Il calcio secondo George Orwell

Ci siamo quasi: il 14 Giugno inizierà quel circo che si tiene ogni quattro anni e che si chiama Coppa del Mondo. Quest’anno si tiene in Russia, ed è probabilmente la più politica di tutte le coppe del mondo della storia recente – forse a parte Argentina ’78, quando il Sud America era al culmine della dittatura. Sotto l’egida di Vladimir Putin, la risorta Russia ospiterà le 32 squadre partecipanti al torneo, tra scandali che vanno dal doping all’avvelenamento (ricordate il tentato avvelenamente di Sergei Skripal e della figlia Yulia, a Salisbury – l’evento più grave dalla morte dell’ex agente del Kgb Aleksandr Litvinenko avvelenatocon il polonio radioattivo. Il caso Skripal che ha coinvolto (e sta ancora coinvolgendo) Gran Bretagna, Russia, l’Europa e gli Stati Uniti ha fatto pensare per un breve momento ad un possibile boicottaggio della manifestazione calcistica da parte dell’Inghilterra come accadee per i giochi olimpici di Mosca del 1980. Un mondiale da cui, ricordiamolo, l’Italia è assente non essendosi qualificata per la seconda volta nella sua storia.

Ma vivendo nella terra del Fish and Chips, io vivo l’atmosfera locale e devo dire che le relazioni tra Russia e Inghilterra non erano cosi fredde dal tempo della guerra fredda (non che ci fossi qui a Londra al tempo della Guerra Fredda, ma si fa per dire). E a quanto mi pare di capire, ad essere cambiate sono state le aspirazioni della Russia.

Quando nel 2010 le fu assegnato l’onore (e l’onere) di ospitare il prestigioso torneo calcistico, alla guida della Federazione Russa era il liberale Dmitri Medvedev. Nei quattro anni della sua presidenza (2008-2012) Medvedev si fece promotore di un programma di modernizzazione dell’economia e della società russa fondamentale per fare riprendere il Paese dalla Grande Recessione in cui era precitato dopo l’implosione dell’Unione Sovietica. Non solo: Medvedev lanciò la prima grande campagna anti-corruzione nazionale, rafforzando le leggi in materia. In fatto di politica estera, il “resettaggio” delle relazioni con gli stati Uniti d’America promossa dal governo di Obama procedeva ancora a gonfie vele e, dopo la guerra con la Georgia, la Russia sembrava ancora interessata a voler fare una buona impressione sulla comunità internazionale. E nulla attrae l’attenzione generale piú di un torneo sportivo di prestigio come la Coppa del Mondo…

Ma la Russia ha sempre avuto grossi problemi con il razzismo e gli hooligans di estrema destra, la cui ideologia che Putin non ha mai condannato apertamente per non inimicarsi i tifosi.

E questo mi ha fatto pensare ad una breve saggio di George Orwell che ho letto di recente e che si chiama Notes on Nationalism (1945) e che in realta’ si tratta di tre brevi articoli, Notes on nationalism, Antisemitism in Britain e The Sporting Spirit – tutti scritti e pubblicati nel 1945.

“I’m always amazed when I hear people saying that sport creates goodwill between the nations.”

scrive George Orwell in The Sporting Spirit. E guardando gli hooligans calcistici di ogni paese che se le danno di santa ragione prima, dopo e durante le partite, non posso che dargli ragione.

Il fatto è che quasi tutti gli sport praticati oggi sono competitivi. Si gioca per vincere e chi sostiene il contrario, che l’importante è partecipare e roba simile,  è un illuso, un idealista o un giocatore della domenica di quelli che riescono ancora a giocare per divertimento e per fare dell’attività fisica senza farsi prendere da sentimenti di patriottismo locale. Ed io che non sono ne’ un’illusa, ne un’idealista e che ho smesso di fare sport all’età di sedici anni, quando mi sono accorta che era impossibile fare semplicemente un po’ di attività fisica in un corso di nuoto agonistico, sorrido ogni volta che alla vigilia di questo mondiale, sento l’ennesimo opinionato opinionista ripetere che lo sport è solo un gioco. Che come dire Orwell,

“At international level, sport is frankly mimic of warfare.” 

Prendiamo il calcio per esempio.  “Ciò che è significativo non è la condotta dei calciatori, ma l’atteggiamento degli spettatori; e, al di là degli spettatori, delle nazioni che vanno su tutte le furie a causa di queste assurde competizioni, e credono seriamente — almeno per brevi periodi — che correre, saltare e dare calci a una palla siano una prova di virtù nazionale.” Con tali aspettative emotive sulle spalle (e non parliamo dell’aspetto economico), ditemi voi comè possibile per le squadre in campo limitarsi a “partecipare”…

E visto il livello globale di Nazionalismo, populismo, xenofobia e razzismo, questa coppa del mondo non potrebbe svolgersi sotto peggiori auspici. Che, diciamocelo, non c’è niente  di peggio del mettere in campo undici “campioni”  vestiti con i colori della quadra nazionale per dare battaglia ad altri undici “campioni” per avere la conferma di come sia possibile trasformare un’occasione sportiva in uno scontro esplicito ed economico tra due potenze dell’UE. Basta pensare ad Italia-Germania o Germania-Inghilterra, tanto per citare un paio di classiche.

