E allora… Buon Anno a tutti! :)

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Russia, Inghilterra, Romanovs e Windsor

La mia passione per la Russia è scoppiata proprio in un periodo in cui le sue relazioni diplomatiche tra quel grande paese e la mia Patria adottiva sono ritornate quasi ai livelli sub-zero della Guerra Fredda. Tipico. In ritardo su tutto, lo sono stata anche su questo. Succede.

Portrait of Peter I by Godfrey Kneller, 1698.
Portrait of Peter I by Godfrey Kneller, 1698.

Ma non è stato sempre così, anche se bisogna dire che relazioni tra Russia e Inghilterra, sono spesso state soggette nel corso della storia ad alti e bassi.  Tutto è cominciato con la celebrata visita di Pietro il Grande nel 1697, ospite di Guglielmo III (quello della Gloriosa Rivoluzione per intenderci),  passò il tempo nella Capitale a fare baldoria e a costruire navi. E tanto Pietro si era divertito che per ringraziare Guglielmo della sua ospitalità, commissionò un gigantesco ritratto di se stesso a Geoffrey Kneller, allora uno dei pittori piu’ in voga in Inghilterra, come dono per il sovrano britannico. Ritratto che fa bella mostra di se all’inizio della mostra Russia, Royalty & the Romanovs alla  Queen’s Gallery.

Alexander I of_Russia G.Dawe (1826, Peterhof)

E qui di teste copronate ce ne sono parecchie, a cominciare dalla matronale zarina Caterina La Grande al nipote, lo zar Alessandro I,  con la sua uniforme e gli stivali alti che, non contento di aver ricostruito San Pietroburgo in stile Neoclassico, decise di improvvisarsi sarto e disegnare nuove divise per l’esercito russo. E bisogna dire che, a dispetto di Napoleone e della sua invasione, i soldati russi erano di certo tra i più eleganti d’Europa.

Queste relazioni, dapprima rafforzate dall’alleanza nelle guerre napoleoniche, furono interrotte bruscamente dalla guerra di Crimea che vide le due nazioni scontrasi dal 1853 al 1856 sul campo di battaglia. Ma nonostante le gravi perdite da entrambe le parti (e le eroiche gesta dei soldati britannici cantate da Tennyson nella poesia The Charge of the Light Brigade) la pace torna in tempo per i figli e nipoti della  “nonna d’Europa” (come la Regina Vittoria veniva chiamata) possano cominciano a sposare i rampolli delle famiglie reali di mezza Europa, dando vita alle piu’ insolite parentele. Come quella con i Romanov, o il Kaiser di Germania.

I numerosi ritratti di famiglia e lettere e fotografie con cui la Regina Vittoria teneva i contatti con figli e nipoti lontani, soprattutto con l’adorata nipote Alix di Hesse, divenuta la zarina Aleksandra Fëdorovna Romanova. Mai come nell’Epoca Vittoriana, guerra e diplomazia sono davvero affari di famiglia, almeno per i Windsor (che comunquea all’epoca si chiavano ancora Sassonia-Coburgo-Gotha, che il nome Windsor fu adottato a partire da Giorgio V).

Family Portrait on Queen Victoria’s 75th Birthday / Photo, 1894 Victoria 1819 – 1901,
Family Portrait on Queen Victoria’s 75th Birthday / Photo, 1894 Victoria 1819 – 1901,

La mostra celebra il centenario della morte di Nicola II e della sua famiglia, uccisi dai Bolscevichi a Ekaterinburg nel 1918. Il Governo britannico aveva inizialmente offerto asilo alla famiglia di Nicky, solo per ritirare l’offerta poco dopo du richiesta di Giorgio V. Il triste fatto è che i due saranno anche stati cugini, ma “Nicky” e “Georgie” erano prima di tutto il Re di Gran Bretagna e lo Zar di tutte le Russie e quando la Rivoluzione Bolscevica abolisce la monarchia, Giorgio si guarda bene dall’offrire rifugio al cugino Nicky e alla sua famiglia per timore di compromettere l’alleanza con la Russia in una guerra combattuta con un altro cugino dei due sovrani in questione, il Kaiser Guglielmo II, il grande asssente tra i parenti in mostra.

