Storm Thorgerson © Pink Floyd Music Ltd

Pink Floyd, photographer Storm Thorgerson © Pink Floyd Music Ltd

Fu proprio a quel genio anticonformista di Barret, forse l’unica vera rock star del gruppo, a cui si deve la nascita dei Pink Floyd nel 1965 (il cui nome deriva dall’unione dei nomi di due vecchi jazzisti, Pink Gingham e Floyd Cramer molto amati da Barret) e a trasformare così un gruppo di studenti di Architettura di Londra in qualcosa di molto più interessante. Per cui quando, nell’aprile del 1968, a causa del progressivo deterioramento della sua già fragile salute mentale, esacerbato dal suo uso divenuto leggendario di droghe e psicofarmaci,  Syd Barret dovette lasciare il gruppo, i più (compresi gli stessi membri della band) pensarono che la carriera dei Pink Floyd fosse arrivata al capolinea ancora prima di aver decollato. Il suo sostituto infatti, il geniale chitarrista e cantante David Gilmour, sebbene avesse sulla carta tutti gli ingredienti per lo status di ‘dio del rock’, era ancora più schivo e riservato degli altri… Fortunatamente (per tutti) le peggiori paure si rivelarono infondate e il gruppo continuò a crescere e a svilupparsi sul sentiero indicato da Barret. Ma basta guardare le loro prime foto in bianco e nero (che mostrano quattro giovani dai volti così puliti e ordinari da essere assolutamente immemorabili – anche con Sid Barret tra loro, che era tanto fotogenico quando talentuoso e creativo) per capire cosa intendeva il mitico John Peel, giornalista, conduttore radiofonico e disc-jockey nonché voce storica della BBC Radio One, quando disse che i Pink Floyd “avrebbero potuto unirsi al pubblico dei loro stessi concerti  senza essere riconosciuti.”

Hands over eyes © Pink Floyd Music Ltd photo by Storm Thorgerson Aubrey Powell 1971 Belsize Park

Di fatto sembrava che tanto più grande diventasse il loro successo, quanto più i Pink Floyd cercassero di allontanare da sé dalle luci della ribalta. Ma l’impegno messo dai quattro nell’allontanare da loro stessi le attenzioni del pubblico era difficilmente una ricetta per il successo per una rock band e la foto promozionale della tourneè del 1972 di The Dark Side of the Moon mostra la band dare le spalle alla macchina fotografica: difficilmente un’immagine in grado di competere con gli iconici fulmini dipinti sulla faccia del Ziggy Stardust di David Bowie o le rune (ZoSo) dei Led Zeppelin

Le cose cambiarono nel 1973 con l’uscita dell’abum The Dark Side of the Moon. Il prisma triangolare rifrangente un raggio di luce raffigurato sulla copertina è un vero e proprio colpo di genio: creato dallo Studio Hipgnosis  di Storm Thorgerson e Aubrey “Po” Powell, autori anche di altre iconiche copertine di Wish you were here (due uomini d’affari che si stringono la mano, mentre uno di loro sta andando a fuoco) e Animals (il maiale che fluttua sopra la centrale di Battersea Power Station) è ancora oggi, ad oltre quarant’anni di distanza, una delle immagini più riconoscibili della band.

La sezione su The Wall del 1979 è la più drammatica ed è anche la mia preferita: un maestro gonfiabile basato sul disegno caricaturista Gerald Scarfe e basato sui ricordi degli anni trascorsi in collegio da Roger Waters, si affaccia sopra un vasta parete in mattoni bianchi che richiama sia la copertina del disco che il palco del concerto omonimo. È difficile non essere emozionati. Dai sette anni in poi, più o meno il periodo in cui ho cominciato a prestare attenzione ad altre canzoni che non fossero quelle dello Zecchino d’Oro, non riesco a ricordare un momento della mia vita in cui io non abbia ascoltato i Pink Floyd. E se pare un po’ estremo è perché lo è: credetemi, solo un marziano sarebbe cresciuto negli anni Settanta senza conoscere Wish You Were Here, Money e Another Brick in the Wall.