Il fatto è che, in tutto il mondo ieri come oggi, gli sport di quadra sono presi davvero seriamente e non a caso sono prorio gli sport più violenti e competitivi come il calcio e il pugilato a suscitare forti passioni e ad attirare folle enormi (e non parliamo dei massicci finanziamenti). E il dover vincere a tutti i costi perché e l’incontro perde di significato se non si fa il possibile per vincere e per evitare al Paese una pubblica umiliazione, non è forse questa una forma di nazionalismo? “Ci sono già abbastanza cause reali di problemi per aggiungerne altre, incoraggiando dei giovani a darsi calci sugli stinchi tra gli strepiti di spettatori inferociti”  continua Orwell.  Non potrei essere più d’accordo con lui.

2018 © Paola Cacciari

La traduzione completa nel blog di  romolo capuanoGeorge Orwell e il calcio come guerra

 

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I Durrell di Corfù: ovvero, La mia famiglia e altri animali

“Somewhere between Calabria and Corfu the blue really begins.”

Palaiokastritsa, Corfu 2018 ©Paola Cacciari
Palaiokastritsa, Corfu 2018 ©Paola Cacciari

Così si apre Prospero’s Cell: A Guide to the Landscape and Manners of the Island of Corfu (La grotta di Prospero: una guida al paesaggio e ai costumi dell’isola di Corfù, Giunti, 1992) dello scrittore e poeta inglese Lawrence Durrell (1912-1990). Nato in India durante gli anni del Impero anglo-indiano, Lawrence detto “Larry” era il fratello maggiore del naturalista, zoologo ed esploratore Gerald Durrell (1925-1995), dal cui trilogia La mia famiglia e altri animali (1956), Storie di animali e di altre persone di famiglia (1969) e Il giardino degli dei (1975) è stata tratta la popolare e divertentissima serie televisiva britannica I Durrell – La mia famiglia e altri animali (The Durrells) trasmessa dal canale ITV dal 2016 e ora arrivata alla terza serie (In Italia, la serie è stata trasmessa dal 2017 sul canale a pagamento La EFFE).

La mia dolce metà mi dice che quando era giovane (o almeno più giovane) i fratelli Durrell, in particolare Gerald, erano immensamente popolari. Ma quanto “alla lettera” dobbiamo prendere le storie di caos colorato raccontate da questi maestri del racconto?

La storia raccontata nella serie televisiva, liberamente tratta dai divertentissimi resoconti scritti da Gerald, inizia nel 1935, quando Louisa Durrell rimasta vedova qualche anno prima, ancora in lutto e in difficoltà economiche, decide quasi all’improvviso di trasferirsi con i suoi quattro figli Lawrence (“ Larry”), Leslie, Margaret (“Margo”) e Gerald (“Gerry”) sull’antica isola dei Feaci cantata da Omero nell’Odissea.

The Durrells in Corfu in the Thirties (from left) Margaret, Nancy, Lawrence
The Durrells in Corfu in the Thirties (from left) Margaret, Nancy, Lawrence

Ma in realtà la cosa è più complicata e molto meno comica di quanto Gerry voglia farla apparire nei suoi libri e per chi come me prima del 2016 non aveva idea di chi Geral e Lawrence Durrell fossero (e tantomeno il resto della famiglia e il perché alla metà degli anni Trenta, di lasciare le piogge di Bournemouth per il paradiso di Corfú) un aiuto viene dalla biografia scritta da Michael Haag e intitolata  The Durrells of Corfu (Profile Books, £8.99) e per il momento disponibile solo in inglese.

Si scopre che le ragioni dietro questa mossa così “drammatica” (ricordiamo che siamo a metà degli anni Trenta e uno spostamento di queste dimensioni rasentava dimensioni quasi epiche) sono molto più complicate e molto meno comiche di quanto Gerry voglia farla apparire nei suoi libri. La morte del padre Lawrence Samuel Durrell, un ingegnere ferroviario anglo-indiano, avvenuta nel 1928 per un tumore al cervello all’età di soli 43 anni, aveva lasciato la moglie Louisa depressa e dipendente dal gin. Su consiglio degli altri membri della comunità coloniale britannica che l’India non era il luogo adatto per una donna sola con quattro figli, Louisa decise di trasferire la sua famiglia in Inghilterra e dopo varie peripezie, traslochi e sistemazioni temporanee, nel 1932 i Durrell si stabilirono a Bournemouth, sulla costa. Ma con i figli a scuola e solo il piccolo Gerry come compagnia, Louisa si sente sola e più depressa che mai e più che mai dipendente dal gin. Fu allora che l’espasivo e bohémien Larry, che da tempo voleva trasferisi a Corfù con la giovane moglie-artistaNancy (che non appare mai nei libri di Gerald o nella serie televisiva), ad organizzare il trasferimento dell’intera famiglia nel 1935, per salvarli da se stessi.

