Il sorriso in mostra alla Wellcome Collection di Londra

A nessuno piace andare dal dentista, anche chi come me ne ha uno davvero molto bravo e simpatico. Che c’è qualcosa nel sibilo del trapano, nel suo aspetto metallico e appuntito e nell’odore di carne bruciata e disinfettante che aleggia nell’aria di ogni studio dentistico che basta da solo a mettere a disagio anche chi non ha una vera e propria fobia. Proprio per questo una visitina mostra della Wellcome Collection dedicata al bianco perlato (o meno) della nostra dentatura è fortemente consigliata – e non solo a coloro che hanno continuato a rimandare una visita dal di controllo. Davvero, guardatevi intono e sarete grati di vivere nel XXI secolo e avere accesso alle meraviglie della moderna odontoiatria!

A European sculpture of a barber-surgeon reminds viewers what a trip to the dentist was like in the 17th century
A European sculpture of a barber-surgeon reminds viewers what a trip to the dentist was like in the 17th century

Come scienza indipendente, l’odontoiatria professionale fu lenta ad emergere. Per secoli, l’unica cura per il mal di denti era una dolorosa estrazione. Considerata al di sotto delle alte preoccupazioni di un medico propriamente detto, la cura e l’estrazione dei denti era riservata ai fabbri, ai barbieri e ai ciarlatani itineranti. Bisognerà attendere il 1728 e il medico francese Pierre Fauchard perché la nuova nascente professione dell’odontoiatria fosse ufficialmente ratificata. Prima di allora, per chi aveva mal di denti c’era poco da fare a parte affidarsi a tisane e pozioni, amuleti e preghiere a Sant’Apollonia che, secondo la tradizione fu torturata cavandole i denti di bocca e per questo considerata patrona dei dentisti, igienisti dentali e odontotecnici e, appunto, i suddetti temuti barbieri/fabbri estrattori di denti. Ma l’odontoiatria era costosa (ancora lo é) e i primi dentisti naturalmente si rivolgevano agli aristocratici, occupandosi di trasformare i loro denti rovinati dallo zucchero e di restituire così lo il sorriso e con esso il loro posto in società.

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A set of dental instruments including five ‘pelicans’ for extracting teeth and a tooled leather case, French, 16th-17th centuries, Dr Hamonic Collection © Science Museum / Science & Society Picture Library
Thomas Rowlandson, “A French dentist showing a specimen of his artificial teeth and false palates”, coloured engraving, 1811

Prima che Charles Goodyear perfezionasse le protesi in gomma vulcanizzata nel 1840, i denti falsi erano costosi e scomodi. Appoggiati a molle, avevano una sfortunata tendenza a saltare fuori dalla bocca. Nella caricatura satirica di Thomas Rowlandson, Nicholas Dubois de Chemant, dentista della società londinese che era sfuggito alla Rivoluzione francese, “mostra” un nuovo set di protesi di porcellana Wedgwood ad un potenziale cliente. Il catalogo di brutture e cattivi odori offerto da una bocca aperta doveva essere davvero terribile ancora nel 1811 se perfino gli illustratori georgiani come nostro Rowlandson si proccupano di farci caicature satiriche. Fortunatamente per tutti le cose erano destinate a migliorare se non altro per l’introduzione, alla metà dell’Ottocento, dell’anestesia.

Ma fu solo alla fine degli anni Quaranta, con la nascita del National Health Service (NHS), il servizio sanitario britannico istituito nel 1948 che per la prima volta anche persone comuni che fino ad allora soffrivano il mal di denti in silenzio, possono permettersi il privilegio di una visita oodontoiatrica. Lo stato delle dentature della nazione comincia a migliorare agrazie anche ad una serie di campagne di informazione promosse dal Governo a favore dei benefici dell’igiene orale quotidiana, della riduzione del consumo di zuccheri e dei controlli regolari dal dentista, soprattutto per i bambini. Oltre alla straordinaria selezione di denti finti, dentiere, paste e spazzole (incluso lo spazzolino da denti d’argento di Napoleone) e alle enormi dentiere finte usati dai dentisti tirocinanti per fare pratica, c’è anche una simpatica esposizione di lettere scritte dai bambini alla fatina dei denti. 🙂

