Martha Gellhorn

“Nothing is better for self-esteem than survival” scrive Martha Gellhorn (1908-1998) in Travel with Myself an another: a Memoir. Scrisse questo libro nel 1978 quando aveva settant’anni, proprio nella bella casa vittoriana al numero 72 di Cadogan Square in Knightsbridge davanti a cui mi trovo adesso. A corto di mostre da recensire e di storie da museo da raccontare a causa del terzo lockdown, sono ritornata alla mia vecchia passione per le storie dietro le London Blue Plaques, possibilmente quelle raggiungibili a piedi. E oggi la mia passeggiata quotidiana mi ha portato in quest’elegante piazza alberata nascosta tra le trafficate arterie di Knigthsbridge e Sloane Street, a porgere i miei omaggi a quella che è considerata una delle grandi corrispondenti di guerra del XX secolo.

E con giusta ragione, che la Gellhorn ha coperto quasi tutti i principali conflitti mondiali che hanno avuto luogo durante i suoi 60 anni di carriera, oltre a scrivere romanzi e racconti e questo “libro di viaggio” Travels with Myself and Another (1978) ­in cui lei racconta alcuni dei suoi viaggi più terribili, quelli in cui da perfetta legge di Murphy, tutto ciò che poteva andare male lo fa. L’ “altro” in questione, quello del titolo, è riferito al suo ex marito, lo scrittore Ernest Hemingway.

London 2021 © Paola Cacciari

Nata nel Missouri nel 1908, Martha Gellhorn era certamente una donna fuori degli schemi. D’altra parte con una madre attivista come Edna Fischel Gellhorn, impegnata nella lotta per i diritti della donna nonché una delle fondatrici e vicepresidente della National League of Women Voters americana, difficilmente poteva esser diversa. Determinata a diventare corrispondente estera, nel 1930 Martha si trasferisce in Francia, dove lavora presso l’ufficio della United Press di Parigi, prima di essere licenziata per aver denunciato molestie sessuali da parte di un collega dell’agenzia. Sicuramente furiosa, ma per nulla scoraggiata, trascorre il resto della sua permanenza europea viaggiando e scrivendo per giornali di Parigi e St. Louis e coprendo articoli di moda per Vogue, prima di tornare negli Stati Uniti nel 1932.

In America la sua carriera decolla. Non solo viene  inviatata dal Presidente Roosvelt e dalla moglie Eleanor Roosevelt a trasferirsi alla Casa Bianca per aiutare la First lady a rispondere alla corrispondenza e a scrivere “My Day” la colonna giornaliera che Eleanor tenne su Women’s Home Companion fino al 1936, ma inizia a lavorare per la Federal Emergency Relief Administration (FERA), creata da Franklin D. Roosevelt per aiutare a porre fine alla Grande Depressione. In qualità di osservatrice sul campo per la FERA, la Gellhorn viaggia attraverso gli Stati Uniti  per riferire su come la depressione stava influenzando il paese.  Il risultato  è  un potente  reportage, The Trouble I’ve Seen pubblicato nel 1936 in cui la Gellhorn documenta con il suo uno stile chiaro e semplice, la vita quotidiana degli affamati e dei senzatetto. 

Martha Gellhorn. Photograph: FPG/Getty Images

Lo stesso anno durante una vacanza in Florida con la madre, incontra Ernest Hemingway. I due si sposarono nel 1940, dopo quattro anni di turbolenta convivenza (Hemingway era ancora sposato con la sua seconda moglie Pauline Pfeiffer fino al 1939) e si trasferirono a Cuba. Ma per una donna indipendente, abituata a viaggiare e a “vivere della sua penna”, l’essere considerata solo la (terza) Signora Hemingway andava molto stretto e Martha Gellhorn non perde tempo a sottolineare che non aveva nessuna intenzione di “essere una nota a piè di pagina nella vita di qualcun altro” e concedeva interviste solo a patto che non si menzionasse il nome di Hemingway.