Laurits Regner Tuxen, The Marriage of Nicholas II, Tsar of Russia, 26th November 1894
Laurits Regner Tuxen, The Marriage of Nicholas II, Tsar of Russia, 26th November 1894

Quando in rapporti cordiali, le due nazioni si scambiavano numerosi doni diplomatici grande valore, tra cui una serie di preziosi oggetti creati da l Peter Carl Fabergé che, a mio avviso, valgono da soli il prezzo del biglietto. Cornice, portasigarette, piccoli animali di pietre preziose e naturalemente le tre uova possedute dalla famiglia reale britannica, acquisite dopo la rocambolesca fuga in Inghilterra della madre di Nicola II, la zarina Marija Fëdorovna (che prima di diventare tale era la principessa Dagmar di Danimarca) dove fu  accolta dalla sorella Alessandra, madre di re Giorgio V. Uh! Confusi? Anch’io, che l’albero genealogico della monarchia britannica è un vero caos, e forse proprio per questo trovo re e regine così esotici e curiosi…

La madre di Guglielmo II, infatti, era la figlia maggiore della regina Vittoria, il che faceva di lui un primo cugino con entrambi, Re Giorgio V d’Inghilterra e lo Zar Nicola II di Russia. La guerra dei tre cugini, la chiamano qui in Inghilterra la Prima Guerra Mondiale, anche se io come sottotitolo metterei parenti serpenti… Sarebbe stata un appropriata conclusione della mostra e un esempio di come, a conti fatti,  la politica non guardi in faccia a nessuno. Con tanti saluti.

2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 28 Aprile 2019

Russia, Royalty & the Romanovs @ The Queen’s Gallery, Buckingham Palace

www.rct.uk

Mantegna e Bellini

Quella che esce dal Medioevo è un’arte un po’ cruda e crudele, fatta per rappresentare un mondo altrettanto crudo e crudele. Un arte fatta per parlare ad un pubblico pressochè illetterato e che pertanto aveva bisogno di immagini forti, esplicite a volte quasi fumettistiche, che a pensarci bene cosa sono i fumetti se non una storia raccontata tramite sequenze visive supportate da un minimo di testo? Torture, decapitazioni e sventramenti sono raccontati con grafico realismo, martiri e fanatismo sono all’ordine del giorno. Ma questa è la Bibbia. Rassegnamoci.

Andrea Mantegna, ‘The Presentation of Christ in the Temple’, about 1454 (Staatliche Museen zu Berlin, Gemäldegalerie/ Christoph Schmidt)
Andrea Mantegna, ‘The Presentation of Christ in the Temple’, about 1454 (Staatliche Museen zu Berlin, Gemäldegalerie/ Christoph Schmidt)

Quando Andrea Mantegna (1431-1506) e Giovanni Bellini (ca1433-1516) arrivano sulla scena artistica del Tardo Medioevo, il Rinascimento è alle porte. Bellini Sr, Jacopo (Venezia, 1396? – 1470?) era un uomo fortunato, che non solo era un pittore di talento, e aveva anche due figli (Gentile (1429-1507) e Giovanni appunto) altrettanto talentuosi, ma riesce a far sposare a sua figlia un altro genio del pennello. E’ così che il nosto Mantegna entra a far parte di questa incredibile dinastia pittorica, rivoluzionando insieme a loro il modo di fare arte agli albori del Rinascimento.

Mantegna’s ‘Minerva expelling the Vices from the Garden of Virtue’, about 1500-1502 (RMN-Grand Palais/Musée du Louvre/Gérard Blot)

Ed è appunto l’esplorazione della relazione tra questi due cognati e la loro rispettiva evoluzione artistica e personale, che è al cento di questa bellissima mostra. E come tutte le volte che mi trovo davanti ad una delle sue opere, non riesco a non stupirmi del continuo spostarsi dell’attenzione di Mantegna tra ciò che è reale e ciò che non lo è, tra il sacro e il profano.

