Esiliato speciale: Ugo Foscolo nella Londra della Reggenza (1816-1827)

Ah il Romanticismo! Quante lacrime ho versato per gli eroi romantici di Foscolo e Goethe! Ma nonostante abbia sospirato con il giovane Werther goethiano, la mia preferenza andava inequivocabilmente alle Ultime lettere di Jacopo Ortis, con la sua tragica storia di doppia infelicità – per l’amata Teresa, che deve sposare l’odioso Odoardo, e per la Patria, passata da Napoleone agli Austriaci senza pensarci due volte. D’altra parte sono sempre stata un’adolescente che passava troppo tempo da sola, incline a sognare ad occhi aperti.. Ora, passata la pubertà e il bisogno delle emozioni forti (ahem…😉) provviste dalle vicende dell’Ortis, continuo a provare un grande affetto per Ugo Foscolo (1778-1827). Che, giunto a Londra in esilio volontario il 12 settembre 1816, vive qui per gli ultimi undici anni della sua vita. E che accidentalmente ha abitato non troppo lontano da casa mia.

Al numero 19 di Edwardes Square, un’elegante piazza georgiana di Kensington costruita tra 1811 e il 1820 a pochi passi da Holland Park, una delle mitiche Blue Plaques dell’English Heritage indica la casa in cui il nostro poeta visse tra il settembre 1817 e l’aprile 1818, prima di trasferirsi nel 1819, in un piccolo appartamento sopra un negozio di tessuti al 154 di New Bond Street. Il primo dei molti traslochi che caratterizeranno la sua permanenza nella capitale.

Ma quello londinese non fu il primo esilio per Foscolo. che, dopo aver esultato per l’entrata delle truppe napoleoniche in Italia, si ritrova amaramente deluso dalla firma del Trattato di Campoformio del 1797, con cui Bonaparte cedeva Venezia (fino a quel momento libera repubblica, anche se ormai controllata dai francesi), all’Austria asburgica.

Da radicale qual’era, Foscolo abbandonò Venezia e si trasferì a Milano dove si arruolò nella Guardia Nazionale della Repubblica Cisalpina e combattendo con quella che si sarebbero poi chiamata Grande Armata francese. Nel 1803 si unisce alla divisione italiana di stanza in Francia, dove Napoleone stava raccogliendo le truppe per un’invasione dell’Inghilterra che non si sarebbe mai verificata. A Valenciennes conobbe una giovane inglese, Lady Fanny Emerytt Hamilton (da lui chiamata anche Sophia) che doveva aiutarlo con la lingua in vista dell’invasione dell’isola e con la quale ha una fugace relazione nel 1805 e da cui nasce una figlia di cui lui resta all’oscuro per molto tempo.

Poi Napoleone cadde e gli Austriaci si ripresero Milano e Foscolo si ritrovò daccapo. A dire il vero, il governatore austriaco gli offrì la possibilità di collaborare con il nuovo governo, dirigendo una rivista letteraria che sarebbe diventata la futura “Biblioteca italiana”, incarico che il poeta accettò prima di realizzare che la proposta comportava l’obbligo di giuramento al nuovo regime. Deciso a non farlo, Foscolo preferì lasciò abbandonare l’Italia, fuggendo  la notte prima di prestare giuramento. A quel tempo erano pochi i paradisi europei per i liberali irredentisti come lui. Provò prima la Svizzera, poi si decise per Londra.

François-Xavier Fabre (1766-1837), Portrait of Ugo Foscolo, 1813, Florence, Biblioteca Nazionale Centrale

A differenza di quanto accede oggi, infatti, nell’Inghilterra georgiana lingue come il latino, il francese e il tedesco erano ampiamente diffuse tra l’aristocrazia. Molte persone di alto rango conoscevano e parlavano anche l’italiano, che resta una diffusa tra i circoli intellettuali e letterari dell’epoca. La decisione poi di preferire l’esilio piuttosto che prestare giuramento di fedeltà agli austriaci aprirono a Foscolo le porte dei circoli liberali londinesi, come quello del Henry Richard Vassall-Fox, III Baron Holland che presiedeva nella sua dimora di Kensington un salotto letterario e politico di alto livello frequentato, oltre che da intelletuali, letterati e politici, anche da esiliati politici come il nostro poeta

John Wykeham Archer, Holland House, Source Wikipedia

Attorno a Foscolo finiscono inevitabilmente per radunarsi i numerosi esuli italiani che si erano rifugiati a Londra dopo il fallimento dei moti del 1821. Nacquero grandi amicizie, come con gli esuli Giuseppe Pecchio e Giovita Scalvini, ma il suo carattere difficile gli alienò molte simpatie tra i patrioti in esilio. Pare infatti che Gabriele Pasquale Giuseppe Rossetti, padre del Dante Gabriel Rossetti preraffaellita, anch’egli esiliato a Londra per aver appoggiato i moti liberali del 1820 non l’abbia ricordato con molta simpatia nelle sue memorie, e non era certo l’unico. Presto anche altri patrioti italiani, risentiti dalle critiche del poeta nei confronti dei tentativi rivoluzionari nel Lombardo-Veneto (tentativi che Foscolo, dopo anni all’estero, vedeva in un’ottica di disincantato realismo politico) e lo accusavano di danneggaire la causa italiana.

