Object In Focus: Gli arazzi di caccia del Devonshire

Qualche tempo fa uno sceneggiato della BBC1 tratto da una serie di libri di Philippa Gregory (La Regina dalla Rosa Bianca etc, editi da Sperling & Kupfer) mi ha catapultato in pieno 1400, e precisamente in quel caos storico che era la Guerra delle due Rose, la feroce lotta tra le casate di York e Lancaster. Non contenta dell’immersione televisiva, sto macinando a ritmo sostenuto le pagine dei quattro libri che compongono la saga della Guerra dei Cugini (come la Guerra delle due rose si chiamava prima). E romanzata o no, la serie televisiva è accattivante, gli attori sono belli e bravi e ci sono castelli, cavalli e cavalieri in abbondanza. E i costumi sono sontuosi. Insomma la ricetta ideale per tenere la sottoscritta attaccata alla Tv…

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Così quando qualche giorno fa mi sono trovata a lavorare nella sala degli arazzi di caccia del Devonshire, realizzati pochi anni prima degli eventi raccontati nellp sceneggiato, li ho guardati con rinnovato interesse. Si tratta di un gruppo di quattro magnifici arazzi fiamminghi risalenti alla metà del XV secolo. Sono enormi, misurano oltre 3 metri di larghezza, e si pensava inizialmente che fossero stati commissionati per il matrimonio tra Margherita d’Angiò ed Enrico VI di Lancaster nel1444–5, ma lo studio degli abiti ha dimostrato che precedono questo evento di almeno dieci anni.

Con l’Inghilterra e la Francia impantanate nella guerra dei Cento Anni e l’Inghilterra alle prese con la Guerra delle Due Rose per gran parte del XV secolo, la moda europea a nord delle Alpi era dominata dalla scintillante Corte del Ducato di Borgogna, soprattutto durante il regno di Filippo il Buono (1419-1469) che controllava il sud dei Paesi Bassi, un’area famosa per la produzione di arazzi (anche i famosi arazzi della Cappella Sistina furono tessuti qui). Con l’annessione dell’Olanda e delle Fiandre, i duchi di Borgogna avevano accesso a tessuti provenienti dall’Italia e dall’Oriente e alle lane inglese che arrivavano a Bruges e ad Anversa.

Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.

Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.

Per secoli gli arazzi sono stati tra i più grandi tesori di nobili e sovrani. Oltre a rendere le stanze più colorate e confortevoli e ad isolare le pareti in pietra mantenendo il calore all’interno, gli arazzi erano oggetti estremamente preziosi e costosi che la dicevano lunga sulla ricchezza di chi li possedeva – in questo caso il duca di Devonshire. Inoltre, vista la natura itinerante delle corti medievali, gli arazzi avevano anche il grosso vantaggio che si potevano arrotolare e spostare da un luogo all’altro con facilità. Purtoppo gli arazzi giunti intatti fino a noi sono relativamente pochi: secoli di sporco, polvere ed esposizione alla luce ne hanno danneggiato i colori, a volte in modo irreparabile.

Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.

Detail of The Devonshire Hunting Tapestries; Boar and Bear Hunt, unknown maker, about 1425-1430.

Fortunatamente (per noi) gli arazzi di caccia del Devonshire sono sopravvissuti alla distruzione in quanto, nel 1840, il VI duca di Devonshire li aveva utilizzati per isolare le pareti della Long Gallery a Hardwick Hall, la spendida dimora costruita nel 1590 da Elizabeth Talbot, la Contessa di Shrewsbury, nota come ‘Bess of Hardwick‘, celebre nobildonna famosa oltre che per essere stata sposata quattro volte, l’ultima con George Talbot, VI conte di Shrewsbury, uno dei più illustri nobiluomini del tempo, anche per aver “ospitato” (sarebbe meglio dire tenuta sotto sorveglianza)  in una delle loro proprietà Maria Stuarda, Regina di Scozia, al tempo prigioniera di Elisabetta I. Grazie ai suoi matrimoni, Bess salì ai più alti livelli della nobiltà inglese e divenne enormemente ricca. Fu un’astuta donna d’affari, capace di incrementare la sua attività attraverso imprese commerciali, tra cui lo sfruttamento di giacimenti minerari e officine per la lavorazione del vetro. Gli arazzi erano ancora appesi a Hardwick nel XIX secolo. Ora fanno bella mostra di se’ nella Tapestries Gallery del Victoria and Albert Museum.