Monastero di Vlacherna, penisola di Kanoni, Corfù. 2018© Paola Cacciari
Monastero di Vlacherna, penisola di Kanoni, Corfù. 2018© Paola Cacciari

Quella di Corfú fu una scelta naturale. Dal 1815 le Isole Ionie erano un protettorato britannico e Corfù divenne la sede del Commissario della Repubblica delle Isole Ionie e fu un periodo di prosperità per l’isola, durante cui la lingua greca divenne quella ufficiale, furono costruite nuove strade, migliorato il sistema di approvvigionamento idrico e, nel 1824, fondata la prima università greca.

I Durrells sono diventati così tanto sinonimo di Corfù che è difficile pensare che ci abbiano vissuto solo quattro anni, dal 1935 al 1939, prima che la guerra li disperdesse e rovinasse per sempre l’isola che avevano amato così profondamente. E se devo dire che se lo stile di  Lawence, con il suo estetismo bohémien è un po’ troppo pretenzioso per i miei gusti (La mia famiglia e altri animali è molto più divertente) devo dire che mi sono goduta un mondo La Grotta di Prospero, il breve e dolce amaro diario di viaggio da lui scritto quando lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale lo aveva forzatamente costretto ad abbandonare il suo idillio greco. E amando io stessa moltissimo quest’isola risplendente, non posso che  simpatizzare con lui… #TheDurrells

2018 © Paola Cacciari

La San Pietroburgo di Gogol

Non l’avrei mai pensato che il più eccentrico degli scrittori russi non fosse neppure russo. Che Nikolai Vasilievich Gogol (1809-1852) veniva dall’Ucraina, da una famiglia di piccoli proprietrai terrieri. Ma il mio incontro con la letteratura russa è avvenuto tardi (e principalmente grazie allo sceneggiato  Guerra e Pace trasmesso dalla BBC nel 2016) e ho un sacco di lavoro da fare prima di recuperare.

Ma la mia curiosità non è mai stata così forte come dopo la mia visita a San Pietroburgo. Ed è stato in preda alla nostalgia per quella città così magica che ho cominciato a leggere i Racconti di Pietroburgo.

Statue ofStatue of Nikolay Gogol on Malaya Konyushennaya Ulitsa, in Saint-Petersburg, Russia.
Statue of Nikolay Gogol on Malaya Konyushennaya Ulitsa, in Saint-Petersburg, Russia.

Questo piccolo gentiluomo di provincia arrivò a San Pietroburgo nel 1828 alla tenera età di 18 anni. La nuova Capitale aveva da poco festeggiato il primo secolo di esistenza e già vantava oltre 450.000 abitanti. Costruita su un numero imprecisato di isole (chi dice 40 chi dice 100) sul delta del fiume Neva, attraversata da decine di canali e centinaia di ponti, San Pietroburgo abbagliava ogni nuovo venuto con l’imponente architettura dei suoi palazzi e la grandiosità delle sue sculture. Pietro il Grande l’aveva costruita come la sua finestra sull’Occidente. Una finestra da cui l’arte e l’architettura e la musica europea, ma anche il costume, le maniere, il cibo, la religione e le lingue occidentali potevano entrare liberamente in Russia, sommergendo la sua antica cultura slavofila come un fiume in piena.

“In genere ogni capitale è caratterizzata dai sui abitanti, che imprimono la loro identità nazionale su si essa; ma San Pietroburgo non ha nessuna di queste caratteristiche: i forestieri che si sono stabiliti qui si sono messi comodi, come se fossero a cara propria, mentre i russi che ci vivono hanno acquisito un’aria forestiera e non sono ne una cosa ne l’altra.”

Gogol trova difficile comprendere le dinamiche della citta’ e dei suo abitanti e dalla mancaza di interazione sociale: “Ci sono gli aristocratici, i mercanti, gli inglesi, i tedeschi, i burocrati – tutti formano circoli separati…” Di certo paragonata con la colorata realtà della provincia ucraina da cui veniva, San Pietroburgo gli doveva apparire deprimente e senz’anima. “Non c’è niente qui se non impiegati statali e funzionari governativi.”

La Pietroburgo di Gogol è una città fatta di nebbia piuttosto che di pietra, un luogo sinistro e iperbolico dove accadono cose surreali e dove niente è quello che sembra. Dove funzionari statali si svegliano senza il loro naso e cappotti hanno una vita propria, dove creature fatte di baffi e colletti, stivali e uniformi invece che da tratta fisiognomici precisi, popolano ad ogni opera del giorno e della notte l’elegante Prospettiva Nevsky. Sono i piccoli impiegati statali, la nuova classe socio-economica nata con Pietro il Grande e impegnata a gestire la montagna della burocrazia imperiale. Poco attraente e profondamente prosaico, impegnato unicamente nella selvaggia scalata sociale che dal quattordicesimo rango l’avrebbe portato alle soglie della nobilità (in Russia la nobiltà era un rango ottenibile in questo modo) l’impiegato statale di Gogol è l’antitesi assoluta dell’eroe romantico. La Pietroburgo di Gogol è un microcosmo popolato da omuncoli impegnati in rituali privi di senso, ossessionati dal rango e dalle apparenze, le cui anime sono più morte delle anime morte da lui stesso descritte nel suo ultimo romanzo, scritto nel 1842 e intitolato (appunto) Anime morte.