Sarà anche stato un grande letterato e un coraggioso patriota, ma una cosa che Ugo Foscolo non sembrava in grado di fare era gestire le proprie finanze. E nonostante l’intensa attività editoriale e numerosi articoli e saggi letterari e di critica scritti per le grandi riviste dell’epoca, come la prestigiosa rivista letteraria Edinburgh Review (dove si occupa di letteratura italiana, di filologia e critica letteraria), e il fatto che fosse un ospite semi-permanente del circolo liberale di Holland House, Foscolo trascorse i primi anni a Londra in dignitosa povertà, traslocando spesso tra diverse zone della capitale, a seconda della situazione finanziaria del momento.

Questo almeno fino al 1822, quando Foscolo – che nel frattempo aveva ritrovato la figlia naturale Mary Emerytt Hamilton (e da lui prontamente ribattezzata con il più romantico “Floriana”), decise di investire l’inaspettata somma di denato portatagli dalla giovane (probabilmente la sua dote) quando era andata a vivere con lui alla morte della nonna Lady Walker, in uno dei cottage che allora si stavano costruendo tra Regent’s Park e St. John’s Wood, e che costavano molto meno degli elengatissimi edifici in stile Regency costruiti da John Nash per l’aristocrazia londinese..

Foscolo era deciso a fare di questa villa sulle rive del Regent’s Canal, che aveva battezzato Digamma Cottage (dal nome di un saggio di filologia: Sul digamma eolico, Storia del testo di Omero) sarebbe diventato la casa dei suoi sogni, come scrive ad un amico, “my home, my workshop, my prison and my Champs Elysées.” Arredato (in gran parte a credito) in perfetto stile Regency, Digramma doveva contenere anche mausoleo che sarebbe stato decorato con un monumento funebre o con un’urna in stile Sepolcri, nel il quale Foscolo sperava di essere sepolto. Il cottage era dotato anche di un grande giardino dove (a sentire l’amico esule Giovita Scalvini) Foscolo appendeva limoni e arance agli alberi, per ricordargli il clima greco. Ma temo che il vedere il Regent Canal, che scorreva in fondo al suo giardino, solcato da rozze chiatte di carbone invece che dalle imbarcazioni greche della sua immaginazione, dovette essere per il nostro romantico poeta una grande delusione…

Ugo Foscolo cenothaph in Chiswick Old Cemetery, London. Photo: Paola Cacciari

Il sogno della casa ideale durò solo un paio d’anni. Spesa l’eredità di Floriana e non potendo pagare i debiti, nel 1824 Foscolo deve abbandonare Digamma; finisce pure in prigione per un breve periodo. Uscito dal carcere fu costretto a sopravvivere nei quartieri più poveri e malsani di Londra, assumendo spesso false identità (Lord Emerytt, dal nome della figlia era una di queste) per sfuggire ai creditori. Malato di idropisia polmonare, probabilmente contratta in quegli ultimi, difficili anni, Ugo Foscolo mori nel 1827 a Turnham Green, un verdeggiante sobborgo nelle zona Ovest dove sie era trasferitao nell’ultimo dei suoi traslochi, assistito dalla figlia e da pochi amici. Fu seppellito nel cimitero di Chiswick, all’ombra dei cipressi che aveva tanto amato, prima di ritornare nel 1871 in un’Italia unita.

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La strana storia del decennio inglese di Foscolo è stata raccontata due volte: Ugo Foscolo: An Italian in Regency England (1953) di ER Vincent, A. Life in Exile: Ugo Foscolo a London 1816-27 (1977) di Carlo Maria Franzero,

2022 ©Paola Cacciari

Viaggi, glamour e pallottole: la vita di una hostess della Pan Am

Una delle scoperte fatte durante i mesi del lockdown è stata una serie televisiva americana del 2011 chiamata Pan Am e incentrata, come il titolo suggerisce, sulle vicende di due piloti e quattro assistenti di volo della suddetti compagnia aerea nel 1963 e trasmessa per la prima volta in Italia su Cielo nel 2012. E anche se ringrazio le compagnie a basso costo per avermi permesso di vivere in Inghilterra e tornare regolarmente in Italia, devo dire che mi è venuta una certa nostalgia per i tempi passati in cui viaggiare era un lusso (che io probabilmente non avrei potuto permettermi se non occasionalmente) celebrato con champagne e collane di perle.

Diciamocelo: anche prima della pandemia, era difficile trovare nei viaggi aerei internazionali anche una piccola traccia del romanticismo dei tempi passati. Per quanto le compagnie aeree a basso costo abbiano reso volare nel XXI secolo veloce e accessibile, è difficile non pensare ad un volo Ryanair come ad un’esperienza da dimenticare (anche se devo ammettere che dopo tante restrizioni nel viaggiare, sarei pronta anche ad affrontare anche la miseria di un volo con loro…). Certo era molto diverso in passato, non tutti potevano permettersi un biglietto areo e viaggiare era molto speciale. Quindi un nuovo libro che guarda al culmine dell’era del jet offre più di un delizioso sapore di evasione.