Raffigurano uomini e donne impegnati nella caccia al cervo, all’orso, al cigno, alla lontra e nella caccia con il falco, rigorosamente abbigliati secondo la moda dei primi anni del XV secolo. La caccia era un tema particolarmente amato nell’arte ed era un passatempo comune a molti degli individui e delle famiglie d’alto lignaggio che possedevano arazzi. Oltre a provvedere carne infatti, la  caccia era considerata uno sport elegante, adatto a nobili e sovrani. Gli arazzi erano l’equivalente medievale/rinascimentale della televisone. Ci sono così tante cose che accadono contemporaneamente! La ricchezza di interazioni, il gioco degli sguardi e gli amoreggiamenti tra dame e cavalieri, le storie dei cacciatori e degli animali cacciati. Soprattutto c’e’ la ricchezza dei dettagli dei meravigliosi costumi indossati a corte, in particolare a quella di Borgogna. Certo, pare molto improbabile che qualcuno andasse a caccia vestito in modo così esotico (e scomodo). Ma chi sono io per dirlo? Io che non sono: a) nobile, b) detesto la caccia?

Gli abiti delle donne avevano la vita alta e una profonda scollatura a “V” ed erano realizzati in tessuti di lana tinti con colori preziosi come il rosso, il verde e il blu intessuti d’oro. Il blu era un colore prezioso, difficile da ottenere e il fatto che in questi arazzi ce ne sia in abbondanza dimostra ancora una volta la ricchezza del proprietario. Il blu dei tessuti era ottenuto dal guado o dall’indaco, ma seppure bello non poteva competere con quello ricco e profondo derivato dai lapislazzuli che componeva la base per i pigmenti dei manoscritti miniati contemporanei come come la Très Riches Heures du duc de Berry. Il copricapo più stravagante della moda borgognona era l’hennin, un cono o cappuccio a forma tronco-conica che poteva arrivare ai 90 cm di lunghezza, rivestito in tessuto e sormontato da un velo da cui si svilupparono poi le fantasiose varianti a forma di mezzaluna indossate dalle dame in questione. Un modo come un altro per sembrare altissime senza dover indossare le scarpe con il tacco suppongo…

Object In Focus: Scatola giapponese.

Writing box, Nagasaki 1800-1850 (made) Victoria and Albert Museum

Writing box, Nagasaki 1800-1850 (made) Victoria and Albert Museum

Nelle British Galleries, le sale dedicate all’arte e al design britannico c’è una delicatissima scatola fatta per contere il necessario per la scrittura. È giapponese, in lacca intarsiata con disegni in madreperla. Acquisita nel 1852, è  uno dei primi oggetti giapponesi entrati nelle collezioni del museo, probabilmente  importato in Gran Bretagna attraverso l’Olanda, visto che prima del 1850 gli olandesi erano gli unici europei che potevano rivendicare diritti commerciali con il Giappone.

Trovo l’effetto domino che è derivato da questo evento estremamente affascinante. La forzata aperture dei porti del Giappone all’Europa e all’America scatenò una vera e propria mania per tutto quanto proveniva dalla terra del Sol Levante. La purezza delle linee, la semplicità e il naturalismo di modellato ebbero una influenza determinate sull’arte Britannica ed europea.

Senza il Giappone non ci sarebbero state l’Art Nouveau e le Arts and Crafts e il mondo avrebbe perso una grandissima occasione di bellezza. Niente Christopher Dresser e Aubrey Beardsley, Alfons Mucha o Gustav Klimt. Mi vengono i brividi solo a pensare a cosa avremmo potuto perderci…

Object In Focus: Cassettiere e dintorni

Forse dovrei iniziare questo nuovo anno con qualcosa di piu’ audace e  provocatorio invece di dedicare il primo post del 2017 ad una cassettera. Ma di fatto una delle cose che non finisce mai di sorprendermi da quando mi aggiro nelle sale del Museo in cui lavoro, sono i mobili. Mobili che popolavano le abitazioni del passato e che non sono poi così diversi da quelli che abbiamo sotto gli occhi ora nelle nostre case. Come la cassettiera, per esempio. Sì, la cassettiera, il nostro comò, quella cosa che di solito si compra insieme al letto e all’armadio e che va sotto il nome collettivo di ‘camera da letto’ e nei cui cassetti riponiamo le mutande e le maglie di lana. Quella cosa che tutti usiamo e che diamo per scontata. Tanto che non ce ne accorgiamo più.

