#5libri .. e qualcosa in più sulla Grande Guerra

Oggi in Italia si celebra il Centenario dell’armistizio che pose fine alla Prima Guerra Mondiale. E allora vi segnalo questo post di Tatiana Larina con una cascata di romanzi tutti da leggere sull’argomento del primo conflitto mondiale. Buona lettura! 🙂

Parla della Russia

4 novembre 1918. Come si fa a festeggiare una vittoria come quella dell’Italia nella Grande Guerra? Si può festeggiare la fine della guerra, la rottura di un fronte che ha dilaniato il continente e il mondo, il tentativo di ritorno ad una normalità, ma no, la vittoria proprio no.

Una vittoria che proprio all’Italia costò una delle più sanguinose disfatte della nostra storia, Caporetto, e che per tutti i paesi coinvolti ha significato un bagno di sangue mai visto prima, la sperimentazione di armi di distruzione di massa (le armi chimiche), il coinvolgimento di milioni di civili, la devastazione di intere nazioni.

E poi cosa c’è da festeggiare in una guerra che ha gettato i semi di una follia ancora duratura per l’Europa e per il mondo? Come suonano strani i nome di Rommel e Badoglio qui… eppure a Caporetto c’erano loro.

Gli scrittori che il quel periodo hanno vissuto…

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Back in Time: Guns N’ Roses – November Rain

1 Novembre e piove ovunque, non solo in terra angla. E allora November Rain dei Guns N’ Roses mi sembrava solo appropriata… 😉

Buon ascolto!

Guns N’ Roses – November Rain (1992)

 

Quando moda e natura sono protagoniste. Come sempre al V&A di Londra

Strana e insolita mostra questa del Victoria and Albert Museum, e soprattutto attuale, con i suoi trecento oggetti belli e spesso inquietanti, che esplorano il rapporto tra moda e natura dal 1600 ai nostri giorni.

Da sempre la moda dipende dalle ricchezze della natura non solo per l’ispirazione, ma anche e soprattutto per le risorse necessarie a soddisfare i nostri bisogno di calore e la nostra vanità. Risorse che non sono eterne. La domanda che la mostra si pone (e ci pone in quanto di consumatori) è semplice. Come possiamo conciliare le necessità della moda con quelle del pianeta? Cosa possiamo imparare dal passato? In pratica, è possibile rendere l’industria della moda sostenibile – o quantomeno, più sostenibile?

White cotton T-shirt printed with 'It's Getting Hot in Here' on the front and 'Greenpeace' on the back. Greenpeace (designer) 1990s. © V&A
White cotton T-shirt printed with ‘It’s Getting Hot in Here’ on the front and ‘Greenpeace’ on the back. Greenpeace (designer) 1990s. © V&A

Il piano inferiore è dedicato alle glorie del passato – una festa di corsetti, stecche di balena, pellicce, cappellini con uccelli impagliati e cuscini imbottiti di crini di cavallo. Qui, delicati ricami e altrettanto delicati tessuti ci accompagnano in una passeggiata cronologica che attraversa il XVII, XVIII e XIX secolo, mentre al piano superiore trovano posto il design del XX secolo e del nuovo millennio.

Fashion from Nature, V&A, London. 2018 ©Paola Cacciari

È qui che ci si sofferma in particolare sulla produzione di tessuti artificiali che, soprattutto nell’epoca georgiana e vittoriana, hanno portato tessuti alle masse ad un costo altissimo per la natura. Un costo, quello dell’inquinamento atmosferico e delle acque di cui l’industria tessile è uno dei maggiori colpevoli e che ha spinto nuovi designer come Christopher Raeburn e Stella McCartney a battersi per creare una moda eco-sostenibile.

La scomparsa del Mare di Aral è uno dei più grandi disastri ambientali legati all’industria dell’abbigliamento. Quello che una volta ospitava migliaia di pesci e di animali selvatici è ora un vasto deserto dove i cammelli si muovono su quello che era un tempo il fondo del mare. La ragione della sua scomparsa è semplice: i fiumi che un tempo sfociavano in questo mare interno sono stati deviati deviati per irrigare i campi di cotone e rifornirli d’acqua. Inutile dire che questo cambiamento ambientale di dimensioni apocalittiche ha finito con l’influenzare tutto, dalle stagioni con estati più calde e inverni più rigidi, alla salute della comunità locale che si trova a far fronte alla mancanza d’acqua di vegetazione.

