Back in time: Ofra HAZA – Im Nin’ Alu

Come per chissà quanti altri, anche per me Ofra Haza (1957-2000) ha segnato con la sua voce e le sue canzoni una parte dell’adolescenza, quella che mi vedeva appena diciottenne sfidare le ire materne per le discoteche della bassa padana il sabato sera. Ci mettevo ore a “prepararmi” (ora ci metto dieci minuti – come cambiano i tempi!), preparavo con cura l’abbigliamento e litigavo inevitabilmente con la mamma sull’ora del rientro, ma valeva la pena. Mi sono divertita un mondo…

E questa Im Nin’ Alu era una delle canzoni-tormentoni del periodo. L’ho ballata migliaia di volte, l’ho ascoltata altrettante migliaia di volte alla rado e alla TV trasmessa in continuazione de Video Music. Esotica e bellissima, Ofra Haza aveva aveva una voce che restava nel cuore. Certamente lo e’ rimasta in quello di molti ex-adolescenti degli anni Ottanta…. 🙂

Ofra HAZA – Im Nin’ Alu (Original Video Clip – 1988)

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I pastelli di Edgar Degas alla National Gallery

Non occorre essere storici dell’arte per accorgersi che Edgar Degas (1834-1917) non era il solito impressionista. Anzi non era affatto un impressionista, nonostante lo si tenda ad etichettare come tale. A differenza degli altri suoi compari, amici e colleghi, Degas non sopportava dipingere all’aperto. Lui era una creatura da studio – il suo studio. Qui dipingeva le sue ballerine utilizzado la tecnica ad olio e, nella sua tarda carriera, i pastelli.

Jockeys in the Rain (1883-6) by Hilaire-Germain-Edgar Degas. © CSG CIC Glasgow Museums Collection

Jockeys in the Rain (1883-6) by Hilaire-Germain-Edgar Degas © CSG CIC Glasgow Museums Collection

E sono questi delicati pastelli, alcuni provenienti dalla Burrell Collection di Glasgow, i protagonisti di questa piccola deliziosa mostra della National Gallery. I pastelli permettavano a Degas la libertà e la freschezza che la tecnica ad olio, cosí lenta nell’asciugare, gli negava. E per questo li amava. Con i pastelli poteva lavorare in fretta e in maniera nuova e creativa e dare sfogo al suo amore per il colore.

Come ci si può aspettare, molte delle opere hanno per soggetto il balletto e le ballerine, a a partire da Preparation for the ballet class (1877), ma da qui in poi il pittore diventa molto piû creativo. Prendiamo per esempio l’iper energetico Women in a theatre box (1885-90) con i suoi frizzanti arancioni a stento contenuti delle delicate linee di contorno.

Women in a Theatre Box (1885-90) by Hilaire-Germain-Edgar Degas. Pastel on paper © CSG CIC Glasgow Museums Collection

Women in a Theatre Box (1885-90) by Hilaire-Germain-Edgar Degas. Pastel on paper © CSG CIC Glasgow Museums Collection

La misoginia di Degas è evidente nel modo in cui oggettizza i suoi soggetti femminili, ma altrettanto evidente è la sua eccellenza tecnica. Nelle mani sbagliate il pastello può essere una tecnica abbastanza insipida, me Degas ne fa qualcosa pieno di vita.

Londra// fino al 7 Maggio 2018

Drawn in Colour: Degas from the Burrell @ the National Gallery

Back in time: Eighth Wonder – I’m Not Scared

A 17 anni andai dalla mia parrucchiera con una foto di Patsy Kensit. ‘Fammi come lei.’ Fu la mia richiesta categorica, che sulle cose stupide ho sempre avuto le idée molto chiare. Che davvero mi sarebbe piaciuto avere il suo caschetto biondo, i lineamenti delicati e la sua boccuccia imbronciata di quando cantava I’m not scared con la pop band britannica Eight Wonder. Eppoi allora era sposata con il marito numero uno, Dan Donovan dei Big Audio Dynamite e questo me la faceva sembrare ancora più cool. A Donovan seguiranno Jim Kerr, dei Simple Minds nel 1992, Liam Gallagher, il nevrotico cantante degli Oasis nel 1997 e Jeremy Healy, DJ inglese da cui ha divorziato nel2008.