Certamente Hemingway era sempre più risentito dalle lunghe assenze della moglie a causa dei suoi incarichi di corrispondente di guerra e nel 1943, tanto che quando lei era in partenza per l’Europa per coprire il Fronte italiano, le chiese se era una corrispondente di guerra o una moglie. Le cose non migliorarono quando Hemingway a sua volta partì per l’Europa nel 1944, dove sarebbe andato al fronte con le truppe americane a coprite lo sbarco in Normandia tra la costernazione di Martha, che stava incontrando immense difficoltà in quanto l’esercito americano disapprovava delle corrispondenti di guerra donne (Lee Miller aveva avuto lo stesso problema). Determinato ad ostacolarle il viaggio, Hemingway si rifiuta di aiutarla a ottenere un lasciapassare giornalistico per viaggiare in aereo. Non una da arrendersi facilmente, Martha trova un passaggio per attraversare l’Atlantico su una nave norvegese carica di esplosivo. Gellhorn trascorse il resto della guerra sgattaiolando da un fronte all’altro, scrivendo articoli come e quando poteva, prima di arrivare una Londra devastata dalla guerra, e dire ad Hemingway che ne aveva avuto abbastanza della loro relazione. I due divorziarono nel 1945. Nel frattempo, mentre lei continuava a coprire la seconda guerra mondiale, inclusa la liberazione di Dachau – Hemingway aveva già pronta la moglie numero quattro.

Martha Gellhorn talks to Indian soldiers of the British Army in Italy in 1944 © Keystone/Getty Images

Nonostante detestasse il clima inglese (dopo aver vissuto per anni a Cuba la si può capire…), la Gellhorn mantiene una base a Londra dove continua a vivere di tanto in tanto dal 1953, per trasferirsi permanentemente nella Capitale nel 1970. Vivrà nella casa di Cadogan Square, per il resto della sua vita. Nel 1998, quasi cieca e devastata dal cancro alle ovaie Martha Gellron si suicidò con una capsula di cianuro. Una fine appropriata per colei che aveva vissuto la sua vita sempre all’attacco.

2021 © Paola Cacciari

Lost London – William Blake’s birthplace, Soho…

William Blake’s house in Soho, an illustration by  Frederick Adcock, published in ‘Famous houses and literary shrines of London’ (1912) and written by Arthur St John Adcock. William Blake, one of the UK’s most lauded artists and poets, was born in a property at 28 Broad Street (now Broadwick Street) in Carnaby Market, Soho, on […]

Lost London – William Blake’s birthplace, Soho…

High Society alla Wellcome Collection

High Society, “alta società” – uno pensa all’eleganza, al prestigio, al privilegio. O al film del 1956 con Bing Crosby, Grace Kelly e Frank Sinatra.

Ma la Wellcome Collection utilizza il termine “high” nel senso colloquiale di “fatto”, “fumato”, “sballato” – implicando he tutte le società sono ‘high’ societies, nel senso di “sovraeccitate”, “sballate”, dipendenti insomma da sostanze stupefacenti.

Certo, non c’era bisogno della Wellcome Collection per riconoscere che dalla notte dei tempi, sezioni più o meno larghe della società abbiano assunto droghe di qualche tipo. Generazioni diverse hanno sviluppato dipendenze diverse, a seconda del luogo e del periodo storico il luogo e il tempo. Sta di fatto che, ieri come oggi, ogni società e cultura ha utilizzato e continua tutt’ora ad utilizzare qualche sostanza che altera i processi mentali.

Siamo convinti che il fatto di non assumere sostanze come eroina, cocaina o simili, limitandoci ad un bicchiere di vino, una tazzina di caffè o una sigaretta ogni tanto, non faccia di noi dei drogati. Ma dobbiamo ricrederci: che dal tè ai sonniferi, siamo così abituati a fare uso di sostanze eccitanti o sedative che non le consideriamo neanche più droghe.

