Painted Hall, Old Royal Naval College @ Greenwich

Nascosto tra i vari edifici che compongono l’Old Royal Naval College, il magnifico complesso neoclassico costruito da Christopher Wren (1632-1723 ), l’architetto di St Paul’s Catherdral, e dal suo pupillo Nicholas Hawksmoor (1661-1736) che sorge sul sito dell’antico palazzo omonimo di epoca Tudor, c’è uno tra i piú grandi e al tempo stesso sconosciuti soffitti dipinti dell’Europa del Nord: la Painted Hall.

Old Royal Naval College, viewed from the north side of the Thames river. Photo © Bill Bertram

E sebbene il capolavoro di James Thornhill (1675 o 1676-1734) non sia la Cappella Sistina (a cui è stato ultimamente sempre più spesso paragonato) la Painted Hall è certamente imponente e notevole dal punto di vista visivo – lo posso confermare per esperienza quando finalmente ho trovato il tempo (e l’edificio…) per visitarlo.

Thornhill impiegò una ventina d’anni per completare la decorazione pittorica e il suo epico trompe l’oeil fece del relativamente sconosciuto pittore, una celebrità. Le prestigiose commissioni si susseguirono e nel 1715 fu ingaggiato per dipingere la cupola di St Paul’s Cathedral. A questo fece seguito nel 1716 il soffitto della Great Hall di Blenheim Palace, nell’Oxfordshire, la grandiosa residenza di campagna di John Churchill, il primo duca di Marlborough e dei suoi eredi (tra cui Winston Churchill che nacque lì) recentemente ritornato alla sua dimora di campagna dopo che, nel 1710, la caduta del Gabinetto Whig (da lui sostenuto) e l’allontanamento da corte della moglie, la formidabile Sarah Churchill, duchessa di Marlborough, un tempo prediletta dalla Regina Anna, posero fine  sia ai suoi successi militari che alla sua preminenza a Corte. Neanche a dirlo, il soggetto che fa dipingere al nostro Tornhill è la sua grandiosa vittoria del 1704 nella battaglia di Blenheim, durante la guerra di successione spagnola.

Painted Hall, Old Royal Naval College, Greenwich. Londra 2016 © Paola Cacciari
Painted Hall, Old Royal Naval College, Greenwich. Londra 2016 © Paola Cacciari

Il grandioso salone della Painted Hall fu inaugurato nel 1694 con la funzione di sala da pranzo per il Royal Hospital for Seamen at Greenwich, una casa di riposo per anziani marinai della Royal Navy, la risposta britannica all’Hôtel des Invalides costruito da Luigi XIV a Parigi. Il soffitto è un trionfo barocco che celebra il regno di William e Mary II e con loro la legittimizzazione della Gloriosa Rivoluzione del 1689 e con essa il trionfo del protestantesimo sulla religione cattolica.

Painted Hall, Old Royal Naval College, Greenwich. Londra 2016 © Paola Cacciari
Painted Hall, Old Royal Naval College, Greenwich. Londra 2016 © Paola Cacciari

Ma neanche l’aver dipinto la cupola di St Paul’s salvò Thornhill dall’oblio quando, nella seconda metà del XVIII secolo, l’imperante gusto neoclassico dettò che la pittura decorativa dovesse essere racchiusca da cornici architettoniche come quella della Banqueting House di Londra creata da Inigo Jones (che guarda caso era il padre spirituale del Palladianesimo neoclassico) e mastristalmente dipinta da Rubens.  Oggi Thornhill è conosciuto (e anche poco bisogna dirlo) più per esser lo suocero di William Hogarth che per altro. Che sia arrivato il momento di tiralo fuori dal naftalina?

2021 ©Paola Cacciari

Painted Hall Ceiling Tours, Old Royal Naval College, Greenwich.

Tours take place daily between 10am and 5pm (last admission 4pm). £10.

Innamorarsi al museo

In un recente sondaggio il 20% degli intervistati ha confessato di essersi innamorato in un museo, con il V&A in testa alla lista delle destinazione più romantica per trovare l’amore della propria vita. E se a volte capita di trovarlo l’amore, il spesso la situazione è un’altra…

Questa👇👇👇

Vignetta dal blog Attendant’s View

Men At Work – Down Under

Era il 1981 quando gli australiani Men at Work hanno pubblicato il singolo Down Under.

