Monet e l’architettura

Lo so, solo in Aprile parlando di Impressionism in London alla Tate Britain avevo scritto che un’altra mostra sull’Impressionismo non era necessaria. Ma questa della National Gallery non è strettamente una mostra sull’impressionismo, è  una mostra su Claude Monet (1840-1926) – il che significa impressionismo elevato all’ennesima potenza.

E se è  lecito sentirsi un po’ cinici al riguardo (io certamente lo ero pensando all’ennesima mostra sull’impressionismo) bisogna dire che questi sentimenti immeritevoli passano immediatamente non appena ci si trova davanti ai quadri del francese – o almeno ad alcuni dei sui quadri. Che nei suoi 86 anni di vita, Monet dipinse molto e non tutto era un capolavoro. Ma molte cose lo sono, e quando ci si trova davanti ad una di queste opere (o a quattro sulla stessa parete come nel caso delle tele della Cattedrale di Rouen in diversi momenti della giornata…) allora anche i più cinici ricordano immediatamete il perchè  di tanto can can ogni qualvolta si menziona il nome di Monet, l’impressionista per eccellenza. Semplice: perché Monet era un genio. I suoi paesaggi risplendono di blu, verdi, rosa e bianchi. È come se qualcuno ci avesse gettato negli occhi una manciata di pagliuzze dorate ed è una sensasione accecante.

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Left: Rouen Cathedral, Monet. 1894. Image courtesy Wikimedia Commons. Middle: Rouen Cathedral Façade, Sunset, Monet. 1892-94. Image courtesy Wikimedia Commons. Right: Rouen Cathedral, Façade, Morning effect, Monet. 1892-94. Image courtesy Wikimedia Commons.

Detto questo, il tema della mostra Monet and the architecture è un’altra scusa per allestire un altro blockbuster. Che basta guardare le sue tele per avere la conferma che a Monet dell’architettura importava un gran che, ma che era affascinato da quello che la luce faceva all’architettura e del come le guglie gotiche della cattedrale di Rouen e i palazzi veneziani la catturavano, giocandoci. Le sue immagini sfuocate e iridescenti non hanno nulla a che fare con solidi edifici di pietra e marmo , ma con l’atmosfera che li avvolge come una coperta intessuta di particelle dorate. Una carrellata di sublime bellezza

2018 © Paola Cacciari

Londra//fino al 29 Luglio 2018
Monet and Architecture
National Gallery

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Quando il design si fa politico. La protesta in mostra al London Design Museum

Leggere I quotidiani e guardare il telegiornale non è mai stato cosi deprimente come negli ultimi anni. Disordini politici, crisi finanziarie globali, la primavera araba, il movimento Occupy, petrolio in mare, attacchi terroristici, Assad, Putin, Brexit e l’ascesa di Donald Trump e potrei continuare: mai come ora il mondo sembra in caduta libera. E mai come ora i movimenti politici, di protesta e di controcultura sono consci del potere dei simboli come mezzo di diffusione delle loro idee e di conseguenza dell’importanza di creare poster, slogan video e foto efficaci nel catturare l’attenzione di chi guarda. Social media come Facebook e Twitter hanno permesso la facile diffusione di idee e movimenti. Ergo,  mai come ora gli attivisti e i movimenti di protesta hanno prestato tanta attenzione al design dei loro visuals per entrare nelle case e nelle vite della gente.

Hope to Nope, Design Museum. London 2018 ©Paola Cacciari
Hope to Nope, Design Museum. London 2018 ©Paola Cacciari

Intitolata Hope to Nope: Graphics and Politics 2008-18, la mostra del Design Museum esamina i risultati visivi di quest’ultimo tumultuoso decennio, da quando Shepard Fairey ha realizzato il poster di Hope per la campagna presidenziale del 2008 di Barack Obama e a cui i detrattori di Trump si sono ispirati rifacendo l’immagine di Fairey con il meme di Trump Nope. Ma il berretto rosso da baseball divenuto simbolo della campagna presidenziale di Trump esposto in un teca di perspex al Design Museum, con le scritta “Make America Great Again” cucita in modo grossolano e certamente economico, ci ricorda che un design attento e curato non significa necessariamente un design efficace.

Hope to Nope, Design Museum. London 2018 ©Paola Cacciari
Hope to Nope, Design Museum. London 2018 ©Paola Cacciari

A volte il “brutto e cattivo” può essere migliore. Il cappellino da baseball ha funzionato proprio per la sua semplicità, il suo essere alla portata dell’uomo (e donna, e bambino) comune, quello a cui Trump parlava – in netto contrasto con i distintivi ben fatti e attentamente disegnati della campagna di Hilary Clinton. Ho seguito con incredulità la terribile campagna presidenziale di Trump con la speranza che quella parte di americani che agitava i cappellini rossi ai suoi comizi rinsavisse e vedesse quando scandaloso fosse il loro candidato. Ma ora mi rendo conto che Trump ha vinto non a dispetto del cattivo design della sua campagna, ma proprio grazie ad esso.  Trump ha fatto sembrare il design di buon gusto sospetto.

Una cosa simile è accaduta per la campagna per il Referendum per Brexit nel 2016. Paragonato alla grafica nitida della campagna per restare nella EU Britain Stronger in Europe, progettato da esperti di branding o alla delicata bellezza dei poster disegnati dall’artista/fotografo Wolfgang Tillmans, i sottobicchieri da birra con la scritta Pro-Brexit “Stop Messing about!” (“smettiamola di scherzare!”), che sembrano disegnati al computer dal fondatore del pub Wetherspoons, Tim Martin sono di una semplicità sbalorditiva e, com del cappellino rosso di Trump, vanno direttamente al punto. Non si può fare a meno di essere colpiti dalla lucidità, ingegno e dalla creatività di questi oggetti.