Il senso dell’isolamento dei Pink Floyd di fronte al loro crescente successo è un tema che ricorre durante tutta mostra. Ma come le copertine dei loro dischi, anche il percorso espositivo – iniziato in modo così potentemente innovativo – si indebolisce con il passare del tempo e l’aumento delle liti tra i membri della band. The Final Cut (1983) è l’ultimo l’ultimo concept-album di Roger Waters con i Pink Floyd, creato sulla scia della guerra delle Falkland e dedicato a suo padre, morto in Italia durante la seconda guerra mondiale. Grande assente dalla band è il tastierista Richard Wright, allontanato dal gruppo per le divergenze sorte con Waters negli ultimi tempi. Riconvocato da David  Gilmour nel 1986 come musicista “stipendiato” per A Momentary Lapse of Reason (1987) il primo album in studio senza Roger Waters, Wright torna a tutti gli effetti come membro principale del gruppo con l’album Delicate Sound of Thunder (1988) e Division Bell (1994). Morirà di cancro ai polmoni nel 2008.

Pink Floyd, Victoria and Albert Museum, London 2017 © Paola Cacciari (4)

Pink Floyd, Victoria and Albert Museum, London 2017 © Paola Cacciari

Inevitabilmente con più ci si inoltra nella mostra e con essa, nella storia della band (e nelle loro immancabili liti, riunioni e separazioni), si scivola nel manierismo autocelebrativo – un destino inevitabile, vista l’evoluzione dei Pink Floyd dopo la partenza di Roger Waters, indubbiabente la mente più creativa ed innovativa del gruppo. E  insieme alla nozione del tempo, si comincia a perdere un po’ di vista anche ciò che i Pink Floyd come band hanno rappresentato per l’evoluzione della musica, con la loro ricerca filosofica e gli esperimenti sonori, grafici e i loro grandiosi concerti.

Ma il sentimento è di breve durata, immediatamente spazzato via dall’elettrizzante stanza finale dove il video di Comfortably Numb (con i Pink Floyd al Live 8 del 2005 con un ritrovato Roger Waters ritornato eccezionalmente per l’occasione) proiettato sulle pareti a trecentosessanta gradi, ci risucchia come un vortice nel magia di una delle più grandi band della nostra epoca.

 

By Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Londra//fino al 1 Ottobre 2017

Pink Floyd: Their Mortal Remains

Victoria and Albert Museum, Cromwell Road, Londra.

vam.ac.uk

 

La caduta dell’Impero americano @Royal Academy

Dove per “fall” si intende il crollo, la caduta della borsa di Wall Street nel 1929. Che la mostra della Royal Academy si occupa dell’arte prodotta negli stati uniti dopo questo storico evento. È una mostra piccola e preziosa, colma di inaspettate delizie. Lontano da tutto e da tutti, liberi dalla tradizione storica classica gli artisti americani possono fare quello che vogliono e come lo vogliono, usando iconografie e tecniche insolite per un occhio europeo abituato a certi temi e stili come il mio. E dopo il primo momento di “ma che roba è questa?” diventa tutto stranamente liberatorio.

Edward Hopper, Gas, 1940. Museum of Modern Art , New York. Mrs. Simon Guggenheim Fund, 1943 Photo © 2016. Digital image, The Museum of Modern Art, New York/Scala, Florence.

Edward Hopper, Gas, 1940. Museum of Modern Art , New York. Mrs. Simon Guggenheim Fund, 1943 Photo © 2016. Digital image, The Museum of Modern Art, New York/Scala, Florence.

Pochi dipinti dell’epoca moderna sono così iconici  come American Gothic di Grant Wood. Eppure quelle che a prima vista può sembrare un ritratto di una coppia di contadini del midwest americano è in realtà una composizione attentatene costruita. Infatti pare che un giorno dopo aver visto la casa, Wood decise che avrebbe dipinto il tipo di persone che secondo lui ci potevano vivere. In realtà l’arcigna donna del quadro è sua sorella e il fattore è il suo dentista. Ma non importa: ciò che importa è cosa rappresenta: la celebrazione di una vita più semplice di un tempo passato. Come spesso accade ai geni, anche Wood fu frainteso. Il pubblico infatti, lungi dal vedere nel quadro la metafora di un epoca felice, vide un attacco ai valori della terra  e la moglie di un fattore era così arrabbiata da arrivare a minacciare che avrebbe tagliato un orecchio a Wood. Ouch!

