Rigoletto

Qualche sera fa, con un paio di amiche, ho visto uno splendido Rigoletto alla Royal Opera House e da allora non riesco a pensare ad altro che alla sua magnifica musica. E non a caso, visto che insieme a Il trovatore  e a La traviata (opere entrambe composte nel 1853) Rigoletto appartiene alla cosiddettatrilogia popolare“, quella del Verdi migliore, quello che ha raggiunto la fama e la piena maturità artistica e che scrive opere così belle e potenti, e così incredibilmente in sintonia con le emozioni più profonde dell’animo umano, che ti toglie il respiro. Ma se in tutte e tre le opere del periodo maturo Verdi ha affrontato le grandi questioni che non hanno risposta – la vita, la morte, l’amore, la gelosia, il sesso, l’odio, l’intrigo, il tradimento, la vendetta, mai come in Rigoletto il grande emiliano (scusate la nota di malcelato orgoglio regionalistico… 🙂 ) ha regalato ai suoi protagonisti una dimensione emotiva così profondamente umana e ricca in sfumature, tanto caratteriali che musicali.

Ma nonostante la splendida musica, Rigoletto è un’opera cupa, oltre che profondamente innovativa. Per la prima volta infatti, al centro della vicenda, invece dalle grandi figure storiche, mitologiche o nobili dei melodrammi del passato, troviamo un buffone di corte, per di più deforme – un emarginato sociale insomma.

Dimitri Platanias as Rigoletto. Royal Opera House

Dimitri Platanias as Rigoletto. Royal Opera House

Nell’opera Rigoletto, il buffone di corte del duca libertino di Mantova, viene maledetto dal padre di una delle vittime del duca per le sue risate irriverenti. Ma quando il Duca ne seduce la figlia, Gilda, sembra che la maledizione si sia avverata e Rigoletto incarica Sparafucile di assassinare il Duca. Ma Gilda, innamorata del Duca donnaiolo, si sacrifica al suo posto e quando il meschino Rigoletto va a scoprire il cadavere, opportunamente presentatogli dal bandito Sparafucile, si trova davanti invece la figlia ferita a morte, che muore tra le sue braccia. E fin qui la trama.

Ma passare dal libretto all’azione fu molto piu’ difficile del previsto per la coppia Verdi e Piave  che dovettero circumnavigare non pochi ostacoli, visto che il Rigoletto, basato sul dramma storico di Victor Hugo, Le Roi s’amuse, descriveva senza mezzi termini le dissolutezze della corte francese e del re Francesco I, oltre ad inscenare un tentato regicidio. Verdi e Piave avevano dovuto penare non poco per convincere la censura austriaca ad acconsentire alla messa in scena dell’opera. Solo quando la rappresentazione della depravazione della corte francese fu trasformata nella depravazione della corte del Duca di Mantova – quella andava bene – i censori approvarono.

La prima del Rigoletto, avvenuta l’11 marzo 1851 alla La Fenice, a Venezia dove la morale era un po’ più rilassata che in altre città italiane (anche se nonostante il Carnevale, le autorità veneziane lamentarono le oscenità della trama e della storia), ebbe un enorme con successo e Verdi (e Piave che aveva scritto il libretto) fu ripagato della dura battaglia contro la censura e contro una società “prude e ipocrita.

L’opera fu eseguita 250 volte nei successivi 10 anni ed è rimasta una delle più popolari tra tutte le opere del nostro Giuseppe nazionale. E come dissentire? Rigoletto vanta non solo il magico quartetto di ‘Bella Figlia dell’Amore‘, la cui gloriosa musica quasi da sola vale un viaggio a teatro, ma una delle più famose arie d’opera mai scritte, ‘La donna è mobile‘, una melodia tanto accattivante e popolare che forse solo un marziano può dire di non conoscerla. Verdi era così sicuro del fatto di aver scritto un’aria da hit parade che, per timore di plagio, escluse l’orchestra dalle prove, facendo provare il tenore separatamente e vietando fischiare la melodia in pubblico prima del debutto. E non si sbagliava, che da nuova questa melodia divenne subito il tormentone del momento, fischiettata ovunque da tutti nelle strade e nelle piazze.