La cosa che ho trovato più sconvolgente però, è stato lo scoprire che la produzione del Denim necessario per il mio paio di jeans preferita ha consumato 7,600 di litri d’acqua. A causa della produzione di tessuti di contone una superficie d’acqua delle dimensioni dell’Irlanda è scomparsa nel giro di 40 anni.

The Aral Sea in 2000 on the left and 2014 on the right. Photograph: Atlas Photo Archive/NASA
The Aral Sea in 2000 on the left and 2014 on the right. Photograph: Atlas Photo Archive/NASA

Il fatto è che esiste una catena produttiva molto complessa nascosta dietro le etichette dei vestiti che indossiamo. la case di moda dichiarano solo il luogo in cui il capo è stato cucito, ma tacciono sulle altre fasi della manifattura, come la produzione della fibra, la sua filatura, la tintura, la stampa – fasi che spesso hanno luogo in paesi diversi, se non addirittura in continenti diversi, di solito in paesi sottosviluppati dove la mano d’opera costa poco e le leggi sull’ambiente sono altrettanto poche. L’esempio del Citarum in Indonesia, che scorre nei pressi della capitale Giacarta ed è considerato il fiume più inquinato al mondo è tristemente esemplare.

E’ solo dagli anni Ottanta tuttavia che da parte delle industrie del settore si comincia a vedere una certa consapevolezza del danno causato all’ambiente, consapevolezza che ha dato vita a pratiche alternative per la produzione di una moda etica oltre che estetica. Nel 2010 per esmpio, la Levis Strauss ha lanciato sul mercato Waterless>Jeans, un tessuto che usa il 96% in meno di acqua durante la produzione tessile. Altri stanno seguendo l’esempio. C’è ancora speranza di salvare il pianeta. Non perdiamo quest’occasione

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2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 27 Gennaio 2019

Fashioned from Nature

Victoria and Albert Museum, Londra

vam.ac.uk

Perché abbiamo bisogno di toccare?

Lavorando in un museo ho a che fare tutti i giorni con gente che tocca. E allora non potevo non ribloggare questo articolo di Daniele Corbo su Orme Svelate. Buona lettura!

ORME SVELATE

Risultati immagini per touch saatchi art Touch (Mihail Korubin-Miho)

Ogni anno, i musei sostengono il costo di riparare i danni causati alle loro opere dai visitatori che li toccano. Perché le persone vogliono toccare oggetti che possono vedere chiaramente? Qual è la visione che aggiunge quel tocco? I filosofi, a partire da René Descartes, hanno tutti notato che il tocco ha fornito “un senso di realtà” e ci ha fatto sentire in contatto con il mondo esterno. Al contrario, gli psicologi tendono ad assumere che il tatto non ha superiorità intrinseca rispetto agli altri sensi. La nostra tendenza al “controllo dei fatti” al tatto è comune, ma rimane inspiegabile: dal resoconto biblico dell’apostolo dubbioso San Tommaso, vediamo ora un “effetto Tommaso” nei telefoni cellulari e in altre nuove tecnologie, dove le persone preferiscono ancora premere per selezionare gli elementi su uno schermo e nel punto vendita in cui i negozi consentono alle persone di toccare i…

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La grande Russia portatile

L’ho letto in pochi giorni questo Parla Della Russia, il libretto “portatile” di Paolo Nori e ci sto ancora rimuginando sopra. Una prosa facile, un amore vero quello di Nori per la Russia e per l’Italia (o forse sarebbe meglio dire per l’Emilia) tanti, tantissimi spunti di riflessione. Grazie, grazie e grazie ancora a voi di Parla della Russia per un altro prezioso consiglio letterario. Mi avete fatto scoprire un conterraneo che non conoscevo.