Naturalmente all’epoca, avendo dieci anni o giù di lì, non avevo idea del significato del titolo, o tantomeno dei riferimenti del video. Ho saputo molto tempo dopo che nei paesi anglosassoni il termine “Down Under” è usato per indicare gli antipodi e in generale l’Australia.

Il testo narra di un viaggiatore australiano che, girando il mondo, si sente orgoglioso della propria nazionalità e del suo interagire con vari personaggi e che sono interessati alla sua terra d’origine. Un verso si riferisce ad un panino al Vegemite,  una crema salata fatta di estratto di lievito, simile alla Marmite britannica una vera e propria icona culturale in Australia e in Nuova Zelanda tanto da essere arrivata a godere dello status di “cibo nazionale”. L’accattivante giro di flauto eseguito tra le strofe invece è basato sulla canzone popolare “Kookaburra”, molto nota tra i bambini australiani.

Per i suoi riferimenti all’Australia, Down Under divenne così popolare da essere considerata una canzone patriottica: è eseguita durante i titoli finali del film di Paul Hogan Mr. Crocodile Dundee 3 .

Quarterflash – Harden My Heart (Official Video)

Era il 1981 e avevo scoperto da poco la Superclassifica Show e il suo conduttore, Maurizio Seymandi. Andava in onda la domenica all’ora di pranzo, ed io cercavo di mangiare in fretta per godermi indisturbata le mie canzoni la Hit Parade della settimana, cioè i primi dieci singoli 45 giri più ascoltati  della settimana. Con TV Sorrisi e Canzoni (di cui Seymandi era uno stimato collaboratore dal 1974) aperto sotto agli occhi per meglio ricordare quei nomi stranieri, seguivo passo passo le statistiche di gradimento dei miei connazionali.

Un tuffo nel passato con questo Harden My Heart del gruppo americano Quarterflash, una band (almeno in Italia) da one hit wonder. Ma come mi piaceva quell’intro al saxofono …

Ferragosto, di Enrico Franceschini: mare, piadina e delitti.

“A quest’ora, l’Adriatico fa la sua figura: il mare è vuoto, l’orizzonte è addolcito dalla luce che precede il crepuscolo, perfino l’acqua ha un colore invitante.”

Enrico Franceschini, Ferragosto

L’Adriatico. Sembra di esserci, lì sulla riviera romagnola, con le sue spiagge sabbiose rigate da file ordinate di ombrelloni colorati, nell’aria il profumo di bomboloni freschi, pesce fritto e piadine col prosciutto. Ad abbrustolirsi al sole, immobili come lucertole fino a quando il suono della Publiphono (che risuonava immancabile come il raffreddore in inverno lungo la spiaggia di Rimini e dintorni religiosamente tutte le mattine alle 11 e alle 17 nel pomeriggio) non riscuoteva dal coma indotto dall’overdose di UVB segnalando l’ora del bagno o della merenda. Poi ci si univa all’esodo dei umanità sciabattante fatta di madri e padri carichi come bestie da soma di borse da spiaggia, secchielli e salvagenti con al seguito bambini impastati di sabbia, diretta alle pensioni famigliari dalle sale apparecchiate che facevano presagire le delizie del pranzo. La storia delle mie vacanze. Almeno fino a quando non ho cominciato a viaggiare per conto mio, sostituendo lo zaino alla pensione completa.

Ed ora, con il Covid ancora imperante, e gli inevitabili obblighi di quarantena (sì, no, forse: chi ci capisce qualcosa è bravo…) e costosi PCR tests, e altre difficoltà logistiche legate alla fortuna di avere ancora un lavoro, immergermi tra le pagine di Ferragosto, il nuovo giallo di Enrico Franceschini è stata la cosa più vicina ad una vacanza che mi sia capitata quest’anno – meno gli inevitabili gavettoni. E me le sono godute entrambe, sia la storia che la vacanza letteraria.

File di ombrelloni sulla Riviera Romagnola

In questa seconda commedia noir, ritroviamo i personaggi di Bassa Marea: Andrea Muratori detto Mura, due divorzi alle spalle, un figlio a Londra a fare il quasi avvocato, una vita da corrispondente all’estero alle spalle e ora pensionato anzitempo residente in un capanno sul mare a Bagnomarina – che assomiglia tantissimo a Cesenatico, ma che qui diventa il simbolo universale della località balneare della Riviera Romagnola e dei suoi tre amici di sempre, la famiglia che Mura non ha. Ma era da dire che, dopo una vita passata a caccia di notizie in giro per il mondo, la pesca, la lettura del giornale, la corsetta sulla spiaggia e la partitella a basket con gli amici finiscono per non bastare più. E il Mura comincia ad annoiarsi.

