Viaggi, glamour e pallottole: la vita di una hostess della Pan Am

Una delle scoperte fatte durante i mesi del lockdown è stata una serie televisiva americana del 2011 chiamata Pan Am e incentrata, come il titolo suggerisce, sulle vicende di due piloti e quattro assistenti di volo della suddetti compagnia aerea nel 1963 e trasmessa per la prima volta in Italia su Cielo nel 2012. E anche se ringrazio le compagnie a basso costo per avermi permesso di vivere in Inghilterra e tornare regolarmente in Italia, devo dire che mi è venuta una certa nostalgia per i tempi passati in cui viaggiare era un lusso (che io probabilmente non avrei potuto permettermi se non occasionalmente) celebrato con champagne e collane di perle.

Diciamocelo: anche prima della pandemia, era difficile trovare nei viaggi aerei internazionali anche una piccola traccia del romanticismo dei tempi passati. Per quanto le compagnie aeree a basso costo abbiano reso volare nel XXI secolo veloce e accessibile, è difficile non pensare ad un volo Ryanair come ad un’esperienza da dimenticare (anche se devo ammettere che dopo tante restrizioni nel viaggiare, sarei pronta anche ad affrontare anche la miseria di un volo con loro…). Certo era molto diverso in passato, non tutti potevano permettersi un biglietto areo e viaggiare era molto speciale. Quindi un nuovo libro che guarda al culmine dell’era del jet offre più di un delizioso sapore di evasione.

The cast of the TV serie Pan Am

Concentrandosi principalmente sulla metà degli anni Sessanta, Come Fly the Wold: The Jet-Age Story of the Women of Pan Am ricorda un’epoca in cui il viaggio aereo era sinonimo di lusso e glamour, non solo per i passeggeri ma anche per le donne assunte per assisterli. Con il mondo occidentale in piena rivoluzione culturale, la modernità e il lusso sono rappresentati dal trasporto aereo, e la Pan American World Airways è leader nel settore. I piloti hanno lo status di rockstar, mentre le hostess (come si chiamavano le assistenti di volo prima che il nome venisse modernizzato in quello attuale), sono donne giovani, raffinate e intelligenti e molto, molto invidiate.

L’autrice, Julia Cooke è figlia di una dirigente della Pan Am, costruisce Come Fly the World attorno alle interviste con cinque donne: Clare, Karen, Lynne, Hazel e Tori; quattro bianche, una di colore; quattro americane, una norvegese. Se per alcune lavorare come hostess della Pan Am è stato il sogno di sempre, per altre, è stato il piano di riserva quando hanno realizzato che il loro sogno di una carriera in biologia o nel servizio diplomatico sarebbe restato, appunto, un sogno per via del loro essere donne. Per tutte loro, lavorare per la Pan Am è stato una svolta nella vita. Che queste ultime vivono infatti la rara opportunità di viaggiare fuori del Paese, qualcosa che, in un’epoca ancora pre-femminista, la maggior parte delle ragazze può solo sognare.

Agli albori dei voli commerciali, infatti, gli assistenti di volo erano esclusivamente uomini, ma negli anni Cinquanta la crescente concorrenza tra i vettori spinge le singole compagnie aeree a promuovere la propria unicità, il massimo livello di lusso e di servizio. All’epoca Pan Am era l’unica compagnia aerea americana a volare esclusivamente su rotte internazionali e aveva una particolare reputazione di raffinatezza, ed eccellenza da mantenere. E, visto che la clientela di allora era composta prevalentemente da uomini, il personale di volo femminile diventa per la compagnia americana un particolare punto di forza.

La strategia di reclutamento della Pan Am è accattivante, mirata ad attrarre donne irrequiete e ambiziose nei propri ranghi. “Come puoi cambiare un mondo che non hai mai visto?” sfidava un annuncio di lavoro. Ciò che la compagnia prometteva alle loro hostess erano una libertà di vita e di movimento ed un’indipendenza economica sconosciute alle donne dell’epoca. Basti pensare nel corso degli anni Sessanta, il 10% delle hostess della Pan Am possedeva una laurea o una qualifica superiore (un numero straordinario in un periodo in cui solo il 6-8% del totale delle donne americane finiva il college o l’Università, preferendo il matrimonio e la famiglia come racconta Betty Friedan nel suo straordinario La mistica della femminilità), anche se l’aspetto fisico era decisamente fondamentale e si poteva essere scartate per avere la testa troppo piccola o aver applicato troppo make up.