An advertisement for an ‘economical family size’ bottle of Guinness. Photograph: Wellcome Images

Ciò che è cambiato è l’atteggiamento nel tempo della società verso queste sostanze. Prendiamo l’alcool e il tabacco oer esempio, che al giorno d’oggi sono droghe legali, ma che non lo erano affatto nel 1604; mentre cocaina ed eroina, illegali adesso, erano perfettamente legali in epoca vittoriana, dove la cocaina era utilizzata come tonico e l’eroina per le compresse per la tosse!

A Victorian medicinal heroin hydrochlor jar, manufactured by Bayer. Photograph: Wellcome Images

High Society esplora il percorso di queste sostanze e la loro evoluzione, dalla loro scoperta e utilizzo nei rituali religiosi, al loro passaggio alle botteghe degli apotecari medievali e ai sofisticati laboratori chimici di oggi. Quello che emerge, è lo scetticismo dei curatori sugli atteggiamenti occidentali, contraddittori ed egocentrici, nei confronti della droga.

Prendiamo le fumerie d’oppio dell’epoca vittoriana, per esempio, che – nonostante i raccapriccianti resoconti presenti sui giornali e nei romanzi dell’epoca- a Londra in realtà erano poche, fuori dalla città e lontano dai porti, dove l’oppio veniva sbarcato insieme ad altri carichi provenienti da tutto l’Impero britannico.

An opium den in San Francisco. Photograph: Wellcome Images

Il commercio di oppio tra Cina e India era molto importante per l’economia britannica. La Gran Bretagna aveva combattuto due guerre a metà del XIX secolo note come “Guerre dell’oppio“, apparentemente a sostegno del libero scambio, e contro le restrizioni cinesi, ma in realtà causate degli immensi profitti in gioco nel commercio dell’oppio. Da quando gli inglesi conquistarono Calcutta nel 1756, la coltivazione del papavero da oppio era stata attivamente incoraggiata, e questo commercio costituiva una parte importante dell’economia dell’India (e della Compagnia delle Indie Orientali). L’oppio e altri stupefacenti hanno svolto un ruolo importante nella vita vittoriana. Per quanto possa sembrare bizzarro alla nostra mente del XXI secolo, in epoca vittoriana era possibile entrare in una farmacia e acquistare tranquillamente laudano, cocaina e persino arsenico – senza ricetta. Il laudano in particolare era molto popolare come antidolorifico e autori, poeti e scrittori da Charles Dickens, a Elizabeth Gaskell e George Eliot ne facevano uso. I preparati di oppio venivano venduti liberamente nelle città e nei mercati di campagna, infatti il consumo di oppio era altrettanto popolare nel paese come lo era nelle città. Almeno fino alla fine del XIX secolo, che l’introduzione di un nuovo analgesico: l’aspirina.

Davvero, questa mostra mette tutto in prospettiva… 😉

2010 Paola Cacciari

Londra//fino al 27 Febbraio 2011

High Society @ Wellcome Collection

Baby Trump trova casa a Londra

Come dimenticare il mitico Baby Trump gonfiabile di 6m che, come il maiale dei Pink Floyd ha sorvolato il cielo di Londra (e nel caso dei Pink Floyd, il cielo sopra il Museo…) in occasione della molto discussa visita del presidente americano nel Regno Unito nel Luglio del 2018?

L’enorme pallone gonfiato (davvero in tutti i sensi…) con le sembianze di Donald Trump che indossa pannolino e stringe un telefono cellulare, è stato certamente uno dei momenti in cui sono stata più orgogliosa degli inglesi del loro uso della satira per prendersi gioco dei politici. Ora il Baby-Trump è entrato a far parte della collezione permanente di oggetti di protesta del Museum of London. E questa è probabilmente è l’unica forma in cui il vero Donald Trump può dire di essere benvenuto a Londra…

I diari del COVID-19 #6

Londra è bellissima scrisse nel 1995 lo scrittore Bill Bryson in Notizie da un’isoletta. E non potrei essere più d’accordo con lui. E non solo perché ha (o almeno aveva prima, in una vita pre-COVID) alcuni tra i migliori teatri, orchestre e musei del mondo, pub ad ogni angolo e un numero pressoché infinito di parchi.