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Si termina con un display sui denti nella società di oggi. Essendo l’unica parte visibile dello scheletro umano, i denti sono intrinsecamente legati all’identità, sia individuale che culturale. Basta pensare alle cifre che una persona o una famiglia media è disposta a spendere (privatamente o meno) in impianti, protesi, corone, apparecchi e igiene orale. Ma i nostri denti dicono molto altro su chi siamo e otturazioni, operazioni (etc, etc) forniscono indizi forensi di vitale importanza in caso di guerre o catastrofi, naturali rendano necessari identificare i corpi. Intervenire sui denti può persino aiutare a curare l’ansia. Ripensandoci, forse è il momento di prenotare quel check-up dopo tutto… 😉

2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 16 Settembre 2018

Teeth

@ Wellcome Collection

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I viaggi di James Cook alla British Library

Sono trascorsi 250 anni dalla partenza da Plymouth dell’ HMS Endeavour, la mitica nave  britannica comandata dal tenente James Cook tra il 1769 e il 1771 durante il suo primo, intrepido viaggio di esplorazione in Australia e Nuova Zelanda. E la British Library celebra con una nuova grande mostra che ripercorre i tre grandi viaggi di Cook alla scoperta di nuove terre e di nuovi oceani, andando oltre al tradizionale motivo “uomo bianco-scopre-nuova-terra”, e includendo le prospettive della gente che Cook ha incontrato, inclusi i disegni del sommo sacerdote polinesiano e il navigatore Tupaia.

Le rotte dei viaggi di James Cook. Il primo viaggio è mostrato in rosso, il secondo in verde, il terzo in blu.
Le rotte dei viaggi di James Cook. Il primo viaggio è mostrato in rosso, il secondo in verde, il terzo in blu.

James Cook era nato nel 1728 in un piccolo villaggio dell’Inghilterra. Le sue prime, durissime esperienze per mare lo aiutarono a diventare un abile marinaio e lo spinsero a documentarsi sull’astronomia, la geografia e la cartografia. Dopo aver ottenuto il suo primo imbarco come mozzo sulle navi che trasportavano il carbone dal Nord dell’Inghilterra verso Londra, Cook si arruolò nella marina militare inglese.

Non essendo un aristocratico e non avendo compiuto studi adeguati, dovette cominciare dal grado di marinaio scelto; ma in poco più di due anni fece una brillante carriera e fu destinato in America Settentrionale dove gli Inglesi erano in guerra con la Francia per la conquista del Québec. Qui si mise in luce per le sue straordinarie capacità di pilota guidando le navi da guerra inglesi nella difficile navigazione del San Lorenzo, un fiume quasi impraticabile. La carta del San Lorenzo disegnata da Cook avrebbe poi permesso agli Inglesi di risalire il fiume e prendere di sorpresa i Francesi, sconfiggendoli in battaglia. Il merito di quella importante vittoria fu dunque anche suo.

Omai by William Hodges © Royal Museums Greenwich

Nell’agosto del 1768 il comandante Cook era pronto a partire dal porto di Plymouth, in Inghilterra, a bordo dell’Endeavour (“Tentativo”) per il suo primo viaggio nel Pacifico. La sua spedizione incarnava lo spirito dei tempi: con l’Illuminismo, infatti, si andava affermando nella società, nella scienza e nella politica un nuovo modo di pensare, che metteva la ragione al centro di ogni ricerca. E proprio per approfondire le conoscenze scientifiche dell’epoca a bordo dell’Endeavour s’imbarcò anche una missione di scienziati: botanici, naturalisti, astronomi, geografi. Tra loro vi erano anche alcuni artisti assoldati per disegnare le particolarità delle nuove terre scoperte.

Per i suoi viaggi Cook aveva bisogno di una nave molto solida e capiente, con un’attrezzatura leggera, capace di ospitare un equipaggio di almeno settanta uomini.

Nel suo primo viaggio (1768-71), dopo aver attraversato l’Oceano Atlantico e toccato la Terra del Fuoco, circumnavigò la Nuova Zelanda e scoprì ed esplorò la costa orientale dell’Australia. Durante il viaggio di ritorno l’Endeavour rischiò il naufragio sulla barriera corallina, ma grazie al fondo piatto e poco profondo dello scafo l’ostacolo fu superato. Questa prima spedizione mise in dubbio la credenze dell’epoca circa un leggendario continente meridionale collocato nell’emisfero australe.