Una volta insediata in un lavoro a tempo pieno, una hostess della Pan Am, ha improvvisamente accesso a una serie infinita di nuove esperienze che vanno dal fare shopping a Parigi, all’eludere il KGB a Mosca, o a calmare una cabina piena di passeggeri mentre uomini armati del Ghana rapiscono ministri guineani da un volo ad Accra.

Ma questo inebriante stile di vita aveva un prezzo che poche sarebbero disposte a pagare al giorno d’oggi. Oltre alle lezioni sulla storia dell’aviazione e sulle procedure di emergenza, i manuali di formazione per le aspiranti assistenti di volo contenevano istruzioni sul come selezionare la tonalità di ombretto più appropriata al colore degli occhi e a quello della pelle, sul come come preparare il pollo al curry malese o un cocktail, oltre che suggerimenti pratico-filosofici come quello di non impiegare non perdere tempo in cose inutili come vestirsi, cambiarsi d’abito, fare e dispare le valigie, ma di risparmiare le proprie energie per persone, luoghi e idee. Inoltre le ragazze erano pesate mensilmente e dovevano richiedere l’approvazione del manager se volevano cambiare pettinatura. Il matrimonio o la gravidanza poi, significavano la fine alla carriera, ragion per cui le donne che avevano fatto una di queste scelte cercavano di nasconderle il più a lungo possibile. E’ solo con l’avvento della nuova decade, gli anni Settanta, che le donne impiegate dalle varie compagnie aeree iniziano a presentare reclami alla Commissione per le Pari Opportunità di Lavoro e a vincere le loro cause. Anche se, sia ben chiaro, queste vittorie sono arrivate lentamente.

L’Association of Flight Attendants, il più grande sindacato mondiale di assistenti di volo, ha rilasciato una dichiarazione dopo il lancio della serie, dicendo che questa ricorda i progressi compiuti dalle hostess a partire dalle ingiustizie sociali dell’epoca: 

l primo episodio di Pan Am può essere una fuga nostalgica ai giorni precedenti la deregolamentazione, ma ha anche evidenziato la miriade di ingiustizie sociali superate dalle donne forti che hanno dato forma a un nuovo lavoro. Controlli del peso, dei corsetti, la regola del nubilato, il sessismo, la discriminazione razziale… tutto questo è stato cambiato da donne intelligenti e visionarie che hanno aiutato a far partire le richieste di cambiamento in tutto il paese e in tutto il mondo. Come membri dei sindacati, gli assistenti di volo membri degli equipaggi della Pan American World Airways e delle altre compagnie aeree negli anni 60, hanno fortificato le loro voci per spingere le direzioni delle compagnie e la politica a garantire l’uguaglianza dei diritti, il riconoscimento del loro lavoro, e migliori standard sanitari e di sicurezza nell’aviazione di cui hanno beneficiato i viaggiatori. Negoziare salari migliori, periodi di riposo, assistenza sanitaria e benefici pensionistici hanno fatto sì che le abili hostess ponessero dei nuovi standard per fornire opportunità migliori a tutti gli uomini e a tutte le donne

 Association of Flight Attendants-CWA

Sebbene abbiano fatto molto per i diritti delle donne, tuttavia questa non è l’unica storia delle Pan Am. Alcuni tra i capitoli più sorprendenti della compagnia riguardano infatti il ruolo della Pan Am durante la guerra del Vietnam, quando si offrì di fare volare per il Governo americano le truppe da Saigon attraverso l’Asia per rilassarsi a cifre scontatissime. Le hostess di bordo diventa improvvisamente infermiere, madri e psicologhe dei soldati feriti e traumatizzati, perlopiù giovani ancora pressoché adolescenti, testimoni di eventi in aperto contrasto con la retorica del governo degli Stati Uniti sul Vietnam. Alla fine della guerra, furono queste donne ad essere responsabili del trasporto di centinaia di bambini fuori dal paese durante la controversa Operazione Babylift.

La loro era molto più di una visione in prima fila della storia. “Il mondo sta aspettando”, avevano promesso gli annunci di ricerca della Pan Am. “Vedi le cose, fai le cose, impara le cose”. E così hanno fatto. Dopotutto, era quello per cui si erano iscritte.