The cast of the TV serie Pan Am

Concentrandosi principalmente sulla metà degli anni Sessanta, Come Fly the Wold: The Jet-Age Story of the Women of Pan Am ricorda un’epoca in cui il viaggio aereo era sinonimo di lusso e glamour, non solo per i passeggeri ma anche per le donne assunte per assisterli. Con il mondo occidentale in piena rivoluzione culturale, la modernità e il lusso sono rappresentati dal trasporto aereo, e la Pan American World Airways è leader nel settore. I piloti hanno lo status di rockstar, mentre le hostess (come si chiamavano le assistenti di volo prima che il nome venisse modernizzato in quello attuale), sono donne giovani, raffinate e intelligenti e molto, molto invidiate.

L’autrice, Julia Cooke è figlia di una dirigente della Pan Am, costruisce Come Fly the World attorno alle interviste con cinque donne: Clare, Karen, Lynne, Hazel e Tori; quattro bianche, una di colore; quattro americane, una norvegese. Se per alcune lavorare come hostess della Pan Am è stato il sogno di sempre, per altre, è stato il piano di riserva quando hanno realizzato che il loro sogno di una carriera in biologia o nel servizio diplomatico sarebbe restato, appunto, un sogno per via del loro essere donne. Per tutte loro, lavorare per la Pan Am è stato una svolta nella vita. Che queste ultime vivono infatti la rara opportunità di viaggiare fuori del Paese, qualcosa che, in un’epoca ancora pre-femminista, la maggior parte delle ragazze può solo sognare.

Agli albori dei voli commerciali, infatti, gli assistenti di volo erano esclusivamente uomini, ma negli anni Cinquanta la crescente concorrenza tra i vettori spinge le singole compagnie aeree a promuovere la propria unicità, il massimo livello di lusso e di servizio. All’epoca Pan Am era l’unica compagnia aerea americana a volare esclusivamente su rotte internazionali e aveva una particolare reputazione di raffinatezza, ed eccellenza da mantenere. E, visto che la clientela di allora era composta prevalentemente da uomini, il personale di volo femminile diventa per la compagnia americana un particolare punto di forza.

La strategia di reclutamento della Pan Am è accattivante, mirata ad attrarre donne irrequiete e ambiziose nei propri ranghi. “Come puoi cambiare un mondo che non hai mai visto?” sfidava un annuncio di lavoro. Ciò che la compagnia prometteva alle loro hostess erano una libertà di vita e di movimento ed un’indipendenza economica sconosciute alle donne dell’epoca. Basti pensare nel corso degli anni Sessanta, il 10% delle hostess della Pan Am possedeva una laurea o una qualifica superiore (un numero straordinario in un periodo in cui solo il 6-8% del totale delle donne americane finiva il college o l’Università, preferendo il matrimonio e la famiglia come racconta Betty Friedan nel suo straordinario La mistica della femminilità), anche se l’aspetto fisico era decisamente fondamentale e si poteva essere scartate per avere la testa troppo piccola o aver applicato troppo make up.

Una volta insediata in un lavoro a tempo pieno, una hostess della Pan Am, ha improvvisamente accesso a una serie infinita di nuove esperienze che vanno dal fare shopping a Parigi, all’eludere il KGB a Mosca, o a calmare una cabina piena di passeggeri mentre uomini armati del Ghana rapiscono ministri guineani da un volo ad Accra.

Ma questo inebriante stile di vita aveva un prezzo che poche sarebbero disposte a pagare al giorno d’oggi. Oltre alle lezioni sulla storia dell’aviazione e sulle procedure di emergenza, i manuali di formazione per le aspiranti assistenti di volo contenevano istruzioni sul come selezionare la tonalità di ombretto più appropriata al colore degli occhi e a quello della pelle, sul come come preparare il pollo al curry malese o un cocktail, oltre che suggerimenti pratico-filosofici come quello di non impiegare non perdere tempo in cose inutili come vestirsi, cambiarsi d’abito, fare e dispare le valigie, ma di risparmiare le proprie energie per persone, luoghi e idee. Inoltre le ragazze erano pesate mensilmente e dovevano richiedere l’approvazione del manager se volevano cambiare pettinatura. Il matrimonio o la gravidanza poi, significavano la fine alla carriera, ragion per cui le donne che avevano fatto una di queste scelte cercavano di nasconderle il più a lungo possibile. E’ solo con l’avvento della nuova decade, gli anni Settanta, che le donne impiegate dalle varie compagnie aeree iniziano a presentare reclami alla Commissione per le Pari Opportunità di Lavoro e a vincere le loro cause. Anche se, sia ben chiaro, queste vittorie sono arrivate lentamente.