Come l’arazzo creato dai grafici del quotidiano pro-Brexit The Sun per celebrare lo storico prestito alla Gran Bretagna da parte della Francia del famoso Arazzo di Bayeux un tessuto ricamato (non un vero e proprio arazzo, a dispetto del nome corrente) lungo 68,30 metri, realizzato in Normandia o in Inghilterra nella seconda metà dell’XI secolo, che descrive per immagini gli avvenimenti chiave relativi alla conquista normanna dell’Inghilterra del 1066, culminanti con la battaglia di Hastings. L’arazzo cartaceo del Sun, chiamato opportunamente Bye-EU Tapestry, è un esempio chiave di come la progettazione grafica può rappresentare diverse letture politiche degli stessi eventi e come tale, è un oggetto rilevante e divertente del dibattito nazionale. E sebbene sia ancora molto arrabbiata da Brexit (#Brexitshambles) non ho potuto non godermi la graffiante ironia dei grafici di questo quotidiano banderuola…

 

Hope to Nope, Design Museum. London 2018 ©Paola Cacciari
Bye-EU tapestry (The Sun) Hope to Nope, Design Museum. London 2018 ©Paola Cacciari

 

Hope to Nope, Design Museum. London 2018 ©Paola Cacciari
Bye-EU tapestry (The Sun). Hope to Nope, Design Museum. London 2018 ©Paola Cacciari

La mia preferita l’esilarante macchina in cui un Donald Trump in veste di cartomate predice la fortuna, anche se viste le profezie che escono da quella sua boccaccia, sarebbe meglio dire la sfortuna… Creata un mese prima delle elezioni presidenziali, la macchina voleva dare agli elettori un assaggio di cosa sarebbe stato avere Donald Trump come presidente senza doverlo eleggere. Evidentemente una macchina sola non è stata sufficiente per raggiungere abbastanza persone in un paese vasto come gli Stati Uniti, ma è geniale, anche se in modo vagamente raccapricciante.

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All-seeing Trump Machine. Hope to Nope, Design Museum. London 2018 © Paola Cacciari

La mostra giunge in un momento in cui i musei sono sempre più interessati alle immagini e della protesta, cercando freneticamente di tenere il passo acquisendo gli artefatti fisici degli eventi attuali. Lo spazio permanente “Rapid Response Collecting” creato dal Victoria and Albert Museum nel 2014, ha visto il berretto rosa Pussyhat, indossato nelle marce femminili 2017 contro Trump, entrare nella collezione permanente del museo londinese, insieme alla maglietta Nike Jeremy Corbyn (non approvata, almeno ufficialmente, né dalla Nike né dal Labour party).

Che dire? Sono tempi difficili. Speriamo di uscirne.

Hope to Nope, Design Museum. London 2018 ©Paola Cacciari
Hope to Nope, Design Museum. London 2018 ©Paola Cacciari

2018 © Paola Cacciari

Londra// fino al 12 Agosto

Hope to Nope: Graphics and Politics 2008-18

Design Museum designmuseum.org

 

 

 

 

 

I 250 anni della Summer Exhibition 2018

E anche quest’anno è arrivata, puntuale come la mia allergia al polline. Che con Wimbledon, i Proms e la pioggia, la Summer Exhibition è una delle certezze assolute dell’estate Londinese. Non manca infatti all’appuntamento con il calendario artistico della Capitale dal 1769 e neanche le bombe di Hitler riuscirono ad interromperla. Il motivo di tanto successo? La sua formula unica nel mondo dell’arte

Ospitata alla Royal Academy nello splendore palladiano di Burlington House, la Summer Exhibition è la più vasta – nonché la più famosa – esposizione di arte contemporanea del Regno Unito. Aperta a tutti gli artisti, quelli già famosi e quelli che sperano di diventarlo, la mostra si tiene ogni estate da Giugno ad Agosto, e si compone di dipinti, installazioni, disegni, sculture, stampe e modelli architettonici.

Quest’anno è curata da Grayson Perry. Nel chiedere artista-ceramista di co-curare la mostra, che quest’anno celebra il suo 250esimo anniversario, la Royal Academy sapeva che non poteva aspettarsi nulla troppo tradizionale. E Perry non ha deluso, salvando così (grazie al cielo!!) la Summer Exhibition dall’inevitabile mediocrità e auto-indulgenza in cui questo iconico appuntamento stava scivolando.  Ma quest’anno no: ironica, politica, divertente e piena di graffiante satira, la mostra della Royal Academy è una vera e propria sferzata di energia.

250th Summer Exhibition, Royal Academy, London2018 © Paola Cacciari

La stanza più grande della Burlington House curata dallo stesso Perry, è dipinta di giallo brillante ed è densa di opere strane e accattivanti e politicamente ed esteticamente varie ed eventuali. Accanto ad una scultura allungata in vetroresina della Pantera Rosa di Olga Lomaka, è appeso un ritratto di Nigel Farage in vendita per £25,000 sterline. Il perché qualcuno sia disposto a pagare una tale somma per il ritratto di uno stronzo è una cosa che trascende la mia capacità di comprensione, ma così lo sono molte altre cose in politica. Comunque.