Grant Wood, American Gothic, 1930. Friends of American Art Collection 1930.934, The Art Institute of Chicago.

Grant Wood, American Gothic, 1930. Friends of American Art Collection 1930.934, The Art Institute of Chicago.

 

Oltre a Grant Wood ci sono anche altri iconici artisti come Edward Hopper, Georgia O’Keeffe, un giovane Jackson Pollok pre-Action Painting. Una bella mostra che riflette l’incertezza di un periodo in cui la rapida l’urbanizzazione e industrializzazione  dividono la nazione.

 

Londra//fino al 4 Giugno 2017

Royal Academy of Arts

America after the Fall: Painting in the 1930s

royalacademy.org.uk

Illustre sconosciuto: Lockwood Kipling

Per chi come me è nato in un’era pre-Facebook, Instagram, Twitter (etc, etc, etc), i cartoni animanti di Walt Disney erano una parte integrante dell’intrattenimento di un bambino degno di questo nome. Bambi, Cenerentola, Biancaneve, Lilli e il Vagabondo, Gli Aristogatti, e naturalmente lui,  il Libro della Jungla. Non mi era mai passato per l’anticamera del cervello che Rudyard Kipling, l’autore del libro da cui il film era stato tratto, avesse avuto anche lui un padre. E lavorando al museo dovrei saperlo visto che da 13 anni mi osserva dall’altro della facciata del giardino. Ma è proprio così.

Lockwood Kipling with his son Rudyard Kipling, 1882 National Trust / Charles Thomas

Oltre ad aver prodotto il celeberrimo Rudyard infatti, John Lockwood Kipling (1837-1911) era anche un brillante illustratore, giornalista, designer e curatore. E avendo trascorso la maggior parte della sua carriera in India, dove si dedica all’insegnamento delle belle arti nell’India britannica, era decisamente nella posizione migliore per raccogliere e collezionare arte indiana per conto del museo. Ed anche questo io dovrei saperlo, visto che il Museo (che allora non si chiamava ancora Victoria and Albert, ma South Kensington Musem) offrì a questo ambizioso figlio di un pastore metodista il suo primo posto permanente nel 1863, prima di trasferirsi in India e diventare il difensore più importante delle arti e mestieri di questo Paese.

La sua storia d’amore con l’arte indiana ebbe inizio durante il più straordinario evento dell’epoca vittoriana, la Grande Esposizione del 1851. Ospitata nel monumentale Crystal Palace in Hyde Park (e successivamente trasferita a Siddenham, al Sud di Londra), la Great Exhibition aveva nella sezione dedicata alla India il suo display più spettacolare. Non è  difficile immaginare come questo ragazzino dello Yorkshire in gita scolastica a Londra per visitare la Grande Esposizione sia rimasto così colpito dallo scintillio dei gioielli, dalle decorazioni delle spade e dai vivaci colori dei tessuti.

E così, dopo aver servito come apprendista a Burslem, nello Staffordshire dove lavora alla decorazione del Wedgwood Institute, si trasferisce a Londra dove entra a far parte del V&A. Uno dei primi incarichi di Kipling al South Kensington Museum fu infatti quello di aiutare a modellare la decorazione in terracotta esterna degli edifici del nuovo museo. E il suo contributo fu così significativo che il suo viso fu persino immortalato per i posteri in un pannello mosaico decorativo nella parte Nord-Ovest della facciata del giradino, un tempo la monumentale facciata dell’ingresso del museo e oggi un’altrettonato munumentale (sebbene leggermente sprecata in questa funzione) ingresso al ristorante.

