Oscar italiani – Mediterraneo, il viaggio epico rivisitato attraverso la lente della denuncia contemporanea: Il non ritorno ad “Itaca”, la fuga

Mediterraneo (1991) di Gabriele Salvatores. Premio oscar come miglior film straniero con Diego Abatantuono, Claudio Bigagli, Giuseppe Cederna, Claudio Bisio e Vana Barba. Il non ritorno ad “Itaca” di Ulisse, il viaggio della fuga. Ultimo film della trilogia della fuga di Gabriele Salvatores

Oscar italiani – Mediterraneo, il viaggio epico rivisitato attraverso la lente della denuncia contemporanea: Il non ritorno ad “Itaca”, la fuga

Ladoga: la Strada della Vita

La quarantena ha decisamente allargato i miei orizzonti in fatto di cinema e TV, soprattutto internazionale e durante questo periodo di riposo forzato mi sono dilettata con sceneggiati storici e gialli islandesi, tedeschi, francesi e soprattutto, russi.

E tra gli innumerevoli programmi disponibili su Amazono Prime mi sono imbattuta in questo bellissimo Ladoga: Saving the Road of Life, A World War II Story (in russo, con sottotitoli in inglese), la storia di come, nel 1941, un gruppo di coraggiosi, uomini e donne, ha rifornito la città di Leningrado che i tedeschi cercavano di far capitolare con la fame.

Ladoga: Saving the Road of Life, A World War II Story

Per 900 giorni l’antica capitale di Pietro il Grande fu sottoposta ad un assedio feroce, durante il quale i suoi abitanti furono sottoposti a fame, freddo e bombardamenti continui raccontato magnificamente dallo storico Harrison E. Salisbury nel suo libro I 900 giorni (The 900 Days: The Siege of Leningrad).

L’unica speranza (e l’unico accesso) all’assediata città di Leningrado, altrimenti circondata su tutti i fronti dagli eserciti tedesco e finlandese che ne impedivano gli approvvigionamenti, era data dalla Strada della Vita.

Si trattava di una strada sul ghiaccio e neve che correva per circa 48 km attraverso il lago ghiacciato di Ladoga, di cui una parte della sponda orientale era rimasta in mano sovietica, permettendo così il trasporto di rifornimenti a Leningrado tramite camion sul ghiaccio in inverno, e in barca in estate. Inutile dire che il percorso era incredibilmente pericoloso che alle insidie del ghiaccio che si poteva rompere in ogni momento, si aggiungevano i continui bombardamenti dell’aereonautica tedesca, e nella sola prima settimana del loro utilizzo, più di quaranta camion di rifornimento erano sprofondati nel ghiaggio con il loro carico di uomini e materiali. Ma non c’era altra via, che oltre a trasportare migliaia di tonnellate di munizioni e provviste di cibo ogni anno, la Strada della Vita era anche la principale via per evacuare i milioni di sovietici intrappolati nella città affamata. La strada oggi fa parte del patrimonio mondiale dell’umanità.  E con giusta ragione.

Lo sceneggiato in 4 puntate Ladoga: Saving the Road of Life, A World War II Story  è disponibile su Amazon Prime

Addio Ennio Morricone, le sue sette più belle composizioni

Il grande musicista e compositore fu autore delle colonne sonore più belle del cinema italiano e mondiale. Da Per un pugno di dollari a C’era una volta in America, da Nuovo cinema Paradiso a Malena. Continue reading Addio Ennio Morricone, le sue sette più belle composizioni at Uozzart.

Addio Ennio Morricone, le sue sette più belle composizioni

Vita e Destino di Vasilij Grossman

Ancora grazie ai “russi” di Parla della Russia che mi hanno fatto incontrare Vita e Destino di Vasilij Grossman. In attesa di affronrae le 912 pagine del libro, mi sto gustando la serie televisiva disponibile su Amazon Prime Video UK – un vero capolavoro.

PARLA DELLA RUSSIA

Ho letto Vita e Destino.