The Resolution and the Discovery in Prince William Sound, Alaska by John Webber © British Library
The Resolution and the Discovery in Prince William Sound, Alaska by John Webber © British Library

Il secondo viaggio di Cook (1772-75) confermò questa tesi: non esisteva nessun continente a sud del Circolo Polare Antartico. Con la sua flotta di due navi, infatti, Cook superò per ben due volte la linea del Circolo Polare Antartico. Dopo aver esplorato alcuni gruppi di isole del Pacifico (la Nuova Caledonia, le Nuove Ebridi, le Marchesi), Cook fece ritorno in Inghilterra doppiando Capo Horn.

Nel luglio del 1776 Cook partì per il suo ultimo viaggio. Lo scopo era quello di trovare un passaggio dal Pacifico all’Atlantico a nord dell’America Settentrionale, il mitico passaggio di nord-ovest. Dopo aver esplorato le coste settentrionali dell’America affacciate sul Pacifico, Cook raggiunse e oltrepassò lo Stretto di Bering. Il freddo e i ghiacci lo costrinsero però a invertire la rotta: lo scontro e la frizione tra gli iceberg mettevano a repentaglio le imbarcazioni. Non riuscendo a passare lo stretto, Cook decide di fermarsi alle Hawaii, scoperte appena un anno prima. Qui venne ucciso in uno scontro con le popolazioni indigene. La leggenda vuole che sia stato mangiato dai nativi…

Alla fine ci si sente completamente sminuiti dall’immensità del mondo che Cook e i suoi uomini hanno navigato e dai popoli che hanno incontrato. Di li’ a poco sarebbe arrivato l’imperialismo in tutta la sua coloniale violenza. Eppure quello e’ stao forse il primo momento in cui popoli estranei si sono guardati l’uno con l’altro con occhi aperti e mente attenta e curiosa.

(fonte www.treccani.it)

Londra// fino al 28 Agosto 2018

James Cook: The Voyages @ British Library

Il colori della Natura secondo la Natura.

Sono una storica dell’arte, ma soprattutto sono un’amante della bellezza. E la bellezza spesso per me è associata al colore. I blu di Poussin, i gialli di Vermeer, i rossi di Caravaggio e dei caravaggeschi. Oppure la fotografia in tecnicolor di William Eggleston o Guy Bordin per fare un paio di nomi a casaccio tra i tanti grandi fotografi che mi fanno sognare.

Il mondo che ci circonda è un mondo a colori. Televisori ad alta definizione e applicazioni come Instagram che ci permettono di manipolare la realtà come e quando vogliamo basta avere uno smartphone, ci fanno spesso dimenticare che i colori che artisti e fotografi cercano con tanta ostinazione di riprodurre sono stati creati molto tempo prima dalla Natura. Come Fabrizio Bentivoglio in Marrakesh Express, a volte penso che sarò una delle ultime persone ad avere i ricordi in bianco e nero. Inutile dire che mi fa strano.

Colour and Vision
E allora ben venga Color and Vision al Natural History Museum a ricordarci che la Natura, a differenza di Instagram, non utilizza filtri. Nonostante si trovi accanto al museo in cui lavoro, non vado spesso al Natural History Museum anche se la collezione è super-affascinante: è troppo affollato e troppo rumoroso e più che ad un museo sembra mi sempre più simile ad un circo. Un circo bellissimo, ma sempre un circo.

