Is this the end of live arts?

This is not about the politics, or vaccination policies, this post is just my personal thoughts… Recently the Metropolitan Opera announced they will require proof of vaccine boosters to enter the world’s largest opera house… (click here for full article) Major shows, institutions, and opera have also withdrawn holding live performances this month… The world […]

Is this the end of live arts?

El Alamein – La linea del fuoco

Non mi capita spesso di vedere film italiani che non raccontino delle gesta dei partigiani, dell’orrore dell’occupazione tedesca, della distruzione nella vita dei civili. Che, diciamocelo, di film italiani recenti raccontino dei soldati italiani in guerra alleati dei tedeschi non ce non sono molti che quell’alleanza con Hitler la si vorrebbe dimenticare. Mediterraneo è forse l’unico mi viene in mente. Ed era proprio alla pellicola di Gabriele Salvatores che mi veniva da pensare quando, per puro caso, mi sono imbattuta in questo El Alamein – La linea del fuoco in quel pozzo senza fondo che è lo streaming in Internet. Forse perché il regista è quello stesso Enzo Monteleone che di Mediterraneo è stato lo sceneggiatore, e che come in Mediterraneo evita come la peste la retorica bellicistica quando racconta di questi soldati persi nel deserto nel 1942

Il film è ambientato durante la Seconda battaglia di El Alamein, vista dalla prospettiva italiana. Nell’autunno del 1942 le forze italo-tedesche, guidate dal generale Rommel, furono sconfitte dall’VIII armata britannica del generale Montgomery. Nel suo L’armata nel deserto: Il segreto di El Alamein storico Arrigo Petacco ricostruisce l’intera campagna dell’Africa settentrionale, individuando la chiave della sconfitta di Rommel: la sistematica intercettazione dei messaggi tedeschi da parte degli Alleati che grazie al decodificatore “Ultra” ( abbreviazione di “UltraSecret”) approntato da un team di grandi matematici tra cui Alan Turing, di decifrare “l’Enigma, il criptatore fino ad all’ora ritenuto inviolabile dai tedeschi. Questi ultimi, incapaci di spiegarsi i continui successi britannici in Africa, se la presero immediatamente con quei chiacchieroni degli alleati italiani, sui quali gettarono la responsabilità delle sconfitte tedesche. Quello che non si conobbe fino alla metà degli anni Settanta, quando fu finalmente rivelata al mondo, fu l’esistenza di tale sistema, ma ormai ai nostri soldati la nomina di inetti e traditori non gliela toglieva più nessuno.

Poco si parla degli errori strategici, dell’inettitudine del Generale Rodolfo Graziani accusato, fra le altre cose, di codardia, per aver diretto le operazioni da una tomba tolemaica di Cirene, profonda trenta metri e lontana dal fronte alcune centinaia di chilometri e incapace di sostenere gli attacchi inglesi benché in forze nettamente inferiori alle truppe italiane, dell’arrivo di Rommel, delle vittorie e della sconfitta finale.

Travolti in una battaglia di oltre dieci giorni che agli italiani costò 9.500 morti e 30.000 prigionieri, questi giovani (impersonati da attori tanto bravi da sembrare veri, come lo stranito volontario Paolo Briguglia, il sergente Pierfrancesco Favino, il tenente Emilio Solfrizzi) fanno il loro dovere fra alternanze insopportabili di calori diurni e freddi notturni. Cannonate che sollevano nuvole di sabbia e insidiose fucilate di cecchini, reticolati e campi minati, fame molta e acqua poca.

Il film non parla di politica né di alta strategia e sui signori della guerra si concede appena qualche stilettata ironica. Come le derrate di lucido da scarpe arrivate per la parata della vittoria as Alessandria (che non si farà mai) invece di cibo e acqua, o il furgone con il cavallo di Mussolini la cui vista suscita nei soldati affamati tentazioni gastronomiche. Monteleone ci trasporta all’interno di questa tragedia con la stessa umana semplicità di Mediterraneo .