 Non solo Rigoletto ci regala una combinazione di ricchezza melodica e potenza drammatica mozzafato, ma mette in evidenza anche le tensioni sociali di un’epoca tumultuosa come il Romanticismo con un ochhio anche alla condizione femminile, in una realtà nella quale il pubblico ottocentesco poteva facilmente rispecchiarsi.

Annunci

Tangerines

Il museo non e’ solo un’insieme di oggetti bellissimi, ma anche di una serie di bellissime persone che ci lavorano e che ho la fortuna di avere (o di aver avuto) come colleghi. Come Carlo, il chitarrista della band emergente Tangerines.

13620106_1185842454769273_4662058633809277412_n

 

Qui ci sono altre canzoni. Sono bravi e andranno lontano (ed io potrò dire che ne conoscevo uno… 🙂 )

https://soundcloud.com/feeltangerines

In Gennaio verranno in tour in Italia (con una data in Svizzera) e faranno anche tappa a Bologna, dove suoneranno  all’Associazione Culturale Kinodromo. In bocca al lupo ragazzi!! 🙂

Tangerines, Associazione Culturale Kinodromo, via San Rocco 16 Bologna 25 gennaio 2018.

Twitter @feeltangerines

Ciao, Dolores

Un altro pezzo della mia giovinezza che se ne va… 😦 RIP Dolores. #Cranberries

https://youtu.be/Zz-DJr1Qs54

My World...

dolores-Oriordan-cranberries

Adesso si che è un Blue Monday

Scrivo per dare l’ultimo saluto a Dolores O’ Riordan, vocalist dei Cranberries, attraverso una delle canzoni che apprezzo di più. Questa è Linger.

Buon viaggio, Dolores.

View original post

I ritratti di Cézanne

Nel corso della Storia dell’Arte sembrano esserci soggetti su cui alcuni artisti sono ritornati in modo quasi ossessivo. Questo e’ vero soprattutto nel caso degli impressionisti. Per Monet si trattava delle ninfee, per  Degas erano le ballerine e per Gauguin le bellezze polinesiane. L’ossessione di Paul Cézanne (1839-1906) era Mont SainteVictoire, nel sud della Francia, vicino alla sua natia Aix-en-Provence, dove cresce insieme all’ amico del cuore, lo scrittore Émile Zola.

 Paul Alexis Reading to Émile Zola (detail), c.1869-70 Photo: Museu de Arte de Sao Paulo Assis Chateaubriand

Paul Alexis Reading to Émile Zola (detail), c.1869-70 Photo: Museu de Arte de Sao Paulo Assis Chateaubriand

Tanta era la sua ossessione per la montagna, che ho sempre pesnato che le persone avessero solo un ruolo secondario nei dipinti di Cézanne che, a parte la serie de I giocatori di carte (una versione dei quali è alla Courtauld Art Gallery) qualche autoritratto e qualche ritratto della moglie Hortense Fiquet (ne fece 29 in totale, prima che i due si separassero), non avevo mai visto un gran che in fatto di figure umane nei dipinti del francese. Come mi sbagliavo! Che la mostra della National Portrait Gallery è stata una vera e propria sorpresa: non avevo mai pensato che questo figlio di un banchiere, formatosi inizialmente come avvocato, prima di diventare allievo del grande impressionista Camille Pissarro, potesse dipingere con tanto maniacale interesse anche esseri umani.

Ma (e qui c’è il”ma”…) lo fa alla sua maniera. Con la sua pennellata larga carica di bianchi sporchi, blu profondi, verdi intensi che sfumano in marroni rosati, poi con la spatola piatta solo per tornare poi al pennello in tutta la sua gloria.