La parrucchiera prese la foto con un sospiro,  di certo sollevata dal fatto che, almeno, quella volta gliene avessi portato una di una donna e non una di Simon Le Bon chiedendole di farmi i capelli come quelli di lui. Tornai a casa con una permanente alla Loredana Bertè, rassegnata al fatto che, come mi diceva sempre la nonna, nella vita bisogna essere realisti e che non si può essere ciò che non si è. E che non si potrà mai essere. A cominciare dai capelli.

Ora, vent’anni dopo Patsy – quattro matrimoni quattro divorzi e due figli e una carriera piena di alti e bassi e vari tentativi di ritorni tra cui Strictly Come Dancing (la versione inglese di Ballando con le Stelle) è ancora molto bella (e molto bionda). Ed io sono molto contenta di essere lei. Il che è certamente molto meno stressante.

 

I’m Not Scared” is a 1988 by British pop band Eighth Wonder

Modì, mon amour!

Se c’è stato qualcuno che ha fatta sua l’arte del networking, quello è stato il nostro Amedeo Modigliani (1884-1920). Nato a Livorno nel 1884 da una colta da una famiglia ebraica che incoraggia il suo talento, Modigliani sa che se vuole fare carriera nel mondo dell’arte c’è solo un posto dove può realizzare il suo sogno. E così nel 1906 si trasferisce a Parigi.

 Modigliani in his studio, photographed by Paul Guillaume, c1915. Photograph: © RMN-Grand Palais (Musée de l’Orangerie)

Modigliani in his studio, photographed by Paul Guillaume, c1915. Photograph: © RMN-Grand Palais (Musée de l’Orangerie)

La Parigi d’inizio secolo era la Mecca artistica dell’avanguardia, che cavalcava ancora la scia dell’Esposizione di Parigi del 1900. Come Picasso sei anni prima, anche Modì cerca un alloggio sulla collina di Montmartre, un altro forestiero tra i molti che già avevano cercato riparo lungo il pendio della collina, che andava ad ingrossare la popolazione indigen di quel area, fatta di piccoli commercianti, intrattenitori, piccoli criminali, prostitute (in pratica tutti coloro che erano stati eradicati dagli sventramenti voluti da Napoleone III e portati avanti dal politico, urbanista e funzionario Georges Eugène Haussmann (meglio noto come Barone Haussmann) oltre a, naturalmente, numerosi artisti attirati dall’economicità dalla zona.

E dato che oltre ad essere fuori dei confini della città (e pertanto libera dalle tasse municipali), poteva vantare una produzione di vino locale (tuttora conserva le uniche vigne di Parigi), non sorprende che Montmartre divenne in breve il centro dell’intrattenimento (meglio se decadente), con i suoi cabaret tra cui il Moulin Rouge e de Le Chat noir e le Lupin Agile.

Come tutti coloro che non potevano permettersi altro, anche Modigliani trova un alloggio nei pressi de Le Bateau-Lavoir, lo stabile al numero 13 di place Émile-Goudeau che aveva visto tempi migliori come fabbrica di pianoforti  e che all’epoca era l’abitazione di numerosi artisti, tra cui uno squattrinato Picasso, ma anche Georges Braque, Max Jacob, Marie Laurencin, Guillaume Apollinaire e André Salmon. In breve Modì comincia a frequentare il gruppo di Picasso (restando pero’ sempre ai margini del cubismo), stringe una profonda amicizia con il russo Chaïm Soutine, conosce Brancusi e si fa affascinare dall’arte africana e, sulla scia di Henri de Toulouse-Lautrec e Paul Cézanne, insieme agli altri si diede da fare per dare il suo contributo alla creazione dell’arte moderna.

Modigliani, Pablo Picasso and André Salmon, 1916

Modigliani, Pablo Picasso and André Salmon, 1916

Ma Modì non vuole essere associato a nessun altro e come Brancusi prima di lui resta fieramente indipendente dalle correnti delle nuove avanguardie. Il suo stile è unico, i volti allungati che rigordano vagamente le maschere africane, resi con linee pure, dagli occhi a mandorla e nasi storti che torreggiano su bocche enigmatiche. Come Picasso, anche Modigliani riduce la forma umana all’essenziale.

Modigliani amava dipingere, ma la sua vera passione era la scultura. Una passione che porta avanti con difficoltà visto che era cosi squattrinato che doveva rubare i blocchi da scolpire ai muratori delle imprese edili che stavano poco a poco gentrificando la collina di Montmartre, e che deve abbandonare dopo pochi anni in quanto la sua tubercolosi peggiorava causa delle polveri generate dalla scultura.