Tra questi veterani arriva dall’Italia pieno di entusiasmo il giovane fante Serra, volontario universitario originario di Palermo inviato sul fronte del Nordafrica dove è assegnato al 27º Reggimento fanteria “Pavia” dipendente dalla 17ª Divisione fanteria “Pavia”, a sua volta inquadrata nel X Corpo d’Armata italiano. Come molti connazionali, anche il giovane Serra trasuda spirito patriottico, e come tutti coloro che da casa pensano che la vittoria sia già cosa fatta e non hanno idea della realtà, è certo che la conquista di Alessandria sia imminente, confidando di partecipare alla sfilata trionfale che si svolgerà nella città egiziana. Ma la realtà del fronte è molto diversa: il caldo è insopportabile, l’armamento è inadeguato, il cibo insufficiente, l’acqua è razionata e inquinata; l’artiglieria dellVIII Armata britannica martella costantemente le posizioni italiane, lasciando un po’ di respiro solo di notte. E tutti i soldati soffrono di dissenteria.

La lettera alla madre che il soldato serra compone nella sulla mente mentre vaga stravolto tra rottami e cadaveri dopo un sanguinoso scontro con il corpo Neozelandese, è uno dei momenti più veri e tragici del film:

“Oggi ho visto in faccia l’orrore. A scuola ti insegnano “fortunati quelli che muoiono da eroi.” Ne ho visti in bel po’ di questi eroi. I morti non sono né fortunati né sfortunati: sono morti e basta. Marciscono in fondo as una buca, senza in briciolo di poesia. La morte è bella solo sui libri di scuola. Nella vita fa pietà. E’ orrenda. E puzza.”

Fante Serra

La gloriosa divisione Folgore, che schierata insieme a ciò che rimaneva della Divisione “Pavia”, durante la seconda a battaglia di El Alamein riuscì a resistere per una decina di giorni ai ripetuti tentativi di sfondamento degli alleati. In ottemperanza agli ordini dell’ACIT la divisione “Folgore” iniziò la ritirata nella notte del 3 novembre 1942, in condizioni rese difficilissime dalla mancanza di mezzi di trasporto. Dopo due giorni di marcia nel deserto, alle 14:35 del giorno 6, dopo aver distrutto le armi, ciò che restava della Divisione si arrese alla 44ª divisione fanteria britannica del generale Hughes. I paracadutisti italiani ottennero dai britannici l’onore delle armi e, dopo la resa, il generale Hughes volle ricevere i generali Enrico Frattini e Riccardo Bignami e il colonnello Boffa, complimentandosi per il comportamento dei loro uomini. Dopo la battaglia di El Alamein alla Divisione “Folgore” ed ai suoi Reggimenti verrà conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Interamente distrutta in combattimento, la divisione “Folgore” venne sciolta a fine 1942.

Qualche «cammeo» di attori noti ravviva il cast: Silvio Orlando, generale suicida, Roberto Citran, colonnello imbecille, Giuseppe Cederna, medico stoico

Erika Fatland | Sovietistan. Un viaggio in Asia Centrale

Nel 2018 il Victoria and Albert Museum ha ospitato una mostra straordinaria dal titolo Fashioned from Nature, sul rapporto tra moda e natura dal 1600 ai nostri giorni. Ho passato molto tempo ad invigilare all’interno della mostra e ho avuto modo di apprendere molte cose inquietanti, come per esempio che la scomparsa del Mare di Aral è uno dei più grandi disastri ambientali legati all’industria dell’abbigliamento.

Quello che una volta ospitava migliaia di pesci e di animali selvatici è ora un vasto deserto dove i cammelli si muovono su quello che era un tempo il fondo del mare. La ragione della sua scomparsa è semplice: i fiumi che un tempo sfociavano in questo mare interno sono stati deviati deviati per irrigare i campi di cotone e rifornirli d’acqua. Inutile dire che questo cambiamento ambientale di dimensioni apocalittiche ha finito con l’influenzare tutto, dalle stagioni con estati più calde e inverni più rigidi, alla salute della comunità locale che si trova a far fronte alla mancanza d’acqua di vegetazione. La cosa che ho trovato più sconvolgente però, è stato lo scoprire che la produzione del Denim necessario per il mio paio di jeans preferito ha consumato 7,600 di litri d’acqua. A causa della produzione di tessuti di contone una superficie d’acqua delle dimensioni dell’Irlanda è scomparsa nel giro di 40 anni.