Mosaic panel, after Godfrey Sykes (ca. 1866) Credit: © Victoria and Albert Museum, London

Con la moglie Alice McDonald, sposta nel 1865, Kipling si muoveva nello stesso circolo dei Preraffaelliti e delle Arts and Crafts con Edward Burne-Jones come cognato (avendo il pittore preraffaellita sposato la sorella di Alice, Georgiana) e frequentavano la Red House di William Morris a Bexleyheath. Lasciare tutto questo per l’India misteriosa in quello stesso anno, fu certamente una mossa coraggiosa. A Bombay (ora Mumbai) cosi come in Lahore Kipling insegna alla locale Accademia di belle Arti, dove incoraggia i suoi studenti ad glissare sulle influenze europee (contravvenendo alle strette direttive  dei programmi imperiali che richiedevano che la formazione nelle scuole d’arte anglo-indiane insegnassero i principi europei) e a trarre invece ispirazione dall’architettura delle loro città e dal ricco artigianato locale.

Formative experience: The Great Exhibition, India No 4, by Joseph Nash, circa 1851. Kipling saw the exhibition as a boy Royal Collection Trust

Oggi, la reputazione di Kipling è eclissata, non solo da altri più famosi designer del XIX secolo, come William Morris, ma anche dal suo super-imperialista e super-famoso figlio scrittore Rudyard. Un oblio ingiusto, visto che Il Museo deve l’acquisizione di gran parte della sua splendida collezione di opere d’arte proveninenti dal subcontinente indiano a questo signore. Questo è qualcosa a cui il V&A ha rimediato con Lockwood Kipling: Arts and Crafts in the Punjab and London, una piccola deliziosa mostra da poco terminata in concomitanza con il 70° anniversario dell’indipendenza e della partizione dell’India. Un’occasione buona per approfondire la storia di questo famoso illustre sconosciuto.

 

Londra// fino al 2 Aprile 2017,

Lockwood Kipling: Arts and Crafts in the Punjab and London

V&A Museum, Londra

vam.ac.uk

David Hockney @ Tate Britain

Quando nel 2012 sono andata a vedere David Hockney: A Bigger Picture la mostra che la Royal Academy aveva dedicato ai nuovi paesaggi che David Hockney aveva dipinto nel suo natio Yorkshire non capivo il motivo di tutto quel trambusto. I quadri belli certo, e grandi e molto colorati, ma per quanto guardassi non riuscivo a ‘vedere’ il cosa facesse di questo pittore il più grande pittore inglese vivente. Tanto che quando, l’anno scorso, la stessa Royal Academy ha montato David Hockney RA: 82 Portraits and 1 Still-life, non mi sono neppure presa la briga di andare a vedere la mostra.

Il fatto è che ci sono artisti che fanno così parte della nostra vita che alla fine si pensa di conoscerli bene, anche se di fatto (e certamente nel mio caso), non si sfiora neppure la conoscenza superficiale. Così, quando in realtà mi sono trovata faccia a faccia con un “vera” retrospettiva di Hockney – quella che la Tate Britain ha dedicato a questo gigante dello Yorkshire e del XX secolo per celebrare i suoi 80 anni e una carriera che dura da sessant’anni, è stato come incontrarlo davvero per la prima volta. Il fatto poi che propro di recente la BBC4 abbia riproposto HOCKNEY il magnifico documentario diretto da Randall Wright sulla vita dell’artista, è stata una fortunata coincidenza per chi come me non aveva mai avuto il tempo (e l’inclinazione) per fare una conoscenza un po’ più approfondita con questo questo personaggio. Ed è stato amore a prima vista.

David Hockney è un artista che va oltre i confini. Da quelli artistici (sperimenta praticamente con tutte le tecniche a sua disposizione: dalla tradizionale pittura ad olio all’acrilico, dal disegno alla fotografia, dalla videoarte all’arte digitale creata con l’ipad) a quelli geografici, avendo scambiato l’Inghilterra con la California nel 1964. Daltra parte chi può dargli torto. Lo Yorkshire sarà anche bellissimo, ma piove sempre e uno viene anche scusato se ha la possibilità di abbandonare la pioggia e il freddo di Bradford per il sole di Los Angeles come ha fatto Hockney nel 1964, quando ha lasciato tutto e per dirigersi verso climi più miti. Ciò che ha trovato dall’altra parte dell’Atlantico è stato un mondo pieno di colore, di piscine blu, di libertà sessuale (o almeno di più libertà sessuale rispetto alla Gran Bretagna, dove l’omosessualità era illegale fino al 1967) e di infinite possibilità che cambiano la sua arte per sempre. Abbandonando i toni cupi alla Francis Bacon, Hockney adotta un colorato naturalismo leggero come una boccata d’aria fresca. I quadri del periodo non riflettono solo il sole e il clima della California, ma la libertà e la leggerezza della sua nuova vita. E sono bellissimi.