Nella sala centrale sono esposti i bellissimi Trionfi di Cesare, una serie di nove tele dipinte da Mantegna tra il 1485 circa e il 1505 arrivati in Inghilterra nel 1629 assieme ai pezzi più prestigiosi della quadreria Gonzaga acquistata a prezzi scontati da Re Carlo I Stuart, che le trasportò a Londra dove, dal 1649, furono esposte nel ad Hampton Court (dove si trovano tutt’oggi). Tanta era la loro fama che, dopo l’esecuzione del re Carlo I, persino Oliver Cromwell si rifiutò di venderle (a differenza di numerose altre opere come ho scritto in questo post dedicato appunto alla Collezione di Re Carlo I Stuart).

Madonna of the Meadow about 1500 Giovanni Bellini
Madonna of the Meadow about 1500 Giovanni Bellini

Allo stesso modo delle opere del Mantegna, non cessano mai di stupirmi i dolcissimi paesaggi di Bellini – paesaggi che spesso centrano ben poco con il dipinto in questione, ma che comunque ci stanno benissimo.

The Feast of the Gods Giovanni Bellini, with later additions by Dosso Dossi and Titian, National Gallery of Art, Washington, DC, Widener Collection.

La dolcezza e il realismo di Bellini e il lineare plasticismo di Mantegna: due modi diversi di dire la stessa cosa. Ecco, questo è il Rinascimento.

2018©Paola Cacciari

Londra//fino al 27 Gennaio 2019

Mantegna and Bellini

National Gallery

nationalgallery.org.uk

 

Londra

Charlie Brown

Ansia, depressione, fallimento, disperazione, alienazione, isolamento sono (purtroppo) gli ingredienti standard che quasi inevitabilmente accompagnano la vita di ogni adulto. Ma bisogna ammettere che sono elementi insoliti per un fumetto da bambini. Che Charlie Brown è un fumetto per bambini vero? No, che dopo un paio d’ore trascorse a Sommesert House a vedere Good Grief, Charlie Brown!, la mostra sulla storia dei Peanuts mi sta venendo qualche dubbio. Forse perché da piccola sono sempre stata una bambina vecchia e adesso che sono adulta sono una vecchia bambina, sta di fatto in tutti questi anni non ho mai smesso un attimo di amare Charlie Brown.

Sommerset House. London, 2018 ©Paola Cacciari

Che io, come molti di noi che facciamo del nostro meglio per essere adulti spesso fallendo in modo apocalittico – dicevo, non siamo forse un po’ tutti Charlie Brown? Non abbiamo anche amici idealisti come Piperita Patty che ci salvano da noi stessi, teste calde come Lucy che ci scuotono quando ci sentiamo persi, teneri sognatori come Linus e la sua copertache ci restituiscono la speranza, e amici fedeli come Snoopy che non ci abbandonano mai, nonostante i nostri evidentissimi difetti? Che la forza di Charlie Brown sta proprio in quella sua vulnerabilità, in quella linea tremolante che gli fa da bocca che normalizza l’emotività in cui tanti di noi vedono riflessa nel suo perenne humour nero in cui si aprono squarci di luminosa speranza.

Sommerset House. London, 2018 ©Paola Cacciari

Nato a Monroe nel Minnesota, Charles M Schulz (1922-2000) era l’unico figlio di una coppia di immigrati di seconda generazione, la madre norvegese il padre tedesco. Bambino timido e introverso, Charles cresce con una sensibilità e un fatalismo davanti alle avversità della vita tutto nordico che presto trova sfogo nei suoi disegni. Con poche linee e un sapiente uso del neretto Shulz, era in grado di esprimere un intero mondo di emozioni e portare aventi un ariflessione sulla vita a dir poco filosofica.– soprattutto quando si trattava di dare voce alla frustrazione e vessazione che conosceva cosi bene e che rende con le linee nere e pesanti che hanno treso celebre gli scatti d’ira di Lucy…