Self-Portrait ina Bowler Hat,1885-86 (Ny Carlsberg Glyptotek, Copenhagen. Photo: Ole Haupt)

Cézanne vuole andare oltre la percezione, non vuole dipingere il mondo naturale come appare ai suoi occhi, ma la sua essenza. È chiaro che, una volta abbandonato il linguaggio visivo tradizionale e trovato il proprio, la raffigurazione accurata della realtà per lui non era più il punto di arrivo, ma quello di partenza per una nuova indagine spaziale. L’arte di Cézanne sintetizza le forme del soggetto e questo vale anche per le persone. Ai suoi occhi, la moglie, gli amici come Émile Zola (con cui l’amicizia entra in crisi nel 1886, con la pubblicazione del romanzo L’oeuvre, il quattordicesimo romanzo del ciclo de I Rougon-Macquart; si dice che Cézanne si sia riconosciuto nel personaggio del pittore fallito Claude Lantier) e i parenti che posano per lui, non sono differenti da una montagna e come tali li dipinge: statici, come il suo adorato Mont Sainte-Victoire. E a chi verrebbe mai in mente di chiedere ad una montagna di esprimere uno stato d’animo o un’emozione? Cézanne è un maestro dell’oggettività, nell’astratta complessità dei suoi ritratti si vede la lenta nascita dell’arte moderna. #CezannePortraits

 

Londra//fino all’11 Febbraio 2018

Cézanne Portraits @ National Portrait Gallery

npg.org.uk/

Back in time: NOVECENTO “Moving On” 1984

Estate 1984: il singolo Movin’ On spopola le classifiche italiane con quasi 100.000 copie vendute (e a sentire Wikipedia anche con la vincita del premio “Miglior rivelazione” assegnato dalla trasmissione televisiva Azzurro ’84, ma sinceramente non me lo ricordo e anche se me lo ricordassi non credo che a 14 anni mi potesse interessare).

Estate a Bologna, i soliti 40℃ (grado piu’, grado meno…) vacanze a Rivazzurra di Rimini, stessa spiaggia stesso mare, a sognare di fuggire in qualche luogo esotico, lontano dall’ennesima (mia) cotta senza speranza che mi innamoravo sempre, sulle note pop-rock, new wave, jazz-funk (whatever…) di questa canzone di cui non capivo bene le parole, ma in cui mi ritrovavo tanto. Since then, I’ve certainly Moved On quite a bit… 😉

NOVECENTO “Moving On” 1984

Little Women (Piccole Donne) di Louisa May Alcott

L’avevo completamete dimenticato. Quanto mi fosse piaciuto Piccole Donne dico. Era il libro preferito di mia madre quando era una bambina e per molto tempo fu anche il mio. Almeno fino a quando, una volta entrata nella fase ormonale dell’adolescenza, le storie di vita di quattro sorelle della Pennsylvania, Meg, Joshephine detta Jo, Beth e Amy March (restate a casa con la mamma e la domestica ad aspettare il ritorno del padre, cappellano dell’esercito nordista che la prima parte del libro è ambientato durante la Guerra di Secessione) mi sembrava più lontana di Marte. Ma lo stesso mi è accaduto con Jane Austen, con il cui capolavoro Orgoglio e Pregiudizio ho riscontrato alcune similitudini (se non altro nel fatto che in entrambi i casi la guerra è solo intuita e che le donne restano a casa, il loro universo piccolo e stretto mentre gli uomini escono fuori, le loro azioni sono all’estreno, nel mondo). anche se devo dire che con la sua etica del lavoro e dell’efficienza, l’invito alla modestia e alla morigeratezza, come antidoto  ad ogni conflitto, sociale o no Piccole donne mi ricorda moltissimo moltissimo Cuore di Edmondo de Amicis, un altro grande favorito tanto di mia madre che di mia nonna, che con le  perle di saggezza mi hanno sempre fatto sentire piu’ buona (anche se purtroppo manco terribilmente della forza morale tanto delle sorelle March, che del nostrano Enrico Bottini).