Dipingere immagini naturalistiche lo fa sentire libero, una reazione all’astrattismo e al modernismo, la possibilità finalmente di esprimere se stesso. Ma sono i suoi ritratti che mi colpiscono in modo particolare: si tratta di amici, genitori, altri astisti, scrittori e (spesso) i suoi amanti. E se i soggetti sembrano messi in posa, quasi finti e irreali è perché lo sono che per Hockney realtà (o meglio, irrealtà) e artificialità sono parte della stessa medaglia. Uno dei miei quadri preferiti ritrae lo scrittore inglese Christopher Isherwood e il suo compagno, l’artista americano Don Bachardy nella loro casa di Santa Monica. I due si erano incontrati nel 1952 quando Bachardy aveva 18 anni e Isherwood 48 e nonostante la differenza d’eta’ rimasero insieme per oltre trent’anni, fino alla morte di Isherwood nel 1986. Hockey li ritrae in un’atmosfera di intima, confortevole domesticità: un audace dichiarazione da parte di quella che, all’epoca, era l’unica coppia di alto profilo apertamente gay, come lo era Hockey nonostante in Gran Bretagna l’omosessualità fosse ancora un crimine.

I lived in Bohemia, and Bohemia is a tolerant place.’

Hockney, Christopher Isherwood and Don Bachardy, 1968

Hockney, Christopher Isherwood and Don Bachardy, 1968. Private Collection, London © David Hockney

E se i soggetti ritratti sono affascinanti, è la tecnica con cui sono immortalati che mi colpisce più di ogni altra cosa. Quasi tutti i quadri di questo periodo (anni Sessanta/Settanta) sono dipinti in acrilico, che si asciuga subito e non può essere rimosso dalla tela rendendo correzioni e ripensamenti impossibili e richiedendo quindi mano sicura e idee chiare. Ma sin dall’infanzia disegnare per Hockney è sempre stato un modo per osservare la realtà con più attenzione e nel corso degli anni ha sviluppato una la capacità di catturare l’essenza di una scena nel più breve tempo (e metodo) possibile. Basta guardare il disegno del suo amico, lo stilista Ossie Clark: poche linee tracciate ad inchiostro e pastello e il gioco  è fatto!

“Ossie Wearing a Fairisle Sweater” 1970 Private Collection, London © David Hockney

Eppoi ci sono le foto. L’idea che una foto catturi la vita in modo più realistico di un dipinto non attacca con Hockney, per il quale noi non vediamo le cose da una solo punto di vista come attraverso l’obbiettivo di una macchina fotografica, ma da tanti punti diversi.

“When you put one piece of paper on top of another… you put two pieces of time together, and therefore make a space. I thought I was making time, then you realise you’re making space… Then you realise time and space are the same thing.”

Cosi ha cominciato a fare collage di fotografie dello stesso soggetto visto da angoli diversi. E il risultato è mozzafiato, un po’ come deve vedere il mondo attraverso gli occhi di una mosca suppongo…

Hockney cameraworks internal5 1000 650x682 joiners Creative Polaroid Collages by David Hockney

Negli anni Novanta torna nello Yorkshire per stare vicino alla madre molto anziana. Il ritorno alla terra natia non poteva non avere impatto anche sulla sua arte. Improvvisamente si trova immerso in boschi e sentieri, circondato da dolci colline. Il risultato sono una serie di giganteschi paesaggi (quelli della Royal Academy del 2012 che ho citato prima) che cercavano di catturare o ri-catturare i luoghi del suo passato e nonostante la scala monumentale sono stranamente intimi… Al giorno d’oggi alla veneranda età di ottant’anni Hockney non ha ancora finito di sperimentare e le sue ultime opere sono creata e con un’applicazione dell’ipad. Un’ennesima prova che, a dispetto della tecnica, Hockney è sempre lo stesso avventuroso Hockney.