2022 ©Paola Cacciari

Buon compleanno Sergei Diaghilev

Cento cinquanta anni fa, nel 1872 in famiglia aristocratica di Novgorod, nasceva l’artefice della prima, vera rivoluzioni russa: Sergej (Serge) Pavlovič Djagilev. La rivoluzione creata dalla visione di Diaghilev nel mondo del teatro influenzerà le arti visive e la danza cambiando per sempre non solo coreografie e scenari, ma anche il gusto del pubblico. Diaghilev è passato alla storia per aver portato il balletto in generale – e il balletto russo in particolare – nel mondo degli sponsor privati (o quasi), nonchè per essere stato il più famoso omosessuale dal tempo di Oscar Wilde (che non a caso aveva incontrato e per cui nutriva grande stima).

Prima di diventare l’impresario per eccellenza e sconvolgere così le consuetudini del pubblico e della critica dell’inizio del Novecento, Sergei tuttavia intraprende altre strade – studia legge all’università, si dedica alla pittura, al canto e alla musica. Da critico d’arte e amante del balletto, diventa consigliere artistico dei Teatri Imperiali di San Pietroburgo prima di fondare con gli amici Leon Bakst e Alexandre Benois la rivista d’avanguardia Mir Iskusstva (Il mondo dell’arte). Ma la vicinanza allo zar non gli impedisce, quando scoppia la rivoluzione del 1905, di schierarsi con i rivoluzionari e appoggiare lo sciopero dei ballerini del Teatro Imperiale. 

Sempre nel 1905 organizza a San Pietroburgo un’esposizione di ritratti russi e, l’anno successivo, un’importante mostra di arte russa al Petit Palais di Parigi, considerata la più grande e completa in Europa. Vi partecipano molti artisti del tempo, da Aleksandr Nikolaevič Benois a Kostantin Somov ai più giovani Michail Fëdorovič Larionov e Natalia Gontcharova. L’ascesa di Sergei Diaghilev sembra inarrestabile. Nel 1907 presenta cinque concerti di musica russa a Parigi e nel 1908 mette in scena una produzione del Boris Godunov con Fëdor Å aljapin all’Opéra di Parigi. L’organizzazione di esposizioni d’arte e di concerti di musica russa a Parigi segna l’inizio di un lungo rapporto con la Francia.

Affascinato dal balletto, che occupa (e ha sempre occupato) nella cultura russa un ruolo molto più importante che in qualsiasi altra nazione europea, incluse Francia e Italia dove la danza classica era nata all’inizio del XIX secolo, Diaghilev si imbarcò nell’avventura che diventerà la sua ragione di vita. Era il 1909.

Lavoravo da qualche anno al museo quando il V&A allestì una strepitosa mostra dedicata al padre di tutti gli impresari, dal titolo Diaghilev and the Golden Age of the Ballets Russes, 1909 – 1929. Scenari teatrali, costumi di scena, poster, filmati d’epoca cronologicamente organizzati in tre sale, raccontavano la storia della compagnia e le sue alterne fortune – fortune che spesso ridussero sull’orlo della bancarotta sia Diaghilev che i suoi sponsor. E se materiali, costumi e poster erano storicamente interessanti, fu il potere evocativo dei piccoli oggetti quotidiani a catturare la mia immaginazione: un paio di logore scarpette da ballo, il manoscritto de L’uccello di Fuoco di Stravinsky pieno di ripensamenti e di cancellazioni, le poche cose possedute da Diaghilev – il suo mantello  da viaggio, l’inseparabile cappello a cilindro e i binocoli con cui ha osservato i trionfi (e gli occasionali disastri) della sua compagnia. Testimoniavano il duro lavoro dietro la leggenda dei Balletti Russi.

"Sergej Diaghilev (1872-1929) ritratto da Valentin Aleksandrovich Serov" by Valentin Alexandrovich Serov - PDF (for version uploaded on 2 January 2014). Licensed under Public Domain via Wikimedia Commons - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Sergej_Diaghilev_(1872-1929)_ritratto_da_Valentin_Aleksandrovich_Serov.jpg#/media/File:Sergej_Diaghilev_(1872-1929)_ritratto_da_Valentin_Aleksandrovich_Serov.jpg
“Sergej Diaghilev (1872-1929) ritratto da Valentin Aleksandrovich Serov” by Valentin Alexandrovich Serov .

