Ferragosto, di Enrico Franceschini: mare, piadina e delitti.

“A quest’ora, l’Adriatico fa la sua figura: il mare è vuoto, l’orizzonte è addolcito dalla luce che precede il crepuscolo, perfino l’acqua ha un colore invitante.”

Enrico Franceschini, Ferragosto

L’Adriatico. Sembra di esserci, lì sulla riviera romagnola, con le sue spiagge sabbiose rigate da file ordinate di ombrelloni colorati, nell’aria il profumo di bomboloni freschi, pesce fritto e piadine col prosciutto. Ad abbrustolirsi al sole, immobili come lucertole fino a quando il suono della Publiphono (che risuonava immancabile come il raffreddore in inverno lungo la spiaggia di Rimini e dintorni religiosamente tutte le mattine alle 11 e alle 17 nel pomeriggio) non riscuoteva dal coma indotto dall’overdose di UVB segnalando l’ora del bagno o della merenda. Poi ci si univa all’esodo dei umanità sciabattante fatta di madri e padri carichi come bestie da soma di borse da spiaggia, secchielli e salvagenti con al seguito bambini impastati di sabbia, diretta alle pensioni famigliari dalle sale apparecchiate che facevano presagire le delizie del pranzo. La storia delle mie vacanze. Almeno fino a quando non ho cominciato a viaggiare per conto mio, sostituendo lo zaino alla pensione completa.

Ed ora, con il Covid ancora imperante, e gli inevitabili obblighi di quarantena (sì, no, forse: chi ci capisce qualcosa è bravo…) e costosi PCR tests, e altre difficoltà logistiche legate alla fortuna di avere ancora un lavoro, immergermi tra le pagine di Ferragosto, il nuovo giallo di Enrico Franceschini è stata la cosa più vicina ad una vacanza che mi sia capitata quest’anno – meno gli inevitabili gavettoni. E me le sono godute entrambe, sia la storia che la vacanza letteraria.

File di ombrelloni sulla Riviera Romagnola

In questa seconda commedia noir, ritroviamo i personaggi di Bassa Marea: Andrea Muratori detto Mura, due divorzi alle spalle, un figlio a Londra a fare il quasi avvocato, una vita da corrispondente all’estero alle spalle e ora pensionato anzitempo residente in un capanno sul mare a Bagnomarina – che assomiglia tantissimo a Cesenatico, ma che qui diventa il simbolo universale della località balneare della Riviera Romagnola e dei suoi tre amici di sempre, la famiglia che Mura non ha. Ma era da dire che, dopo una vita passata a caccia di notizie in giro per il mondo, la pesca, la lettura del giornale, la corsetta sulla spiaggia e la partitella a basket con gli amici finiscono per non bastare più. E il Mura comincia ad annoiarsi.

La noia e la sua debolezza per le donne, la cui vicinanza è sufficiente a trasformare  il nostro eroe in un ‘minchione’ come avrebbe detto mia nonna, un credulone incapace di dire loro di no – si tratti di una procace moglie che sospetta che il marito le metta le corna, una bellissima trans brasiliana o la vistosa ballerina martinicana che recluta Mura per investigare sulla morte del marito, noto fotografo erotomane ritrovato morto nel suo studio dalla donna delle pulizie in una posa a dir poco oscena. Ma quelli che sembrano due casi completamente diversi come una banale questione di corna e un delitto a sfondo pornografico, sono in realtà uno solo che porta Mura ad imbattersi in qualcosa di molto più grande. Una storia dell’Italia fascista che coinvolge addirittura Mussolini e Claretta Petacci e lo scoop che potrebbe riportarlo in prima pagina – alla faccia di chi lo ha costretto al prepensionamento.

Come Bassa Marea, anche Ferragosto è una riflessione sul passato e presente dell’Italia, di un Paese emerso devarstato dal dopoguerra e che grazie ai dollari americani pompati nelle industrie dal piano Marshall ha visto una ripresa economica senza precedenti. Un vero e proprio miracolo economico quello degli anni Sessanta, “quando la Romagna ambiva a diventare la California italiana”, la meta delle ferie democratiche di massa, il luogo in cui quasi tutti potevano permettersi di trascorrere due settimane in albergo o in una delle numerosissime pensioni famigliari che punteggiavano la riviera. “Mezzo secolo più tardi,” continua Franceschini, “il miracolo italiano si è sgonfiato ma la Romagna no: la costa delle ferie di massa, delle vacanze a basso prezzo già da prima che fosse inventato il termine low cost, del divertimentificio in disco-pub, aqua-park, go-kart, mini-golf, night-club e tutto quanto si può dire in un inglese facilmente comprensibile con due parole separate da un trattino.”