La noia e la sua debolezza per le donne, la cui vicinanza è sufficiente a trasformare  il nostro eroe in un ‘minchione’ come avrebbe detto mia nonna, un credulone incapace di dire loro di no – si tratti di una procace moglie che sospetta che il marito le metta le corna, una bellissima trans brasiliana o la vistosa ballerina martinicana che recluta Mura per investigare sulla morte del marito, noto fotografo erotomane ritrovato morto nel suo studio dalla donna delle pulizie in una posa a dir poco oscena. Ma quelli che sembrano due casi completamente diversi come una banale questione di corna e un delitto a sfondo pornografico, sono in realtà uno solo che porta Mura ad imbattersi in qualcosa di molto più grande. Una storia dell’Italia fascista che coinvolge addirittura Mussolini e Claretta Petacci e lo scoop che potrebbe riportarlo in prima pagina – alla faccia di chi lo ha costretto al prepensionamento.

Come Bassa Marea, anche Ferragosto è una riflessione sul passato e presente dell’Italia, di un Paese emerso devarstato dal dopoguerra e che grazie ai dollari americani pompati nelle industrie dal piano Marshall ha visto una ripresa economica senza precedenti. Un vero e proprio miracolo economico quello degli anni Sessanta, “quando la Romagna ambiva a diventare la California italiana”, la meta delle ferie democratiche di massa, il luogo in cui quasi tutti potevano permettersi di trascorrere due settimane in albergo o in una delle numerosissime pensioni famigliari che punteggiavano la riviera. “Mezzo secolo più tardi,” continua Franceschini, “il miracolo italiano si è sgonfiato ma la Romagna no: la costa delle ferie di massa, delle vacanze a basso prezzo già da prima che fosse inventato il termine low cost, del divertimentificio in disco-pub, aqua-park, go-kart, mini-golf, night-club e tutto quanto si può dire in un inglese facilmente comprensibile con due parole separate da un trattino.”

Avendo trascorso le mie prime diciotto estati tra Rimini e Riccione, con un breve intervallo a Lido di Classe, la Romagna raccontata da Franceschini la conosco bene che è la Romagna dei miei ricordi. Riaffiorano alla memoria nomi da tempo dimenticati come Fiabilandia, Mirabilandia, l’Italia in Miniatura, e luoghi mitici come la Baia degli Angeli (che io ho conosciuto quando era già la Baia Imperiale), il Pineta e il Cocoricó e altre discoteche storiche che hanno fatto ballare generazioni di vacanzieri, inclusa la sottoscritta. Lungi dall’essere solo lo sfondo della storia, la Romagna ne è in realtà la vera protagonista, qui descritta con amore infinito dalla sapiente penna di Enrico Franceschini. Ne emerge una nostalgica mappa socio-culturale di una generazione non troppo distante dalla mia che si ritrova ad abitare un mondo che non riconosce più.

È impossibile non simpatizzare con questi quattro ex ragazzi di ieri, sorpresi dalla sesta decade della loro vita come da un improvviso temporale estivo che li ha travolti come un fulmine a ciel sereno. Ed che ora si ritrovano a cercare di riconciliare la loro esuberante voglia di vivere e divertirsi con gli acciacchi portati dall’inevitabile avanzare dell’anagrafe. Lo so benissimo, che ho lo stesso problema: la non coincidenza tra età interiore ed età anagrafica. Che in fondo i cinquanta o i sessanta sono i nuovi trenta o quaranta: non si è vecchi, ma solo un po’ vintage – come il paio di Ray Ban regalati a Mura da Caterina (detta Cate), corrispondente di guerra e sua amica/amante. E se non lo sa lei che ha trent’anni meno di lui…