L’Association of Flight Attendants, il più grande sindacato mondiale di assistenti di volo, ha rilasciato una dichiarazione dopo il lancio della serie, dicendo che questa ricorda i progressi compiuti dalle hostess a partire dalle ingiustizie sociali dell’epoca: 

l primo episodio di Pan Am può essere una fuga nostalgica ai giorni precedenti la deregolamentazione, ma ha anche evidenziato la miriade di ingiustizie sociali superate dalle donne forti che hanno dato forma a un nuovo lavoro. Controlli del peso, dei corsetti, la regola del nubilato, il sessismo, la discriminazione razziale… tutto questo è stato cambiato da donne intelligenti e visionarie che hanno aiutato a far partire le richieste di cambiamento in tutto il paese e in tutto il mondo. Come membri dei sindacati, gli assistenti di volo membri degli equipaggi della Pan American World Airways e delle altre compagnie aeree negli anni 60, hanno fortificato le loro voci per spingere le direzioni delle compagnie e la politica a garantire l’uguaglianza dei diritti, il riconoscimento del loro lavoro, e migliori standard sanitari e di sicurezza nell’aviazione di cui hanno beneficiato i viaggiatori. Negoziare salari migliori, periodi di riposo, assistenza sanitaria e benefici pensionistici hanno fatto sì che le abili hostess ponessero dei nuovi standard per fornire opportunità migliori a tutti gli uomini e a tutte le donne

 Association of Flight Attendants-CWA

Sebbene abbiano fatto molto per i diritti delle donne, tuttavia questa non è l’unica storia delle Pan Am. Alcuni tra i capitoli più sorprendenti della compagnia riguardano infatti il ruolo della Pan Am durante la guerra del Vietnam, quando si offrì di fare volare per il Governo americano le truppe da Saigon attraverso l’Asia per rilassarsi a cifre scontatissime. Le hostess di bordo diventa improvvisamente infermiere, madri e psicologhe dei soldati feriti e traumatizzati, perlopiù giovani ancora pressoché adolescenti, testimoni di eventi in aperto contrasto con la retorica del governo degli Stati Uniti sul Vietnam. Alla fine della guerra, furono queste donne ad essere responsabili del trasporto di centinaia di bambini fuori dal paese durante la controversa Operazione Babylift.

La loro era molto più di una visione in prima fila della storia. “Il mondo sta aspettando”, avevano promesso gli annunci di ricerca della Pan Am. “Vedi le cose, fai le cose, impara le cose”. E così hanno fatto. Dopotutto, era quello per cui si erano iscritte.

2022 ©Paola Cacciari

Un amore difficile

Già da bambina ero affascinata dalla Russia. Non so bene cosa abbia scatenato quell’interesse iniziale, so solo che mentre tutti sognavano l’America, io volevo andare in Russia. Sarà stato il desiderio bonario di andare in Unione Sovietica del Compagno Peppone, che faceva arrabbiare Don Camillo con le sue uscite su quella “terra promessa”, sarà stato quella strana scritta C.C.C.P. presente ovunque, dalle tute dei cosmonauti alle magliette dei calciatori sovietici ai mondiali di calcio del 1982.

Sono sempre stata una bambina curiosa. E l’essere cresciuta durante la Guerra Fredda non ha altro che stuzzicare la mia curiosità. Barricata com’era dietro la cortina di ferro, la Russia – anzi l’Unione Sovietica, era per me un luogo proibito e quindi esotico. Studiavo con passione la geografia e sapevo posizionare sulla cartina con esattezza non solo Mosca, San Pietroburgo, ma anche Novosibirsk, il lago Baikal, e gli arcipelaghi di Novaya e Severnaya Zemlya. Nella mia mente, quei nomi suonavano come la quintessenza dell’esotismo, e li pronunciavo con l’entusiasmo ignaro che solo chi non conosce affatto una lingua (e quindi non sa gli strafalcioni che dice) può permettersi.

Ero affascinata dalla storia semi-leggendaria di quel paese infinito, così grande da occupare undici fusi orari (uno dei paesi con il maggior numero di fusi orari del mondo), dalle figure semi-divine di Zar e Zarine, dalle foto della Piazza Rossa, dalle cupole a cipolla di San Basilio, dallo status quasi mitologico occupato nell’immaginario collettivo dal Teatro Bolshoi e dal balletto in genere. Mia madre adorava Nureyev (anche se non era del Bolshoi) e sospirava ogni volta che ne pronunciava il nome.

Ero affascinata dalla vastità di quel paese, che sembrava infinito e il cui confine andava dal Baltico al Pacifico; dall’Oceano Artico al Mar Caspio, dal quel suo non essere Asia, ma neanche del tutto Europa. Sapevo quanto fosse grande l’America, ma sapevo quanto fosse più grande la Russia.

Anche quando sono stata sconfitta dalla mole (Guerra e Pace), dalla disperazione (Delitto e Castigo) e dal criptico surrealismo (Il Maestro e Margherita) della sua letteratura, non mi sono arresa. Ho studiato la storia e ho cercato di capirne la cultura. Ho persino cercato di imparare la lingua. Quando vi sono ritornata anni dopo, più matura e con più esperienze alle spalle, me ne sono innamorata più che mai. E poi la musica. E il balletto.