llustration to The Overcoat by Boris Kustodiev
llustration to The Overcoat by Boris Kustodiev

2018 ©Paola Cacciari

Leningrado

Il mio periodo russo continua: questo e’ un altro libro che leggero’ prima o poi. Dal bellissimo blog “Parla della Russia” (neanche a dirlo…) 🙂

Parla della Russia

Sicuro che vinceremo. Ma non saremo mai capaci di dimenticare…E siccome nessuno crederà che sia accaduto davvero, rimarremo sempre assiedati…”.

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Le parole pronunciate da Vera, la protagonista della storia alla base della sceneggiatura scritta dal regista Giuseppe Tornatore per il mai realizzato film “Leningrado”, riassumono bene la difficoltà di trattare con distacco un tema così doloroso e tormentato come l’assedio della città di Leningrado durante la seconda guerra mondiale.

Ancora oggi la “Blokada” viene confusa con la difesa di Stalingrado, episodio storico narrato con fierezza dalla propaganda sovietica. A differenza dell’assedio di Leningrado, con cui l’esercito nazista asserragliò per 900 giorni – dall’8 settembre 1941 al 27 gennaio 1944 – la città di Lenin, le cui gesta e il cui eroismo furono taciute per decenni in Unione Sovietica. Parlare di ciò che accadde durante quei 900 giorni rappresentava per il regime sovietico una macchia da offuscare. Stalin, in…

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Il giovane Verdi e Shakespeare

Che mi piaccia l’opera non è un segreto, così come il fatto che abbia una passione sfegatata per William Shakespeare. E mi sono spesso chiesta perchè in Italia abbiamo dovuto aspettare Giuseppe Verdi per avere un’opera che prendesse a soggetto una delle tragedie del Bardo.

Verdi and Shakespeare Photo Huttom ArchiveGetty Images
Verdi and Shakespeare. Photo: Huttom Archive/Getty Images

Certo, nel 1816 ci aveva provato Gioacchino Rossini (1792-1868) con il suo Otello ossia Il moro di Venezia, che tuttavia tratta il Bardo con tale leggerezza e libertà (inserendo un gondoliere che canta sotto le finestre di Desdemona il famoso verso dantesco: “nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria” e talvolta – che orrore!! – sostituendo la conclusione tragica con un lieto fine, a seconda delle perefrenze del pubblico) che è di fatto difficile riconoscere la struttura della trama del dramma originale shakespiriano. Uh!

Specchio delle passioni e di tutte le umane contraddizioni, Shakespeare diventa presto uno dei simboli del Romanticismo – o almeno di quello dell’Europa del Nord. Ma in Italia, dove le traduzioni dal Bardo erano poche e poco accurate e dove imperversava ancora la tradizione neoclassica, le passioni raccontate da questo poeta “barbaro” erano considerate troppo violente per un pubblico dalle miti inclinazioni come quello del Bel Paese. Ma questo era prima di Madame de Stäel che, nel gennaio del 1816, scrive un lungo articolo in forma di lettera, dal titolo Sulla maniera e la utilità delle traduzioni che viene pubblicato sulla rivista Biblioteca italiana. E scoppia la polemica.

Portrait of Germaine de Staël, by François Gérard, 1810
Portrait of Germaine de Staël, by François Gérard, 1810

Anne-Louise Germaine Necker, baronessa di Staël-Holstein, meglio nota con il nome di Madame de Staël (1766-1817), intellettuale francese di origini svizzere, donna coltissima e molto amante delle arti in generale e della letteratura italiana in particolare, non era famosa per il suo tatto. “Dovrebbero a mio avviso gl’italiani tradurre diligentemente assai delle recenti poesie inglesi e tedesche; onde mostrare qualche novità a’ loro cittadini.” Scrive la letterata andando dritta al punto. La sua lettera voleva solo essere un affettuoso scossone alle coscienze dei letterati italiani che, privi del desiderio di confrontarsi con altre tradizioni letterarie, continuavano ad imitare i maestri greci e latini producendo opere obsolete come abiti fuori moda. “L’affettuoso scossone” ebbe l’effetto voluto e, nonostante le polemiche,  il lavoro di traduzione della letteraura straniera cominciò con entusiasmo e tra il 1829 e il 1834 furono pubblicate varie traduzioni italiane di almeno otto tragedie di Shakespeare, anche se bisognerà attendere il 1839 perché Carlo Rusconi completi la traduzione di tutti i drammi del Bardo. Traduzione che Verdi utilizzerà come base per il libretto del suo Macbeth.