Niger Farage Mp, 250th Summer Exhibition, Royal Academy, London2018 © Paol
Niger Farage Mp, 250th Summer Exhibition, Royal Academy, London2018 © Paol

Poco lontano, sulla stessa parete sta un’opera di Banksy dal titolo Vote to Love, in vendita per 350milioni di sterline: la stessa cifra che Farage e aveva promesso di donare all’NHS, il servizio sanitaro britannico se gli elettori avessero votato Brexit (il catalogo della mostra, tuttavia, invita i potenziali acquirenti a rivolgersi al punto vendita per conoscere il vero costo dell’opera…). Solo alla Summer Exhibition Banksy potrebbe condividere lo spazio con Farage.

Banksy, 250th Summer Exhibition, Royal Academy, London2018 © Paola Cacciari
Banksy, Vote to Love, 250th Summer Exhibition, Royal Academy, London2018 © Paola Cacciari

E almeno due opere sono dedicate alla Grenfell Tower, una intitolata Five Grand (colloquiale per 5,000 sterline: la somma che l’amministrazione del quartiere di Kensington si è rifiutata di spendere per un rivestimento esterno anti-incendio della torre, optando invece per uno normale (un materiale proibito sia in Germania e in USA).

Banksy, 250th Summer Exhibition, Royal Academy, London2018 © Paola Cacciari
Five Grand, 250th Summer Exhibition, Royal Academy, London2018 © Paola Cacciari

Perseguitata dal ricordo della Grenfell Tower e da Brexit, questa mostra è lontana dall’innoqua ‘festicciuola’ in giardino a cui la Summer exhibition ci aveva abituati negli ultimi anni. Al contrario, è un’affascinante e inquietante ritratto psicologico della Gran Bretagna nel 2018.

2018 © Paola Cacciari

Londra // fino al 19 Agosto,

The 250th Summer Exhibition

Royal Academy of Arts, Burlington House, Piccadilly, London W1J 0BD.

 

Picasso, 1932: Amore, fama, tragedia.

Nel 1932 Pablo Picasso (1881-1973) era uno degli artisti più famosi del XX secolo. A cinquant’anni vestiva eleganti abiti inglesi cuciti a Savile Row e scorrazzava tra la sua casa di Parigi nell’elegante rue La Boétie, e quella di Boisgeloup, in Normadia su una Hispano-Suiza guidata da una autista che Picasso non sapeva guidare. Ma era anche molto inquieto, intrappolato dalla vita borghese che si era costruito e che era lontana anni luce dal suo passato di povero immigrato spagnolo che sbarcava il lunario al Bateau Lavoir. In questo periodo flirta con il Surrealismo mentre continua a cercare di battere il rivale Henry Matisse nella gara dei colori.

Marie Therese Walter at the beach (photo by Picasso)
Marie Therese Walter at the beach (photo by Picasso)

Dopo una turbolente relazione con la modella Fernande Olivier, nel 1918 Picasso sposa la russa Ol’ga Chochlova, ballerina della troupe dei Balletti Russi di Sergej Djagilev e la modella di gran parte delle opere da lui create tra il 1910 e il 1920. Ma il matrimonio non gli impedisce di intessere un’appassionata relazione con la giovane Marie-Thérèse Walter (1909-1977) dalla quale ebbe una figlia, Maya, ma che non sposò mai (in quanto ancora sposato con Ol’ga che, quando nel 1935 scoprì i tradimenti del pittore, chiese il divorzio e con il figlio Paulo si trasferì nel sud della Francia). Marie-Thérèse aveva diciassette anni quando nel 1927 incontra Picasso. Lui ne aveva quarantacinque. La loro turbolenta relazione si concluse poi nel 1935 quando Picasso si innamorò dell’artista surrealista Dora Maar, ma questa è un’altra storia.

Marie-Thérèse è ovunque in questa mostra: nei dipinti, su di un bassorilievo di bronzo, in una scultura. Marie-Thérèse che dorme, sogna, nuota e siede su una sedia. “Dipingo”, disse Picasso, “nello stesso modo in cui alcune persone scrivono un’autobiografia”. E certo le sue opere sono il migliore dei diari: qui le sue emozioni, le sue passioni, i suoi tradimenti sono esposti senza filtri agli occhi di chiunque volesse vederli. Ma nel suo diario o dipinto, non si fa menzione di nessuna delle vicende storiche di quelli anni che portarono alla seconda conflitto mondiale. Picasso non era interessato alla politica, solo a se stesso, almeno fino a quando il bombardamento tedesco della città di Guernica gli fece cambiare idea e produrre una delle tele più potetenti del secolo.

 

Mentre nuotava nell’inquinato fiume Marne Marie-Thérèse contrasse un’infezione che la portò a perdere gran parte della sua bellissima chioma bionda. Questa vicenda colpì molto Picasso che riversò le sue emozioni sulla tela tramite l’uso di colori meno brillanti. Da qui il drammatico sottotitolo appioppato dai curatori della Tate “Love, Fame and and Tragedy” come esca per attirare il pubblico – come se da solo il nome di Picasso non bastasse ad attirare frotte di devoti pellegrini o semplici curiosi.