Per questo è così doloroso per me assistere alla carneficina che Putin sta infliggendo all’Ucraina. Alcuni tra i miei artisti scrittori e musicisti vengono da quel paese. Nikolai Gogol, Mikail Bulgakov e Aleksandr Solzhenitsyn. E Ilya Repin e Mikhail Larionov. E Sergei Prokofiev, l’autore della più incredibile suite musicale, The Dance of the Knights per per il più incredibile dei balletti, Romeo and Juliet di Kenneth McMillan. Persino la più famosa donna cecchino sovietica, Lyudmila Pavlichenko era ucraina.

E’ come assistere ad una guerra fratricida. Mi sembra puro autolesionismo.

Ukraine flag above the V&A, London 2022 © Paola Cacciari

A woman places flowers at  Saint Volodymyr in Holland Park, London 2022 © Paola Cacciari

Giorno della Memoria: da Anna Frank a Edith Bruck, cinque libri per non dimenticare

Ogni anno, il 27 gennaio, si celebra il Giorno della Memoria per ricordare le vittime della Shoah. In tal senso, la lettura di un libro può essere davvero utile. Ecco cinque titoli da recuperare/scoprire…

Giorno della Memoria: da Anna Frank a Edith Bruck, cinque libri per non dimenticare

The Second Sleep (Il sonno del mattino) di Robert Harris

Tra gli oggetti in mostra nella nuova sala dedicata al Design del museo in cui lavoro c’è anche il primo Apple iPhone. La spiegazione che lo accompagna lo definisce opportunamente “The phone that changed everything”. E mai cosa è stata più vera.

Touchscreen smartphone iPhone 2007.

Sviluppato da Apple Inc. nel 2005 e lanciato nel 2007, l’iPhone 2G è la prima generazione di iPhone, e quello che farà diventare lo smartphone con la mela uno dei marchi più riconosciuti al mondo. Nonostante non sia affatto stato il primo smartphone, l’iPhone originale ha comunque catturato l’immaginazione del pubblico sulle possibilità di un nuovo tipo di telefono cellulare dotato di dispositivo touchscreen e di connettività Internet. E nel giro di quindici anni grazie (o a causa) di questo design, l’industria della telefonia e il modo in cui affrontiamo la nostra vita quotidiana è cambiato per sempre.

Inutile dire che la cosa mi fa uno strano effetto che il 2007, in fondo, non è poi così lontano. Sono arrivata felicemente all’età di 29 anni anni senza possedere un telefono cellulare, e solo nel 2013 ho ceduto alle lusinghe del touchscreen. Eppure ora fatico a concepire la mia vita senza il mio fedele compagno elettronico. In un solo dispositivo ho a portata di mano il mondo nella sua interezza – giornali, libri, notizie, intrattenimento, musica, opinioni. Non solo: questi pochi grammi di plastica e microchips mi permettono di parlare e vedere in tempo reale la famiglia e gli amici, sopratutto quelli lontani. Tutto questo ha del miracoloso.

Fino ad un certo punto però. A volte mi manca il mio cervello pre-internet. Che tecnologia e social media in molti casi hanno sostituito la memoria e il ragionamento umani e persino i normali rapporti sociali. Lo vedo quando interagisco con la gente al museo, sempre più impaziente, sempre più incentrati su se stessi, e sempre meno abituati (date un’occhiata a questo sito sul museum etiquette per credere…) a rapportarsi in modo civile con un altro essere umano in carne ed ossa che sta davanti a loro e non faccia capolino dallo schermo di un telefono. Inoltre, l’affidarci tanto alla tecnologia ci ha reso terribilmente vulnerabili ai suoi guasti – si tratti della cassa del supermercato o del sistema aeroportuale. Cosa ne sarebbe di noi e della nostra società iper-digitalizzata se all’improvviso la tecnologia dovesse all’improvviso venir meno?

Questa è la domanda che si pone anche Robert Harris in un romanzo dallo strano titolo The Second Sleep, tradotto in italiano letteralmente come “Il secondo sonno” – una frase che sono dovuta andare a cercare su Google (ironia) per capire di cosa si parlasse, che non ne avevo idea. Che pare infatti che li mito delle otto ore filate sia (appunto) un mito moderno, e che i nostri antenati in realtà dormissero in due fasi, inframezzate da una pausa durante la notte in cui si dedicavano allo svolgimento attività richiedenti pace e tranquillità (come leggere, scrivere, pregare, meditare) per poi tornare a dormire. Di certo il fatto che che l’illuminazione elettrica sia un’invenzione piuttosto recente, spiega il perché in passato la gente andasse a letto al calar della notte. Ma cosa c’entra questo con la storia del libro? Presto detto.

Siamo nel 1468. È quasi sera quando un giovane prete, Christopher Fairfax, giunge in un remoto villaggio della regione di Exmoor in Inghilterra per celebrare il funerale del parroco, padre Thomas Lacy, morto una settimana prima. E fin qui niente di strano in un thriller/mistery storico. Ma a mano a mano che si procede con la lettura e si cominciano a notare le incongruenze, ad uno all’improvviso viene da pensare “aspetta un attimo, c’è qualcosa che non va qui”. Che ci fa un parrocchetto nell’Inghilterra medievale? E c’erano davvero orologi a cassa lunga nel XV secolo? Ma è solo quando, nelle ore tra il sonno notturno e quello del mattino, il nostro Fairfax scopre nello studio del prete morto, una vetrina dagli scaffali colmi di bottiglie di plastica, banconote, mattoncini giocattolo – reliquie di un passato perduto diventi conservati contro il volere della Chiesa, che tutto diventa chiaro. E che il XV secolo di Harris non è quello dei abitato dalle rivali famiglie di York e Lancaster che si sono combattuti nella Guerra delle due Rose, ma quello riemerso dopo l’apocalisse che nel 2025 ha posto drammaticamente fine all’era tecnologica che ha condannato l’umanità ad un nuovo Medioevo.