La lunga storia d’amore di Verdi con le opere di Shakespeare inizia proprio con Macbeth, tragedia che il Maestro considerava “una delle più grandi creazioni dell’uomo”. E come dargli torto? Ricordo ancora con un brivido lo splendido Macbeth a cui ho assistito al Globe Theatre  la prima volta che ho sentito recitare Shakespeare in lingua originale. Anche Verdi adorava Macbeth e insieme al suo librettista Francesco Maria Piave voleva creare “qualcosa fuori dall’ordinario”.  E dopo aver assitito alla suddetta opera alla Royal Opera House non posso che applaudirlo ancora piú selvaggiamente di quanto ho fatto l’altra sera a teatro. L’opera, scritta nel 1847, vede Verdi nella sua versione più teatrale, traboccante di energia e di passione.

Anna Netrebko and Zeljko Lucic star as the scheming Macbeths. Royal Opera House 2018. Credit: Alistair Muir
Anna Netrebko and Zeljko Lucic star as the scheming Macbeths. Royal Opera House 2018. Credit: Alistair Muir

È la prima opera italiana davvero shakespiriana. La vita di Macbeth, generale dell’esercito scozzese, cambia quando tre streghe predicono che sarà nominato signore di Cawdor dal re di Scozia Duncan, per poi ascendere lui stesso al trono. Lady Macbeth istiga lo sposo a commettere una serie di atroci delitti: ambizione, sangue e intrigo caratterizzano il loro breve regno. Ma le streghe fanno un’altra predizione che diventa realtà: Macbeth e la sua signora moriranno e la giustizia viene ripristinata.

Lady Macbeth è il personaggio psicologicamente più sfaccettato: è malvagia, ma al tempo stesso è fragile e compassionevole. È lei a spingere Macbeth, di per sé codardo, a commettere la serie di efferati delitti che lo portano al trono. Alla soprano (in questo caso la divina Anna Netrebko) sono richieste potenza e agilità insolite, una notevole estensione e tenuta nel registro grave e una tecnica inappuntabile. Fatta eccezione per un paio di arie del primo atto, la musica ha un tono lugubre e molto inquietante. Pare che alla prima dell’opera, Verdi abbia detto che la sua Lady avrebbe duvuto avere una voce sgradevole e strisciare sul palcoscenico, con caratteri più da demone che da donna…

A scene from Macbeth by Verdi, conducted by Antonio Pappano. Royal Opera House 2018. Photograph: Tristram Kenton for the Guardian
A scene from Macbeth by Verdi, conducted by Antonio Pappano. Royal Opera House 2018. Photograph: Tristram Kenton for the Guardian

Chiunque abbia letto il Macbeth di Shakespeare sa che le tre streghe sono personaggi essenziali della tragedia, il mezzi attraverso cui si manifesta il fato. Ma Verdi fa a meno di loro trasformandole in un intero coro ( inizialmente Verdi aveva previsto un coro di diciotto streghe!). Questo non era insolito nelle produzioni teatrali di Shakespeare dell’Ottocento. Verdi aveva le idee chiare sull’effetto che voleva creare quando disse a Francesco Maria Piave che i “cori” delle streghe dovevano essere “volgari, eppure bizzarri e originali (triviali, ma stravaganti ed originali) “. L’umorismo diabolico delle streghe esalta le qualita’ sublimi delle altre parti dell’opera.

Ma a differenza di Rossini, che con il suo Otello aveva trasformato un capolavoro letterario in un’opera lirica italiana, Verdi si avvicina a Macbeth lo con lo spirito di chi vuole fare dell’opera lirica italiana un mezzo in grado di trasmettere la stessa forza e la stessa passione di un capolavoro letterario.  Una cosa del genere era completamente nuova nel modo dell’opera italiana. Certo, tra i due Macbeth le differenze ci sono. L’opera non è il mezzo adatto per analizzare profondi problemi morali, ma tramite l’emozione della musica rappresenta il modo in cui i personaggi vivono il presente, ricordano o il passato o immaginano il futuro.

Ma nonostante la sua passione per l’Inghilterra, Verdi conosceva poco l’inglese e la sua conoscenza di Shakespeare era avvenuta dal punto di vista letterario piuttosto che teatrale, (proprio grazie tramite le traduzioni in lingua italiana tanto auspicate da Madame de Staël). E non era l’unico, che la ragione principale per cui Shakespeare era praticamente sconosciuto nell’italia dell’XIX secolo era che, fondametalmente, mancavano le traduzioni e fino alla fine del  XVIII secolo solo Giulio Cesare era stato tradotto in italiano nel 1756. Macbeth è la prima delle sue tre opere shakespeariane, seguita nel 1880 da Otello (1887) e Falstaff (1893), la sua unica opera buffa basata su Le allegre comari di Windsor di Shakespeare, i cui libretti furono entrambi scritti in collaborazione con lo scrittore e compositore Arrigo Boito. Verdi avrebbe voluto comporre un’opera basata sul Re Lear, ma fu sconfitto dalla mancanza dei cantanti giusti per questo suo ambizioso progetto. Altri sogni come La Tempesta, e l’Amleto, non furono mai sviluppatu, e restarono, appunto, sogni. #ROHMacbeth

2018 ©Paola Cacciari

Il treno dell’ultima notte di Dacia Maraini

Ci sono autori che non si dovrebbereo leggere prima di una certa età o almeno prima di raggiungere una certa maturità. Cosa che io non ho fatto con Dacia Maraini, di cui ho letto I sogni di Clitennestra e altre commedie (1981) quando ero ancora troppo giovane per apprezzarne le straordinarie qualità di scrittrice. Cosa che, per molto tempo, mi ha erroneamente dissuaso dal leggere altri libri suoi.