Parla della Russia

Paolo Nori continua la lunga tradizione italiana degli studiosi di russo e come spesso capita in questi casi (russo-slavisti, arabisti, germanofili, ecc), il loro non sembra un lavoro ma una vera missione: diffondere il più possibile non solo la letteratura, ma la cultura, le peculiarità, le forze e le debolezze di un mondo.

E questo pare fare Nori. La Grande Russia Portatile non è testo strutturato; è una raccolta di pensieri che lo scrittore riporta e condivide sulla Russia. Badate bene, non sulla Russia in assoluto, ma sulla SUA Russia, sulla Russia che lui ha conosciuto, visitato, vissuto. La Russia che gli ha conquistato il cuore.

Nori parte cercando di raccontare cosa la lingua russa abbia rappresentato per lui e finisce per dire quello che è la Russia per tutti noi. Anche per chi (come me) in Russia non ha mai messo piede, ma si nutre di letteratura russa, anzi…

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Quo vadis baby? di Grazia verasani

Ogni tanto mi viene l’ansia. Arriva così inattesa, e mi toglie il respiro. Ed è in certi momenti che devo uscire di casa. Come se stare fuori risolvesse il casino che ho dentro. Il mio collega astrologo direbbe che devo dare spazio ad un Marte irrequieto; mio padre direbbe semplicemente che ho il fuoco sotto i piedi, come mia madre prima che la sua malattia se la portasse via.

Quando sono Londra mi rifugio ad Hyde Park, ma a Bologna faccio lunghe passeggiate per il centro. Passo davanti ai fantasmi di negozi che ricordo bene e che ora non ci sono più come Schiavio Stoppani in via Clavature e mi fermo davanti alla libreria di libri usati in via Oberdan che un tempo ospitava lo storico negozio di dischi Nannucci. E mi sento una straniera in patria. O semplicemente molto vecchia.

Non credo che nelle altre città sia sia diverso. E che mi sembra che a Bologna la differenza si noti di più che negli altri posti. Che come dice Grazia Verasani nel suo stupendo libro Quo Vadis Baby? 

Bologna era un posto in cui succedevano un sacco di cose e tutto sembrava sempre funzionare.’

Ora non più. A che punto della storia il meccanismo si e inceppato?

2018 © Paola Cacciari

Banksy contro Brexit

E’ durata solo poche ore l’ultima opera attribuita a Banksy, il popolare street artist inglese, considerato uno dei maggiori esponenti della street art, la cui vera identità rimane ancora sconosciuta. Autore di centinaia di murales contro il capitalismo in tutto il mondo, l’artista ha disegnato sul ponte abbandonato di Scott Street a Kingstone upon Hull, nel Nord del Inghilterra, un bambino con uno scolapasta come elmo, quella che sembra una spada di legno in mano e sopra la scritta ”Draw the raised bridge”una frase che è stata letta come un messaggio contro gli elettori che hanno votato la Brexit, cancellando di fatto il ponte tra la Gran Bretagna e il resto dell’Europa. Inutile dire che il murale è diventato subito oggetto di pellegrinaggio da parte di cittadini e curiosi in genere, ma è stato poco dopo rovinato e imbrattato con della vernice – a dimostrare il livello di rabbia e frustrazione scatenati dall’argomento Brexit.

Non è la prima volta che Banksy ha espresso con i suoi murales la sua opinione (molto critica) sull’uscita del Regno Unito dall’Europa. Nel Maggio del 2017 un graffito rappresentate un uomo intento a cancellare a colpi di scalpello una delle stelle dell’Unione Europea è apparso nei pressi del terminal dei traghetti di Dover, il porto sulla Manica famoso, oltre che per il suo castello e per le bianche scogliere, per collegare l’Inghilterra con Calais in Francia e quindi con il reso dell’Europa.

L’articolo originale su Repubblica

La luce bianca di Arvo Pärt

Quella di Arvo Pärt (nato nel 1935) è una musica che sa di foreste nordiche e di aurora boreale, di notti bianche e di trasparenza. E di luce. Ma una luce bianca che sa di neve e di ghiacci come quella della sua Estonia. Una luce che contiene tutti i colori. E’ una musica solenne e struggente quella di Pärt, una musica emozioniante e rilassante che sa di colonna sonora di grandi paesaggi di neve e di boschi. Una musica che non conoscevo e di cui mi sono pazzamente innamorata.