Avendo trascorso le mie prime diciotto estati tra Rimini e Riccione, con un breve intervallo a Lido di Classe, la Romagna raccontata da Franceschini la conosco bene che è la Romagna dei miei ricordi. Riaffiorano alla memoria nomi da tempo dimenticati come Fiabilandia, Mirabilandia, l’Italia in Miniatura, e luoghi mitici come la Baia degli Angeli (che io ho conosciuto quando era già la Baia Imperiale), il Pineta e il Cocoricó e altre discoteche storiche che hanno fatto ballare generazioni di vacanzieri, inclusa la sottoscritta. Lungi dall’essere solo lo sfondo della storia, la Romagna ne è in realtà la vera protagonista, qui descritta con amore infinito dalla sapiente penna di Enrico Franceschini. Ne emerge una nostalgica mappa socio-culturale di una generazione non troppo distante dalla mia che si ritrova ad abitare un mondo che non riconosce più.

È impossibile non simpatizzare con questi quattro ex ragazzi di ieri, sorpresi dalla sesta decade della loro vita come da un improvviso temporale estivo che li ha travolti come un fulmine a ciel sereno. Ed che ora si ritrovano a cercare di riconciliare la loro esuberante voglia di vivere e divertirsi con gli acciacchi portati dall’inevitabile avanzare dell’anagrafe. Lo so benissimo, che ho lo stesso problema: la non coincidenza tra età interiore ed età anagrafica. Che in fondo i cinquanta o i sessanta sono i nuovi trenta o quaranta: non si è vecchi, ma solo un po’ vintage – come il paio di Ray Ban regalati a Mura da Caterina (detta Cate), corrispondente di guerra e sua amica/amante. E se non lo sa lei che ha trent’anni meno di lui…

E se mi sono divertita ad immergermi nell’atmosfera nostalgico-felliniana di Bassa Marea, devo dire che in Ferragosto la trama noir è più solida, meglio sviluppata, la storia più avvincente e temi recenti come prostituzione, immigrazione, la pericolosa risorgere della destra – sono intessuti con la naturalezza del flusso di coscienza nella trama di questa deliziosa black comedy dal sapore di sale. I personaggi sono meglio delineati, soprattutto quelli femminili – donne forti e indipendenti, che sanno quello oche vogliono e come ottenerlo e che tollerano i loro compagni bambocci con l’affetto che si potrebbe avere per un cucciolo pasticcione a cui si è abituati e di cui si apprezza la compagnia. Sebbene, come donna, non possa esimermi dall’arricciare il naso davanti commenti bonariamente volgari se vogliamo, ma sempre volgari, di una generazione di uomini come Mura & C. cresciuta prima del “politically correct”. Non che il politically correct del giorno d’oggi abbia miracolosamente fatto sparire i commenti volgari diretti alle donne (basta guardare i socials per accorgersi del contrario), le pressioni sociali ancora esistenti per quanto riguarda decisioni fondamentali come famiglia, maternità, figli e lavoro, sia ben chiaro…

Ma questa è un’altra storia, che non ha nulla a che vedere con il libro in questione, anche se confesso che mi piacerebbe vedere le donne dei Moschettieri avere un ruolo più centrale nelle avventure della combriccola. Chissà cosa ci riserverà la prossima storia al profumo di piadina di Mura e C. …

Paola Cacciari © 2021

It’s coming home – to Rome

Strana atmosfera oggi a Londra. Non che sia andata molto lontano sia chiaro, che il giorno dopo Italia – Inghilterra a Wembley mettere il naso fuori casa da italiana nella tana del leone (o meglio, dei tre leoni) mi rende più inquieta dell’avvicinarsi rimozione delle restrizioni del Covid…

In uno stadio stracolmo di supporter rosso-bianchi che (a torto o a ragione) davano già quasi per scontata la vittoria inglese, l’arco di Wembley si è invece colorato di rosso, bianco e verde. E Londra ieri sera si è colorata di azzurro.