London, 2020 ©Paola Cacciari
London, 2020 ©Paola Cacciari

Per me, come per Bryson, sono i piccoli dettagli quelli che fanno di Londra una città speciale – le cassette della posta fatte a pilastro per esempio, con lo stemma del sovrano/a che le ha fatte installare; le cabine rosse del telefono (almeno quelle poche sopravvissute, lasciate più per il beneficio dei turisti che per altro), i caratteristici taxi neri e i double decker, gli inconfondibili autobus a due piani della capitale, l’architettura delle case che cambia a seconda dei quartieri che ci raccontano di quando Londra era ancora un’insieme di piccoli villaggi, costruiti in epoche diverse e successivamente assorbiti nel tessuto topografico della città.

Hendrix Blue Plaques London 2016 © Paola Cacciari

Londra è una città fatta di dettagli e ci vuole tempo e pazienza per scoprire i dettagli. Così durante la mia “ora d’aria” vado in giro a piadi a cercare le Blue Plaques, le targhe rotonde di ceramica blu che occhieggiano discrete dai muri delle case e dei palazzi e che ci raccontano dei grandi personaggi inglesi e non, che in quei luoghi hanno vissuto, dormito, o anche solamente mangiato. È in momenti come questi che mi fermo a pensare cosa significhi per me Londra. E quanto mi manchi la sua vita pulsante, ora che non posso viverla.

2020 ©Paola Cacciari

 

Grattacieli a Londra — London SE4

Quest’autunno londinese è stato molto umido, soprattutto rispetto agli anni passati. E’ stata una stagione eccezionale per i funghi, una pacchia per gli appassionati micologi. Ho visto funghi spuntare ovunque, anche di strani, persino in anonime aiuole cittadine. Un po’ come i grattacieli a Londra, che ogni giorno ne tirano su uno. Se guardate il […]

via Grattacieli a Londra — London SE4

Esplorando i fiumi segreti di Londra

Ed io che pensavo che ci fosse solo il Tamigi! Ma no, ce n’erano molti altri di fiumi e fiumicelli a Londra, che sfociavano nel fiume che attraversa la capitale. Fiumi che sono scomparsi nel tempo, sacrificati all’espasione della città e coperti per essere trasformati in fogne. E se il Tamigi è certamente quello più famoso e il suo ruolo nello sviluppo della capitale è ben documentato, quello che si conosce degli altri, dei meno noti Walbrook, Wandle, Fleet, Lea e Neckinger, ce lo raccontano artefatti restituiteci dal fango e deposti sulle rive. E naturalmente la  topografia della città, che conserva il loro ricordo negli schemi stradali, nei nomi di luoghi (Peckham, Westbourne Park, Fleet Street), nella letteratura e nell’arte e dalle macerie dei santuari romani e le offerte di asce preistoriche, spade medievali e punte di lancia dell’età del bronzo, che suggeriscono che per i nostri antenati i corsi d’acqua erano certamente molto più sacri di quanto non lo fossero nella cosiddetta epoca moderna (dal XVIII ai nostri giorni).

Jason Lawson Stewart 'Jacob's Island, Rotherhithe' (1887) © Museum of London

La storia di Londra è legata in modo indissolubile ai suoi fiumi, che oltre a commercio e prosperità, hanno portato anche invasione e pestilenza come ci racconta la mostra al Museum of London Docklands, dal titolo (appunto) Secret Rivers. È un’opportunità imperdibile per saperne di più su questi misteriosi affluenti del Tamigi.