Pablo Picasso The Rescue (Le Sauvetage) 1932 Fondation Beyeler, Riehen/Basel. Sammlung Beyeler © Succession Picasso/DACS, London 2018
Pablo Picasso The Rescue (Le Sauvetage) 1932 Fondation Beyeler, Riehen/Basel. Sammlung Beyeler © Succession Picasso/DACS, London 2018

Quando esco dalla mostra sono certa di tre cose:

  1. che Picasso non è un cubista, o almeno non è SOLO un cubista (cioè lo è stato, ma per troppo poco tempo perchè questa etichetta basti a contenera l’esuberanza creativa che lo ha portato a creare circa 50,000 opere nel coso della sua esistenza) basta guardare la linea sinuosa e ipnotica che contiene a stento l’esplosione di colore dei suoi dipinti del 1932;
  2. che i suoi disegni, schizzi ad inchiostro e incisioni sono di una bellezza strepitosa e non mi stancherei mai di guardarli;
  3. che nonostante tutto il mio Picasso preferito e quello degli inizi, del periodo Blu e Rosa, piú figurativo e per me infinitamente piú poetico.

Nonostante tutto, questa è una mostra straordinaria. Tanto di cappello alla Tate Modern. 🙂

 

Londra // fino al 9 settembre 2018

Picasso 1932 – Love, Fame, Tragedy

Tate, Millbank, London SW1P 4RG
http://www.tate.org.uk

2018 ©Paola Cacciari

 

Londra // fino al 9 settembre 2018

Picasso 1932 – Love, Fame, Tragedy

Tate, Millbank, London SW1P 4RG
http://www.tate.org.uk

 

Al Victoria & Albert Museum una grande mostra sull’età d’oro dei transatlantici.

Ah, il fascino delle navi da crociera! Alzi la mano chi appartiene alla mia generazione e non ricorda Love Boat la serie televisiva americana ambientata su una nave da crociera, trasmessa da noi su Canale 5  negli anni Ottanta, con il suo equipaggio più simile ad un gruppo di colonnisti della posta del cuore?

Ma i transatlantici al centro della mostra del Victoria and Albert Museum, dal tirolo Ocean Liners: Speed and Style, sono gli antenati delle torreggianti navi da crociera dei nostri giorni, quelle città galleggianti che trasportano oltre 6000 passeggeri e che oscurano con la loro spaventosa mole la Giudecca e rovinano le delicate pietre di Venezia. Il povero Ruskin sarebbe devastato al pensiero…

Ma il transatlatlico più famoso è certamente quello che è andato a fondo, il Titanic affondato durante il suo viaggio inaugurale al largo delle coste della Groenlandia. Ma qui al museo il focus è sugli altri transatlantici, quelli che sono sopravvissuti ai ghiacci e alla Seconda Guerra Mondiale e che sono diventati il simbolo di un’epoca di ottimismo, progresso ed eleganza.

Come l’inglese Queen Mary per esempio (1936), o il francese Normandie (1935), o il tedesco Bremen (1928) – anche se, naturalmente, non poteva mancare il relitto del Titanic, lo stesso che (in forma di replica) figura nella tragica scena del naufragio a cui si aggrappano Kate Winslet e Leonardo di Caprio del filmone di James Cameron…

 The Queen Mary ocean liner Credit: V&A
The Queen Mary ocean liner Credit: V&A

Quando il mare era l’unica strada per andare da un continente all’altro, il transatlantico era l’unico mezzo di trasporto capace di solcare gli oceani e di raggiungere parti remote del mondo. Ma viaggiare per mare era una faccenda scomoda e affollata e nessuno avrebbe affrontato la lunga traversata transoceanica a meno che non fosse stato assolutamente necessario. Compito delle nuove compagnie di bandiera era far cambiare idea alla gente e, visto il successo ottenuto, direi ci riuscirono in pieno! Non a caso che l’epoca d’oro dei transatlantici coincide con quella della grafica, negli anni Venti e Trenta del Novecento. Accattivanti campagne di marketing che offrivano spazi personalizzati alla portata di tutte le tasche, promuovono un’idea del viaggiare per mare che va oltre alla questione  puramente pratica in breve attraversare l’oceano non è più solo una questione pratica, ma anche e soprattutto un piacere.

Tra le due guerre Gremania, Francia ed inghilterra competono per la supremazia europea  e queste vere e proprie città galleggianti divennero potenti simboli del progresso e della modernità del XX secolo. E ogni anno si disputavano la Blue Riband, il premio per la nave più veloce ad attraversare l’Atlantico. Inutile dire che conquistarla era un onore patriottico, oltre che una manna per la reputazione

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Chi viaggiava per mare si sentiva speciale e le compagnie di navigazione facevano in modo che questo i passeggeri non lo dimenticassero mai. Ogni aspetto del viaggio – dal momento della prenotazione, all’arrivo a destinazione – era perso attentamente in considerazione e ed era volto a promuovere un’idea di lusso ed eleganza dapprima inesistente. Questo lusso aveva lo scopo di attirate i passeggeri più ricchi in un momento in cui, negli anni Venti del Novecento, gli stati uniti avevano imposto restrizioni all’immigrazione e non essendo più necessario tanto spazio per trasportare  bagagli, parte della stiva poté essere trasformata in cabine – la cosidetta classe turistica. Sale da ballo, piscine, negozi: a bordo ogni desiderio era esaudito. Chi se lo poteva permettere, poteva portare a bordo cameriere e maggiordomi, animali, automobili e tutto il bagaglio che poteva portare con sé (come fece l’ex re Edoardo VIII che si imbarcò con la moglie Wallis Simpson sul SS United States portandosi appresso un centinaio di valige). Le navi più grandi come la Queen Mary erano persino dotate di cappelle  cattoliche o protestanti, o di sinagoghe a seconda delle necessità.