Il nostro Umberto Eco nazionale non pensava che Peanuts fosse roba da niente e già agli inizi degli anni Sessanta cercò di spiegare perché 355 milioni di persone in tutto il mondo erano affascinate da un fumetto settimanale. Il motivo di tanto successo non era,, sosteneva Eco, legato al fatto che Charlie Brown & C. erano bambini carini con un cagnolino carino chiamato Snoopy che ci distraevano da un mondo intollerabile. Al contrario, il motivo per cui le storie dei Peanuts erano così potenti era proprio perché osavano guardare negli oscuri abissi della vita umana.Con poche semplici linee Charles M Schulz ha creato un’icona della vita moderna, un carattere allo stesso tempo comico e profondamente umano che con la sua modestia e sottigliezza illustra come forse nessuno ha mai fatto prima di allora la nostra lotta quotidina per dare un senso ad un universo che un senso non ce l’ha.  

2018 ©Paola Cacciari

 

Londra// fino al 3 Marzo 2019

Good Grief, Charlie Brown!

Sommerset House

Sunshine Blogger Award 2018.

sunshine-blogger-award-2018Finalmente Ci sono arrivata a scrivere questo post, piuttosto insolito per il mio blog che, non mi capita tutti i giorni di essere nomitata per il Sunshine Blogger Award 2018, un riconoscimento per bloggers che con le loro pagine ispirano gioia e positività. (Wow! 😉 ) A nominarmi e’ stata Elena, autrice di La Casetta del Merlo un blog che ho scoperto di recente e che mi piace molto: grazie Elena! 🙂

Le regole del contest sono semplici:

  • Ringraziare la persona che ti ha nominato e fornire un link al suo sito o blog.
  • Rispondere alle domande.
  • Nominare altri 11 blogger e fare loro altre 11 domande.
  • Informare i candidati del contest commentando uno dei loro post sul blog.
  • Elencare le regole e mostrare il logo con il sole sul loro sito o sul post.

Partendo dal presupposto che non mi piacciono le catene, devo dire che ciò che mi ha spinto a partecipare (oltre alla gentile nomina di Elena, grazie Elena! 🙂 ) è il piacere di poter condividere con altri alcuni tra i miei  blog preferiti. Spero che li troverete interessanti quanto me.

  1. Parla della Russia
  2. London SE4
  3. Libri
  4. A Compass for Books 
  5. L’Orsa nel carro
  6. Raf Around The World – Expat&Travel Blogger
  7. Flaneur in Bologna
  8. Bhutadarma
  9. Massi Tosto-Travel with the Wolf
  10. StefaniaSanlorenzo ~ 4 passi di danza e dintorni
  11. Isabella Scotti

Queste sono le mie domande per i bloggers che decideranno di partecipare:

  1. Perchè un blog? 
  2. Parliamo di libri: fiction o non fiction?
  3. Il libro che vorresti aver scritto o l’opera d’arte che vorresti aver creato?
  4. Se fossi un’artista, chi saresti?
  5. Ragione o sentimento?
  6. Parti: zaino o valigia?
  7. L’edificio che vorresti comprare?
  8. Chi ti interpreterebbe nel film della tua vita?
  9. Hai la DeLorean di Ritorno al Futuro e puoi viaggiare nel tempo: quale epoca vorresti visitare?
  10. Il personaggio storico che avresti voluto conoscere?
  11. La colonna sonora della tua vita?