Ce n’è una magnifica nelle British Galleries. È del XVII secolo, in legno di quercia intarsiato in ebano, avorio e madreperla. Ogni volta che ci passo davanti non posso non fermarmi a guardarla (anche solo per controllare che le maniglie ci siano ancora tutte…). Non solo: è uno dei primi esempi conosciuti di cassettiere. Trovo che sia un’invenzione straordinaria. Che insomma, pensiamoci: prima non esisteva. Prima c’erano le cassapanche, i cassoni. E se si voleva raggiungere le cose che stavano sotto, bisognava togliere tutto quello che stava sopra.
Poi un bel giorno qualcuno ha deciso che era sciocco fare tutta questa trafila per trovare la camicia da notte (il pigiama non era ancora stato inventato) e ha inventato i cassetti. E l’ha fatto molto tempo prima dell’Ikea. Geniale, no?

Chest of drawers, England 1653© Victoria and Albert Museum, London

Chest of drawers, England 1653© Victoria and Albert Museum, London

Object In Focus: Nettuno e Tritone di Bernini

Lavoro in un museo, questo ormai si sa. Sono a contatto quotidianamente con oggetti bellissimi e anche questo si sa. Ma la cosa che più mi affascina  è che si tratta di arte decorativa, di oggetti creati non solo per essere guardati, ma anche – e soprattutto per essere usati. E allora ho deciso che ogni settimana (o quando ne ho il tempo) voglio dedicare uno spazio nel mio blog ad uno di questi oggetti. E visto che ce ne sono circa 3 milioni in totale credo che la cosa mi terrà occupata per un po’… E visto che negli ultimo giorni ci sono passata accanto almeno un centinaio di volte, ho deciso di iniziare proprio con lui, il Nettuno e Tritone di Bernini, che troneggia all’inizio delle nuove gallerie dedicate all’Europa del mio adorato museo.

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Creato per un’elaborata Fontana del giardini di Villa Montalto in Roma nel 1622–3, la scultura fu comprata nel 1786 insieme ad altre statue da Thomas Jenkins, un mercante d’arte inglese residente nella capitale che la vendette a sua volta a Joshua Reynolds per circa 700 ghinee. Alla morte del pittore, avvenuta nel 1792, il gruppo fu poi comprato da Lord Yarborough, nella cui famiglia rimase fino al 1950, quando fu acquistato  dal museo.

Bernini è splendido, tutto in lui è teatro e movimento, tutto in lui è vita pulsante. Il gesto furioso di Nettuno che attanaglia il tridente, il Tritone che soffia con forza nella sua conchiglia, l’aggressiva vitalità delle due figure: tutto genera una forza espressiva che carica anche il più piccolo dei dettagli. E’ semplicemente bellissimo.

Neptune and Triton by Gianlorenzo Bernini, 1622-23

Neptune and Triton by Gianlorenzo Bernini, 1622-23

Adoro Bernini da quando la mia strepitosa prof di Storia dell’Arte decise che un gruppo di ragazzette di quinta superiore di un’Istituto Professionale di Bologna aveva abbastanza cervello da poter affrontare nientepopodimeno che lui, il temuto, venerato, riverito testo scritto dallo storico dell’arte Rudolf Wittkower. E l’abbiamo letto, eccome Arte e architettura in Italia 1600-1750, questo testo sacro della stori dell’arte italiana, prima di andare in gita di fine anno a Roma con la suddetta Proff. e infilarci con lei piene di entusiasmo in ogni chiesa e museo della nostra bellissima Capitale alla caccia di Caravaggio, dei Carracci e di Bernini & C.

Oltre ad essere uno dei baluardi della storia dell’arte moderna, quel libro è stato per me una vera rivelazione: mi ha aperto le porte (e la mente) al mondo del Barocco e me lo ha fatto apprezzare – io che non vedevo oltre il Rinascimento.
Ed ora, ogni volta che vedo un’opera di Bernini (e il museo ne ha due, il suddetto Nettuno e il Tritone e il mio amato Thomas Baker e tre splendidi bozzetti in terracotta, tra cui quello della Beata Ludovica Albertoni) non posso non pensare a quanto il coraggio didattico di una fantastica insegnante abbia influenzato la mia vita.

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Young Man among Roses, by Nicholas Hiliard, 1587.

 

I have always been fascinated by Elizabethan England. Like Italian art, it revelled in hidden symbols; but, unlike the Italians, the Elizabethans had no use for the kind of realistic visual art that existed in contemporary Italy.