Scritto da Louisa May Alcott (1832-1888) che lo pubblicò per la prima volta in due volumi, tra il 1868 e il 1869 in America, con il titolo Little Women or, Meg, Jo, Beth, and Amy, uscì in Italia nelle prime parziali traduzioni nel 1908 diviso in due parti, Piccole donne e Piccole donne crescono. Ci voleva lo sceneggiato televisivo trasmetto durante il periodo natalio dalla BBC1 per farmi ricordare quanto questo libro sia stato importante per me. E così ancora una volta ho sospirato con Laurie, innamorato perso di Jo che rifiuta la sua proposta di matrimonio (ma ho simpatizzato per quest’ultima, che non lo ha voluto sposare senza amore), ho pianto per la morte di Beth (che nell’adattamente televisivo guadagna in personalità, molto più di quanta non ne abbia in realtà nel libro…), e ho sognato di viaggiare per l’Europa con Amy (anche se diverse volte mentre guardavo lo sceneggiato, avrei voluto schiaffeggiarla per essere cosi viziata e vanitosa).

Inutile dire che, come il 90% dei lettori (o posso azzardare il femminile, lettrici? che non riesco a non considerare questo un libro molto femminile, se non al femminile…) da bambina ho amato Jo. Come me, anche lei era vero e proprio maschiaccio in gonnella e, come me, anche Jo ha un carattere scontroso (sono migliorata con l’ età, ma la pazienza non sarà mai il mio punto di foza) e temperamento indipendente e impulsivo che la porta facilmente a perdere le staffe, ma è piena di buone intenzioni e devota alla famiglia. Non solo: scrive, e lo fa con successo, anche se nei libri successivi la Alcott non resiste alla tentazione didattica di educare le sue giovani letrici (non dimentichiamo che siamo pur sempre nel 1868) anche Jo si sposa (con un mite professore tedesco Friederich Bhaer, molto più grande di lei) e diventado una moglie obbediente e remissiva, si fa domare dalla vita.

Davvero, quando ero una bambina delle elementari volevo essere Jo. E non avendo una soffitta (o un berretto liso) lavoravo di fantasia per trasformare la mia cameretta in qualcosa che ci andasse vicino. Fallendo in questo miseramente, che “il salotto” ordinato (con tanto di tavolino da caffè in vetro, divano e poltrone in velluto) in cui ricevere gli ospiti in cui mia madre sperava si trasformasse la mia stanza durante il giorno (grazie ai mobili componibili con letto e scrittori rientranti per guadagnare spazio e tenere tutto in ordine, che hanno fatto la fortuna dei mobilieri degli anni Ottanta) era quanto di più lontano di una soffitta a cui potessi pensare. Per anni ho odiato la mia stanza, che era tutto tranne che una stanza da bambini. Fortunatamente la fantasia non mi è mai mancata, almeno prima che certi eventi della vita me la facessero perdere quasi tutta per strada.

E è rassicurante constatare che, quattro decadi dopo, continuo a voler essere come lei – come ho scoperto con sollievo non solo rileggendo il libro, ma anche facendo questo divertente test. E voi, quale personaggio di Piccole donne siete? O qual’è il vostro preferito?

Nuovo record per i musei italiani nel 2017

Un raggio di speranza per chi, come me, ama l’arte e i musei e lavora nel settore. Una dimostrazione che con la cultura si mangia eccome! #domenicalmuseo

1633e08fae2b4b5b18eeb153f32bc118-kK0F-U10602500732972kzH-700x394@LaStampa.it

il Blog di ANGELO FORGIONE

Campania stabilmente seconda con interessante risultato della Reggia di Caserta


Angelo Forgione
2017_mibact_regioni
Il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo ha presentato i numeri dei musei italiani del 2017, costantemente in crescita. Battuto ancora un record, quello del 2016, da 45.383.873 a 50.103.996 visitatori. Una crescita nella quale la Campania gioca un ruolo importante, coi suoi 8.782.715 visitatori e un +10,66 rispetto allo scorso anno. «La Campania – fa notare il ministro Dario Franceschini è ormai stabile al secondo posto della classifica delle regioni più virtuose: la rinascita di Pompei è stata sicuramente da traino ma sono state molto positive anche le altre esperienze delle gestioni autonome dalla Reggia di Caserta, al Museo archeologico Nazionale di Napoli, a Capodimonte, a Paestum».
Il Lazio resta la regione leader, dai 20.317.465 ingressi del 2016 ai 23.047.225 del 2017 (+13,44). Roma continua a fare da…