Queste navi erano disegnate in moda da creare una serie di “momenti” nella giornata dei passeggeri. E nulla era più importante della “grande descent” durante la quale le signore eleganti scendevano in modo teatrale dalla scalinata che portava alla sala da pranzo e potevano così sfoggiavano i loro abiti. Questo momento divenne cosi importante che elaborate scalinate divennero un elemento fisso dell’architettura degli interni dei transatlantici – tanto la la loro assenza, soprattutto in una nave come la Queen Mary fece esclamare al fotografo Cecil Beaton che i progettisti britannici non avevano preso in considerazione i bisogni delle loro clienti! Che la moda a bordo era una cosa importante, e molti passeggeri (uomini e donne) ordinavano abiti nuovi per l’occasione, come quello splendido di Christian Dior indossato da Marlene Dietrich a bordo della Queen Mary diretta a New York nel 1950.

Ma L’eleganza non era limitata agli abiti: gli interni erano vere e proprie opere d’arte: se il salone di prima classe del Normandie decorato in stile Art Decó, con un gigantesco pannello in metallo dorato con figure a rilievo dell’artista Jean Dunand era il massimo dell’eleganza, la sala da pranzo di prima classe  dell’italiana Conte Grande aveva mobili disegnati da Giò Ponti.

 

Ma lungi dall’essere solo un luogo di lusso ed eleganza, questi giganti del mare si rivelarono cruciali per il trasporto delle truppe americane in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale (e rimpatriarle alla fine) e di emigranti in fuga dall’Europa in guerra e dalle persecuzioni naziste, o che andavano in cerca di una vita migliore nel nuovo continente. La Queen Mary in particolare era la nave più rappresentativa della marina britannica e durante la guerra Hitler arrivò ad offrire 250.000 sterline al sottomarino che l’avesse affondata. ma grazie alla sua stazza e alla sua velocità la nave era inaffondabile. su di lei furono perse alcune delle decisioni più importanti per il destino della guerra: era per Churchill il quartier generare marittimo, l’equivalente del Cabinet War Rooms di Londra.

Ma già a partire dal 1965 il 95% delle traversate oceaniche avveniva tramite aereo, impiegano sette ore invece di tre giorni e con gli anni Settanta l’epoca d’oro dei transatlantici è definitivamente finita.

Ma già a partire dal 1965 il 95% delle traversate oceaniche avveniva tramite aereo, impiegano sette ore invece di tre giorni e con gli anni Settanta l’epoca d’oro dei transatlantici è definitivamente finita. E non si può lasciare la mostra senza provare una certa nostalgia per un periodo senza controlli di sicurezza ad ogni angolo e aerei perennemente in ritardo e cui viaggiare era una cosa più certamente più lenta, ma infinitamente più  elegante.

Londra// fino al 17 Giugno 2018

Ocean Liners: Speed and Style @ Victoria and Albert Museum

vam.ac.uk

2018 ©Paola Cacciari

Al Fashion and Textile Museum la storia dell T-Shirt

Bianca o colorata, aderente o extra large, di lana (nella versione “maglia della salute”) o di cotone: cosa sarebbe il nostro guardaroba senza di lei, l’umile T-shirt? Tutti ne possediamo almeno una (o varie decine) e siamo così abituati alla sua discreta presenza nei nostri cassetti che non la notiamo neanche più. Senza la T-shirt io sarei rovinata, visto che la mitica maglietta di cotone e un paio di jeans sono praticamente le uniche cose che indosso estate ed inveno (ok, in inverno con vari maglioni di lana sopra…).

Ma come fece Andy Warhol elevando il suo barattolo di zuppa Campbell a soggetto per un quadro, così dedicando una mostra alla T-shirt il Fashion and Textile Museum di Bermondsey, non lontano dal Tower Bridge, ci mette sotto gli occhi una cosa che per anni abbiamo guardato senza vedere.

T-shirt: Cult, Culture, Subversion non vuole essere una storia della T-shirt, che compilare una storia completa di questo indumento sarebbe un’impresa disperata. La mostra si limita a prendere in esame i momenti politici, storici e culturali in cui l’umile maglietta diventa protagonista nella moda e nel costume.

Il come questo semplice indumento nato dall’evoluzione della tunica a forma di “T” che esisteva già nel 500 D.C.  sia diventato un mezzo di espressione politica, culturale, musicale o cinematografica, è una storia affascinante. Utilizzata dai soldati dell’esercito americano e inglese sotto la camicia dell’uniforme durante la Seconda Guerra Mondiale, la semplice T-shirt bianca da indumento puramente funzionale delle divise sportive diventa negli anni Cinquanta improvvisamente sexy addosso a Marlon Brando in Un tram chiamato desiderio (1951) e James Dean in Gioventù bruciata (1956).

Negli anni Settanta la T-shirt diverta politica. Artisti e attivisti trasformano la sua superficie bianca nel supporto ideale per il messaggio che volevano far pervenire al grande pubblico con la creazione di slogan colorati e spesso controversi.

T-shirt: Cult, Culture, Subversion. Fashion and Textiles Museum, London. 2018 © Paola Cacciari
T-shirt: Cult, Culture, Subversion. Fashion and Textiles Museum, London. 2018 © Paola Cacciari

Una delle più famose promotrici della T-shirt è l’inglese Katharine Hamnett famosa per aver indossato una maglietta decorata con un messaggio di protesta contro i missili nucleari in occasione di un incontro con l’allora primo ministro Margaret Thatcher nel 1984, ma forse piú famosa per aver creato quella con la scritta “Choose Life” indossata da George Michael nel video musicale degli Wham! Wake Me Up Before You Go Go. E che dire dell’iconica “Ignorance = Fear Silence = Death” creata da Keith Haring per la campagna di sensibilizzazione contro l’Aids.