Scrive il giornalista Tobias Jones sull’Observer: “Come tifoso, non brami solo la gloria sportiva, ma anche, attraverso la tua squadra, capire da dove vieni e dov’è la tua vera casa.” Come me, Tobias Jones è un espatriato, un’inglese in Italia come io sono un italiana a Londra. E per chi come noi ha una famiglia ibrida anglo-italiana questa non è stata solo una partita, ma una scelta tra il nostro paese d’origine e quello adottivo, tra i nostri compagni di vita e la famiglia di origine, tra gli amici italiani e quelli inglesi. A casa mia non c’era dubbio: il mio compagno inglese è per l’Inghilterra, mentre io nonostante la cittadinanza britannica, ero per l’Italia. Ovviamente. 

Gli Europei di calcio mi hanno fatto riprendere in mano un saggio di George Orwell dal titolo Lo Spirito Sportivo, di cui avevo già scritto a proposito dei Mondiali di Russia in questo post Il calcio secondo George Orwell. Qui Orwell scrive: “Lo sport serio non ha niente a che vedere con il fair play. È semmai strettamente legato all’astio, alla gelosia, alla vanagloria, alla noncuranza di qualsiasi regola e al sadico piacere di assistere a manifestazioni di violenza: in altre parole è come la guerra, ma senza gli spari.”

Ancora una volta mi è venuto da riflettere sulla tribalità del calcio, o degli sport agonistici in genere. Si gioca per vincere, arrivare secondi non conta – lo hanno dimostrato ampiamente i giocatori inglesi sfilandosi con stizza la medaglia d’argento appena ricevuta dal presidente dell’Uefa Ceferin. Ma, continua Orwell, “l’aspetto significativo non è la condotta dei giocatori bensì l’attitudine degli spettatori: e, dietro gli spettatori, quella delle nazioni che finiscono per infuriarsi su queste assurde competizioni, e che credono seriamente […] che correre, saltare e dare un calcio al pallone costituiscano una prova di virtù nazionale. […] Il calcio senza la folla non ha alcun significato.

Anche se gli spettatori non intervengono fisicamente, provano comunque a influenzare l’andamento del gioco incitando la loro squadra e innervosendo i giocatori avversari con urla ed insulti.” Altro che fair play: il calcio sembra risvegliare gli istinti più selvaggi. Certamente lo fatto nei tifosi inglesi che non contenti di fischiare l’Inno di Mameli nonostante gli appelli a non farlo dell’ex calciatore della nazionale inglese Gary Lineker e di Boris Johnson, hanno dato il peggio urlando insulti razzisti a Marcus RashfordSancho Saka, i tre giocatori di colore che hanno sbagliato i rigori.

Marcus Rashford

Marcus Rashford, attacante ventiduenne del Manchester United, dopo aver aiutato a raccogliere circa 20 milioni di sterline per sostenere le famiglie in difficoltà nei giorni più critici della pandemia è riuscito a fare cambiare idea al governo di Boris Johnson che voleva sospendere i buoni pasto per oltre un milione di bambini inglesi provenienti da famiglie a basso reddito durante le vacanze estive del 2020 e che grazie a lui hanno continuato a ricevere un buono settimanale per un pasto gratuito al giorno. Per la sua attività umanitaria Rashford è stato insignito dalla Regina Elisabetta II dell’Eccellentissimo Ordine dell’Impero Britannico (The Most Excellent Order of the British Empire) una tra le onorificenze più importanti del Regno Unito. Ciononostante “l’attivista” conservatore Darren Grimes lo ha insultato in Twitter dicendogli di dedicarsi meno alla politica e più al calcio.

Davvero, il giocare per divertirsi ha significato solo quando non è coinvolto il patriottismo locale. Perchè, come nel caso di Italia – Inghilterra, non si tratta solo di prestigio e orgoglio nazionale. Come molte altre nazionalità, anche noi italiani che viviamo in Gran Bretagna abbiamo sofferto negli ultimi anni di quello che Tobias Jone definisce “un certo anglocentrismo dispettoso”, per cui non sorprende che per noi expats questa partita ha il significato di una rivincita tra l’Europa e l’Inghilterra della Brexit. Per un gruppo di persone il risultato costituisce l’avvallamento della superiorità di una parte sull’altra, la dimostrazione che lasciare l”UE è stata la decisone giusta o un terribile errore.

In ambito internazionale lo sport, detto francamente, è una battaglia politica. E da italiana in UK che ha vissuto l’amarezza della Brexit, vedere l’Italia vincere proprio a Wembley mi ha riempito di orgoglio nazionale, alla faccia di quel 51% della popolazione che nel 2016 ha deciso di uscire dall’Europa e tornare ad essere un’isola.