Così quando, qualche settimana fa, la neve che ha sommerso Bologna (e l’Italia in genere) mi ha costretto a rimandare il volo di ritorno a Londra e a trascorrere sei lunghissime ore all’Aereoporto Guglielmo Marconi prima di riuscire finalmente a partire alla volta della Capitale, è stato con una certa riluttanza che ho aperto alla prima pagina un libro che avevo infilato nello zaino nel caso non trovassi nulla di meglio nella libreria dell’aereoporto. Quel libro era Il treno dell’ultima notte, libro che mi era stato regalato tempo fa e che non avevo ancora letto e che, sinceramente non avrei mai pensato avrei letto. Quanto mi sbagliavo!

Il libro racconta la storia di Emanuele, un bambino ribelle e pieno di vita, dalle ginocchia permanentemente scortecciate per il troppo arrampicarsi sui ciliegi e buttarsi a capofitto in bicicletta giù per strade sterrate della Toscana. Il suo sogno è costruirsi un paio di ali per volare come gli uccelli. Ma tutto ciò che resta di lui sono qualche lettera e un quaderno nascosto in un muro nel ghetto di Lodz quando la sua famiglia austriaca ed ebrea, viene cacciata da Vienna. Con la scusa di scrivere una serie di articoli per il giornale per cui lavora, Amara, l’inseparabile amica d’infanzia di Emanuele, decide di mettersi alla ricerca del suo compagno di giochi, e colui che pensava sarebbe diventato il suo compagno di vita. Inizia così un racconto strordinario di uno straordinario viaggio attraverso l’Europa comunista del 1956, su un treno che si ferma a ogni stazione, ha i sedili decorati con centrini fatti a mano e puzza di capra e sapone di pessima qualità e sul quale conosce Hans Wilkosky, giornalista austro-ungherese mezzo ebreo che diventerà il suo compagno di viaggio e la aiuterà nella ricerca di Emanuele. Amara visita sgomenta ciò che resta del girone infernale di Auschwitz-Birkenau. Con Hans percorre le strade di Vienna alla ricerca di sopravvissuti, giunge a Budapest mentre scoppia la rivolta degli ungheresi, e trema con loro quando i colpi dei carri armati russi sventrano i palazzi. Un libro staordinario di una scrittrice straodinaria. #DaciaMaraini

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 2018 ©Paola Cacciari

Eugene Onegin tra Puškin e Tchaikovsky

Per anni ho sussurato il suo nome a bassa voce, con deferenza e rispetto, quasi per paura di sciuparlo. Che da sempre è stato il tempio del balletto – sul suo palcoscenico hanno ballato i piu’ grandi – Vaslav Nijinsky, Anna Pavlovna, Rudolf Nureyev. Persino il nostro Giuseppe Verdi lo scelse per la prima rappresentazione assoluta de La Forza del Destino il 10 Novembre 1862. Parlo del Teatro Imperiale di San Pietroburgo, meglio noto come Teatro Mariinskij.

The Mariinsky Opera and Ballet Theatre
The Mariinsky Opera and Ballet Theatre

Per cui potete immaginare la mia eccitazione quando la settimana scorsa, durante una manciata di giorni trascorsi nella rispledente San Pietroburgo, ne ho varcato le porte per assistere ad Eugene Onegin, il capolavoro di Pyotr Ilyich Tchaikovsky tratto dall’omonimo romanzo in versi di Aleksandr Sergeevič Puškin!!

 

La storia, composta tra il 1822 e il 1831 e pubblicato completa per la prima volta nel 1833, è diventata un classico della letteratura mondiale. Eugenio Onegin è un giovane dandy annoiato e disilluso dalla vita. Trasferitosi in campagna, diventa amico di un giovane poeta, Vladimir Lenskij, innamorato di Olga con cui si è appena fidanzato. Mentre Lenskij corteggia Olga, e si allontana con lei, Onegin conversa con la sorella di lei,Tatyana che, affascinata da Onegin, si innamora a prima vista di lui. Giovane e impulsiva, Tanya gli scrive (dopo qualche esitazione) un’appasionata lettera in cui gli dichiara il suo amore.

Amore che Onegin respinge con un annoiata fermezza quando si incotrano in un angolo del giardino della Larina, fra cespugli di lillà e di acacie in fiore, un’antica panca, fra aiuole trascurate. Lei è troppo giovane, troppo povera, troppo inesperta e lui non pensa assolutamente a sposarsi.