Che per esempio non sapevo che la compagnia di Diaghilev che per la cronaca comprendeva i migliori giovani ballerini russi, quasi tutti provenienti dal Teatro Mariinsky di San Pietroburgo, come Anna Pavlova e Vaslav Nijinskij (la stella della compagnia, con cui l’impresario ebbe un’appassionata relazione) avesse collaborato con moltissimi artisti delle Avanguardie artistiche del Novecento, come Derain, Matisse e Picasso. Di Picasso il V&A si era assicurato il monumentale sipario de Le Train Bleu, disegnato nel 1924 e da lui formalmente dedicato a Diaghilev. Sarà il sipario ufficiale dei Balletti Russi per gli anni a venire, i segni dell’usura e le pieghe della sua superficie un testamento alla durezza della peripatetica esistenza di Diaghilev e della sua troupe durante i venta’nni della loro esistenza.

O che avesse lanciato le carriere di musicisti come Stravinskij, Prokofiev, Rimsky-Korsakov e dei miei adorati francesi Satie, Debussy e Ravel. Stravinskij, in particolare, compose le musiche per balletti come L’Uccello di fuoco, Petrushka,  La sagra della primavera (titolo originale francese Le Sacre du printemps) quest’ultimo con la coreografia di Vaslav Nijinsky e la prima al Theatre des Champs-Elysées di Parigi fece scoppiare un vero e proprio pandemonio (come spesso accadde con i Balletti Russi, diciamocelo) tra quelli che ritenevano questo balletto un abominio e quelli che invece lo esaltavano vedendo in esso la nascita della musica moderna.

Diaghilev reinventa la sua compagnia come laboratorio e piattaforma di lancio per le avanguardie, collaborando con artisti come Picasso, Cocteau, Derain, Braque e Matisse e lanciando la carriera di musicisti come Stravinskij e Prokofiev. Inizialmente ispirata all’arte russa della fine del XIX secolo, la compagnia dei i Balletti Russi durante i vent’anni della sua esistenza pertipatetica cambia completamente la percezione europea in fatto di musica, colore e movimento. Da Scheherazade che unisce la musica di Rimsky-Korsakov, il virtuosismo di Nijinsky e i disegni di Léon Bakst, a Parade che vede all’opera i geni di Eric Satie, Cocteau e Picasso.

Vaslav Nijinsky in Le Spectre de la Rose, by Bert, 1913. Valentine Gross Archive, © Victoria & Albert Museum, London
Vaslav Nijinsky in Le Spectre de la Rose, by Bert, 1913. Valentine Gross Archive, © Victoria & Albert Museum, London

Ma durante i devastanti anni della Prima Guerra Mondiale (1914-18) la compagnia si trova tagliata fuori dai grandi circuiti dell’Europa occidentale di Londra, Parigi, Berlino e Montecarlo. E improvvisamente tutto cambia. Se nel 1914 Diaghilev e Stravinsky erano rispettabili cittadini dell’Impero Russo, quattro anni dopo si trovano improvvisamente esiliati e senza patria, in fuga da una Russia Bolscevica devastata dalla Guerra Civile. Con un ultimo colpo di coda, Diaghilev orchestra l’entrata in scena dei modernisti russi Natalia Goncharova, Mikhail Larionov e Naum Gabo, e la collaborazione con i Futuristi italiani di Marinetti. Ma ultimi anni dei Balletti russi ebbero raramente il successo incondizionato delle prime stagioni. Era finita un’epoca, e nel 1929 la compagnia di danza si scioglie.

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Illustrations by Léon Bakst

Diaghilev si spegne, povero ed esausto nell’agosto del 1929, al ‘Hotel des Bains al Lido di Venezia. Così povero infatti, che il suo funerale fu pagato dalla sua amica Coco Chanel. Per uno che un volta disse che “non si può vivere, si può solo essere” Diaghilev ha vissuto la sua vita con sorprendente intensità. Il repertorio dei Ballets Russes ancora oggi cattura l’immaginazione, portato nel mondo da alcuni dei suoi più celebri ballerini e devoti studenti – George Balanchine negli Stati Uniti, Ninette de Valois in Gran Bretagna, Serge Lifar a Parigi presso l’Opéra.