Faccio eccezione per le mostre, sempre di grande qualità che permettono anche ad una profana come la sottoscritta di allargare le conoscenze scientifiche senza annoiarsi. E Color and Vision non fa eccezione. E ancora una volta mentre seguo il percorso della mostra, scopro che i primi organismi preistorici esistenti molti milioni di anni fa erano creature così antiche da non aver ancora sviluppato un apparato visivo (e non avendo gli occhi ed essendo pertanto incapaci di vedere il nemico arrivare, aggiungo io, non sorprende che si siano estinte…), mentre altre creature la vista ce l’hanno, ma molto diversa dalla nostra. Il bulldog per esempio vede il mondo come noi esseri umani, ma più sbiadito (un po’ come chi essendo daltonico non vede certi colori), mentre la libellula abita un mondo psicadelico che sembra uscito dalla copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles. Da gattofila convinta, sono tuttavia un po’ offesa dal fatto che il mio animale preferito sia stato ignorato. Pazienza, non si puo’ avere tutto…
Gli occhi sono un organo meraviglioso. Ma al contrario di quanto l’esimio critico d’arte vittoriano John Ruskin voleva credere, i colori e la vista non sono stati creati per permettere alle creature della terra di ammirare la gloria del Signore, bensì per una ragione molto più pratica e spietata, quella legata all’evoluzione della specie. In pratica mentre il predatore sviluppava la vista, la preda sviluppava i meccanismi di difesa per mimetizzarsi. E il mondo diventava sempre più colorato. Inutile dire che sono molto contenta di non vedere il mondo in bianco e nero come la lumaca: sarebbe davvero un peccato.

 Starling Sturnus vulgaris © The Trustees of the Natural History Museum, London
Starling Sturnus vulgaris © The Trustees of the Natural History Museum, London

 

Londra// fino al 6 Novembre 2016
Colour and Vision
Natural History Museum, London

La vita segreta dei coralli. Al Natural History Museum di Londra.

Sono una storica dell’arte non un’esperta di biologia marina. Ma non occorre esserlo per godersi Coral Reefs: Secret Cities of the Sea, la mostra del Natural History Museum che da sempre fa della parola “educativo” la sua dicharazione d’intenti. E così, aggirandomi tra coralli colorati, pescioni imbalsamanti e gigantesche conchiglie (avete presente quella della Venere di Botticelli?) ho imparato che c’è un sacco di attività nel profondo del mare e altrettanto dramma, causato non da ultimo da personaggi come il polpo dagli anelli blu, un piccoletto grande come un soldo di cacio il cui corpo è lungo circa 5 cm con tentacoli di 7 cm e che pesa meno di un’etto di prosciutto, che si illumina quando si arrabbia. Letteralmente! E pare che abbia in corpo abbastanza veleno da uccidere 47 uomini – anche se effettivamnte (e fortunatamente) la cosa non è mai stata provata.

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Coral Reefs Natutal History Museum, London © Paola Cacciari

Questa mostra sembra contenere tutte le specie di coralli possibili ed immaginabili – dalla Mussidae la cui forma ricorda quella del cervello umano (in inglese si chiama Brain Coral…) al pomodoro di mare (che in realtà si chiama Actinia equine, ma sfido chiunque non sia un esperto a ricordarselo…) o quello che che sembra un ventaglio di piume – nettamente disposte in bacheche vittoriane che evocano l’atmosfera magica dei tempi di Darwin.

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Coral Reefs Natutal History Museum, London © Paola Cacciari

Ma il vero higlhlight della mostra è un bellissimo acquario in cui pesciolini colorati come il Nemo del film omonimo coabitano con veri coralli. È una mostra davvero affascinate e fatico non poco a staccarmi da quella finestra su un mondo e lasciare vedere qualcosa anche ai bambini dietro di me… (!).

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Coral Reefs Natutal History Museum, London © Paola Cacciari

E lascio il Natural History Museum avendo la certezza di aver imparato tutta una serie di piccoli fatti sui questi organismi marini – tutte cose che probabilmente avrei potuto leggere su Wikipedia, ma che sono immensamente molto più interessanti e stimolanti  se viste dal vero. Soprattutto ho imparato che il corallo è un organismo vivente, che si riproduce costantemente e il cui appetito per il sesso rivaleggia quello di Don Giovanni. E che se non facciamo qualcosa per proteggerle, le Grandi Barriere coralline – minacciate come sono dall’attività umana e dall’aumento delle temperature- moriranno nel giro di soli 50 anni. E sarebbe un vera tragedia. Meditate gente, meditate.