Di questo e di molte altre cose racconta l’affascinante ‘Sovietistan‘ dell’antropologa sociale norvegese Erika Fatland, la cui recensione ri-bloggo felicemente da Il Giro del mondo attraverso il Libri. Buona lettura! 🙂

Il giro del mondo attraverso i libri

Gli abitanti dell’Asia centrale non hanno mai vissuto isolati, ma attraverso i millenni hanno avuto a che fare con eserciti invasori provenienti da est e da ovest, da nord e da sud. Gruppi etnici sono arrivati a piedi da tutti i punti cardinali (…) La caratteristica distintiva dell’Asia centrale è stata, appunto sempre la sua posizione centrale, nel cuore dell’Asia, tra l’Europa e l’Asia (…) È questo destino, questa posizione, questo afflusso di genti e di idee, ad aver fatto sì che città come Samarcanda, Bukhara e Merv siano diventate ai loro tempi fiorenti centri del sapere. I decenni sotto il governo sovietico, quando l’Asia centrale costituiva la periferia dell’impero e per giunta era chiusa dietro rigide barriere di filo spinato, costituiscono (…) un’anomalia nella sua storia [Sovietistan. Un viaggio nell’Asia Centrale, Erika Fatland, trad. E. Kampamann]

Erika Fatland è un’antropologa sociale norvegese che nel corso di due viaggi, durati…

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Deutschland 89

Dopo quella che mi è sembrata un’eternità, inconsolabile orfana di Martin Rauch e delle sue avventure, Channel 4 ha finalmente reso disponibile l’ultima parte della trilogia ambientata nella Germania della Guerra Fredda, Deutschland 89.

Che tutti sanno che nel 1989 il muro che divideva Berlino è caduto e, sotto gli occhi increduli del mondo, gli abitanti delle due parti della città si sono abbracciati e hanno festeggiato la fine del comunismo. La Germania è diveuta un paese unico e la DDR ha di esistere. “E tutti vissero felici e contenti…”

Ma se nelle favole la storia finisce qui, che a nessuno interessa conoscere cosa succede a Cenerentola e il Principe Azzurro dopo il matrimonio, la realtà per la Germania (soprattutto quella dell’Est) non è affatto stata così semplice. Agli abbracci e au festeggiamenti sono seguiti il caos e il vuoto di potere. Le vecchie strutture sono cadute, senza che ce ne fossero di nuove a rimpiazzarle. Il paese ha dovuto reinventarsi, così come molti dei personaggi politici che lo guidavano.

L’anno scorso, reduce com’ero da una settimana di intenso binge-watching di Deutschland 83 e Deutschland 86 avvenuto durante la prima quarantena (che adesso le quarantene hanno una successione cronologica…), ho sentito il bisogno di saperne di più, che negli anni Ottanta ero un’adolescente troppo presa da me stessa e dalla mia piccola vita per prestare attenzione a quello che accadeva nel mondo. Semplicemente non ero in grado di comprendere la portata di un evento che avrebbe avuto conseguenze apocalittiche come la caduta del muro di Berlino.

Stasiland di Anna Funder è un libro agghiacciante e straordinario, che racconta storie altrettanto agghiaccianti straordinarie dal ventre dell’ex Germania dell’Est, un paese in cui il quartier generale della polizia segreta, la Stasi può diventare un museo letteralmente dall’oggi al domani, e in cui un abitante su cinquanta informava (volente o nolente) sui propri vicini di casa e colleghi. La Funder raccoglie le testimonianze di persone che quella storia l’hanno vissuta sulla propria pelle, sia le di vittime che i carnefici. E devo dire che sono state le storie di questi ultimino che mi hanno affascinato di più. Storie complesse, in cui la realtà non è mai totalmente bianca o nera, ma è fatta da molte sfumature di grigio.

Deutschland 89, racconta la storia della caduta del Muro, ma quello che è accaduto dopo. E lo fa con una colonna sonora spettacolare che mi ha riportato indietro al tempo di Nena e dei suoi 99 Red Balloons, e  David BowieNew Order Eurythmics solo per citarne alcuni.