2021 Paola Cacciari

I nostri corpi come campi di battaglia (Our Bodies, Their Battlefield) di Christina Lamb

“Lo stupro,” scrive Christina Lamb all’inizio di questo incredibile libro, è “l’arma più economica conosciuta dall’uomo”.

È anche una delle più antiche, da tempo immemorabile compagna del saccheggio, tanto comune da essere avvallata dal Libro del Deuteronomio che autorizzava i soldati a prendere per sè le belle donne trovate tra i prigionieri delle battaglie, e raccontata da Erodoto o Tito Livio senza che generazioni di studiosi e studenti abbiano mai battuto ciglio. Nel suo libro Against Our Will , la scrittrice americana Susan Brownmiller afferma che “la scoperta da parte degli uomini che i loro genitali potevano essere utilizzati come arma per generare paura deve essere classificata come una delle scoperte più importanti della preistoria, insieme all’uso del fuoco e della prima ascia di pietra grezza”.

Eppure, nonostante l’ubiquità dello stupro nel tempo, in tutti i continenti e in tutti i contesti, questo crimine è ancora troppo spesso ignorato dalle autorità come una sorta di effetto collaterale dei conflitti, la cui gravità è considerata inferiore a omicidio e terrorismo – nonostante sia ormai chiaramente stato provato che lo stupro sistematico di donne e bambine sia stato usato come arma per terrorizzare intere comunità e costringere a spostarsi abbandonando così interi territori.

Come quanto avvenuto nella Repubblica Democratica del Congo , definita nel 2010 “la capitale mondiale dello stupro” dal Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite per la Violenza Sessuale. La R.D. del Congo fornisce due terzi di questi materiali al mondo e con l’aumento della richiesta mondiale di tantalio, si è fatta particolarmente accesa la lotta fra gruppi para-militari e guerriglieri per il controllo dei territori congolesi di estrazione. Nella RDC ha detto Christine Schuler Deschryver la vicepresidente della Fondazione Panzi che si occupa del trattamento delle donne sopravvissute alla violenza, se si facesse una mappa di tutti gli stupri avvenuti sul territorio, si vedrebbe che si sono avvenuti principalmente nelle prossimità di miniere di cobalto e coltan (contrazione per columbo-tantalite), materiali necessari per le batterie delle auto elettriche, dei telefoni cellulari e dei laptop. Se lo stupro non è un’arma economica dico io, non so cosa sia.

Questo non è certo un libro da leggere tutto d’un fiato, tanto è l’orrore e l’indignazione che provo durante la lettura. Ogni tanto devo smettere e respirare, fare qualcos’altro, leggere un libro stupido o fare il cruciverba perchè il mio cervello semplicemente non riesce ad assimilare la lista delle atrocità compiute su donne come me. Che qui ci sono, se non tutti, molti degli orrori avvenuti negli ultimi due secoli – dalle donne Rohingya violentate dai soldati birmani, alle adolescenti rapite dai fanatici di Boko Haram e tutt’ora nelle loro mani nonostante la campagna hashtag #BringBackOurGirls, dalle donne Tutsi vittime del genocidio in Rwanda, a quelle del Bangladesh in 1971 e dell’Argentina sotto la giunta militare tra il 1976 e il 1983, e naturalmente i campi di stupro in Bosnia.

Ma si può dire che è stato solo con la guerra nella ex Jugoslavia che per la prima volta lo stupro di massa è stato riconosciuto e perseguito da un tribunale internazionale. E se uomini ogni etnia hanno commesso stupri, la stragrande maggioranza di questi è stata perpetrata dalle forze serbo-bosniache dell’Esercito della Republika Srpska (VRS) e da unità paramilitari serbe, che hanno usato lo stupro come strumento chiave del loro programma di pulizia etnica. Secondo Amnesty International, infatti, l’uso dello stupro (e in questo caso dello stupro genocida) durante i periodi di guerra non è un sottoprodotto dei conflitti, ma una strategia militare pianificata e deliberata che ha il doppio scopo di instillare il terrore nella popolazione civile allontanandola con la forza dalle loro proprietà, e umiliare i sopravvissuti costringendoli a restare lontani dal loro territorio per evitare la vergogna e lo stigma. Non a caso lo storico Niall Ferguson ha individuato nazionalismo fuorviante come fattore chiave dietro la decisione nelle sfere più alte di utilizzare lo stupro di massa per la pulizia etnica. Certo non sono solo le donne ad essere stuprate (l’autrice riconosce che la violenza sessuale contro gli uomini è stata ed è tutt’ora un problema e pare che quasi un quarto degli uomini nei territori colpiti dal conflitto nella Repubblica Democratica del Congo orientale abbiano subito violenza sessuale), l’attenzione di questo libro è concentrata volutamente sulle donne.