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Coral Reefs Natutal History Museum, London © Paola Cacciari

Londra // fino al 13 Settembre

Coral Reefs: Secret Cities of the Sea

Natural History Museum

nhm.ac.uk

 

Allo Science Museum il connubio tra fotografia, arte e scienza

Erano gli anni Settanta del XIX secolo quando Eadweard Muybridge (1830–1904) posizionando 24 macchine fotografiche sistemate in modo parallelo lungo il tracciato e azionate da un filo colpito dagli zoccoli dell’animale, dimostrò al mondo che i cavalli sapeavano volare (o meglio che un cavallo lanciato al galoppo solleva tutti e quattro gli zoccoli). E se paragonata con quella dei cavalli al galoppo o degli uomini che camminanao Chickens scared by a torpedo non è di certo è la sua serie fotografica più riuscita o famosa, è certamente quella che ha il nome più divertente. Di certo batte in originalità i nomi del resto delle fotografie che abitano Revelations: Experiments in Photography allo Science Museum dedicate agli esperimenti dei primi fotografi vittoriani che, insieme agli scienziati dell’epoca, usarono la fotografia è per registrare fenomeni troppo veloci o troppo piccoli per l’occhio umano. Ma da quando fu inventata negli anni Quaranta dell’Ottocento anche gli artisti hanno dato un importate contributo alla fotografia, a cominciare da un pioniere della microfotografia come William Henry Fox Talbot (1800-1877) che fu anche l’inventore della tecnica della fotografia su carta salata, colui che dise che la fotografia era “un po’di magia che si realizza”. O dalla fotografa americana Berenice Abbott (1898-1991) che trascorse due anni a scattare immagini del movimento delle onde e di altri fenomeni fisici per il MIT Museum (Massachusetts Institute of Technology di Cambridge, nel Massachusetts).

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“Chickens scared by a torpedo” by Eadweard Muybridge, 1887

Le loro immagini sono esposte accanto a quelle di pilastri come Man Ray (1890-1976) e László Moholy-Nagy (1895-1946). E non sorprende, visto che fu proprio Moholy-Nagy a pronunciare la famosa frase: “Non colui che ignora l’alfabeto, bensì colui che ignora la fotografia, sarà l’analfabeta del futuro.” Accanto a loro, contemporanei come il giapponese Hiroshi Sugimoto e soprattutto l’israeliano Ori Gersht. Quest’ultimo (che ho scoperto negli ultimi anni) crea opere basate su dipinti di nature morte del Seicento e del Settecento spagnolo e fiammingo con fiori veri che poi congela e fa esplodere con la nitroglicerina catturando in digitale il momento culminante del processo. Sono immagini di una bellezza straordinaria realizzate con una tecnica raffinatissima. Costoro sono i veri eredi di questi primi fotografi, coloro che a due secoli di distanza continuano a catturare nelle loro opera la magia della sperimentazione e della sua astratta bellezza.

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Blow-Up Ori Gersht; private collection

Fino al 13 Settembre,

sciencemuseum.org.uk

La magia dei colori in mostra alla National Gallery

La gloriosa mostra dedicate a Paolo Veronese è finita, ma niente paura: la National Gallery ha già pronte non una, ma due bellissime mostre per allietare quello che resta dell’estate londinese.

Making Colour (fino al 17 Settembre), nella Sainsbury Wing è una splendida scorribanda nella storia del colore che va dal primo Rinascimento all’Impressionismo. Avvalendosi delle competenze del dipartimento scientifico della galleria, l’esposizione esplora la gamma di materiali che sono stati utilizzati per creare il colore nei dipinti e altre opere d’arte. Particolare attenzione viene data alle origini e gli sviluppi dei materiali fisici stessi, dai prodotti minerali naturali per lo sviluppo dei pigmentifabbricati. Da dipinti a tessuti, dalla ceramica al vetro: insieme queste opere illustrano come il colore permette agli artisti dirappresentare la loro visione del mondo.
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Combing the Hair by Edgar Degas (c1896). Photograph: The National Gallery

Nella Sunley Room una mostra gratuita che è una vera chicca: Building the Picture: Architecture in Italian Renaissance Painting (fino al 21 Settembre) che esplora come i pittori del XIV, XV e XVI secolo utilizzavano l’architettura come elemento con cui inquadrare le figure, scandire le scene (perlopiù tratte dal Vangelo e dalla Bibbia e occasionalmente dalla mitologia) organizzandole in un mondo fisicamentepiù familiare all’osservatore contemporaneo. Prendendoo in esame opere di Duccio, Sandro Botticelli e Carlo Crivelli, la mostra esplora le convenzioni architettoniche del Rinascimento, e rivela come queste venivano tradotte in pittura.  Affascinante.