Ed ecco, invece, le mie risposte alle domande che mi ha rivolto Elena

  1. Sei l’autore di un blog: qual’è il post che più ti rappresenta, tra tutti quelli che hai pubblicato?  Davvero noi saprei dire, visto che in Vita da Museo colgo l’occasione per trattare (in modo semi-serio, che non ci vogliamo prendere troppo sul serio…! 😉 ) e approfondire argomenti che mi interessano e mi incuriosicono. Ma visto che ci lavoro da moltissimi anni, forse Albertopolis e la nascita del Victoria and Albert Museum.
  2. Che libro c’è in questo momento sul tuo comodino?  Opps… Ne ho tre al momento, che leggo seconda dell’umore. Sono ancora impallinata con la Russia, per cui sto leggendo Bolshoi Confidential sulla storia del famoso teatro di Mosca e del suo altrettanto famoso (nel bene e nel male…) corpo di balloe eThe Anna Karenina Fix, libro semiserio sul potere taumaturgico della letteratura russa. E per non perdere il contatto con la patria lontana e cercare di capire cosa e’ successo all’Italia dopo il boom economico e dove abbiamo sbagliato, un illuminante Miracolo Italiano di Giorgio Bocca.
  3. E il libro che hai divorato sperando non finisse mai?  Guerra e Pace è sicuramente uno tra i libri più magici e coinvolgenti che abbia mai letto.
  4. Se ti è capitato, al cospetto di quale opera d’arte sei stato colpito dalla sindrome di Stendhal?  La Madonna del Coniglio di Tiziano, che si trova al Louvre nella stessa sala in cui era esposta la Gioconda. E mentre tutti si accalcavano davanti al quadro di Leonardo, io mi perdevo nel cielo rosato e nel blu zaffiro dei colori di Tiziano. E ho pianto. Di felicita’.
  5. So che questa è una domanda stereotipata, ma … se avessi un genio della lampada pronto ad esaudire tre desideri, cosa chiederesti?  Un’intera libreria … con tutti i libri che ci sono dentro (meno quelli di sport, lo sport non mi interessa ;)). E tutto il tempo del mondo per leggerli!
  6. Siamo in cucina, il pomeriggio della Vigilia: cosa prepari di buono per cena?  Io non preparo, ma mia suocera sì. 😉 Per motivi logistici infatti, da qualche anno trascorro il Natale in Inghilterra con la famiglia del mio compagno, suoceri, sorella, cognato e nipoti – la mia famiglia inglese. Il pranzo di Natale tipico lo descrivo qui.
  7. Siamo sempre in cucina (eh be’, del resto è la mia stanza preferita…): qual’è il profumo che vorresti non mancasse mai?  Caffè fresco la mattina: imbattibile! ❤
  8. E ora andiamo al cinema: di quale film avresti voluto essere il protagonista?  Orgoglio e Pregiudizio, ma rigorosamente la serie televisiva trasmessa della BBC con Colin Firth nel ruolo di Mr Darcy!
  9. Se fosse possibile viaggiare nel tempo, per quale epoca partiresti?  Perchè una sola?
  10. E chi è il personaggio storico che avresti voluto conoscere? Jane Austen, perchè i suoi libri mi hanno insegnato ad osservare i dettagli delle piccole cose e ad apprezzarne la poesia.
  11. Quale brano sceglieresti come colonna sonora della tua vita?  Vissi d’Arte, dalla Tosca di Giacomo Puccini; ma anche I Still Haven’t Found What I’m Looking For degli U2

E qui concludo, sperando che abbiate trovato questo contest divertente! Grazie ancora a Elena e … a presto!

Paola

sunshine-blogger-award-2018

Un gentiluomo a Mosca (A Gentleman in Moscow) di Amor Towles

Quest’anno ho letto molti libri belli. E questo di Amor Towles è certamente tra uno tra i piu’ belli. Che Un Gentiluomo a Mosca riesce ad essere allo stesso tempo un libro profondo e delicato, tragico e ironico, leggero e impeccabile, pur restando sempre attentissimo ai fatti storici di un periodo crudele e complesso come la Russia di Stalin.