T-shirt: Cult, Culture, Subversion. Fashion and Textiles Museum, London. 2018 © Paola Cacciari
T-shirt: Cult, Culture, Subversion. Fashion and Textiles Museum, London. 2018 © Paola Cacciari

Naturalmente enon poteva mancare una sezione dedicata al fan di cinema e musica che hanno fatto della t-shirt una bandiera d’appartenenza a gruppi musicali, movimenti giovanili e culturali come il Punk…

Dallo sport alla moda, dalla musica all’arte e al cinema la T-shirt è il piú universale dei mezzi espressivi e anche l’unico capo d’abbigliamento davvero inisex. Mica roba da poco….


Londra// fino al 6 Maggio 2018

T-shirt: Cult, Culture, Subversion

Fashion and Textiles Museum

ftmlondon.org

2018 ©Paola Cacciari

I giganti della fotografia vittoriana

Ci siamo così abituati avendo a portata di mano macchine fotografiche sempre più sofisticate come quelle dei nostri smartphones, che è facile dimenticare che che solo due secoli fa la fotografia non esisteva. Alcuni ragazzini nati dopo l’invenzione dello smartphone di fatto non riescono a concepire un mondo senza Instagram e Facebook . Eppure qualcuno l’ha inventata (Henry Fox Talbot) e qualcun’altro l’ha resa grande.

Photographic Study (Clementina and Isabella Grace Maude) (1863-64), Clementina Hawarden. © Victoria and Albert Museum, London
Photographic Study (Clementina and Isabella Grace Maude) (1863-64), Clementina Hawarden. © Victoria and Albert Museum, London

Un’intera generazione di fotografi vittoriani l’ha elevata a forma d’arte in un momento in cui questo stumento era considerato appunto … uno strumento, qualcosa di puramente meccanico utile unicamenbte per documentare la realta’. Ma Julia Margaret Cameron (1815-1879), Lady Clementina Hawarden (1822-1865), Lewis Carroll (1832-1898 – sí, quello di Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie) e Oscar Gustave Rejlander (1813-1875) la pensavano diversamente e hanno cominciato a sperimentare con la fotografia come e forma d’arte.

Unidentified young woman (detail; 1860–66), Oscar Rejlander. © National Portrait Gallery, London
Unidentified young woman (detail; 1860–66), Oscar Rejlander. © National Portrait Gallery, London

Ma bisogna dire che, sebene interessanti siano le immagini di Rejlander , soprattutto quelle utilizzate per illustrare il trattato di Charles Darwin, The Expression of the emotions in man and animals, eleganti quelle della Hawarden o inquietanti quelle delle bambine ritratte da Carrol (il fatto che Lewis Carroll, pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson, fotografasse ragazzine nude ha contribuito alla tesi che fosse un pedofilo, anche se bisogna dire che le fotografie di bambini nudi erano molto comuni all’epoca e altri fotografi vittoriani si sono cimentati sul tema), ancora una volta è Julia Margaret Cameron che torreggia sui colleghi. Con il suo bianco e nero sfumato, lei è la vera visionaria e la vera artista. #VictorianGiants

Julia Jackson (1867), Julia Margaret Cameron. © Wilson Centre for Photography
Julia Jackson (1867), Julia Margaret Cameron. © Wilson Centre for Photography

 

 

Londra// fino al 2 Maggio 2018

Victorian Giants: The Birth of Art Photography

National Portrait Gallery

npg.org.uk

2018 ©Paola Cacciari

Impressionisti in trasferta o francesi in esilio? A Tate Britain

“Per una mostra che si chiama Impressionism in London, di impressionismo non c’è davvero un gran che…” penso mentre mi aggiro alquanto perplessa per le sale della mostra della Tate Britain.

Adoro l’Impressionismo, e non ho neppure messo in discussione il fatto che si trattasse dell’ennesima mostra sul soggetto (l’ennesima mostra annuale, che non passa anno che non ci sia qualche evento sul tema…) solo per realizzare una volta arrivata all’ultima sala che di impressionismo c’è solo (appunto) l’ultima sala. Come se i curatori si fossero ricordati solo all’ultimo momento del titolo della mostra. Non fraintendetemi: quello che c’è appeso alle pareti della Tate, è stupendo che con nomi come Monet Pizarro mica si scherza. Ma è davvero poco, e arriva quando uno ha ormai perso la speranza e ha cominciato a chiedersi se per caso sia finito nella mostra sbagliata…

L’idea di fondo è affascinante. Lo scoppio della guerra franco-prussiana costringe Claude Monet, Camille Pissarro e Alfred Sisley a fuggire a Londra dove Charles Francois Daubigny, artista li presenta al gallerista Paul Durand-Ruel.  E guardando alla luminosa bellezza delle immagini della Londra vittoriana (tele spesso di piccole dimensioni eseguite con pennellate di colore puro giustapposte) che i francesi hanno dipinto durante i loro breve soggiorno in Inghilterra, uno si accorge che la che la più grande delle rivoluzioni pittoriche del XIX secolo sia accaduta alla periferia di Londra. Per Durand-Ruel fu amore a prima vista. Tornato a Parigi nel 1872, iniziò immediatamente a comprare i dipinti di questa nuova entusiasmante generazione di artisti estendendo i suoi acquisti anche ad altri del gruppo come Alfred Sisley, Edgar Degas e Édouard Manet.