Parla della Russia. E del mondo. Di Vita e di Destino. Di guerra e di lotta. Di amore e odio. Di spirito e di materia. Di storia e di escatologia. Dell’aberrazione e dell’eroismo. Del nostro presente, frutto del nostro passato. Dei grandi e dei piccoli.

Vita e Destino parla di tutto. Come Guerra e Pace. Vita e Destino è il Guerra e Pace del ‘900. È per questo che ho ripreso la recensione di GeP, perché senza il libro di Tolstoj non si comprenderebbe Grossman. Commentando il libro in PdR ho detto: prendi Guerra e Pace, togligli la speranza e hai Vita e Destino. Certo, questo in sintesi, in estrema sintesi.

Mi sono chiesta in questi mesi, da quando ho finito di leggerlo, come potessi recensire questo libro. Dove trovare le parole giuste per un tale capolavoro.

Innegabilmente è un…

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Monuments Men di Robert M. Edsel e Bret Witter

Li chiamavano ‘Monuments Men’, ma il nome intero della task-force militare organizzata dagli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale era Monuments, Fine Arts, and Archives (MFAA, letteralmente “Monumenti, Belle Arti e Archivi”). Il loro ruolo? Proteggere i beni culturali e le opere d’arte nelle zone di guerra.

Nel film George Clooney (sotto in versione Clark Gable) interpreta il curatore Frank Stokes che, insieme ad un gruppo di uomini come lui di mezza eta’,  come l’architetto Richard Campbell (Bill Murray), lo scultore Walter Garfield (John Goodman), James Granger (Matt Damon) e Preston Savitz (Bob Balaban).

I nomi sono inventati, ma i personaggi su cui sono basati su persone reali: Frank Stokes è modellato su George Stout; Campbell su Robert K. Posey; Garfield su Walker Hancock; Granger su James Rorimer e Savitz su Lincoln Kirstein che, una volta tornato dalla guerra, andra a fondare insieme a George Balanchine, il New York City Ballet. Il diciottenne soldato Sam Epstein (Dimitri Leonidas), è basato su Harry Ettlinger, ebreo tedesco fuggito in America prima dell’inizio della guerra e naturalizzato americano giusto in tempo per essere arrualato nell’esercito e partire alla volta dell’Europa.

Un esiguo plotone di topi di biblioteca, professori universitari, curatori, storici dell’arte, direttori di musei, il gruppo originale degli ufficiali MFAA era composto da 11 uomini, sette americani (tra cui i suddetti Hancock, Posey, Rorimer e Stout e quattro inglesi, tra cui l’accademico Ronald Balfour, ucciso insieme a quattro civili tedeschi, mentre stava evacuando opere d’arte da una chiesa danneggiata a Clèves, in Germania. Isolati, con poca disponibilità di uomini e mezzi, erano partiti volontari con lo scopo di salvare i capolavori dell’arte, limitare i danni dovuti ai combattimenti, e localizzare i beni trafugati dalle truppe di Adolf Hitler per il suo Il Führermuseum, il grande Museo progettato da Hitler stesso a Linz, la città della sua gioventù e destinato ad essere uno dei più grandi musei europei.

Aiutati da collaboratori determinati – come la storica ed esperta d’arte Rose Valland (nel film interpretata da Cate Blanchett), sorvegliante del Museo Jeu de Paume al tempo dell’occupazione tedesca della Francia, quando le truppe naziste iniziarono il sistematico saccheggio di opere d’arte da musei e collezioni d’arte private in tutto il Paese e il Jeu de Paume divenne il luogo di deposito centrale e smistamento dei capolavori in attesa destinati alla Germania. Tendendo segreto il fatto che capiva il tedesco, Rose Valland per anni riuscì a documentare in segreto e a rischio della propria vita le opere d’arte passate dal Jeu de Paume, molte delle quali provenienti non solo ai musei, ma rubate alle famiglie ebree deportate nei campi di sterminio.