Russia, Hotel Metropol in Moscow, view from the Bolshoi Theater

Una scrittura scintillante, ma controllata e permeata di una costante e gentile ironia da’ vita ad una serie di personaggi indimenticabili che va da aristocratici e cucitrici a chefs irascibili, stelle del cinema, artisti e intellettuali disillusi, managers frustrati e maître de salle di squista sensibilità. Dal lusso del Grand Hotel Metropol, in Piazza del Teatro a Mosca, a pochi passi dal famoso Bolshoi, dove è esiliato agli arresti domicigliari dal 1922, il Conte Alexander Rostov guarda per oltre trent’anni il dipanarsi della storia della Russia moderna. Bandito e dimenticato, relegato dopo la Rivoluzione al ruolo di ex-aristocratico il  Conte vede il mondo in cui è nato e cresciuto svanire sotto i propri occhi. Ma la prigione dorata in cui è stato rinchiuso a pochi passi dal Cremlino, finisce per proteggerlo dalle brutalità del regime di Stalin, dalle carestie di massa e dalle purghe, e persino dalla Seconda Guerra Mondiale.

Un libro che ha avuto su di me lo stesso effetto di Pane e Tulipani: una ventata di speranza in un mondo sempre piu’ brutale. Da lkeggere nei momenti di depressione. 🙂

2018 ©Paola Cacciari

L’amore al tempo del Modernismo

Pensate che lo stare in coppia ai nostri giorni sia faticoso e complicato? Aspettate allora di vedere Modern Couples: Art, Intimacy and the Avant-garde alla Barbican Art Gallery e vi ricrederete. Che raccolte nella galleria londinese ci sono mezzo secolo di coppie esplosive, triangoli trasgressivi, passionali relazioni, adulteri, tradimenti e, per fortuna, anche tanta grande arte da ammirare e da godere. E la cosa più sorprendente è che la metà delle creazioni in questione  sono opere di donne, di quelle stesse donne che legate a uomini famosi, o perlomeno “più” famosi di loro (non che abbiano mai avuto l’opportunita’ di diventarlo famose quelle donne…), sono state confinate dalla storia al ruolo di muse o dilettanti.

E insieme ai soliti sospetti, cioè alle combinazioni stellari di personalità esplosive come Frida Kahlo e Diego Rivera, Dora Maar e Pablo Picasso, di Lee Miller e Man Ray, di Federico Garcia Lorca e Salvador Dali, troviamo anche nomi meno famosi come i  costruttivisti Aleksandr Rodchenko e Varvara Stepanova, che insieme hanno prosperato nella bolla creativa formatasi dopo la rivoluzione bolscevica, dando vita ad un’arte grafica inconfondibile. Eppure, nonostante i due abbiano sempre lavorato come partner alla pari, gli storici dell’arte hanno scelto in gran parte di cancellare il contributo della Stepanova. Lo stesso si può dire per Lilly Reich, per oltre dieci anni stretta collaboratrice di Ludwig Mies van der Rohe e il cui contributo  nella creazione del celebre padiglione tedesco per l’Esposizione del 1929 e in particolare della famosa poltrona Barcelona è stato completamente ignorato.

Non occorre essere psicologi per vedere come in molte di queste unioni la personalità dell’uomo sia l’elemento dominate, anche e soprattutto nel campo artistico, al punto di arrivare a sopprimere la creatività femminile. Basta prendere la compositrice Alma Mahler, le cui meravigliose composizioni sono state stata praticamente “bandite” dal marito il compositore Gustav Mahler, il cui ego non lasciava spazio a nessun altro talento all’infuori del suo. Alla morte del marito, Alma ebbe una relazione con il pittore Oskar Kokoschka, che era così ossessionato da lei da farsi fare bambola a grandezza naturale fatta a sua immagine. Uh!

Un antidoto a tutto questo testosterone si trova fortunatamente nel mondo amorevole e solidale abitato da Virginia Woolf e Vita Sackville-West, e da Vanessa Bell e Duncan Grant e tra i membri liberali del Bloomsbury Group; o nella strana scena artistica sulla Rive Gauche di Parigi, dove le donne hanno creato il lavoro secondo le proprie condizioni e posto le basi di quello che ora è significa essere moderni.