Secret-Rivers-map-header[1]

Londra//fino al 27 Ottobre 2019

Secret Rivers @ Museum of London Docklands

www.museumoflondon.org.uk

2019 © Paola Cacciari

Trump ritorna e Londra risponde come sa meglio fare: a suon di ironia …

Anti-Trump demonstrators inflate a giant balloon depicting US President Donald Trump as an orange baby in Parliament Square in London on June 4, 2019
Anti-Trump demonstrators inflate a giant balloon depicting US President Donald Trump as an orange baby in Parliament Square in London on June 4, 2019

Obama vs Trump UK approval ratings are being projected on to the Tower of London. Obama: 72% Trump 21% Tower of London, 2019
Obama vs Trump UK approval ratings are being projected on to the Tower of London. Obama: 72% Trump 21% London, June 2019

Obama visit vs Trump visit
Obama visit vs Trump visit

Trafalgar Square, London June 2019
Trafalgar Square, London June 2019

I fiumi di Londra di Ben Aaronovitch

Non sono molto per il fantasy, io. Che a parte Neil Gaiman fatico con il supernaturale e con la mancanza di fatti concreti. Ma una cosa che mi ha sempre affascinata della storia di Londra sono i suoi fiumi sotterranei, gli affluenti del Tamigi nascosti nel tessuto della metropoli durante la sua espansione e dimenticati e questo Rivers of London (tradotto per una volta il modo letterale che suppongo il titolo stesso non lasciasse molto spazio alla fantasia…) mi ha preso talmente tanto che l’ho letto in due giorni. .

Il suo autore, Ben Aaronovitch è nato a Londra nel 1964 e ha avuto il tipo di infanzia noiosa e routinaria che spinge un uomo a bere o a scrivere fantascienza. E lui si è buttato sulla seconda, scrivendo la sceneggiatura per alcuni episodi di Doctor Who prodotti dalla BBC alla fine dgli anni 1980 (non guardo Doctor Who, ma so che molti lo fanno e si divertono pure tanto).

Il protagonista Peter Grant, è un aspirante agente di polizia in attesa di accedere al famigerato Metropolitan Police Service di Londra. Le sue due maggiori preoccupazioni sono evitare la prospettiva di un noioso lavoro d’ufficio e guadagnarsi i favori della vivace e spregiudicata collega Leslie May. Nel corso di un’inchiesta su un caso di omicidio, Peter riesce inspiegabilmente a ottenere la testimonianza di uno strano individuo, estremamente loquace ma decisamente morto, e a richiamare su di sé l’attenzione dell’enigmatico ispettore Thomas Nightingale, l’ultimo mago d’Inghilterra, capo di un’unità segreta della polizia dedicata alla magia e al soprannaturale. Peter possiede poteri magici, e deve mettere le proprie straordinarie abilità al servizio del bene comune. Aggirandosi tra covi di vampiri nei sobborghi londinesi, negoziando tregue tra le divinità del Tamigi, dissotterrando tombe a Covent Garden, Grant cercherà di governare lo spirito di ribellione della città e riportare, forse, l’ordine nel caos che domina Londra. (grazie ibs.it 🙂 )

E se sembra una storia assurda, non dimentichiamo che questa è la Gran Bretagna, la nazione che ha dato i natali a J.R.R. Tolkien, Neil Gaiman, Terry Pratchet e J.K. Rowling. E questo libro si ispira a tutti loro, un “urban fantasy” ironico e divertente nella piu’ tipica tradizione britannica, un misto di Buona Apocalisse a Tutti (The Good Omen) e Nessun Dove (Neverwhere) di Gaimam, del mondo magico di Tolkien e della Rowling di Harry Potter. Mondo magico sì, ma sempre estremamente realistico – tanto che io mi sono ritrovato a leggerlo con la London A-Z, la completa mappa di Londra, aperta sulle ginocchia. Aspetto con ansia di leggere il resto della serie… 🙂