Londra// fino al 9 Gennaio 2011 Diaghilev and the Golden Age of the Ballets Russes, 1909 – 1929 @ Victoria and Albert Museum vam.ac.uk

2022 ©Paola Cacciari

Unesco: patrimonio immaterale, candidato canto lirico italiano

L’arte del canto lirico italiano è candidata per l’inserimento nella lista rappresentativa Unesco del Patrimonio Culturale Immateriale. Oggi la presentazione ufficiale a Parigi. L’arte del canto lirico italiano è candidata […] L’articolo Unesco: patrimonio immaterale, candidato canto lirico italiano proviene da Uozzart.

Unesco: patrimonio immaterale, candidato canto lirico italiano

Un amore difficile

Già da bambina ero affascinata dalla Russia. Non so bene cosa abbia scatenato quell’interesse iniziale, so solo che mentre tutti sognavano l’America, io volevo andare in Russia. Sarà stato il desiderio bonario di andare in Unione Sovietica del Compagno Peppone, che faceva arrabbiare Don Camillo con le sue uscite su quella “terra promessa”, sarà stato quella strana scritta C.C.C.P. presente ovunque, dalle tute dei cosmonauti alle magliette dei calciatori sovietici ai mondiali di calcio del 1982.

Sono sempre stata una bambina curiosa. E l’essere cresciuta durante la Guerra Fredda non ha altro che stuzzicare la mia curiosità. Barricata com’era dietro la cortina di ferro, la Russia – anzi l’Unione Sovietica, era per me un luogo proibito e quindi esotico. Studiavo con passione la geografia e sapevo posizionare sulla cartina con esattezza non solo Mosca, San Pietroburgo, ma anche Novosibirsk, il lago Baikal, e gli arcipelaghi di Novaya e Severnaya Zemlya. Nella mia mente, quei nomi suonavano come la quintessenza dell’esotismo, e li pronunciavo con l’entusiasmo ignaro che solo chi non conosce affatto una lingua (e quindi non sa gli strafalcioni che dice) può permettersi.

Ero affascinata dalla storia semi-leggendaria di quel paese infinito, così grande da occupare undici fusi orari (uno dei paesi con il maggior numero di fusi orari del mondo), dalle figure semi-divine di Zar e Zarine, dalle foto della Piazza Rossa, dalle cupole a cipolla di San Basilio, dallo status quasi mitologico occupato nell’immaginario collettivo dal Teatro Bolshoi e dal balletto in genere. Mia madre adorava Nureyev (anche se non era del Bolshoi) e sospirava ogni volta che ne pronunciava il nome.

Ero affascinata dalla vastità di quel paese, che sembrava infinito e il cui confine andava dal Baltico al Pacifico; dall’Oceano Artico al Mar Caspio, dal quel suo non essere Asia, ma neanche del tutto Europa. Sapevo quanto fosse grande l’America, ma sapevo quanto fosse più grande la Russia.

Anche quando sono stata sconfitta dalla mole (Guerra e Pace), dalla disperazione (Delitto e Castigo) e dal criptico surrealismo (Il Maestro e Margherita) della sua letteratura, non mi sono arresa. Ho studiato la storia e ho cercato di capirne la cultura. Ho persino cercato di imparare la lingua. Quando vi sono ritornata anni dopo, più matura e con più esperienze alle spalle, me ne sono innamorata più che mai. E poi la musica. E il balletto.

Per questo è così doloroso per me assistere alla carneficina che Putin sta infliggendo all’Ucraina. Alcuni tra i miei artisti scrittori e musicisti vengono da quel paese. Nikolai Gogol, Mikail Bulgakov e Aleksandr Solzhenitsyn. E Ilya Repin e Mikhail Larionov. E Sergei Prokofiev, l’autore della più incredibile suite musicale, The Dance of the Knights per per il più incredibile dei balletti, Romeo and Juliet di Kenneth McMillan. Persino la più famosa donna cecchino sovietica, Lyudmila Pavlichenko era ucraina.

E’ come assistere ad una guerra fratricida. Mi sembra puro autolesionismo.