London, 2020 ©Paola Cacciari
London, 2020 ©Paola Cacciari

In realtà il numero dei partecipanti al programma era molto più alto e comprendeva 345 civili, professionisti dell’arte, provenienti da 13 nazioni diverse uniti sul campo sotto il ramo operativo del Supreme Headquarters Allied Expeditionary Force (Quartier generale Supremo delle Forze di Spedizione Alleate) comandato dal Generale Dwight Eisenhower.

La MFAA operò dal 1943 al 1951, riuscendo a recuperare circa 5 milioni di opere d’arte – tra dipinti, sculture e opere d’arte varie, circa 4 milioni dei quali erano stati rubati. Tra le opere recuperate,  il Polittico dell’Agnello Mistico di Jan van Eyck, la Madonna di Bruges di Michelangelo e il Ritratto di Adele Bloch-Bauer I di Gustav Klimt.

Il tutto raccontato in Monuments men. Eroi alleati, ladri nazisti e la più grande caccia al tesoro della storia di Robert M. Edsel e Bret Witter, edito da Sperling & Kupfer.

2020 ©Paola Cacciari

 

Lady Death: la storia di Lyudmila Pavlichenko

“Eleanor Roosevelt: E voi chi siete?
Ljudmyla: Sono un cecchino.
Eleanor Roosevelt: Una donna cecchino?
Ljudmyla: Nel nostro Paese le donne combattono in guerra insieme agli uomini.
Eleanor Roosevelt: E quanti uomini ha ucciso?
Ljudmyla: Nessun uomo, solo fascisti. Trecentonove.”

Questo scambio di battute mi ha bloccato mentre, prima di scaricarlo, stavo cercando di capire se questo film mi sarebbe piaciuto. A pronunciarle erano la moglie del Presidente degli Stati Uniti, Eeonor Roosvelt e una donna soldato dell’esercito dell’Armanta Rossa, piccola e dai lineamenti delicati come quelli di una bambina. Mi sono incuriosita.

Confesso che non guardo molti film, soprattutto se si tratta di film di guerra, preferisco i documentari o, in una vita pre-COVID-19, l’opera e il balletto. Ma visto che i documentari non sono infiniti e il teatro è ancora fuori questione, sto esplorando altre alternative online. E ieri, complice quel pozzo senza fondo che sembra essere Amazon Prime, mi sono imbattuta su questo Battle for Sevastopol. Uscito nel 2015, il fim, una produzione congiunta russo-ucraina che quasi ha rischiato di non uscire affatto nelle sale cinematografiche a causa del conflitto esploso proprio in quel periodo tra le due nazioni sulla penisola di Crimea.

E sarebbe stato davvero un peccato che, sebbene molto romanticizzato, con vari personaggi fittizi e molte deviazioni dal vero, il film racconta la storia di Lyudmila Pavlichenko il cecchino che a soli 25 anni divenne una leggenda durante gli Assedi di Odessa e Sebastopoli nel 1941-42 per aver ucciso 309 nemici – tanto da guadagnarsi il nomignolo di “Lady Death”.

Ma chi era questa Lady Death? Prima di diventare tale, Lyudmila Pavlichenko (1916-1958) era una ragazza come molte nell’U.R.S.S di Stalin: seria, studiosa e amante dello sport e della Patria con la ‘P’ maiuscola. Di giorno lavorava in fabbrica e di sera studiava con ottimi risultati. Era anche molto competitiva e proprio per dimostrare ad un conoscente che una donna poteva sparare bene come un uomo, si iscrisse al tiro a segno locale. Neanche a dirlo, con risultati sbalorditivi.

Dopo la parentesi di un breve e insoddisfacente matrimonio all’età di sedici anni da cui nacque un figlio, Lyudmila si iscrive alla facoltà di storia all’Università di Kiev. Ed e’ li’ che la sorprende l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica. Come le donne raccontate da Svetlana Aleksievic in La Guerra non ha un volto di donna, anche la giovane Lyudmila corre ad arruolarsi volontaria per servire la Patria.