Qualche tempo dopo, Lenskij insiste perché il suo amico assista al ballo in occasione dell’onomastico di Tatyana. Onegin, scontento e annoiato, decide di divertirsi giocando a sedurre Olga, che sta al gioco. Ma a fare la parte del terzo incomodo Lenskij proprio non ci sta (come dargli torto?). Offeso e tradito, sfida l'(ex) amico ad un duello con le pistole da tenersi il giorno seguente, all’alba. Duello che si conclude tragicamente quando un riluttante Onegin uccide Lenskij.

Costretto a lasciare la città, Onegin vi fa ritorno due anni dopo. Ed lì, nel salone di un ricco palazzo a Pietroburgo, dove gli invitati si divertono un mondo a ballare una polacca, che ritrova Tatyana al braccio del principe Gremin, generale dell’esercito ed eroe di guerra. La giovane appassionata che gli aveva scritto una lettera d’amore due anni prima è diventata una donna bellissima e raffinata, e Onegin – resosi conto dell’errore commesso tempo prima rifiutandola – le confessa il suo amore. Ma è troppo tardi: Tatiana che ha sposato il Principe, preferisce restare fedele al marito nonostante ami ancora Onegin. Nell’ultima scena la donna esce di scena e dalla vita di Onegin, lasciando l’uomo alla sua disperazione e al suo rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere e che non è stato mai. Ed è questa è la vera tragedia.

Ammetto senza vergogna di essere una tradizionalista e questa produzione di Eugene Onegin del Teatro Mariinsky creata da Yuri Temirkanov nel 1982, con i suoi costumi classici, senza strani esperimenti e adattamente è stata semplicemente da sogno! 🙂

 2018 ©Paola Cacciari

Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi

Come ho già detto altre volte su in questo blog, ci sono libri che si leggono e altri che si rileggono. Libri che si continuano a leggere e che, nonostante il passare del tempo e della vita, continuano a parlarci.
Eppoi ci i sono libri che si leggono al momento giusto, all’età giusta, nello stato d’animo giusto. E che per questo si ricordano per tutta la vita. Nel mio caso, come Jack Fruscinate è Uscito dal Gruppo di Enrico Brizzi.

Nella mia recensione su Goodreads gli ho dato 5 stelle, non perchè pensi che questo libro sia un capolavoro, tutt’altro. Brizzi era giovane, aveva neanche ven’anni quando lo ha scritto, ed io ero poco più vecchia di lui quando l’ho letto. Ma mi ha parlato come solo Due di Due di Andrea De Carlo ha fatto in precedenza. Ma se Due di Due non l’ho mai più rietto perchè temevo di non ritrovare più le emozioni che mi diede quando lo lessi la prima volta, con Jack Frusciante è stato diverso, che per qualche strano motivo di ordine puramente biologico, questo è un libro che sento il bisogno di rileggere ad intervalli di ogni dieci anni. Ma è comprensibile, che se Milano per me è un libro di De Carlo, la Bologna di Brizzi è un universo geografico che conosco bene perchè era lo stesso in cui mi muovevo io. O meglio, in cui cercavo di districarmi, in uno dei periodi più aggrovigliati della mia vita. Una vita la mia che, come quella del vecchio Alex, “fin lì, entrava tutta dentro un Jolly Invicta.” Anche se io di Jolly Invicta non ne ho mai avuto uno.

Comunque.

Quelle cinque stelline di Goodreads sono della me stessa post-adolescenziale a cui la Bologna degli anni Novanta stava stretta sul serio. Come i personaggi di Kerouac volevo andare da qualche parte. Non sapevo dove, ma sentivo che era importante “andare”.  E infatti sono andata. Jack Frusciante è una specie di monumento ai quegli anni, ai miei sogni di uscire dalla “strada troppo stretta e dritta per chi vuol cambiare rotta” cantata dal Ligabue di Non è tempo per noi, o dal cerchio che la società, le convenzioni cercano sempre di costruirci attorno. Ma è stato anche un monumento ad una delle più intense storie d’amore che mi sia mai capitato di vivere. Una storia che, a vent’anni di distanza, ricordo ancora con grande affetto ed emozione. Forse perchè, proprio come quella di Alex e Aidi, anche la mia non è mai veramente avvenuta. Un libro che è insomma un monumento alla persona che ero io a quel tempo e che mi ha aiutato a diventare la persona che sono adesso.

 

2018 ©Paola Cacciari

Circolo chiuso (The Closed Circle) di Jonathan Coe

È un’Inghilterra che conosco e riconosco questa raccontata da Jonathan Coe in The Closed Circle (Circolo Chiuso) che questo è il Paese in cui sono atterrata in quel lontano Aprile del 1999. Un Paese da poco rimasto orfano di due donne carismatiche come Margaret Thatcher e Lady Diana, la prima silurata nel 1992 (e sostituita per un breve e irrilevante mandato dall’altrettanto irrilevante John Major) la seconda morta tragicamente in un incidente stradale a Parigi nel 1997 e in disperato bisogno di una mano ferma, ma amichevole. Almeno all’apparenza. La mano del giovane e carismatico Tony Blair.