Ukraine flag above the V&A, London 2022 © Paola Cacciari

A woman places flowers at  Saint Volodymyr in Holland Park, London 2022 © Paola Cacciari

Perché è così importante conquistare Kharkiv — iStorica

Oggi Kharkiv, grande città industriale nell’est dell’Ucraina, è il bersaglio dei bombardamenti russi. L’esercito di Mosca ha trovato una forte resistenza da parte della popolazione che, nella città, è composta anche da russi (oltre che da ucraini, armeni, azeri). La posizione di Kharkiv, la sua importanza industriale e il suo ruolo culturale l’hanno resa unoContinua…

Perché è così importante conquistare Kharkiv — iStorica

Frans Hals, il maestro del nero

Era il 1998 quando durante una vacanza in Olanda ho incontrato per la prima volta Frans Hals (15801666). Ok, tecnicamente non era proprio la prima volta, che da brava storica dell’arte, ne conoscevo le opere avendole viste sui manuali di pittura olandese del Seicento. Ma non avevo mai visto i dipinti dal vero, almeno fino a quando la coppia di amici olandesi con cui stavo ad Amsterdam mi parcheggiò al Frans Hals Museum di Haarlem mentre loro sbrigavano alcune commissioni in città. Ed è stato amore a prima vista – o a seconda, che dir si voglia. Non ha importanza.

Ma devo ammettere che il mio preferito è quello appeso ai muri della Wallace Collection, e che giustamente è considerato il capolavoro di Hals: Il Cavaliere Sorridente. Completato nel 1624, non a torto è uno dei ritratti maschili più celebrati della storia dell’arte. Chi sia il gioviale signore dalle guance rosse che ci sorride complice dalla finestra del dipinto non si sa, che l’identità dell’uomo è sconosciuta, ma una cosa è certa non è un militare come l’accattivante titolo del quadro suggerisce. La ricchezza dell’abbigliamento, fa pensare piuttosto ad un ricco civile, forse il mercante di tessuti olandese Tieleman Roosterman. Che farsetti di questo tipo, così splendidamente ricamati, erano incredibilmente difficili reperire ed erano accessibili solo all’élite olandese, quella che intratteneva relazioni con la potente Compagnia Olandese delle Indie Orientali. Un vero e proprio status symbol, insomma, non solo un’ostentazione di ricchezza, ma anche simbolo di appartenenza al circolo giusto.

Ma i quadri di Hals sono anche una disquisizione sulle complessità della moda maschile nell’Olanda del Seicento: a prima vista i soggetti dei suoi ritratti, uomini e donne, sono vestiti di nero e indossano i bianchi colletti in pizzo in voga all’epoca. Ma basta osservare con un po’ di attenzione per notare le sottili differenze indicanti non solo lo status sociale e la ricchezza del committente, ma anche l’evoluzione della moda con il passare del tempo. Cambiano il taglio dei capelli, la forma dei colletti (sempre candidi), la foggia e il materiale degli abiti (raso, seta o velluto), ma non il colore, sempre rigorosamente nero. Il nero era predominante, perché implicava “sobrietà e modestia. Ma il fatto che fosse di moda non era certo meno importante. Tanto che Van Gogh contò 27 sfumature di nero.

Portrait of a man, 1635, The Rijksmuseum, Amsterdam

I suoi contemporanei dicevano che i soggetti dei suoi ritratti erano così realistici che “sembravano vivere e respirare” sulla tela. E questo è certamente cero per questo ritratto del marcante Isaac Abrahamsz Massa. , Massa era un ricco mercante e diplomatico che trascorse diversi anni in Russia. Era anche un’amico di Hals, che lo ritrae in una posa particolarmente informale e innovativa. Con un gomito sopra lo schienale della sedia, Massa si gira a guardare qualcosa furi dal dipinto, le labbra socchiuse sorpreso nel mezzo di un discorso – immortalato per sempre in un fugace attimo di vita.

Portrait of Isaac Abrahamsz Massa, 1626. Collection Art Gallery Ontario, Toronto.

La pennellata morbida, carica di colore di Hals sembra galleggiare sulla tela, coagulandosi in cascate di spuma che in forma di ampi colletti, si adagiano morbidi sulle sete e sui velluti lucidi dei farsetti dei personaggi dipinti, nei fluttuanti polsini in pizzo che hanno la delicatezza di fiocchi di neve. Non a caso i suoi ritratti hanno l’immediatezza dei quadri di Manet, che dell’olandese ne era un grande ammiratore.