Christina Lamb , da anni corrispondente estero del Sunday Times e coautrice, con Malala Yousafzai, premio Nobel per la pace del 2014, di Io sono Malala, è una scrittrice straordinaria. La sua compassione per le persone che incontra è reale, così come la sua rabbia e indignazione si riflettono sul suo modo di raccontare le loro storie e rendono questo un libro difficile, ma essenziale. Un libro che dovrebbe essere letto da tutti.


“Una giudice donna mi ha detto che, sentendo la testimonianza delle vittime, era come rivivere tutto sul suo corpo. E lo stesso è stato per me. Mentre scrivevo, ogni tanto dovevo interrompere. Ma poi ritrovavo la forza. Ho cercato di fare la mia parte per cambiare le cose”.

Paola Cacciari 2021

Erika Fatland | Sovietistan. Un viaggio in Asia Centrale

Nel 2018 il Victoria and Albert Museum ha ospitato una mostra straordinaria dal titolo Fashioned from Nature, sul rapporto tra moda e natura dal 1600 ai nostri giorni. Ho passato molto tempo ad invigilare all’interno della mostra e ho avuto modo di apprendere molte cose inquietanti, come per esempio che la scomparsa del Mare di Aral è uno dei più grandi disastri ambientali legati all’industria dell’abbigliamento.

Quello che una volta ospitava migliaia di pesci e di animali selvatici è ora un vasto deserto dove i cammelli si muovono su quello che era un tempo il fondo del mare. La ragione della sua scomparsa è semplice: i fiumi che un tempo sfociavano in questo mare interno sono stati deviati deviati per irrigare i campi di cotone e rifornirli d’acqua. Inutile dire che questo cambiamento ambientale di dimensioni apocalittiche ha finito con l’influenzare tutto, dalle stagioni con estati più calde e inverni più rigidi, alla salute della comunità locale che si trova a far fronte alla mancanza d’acqua di vegetazione. La cosa che ho trovato più sconvolgente però, è stato lo scoprire che la produzione del Denim necessario per il mio paio di jeans preferito ha consumato 7,600 di litri d’acqua. A causa della produzione di tessuti di contone una superficie d’acqua delle dimensioni dell’Irlanda è scomparsa nel giro di 40 anni.

Di questo e di molte altre cose racconta l’affascinante ‘Sovietistan‘ dell’antropologa sociale norvegese Erika Fatland, la cui recensione ri-bloggo felicemente da Il Giro del mondo attraverso il Libri. Buona lettura! 🙂

Il giro del mondo attraverso i libri

Gli abitanti dell’Asia centrale non hanno mai vissuto isolati, ma attraverso i millenni hanno avuto a che fare con eserciti invasori provenienti da est e da ovest, da nord e da sud. Gruppi etnici sono arrivati a piedi da tutti i punti cardinali (…) La caratteristica distintiva dell’Asia centrale è stata, appunto sempre la sua posizione centrale, nel cuore dell’Asia, tra l’Europa e l’Asia (…) È questo destino, questa posizione, questo afflusso di genti e di idee, ad aver fatto sì che città come Samarcanda, Bukhara e Merv siano diventate ai loro tempi fiorenti centri del sapere. I decenni sotto il governo sovietico, quando l’Asia centrale costituiva la periferia dell’impero e per giunta era chiusa dietro rigide barriere di filo spinato, costituiscono (…) un’anomalia nella sua storia [Sovietistan. Un viaggio nell’Asia Centrale, Erika Fatland, trad. E. Kampamann]

Erika Fatland è un’antropologa sociale norvegese che nel corso di due viaggi, durati…

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Deutschland 89

Dopo quella che mi è sembrata un’eternità, inconsolabile orfana di Martin Rauch e delle sue avventure, Channel 4 ha finalmente reso disponibile l’ultima parte della trilogia ambientata nella Germania della Guerra Fredda, Deutschland 89.