View original post 469 altre parole

Basquiat

Se ci ripenso, le uniche cose degne di nota che avevo fatto nei miei primi ventisette anni di vita sono state il mio scintillante 110 e Lode in Lettere Moderne e un paio di viaggi in Sud America. That’s it. Basta. Nient’altro. Al contrario di Jean-Michel Basquiat (1960-1988) che a ventisette anni aveva già fatto una carriera meteoritica, riuscendo a diventare nel giro di pochi anni una delle stelle più brillanti nel cielo dell’arte contemporanea americana. A ventisette anni Basquiat aveva tutto: era giovane, bello, ricco e ricercato. “Il James Dean dell’arte moderna” lo chiamavano. Ma come quella di James Dean, anche la stella di Basquiat ha brillato troppo e troppo in fretta e ha finito per brucialo con un’overdose di eroina nel 1988, l’anno in cui ho preso il diploma di maturità.

Quello che so di Basquiat l’ho appreso dal film omonimo del 1996 (quello con David Bowie nei panni di Andy Warhol) e come spesso accade nei film biografici, a volte la realtà finisce per essere un po’ romanzata – anche se dubito che, soprattutto nel caso di Basquiat, ce ne fosse bisogno. Ma quando esco da  Boom for Real, la grande retrospettiva che la Barbican Art Gallery ha dedicatato a questo artista, e che prende il nome dal film omonimo in cui Basquiat cammina a piedi per Manhattan – giovane astro nascente, armato solo di un sax e della sua bella faccia e la sua fama di street-artist segreto con SAMO© già alle spalle – penso che il film non era poi tanto diverso.

 

Jean-Michel Basquiat’s Untitled (1982). Photograph: Jean-Michel Basquiat/Barbican

Jean-Michel Basquiat’s Untitled (1982). Photograph: Jean-Michel Basquiat/Barbican

Certo, trent’anni sono relativamente pochi per una retrospettiva. Ma nella sua breve vita – e nella sua ancor più breve carriera artistica, Basquiat è riuscito a creare abbastanza tele da riempire lo spazio cavernoso del Barbican (e probabilmente molte altre gallerie d’arte), che con questa mostra esplora tutti gli elementi che lo hanno reso così speciale. E così si va dagli esordi di SAMO©, (acronimo di “Same Old Shit“) il binomio artistico creato con l’amico Al Diaz, un giovane street-artist di Manhattan  e che, con l’aiuto di pennarelli indelebili e bombolette spray, propagava idee ermetiche, rivoluzionarie ed a volte insensate per le strade di una New York soffocata dal crimine e sull’orlo del collasso economico, a New York/New Wave, la mostra che nel 1981 lo lancia nel firmamento dell’arte newyorkese, e dove espone insieme ad artisti come Robert Mapplethorpe, Keith Haring, Andy Warhol e Kenny Schar. E poi la prima personale a SoHo nel 1982, nella galleria dell’espatriata italiana Annina Nosei, e la retrospettiva organizzata da Bruno Bischofberger nella sua galleria di Zurigo fino ad arrivare all’incontro con Andy Warhol che, come molti artista della sua generazione, Basquiat ammirava enormente e che lo aiuta a sfondare nel mondo dell’arte facendolo diventare un fenomeno mondiale.

Da sconosciuto street-artist senza un soldo, Jean-Michel Basquiat diventa il pupillo della scena artistica newyorkese. Da un giorno all’atro scoppia la Basquiatamania. I collezionisti se lo litigano, i critici lo celebrano, i galleristi lo corteggiano, piovono soldi e con essi anche le droghe, di cui Jean-Michel abusa liberamente anche per superare il trauma della morte del re della Pop Art, morto nel 1987 a causa di una mal riuscita operazione alla cistifellea.