Carlo Crivelli, Annunciation, with Saint Emidius

Making Colour, fino al 7 Settembre 2014
Building the Picture: Architecture in Italian Renaissance Painting, fino al 21 Settembre 2014

2014 ©Paola Cacciari

The National Gallery,
www.nationalgallery.org.uk

La morte si fa bella. Alla Wellcome Collection di Londra

Già in passato la Wellcome Collection aveva proposto mostre insolite che proponevano temi controversi come la storia delle droghe o della sporcizia. Ma la morte? Difficile pensare ad essa come il soggetto adatto per una mostra. D’altronde il tema della Danza macabra non è nuovo nell’iconografia della storia dell’arte, soprattutto di quella medievale. E chiunque soggetto di continuo a pestilenze, guerre e carestie sarebbe ossessionato dall’idea…

An image of a classic oil painting of skulls and flowers within a thick black square frame
Adrian Van Utrecht, Vanitas Still life with a Bouquet and a Skull (1643). Oil on canvas© The Richard Harris Collection

La mostra attinge a piene mani dalla collezione privata dell’americano Richard Harris che da anni raccoglie oggetti, dipinti, stampe, sculture etc. che hanno come tema la morte e una volta dimenticato il fatto di essere volontariamente venuti a contatto con un argomento che di solito si fa di tutto per dimenticare, quella della Wellcome è una mostra  veramente coinvolgente. Organizzata tematicamente lungo cinque sale, esplora i modi diversi in cui culture diverse in periodi diversi hanno affrontato l’inevitabile. Sin dall’antichità infatti l’angoscia e il mistero che circondano la morte hanno spinto gli uomini ad elaborare raffigurazioni che fossero di impatto immediato al fine di scuotere la coscienza dell’osservatore. E così dalle rappresentazioni della vanitas del protestantesimo olandese alle drammatiche stampe di Dürer e Goya si passa ai buffi scheletri ukiyo-e del giapponese Kawanabe Kyosai che giocano fra loro e sembrano divertirsi una sacco, per nulla turbati dal fatto che della loro persona non è rimasto altro che le ossa.

Kawanabe Kyosai’s Frolicking Skeletons: emphasising the carefree spirit of the world beyond. Photograph: The Richard Harris Collection/Wellcome Images

Che una cosa è certa: quello della morte è un tema universale. La morte non solo come memento mori, ma come satira sociale perché davanti a Dio (o chi per lui) siamo tutti sono uguali. Certo non è una mostra da affront a cuor leggero, soprattutto quando si arriva alle stampe di Otto Dix dove la tragedia della Guerra davvero non ha bisogno di parole.

Dato il soggetto in questione, non c’è da stupirsi che l’effetto prodotto siano inquietudine e una certa ansia. Ma quella della Wellcome Collection resta un’affascinante indagine su un fatto inevitabile. Rassegnamoci.

2013 ©Paola Cacciari

Londra//fino al 24 Febbraio 2013

Death: A self-portrait

The Wellcome Collection

wellcomecollection.org

Dirt: The filthy reality of everyday life. alla Wellcome Collection

A Monster Soup commonly called Thames Water
William Heath, 1828

Quello della sporcizia è  un tema difficile quanto enorme, che la Wellcome Collection ha affrontato con ironia e immaginazione, ma anche con la serietà della grande istituzione scentifica che la contraddistingue.

Attraverso fotografie, dipinti, installazioni ed oggetti vari ed eventuali, Dirt: The filthy reality of everyday life racconta la storia e le vite di varie città – da Delft a Londra, da Dresda a Delhi. Ma non fatevi ingannare dal tono che, sebbene leggero e ironico per gran parte della mostra, non perde tuttavia l’occasione per sottolineare fatti inquietanti come l’appropriazione “sociale” del concetto di sporcizia con la presenza di alcuni poster antisemitici del periodo nazista che invitavano alla “pulizia etnica”. Una mostra perfetta tanto per visitatori occasionali che per gli amanti della scienza.