Che tutti sanno che nel 1989 il muro che divideva Berlino è caduto e, sotto gli occhi increduli del mondo, gli abitanti delle due parti della città si sono abbracciati e hanno festeggiato la fine del comunismo. La Germania è diveuta un paese unico e la DDR ha di esistere. “E tutti vissero felici e contenti…”

Ma se nelle favole la storia finisce qui, che a nessuno interessa conoscere cosa succede a Cenerentola e il Principe Azzurro dopo il matrimonio, la realtà per la Germania (soprattutto quella dell’Est) non è affatto stata così semplice. Agli abbracci e au festeggiamenti sono seguiti il caos e il vuoto di potere. Le vecchie strutture sono cadute, senza che ce ne fossero di nuove a rimpiazzarle. Il paese ha dovuto reinventarsi, così come molti dei personaggi politici che lo guidavano.

L’anno scorso, reduce com’ero da una settimana di intenso binge-watching di Deutschland 83 e Deutschland 86 avvenuto durante la prima quarantena (che adesso le quarantene hanno una successione cronologica…), ho sentito il bisogno di saperne di più, che negli anni Ottanta ero un’adolescente troppo presa da me stessa e dalla mia piccola vita per prestare attenzione a quello che accadeva nel mondo. Semplicemente non ero in grado di comprendere la portata di un evento che avrebbe avuto conseguenze apocalittiche come la caduta del muro di Berlino.

Stasiland di Anna Funder è un libro agghiacciante e straordinario, che racconta storie altrettanto agghiaccianti straordinarie dal ventre dell’ex Germania dell’Est, un paese in cui il quartier generale della polizia segreta, la Stasi può diventare un museo letteralmente dall’oggi al domani, e in cui un abitante su cinquanta informava (volente o nolente) sui propri vicini di casa e colleghi. La Funder raccoglie le testimonianze di persone che quella storia l’hanno vissuta sulla propria pelle, sia le di vittime che i carnefici. E devo dire che sono state le storie di questi ultimino che mi hanno affascinato di più. Storie complesse, in cui la realtà non è mai totalmente bianca o nera, ma è fatta da molte sfumature di grigio.

Deutschland 89, racconta la storia della caduta del Muro, ma quello che è accaduto dopo. E lo fa con una colonna sonora spettacolare che mi ha riportato indietro al tempo di Nena e dei suoi 99 Red Balloons, e  David BowieNew Order Eurythmics solo per citarne alcuni.

E che dire della moda? La ricordo bene la moda di quel periodo, nel bene e nel male così come i tagli di capelli…

Major Tom (Coming Home) Peter Schilling  1983

UNA STANZA PER DUE. JOHN STEINBECK E ROBERT CAPA

USSR. Moscow. August-September, 1947. Robert Capa and John Steinbeck.

Ho letto Diario Russo nel 2018 e l’ho amato moltissimo, così non ho saputo resistere il ribloggare questo post di NonSoloProust. Enjoy! 🙂

Mosca, Settembre 1947. Robert Capa fotografa John Steinbeck in uno specchio. Foto Robert Capa (Fonte) Nel 1947 John Steinbeck (futuro Premio Nobel per la Letteratura nel 1962) fece assieme a Robert Capa, il fotografo ungherese fondatore dell’Agenzia Magnum, considerato oggi il più grande fotoreporter della Seconda Guerra mondiale e divenuto vera e propria leggenda […]

UNA STANZA PER DUE. JOHN STEINBECK E ROBERT CAPA

Il pianista di Varsavia: la straordinaria storia di Władysław Szpilman (e del nazista che lo salvò)

Credo di essere stata una delle poche persone al mondo a non aver mai visto Il Pianista di Roman Polanski, lo straordinario racconto di sopravvivenza di Władysław Szpilman nella Varsavia occupata dai nazisti. Almeno fino all’anno scorso quando il lockdown mi ha dato la possibilità di mettermi in pari con i film che avevo perso negli ultimi vent’anni. E il film mi èpiaciuto cosi tanto che ho sentito l’urgenza di leggere il libro, e ho fatto bene.

Dire che è un bel libro non rende l’idea, che come si può valutare un libro come questo? Il mio cuore e la mia mente erano in completo subbuglio quando l’ho chiuso. La voce di Szpilman non è mai amara, e anche nei momenti più difficili e disperati mai una volta si lascia prendere dall’odio nei confronti dei tedeschi, lui che ne avrebbe avute tutte le ragioni. Anzi, il suo racconto è quasi distaccato, ma suppongo sia parte della ragione per cui scrisse questo libro in primo luogo: elaborare il trauma. La sua intenzione non era quella di sputare dichiarazioni politiche sulla Seconda Guerra Mondiale. Il libro è semplicemente la straordinaria storia di questo straordinario individuo che, grazie ad una fortunata serie di circostanze che mettono sulla sua strada persone che lo aiutano e ad un’incrollabile determinazione, riesce a sopravvivere mentre l’intera Europa crolla nel nel caos.