Londra//fino al 30 Gennaio 2022

Frans Hals: The Male Portrait @The Wallace Collection, Londra. #TheMalePortrait

2022 © Paola Cacciari

Affitti a Bologna: un’odissea per tutti gli studenti 

Non è una novità, la questione affitti per gli studenti a Bologna è sempre stata drammatica. Un’amministrazione comunale che forse non si è mai fatta veramente carico del disagio di migliaia di studenti fuorisede e di Erasmus che vengono nella città con l’Università più antica d’Europa, ora si trova a fronteggiare un problema che si […]

Affitti a Bologna: un’odissea per tutti gli studenti 

Schiaccianoci! di Matthew Bourne

Ovvero, di come il celebre e controverso balletto di Tchaikovsky riceve il trattamento “matthewbourniano”.

Ma i puristi non si agitino (io lo ero, agitata) che ciò che le due versioni hanno in comune è solo la musica rendendo perciò impossibile inutili paragoni. Quello di Matthew Bourne e della sua compagnia di danza New Adventures infatti non potrebbe essere più lontano dallo scintillante balletto tradizionale, a cominciare dalla storia di Hoffmann ambientata in un grigio e triste orfanotrofio di stampo dickensiano, i cui orfani la vigilia di Natale aspettano con ansia la visita di alcuni benefattori – sotto lo sguardo arcigno dei direttori del loro collegio, il Signor e la Signora Dross e dei loro viziati rampolli Sugar e Fritz, pronti a togliere alla prima occasione i regali donati agli orfani . La piccola Clara riceve in regalo uno strano giocattolo, non proprio uno schiaccianoci, ma un curioso pupazzo da ventriloquo, di cui si innamora perdutamente quando questi all’improvviso si trasforma in un giovane prestante e la porta nel mondo della neve e dello zucchero.

Il secondo atto si trasforma in una una coloratissima fantasmagoria visiva, in cui si susseguono in un divertissement dopo l’altro torte gigantesche, caramelle danzanti, liquirizie spagnole, le ragazze Marshmallow, i bon bon Gobstoppers, impegnati nelle loro particolari versioni delle danze tradizionali. Uno dei momenti più magici secondo me è la Danza dei Fiocchi di Neve, immaginata su una pista da ghiaccio, che evoca vecchi film scandinavi (o una scena di Little Women).

Fostituita nel secondo atto da un mitico reame fatato dove tutto è candito e commestibile.

Fantasia e l’immaginazione si coniugano con una tecnica di danza inappuntabile, tanto elegante, quanto espressiva. Tutti i ballerini hanno, infatti, capacità mimico-narrative notevoli, oltre che un’indiscussa preparazione fisica e tecnica Quello che qui si cerca è lo stupore infantile, la gioia e il divertimento di un regno dei dolciumi rosa shocking. E certamente qui c’è di tutto in abbondanza.

L’uniforme

È l’antitesi di un abito “alla moda”, ma visto che la indosso tutti i giorni, voglio dedicare un post a lei, all’uniforme. Nel corso dell mia vita ne ho indossate molte, dal camice da promoter nei supermercati bolognesi quando stavo lavorando alla tesi e cercavo di mettere da parte qualche soldo per viaggiare, a quelle delle varie catene di coffee shops in cui ho lavorato durante i miei primi anni a Londra quando vendere panini e caffè ad un branco di avvocati frettolosi era l’unico modo per migliorare i miei ‘listening and speaking skills’.

Poi è venuto il Museo, e nel corso della mia carriera da Gallery Assistant ne ho già cambiate cinque – l’ultima, arancione e blu e disegnata dallo stilista britannico Christopher Raeburn introdotta nel 2017 più moderna e sportiva per la nuova immagine che il museo vuole proiettare all’esterno, ha scatenato una vera e propria tempesta mediatica. Un mondo a parte da quella bianca e nera di prima e tutt’ora indossata da quelli della security che lavorano all’interno delle mostre temporanee, e il cui unico riferimento alla nostra attuale uniforme (e quindi all’unità del brand) è nella cravatta, blu come il cordino a cui è attaccato il pass. Siamo tutti uguali, ma diversi. Soprattutto siamo immediatamente riconoscibili. Almeno questa è l’intenzione, anche se dato il numero di persone che quotidianamente mi chiede “Scusi, ma lei lavora qui?” mi sorge qualche dubbio. Comunque.