E se mi sono divertita ad immergermi nell’atmosfera nostalgico-felliniana di Bassa Marea, devo dire che in Ferragosto la trama noir è più solida, meglio sviluppata, la storia più avvincente e temi recenti come prostituzione, immigrazione, la pericolosa risorgere della destra – sono intessuti con la naturalezza del flusso di coscienza nella trama di questa deliziosa black comedy dal sapore di sale. I personaggi sono meglio delineati, soprattutto quelli femminili – donne forti e indipendenti, che sanno quello oche vogliono e come ottenerlo e che tollerano i loro compagni bambocci con l’affetto che si potrebbe avere per un cucciolo pasticcione a cui si è abituati e di cui si apprezza la compagnia. Sebbene, come donna, non possa esimermi dall’arricciare il naso davanti commenti bonariamente volgari se vogliamo, ma sempre volgari, di una generazione di uomini come Mura & C. cresciuta prima del “politically correct”. Non che il politically correct del giorno d’oggi abbia miracolosamente fatto sparire i commenti volgari diretti alle donne (basta guardare i socials per accorgersi del contrario), le pressioni sociali ancora esistenti per quanto riguarda decisioni fondamentali come famiglia, maternità, figli e lavoro, sia ben chiaro…

Ma questa è un’altra storia, che non ha nulla a che vedere con il libro in questione, anche se confesso che mi piacerebbe vedere le donne dei Moschettieri avere un ruolo più centrale nelle avventure della combriccola. Chissà cosa ci riserverà la prossima storia al profumo di piadina di Mura e C. …

Paola Cacciari © 2021

Jennifer Packer: The Eye Is Not Satisfied With Seeing

La prima volta volta che ho sentito il nome di Jennifer Paker è stato durante la pausa pranzo un paio di settimane fa, quando la mia collega spagnola, come me entusiasta di mostre e musei, mi ha mostrato alcune foto sul suo smartphone. Non ho molta passione per l’arte contemporanea, ma devo dire che questa personale dedicata a quest’artista afro-americana mi ha entusiasmato.

La prima cosa che salta agli occhi entrando nella bianca quesite della Serpentine Gallery sono i colori sgargianti e la qualità fluida della sua pittura, rapida e al tempo stesso attenta ai dettagli (come i calzini multicolori della modella di Tia che sembrano voler uscire dalla tela). Dettagli che emergono come per magia dalla superficie del dipinto, riflettendo la sua preoccupazione per il visibile e l’invisibile.

Jennifer Packer, Tia, 2017. Collection of Joel Wachs. Photo: Paola Cacciari

Jennifer Packer è nata a Philadelphia 36 anni fa, vive e lavora nel Bronx. Generi tradizionali come il ritratto e la natura morta, sono avvicinati con approccio contemporaneo e al tempo stesso sono carichi dell’eredità emotiva del movimento Black Lives. E se le persone che popolano i suoi ritratti sono famigliari, amici e colleghi artisti, la sua scelta di rappresentare soggetti di colore è politica: “La rappresentazione, l’osservazione della vita, sono modi di testimoniare e condividere la testimonianza.”

Le sue figure sono fluide, fatte di acqua e aria, sembrano quasi dissolversi sotto i nostri occhi se non prestiamo la dovuta attenzione. Eric si appoggia allo schienale della sedia, perso nella sua mente, mentre posa per l’artista. Indossa calzini spaiati e vistose scarpe viola. Gli oggetti che lo circondano sembrano fluttuare intorno a lui come pensieri in libertà. Lo sguardo obliquo di Eric, le pieghe rigide della sua giacca: tutto è allo stesso tempo nitido e allo stesso tempo astratto. L’atmosfera del ritratto è pensosa come il suo soggetto. Eric Mack è un amico dell’artista e come lei pittore. E non è necessario leggere la spiegazione accanto al ritratto per sentire l’intimità che esistente tra loro.

Eric (II), 2013. Photo 2021 © Paola Cacciari

Ma sono le sue nature morte quelle che mi colpiscono di piú. Hanno una qualità tattile, vivente, sembra di poter sentirne il profumo, la morbidezza dei petali dei fiori, la consistenza delle foglie.

Dice la Packer “Avevo visto i quadri di Fantin Latour al Metropolitan Museum of New York e ho pensato che fossero straordinari. Ho pensato: Come può un dipinto di un bouquet di fiori essere più avvincente del ritratto che di una persona? Come sento l’umanità di una cosa?”

Sai Her Name (2017) è dedicato alla memoria di Sandra Bland, la donna afroamericana di 28 anni trovata morta in una cella di polizia nel 2015 dopo essere stata arrestata per una piccola violazione del codice stradale. I fiori della Packer sono un promemoria all’impermanenza della vita, al suo essere temporanea – come questo bouquet, idealmente posato sulla bara della Bland.