Ma non e’ facile per una donna, anche se una con un diploma di tiratrice scelta e una mira infallibile come la sua, convincere i capi dell’esercito dell’Armata Rossa che sarebbe stata più utile come fuciliere che come infermiera. E solo dopo molte insistenze le e’ finalmente permesso unirsi alla fanteria e combattere in prima linea – anche se la mancanza di armi da fuoco significo’ che inizialmente dovette aiutare a scavare trincee.

Quando riusce a mettere le mani su un fucile e a dimostrare ai suoi compagni di saperlo usare anche meglio di loro, Lyudmila si rivela cecchino eccezionale, diventanto presto notoria anche tra l’esercito tedesco, che cerca piu’ volte di convincera a cambiare parte con promesse di incredibili onori militari. Promesse che, al suo rifiuto, furono trasformate nella minaccia di farla in 309 pezzi, come il numero delle sue vittime. Se i tedeschi pensavano di spaventarla si sbagliavano: pare infatti che la minaccia l’abbia lusingata moltissimo, poiché significava che il suo conteggio era esatto!

Lyudmila Pavlichenko
Lyudmila Pavlichenko

La sua carriera di tiratrice scelta finisce nell’estate del 1942 quando, ferita gravemente da una granata, la Pavlichenko e’ trasferita nelle retrovie per addestrare i nuovi cecchini. Considerata troppo preziosa per essere rimandata al fronte la giovane diventa un po’ la ‘poster girl’ dell’Armata Rossa e, alla fine del 1942, viene spedita negli Stati Uniti e in Canada insieme ad una delegazione sovietica per un tour di conferenze che avevano lo scopo di convincere gli americani ad inviare più truppe in Europa in supporto degli alleati.

Alla Casa Bianca (la prima cittadina sovietica a metterci piede) la Pavlicencko fu ricevuta dal presidente Franklin Roosevelt e da sua moglie Eleanor che a sua volta la invitò a girare il Paese per parlare delle sue esperienze in combattimento. Non sorprende che Eleanor Roosevelt, lei stessa una donna fuori dal comune restò molto colpita dal giovane cecchino e tra le due donne nacque una profonda amicizia che durò per tutta la vita.

Герой Советского Союза снайпер Людмила Павличенко до войны закончила школу снайперов Осоавиахима. Свою боевую работу она начала в боях под Одессой. Отважная патриотка уничтожила свыше 300 фашистских офицеров и солдат.

Inutile dire che la stampa americana (soprattutto quella femminile) ebbe, almeno all’inizio, non poche difficoltà a prendere sul serio la Pavlichenko concentrandosi invece che sui suoi trionfi sul campo di battaglia e sulle sue prodezze con il fucile, sul suo aspetto fisico, sulla lunghezza della gonna dell’uniforme, sulla sua biancheria, se si truccasse in trincea e su quale smalto per unghie facesse uso. L’atteggiamento dei giornalisti americani la lasciò completamente di stucco. Abituata all’Unione Sovietica dove l’uguaglianza tra i sessi aveva fatto passi da gigante e il suo ruolo come cittadina, combattente e soldato era inquestionabile, il fatto che negli Stati Uniti fosse considerata come una sorta di fenomeno da baraccone in quanto donna, fu per Lyudmila Pavlichenko un vero shock. E Chicago, davanti una una folla di spettatori e giornalisti a per sentirla parlare, famosamente disse:

“Signori, ho 25 anni e ormai ho ucciso 309 nemici fascisti. Non pensate, signori, che vi nascondiate da troppo tempo alle mie spalle?”