E meno male, che lavorare sette ore in una sala con una sound installazion a ciclo continuo avrebbe potuto mandarmi fuori di testa. E invece…

Memory & Light e’ parte del London Design Festival 2018

2018 © Paola Cacciari

Il dilemma del XXI secolo: vivere la vita o fotografarla?

Quesito: state davvero vivendo questo momento? Questo essere qui, ora a fare quello che state facendo – scrivendo sulla tastiera delo vostro computer, mangiando un gelato, guardando un quadro, un paesaggio, assistendo ad uno spettacolo, leggendo il giornale, o questo post. Lo chiedo perchè ovunque vada, per la strada o al lavoro al museo, tutto ciò che vedo sono persone di tutte le età che guardano nei fissi nei loro smartphone. Io sono una delle colpevoli, lo ammetto.

Perchè sentiamo così ungentemente il bisogno di aggiornare lo status di Facebook o di controllare per la millesima volta Twitter, Instagram gli e-mail sui nostri smartphones, la mano ansiosa che scava nella borsa o nelle tasche dei jeans a cercare il telefono non appena sentiamo il bing di una notifica indipendentemente dal luogo in cui ci troviamo?  La cosa mi preoccupa. Sarò antiquata, ma trovo estremamente maleducato verso gli artisti e gli altri spettatori usare il telefono a teatro o al cinema durante uno spettacolo. Come qualche sera fa alla Royal Albert Hall, la bellissima sala da concerti vittoriana in quel di South Kensington, dove per un colpo di fortuna stratosferico avevo trovato un biglietto bazza per un magnifico concerto di musica sinfonica russa, una fantastica hit-parade di grandi compositori come Borodin, Mussorgsky, Rimsky-Korsakov e Tchaikovsky per intenderci. Davanti a me era seduta una giovane coppia di turisti che continuava ad ignorare allegramente i richiami della maschera che ripetutamente chiedeva loro di smettere di filmare il concerto e spegnere il telefono.

Dal mio posto nella fila dietro, li vedevo incessantemente inviare messaggi su WhatsApp, picchiettare la tastiera dello smartphone con dita più veloci della luce. La luce emanata dallo schermo del telefono era in linea con la mia visione del direttore d’orchestra che finiva così per diventare tutt’uno con lo sfondo verde e giallo di WhatsApp. Ogni tanto la ragazza alzava il telefono per scattare una foto al palcoscenico prentamente condivisa su Facebook. Vedere il concerto attraverso lo schermo di un cellulare altrui non era la mia idea di una serata live. Vincedo la tentazione di afferrare il suo smartphone e ficcarglielo in gola, mi sono limitata a picchiettare gentilmente la ragazza sulla spalla chiedendole con tutta la cortesia che sono riuscita a raccogliere di metterlo via perché disturbava noi che si stava dietro. La maschera mi ha lanciato uno sguardo grato e lo stesso ha fatto la signora seduta a poca distanza da me. Non capisco. Che senso ha pagare per un concerto (ma potrebbe essere uno spettacolo teatrale, una mostra o un balletto) se poi non la si vive in pieno perché si è troppo occupati a condividerla con i milleetrecentocinquadue amici che si hanno in Facebook?

Uno studio del 2013 ha scoperto che le persone che vanno in giro per musei fotografando tutto ricordano molto meno della loro visita di coloro che invece si limitano a guardare e a scattare qualche foto occasionale. La cosa non mi sorprende. In fondo perché affaticare il cerverlo con ricordi “inutili” (cosa discutibile) quando possiamo accedere all’immenso archivo fotografico del nostro iPhone o simili o trovare la stesssa informazione su Google? Detto questo, io adoro la fotografia e scatto foto ovunque. I ricordi scivolano via come sabbia tra le dita e la fotografia è un mezzo meraviglioso per fermare il tempo. Ma c’è un tempo e un luogo per tutto. Voi cosa ne pensate?