The Bridge at Hampton Court, Mitre Inn, 1874, by Alfred Sisley. Photograph: Wallraf Richartz Museum & Foundation Corboud
The Bridge at Hampton Court, Mitre Inn, 1874, by Alfred Sisley. Photograph: Wallraf Richartz Museum & Foundation Corboud

La mostra poteva finire qui, in un paio di sale invece che nelle otto attuali. Ma questo non sembra preoccupare minimamente i curatori che, gettata l’esca con il titolo altisonante volto ad attirare il grande pubblico, si sono potuti dedicare al vero tema della mostra, che è quello della storia sociale degli artisti francesi emigrati. Finita la guerra, mentre Monet & C. si affrettano a tornare ai boulevard parigini, altri artisti francesi si affrettano a loro volta ad attraversare la Manica per occupare il posto lasciato libero dai talentuosi impressionisti nel mondo artistico londinese. Come i mediocri Alphonse Legros (1837- 1911)  e Jules Dalou (ai quali è  dedicata una vasta sala) a casa propria nel mondo artistico vittoriano di cui condividevano la visione conservatrice.

 The Ball on Shipboard, circa 1874, by James Tissot. Photograph: Tate
The Ball on Shipboard, circa 1874, by James Tissot. Photograph: Tate

Ma ci sono opere stupende come quelle di James Tissot,  pittore e incisore francese che allo scoppio della guerra franco-prussiana si arruolò con entusiasmo nell’esercito francese solo per essere sospettato di essere comunista. Con qualche ragione se vogliamo, che di fatto aveva preso parte alla Comune di Parigi. Costretto a lasciare Parigi., si rifugia a Londra dove dipinge ritratti e soggetti di genere, caratterizzati da un realism quasi fotografico e da un colorismo morbido e caldo.  Tissot non fu mai un impressionista nel senso tradizionale, che le sue immagini sono ben definite in modo convenzionale. Ma anche le sue scene di vita vittoriana  sono illuminate da un raggio della luminosità tipicamente impressionista. #ImpressionistsinLondon

Londra// fino al 7 Maggio 2018

Impressionists in London @ Tate Britain

tate.org.uk

2018 ©Paola Cacciari

Revolutija

Che cosa porta ad una rivoluzione? Quali sono le sue premesse? La mostra Revolutija al Mambo di Bologna in questo post di Pensieri lib(e)ri. Buona lettura! http://www.mostrarevolutija.it #Revolutija

 

Ilya Repin What Freedom! (1903) State Russian Museum, Saint Petersburg, Russia.
Ilya Repin, What Freedom! (1903) State Russian Museum, Saint Petersburg.

 

Pensieri lib(e)ri

“Nei profondi nascondigli dell’arte si trovano i segreti dei fatti dei colpi di Stato, della riorganizzazione della vita delle persone…”

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La collezione di Re Carlo I Stuart

Arte romana, rinascimentale e barocca. Capolavori di Tiziano, Van Dyck, Leonardo, Raffaello, Rembrandt che il re aveva commissionato, acquisito o che gli erano stati donati. Oltre vent’anni di meticolosa accumulazione avevano creato la più vasta e sensazionale collezione d’arte dell’Europa occidentale. Una collezione che svanì in un attimo quando, il 30 Gennaio 1649, i Parlamentari decisero che era ora di farla finita con la storia che il sovrano regnava per diritto divino e con un taglio netto (alla testa di Charles I) cambiano la storia britannica per sempre.

Van Dyck’s Triptych portrait of King Charles I of England. Photograph Universal History Archive UIG via Getty Images
Van Dyck’s Triptych portrait of King Charles I of England. Photograph Universal History Archive UIG via Getty Images
Ma quel guastafeste di Oliver Cromwell (1653–1658), il nuovo Lord Protettore della nuova Repubblica del Commonwealth, oltre a sospendere il Natale, a proibire le mince pies e il Christmas Pudding, la musica e il teatro e tutto ciò che era anche solo remotamente divertente, procede immediatatamente alla vendita di 2000 opere d’arte con la scusa ufficiale di ripagare i debiti della corona, ma inrealtà per raccogliere fondi per il nuovo esercito repubblicano che doveva sostenere quella che era, di fatto una vera, e propria dittatura militare.

I creditori del defunto re non si fecero pregare e accorsero in massa a reclamare i loro pagamenti, come i fontanieri di palazzo, a cui Cromwell ripaga 403 delle 903 sterline che avanzavano in denaro e le restanti 500 in quadri di cui dubito nessuno di loro sapesse cosa fare, ma tra cui c’erano quasi certamente un Tiziano e un Bassano. La Spagna acquisisce il dipinto di Tiziano di Carlo V con il cane, e la Francia la sua Cena in Emmaus, mentre altri capolavori prendono in qualche modo la via dell’oceano arrivando nel Nuovo Mondo, e ora sono appesi alle pareti del Getty Museum di Los Angeles e del Frick di New York.

Charles V with a Dog, 1533 by Titian. Photograph Museo Nacional del Prado
Charles V with a Dog, 1533 by Titian. Photograph Museo Nacional del Prado

Ma ora sono riuniti di nuovo sotto lo stesso tetto, sebbene quello della Royal Academy anziché quello del Palazzo Reale di Whitehall dove alloggiavano inizialemente. Ma non importa: per qualche incredibile mese la collezione reale di Charles I – o meglio, una briciola di quello che era la collezione reale – è tornata a casa, a Londra.