Jennifer Packer, Say Her Name, 2017. Courtesy the artist, Corvi-Mora, London, and Sikkema Jenkins & Co, New York. Photo: Paola Cacciari

2021 © Paola Cacciari

Londra//fino al 22 Agosto 2021

Jennifer Packer: The Eye Is Not Satisfied With Seeing

Serpentine Gallery South, Kensington Gardens

ICOM, un museo su dieci ha dovuto licenziare membri del personale

Il COVID ha fatto strage, e non mi riferisco solo alle migliaia di vite umane perdute ovunque nel mondo.Ha anche cambiato radicalmente il settore della cultura – arte, musica, teatro, riducendo sull’orlo del precipizio economico musei, orchestre e teatri.

Un precipizio da cui molte di queste istituzioni non si riprenderanno mai più. Il danno economico è stato enorme e lo so per certo, lavorando in uno dei più grandi musei nazionali di Londra. L’organico è stato a dir poco dimezzato, sono stati fatti tutti i tagli possibili e immaginabili, incluso introdurre una chiusura settimanale di due giorni – cosa credo che non avveniva dalla Seconda Guerra Mondiale.

In Front of House, il dipartimento in cui lavoro e che si occupa dell’accoglienza, del commercio e della sicurezza – di tutto ciò insomma che ha a che fare con il pubblico di un museo, abbiamo perso circa il 10% della nostra forza lavoro complessiva rendendo la gestione di un museo così grande estremamente faticosa e frustrante. Il fatto che la falce degli esuberi non abbia risparmiato nessuno neanche in altri dipartimenti, dai restauratori ai curatori, non ha reso le cose più semplici. Il detto proverbiale “Mal comune, mezzo gaudio” proprio non aiuta in casi come questi…

Qui riporto un interessante articolo di Salvo Cagnazzo sul blog Uozzart.

Secondo una recente indagine condotta da ICOM, la percentuale di partecipanti che dichiarano che i dipendenti sono stati licenziati è aumentata costantemente dal 5,8% di maggio 2020 al 9,6% di un anno dopo. Ciò significa che quasi uno su dieci dei musei partecipanti ha dovuto licenziare membri del personale a causa della crisi. L’articolo ICOM,…

ICOM, un museo su dieci ha dovuto licenziare membri del personale

It’s coming home – to Rome

Strana atmosfera oggi a Londra. Non che sia andata molto lontano sia chiaro, che il giorno dopo Italia – Inghilterra a Wembley mettere il naso fuori casa da italiana nella tana del leone (o meglio, dei tre leoni) mi rende più inquieta dell’avvicinarsi rimozione delle restrizioni del Covid…

In uno stadio stracolmo di supporter rosso-bianchi che (a torto o a ragione) davano già quasi per scontata la vittoria inglese, l’arco di Wembley si è invece colorato di rosso, bianco e verde. E Londra ieri sera si è colorata di azzurro.

Scrive il giornalista Tobias Jones sull’Observer: “Come tifoso, non brami solo la gloria sportiva, ma anche, attraverso la tua squadra, capire da dove vieni e dov’è la tua vera casa.” Come me, Tobias Jones è un espatriato, un’inglese in Italia come io sono un italiana a Londra. E per chi come noi ha una famiglia ibrida anglo-italiana questa non è stata solo una partita, ma una scelta tra il nostro paese d’origine e quello adottivo, tra i nostri compagni di vita e la famiglia di origine, tra gli amici italiani e quelli inglesi. A casa mia non c’era dubbio: il mio compagno inglese è per l’Inghilterra, mentre io nonostante la cittadinanza britannica, ero per l’Italia. Ovviamente. 

Gli Europei di calcio mi hanno fatto riprendere in mano un saggio di George Orwell dal titolo Lo Spirito Sportivo, di cui avevo già scritto a proposito dei Mondiali di Russia in questo post Il calcio secondo George Orwell. Qui Orwell scrive: “Lo sport serio non ha niente a che vedere con il fair play. È semmai strettamente legato all’astio, alla gelosia, alla vanagloria, alla noncuranza di qualsiasi regola e al sadico piacere di assistere a manifestazioni di violenza: in altre parole è come la guerra, ma senza gli spari.”