“I’m interested in ways of looking and trying to think of it in simple ways. If you can communicate that of course people will respond, after all everybody does look. The question is, how hard.”

Qui trovate una selezione di opere di Hockney presenti nella mostra

Londra//fino al 29 Maggio 2017

David Hockney

Tate Britain

tate.org.uk

Eduardo Paolozzi @ Whitechapel Art Gallery

Eduardo Paolozzi (1924-2005) ha un passato a dir poco tubolento. Nato a Leigh, in Scozia da genitori italiani immigrati da un paesino nella provincia di Frosinone, il giovane Eduardo sembrava destinato a seguire le orme dei genitori e a lavorare nella gelateria di famiglia. Ma le cose non andarono esattamente in questo modo.

A statue of Newton at the British Library. Photograph: Sarah Lee for the Guardian

Suo padre Rudolfo Paolozzi, che non aveva problemi con il Duce e aveva deciso di emigrare puramente per ragioni economiche, si era premurato di mandare ogni anno il figlio in vacanza in Italia nelle colonie estive dell’Opera Nazionale Balilla. Cosa che, quando Mussolini dichiara guerra alla Gran Bretagna il 10 Giugno del 1939, costa all’allora quindicenne Eduardo tre mesi di prigione a Edimburgo. E se per lui le cose non erano il massino, il ragazzino ebbe comunque una sorte migliore di quella che toccò al padre, al nonno e allo zio che insieme ad altri prigionieri di guerra tedeschi e italiani, furono imbarcati sulla nave Arandora Star che li stava portando (o de-portando) in Canada. La nave fu affondata nel giugno 1940 da un U-Boat tedesco e 800 persone (il più italiani) persero la vita.

Paolozzi mosaics at Tottenham Court Road station. Photograph: Linda Nylind for the Guardian

Certo, per il figlio di un simpatizzante fascista in un periodo in cui il Paese in cui era nato (la Gran Bretagna) e quello da cui provenivano i suoi genitori (l’Italia) erano in guerra, il futuro era tutt’altro che roseo e al nostro Eduardo non resta altro che tenere la testa bassa e a continuare a soddisfare la golosità degli scozzesi lavorando nella gelateria di famiglia ad Edimburgo, mentre studia all’Edinburgh College of Art. Arruolato nell’esercito nel 1943, Paolozzi si finge pazzo per farsi riformare e continuare gli studi alla prestigiosa Slade School of Fine Art di Londra tra il 1944 e il 1947 prima di fare quello che i tutti i giovani artisti avevano fatto per un centinaio di anni e stanno ancora facendo oggi: andare a Parigi. In tasca aveva lettere di presentazione per Georges Braque, Alberto Giacometti e altri suoi idoli come Jean Arp, Constantin Brancusi e Fernand Léger. E la capitale mondiale dell’arte i germogli di quello che divenne Pop Art erano lì in bella mostra, per chi come lui aveva gli occhi bene aperti per vedere quello che il mondo offriva: i dadaisti avevano respinto la tradizione, Picasso aveva sperimentato con il collage, i surrealisti si erano spinti ai limiti dell’immaginazione. Eduardo torna in Gran Bretagna dopo tre anni con la mente in subbuglio.

Ma la Gran Bretagna degli anni Cinquanta non era esattamente quel vulcano di creatività e colore che è adesso, ma un paese che, sebbene vincitore, era uscito dal secondo conflitto mondiale con l’economia a pezzi, distrutto dalla povertà e da un razionamento che continuerà per gran parte degli ani Cinquanta. Ragion per cui Paolozzi si unì all’Indipendent Group una cooperativa di artisti e intellettuali che aveva come scopo scuotere il mondo dell’arte e rinnovarlo. E per far questo si serve di immagini che “trova” già pronte nella cultura popolare come la stessa parola “pop” che fa bella mostra di se nel suo collage I was a rich man’s plaything (1947) spianando la strada alla Pop Art di Andy Warhol che tutti conosciamo.