Ci sono cosi tante coppie e così tanta arte in mesta mostra che uno alla fine si sente vagamente sopraffatto da tanto impeto intellettuale. La mia scoperta piu’ grande tuttavia è stata la straordinaria.Romaine Brooks (1874-1970). Una delle più note artiste della scena artistica della Rive gauche parigina degli anni venti, la Brooks dipinse molti ritratti di personaggi legati a questo periodo, tra cui Ida Rubinstein e la marchesa Luisa Casati, la stessa dipinta da  Giovanni Boldini nel 1908, oltre allo stesso Gabriele D’Annunzio, che la soprannominò “Cinerina” per la predominanza dei toni grigi nella sua tavolozza.

Romaine Brooks, Luisa Casati, 1920
Romaine Brooks, Luisa Casati, 1920

Ma questa mostra e le relazioni che ci racconta in fondo ci dicono  tutte la stessa cosa: che alla fine l’arte migliore emerge dal disordine più complicato. Mettiamoci l’anima in pace.  

2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al 27 Gennaio 2019

Modern Couples: Art, Intimacy and the Avant-garde

Barbican Art Gallery, EC2

barbican.org.uk

Una testa, un volto. Pari nelle differenze. Steve McCurry a Bologna

Ci sono fotografie che per la loro potenza espressiva diventano simboli di un’epoca. E come The Falling Soldier (1936) di Robert Capa e Migrant Mother (1936) di Dorothea Lange, anche il viso di l’orfana dodicenne Sharbat Gula, la ragazzina afgana dagli incredibili occhi verdi immortalata nel 1984 in un campo profughi del Pakistan dal fotografo americano Steve McCurry, è diventata una vera propria icona del nostro tempo. Apparsa sulla copertina del National Geographic del giugno 1985, il volto della ragazza afgana campeggia al centro della Cappella Farnese a Palazzo d’Accursio nella mia Bologna. E’ un’immagine così potenteme e poetica che basterebbe da sola a riempire la sala.

Ma non lo è, sola: è circondata da una serie di altre straordinarie immagini (una quarantina di ritratti circa) altrettanto potenti e poetici, che formano Una testa, un volto. Pari nelle differenze,  una bellissima esposizione dedicata ai ritratti del celebre fotografo americano e organizzata nell’ambito della Biennale della Cooperazione. Montate su strutture antropomorfe dotate di specchi nei quali i visitatori si rispecchiano, diventando così essi stessi volti della mostra, le immagini sono accompagnate da monitor che rimandano video di stranieri incontrati da McCurry che vivono a Bologna per studiare all’Università o per sfuggire alla violenza e alla miseria e che raccontano la propria storia. Il tutto accompagnato da un tabellone su cui campeggiano gli articoli fondamentali della Costituzione della Repubblica Italiana, della Carta dei Diritti Umani e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dell’O.N.U.

Steve McCurry. Una testa, un volto. Pari nelle differenze. Bologna. 2018 ©Paola Cacciari (8)

Parole da ricordare, soprattutto in un momento come questo, in cui la situazione politica globale si sta irrigidendo sempre più su posizioni di intolleranza e di estremismo. Che, nonostante le nostre differenze culturali e linguistiche, abbiamo tutti una faccia e un volto. Siamo, insomma, pari nelle differenze.

2018 ©Paola Cacciari

Bologna// fino al 6 gennaio 2019

Una testa, un volto. Pari nelle differenze

Sala e Cappella Farnese, Palazzo d’Accursio, Bologna

Assurbanipal, Re dell’Assiria al British Museum

Certo che l’essere un leone nell’Assiria di Assurbanipal non era davvero una gran cosa che a guardare i bassorilievi pare che il passatempo preferito del sovrano fosse infilzare le povere bestie con tutte le armi a disposizione all’epoca.  Ma se Assurbanipal aveva armi in abbondanza per combattere i leoni, furono le sue capacità amministrative che lo resero un formidabile domatore di popoli.