2011 ©Paola Cacciari

Londra//fino al  31 Agosto 2011, entrata libera.

Dirt: The filthy reality of everyday life

Wellcome Collection
183 Euston Road, London NW1 2BE

Martedì-Sabato  dalle 10 alle 18
chiuso il Lunedì

 

High Society alla Wellcome Collection

La premessa di questa mostra della Wellcome Collection è intrigante: tutte le società sono ‘high’ societies. Dove l’aggettivo high ha il significato di sovraeccitato, sballato. Il che significa che, forse a parte il Polo Nord, ogni società e cultura ha utilizzato e continua tutt’ora ad utilizzare qualche sostanza che altera i processi mentali.
Dal tè, al caffè ai sonniferi, siamo così abituati a fare uso di sostanze eccitanti o sedative che non le consideriamo neanche più droghe. Ma se al giorno d’oggi alcool e tabacco sono droghe legali, non lo erano affatto nel 1604; mentre cocaina ed eroina, illegali adesso, erano perfettamente legali in epoca vittoriana, dove la cocaina era utilizzata come tonico e l’eroina per le compresse per la tosse.
High Society esplora il percorso di queste sostanze, dalla loro scoperta e utilizzo nei rituali religiosi al loro passaggio alle botteghe degli apotecari medievali e ai sofisticati laboratori chimici di oggi. Una mostra che mette turro in prospettiva…
An opium den in San Francisco Process print after a photograph, early 20th century
Wellcome Library Wellcome Images

Londra//fino al 27 Febbraio 2011

High Society @ Wellcome Collection

Strane Creature (Remarkable Creatures) di Tracy Chevalier

Un libro di Tracy Chevalier, quella de La Ragazza dall’orecchino di perla, mi ha fatto improvvisamente ritornare la curiosità (mai sopita per la verità…) per la Storia Naturale, i fossili e i dinosauri. Così, sfidando la neve che ha coperto Londra (e pare, gran parte dell’Europa) io e la mia dolce metà ci siamo avventurati al Natural History Museum, in South Kensington sperando che il tempo inclemente tenesse lontane (almeno per qualche ora) le centinaia di vocianti scolaresche che affollano quotidianamente quel magnifico edificio vittoriano.

Mary Anning, 1842. Natural History Museum, London
Mary Anning, 1842. Natural History Museum, London

Ambientato a Lyme Regis sulla costa del Dorset all’inizio dell’XIX secolo, Remarkable Creatures (Strane Creature) di Tracy Chevalier, racconta dell’amicizia tra Mary Anning ed Elizabeth Philpot due donne che, diversissime per età, educazione e ceto sociale, sono unite dalla stessa passione per la ricerca e lo studio dei fossili.

Figlia di un falegname ebanista morto quando lei aveva solo undici anni, Mary diventa famosa nell’ambiente della storia naturale e della geologia non solo in Gran Bretagna, ma anche in Europa e in America.

Tuttavia, nonostante fosse l’autrice della scoperta (insieme  al fratello Joseph) dello scheletro del primo ittiosauro completo e di due plesiosauri, il fatto che fosse una donna (e di perdipiu’ di umili origini) non le consentì mai di diventare socia della Geological Society of London, cosa che non le consentì mai di partecipare al dibattito scientifico. Uh!

Drawing of the skull of Ichthyosaurus found by Joseph and Mary Anning 1814
Drawing of the skull of Ichthyosaurus found by Joseph and Mary Anning 1814

Non andò meglio alla sua contemporanea, Elizabeth Philpot. Nata a Londra nel 1780, e trasferitasi a Lyme Regis con le sorelle (zitelle, come lei) nel 1805 per non essere a carico del fratello avvocato, Elizabeth è famosa per la sua collezione fossili di pesci ora in mostra all’Oxford University Museum.

Alcune delle scoperte di Mary Anning sono in mostra permanente al Natural History Museum di Londra.

Sembra incredibile. E a volte dimentico quanta strada abbiamo fatto, noi donne dico, in fatto di evoluzione della specie. E di lotte sociali. Che con tutta la mia passione per la storia, non sono sicura mi sarebbe piaciuto nascere donna in un’altra epoca…

2011 ©Paola Cacciari