Nelle sue peregrinazioni notturne nello studio del prete ucciso, Fairfax scopre “uno dei congegni usati dagli antichi per comunicare”, contrassegnato dal simbolo di una mela a cui è stato dato un morso.” Uno smartphone, ridotto ad un inutile oggetto di plastica visto che in quel nuovo Medioevo non esiste l’elettricità.

Il sonno del mattino, di Robert Harris (Autore) 
 Annamaria Raffo (Traduttore) Mondadori, 2019

It both made their waste trade possible and rendered them beggars when it failed. Consider waking up one morning entirely destitute, with skills of no longer value or of any used the struggle for life! Their word was based upon imaging – mere castles of vapour , the wind blew: it vanished.

Robert Harris, The Second Sleep

Ecco, appunto.

The Deadly Sisterhood by Leonie Frieda

My rating: 3 of 5 stars

Interesting book, a drama on a grand scale sweeping tale involving corrupt monarchs, finest thinkers, brilliant artists and the greatest beauties in Christendom. . However, the title is very misleading.
A title such as The Deadly Sisterhood: A story of Women, Power and Intrigue in the Italian Renaissance promised me the stories of eight remarkable women of the Renaissance, all joined by birth, marriage and friendship and who ruled for a time in place of their men-folk – women such as Lucrezia Tornabuoni (Queen Mother of Florence, the power behind the Medici throne), Clarice Orsini (Roman princess, feudal wife), Beatrice d’Este (Golden Girl of the Renaissance), Caterina Sforza (Lioness of the Romagna), Isabella d’Este (the Acquisitive Marchesa), Giulia Farnese (‘la bella’, the family asset), Isabella d’Aragona (the Weeping Duchess) and Lucrezia Borgia (the Virtuous Fury), but instead, it is a book about women (an men) in the Renaissance.
Of course, major figures such as Caterina Sforza, Lucrezia Borgia and Beatrice and Isabella d’Este feature prominently (Frieda doesn’t make a secret of her deep dislike for Isabella, an opinion that after once or twice mentions becomes annoying…), but there were already plenty of books about them without the need of another one added to the list. Also, in the paperback edition, there are no illustrations, despite the inclusion of a detailed list.
This said it is an interesting book – a sweeping panoramic view on the lives of some outstanding players of the Renaissance, who wielded the real power behind the throne and whose fates entwined with each other as Christendom emerged from the shadows of the calamitous 14th century.

El Alamein – La linea del fuoco

Non mi capita spesso di vedere film italiani che non raccontino delle gesta dei partigiani, dell’orrore dell’occupazione tedesca, della distruzione nella vita dei civili. Che, diciamocelo, di film italiani recenti raccontino dei soldati italiani in guerra alleati dei tedeschi non ce non sono molti che quell’alleanza con Hitler la si vorrebbe dimenticare. Mediterraneo è forse l’unico mi viene in mente. Ed era proprio alla pellicola di Gabriele Salvatores che mi veniva da pensare quando, per puro caso, mi sono imbattuta in questo El Alamein – La linea del fuoco in quel pozzo senza fondo che è lo streaming in Internet. Forse perché il regista è quello stesso Enzo Monteleone che di Mediterraneo è stato lo sceneggiatore, e che come in Mediterraneo evita come la peste la retorica bellicistica quando racconta di questi soldati persi nel deserto nel 1942

Il film è ambientato durante la Seconda battaglia di El Alamein, vista dalla prospettiva italiana. Nell’autunno del 1942 le forze italo-tedesche, guidate dal generale Rommel, furono sconfitte dall’VIII armata britannica del generale Montgomery. Nel suo L’armata nel deserto: Il segreto di El Alamein storico Arrigo Petacco ricostruisce l’intera campagna dell’Africa settentrionale, individuando la chiave della sconfitta di Rommel: la sistematica intercettazione dei messaggi tedeschi da parte degli Alleati che grazie al decodificatore “Ultra” ( abbreviazione di “UltraSecret”) approntato da un team di grandi matematici tra cui Alan Turing, di decifrare “l’Enigma, il criptatore fino ad all’ora ritenuto inviolabile dai tedeschi. Questi ultimi, incapaci di spiegarsi i continui successi britannici in Africa, se la presero immediatamente con quei chiacchieroni degli alleati italiani, sui quali gettarono la responsabilità delle sconfitte tedesche. Quello che non si conobbe fino alla metà degli anni Settanta, quando fu finalmente rivelata al mondo, fu l’esistenza di tale sistema, ma ormai ai nostri soldati la nomina di inetti e traditori non gliela toglieva più nessuno.