E che dire della moda? La ricordo bene la moda di quel periodo, nel bene e nel male così come i tagli di capelli…

Major Tom (Coming Home) Peter Schilling  1983

L’assedio di Vienna, l’evento bellico che poteva cambiare l’Europa

In questo articolo affronteremo un episodio della storia tedesca che ha avuto un ruolo decisivo nella storia dell’Europa. Analizzeremo l’assedio di Vienna da parte dell’esercito turco, avvenuto nel 1529. Vienna di solito è considerata come la capitale della Mitteleuropa e potrebbe fare effetto pensare che i Turchi siamo arrivati ​​fin lì. In realtà, se si…

L’assedio di Vienna, l’evento bellico che poteva cambiare l’Europa

Il pianista di Varsavia: la straordinaria storia di Władysław Szpilman (e del nazista che lo salvò)

Credo di essere stata una delle poche persone al mondo a non aver mai visto Il Pianista di Roman Polanski, lo straordinario racconto di sopravvivenza di Władysław Szpilman nella Varsavia occupata dai nazisti. Almeno fino all’anno scorso quando il lockdown mi ha dato la possibilità di mettermi in pari con i film che avevo perso negli ultimi vent’anni. E il film mi èpiaciuto cosi tanto che ho sentito l’urgenza di leggere il libro, e ho fatto bene.

Dire che è un bel libro non rende l’idea, che come si può valutare un libro come questo? Il mio cuore e la mia mente erano in completo subbuglio quando l’ho chiuso. La voce di Szpilman non è mai amara, e anche nei momenti più difficili e disperati mai una volta si lascia prendere dall’odio nei confronti dei tedeschi, lui che ne avrebbe avute tutte le ragioni. Anzi, il suo racconto è quasi distaccato, ma suppongo sia parte della ragione per cui scrisse questo libro in primo luogo: elaborare il trauma. La sua intenzione non era quella di sputare dichiarazioni politiche sulla Seconda Guerra Mondiale. Il libro è semplicemente la straordinaria storia di questo straordinario individuo che, grazie ad una fortunata serie di circostanze che mettono sulla sua strada persone che lo aiutano e ad un’incrollabile determinazione, riesce a sopravvivere mentre l’intera Europa crolla nel nel caos.

Ma quella narrata ne Il Pianista, non è solo la storia di Wladyslaw Szpilman. Una sorpresa attende l’ignaro lettore alla fine, sotto forma di brani del diario di Wilhelm Hosenfeld (1895-1952), l’ufficiale della Wehrmacht che, negli ultimi mesi del 1944, non solo tacque agli altri ufficiali delle SS la presenza di Szpilman nell’unico edificio a più piani rimasto in piedi a Varsavia, ma lo salvò da morte certa procurandogli cibo, acqua e coperte (gli lasciò persino il suo pesante cappotto) per sopravvivere alla fame e al freddo dell’inverno polacco.

Wilhelm Hosenfeld

Alcuni dei passaggi più toccanti, inquietanti e riflessivi della narrazione vengono proprio dal suo diario, che è stato recuperato anni dopo e incorporato nel libro di memorie di Szpilman. “Il male e la brutalità si annidano nel cuore umano. Se gli viene permesso di svilupparsi liberamente, prosperano, emettendo terribili ramificazioni …”

Cresciuto in una famiglia devotamente cattolica che gli inclulc ò l’importanza della carità e con una moglie pacifista, Hosenfield era tuttavia un patriota e come tale abituato all’obbedineza prussiana. Si unisce al partito nazista nel 1935, solo per ritrovarsi in guerra disilluso e inorridito dalle sue politiche. Durante il suo periodo a Varsavia, Hosenfeld usò la sua posizione per dare rifugio a persone, indipendentemente dall’etnia o dalla fede politica, all’occorenza fornendo loro persino i documenti necessari e un posto di lavoro nello stadio sportivo che era sotto la sua supervisione. Hosenfeld si arrese ai sovietici a Błonie, una piccola città polacca a circa 30 km a ovest di Varsavia, con gli uomini di una compagnia della Wehrmacht che guidava e fu condannato a 25 anni di lavori forzati per crimini di guerra semplicemente sulla base della sua unità militare d’appartenenza.

Il 25 novembre 2008, Yad Vashem, il memoriale ufficiale di Israele per le vittime dell’Olocausto, ha riconosciuto postumo Hosenfeld come Giusto tra le nazioni.

Sa di miracolo che nel mezzo di tanto orrore proprio ufficiale tedesco sembri essere stato l’unico ad aver avuto la forza morale di ammettere cio’ che altri non sarebbero riusciti ad ammettere che molto, molto tempo dopo.