Paolozzi era un’anima inquieta e la sua irrequietezza traspare anche dalla sua arte: nel corso della sua lunga carriera utilizza praticamente ogni tecnica disponibile ed ogni materiale – dalla pittura alla scultura, dalla stampa al collage, dal bronzo alla ceramica, dal tessuto, alla serigrafia al mosaico , creando di tutto, cose grandi e cose piccole, pubbliche e private. Paolozzi era una sorta di cleptomane dell’arte e guardando le sue opere mi vienbe da pensare che la sua curiosità sia senza fine, così come la e la sua immaginazione. Sembra trovare ispirazione in tutto – dai fumetti alle rovine antiche, dalla pubblicità al disegno industriale e tutto trova posto nella sua arte, tramutato in colorata bellezza. Non sorprende che i critici dell’epoca, annoiati dalla pittura tradizionale, amassero i suoi collages. Insieme ad altri giovani scultori, come Anthony Caro e Reg Butler, Eduardo decide di misurarsi con giganti dell’epoca come Henry Moore e Barbara Hepworth, le cui sculture, un tempo derise dalla critica, erano diventato parte dell’establishment dell’arte. Fedele a se stesso, Paolozzi sperimenta con nuovi materiali per riflettere, come diceva lui, la “dinamicità” del tempo.

Sarà anche stato scozzese di origini italiane, ma Paolozzi non si è mai sentito del tutto a casa in Scozia o in Gran Bretagna in genere. Forse è per questo che piu’ che britannico si considerava prima di tutto un londinese ed è nella capitale che lascia il suo marchio – letteralmente. La capitale è piena delle sue opere, tanto che in occasione della mostra alla Whitechapel Gallery il settimanale Time Out (o la Bibbia di Londra come lo chiamo io quel giornale…) gli ha persino dedicato un delizioso itinerario per la città – dai restaurati mosaici delle stazioni della metropolitana di Totteham Court Road e Aldgate alle sculture in bronzo davanti al nuovo Design Museum (l’ex Commonwealth Institute che sta accanto ad Holland Park) o in Kew Gardens solo per citarne alcune. Tutte cose che ho visto un milione di volte senza mai notarle – o notarle particolarmente che è difficile non notare il gigantesco Newton bronzeo che troneggia fuori dalla British Library… So già cosa fare la durante uno dei miei giorni liberi quindi…

Londra/fino al 14 Maggio 2017

Eduardo Paolozzi @ Whitechapel Art Gallery

whitechapelgallery.org

 

Robert Rauschenberg @ Tate Modern

Devo ammettere che nella lista delle mie priorità artistiche, una visita alla grande retrospettiva che Tate Modern ha dedicato a Robert Rauschenberg (1925-2008) non era decisamente al primo posto e l’ho rimandata per mesi. Tanto che solo guardando il calendario mi sono resa conto che se non mi spicciavo, l’avrei con tutta probabilità persa. E sono contenta di non averlo fatto, che mi sono (mio malgrado) divertita.

Ma è difficile non rimanere colpiti dall’infantile gioia e dal divertimento che l’artista americano deve aver provato nel creare, montare, dipingere, assemblare le sue opere e nello sperimentare con materiali così diversi e insoliti (inclusi una capra imbalsamata, uh!) e dalle collaborazioni con artisti da lui così diversi come Jasper Johns, Cy Twombly o con il musicista John Cage.

Robert Rauschenberg, 'Monogram', 1955–59. Courtesy Moderna Museet, Stockholm

Robert Rauschenberg, ‘Monogram’, 1955–59. Courtesy Moderna Museet, Stockholm

Una delle figure chiave nella rottura con l’Espressionismo Astratto, che aveva dominato l’arte americana tra la fine degli anni Quaranta e primi anni Cinquanta all’avanguardia, Rauschenberg è indubbiamente uno dei grandi guru dell’arte del XX secolo e basta guardare le sue installazioni per capire non solo da dove è uscita la Pop Art (di cui con Jasper Jones fu uno dei pionieri), ma anche a chi i vari Damien Hirst, Tracey Emin e molti degli YBA degli anni Novanta si sono ispirati per la loro rivoluzione artistica.