Il castello gotico di Jimmy Page

Nascosta tra il verde dell’elegante quartiere di Kensington, nella zona Ovest di Londra c’è una casa che mi ha sempre affascinato. Sembra un mini-castello, costruito in mattoni rossi, con tanto di torre rotonda sormontata da un tetto appuntito, un elaborato portale e magnifiche vetrate colorate. Quando ci sono passata davanti per la prima volta quasi vent’anni fa, in rotta per la mia prima visita a Leighton House, non avevo idea di chi ci vivesse. Ho estratto la mia macchina fotografica per fare una foto, e mentre puntavo l’obbiettivo un giovane che passava di lì si è fermato e con una punta di orgoglio nella voce, mi ha detto: “Quella è la casa di Jimmy Page, il chitarrista dei Led Zeppelin.” E se n’è andato con un sorrisetto soddisfatto sulle labbra, lasciandomi sbalordita, la macchina fotografica a mezz’aria. Da allora sono passate molte altre volte davanti a quella casa e non solo nella (fin’ora vana) speranza di intravedere il mitico Jimmy, ma perchè mi affascina.

London ©Paola Cacciari
London ©Paola Cacciari

La “casa” fu progettata dall’architetto vittoriano William Burges tra il 1875 e il 1881, nello stile gotico francese del XIII secolo. Burges aveva viaggiato molto ed era tanto meticoloso nella ricerca e nei dettagli, quanto intransigente nell’uso dei materiali. Come molti in quel periodo, anche lui era ossessionato dal Medioevo ed era un abile orafo e designer prima di diventare architetto. Tra i suoi amici troviamo artisti e scultori membri dell’Estetismo e della Confraternita dei Preraffaelliti come il suddetto Lord Frederic Leighton, Dante Gabriel RossettiEdward Coley Burne-Jones etc; era socievole, cronicamente miope e persino i suoi migliori amici lo descrivevano come brutto. Aveva un certo senso dell’umorismo e non era assolutamente un architetto a buon mercato. E tutto quello che appreso e amato nel corso della sua carriera artistica è stato distillato in questa casa-torre. Perché questa sarebbe stata la sua casa.

London ©Paola Cacciari
London ©Paola Cacciari

Ma come spesso accade, la vita è un po’ bastarda e Burgess non ebbe tempo di godersi la sua casa che morì tre anni dopo essersi trasferito, a soli 53 anni. Morì nel suo letto rosso nella Sala delle Sirene. Perchè qui nella Tower House tutte stanze principali hanno un tema (Tempo, Amore, Letteratura etc) e raccontano una storia e hanno vetrate colorate, elaborati intagli, affreschi, fregi. Insomma, ogni superficie decorabileè stata utilizzata e decorata – ovviamente utilizzando i migliori materiali. Persino i comignoli sono scolpiti con figure tridimensionali: quello in biblioteca raffigura i Principi di parola nella pietra di Caen. Al primo piano, sotto fregi dipinti con motivi marini e un soffitto di stelle dorate tempestate di specchi convessi.

Inside story: Page in the drawing room where William Burges, who designed the house, entertained his arty friends in the 1870s. Photograph: Alex Telfer for the Observer

Page aveva 28 anni quando compro’ la Tower House dall’attore Richard Harris; ora ne ha 74 di anni e continua a prendersene cura come di un bambino delicato. E delicati gli interni lo sono davvero tanto che, per evitare le vibrazioni, Page suona sempre solo la chitarra acustica in casa, non organizza feste o ricevimenti lì e non ha la televisione. E’ persino riuscito a ricomprare l’armadio dipinto che un tempo si trovava accanto al letto di Burges, e l’ha rimesso nel punto esatto voluto dall’architetto.

Ma da quando Robbie Williams si è trasferito nel villone accanto non c’è pace per il nostro Jimmy. L’ex Take That infatti vuole scavare un grande seminterrato sotto casa sua (i cosiddetti basements flats) che arriverà ad essere pericolosamente vicino alla Tower House. Page, preoccupato da fatto che i lavori di costruzione del vicino posasano danneggiare irrimediabilmente gli interni unici e insostituibili della casa, ha fatto ricorso.Che dire? Spero che vinca!!! 🙂

2018 © Paola Cacciari