La definizione che il vocabolario da’ dell’uniforme è:

abito uguale per tutti coloro che fanno parte di un corpo, di un collegio, di una milizia,

Il termine “divisa” è spesso utilizzato come sinonimo di uniforme, almeno in italiano. In inglese, invece, esiste solo il termine uniform, mentre divisa ha più il significato di livrea.

Sta di fatto che indossare un’uniforme non è mica cosa da poco: una divisa comporta certi doveri (comportarsi in un certo modo, non fare o dire cose che possano screditare l’organizzazione etc etc etc) e nel mio caso, pochi diritti che al contrario di quelle militari che ispirano rispetto e soggezione,  le uniformi del personale civile sembrano essere un invito agli abusi da parte del pubblico. Il personale dei supermercati, i postini e guidatori degli autobus ne sanno qualcosa.

Nella mente di Robert Baden-Powell, il fondatore degli Scouts, “l’uniforme cela tutte le differenze di condizione sociale in un paese e favorisce l’uguaglianza; ma, cosa ancor più importante, copre le differenze di nazionalità e razza e fede, facendo sì che tutti si sentano appartenenti ad un’unica grande fratellanza.”

Per questo stesso motivo in Gran Bretagna le uniformi sono d’obbligo anche nelle scuole dove lo scopo della divisa scolastica è quello di caratterizzare gli studenti appartenenti allo stesso istituto, e contemporaneamente evitare che il vestiario individuale utilizzato possa rendere evidente l’appartenenza degli studenti stessi a classi sociali diverse; o per i partecipanti al torneo di Wimbledon, che devono indossare divise bianche per rispettare una tradizione che risale al 1877 – anche se in questo caso non sono sicura l’idea di fondo si quella dell’uniformità…

Ma anche gli sportivi indossano una divisa, che in inglese si chiama kit– inteso nel senso di attrezzatura vera e propria oltre che di abiti. Ogni disciplina infatti prevede una propria divisa fatta elementi diversi a seconda dello sport praticato; divisa che deve permettere libertà di movimenti, e nel caso degli sport di squadra deve permettere di riconoscere facilmente i propri compagni a distanza. E in questo non molto è cambiato dall’uniforme militare.

Tra poco avremo una divisa nuova. Sarà la mia sesta divisa nei quasi vent’anni anni che ho trascorso al museo. Un nuovo anno. Un nuovo Capo di Dipartimento, un nuovo capitolo della mia Vita da Museo. E incrociamo le dita.

Cucina russa: pelmeni siberiani vs tortelloni

“Ah, pelmeni!!” Esclama la mia collega/amica russa durante l’ora di pranzo. Siamo sedute insieme nella staff room come facciamo spesso quando abbiamo la stessa pausa, ed io sto attaccando un piatto di tortelloni burro e salvia che ho portato da casa – sono del supermercato, ma vanno bene ugualmente che non mangio tortelloni fatti a mano da quando le nonne non ci sono più.

Legion Media

Ma è vero, i tipici pelmeni siberiani sono davvero simili nella ai tortelloni e non solo nella forma (anche se l’impasto dei tortelloni è fatto con farina e uova, mentre quello dei pelmeni contiene anche acqua o latte), ma anche nel ripieno base di carne macinata. Da qui in poi le differenze abbondano – Italia per esempio si aggiungono altri ingredienti, come formaggio parmigiano e pecorino, uova, erbe aromatiche  e spezie, mentre ai pelmeni oltre a macinato e cipolla si aggiunge solo del ghiaccio tritato per renderli più brodosi all’interno. 

Come me con i tortelloni e i tortellini, anche la mia amica da bambina trascorreva ore con la nonna a preparare pelmeni nella sua cucina di Mosca. E come me ora li compra al supermercato, anche se non certamente non hanno lo stesso sapore di quelli fatti in casa.

Ma se volete cimentarvi, potete trovare la ricetta e le istruzioni per la preparazione qui 👉 Guida definitiva alla preparazione dei pelmeni siberiani perfetti