Pittura e scultura (spesso usate insieme) fotografia, tessuti, serigrafia, stampa: la sua sete di sperimentazione non ha confini cosicome la sua immaginazione. E tra il caleidoscopio di cose a cui ha rivolto la sua attenzione nel corso degli  anni Cinquanta non potevano mancare la performance art e la danza come arte e Rauschenberg progetta set teatrali, colonne sonore, luci e costumi anche per la Merce Cunningham Dance Company. Disegna di tutto, dalle copertine di dischi (come quella per il suo amico David Byrne dei Talking Heads) a quelle di settimanali di politica come il Time. Peccato solo che la sua migliore immagine – quella che vede Bobby Kennedy, l’esplorazione spaziale, la guerra in Vietnam, gli scontri razziali, Martin Luther King e Janis Joplin gli fu rifiutata perché troppo cupa  e inquietante.

Robert Rauschenberg Signs (1970). Photograph: © Robert Rauschenberg Foundation, New York

Robert Rauschenberg, Signs (1970). Photograph: © Robert Rauschenberg Foundation, New York

Ma come dargli torto? Alla fine degli anni Sessanta il bilancio non era poi così positivo: Kennedy e Martin Luther King erano stati assassinati, la guerra del Vietnam sembrava non finire mai e il Paese era diviso da lotte razziali. Rauschenberg era stanco sia della tecnologia che di New York. Stanco e anche un po’ disilluso. E allora si ritira a Captiva Island, un’isola in Florida poco lontano dalle coste del Golfo del Messico, dove si rimette a lavorare con rinnovata energia. Ma mentre New York abbondava di materiale di scarto che lui poteva riutilizzare nelle sue opere, la cosa non si poteva dire di Captiva. E allora si mette a creare pseudo-sculture fatte con scatole di cartone che giocano sulla ripetizione, volume e colore, come Nabisco Shredded Wheat (Cardboard) (1971).

Robert Rauschenberg, Nabisco Shredded Wheat (Cardboard), 1971 image courtesy of Gagosian Gallery.

Robert Rauschenberg, Nabisco Shredded Wheat (Cardboard), 1971 image courtesy of Gagosian Gallery.

Che piaccia o no, questo non è il punto. Il punto è che nel mondo di Rauschenberg tutto è potenzialmente un’opera d’arte. Una scatola di cartone, un pneumatico, una lampadina – tutte queste cose stanno in bilico sul precipizio che li può trasformare (o meno) in un opera d’arte. Basta un attimo, una spintarella e il gioco è fatto. E se l’idea non è nuova che Duchamp c’era già arrivato molti anni prima, è ugualmente esaltante.

Ma come dargli torto? Alla fine degli anni Sessanta il bilancio non era poi così positivo: Kennedy e Martin Luther King erano stati assassinati, la guerra del Vietnam sembrava non finire mai e il Paese era diviso da lotte razziali. Rauschenberg era stanco sia della tecnologia che di New York. Stanco e anche un po’ disilluso. E allora si ritira a Captiva Island, un’isola in Florida poco lontano dalle coste del Golfo del Messico, dove si rimette a lavorare con rinnovata energia. Ma mentre New York abbondava di materiale di scarto che lui poteva riutilizzare nelle sue opere, la cosa non si poteva dire di Captiva. E allora si mette a creare pseudo-sculture fatte con scatole di cartone che giocano sulla ripetizione, volume e colore.
Perché nel mondo di Rauschenberg tutto è potenzialmente un’opera d’arte. Una scatola di cartone, un pneumatico, una lampadina – tutte queste cose stanno in bilico sul precipizio che li può trasformare (o meno) in un opera d’arte. Basta un attimo, una spintarella e il gioco è fatto.

 

Londra//fino al 2 Aprile 2017

Robert Rauschenberg

Tate Modern

tate.org.uk