Ancora una volta mi è venuto da riflettere sulla tribalità del calcio, o degli sport agonistici in genere. Si gioca per vincere, arrivare secondi non conta – lo hanno dimostrato ampiamente i giocatori inglesi sfilandosi con stizza la medaglia d’argento appena ricevuta dal presidente dell’Uefa Ceferin. Ma, continua Orwell, “l’aspetto significativo non è la condotta dei giocatori bensì l’attitudine degli spettatori: e, dietro gli spettatori, quella delle nazioni che finiscono per infuriarsi su queste assurde competizioni, e che credono seriamente […] che correre, saltare e dare un calcio al pallone costituiscano una prova di virtù nazionale. […] Il calcio senza la folla non ha alcun significato.

Anche se gli spettatori non intervengono fisicamente, provano comunque a influenzare l’andamento del gioco incitando la loro squadra e innervosendo i giocatori avversari con urla ed insulti.” Altro che fair play: il calcio sembra risvegliare gli istinti più selvaggi. Certamente lo fatto nei tifosi inglesi che non contenti di fischiare l’Inno di Mameli nonostante gli appelli a non farlo dell’ex calciatore della nazionale inglese Gary Lineker e di Boris Johnson, hanno dato il peggio urlando insulti razzisti a Marcus RashfordSancho Saka, i tre giocatori di colore che hanno sbagliato i rigori.

Marcus Rashford

Marcus Rashford, attacante ventiduenne del Manchester United, dopo aver aiutato a raccogliere circa 20 milioni di sterline per sostenere le famiglie in difficoltà nei giorni più critici della pandemia è riuscito a fare cambiare idea al governo di Boris Johnson che voleva sospendere i buoni pasto per oltre un milione di bambini inglesi provenienti da famiglie a basso reddito durante le vacanze estive del 2020 e che grazie a lui hanno continuato a ricevere un buono settimanale per un pasto gratuito al giorno. Per la sua attività umanitaria Rashford è stato insignito dalla Regina Elisabetta II dell’Eccellentissimo Ordine dell’Impero Britannico (The Most Excellent Order of the British Empire) una tra le onorificenze più importanti del Regno Unito. Ciononostante “l’attivista” conservatore Darren Grimes lo ha insultato in Twitter dicendogli di dedicarsi meno alla politica e più al calcio.

Davvero, il giocare per divertirsi ha significato solo quando non è coinvolto il patriottismo locale. Perchè, come nel caso di Italia – Inghilterra, non si tratta solo di prestigio e orgoglio nazionale. Come molte altre nazionalità, anche noi italiani che viviamo in Gran Bretagna abbiamo sofferto negli ultimi anni di quello che Tobias Jone definisce “un certo anglocentrismo dispettoso”, per cui non sorprende che per noi expats questa partita ha il significato di una rivincita tra l’Europa e l’Inghilterra della Brexit. Per un gruppo di persone il risultato costituisce l’avvallamento della superiorità di una parte sull’altra, la dimostrazione che lasciare l”UE è stata la decisone giusta o un terribile errore.

In ambito internazionale lo sport, detto francamente, è una battaglia politica. E da italiana in UK che ha vissuto l’amarezza della Brexit, vedere l’Italia vincere proprio a Wembley mi ha riempito di orgoglio nazionale, alla faccia di quel 51% della popolazione che nel 2016 ha deciso di uscire dall’Europa e tornare ad essere un’isola.

2021 Paola Cacciari

I nostri corpi come campi di battaglia (Our Bodies, Their Battlefield) di Christina Lamb

“Lo stupro,” scrive Christina Lamb all’inizio di questo incredibile libro, è “l’arma più economica conosciuta dall’uomo”.

È anche una delle più antiche, da tempo immemorabile compagna del saccheggio, tanto comune da essere avvallata dal Libro del Deuteronomio che autorizzava i soldati a prendere per sè le belle donne trovate tra i prigionieri delle battaglie, e raccontata da Erodoto o Tito Livio senza che generazioni di studiosi e studenti abbiano mai battuto ciglio. Nel suo libro Against Our Will , la scrittrice americana Susan Brownmiller afferma che “la scoperta da parte degli uomini che i loro genitali potevano essere utilizzati come arma per generare paura deve essere classificata come una delle scoperte più importanti della preistoria, insieme all’uso del fuoco e della prima ascia di pietra grezza”.