Per ogni amante dell’arte, questa mostra è come entrare nella grotta di Alí Baba che la ricchezza è tale e tanta che gli occhi non sanno dove posarsi – troppi dipinti di Tiziano, Rubens, Raffaello e van Dyck, per non parlare dei gloriosi arazzi prodotti dalla sua manifattura di Mortlake e basati sui cartoni di Raffaello, che Charles I aveva comprato a Genova nel 1623 quando ancora era Principe di Galles e che ora fanno bella mostra di sé al Victoria and Albert Museum   e il cui viaggio dai laboratori tessili di Brussels al museo di South Kensington fu lungo e tortuoso.

Durante il suo primo viaggio in Europa, accompagnato dal Duca di Buckingham in Spagna alla ricerca di una sposa adatta ad un futuro re, il giovane Principe di Galles si era perdutamente innamorato – e l’oggetto di tanta passione non era l’infanta di Spagna, ma la magnifica arte del pieno Rinascimento di Tiziano e di Raffaello. Cahrles tono’ a casa senza essersi assicurato una moglie, ma carico di dipinti e statue. Come il Ratto delle sabine di Giambologna che fa bella mostra di se’ nelle Renaissance Galleries del V&A, che Charles aveva comprato come souvenir per il Duca di Buckinham, che lo aveva poi messo nel suo giardino per spaventare i passanti.

Da quando Enrico VIII aveva tagliato i ponti con Roma, pochi sovrani avevano attraversato la Manica e nessuno aveva sperimentato in prima persona il Rianascimento. Non sorprende pertanto che Charles, giovane dall’anima sensibile e piena di passione, fosse completamente sopraffatto da tanta bellezza …

I Cartoni di Raffaello rappresentano l’apice del pieno Rinascimento italiano ed europeo. Nulla del genere si era mai visto in Inghilterra in fatto di colori ed di iconografia e con la loro acquisizione nel 1623 (non furto, sia ben chiaro, che i cartoni giacevano in disuso in un laboratorio di Genova e sette dei dieci cartoni furono comprati per 300 sterline da Charles e da allora non hanno mai lasciato la Gran Bretagna, nonostante la reale Manufacture des Gobelins, lo storico laboratorio di tessitura di arazzi francese successivamente comparto da Luigi XIV, avesse provato a comprarli) il futuro sovrano dona all’Inghilterra quel Rinascimento che la Riforma  Protestante gli aveva negato.

E diciamocelo, era un’affermazione di gusto notevole, soprattutto da parte di un futuro re che era anche capo della Chiesa di un Paese anglicano come la Gran Bretagna. Ma Charles non poteva farci nulla se nel XVII secolo le opere più desiderabili erano di artisti italiani. Cerca senza successo di attirare Guercino a Londra, ma l’emiliano rifiuta – troppo lontano, troppo freddo, troppo a Nord. Ma Charles non si da per vinto e riesce a fare il colpo grosso della sua vita di collezionista quando, nel 1628 grazie alla mediazione di un noto mercante d’arte di Venezia, il fiammingo Daniel Nijs, compra da Vincenzo II Gonzaga, che si trovava in grave difficolta’ economica, parte della collezione d’arte gonzaghesca (i leggendari duchi di Mantova nel Seicento erano diventati l’ombra della potente famiglia che aveva accolto Isabella d’Este nel XVI secolo) per la somma irrisoria di 30,000 sterline.

Charles I on Horseback with M. de St Antoine, 1633, by Van Dyck. Photograph Royal Collection Trust © Her Majesty Queen Elizabeth II 2018
Charles I on Horseback with M. de St Antoine, 1633, by Van Dyck. Photograph Royal Collection Trust © Her Majesty Queen Elizabeth II 2018

Inutile dire che la collezione reale (o almeno una parte di essa), fu frettolosamente rimessa insieme quando , nel 1660, Charles II (in esilio in Francia dal cugino Luigi XIV) ritorna trionfalmente in Inghilterra e gli ex-sostenitori di Cromwell si affettano a restituire alla corona il maltolto con tante scuse. Ma I Trionfi di Cesare del Mantegna, arrivati in Inghilterra insieme alla collezione d’arte gonzaghesca, la famosa Celeste Galeria, invece non hanno mai lasciato Hampton Court, che quando Cromwell vendette la collezione reale, tenne questi grandi dipinti per sè. Una dimostrazione che nulla rappresenta il potere come l’arte piú grandiosa.  Ars longa, vita brevis si potebbe dire…

Una mostra magnifica, così piena di capolavori da far rischiare la sindrome di Stendhal ad ogni sala. Ma la mia personale sindrome di Stendhal l’ho avuta nell’ultima sala dove, in un angolo, stava appeso questo piccolo ritratto a matita di Charles I di van Dyck.

Anthony van Dyck Portrait study of Charles I (drawing) Amsterdam, Rijksmuseum
Anthony van Dyck Portrait study of Charles I (drawing) Amsterdam, Rijksmuseum

Mi chiedo come un semplice foglio di carta possa racchiudere così tanta vita: in questi pochi tratti sapienti, van Dyck ha reso l’essenza di una persona, di un essere umano. Un uomo destinato a raggiungere vette altissime e a cadere in modo altrettanto grandioso. E giuro che se qualcuno mi avesse chiesto, potendo portare con me una sola opera da scegliere tra le centinaia di capolavori che costituiscono questa incredibile mostra, quale opera avrei portato via con me, avrei scelto questa. Non potendo, ho comportato la cartolina. Non e’ la stessa cosa, ma si fa qual che si può…

Londra// fino al 15 Aprile 20 @ Royal Academy

 Charles I: King and Collector

royalacademy.org.uk

 2018 ©Paola Cacciari