A Young Man Amongst Roses by Nicholas Hilliard, 1585-95. Museum no. P.163-1910, © Victoria and Albert Museum, LondonDuring the Elizabethan times, the visual arts retreated in favour of a series on symbols as signs, they become a sort of visual text. While in Italy frescos and canvases in large dimensions were the norm, in England Nicholas Hiliard was painting his little portable gems. To me, he was the greatest master of the English miniature.

Hiliard’s portrait miniatures are the perfect examples of the visual arts of a country very different from 16th century Italy. They were exchanged as a symbol of love, friendship and loyalty: they were intimate objects, not for show, but to be carried everywhere, like a photo today. They have the immediacy of a snapshot and the preciousness of a jewel and, like contemporary Italian art, they are steeped in hidden symbols.

My favourite is the Young Man among Roses in the British Galleries, at the Victoria and Albert Museum. It was made in 1587, when the tradition of falling in love with the monarch was still alive and Elizabeth exerted her authority on her male courtiers according to the rules of Courtly Love. This young man wears the Queen’s colours, the black and white, therefore declaring his secret passion for her and, with hand on heart, swears his eternal devotion. The man is presumed to be Robert Devereux, 2nd Earl of Essex, the Queen’s young favourite, who at this date was seventeen years old to the Queen’s sixty. Only a few years later, however, in 1601, he would be at the centre of a conspiracy to overthrow Elizabeth and take power. It all ended very badly, with the Queen heartbroken and Essex losing his head on Tower Green, the last person to be beheaded in the Tower of London. Nothing is what it seems…

 

Io, lui e l’altro (Valentino)

Portrait of a Young Man, 1480-5. London, The National Gallery

Qualche giorno fa mi trovavo dalle parti di Trafalgar Square quando mi sono ricordata che non lo vedevo da una vita. Che non so neppure come si chiami, LUI dico, l’altro mio grande amore (il primo essendo la mia dolce metà, of course…) il giovane che Sandro Botticelli ha ritratto nel 1483. Non è mai stato identificato, ma mi ricorda l’Alessandro Gassman dei tempi migliori. E comunque continua a popolare i miei sogni da quando, quasi sedici anni or sono, varcai con il mio piedino ansioso la sacra soglia di quel tempio dell’arte che è la National Gallery.

Così quando sono in zona passo a salutarlo, godendomi ancora per il momento la gioia dei musei gratis – che i tagli ci sono pure qua e non si sa mica cosa abbia in serbo il futuro per noi amanti dell’arte

Il fatto è che per chi, come me, passa intere giornate in un museo per lavoro, non c’è niente di strano a parlare con gli oggetti o con i dipinti in mostra: si diventa possessivi, protettivi, gelosi. E comunque quadri, sculture e affini a volte sono meglio loro del pubblico o dei colleghi: almeno loro, i quadri dico, non parlano.

Object in focus: Un pensiero a Palmira

Gli abitanti della città romana di Palmira seppellivano i loro morti in tombe comuni suddivise in piccolo cubicoli individuali racchiusi da una lapide individuate da un ritratto funerario di grande realismo come quello della bellissima donna che guarda il mondo dall’alto della pareti delle Medieval Galleries del museo in cui lavoro.

Stone funerary bust of Aqmat From Palmyra, Syria, late 2nd century AD

Stone funerary bust of Aqmat From Palmyra, Syria, late 2nd century AD

Questi tipi di ritratti erano noti con il nome di Nefesh, che significa anima perché, grazie alla loro verosomiglianza permettevano all’anima dei defunti di esistere nell’aldilà. “Aqmat, figlia di Hagagu, discendente di Zebida, discendente di Ma’an” dice l’iscrizione alla base del busto che sto guardando. È nelle sale del Medioevo dal 2009, un prestito dal British Museum – che la nostra collezione di arte romana è pressoché inesistente, ma solo ora noto che proviene da Palmira. E il cuore mi si fa pesante.

Palmira, che fino a poco tempo fa vantava uno dei siti archeologici più belli e importanti di tutto il mondo, patrimonio dell’umanità secondo l’Unesco e che l’IS sta facendo esplodere pezzo per pezzo, torturando lentamente l’anima dell’Occidente. Questo è solo un blog, non è certo il luogo in cui speculare sulle ragioni intrinseche che spingono questi cosidetti militanti “religiosi” a sentirsi cosi minacciati da un gruppo di divinità che non più adorate da almeno un paio di millenni. Ma d’altronde Palmira non è solo un sito archeologico: è parte della storia della Siria. Ed è questo che l’IS vuole distruggere.