“Tutta la nostra nazione dovrà pagare per tutti questi torti e questa infelicità, tutti i crimini che abbiamo commesso. Molte persone innocenti devono essere sacrificate prima che la colpa di sangue che abbiamo subito possa essere spazzata via. Questa è una legge inesorabile in piccolo e cose grandi allo stesso modo.”

E se bisogna celebrare il coraggio di Wladyslaw Szpilman, che aiutò la resistenza ebraica nel ghetto di Varsavia, nonostante la costante minaccia alla sua stessa vita, lo stesso vale per Wilm Hosenfeld per essersi aggrappato alla sua coscienza in un momento in cui la moralità e la compassione scarseggiavano. Una storia questa come tante altre che non si conosceranno mai, e che mi fa ancora credere al trionfo dello spirito umano.

2021 © Paola Cacciari

Staying Power: Photographs of Black British Experience 1950s-1990s.

Dall’archivio del passato, anno 2015: Staying Power, una mostra fotografica- inno all’integrazione e al multiculturalismo.

  Al Vandenberg, High Street Kensington from the series On a Good Day, 1970s,  © The Estate of Al Vandenberg / Victoria and Albert Museum, London  Armet Francis, ‘Self-Portrait in Mirror’, London, 1964,  © Armet Francis / Victoria and Albert, London  Normski, African Homeboy - Brixton, London, 1987, printed 2011,  © Normski / Victoria and Albert, London  Yinka Shonibare, Diary of a Victorian Dandy, 1998,  © Yinka Shonibare / Victoria and Albert, London
Al Vandenberg, High Street Kensington from the series On a Good Day, 1970s,
© The Estate of Al Vandenberg / Victoria and Albert Museum, London

Vita da Museo

Il V&A non è solo Alexander McQueen, sebbene per arrivare all’ingresso della sala della fotografia bisogna lottare per aprirsi un varco tra la folla in fila per entrare a vedere la mostra della anno. È ancheStaying Power: Photographs of Black British Experience 1950s-1990s.

Questa piccola e affascinante mostra nella Sala della Fotografia è il frutto della collaborazione tra il Victoria and Albert Museum e il Black Cultural Archive – il risultato di un progetto durato sette anni e di una collaborazione che ha permesso al museo di raccogliere 118 opere di 17 artisti di colore, oltre alle testimonianze orali dei fotografi stessi, delle loro famiglie e delle persone immortalate nelle loro immagini. La mostra prende il nome dal famoso libro di of Peter Fryer, Staying Power: The History of Black People in Britain (1984) che spiega come gli africani, gli asiatici e i loro discendenti…

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Policemen attacking defenceless women around the world in 2021

Belarus Belarus police and militia men arrest a woman protesting peacefully in Minsk, Belarus Myanmar Armed and helmeted policemen arrest a woman protester in Myanmar Iran Armed policemen arrest Nazanin Zaghari-Ratcliffe in Iran Russia It takes four armed and helmeted Russian policemen to arrest one woman protester in Moscow Hong Kong Two armed policemen force […]

Policemen attacking defenceless women around the world in 2021

A Londra, in mostra il mondo di Paul Strand

Dall’archivio del passato, la mostra dedicata a Paul Strand 📸 una vera scoperta!

Vita da Museo

Con la sua collezione di oltre 500.000 fotografie risalente al 1856, il Victoria and Albert Museum è senza dubbio il più antico archivio fotografico del mondo. Una collezione che di recente è stata allargata dall’aquisizione della serie Outer Hebridis del fotografo americano Paul Strand (1890-1976).

Contemporaneo del più famoso e acclamato Ansel Adams (1902-1984), Strand era un personaggio molto particolare. Socialista convinto, nutriva un interesse spirituale per il benessere di tutte le culture, genti e razze – cosa che lo portava spesso ad indignarsi e ad entrare in conflitto con persone ed istituzioni, soprattutto quelle americane.

Tir A'Mhurain, Isle of South Uist, Outer Hebrides, Scotland Paul Strand, Tir A’Mhurain, Isle of South Uist, Outer Hebrides, Scotland, 1954. Victoria and Albert Museum

Cosa che accadde puntuale quando, nel 1954, venuto a conoscenza dell’impellente sorte degli abitanti di South Uist, isola dell’arcipelago delle Ebridi al Nord-Ovest della Scozia, le cui tradizioni e lingua gaelica erano minacciate da quello che…

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