Eppure, nonostante l’ubiquità dello stupro nel tempo, in tutti i continenti e in tutti i contesti, questo crimine è ancora troppo spesso ignorato dalle autorità come una sorta di effetto collaterale dei conflitti, la cui gravità è considerata inferiore a omicidio e terrorismo – nonostante sia ormai chiaramente stato provato che lo stupro sistematico di donne e bambine sia stato usato come arma per terrorizzare intere comunità e costringere a spostarsi abbandonando così interi territori.

Come quanto avvenuto nella Repubblica Democratica del Congo , definita nel 2010 “la capitale mondiale dello stupro” dal Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite per la Violenza Sessuale. La R.D. del Congo fornisce due terzi di questi materiali al mondo e con l’aumento della richiesta mondiale di tantalio, si è fatta particolarmente accesa la lotta fra gruppi para-militari e guerriglieri per il controllo dei territori congolesi di estrazione. Nella RDC ha detto Christine Schuler Deschryver la vicepresidente della Fondazione Panzi che si occupa del trattamento delle donne sopravvissute alla violenza, se si facesse una mappa di tutti gli stupri avvenuti sul territorio, si vedrebbe che si sono avvenuti principalmente nelle prossimità di miniere di cobalto e coltan (contrazione per columbo-tantalite), materiali necessari per le batterie delle auto elettriche, dei telefoni cellulari e dei laptop. Se lo stupro non è un’arma economica dico io, non so cosa sia.

Questo non è certo un libro da leggere tutto d’un fiato, tanto è l’orrore e l’indignazione che provo durante la lettura. Ogni tanto devo smettere e respirare, fare qualcos’altro, leggere un libro stupido o fare il cruciverba perchè il mio cervello semplicemente non riesce ad assimilare la lista delle atrocità compiute su donne come me. Che qui ci sono, se non tutti, molti degli orrori avvenuti negli ultimi due secoli – dalle donne Rohingya violentate dai soldati birmani, alle adolescenti rapite dai fanatici di Boko Haram e tutt’ora nelle loro mani nonostante la campagna hashtag #BringBackOurGirls, dalle donne Tutsi vittime del genocidio in Rwanda, a quelle del Bangladesh in 1971 e dell’Argentina sotto la giunta militare tra il 1976 e il 1983, e naturalmente i campi di stupro in Bosnia.

Ma si può dire che è stato solo con la guerra nella ex Jugoslavia che per la prima volta lo stupro di massa è stato riconosciuto e perseguito da un tribunale internazionale. E se uomini ogni etnia hanno commesso stupri, la stragrande maggioranza di questi è stata perpetrata dalle forze serbo-bosniache dell’Esercito della Republika Srpska (VRS) e da unità paramilitari serbe, che hanno usato lo stupro come strumento chiave del loro programma di pulizia etnica. Secondo Amnesty International, infatti, l’uso dello stupro (e in questo caso dello stupro genocida) durante i periodi di guerra non è un sottoprodotto dei conflitti, ma una strategia militare pianificata e deliberata che ha il doppio scopo di instillare il terrore nella popolazione civile allontanandola con la forza dalle loro proprietà, e umiliare i sopravvissuti costringendoli a restare lontani dal loro territorio per evitare la vergogna e lo stigma. Non a caso lo storico Niall Ferguson ha individuato nazionalismo fuorviante come fattore chiave dietro la decisione nelle sfere più alte di utilizzare lo stupro di massa per la pulizia etnica. Certo non sono solo le donne ad essere stuprate (l’autrice riconosce che la violenza sessuale contro gli uomini è stata ed è tutt’ora un problema e pare che quasi un quarto degli uomini nei territori colpiti dal conflitto nella Repubblica Democratica del Congo orientale abbiano subito violenza sessuale), l’attenzione di questo libro è concentrata volutamente sulle donne.

Christina Lamb , da anni corrispondente estero del Sunday Times e coautrice, con Malala Yousafzai, premio Nobel per la pace del 2014, di Io sono Malala, è una scrittrice straordinaria. La sua compassione per le persone che incontra è reale, così come la sua rabbia e indignazione si riflettono sul suo modo di raccontare le loro storie e rendono questo un libro difficile, ma essenziale. Un libro che dovrebbe essere letto da tutti.


“Una giudice donna mi ha detto che, sentendo la testimonianza delle vittime, era come rivivere tutto sul suo corpo. E lo stesso è stato per me. Mentre scrivevo, ogni tanto dovevo interrompere. Ma poi ritrovavo la forza. Ho cercato di fare la mia parte per cambiare le cose”.

Paola Cacciari 2021