Artists Andy Warhol (left) and Jean Michael Basquiat (right), photographed in New York, New York, on July 10, 1985. Michael Halsband /Landov Photo: MICHAEL HALSBAND/Landov

A prima vista rozze, quasi infantili, dipinte in modo rapido, quasi schizzofrenico, le opere di Jean-Michel Basquiat hanno in realtà un formidabile registro grafico. Ispirate all’Art Brut di Jean Dubuffet, non sono tuttavia graffiti (niente immagini alla Banksy per capirci) e non aspirano ad esserlo. Ma le parole sono parte integrante dei suoi dipinti, e sono lì per essere lette – le poesie, i giochi di parole, gli anagrammi e le affermazioni che ricordano le scritte di SAMO©: l’arte di Basquiat (o meglio il ritmo, la musicalità delle sue parole) è pane per cervelli inquieti, uno degli idiomi dell’arte americana degli anni Ottanta, insieme ai collage di Rauschenberg, al “simbolismo romantico” di Cy Twombly, alle serigrafie su seta di Warhol e ai geroglifici hip-hop dell’amico Keith Haring, morto di AIDS due anni dopo, nel 1990.

Glenn, 1984 © The Estate of JeanMichel Basquiat. Licensed by Artestar, New York.

Resistere all’impeto di Basquiat è difficile, che nelle sue tele c’è il suo intero mondo. Dalla storia dell’arte appresa da bambino durante le visite con la madre al Metropolitan Museum of Art e al MOMA di New York, alla musica Jazz, alla boxe, i film di Alfred Hitchcock, e le poesie in francese, inglese e spagnolo (lingue in cui era fluente sin da bambino), e Tiziano e Picasso che considera i suoi idoli, e Gray’s Anatomy, il libro che la madre gli regala quando, all’età di sette anni fu investito da un auto mentre attraversava la strada e fu costretto a restare in ospedale per molti mesi. Il tutto pigiato insieme, in una sorta di frenesia creativa simile ad un gioioso uragano. Un uragano che non è esente tuttavia da un rabbioso simbolismo, soprattutto quando si tratta di affrontare problemi che lo toccano personalmente come il razzismo e il ruolo delle persone e degli artisti di colore nell’arte e nella società americana. Come prima mostra del 2018 davvero non male! #Basquiat

Londra// fino al

Basquiat: Boom for Real

Epifanie letterarie

Ok, la festa dell’Epifania e’ appena passata, ma questo post di Davide Astegiano alias Radical Ging e’ troppo interessante! 🙂 Buona lettura!

- Radical Ging -

Com’è che si dice? L’Epifania tutta le feste si porta via? Ebbene, sabato, i Re Magi, la Befana, o entrambi, non lasceranno solo doni ma si porteranno anche via questi giorni di scorpacciate e divertimento. Il termine Epifania deriva dal greco antico e significa apparizione, manifestazione e così è per il termine Befana, o Befania, che pare essere una corruzione della parola Epifania, con radici in tradizioni magiche precristiane. Per il mondo cristiano occidentale invece, rappresenta la venuta dei Re Magi, i tre personaggi rappresentanti Europa Arabia e Africa, che, secondo il mito, portarono a Gesù infante oro, incenso e mirra. Ciascuno di questi doni ha un significato simbolico particolare, l’oro fa riferimento alla natura regale del bambino, l’incenso alla nascita divina e la mirra alla sua mortalità. Sia che si festeggi seguendo l’una o l’altra tradizione, dove per altra si intende quella della…

View original post 440 altre parole

L’incubo del “Brexit New World”

Il fatto che io non ne abbia parlato su questo blog già da un po’ non significa che il problema non sussista più. La Brexit dico. Ma il problema c’è eccome, e l’inizio del nuovo anno porta inevitabilmente qualche riflessione.