E mi chiedo che ne sarà dell’anima di Khaled Asaad, il povero archeologo he per oltre cinquant’anni ha curato amorevolmente le rovine della città siriana, decapitato a 82 anni – un’età in cui uno dovrebbe esseresi guadagnato il diritto di andarsene in pace, magari nel suo letto. Spero che anche lui abbia il suo nefesh,il suo ritratto funebre e che la sua anima trovi pace, tra le rovine della città che ha tanto amato.

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Papa Benedetto in visita in Inghilterra. Con al seguito gli arazzi della Cappella Sistina…

Oltre alle polemiche sulla pedofilia, il sacerdozio femminile, l’omofobia, l’aborto e gli anticoncezionali, la visita del Papa in Inghilterra sarà ricordata anche per le dichiarazioni del Cardinal Walter Kasper che a quanto pare ha detto che atterrare ad Heathrow è come arrivare in un paese del Terzo Mondo. Uhuhuh! Davvero non un buon inizio per  Papa Benedetto & C. C’è da immaginare che la Regina Elisabetta, che  ha dovuto interrompere le sue vacanze a Balmoral in Scozia per andare ad Edimburgo ad incontrare il Santo Padre, non sia stata particolarmente colpita da queste affermazioni. Mi chiedo se abbiano parlato di Enrico VIII e della Rifoma Protestante…

Ma insieme a tutte queste polemiche, Papa Benedetto XVI in Inghilterra e Scozia dal 16 al 19 Settembre 2010 ha portato con sè una chicca: quattro dei dieci arazzi disegnati da Raffaello per la Cappella Sistina attraverseranno la manica per essere esibiti al Victoria and Albert Museum di Londra accanto ai cartoni originali disegnati dall’artista urbinate. Un prestito senza precedenti, suggerito proprio dal Vaticano per celebrare alla grande la visita del pontefice. Un evento che neppure Raffaello stesso visse abbastanza da vedere.

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La pesca miracolosa. Photo © Vatican Museum

Comprati dal Principe di Galles, il futuro Carlo I, nel 1623 e da allora di proprietà della corona Britannica, i magnifici cartoni di Raffaello sono tra i grandi tesori del Rinascimento presenti sul suolo inglese. Commissionati nel 1515 da Papa Leone X nel 1515 per la Cappella Sistina due anni dopo che Michelangelo ne aveva dipinto il soffitto e realizzati a Bruxelles nel laboratorio del maestro fiammingo Pieter van Aelst, gli arazzi raffigurano episodi delle vite dei santi Pietro e Paolo. Ma se gli arazzi sono rimasti a Roma per gli ultimi cinque secoli, le vicende dei cartoni sono molto più movimentate.
Grandemente ammirati dai sovrani del Nord Europa (tra cui Enrico VIII) che si precipitarono a commissionare copie degli arazzi ai laboratori tessili di Bruxelles, per anni i cartoni passarono di mano in mano fino ad approdare a Genova dove, nel 1623, furono comprati per conto del Principe di Galles per 300 sterline.
Il perchè Oliver Cromwell non si sbarazzò dei cartoni dopo la Guerra Civile rimane un mistero. Viene solo da pensare che la magia di Raffaello avesse incantato anche lui (pare infatti che intendesse commissionarne un gruppo per sé stesso). Con la Restaurazione i cartoni tornarono alla famiglia reale e appesi nel palazzo di Hampton Court, lì restarono fino al 1865 quando la Regina Vittoria li diede in prestito permanente al Museo di South Kensington (ora il V&A) dove sono ancora oggi.
La mostra, nata da una collaborazione tra il Victoria and Albert Museum e i Musei vaticani, sarà ad ingresso libero, ma con biglietti d’entrata a tempo. (paola cacciari)
dal 8 settembre al 17 ottobre 2010.
Room 48a
Raphael: Cartoons and Tapestries for the Sistine Chapel
Victoria and Albert Museum, Cromwell Road, London, SW7 2RL, UK
Orario di apertura: tutti i giorni dalle 10 alle-17.45; Venerdì dalle 10 alle-22.00 (una selezione di gallerie aperte dopo le 18.00). Chiuso il 24, 25 & 26 Dicembre
Ingresso: libero.
Info: Tel. +44 (0)20 7942 2000
E-mail: vanda@vam.ac.uk