Ma quella narrata ne Il Pianista, non è solo la storia di Wladyslaw Szpilman. Una sorpresa attende l’ignaro lettore alla fine, sotto forma di brani del diario di Wilhelm Hosenfeld (1895-1952), l’ufficiale della Wehrmacht che, negli ultimi mesi del 1944, non solo tacque agli altri ufficiali delle SS la presenza di Szpilman nell’unico edificio a più piani rimasto in piedi a Varsavia, ma lo salvò da morte certa procurandogli cibo, acqua e coperte (gli lasciò persino il suo pesante cappotto) per sopravvivere alla fame e al freddo dell’inverno polacco.

Wilhelm Hosenfeld

Alcuni dei passaggi più toccanti, inquietanti e riflessivi della narrazione vengono proprio dal suo diario, che è stato recuperato anni dopo e incorporato nel libro di memorie di Szpilman. “Il male e la brutalità si annidano nel cuore umano. Se gli viene permesso di svilupparsi liberamente, prosperano, emettendo terribili ramificazioni …”

Cresciuto in una famiglia devotamente cattolica che gli inclulc ò l’importanza della carità e con una moglie pacifista, Hosenfield era tuttavia un patriota e come tale abituato all’obbedineza prussiana. Si unisce al partito nazista nel 1935, solo per ritrovarsi in guerra disilluso e inorridito dalle sue politiche. Durante il suo periodo a Varsavia, Hosenfeld usò la sua posizione per dare rifugio a persone, indipendentemente dall’etnia o dalla fede politica, all’occorenza fornendo loro persino i documenti necessari e un posto di lavoro nello stadio sportivo che era sotto la sua supervisione. Hosenfeld si arrese ai sovietici a Błonie, una piccola città polacca a circa 30 km a ovest di Varsavia, con gli uomini di una compagnia della Wehrmacht che guidava e fu condannato a 25 anni di lavori forzati per crimini di guerra semplicemente sulla base della sua unità militare d’appartenenza.

Il 25 novembre 2008, Yad Vashem, il memoriale ufficiale di Israele per le vittime dell’Olocausto, ha riconosciuto postumo Hosenfeld come Giusto tra le nazioni.

Sa di miracolo che nel mezzo di tanto orrore proprio ufficiale tedesco sembri essere stato l’unico ad aver avuto la forza morale di ammettere cio’ che altri non sarebbero riusciti ad ammettere che molto, molto tempo dopo.

“Tutta la nostra nazione dovrà pagare per tutti questi torti e questa infelicità, tutti i crimini che abbiamo commesso. Molte persone innocenti devono essere sacrificate prima che la colpa di sangue che abbiamo subito possa essere spazzata via. Questa è una legge inesorabile in piccolo e cose grandi allo stesso modo.”

E se bisogna celebrare il coraggio di Wladyslaw Szpilman, che aiutò la resistenza ebraica nel ghetto di Varsavia, nonostante la costante minaccia alla sua stessa vita, lo stesso vale per Wilm Hosenfeld per essersi aggrappato alla sua coscienza in un momento in cui la moralità e la compassione scarseggiavano. Una storia questa come tante altre che non si conosceranno mai, e che mi fa ancora credere al trionfo dello spirito umano.

2021 © Paola Cacciari

La piccola Venezia di Paddington

Oggi sono stata a Venezia. Ok, non proprio ma in una bella giornata di sole come oggi la piccola oasi di verde di Little Venice ha comunque il suo fascino. Stretta tra Maida Vale e Westmister, nella parte Nord della Capitale a due passi dalla frenetica stazione di Paddington, Little Venice si trova alla convergenza delle tre vie navigabili che attraversano Londra: il Grand Union Canal, il Regent’s Canal e il Paddington Basin.

Little Venice. London 2021 © Paola Cacciari
Little Venice. London 2021 © Paola Cacciari

Fu Lord Byron ad uscirsene con il nome Little Venice, paragonando questa parte di Londra che si trova all’incrocio tra il Regent’s Canal e il Grand Union Canal, a Venezia. Altri invece sostengono che fu il poeta Robert Browning (che tra il 1862 e il 1887 visse a Beauchamp Lodge, 19 Warwick Crescent) ad inventarlo, e dato che la pittoresca laguna triangolare formata dall’incontro dei tre canali e su cui si affacciano magnifici palazzi in stucco bianco in stile Regency, si chiama Browning’s pool , le probabilità sembrano pendere verso quest’ultimo. Indipendentemente da chi fu l’autore del nome, l’area era inizialmente conosciuta semplicemente come la Venezia di Londra: l’aggettivo il “Piccola” fu un’aggiunta successiva, con buona pace dei due poeti.