Sotto l’egida del New Labour di Balir la Gran Bretagna si trasforma nella Cool Britannia  delle Spice Girls e la bandiera nazionale, la Union Jack diventa un brand per tutto, dalle teiere agli ombrelli che tanto piacciono ai turisti perchè fanno tanto Londra. Nella Londra degli anni Novanta l’aria era elettrica, l’economia girava al massimo e la nazione era talmente ricca che si poteva trovare lavoro semplicemente stando seduti su di una panchina a mangiare un panino nel parco (e questo lo dico per esperienza personale, lo so perché mi è capitato). L’ottimismo, l’apertura all’Europa, i caffè all’aperto, il culto del cibo che trasforma improvvisamente l’Inghilterra da una nazione di filistei culinari in una di foodies ossessionata di ristoranti, ricettari e celebrity chefs. Quello che si vedeva meno erano cose tanto piu’ tragiche proprio in quanto cosi’ banali come il dramma del lavoro operaio, sottoposto alla morsa e alle costrizioni della globalizzazione. E tragedie ferroviaria senza precedenti, come qulla di Paddington del 1999, in cui persero la vita 31 persone e 400 restarono feriti. E la chiusura dello stabilimento di Longbridge, vicino a Birmingham, dal 1905 vitale per l’economia locale e non solo. E la tragedia dell11 Settembre, la guerra in Afganistan e quella in Iraq – contro la quale il 15 Febbraio del 2003 ci furono una serie di manifestazioni coordinate in tutta Europa. Tra le 750,000 che marciarono lungo il Tamigi fino ad Hyde Park c’ero anch’io. Queste sono tutte cose che ho vissuto sul posto e che non dimenticherò tanto facilmente. E che ho ritrovato nel Circolo Chiuso insieme agli eroi de La Banda dei Brocchi. Più vecchi (sono trascorsi vent’anni), più cinici, certamente più incattiviti da un mondo in cui il denaro e l’immagine la fanno da padroni. Alle soglie del capodanno del 2000 Claire Newman, reduce da un matrimonio fallito e da un altrettanto fallito lungo soggiorno in Italia, decide di tornare a Birmingham. Pensa sia venuto il momento, dopo più di vent’anni, di scoprire definitivamente cosa sia successo a sua sorella Miriam, scomparsa misteriosamente all’improvviso nel 1978.
Ma tornare a Birmingham significa anche rientrare in contatto con amici e conoscenti persi di vista e riannodare rapporti complessi, quello con suo figlio, per esempio, che aveva deciso di restare a vivere con il padre in Inghilterra. Pochissimi giorni dopo il rientro, incontra per caso un vecchio amico, Benjamin Trotter, in compagnia di una bellissima ragazza, Malvina: Claire sospetta che tra i due possa esserci qualcosa, mentre in realtà Malvina, della quale nulla si sa fino alla fine del romanzo, è innamorata di Paul Trotter, fratello di Benjamin e deputato del New Labour di Tony Blair.
Insomma, neanche in questo romanzo manca la pienezza a cui Jonathan Coe ci ha abituati: infatti, sebbene sia un romanzo in sé stesso compiuto, Circolo Chiuso rappresenta insieme a La banda dei brocchi (anni settanta) e a La famiglia Winshaw (anni ottanta), la conclusione di un grande affresco del recente passato e del presente dell’Inghilterra del XX secolo.

2018 ©Paola Cacciari

 

Il Museo di Sherlock Holmes, Londra e le sue particolarità

Da sempre adoro Sherlock Holmes, il più famoso “londinese” che non è mai esistito. Ma ammetto che, nonostante quasi vent’anni di permanenza nella Capitale, non sono anora andata a visitare il Museo a lui dedicato. Fortuna che ci ha pensato 50 Sfumature di Viaggio a colmare questa mia lacuna. Almeno per il momento… Buona lettura!

50 Sfumature di viaggio

museo sherlock holmes ingresso

Il Museo di Sherlock Holmes (Sherlock Holmes Museum) si trova a Londra, in Baker Street al civico 239, accanto al 221B di Baker Street, che era l’indirizzo scelto da Sir Arthur Conan Doyle, per la residenza dell’investigatore. Il museo è gestito dall’organizzazione non profit Sherlock Holmes International Society.

Sherlock Holmes probabilmente è nato il 6 gennaio 1854 e, per più di un secolo il suo nome è stato conosciuto in ogni paese del mondo. Non era noto solamente il suo nome, ma anche il suo aspetto e le caratteristiche che lo rendevano unico: gli occhi penetranti. la vestaglia e la pipa, il cappello e la lente d’ingrandimento. Questi dettagli sono così familiari che se dovesse apparire tra noi oggi, lo riconosceremo subito.

holmes statua in casaÈ una figura enigmatica, avvolta nel mistero, come i crimini che ha cercato di risolvere e, come nella maggior parte delle leggende, è spesso difficile…

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