 

2020 ©Paola Cacciari

I diari del COVID-19 #8

Il cosidetto Cummings-gate non è finito qui. Mercoledì scorso, Emily Maitlis, popolare giornalista televisiva alla BBC da quasi vent’anni, aveva aperto l’edizione serale del suo programma Newsnight dicendo che Dominic Cummings aveva violato le regole della quarantena. Tutto il paese l’aveva capito, ed che era sorprendente che il Governo lo negasse, ha continuato la giornalista, aggiungendo che in questo modo Downing Street non solo ha fatto passare per stupidi coloro che invece hanno fatto di tutto per rispettarle le regole, ma che ha dato ad altri il pretesto per violarle. Ha concluso che con più a lungo i ministri e il primo ministro contunueranno a dire alla nazione cheCummings ha rispettato le regole, piu’ grande sarà la rabbia per questo scandalo. Uh! Go On Girl !!!

Un editoriale del Financial Times pubblicato mercoledì sostiene che l’opinione pubblica abbia ragione a essere arrabbiata per i comportamenti di Cummings, e che sia stato poco saggio da parte di Johnson fare finta di niente. Non solo perché per difendere Cummings il Primo Ministro ha specato molta della sua credibilità (che già non era altissima dopo il COVID fiasco del come è stata gestita la crisi sanitaria), ma anche perché ora sarà più difficile fare rispettare le regole di distanza sociale.

Inutile dire che l’insolito monologo d’apertura della Maitlins è diventato virale, e sebbene apprezzato da molti (tra cui la sottoscritta), è stato criticato da molti politici conservatori, e anche da alcuni giornalisti, che hanno ritenuto la presa di posizione della collega eccessiva e non conforme alla tradizionale imparzialità dei notiziari della BBC, che l’ha prontamente richiamata. Una decisione quella dell’emittente televisiva, accolta con una certa sorpresa e molte critiche, tanto da giornalisti che politici Laburisti.

Il fatto che, la serata successiva, la Maitlis sia stata sostituita alla conduzione del programma dalla giornalista Katie Razzall, ha scatenato l’immaginazione collettiva, fornendo allo stesso tempo a Downing Street la distrazione necessaria per allontanare l’attenzione del opinione pubblica da Cummings e le sue peregrinazioni in lungo e in largo per l’isola.

Il comunicato della BBC afferma che la Maitlis ha violato le regole di imparzialità della rete, e che le sono state ricordate le linee guida da seguire. E fin qui ci siamo: ogni corporazione ha linee guida che vanno seguite, pena severi richiami (anche il museo ne ha molte). Ma il fatto che lei sia stata richiamata e Cummings no, rende l’azione di quest’ultimo ancora più arrogante. La colpa di Emily Maitlins (se si può chiamare colpa) è che ha usato la sua posizione di giornalista conduttrice di un programma molto seguito, per farsi portavoce di coloro che vogliono delle risposte.

Che l’imparzialità tanto sventolata dalla BBC non è forse fare domande e aspettarsi una risposta? Che dopo dopo oltre 38,489 morti accertate, la gente ha il diritto di avere la verità sui fallimenti del passato recente e sui tentativi passi futuri verso una vita post-COVID-19 . Fatti, la gente vuole fatti. Non più verità alternative, ma la verità e basta.

“Che cos’è la verità? disse Pilato e non attese risposta.”

Scrisse nel 1625 il filosofo Francis Bacon. Temo che in questo momento il padre dell’empirismo si stia rivoltando nella tomba alla vista del modo in cui l’oggettività è sia deventata un’opinione, qualcosa di elastico da manipolare aperatmante da personaggi come Bojo e Trump.

Ma Bacon disse anche che “la verità è figlia del tempo.” Vedremo se avrá ragione.

2020 ©Paola Cacciari

 

Teatro e Covid-19: 3 poltrone su 4 tagliate per il distanziamento sociale

La foto è stata al Berliner Ensemble di Berlino. Saranno così le nuove platee nell’era del Coronavirus, per rispettare il distanziamento sociale? E quali saranno quindi le prospettive di vita per i teatri più piccoli? Posti tagliati per garantire il distanziamento sociale, con una o due sedute vicine, così da soddisfare sia i singoli che…

Teatro e Covid-19: 3 poltrone su 4 tagliate per il distanziamento sociale

Persone normali (Normal People) di Sally Rooney

Persone Normali è il titolo di questo libro dell’irlandese Sally Rooney. Nata nel 1991 la Rooney è stata definita dai media come “the great millennial novelist”, la scrittrice dei millennials, della Generazione Y, coloro cioè che sono i nati fra i primi anni Ottanta e la metà degli anni Novanta. Non che lo sapessi, che non sono una millenialls io bensì una causa persa della Generazione X, quelli che sono arrivati in ritardo su tutto, per intenderci.