Poco si parla degli errori strategici, dell’inettitudine del Generale Rodolfo Graziani accusato, fra le altre cose, di codardia, per aver diretto le operazioni da una tomba tolemaica di Cirene, profonda trenta metri e lontana dal fronte alcune centinaia di chilometri e incapace di sostenere gli attacchi inglesi benché in forze nettamente inferiori alle truppe italiane, dell’arrivo di Rommel, delle vittorie e della sconfitta finale.

Travolti in una battaglia di oltre dieci giorni che agli italiani costò 9.500 morti e 30.000 prigionieri, questi giovani (impersonati da attori tanto bravi da sembrare veri, come lo stranito volontario Paolo Briguglia, il sergente Pierfrancesco Favino, il tenente Emilio Solfrizzi) fanno il loro dovere fra alternanze insopportabili di calori diurni e freddi notturni. Cannonate che sollevano nuvole di sabbia e insidiose fucilate di cecchini, reticolati e campi minati, fame molta e acqua poca.

Il film non parla di politica né di alta strategia e sui signori della guerra si concede appena qualche stilettata ironica. Come le derrate di lucido da scarpe arrivate per la parata della vittoria as Alessandria (che non si farà mai) invece di cibo e acqua, o il furgone con il cavallo di Mussolini la cui vista suscita nei soldati affamati tentazioni gastronomiche. Monteleone ci trasporta all’interno di questa tragedia con la stessa umana semplicità di Mediterraneo .

Tra questi veterani arriva dall’Italia pieno di entusiasmo il giovane fante Serra, volontario universitario originario di Palermo inviato sul fronte del Nordafrica dove è assegnato al 27º Reggimento fanteria “Pavia” dipendente dalla 17ª Divisione fanteria “Pavia”, a sua volta inquadrata nel X Corpo d’Armata italiano. Come molti connazionali, anche il giovane Serra trasuda spirito patriottico, e come tutti coloro che da casa pensano che la vittoria sia già cosa fatta e non hanno idea della realtà, è certo che la conquista di Alessandria sia imminente, confidando di partecipare alla sfilata trionfale che si svolgerà nella città egiziana. Ma la realtà del fronte è molto diversa: il caldo è insopportabile, l’armamento è inadeguato, il cibo insufficiente, l’acqua è razionata e inquinata; l’artiglieria dellVIII Armata britannica martella costantemente le posizioni italiane, lasciando un po’ di respiro solo di notte. E tutti i soldati soffrono di dissenteria.

La lettera alla madre che il soldato serra compone nella sulla mente mentre vaga stravolto tra rottami e cadaveri dopo un sanguinoso scontro con il corpo Neozelandese, è uno dei momenti più veri e tragici del film:

“Oggi ho visto in faccia l’orrore. A scuola ti insegnano “fortunati quelli che muoiono da eroi.” Ne ho visti in bel po’ di questi eroi. I morti non sono né fortunati né sfortunati: sono morti e basta. Marciscono in fondo as una buca, senza in briciolo di poesia. La morte è bella solo sui libri di scuola. Nella vita fa pietà. E’ orrenda. E puzza.”

Fante Serra

La gloriosa divisione Folgore, che schierata insieme a ciò che rimaneva della Divisione “Pavia”, durante la seconda a battaglia di El Alamein riuscì a resistere per una decina di giorni ai ripetuti tentativi di sfondamento degli alleati. In ottemperanza agli ordini dell’ACIT la divisione “Folgore” iniziò la ritirata nella notte del 3 novembre 1942, in condizioni rese difficilissime dalla mancanza di mezzi di trasporto. Dopo due giorni di marcia nel deserto, alle 14:35 del giorno 6, dopo aver distrutto le armi, ciò che restava della Divisione si arrese alla 44ª divisione fanteria britannica del generale Hughes. I paracadutisti italiani ottennero dai britannici l’onore delle armi e, dopo la resa, il generale Hughes volle ricevere i generali Enrico Frattini e Riccardo Bignami e il colonnello Boffa, complimentandosi per il comportamento dei loro uomini. Dopo la battaglia di El Alamein alla Divisione “Folgore” ed ai suoi Reggimenti verrà conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Interamente distrutta in combattimento, la divisione “Folgore” venne sciolta a fine 1942.

Qualche «cammeo» di attori noti ravviva il cast: Silvio Orlando, generale suicida, Roberto Citran, colonnello imbecille, Giuseppe Cederna, medico stoico

Wilbur Smith, è morto il signore dell’avventura: i suoi 5 romanzi più celebri

A 88 anni, dopo 140 mln di copie e 49 romanzi, lo scrittore Wilbur Smith è scomparso ”inaspettatamente questo pomeriggio nella sua casa di Città del Capo dopo una mattinata passata a leggere e scrivere con sua moglie Niso al suo fianco”, come ha annunciato il suo sito ufficiale. L’articolo Wilbur Smith, è morto il…