British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari

Servito da un efficentissimo esercito di eunuchi che, liberi da ambizioni di farsi una famiglia erano  funzionari pubblici ideali, Assurbanipal assomigliava più allo spietato direttore di un’impresa globale che alla figura del conquistatore romantico impersonata da Alessandro Magno. In un periodo in cui le città-stato greche (come Atene e Sparta) erano ancora agli albori e Roma era ancora solo un piccolo insediamento di pastori,

Assurbanipal (669- 631 aC), fa dell’Assiria il più grande impero al mondo, che si estendeva da Cipro all’Iran e persino l’Egitto con capitale Ninive (nell’odierna Iraq). Quando non era impegnato a uccidere leoni e nemici, Assurbanipal amava leggere e studiare (saper leggere e scrivere era allora insolito per un re) ed era molto fiero delle sue doti accademiche , e la sua immagine è opportunamente rappresentata nei rilievi di palazzo con uno stilo nella cintura, insieme alla spada. Che se la penna è più potente della spade, bisogna dire che Assurbanipal è stato molto destro con entrambe…

British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari
British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari

Che proprio fu proprio Assurbanipal  a dare inizio alla prima biblioteca sistematicamente raccolta e catalogata al mondo. Il sovrano voleva una copia di ogni libro che valesse la pena avere e mandò i suoi servi in giro per l’impero a raccogliere tutte le conoscenze del mondo su tavolette d’argilla con una scrittura  a simboli chiamata cuneiforme. Le centinaia di migliaia di tavolette raccolte, erano conservate gelosamente di Assurbanipal nella sua grande biblioteca: la prima testimonianza che il sapere è potere e come tale deve esser preservato Eventualmente la biblioteca bruciò nella distruzione di Ninive alla fine del VII secolo A.C. – una vera fortuna se lo chiedete a me, che le tavolette di argilla non bruciano: si cuociono. E così, indurite e preservati dal calore, queste tavolette d’argilla provengono dalla grande biblioteca Assurbanipal  sono sono preservate: il più grande e duraturo contributo del re assiro alla civiltà.

British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari
British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari

Ma come accade a tutti i regni,ad un glorioso apogeo segue quasi inevitabilmente un inglorioso declino, che nel caso di dell’Assiria si materilizza intorno al 612 A.C. quando, dopo la morte di Assurbanipal, l’impero si indebolì e vari gruppi di saccheggiarono le città assire, portando al collasso dell’impero a alla distruzione di Ninive senza troppi preamboli.

British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari
British Museum. London, 2018 ©Paola Cacciari

E cosi finirono  Ninive e Nimrud, periodicamente attaccate e saccheggiate dal predone di turno. L’ultima volta, nel 2014 dai militanti dell’Isis che che, nei tre anni di vita del “califfato” dal giugno 2014 al luglio 2017, hanno fatto sistematicamente  saltare in aria quello che altri vandali avevano lasciato in piedi dei resti  della cultura pre-islamica dell’Assiria di Assurbanipal, prima di essere a loro volta cacciati da Mosul, alla periferia della quale si trovano  le rovine di Ninive, l’antica capitale dell’impero assiro – ma non prima di aver distrutto anche il Museo di Mosul.

Secondo le cifre ufficiali del consiglio di stato iracheno delle antichità, il 70% di Ninive, nella provincia di Mosul [un tempo il centro del califfato autoproclamato da Iside] fu distrutto. In Nimrud parliamo dell’80%. C’e’ molto da fare molto per valutare i danni a questi siti archeologici, ragion per cui il British Museum ha lanciato in Aprile un programma di formazione per archeologi (donne e uomini) dell’area di Mosul, la maggior parte dei quali hanno vissuto come rifugiati. Una grande speranza per il futuro. #Ashurbanipal

2018 ©Paola Cacciari

Londra//fino all’24 Febbraio 2019

I am Ashurbanipal king of the world, king of Assyria

British Museum