Incuriosita da tutto il circo mediatico creato attorno a questi poveri millennials, (inclusa un nuovo seceggiato tratto da questo libro in onda sulla BBC3 proprio in questi giorni) mi sono buttata nella lettura di questo libro senza molte aspettative. E ho finito con il divorare il libro in due giorni che Normal People è uno di quei libri i cui protagonisti ti prendono tanto che bisogna sapere come la loro storia andrà a finire. Almeno non è grosso come Guerra e Pace
La trama è quasi banale, anzi cosi’ banale che quando l’ho finito mi sono chiesta come mia abbia potuto prendere tanto. E’ la storia d’amore tra due adolescenti, Connell e Marianne, che incontriamo mentre frequentano la stessa scuola in una cittadina della provincia irlandese. Lui è tanto popolare, equilibrato e diligente, quanto lei è intelligente, indipendente, sciatta e solitaria – cosa che la rende vittima di infiniti episodi di bullismo, e non solo a scuola. Figlio di una ragazza madre lui, proveniente da una famiglia ricca lei, i due hanno l’opportunità di conoscersi meglio grazie al fatto che la madre di Connell lavora come donna delle pulizie a casa di Marianne. Diventano amici e scoprono con loro stessa sorpresa, di riuscire ad essere sé stessi solo quando sono insieme.

Le cose tuttavia non sono così semplici: temendo il giudizio dei compagni di scuola se si venisse a sapere che lui sta con una come Marianne, Connell la prega di mantenere il segreto, cosa che lei accetta passivamente di fare senza discutere. Le loro vite continuano ad intrecciarsi per separarsi non appena uno pensa che, realizzato il male che sta facendo a Marianne, Connell decida di crescere e di uscire allo scoperto con Marianne. E questa potrebbe essere la fine, se Persone Normali fosse un libro “normale”, ma non lo è. La storia  tra i due continua e poi si interrompe piu’ volte per qualche stupido motivo (generalmente legato al fatto che Connel e Marianne non riescono a comunicare, ad esprimere a parole quello che sentono dentro) per riprende qualche mese dopo, qualche anno dopo, abbracciando gli anni dell’università in cui i due continuano a essere inesorabilmente attratti l’uno dall’altra.

Per anni i due entrano ed escono l’uno dalla vita dell’altra – amici, amanti, entrambe le cose. Non riescono a spiegarselo, sanno solo che nessuno dei due sembra attrezzato per abitare il mondo esterno senza il supporto dell’altro e che essere “normali” per loro è uno sforzo quasi sovrumano.

Ora dico io, che cos’è la normalità? Chi sono le persone normali? Io che ho passato l’infanzia e parte dell’adolescenza a sentirmi sbagliata perchè mi piaceva leggere durante la ricreazione invece che uscire in corridoio con il resto della classe. Poi si cresce e ci si accorge che quella normalità che tanto invidiata agli altri non esiste, che le persone normali non esistono e che ognuno ha la sua personale definizione di normalità

Ma non c’e’ solo questo e ancora desso mi chiedo come questo libretto di 266 pagine possa affrontare in modo tanto discreto quanto efficace questioni importanti come la politica, la classe sociale, la fragilità dell’essere maschio, la violenza domestica, il bullismo, il rapporto genitori-figli e soprattutto, il bisogno di indipendenza che per certi individui è più necessario che per altri, per maturare come esseri umani. Un libro per tutti, non solo per i Millennials.

2020 ©Paola Cacciari