Wilbur Smith, è morto il signore dell’avventura: i suoi 5 romanzi più celebri

The little (free) bookshop round the corner

Every time I go to Libri Liberi with a bag of books to donate, I feel a certain nervousness. This is no ordinary book-crossing venue. The elderly lady who attends to it will take her time to evaluate my volumes one by one, long enough for me to drop my “smug donor” smile, gravely enough […]

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Tempo di regali (A Time of Gifts) di Patrick Leigh Fermor

I regali del lockdown. Fino a qualche mese fa non avevo idee di chi fosse Patrick Leigh Fermor, (1915-2011) fino a quando, curiosando in libreria mi è capitato tra le mani un suo libretto, Three Letters from the Andes – lettere scritte alla moglie durante uno straordinario viaggio fatto nel 1971 con cinque amici nell’alto Perù – da Lima a Cuzco, alla valle dell’Urubamba, a Puno e Juliana sul lago Titicaca, giù ad Arequipa e infine di nuovo a Lima. L’ho comprato immediatamente, in preda ad un profonda nostalgia per la mancanza di viaggi causa Covid, e per rivivere in solitudine uno dei viaggi più belli (quello in Perù appunto) che mi è capitato di fare nella mia vita. E non me ne sono pentita, che la capacità di saper descrivere eventi, cose, persone e paesaggi e farli prendere vita davanti ai nostri occhi è uno dei grandi doni di Patrick Leigh Fermor: non a caso è stato definito dal Guardian come uno dei più grandi scrittore di viaggio del Regno Unito, se non il più grande.

A Time of Gifts, il primo di una trilogia che racconta il viaggio intrapreso dall’autore dall’Olanda a Costantinopoli, ci porta fino in Ungheria. Il secondo volume, Fra i boschi e l’acqua (1986), inizia con l’attraversamento da parte di Fermor del ponte Maria Valeria posto tra Cecoslovacchia e Ungheria, terminando col suo arrivo alle Porte di Ferro dove il Danubio segna il confine tra l’allora Regno di Yugoslaviae la Romania. Il terzo volume racchiude l’ultima parte del viaggio fino a Costantinopoli, pubblicato incompleto e postumo nel 2013 col contributo di Artemis Cooper.

Nato a Londra nel 1915, Patrick Leigh Fermor era figlio di un distinto geologo di stanza in India. Decisa a raggiungere il marito in India, la madre Muriel Aeyleen parte con la figlia maggiore poco dopo la nascita del bambino, lasciando il neonato Patrick in Inghilterra con una famiglia nel Northamptonshire che lo alleverà per i prossimi quattro anni. Inutile dire che questi primi anni cosí liberi e “selvatici” resero il giovane Leigh Fermor profondamente insofferente alla struttura e alle limitazioni accademiche delle scuole dell’alta borghesia a cui la sua famiglia apparteneva, e in cui i suoi cercano di farlo rientrare una volta rientrati in possesso (si fa per dire…) del figlioletto ribelle. Visto come caso disperato, finí in una scuola per bambini “difficili”, la King’s School di Canterbury che adora e in cui si dedica con passione allo studio dei classici e di Shakespeare, Fino a quando non viene espulso anche da lì dopo essere stato sorpreso a tenersi per mano con la figlia di un fruttivendolo. Il suo ultimo rapporto della King’s School notava che il giovane Leigh Fermor era “un pericoloso miscuglio di raffinatezza e avventatezza”. Una passeggera intenzione di entrare al Royal Military College di Sandhurst, lasciò preso il posto a vaghe ambizioni letterarie, per soddisfare le quali nell’estate del 1933 si trasferì a Shepherd Market a Londra, vivendo con alcuni amici. Ben presto, di fronte alle sfide poste alla vita di un autore a Londra e al rapido prosciugamento delle sue finanze, decise di partire per l’Europa. Ha appena diciotto anni.

Munito solo di uno zaino da alpinista, un vecchio cappotto militare, scarponi chiodati, l’Oxford Book of English Verse e un passaporto nuovo di zecca che gli attribuisce la professione di studente e di vaghe ambizioni letterarie, il nostro eroe parte alla volta di Costantinopoli. Quando vi arriva, il 1° gennaio 1935, è ormai un altra persona.

È un libro magico questo, da leggere piano, senza fretta assaporando le parole, in cui si scorgono gli eventi cha avrebbero trasformato l’Europa da lì a poco – primo fra tutti Hitler e il Nazismo; ma fatto di scorci poetici di cupole e monasteri, di grandi fiumi, di paesaggi innevati, di borgomastri ospitali, e soprattutto delle grandezze e della defunta cortesia di un mondo spazzato via per sempre dalla tragedia della Seconda Guerra Mondiale. Leigh Fermor di porta co sè in questo viaggio nel tempo e nello spazio, grazie alla sua incredibile capacità di trasmetter agli altri ciò che vede e di trasformare un dettaglio in un fantasmagorico affresco, che ricrea lo splendore di un’Europa passata. Non sorprende che abbia influenzato tanto altri grandi viaggiatori come Bruce Chatwin e Colin Thubron.

Tempo di regali A piedi fino a Costantinopoli: da Hoek Van Holland al Medio Danubio
Traduzione di Giovanni Luciani
Biblioteca Adelphi, 2009,

2021 by Paola Cacciari