Non vorrei sembrare tragica o esagerata, ma la forma che la Gran Bretagna post-Brexit (e di fatto direi l’Europa post Brexit, che mi sa che questo sia solo l’inizio della fine dell’UE…) mi sa tanto di Brave New World, Il Mondo Nuovo descritto da Aldous Huxley nel libro omonimo del 1932. Che lungi dal procedere verso una soluzione di qualche tipo, il problema di come districarsi dall’Unione Europea è per la Gran Bretagna più vivo e incasinato che mai. Il fatto è che nessuno sa cosa succederà se e quando Brexit diventerà una realtà, meno che meno sembra saperlo Theresa May, secondo la quale questo dovrebbe accadere nel corso del 2019.

jeremy-corbyn-che-guevara-style-socialist-t-shirt-colour-white-size-teens-14-15-years-8852-p[ekm]266x270[ekm]

Ma accadrà davvero? La Brexit, dico. L’atmosfera è accesa da entrambe le parti e sa quasi di guerriglia metropolitana. La gente è arrabbiata e non teme di esprimerlo, ma sempre in the “English way”, cioè con tanta, tanta ironia. E dalle T-shirts con la faccia del leader laburista Jeremy Corbyn nei panni di Che Guevara, alle Christmas jumpers di sapore europeista che parafrasano la canzone natalizia di Mariah Carey All I Want for Christmas Is You” , sostituendo il pronome ‘you’ con l’acronimo inglese EU…

eu

…per arrivare a modi decisamente piu’ punk, come il piccolo adesivo che ho trovato qualche giorno fa appiccicato ad una vetrina dell’affollata High Street Kensington, uno dei molti a dire il vero, con l’ashtag #bollockstobrexit (qualcosa del tipo ‘fanculo a Brexit’ se c’erano ancora dubbi)…

Ed è  vero, che come dice il piccolo adesivo verde (vedi sotto), ‘It’s not a done deal’, l’affare non è ancora fatto. E dopo che venerdì scorso Lord Andrew Adonis, ministro delle infrastrutture, si è dimesso per protesta dal Governo della May che, secondo lui, sta gestendo la Brexit in un modo “pericolosamente populista e con uno spasmo nazionalistico degno di Trump”, l’affare sembra essere sempre piu’ lontano. Ed ad aggiungere al danno la beffa, ci si è messo il mitico Lord conservatore Michael Heseltine, vice Primo Ministro tra 1995 e il 1997, figura di spicco nei governi di Margaret Thatcher e John Major (e, diciamolo, uno dei fautori della caduta del governo Thatcher). A quasi 85 anni, Lord Heseltine non ha bisogno di moderare il linguaggio ed è stato uno dei pochi Tories che hanno avuto il coraggio di opporsi a Brexit (cosa che gli è costata il posto nel governo di Theresa May). E anche stavolta ha causato una vera e propria tempesta  all’interno del partito conservatore quando, la settimana scorsa, ha affermato che un governo Labour capeggiato Jeremy Corbyn sarebbe meno dannoso per il paese di una Brexit guidata dal suo stesso partito. Ouch!!

20171230_164731

Sta di fatto che, mentre il Governo di Theresa May perde tempo in inutili bisticci interni, le immediate conseguenze del Referendum si stanno già facendo sentire sul Paese. Pare che fin’ora la Brexit sia già costata alla Gran Bretagna l’1% del suo PIL, come ben sanno i consumatori che come me sono colpiti dalla svalutazione della sterlina causata dell’instabilità economica e dalla caotica gestine del post-referendum. Il quotidiano di sinistra The Observer stima che la Brexit sia già costata al Paese 350 milioni di sterline alla settimana – la stessa cifra che quel testone di Nigel Farage aveva promesso all’NHS, il servizio sanitario britannico, qualora la Gran Bretagna avesse lasciato l’UE (naturalmente si legge l’opposto sulle pagine di The Sun, che oscilla tra la destra e la sinistra a seconda della convenienza…).

La Gran Bretagna post-Brexit è decisamente un posto meno invitante della Cool Britannia in cui sono arrivata quasi vent’anni fa, quella che ancora credeva nel miracolo del New Labour di Tony Blair. Ma è casa, è diventata casa. Una casa che ho scelto e voluto e in cui intendo restare. E allora incrociamo le dita e vediamo cosa porterà questo nuovo anno.