2018 © Paola Cacciari

Il castello gotico di Jimmy Page

Nascosta tra il verde dell’elegante quartiere di Kensington, nella zona Ovest di Londra c’è una casa che mi ha sempre affascinato. Sembra un mini-castello, costruito in mattoni rossi, con tanto di torre rotonda sormontata da un tetto appuntito, un elaborato portale e magnifiche vetrate colorate. Quando ci sono passata davanti per la prima volta quasi vent’anni fa, in rotta per la mia prima visita a Leighton House, non avevo idea di chi ci vivesse. Ho estratto la mia macchina fotografica per fare una foto, e mentre puntavo l’obbiettivo un giovane che passava di lì si è fermato e con una punta di orgoglio nella voce, mi ha detto: “Quella è la casa di Jimmy Page, il chitarrista dei Led Zeppelin.” E se n’è andato con un sorrisetto soddisfatto sulle labbra, lasciandomi sbalordita, la macchina fotografica a mezz’aria. Da allora sono passate molte altre volte davanti a quella casa e non solo nella (fin’ora vana) speranza di intravedere il mitico Jimmy, ma perchè mi affascina.

London ©Paola Cacciari
London ©Paola Cacciari

La “casa” fu progettata dall’architetto vittoriano William Burges tra il 1875 e il 1881, nello stile gotico francese del XIII secolo. Burges aveva viaggiato molto ed era tanto meticoloso nella ricerca e nei dettagli, quanto intransigente nell’uso dei materiali. Come molti in quel periodo, anche lui era ossessionato dal Medioevo ed era un abile orafo e designer prima di diventare architetto. Tra i suoi amici troviamo artisti e scultori membri dell’Estetismo e della Confraternita dei Preraffaelliti come il suddetto Lord Frederic Leighton, Dante Gabriel RossettiEdward Coley Burne-Jones etc; era socievole, cronicamente miope e persino i suoi migliori amici lo descrivevano come brutto. Aveva un certo senso dell’umorismo e non era assolutamente un architetto a buon mercato. E tutto quello che appreso e amato nel corso della sua carriera artistica è stato distillato in questa casa-torre. Perché questa sarebbe stata la sua casa.

London ©Paola Cacciari
London ©Paola Cacciari

Ma come spesso accade, la vita è un po’ bastarda e Burgess non ebbe tempo di godersi la sua casa che morì tre anni dopo essersi trasferito, a soli 53 anni. Morì nel suo letto rosso nella Sala delle Sirene. Perchè qui nella Tower House tutte stanze principali hanno un tema (Tempo, Amore, Letteratura etc) e raccontano una storia e hanno vetrate colorate, elaborati intagli, affreschi, fregi. Insomma, ogni superficie decorabileè stata utilizzata e decorata – ovviamente utilizzando i migliori materiali. Persino i comignoli sono scolpiti con figure tridimensionali: quello in biblioteca raffigura i Principi di parola nella pietra di Caen. Al primo piano, sotto fregi dipinti con motivi marini e un soffitto di stelle dorate tempestate di specchi convessi.

Inside story: Page in the drawing room where William Burges, who designed the house, entertained his arty friends in the 1870s. Photograph: Alex Telfer for the Observer

Page aveva 28 anni quando compro’ la Tower House dall’attore Richard Harris; ora ne ha 74 di anni e continua a prendersene cura come di un bambino delicato. E delicati gli interni lo sono davvero tanto che, per evitare le vibrazioni, Page suona sempre solo la chitarra acustica in casa, non organizza feste o ricevimenti lì e non ha la televisione. E’ persino riuscito a ricomprare l’armadio dipinto che un tempo si trovava accanto al letto di Burges, e l’ha rimesso nel punto esatto voluto dall’architetto.

Ma da quando Robbie Williams si è trasferito nel villone accanto non c’è pace per il nostro Jimmy. L’ex Take That infatti vuole scavare un grande seminterrato sotto casa sua (i cosiddetti basements flats) che arriverà ad essere pericolosamente vicino alla Tower House. Page, preoccupato da fatto che i lavori di costruzione del vicino posasano danneggiare irrimediabilmente gli interni unici e insostituibili della casa, ha fatto ricorso.Che dire? Spero che vinca!!! 🙂

2018 © Paola Cacciari