Little Venice. London 2021 © Paola Cacciari
Little Venice. London 2021 © Paola Cacciari

Poco distante, al numero 2 Warrington Crescente, una blue plaque indica la casa in cui naque Alan Turing (1912-1954), il matematico inglese impersonato da Benedict Cumberbatch nello splendido The Imitation Game che, durante la Seconda Guerra Mondiale lavorò a Bletchley Park, il principale centro di crittoanalisi britannico e trovò il modo di decodificare i codici tedeschi creati dalla macchina crittografica Enigma. Nel 1952 fu arrestato e condannato per omosessualità, e costretto a scegliere tra il carcere o la castrazione chimica. Turing scelse la seconda, ma la depressione seguita al trattamento e l’umiliazione subita, lo spinsero al suicido che il 7 giugno 1954.

Inaugurato nel 1801, il Paddington Basin è il capolinea del braccio di Paddington del Grand Junction Canal. La scelta cadde su Paddington per via della sua posizione sulla New Road, la strada che portava ad Est, ottima per il trasporto delle merci. All’epoca del suo massimo splendore, il bacino era un importante nodo di trasbordo per le merci arrivate via fiume. Anche se lo sviluppo del bacino è spesso considerato come parte di Little Venice, il stile architettonico non potrebbe essere più lontano dal resto della zona..

Rolling Bridge di Thomas Heatherwick, Paddingron Basin. London, 2021 © Paola Cacciari

L’atmosfera moderna della sua architetura distingue il Paddington Basin dal resto della zona. Qui si trova anche il Rolling Bridge, un tipo di ponte mobile curling progettato da Thomas Heatherwick, il prodigio del design britannico diventato famoso anche fra i non addetti al lavori per aver progettato il Calderone per la fiamma olimpica nel 2012 e i nuovi autobus Routemasters voluti da Boris Johnson, quando era ancora sindaco di Londra nel 2010. Il ponte, completato nel 2004 come parte del progetto di risanamento e kmodernizzazione dell’are, il ponte si arriccia in un ottagono ed è programmato per srotolarsi sul canale ogni mercoledì e venerdì a mezzogiorno e ogni sabato alle 14:00.

Little Venice. Paddington Basin. London 2021 © Paola Cacciari

In un giorno di sole come oggi è davvero piacevole passeggiare lungo il canale, con le vecchie barche ristrutturate adibite a case galleggianti, a caffè, a ristoranti, una è stata persino trasformata in un teatrino delle marionette, il Puppet Theatre Barge. Serve anche come capolinea per varie compagnie di barche sul canale e ospita l’annuale IWA Canalway Cavalcade, che si svolge dal 1983. Da qui un servizio regolare di vaporetto porta da Little Venice a Regent Park, e a Camden Town, fermando allo Zoo di Londra. E questo mi da l’idea per un’altra mini–avventura post Covid…

2021 © Paola Cacciari

Fatima Mernissi | La terrazza proibita. Vita nell’harem

Ho letto La terrazza proibita di Fatima Mernissi molti anni fa e l’avevo dimenticato. A torto, perchè è davvero un bel libro. Grazie a “Il giro del mondo attraverso i libri” per avermelo fatto ricordare. 🙂

Il giro del mondo attraverso i libri

Zia Habìba era convinta che tutte noi avessimo dentro della magia, intessuta nei nostri sogni. “Quando ci si trova in trappola, impotenti dietro a delle mura, rinchiuse in un harem a vita”, diceva, “allora si sogna di evadere. E la magia fiorisce quando quel sogno viene espresso e fa svanire le frontiere. I sogni possono cambiare la vita, e, con il tempo, anche il mondo (…)”.
Anche io potevo far svanire le frontiere – questo era il messaggio che recepivo, seduta sul cuscino, lassù in terrazza (…) A Fez, nelle notti d’estate, le remote galassie si univano al nostro teatro, e la speranza non aveva confini.

La terrazza proibita, Fatima Mernissi, trad. R. R. D’Acquarica

Fatima nasce nel 1940 in un harem nella medina Fez, una città marocchina, a poche strade di distanza dalla Ville Nouvelle dei francesi. Lo stesso giorno in cui nasce Fatima, nasce anche Samir, il cugino…

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