Dal 1914 torna così alla pittura, ritraendo gli amici di baldoria di Montmatre e del Le Bateau-Lavoir, come l’amico Chaïm Soutine, la scrittrice e giornalista inglese Beatrice Hastings, alla quale rimase legato sentimentalmente per due anni dal 1914 al 1916, e ancora Pablo Picasso, Diego Rivera, Juan Gris, Max Jacob e gli scrittori Blaise Cendrars e Jean Cocteau. Modì sembra essere in grado di riuscire ad evocare la vita interiore del soggetto dipinto con pochi, rapidi tratti. Il suo stile unico e inconfondibile lo rendeva ansioso e insicuro, la sua non appartenenza lo rendeva curioso e sospetto specialmente in una piccola comunità come quella degli artisti di Montmatre, dove sapeva di essere attentamente sorvegliato da coloro che avevano già tentato prima di lui di sfondare nel mondo dell’arte e avevano fallito o stavano ancora cercando di fare il grande colpo..

One of Amedeo Modigliani’s nudes, painted in 1917 Credit: Private Collection

Ma è con i suoi nudi che Modigliani che scandalizzò il pubblico benpensante in quel periodo, mandando in fumo così le sue possibilità di carriera. Che se la resa grafica dei peli pubici di per sé non era abbastanza scandalosa, lo sguardo invitante delle sue modelle (un ovvio riconoscimento di un cambiamento nel costumi sessali delle donne d’inizio secolo, raccolto anche da Richard Strauss nella sua Salome, rappresentata per la prima volta il 9 dicembre 1905 a di Dresda) era imperdonabile.  Poco importa che altri pittori – da Giorgione a Tiziano, Velazques e Manet avessero dipinto il soggetto prima di lui. E così la prima (ed unica) mostra personale che Modì ebbe durante la sua vita, organizzata nel 1917 con grandi difficoltà dal suo amico e patrono Léopold Zborowski nella Gallerie Berthe Weill, fu costretta a chiudere ancora prima di essere aperta da uno scandalizzato capo della polizia, offeso dai dipinti di nudi distesi messi in vetrina per attirare i passanti.

Modiglian’s partner Jeanne Hebuterne, 1919. Photograph: http://www.scalarchives.com

Come tutti ben sappiamo, Modigliani sarebbe di lì a poco diventato una celebrità, ma come spesso accade nei casi delle meteore che bruciano troppo e troppo in fretta, non visse abbastanza a lungo da godersi il successo. Per questo l’ultima sala di questa gloriosa mostra è allo stesso tempo la più serena e la più tragica. Mentre è sorprendente che, in questo periodo tra le droghe, l’alcool e la tisi, Modigliani fosse ancora in grado di tenere un pennello in mano, il dipinti di questo periodo sono caratterizzati da una sensazione di quasi-classica serenità. Aveva incontrato l’amore. La giovane pittrice Jeanne Hébuterne, era la modella più amata da Modì. Proveniente da una famiglia borghese cattolica e conservatrice, che la disconosce a causa della sua relazione con Modigliani (che considervano poco più di un derelitto debosciato) Jeanne Hébuterne ne diventa la compagna; nel 1918 da’ alla luce la loro bambina e, nonostante le obbiezioni della sua famiglia, i due decidono di sposarsi. Ma a questo punto la salute di Modigliani, aggravata da complicazioni causate da abuso di sostanze, si stava deteriorando rapidamente e l’artista muore il 24 Gennaio 1920, tanto povero che gli amici del pittore fecero una colletta per saldare la fattura del funerale.

Alla notizia della morte dell’amato Amedeo, Jeanne, che era incinta del loro secondo figlio, si gettò da una finestra al quinto piano morendo sul colpo. Una tragedia nella tragedia. Dovranno trascorrere dieci anni perchè la famiglia Hébuterne permettesse ai resti di Jeanne di essere trasferiti al cimitero di Père Lachaise, per riposare accanto al suo Modigliani.

Londra// fino al 2 Aprile 2018

Modigliani @ Tate Modern #Modigliani

tate.org.uk

 

Back in time: The Wallflowers – One Headlight

Ho comprato Bringing Down the Horse della bands america The Wallflowers nel 2001, durante il mio primo periodo londinese perchè mi piaceva il singolo One Headlight. Trovavo questa canzone irresistibile. Ancora adesso penso di aver fatto bene. Ma la musica si sa è una cosa molto soggettiva…

The Wallflowers – One Headlight (1996)

Move away Speaker’s Corner: Bologna has “Lo Sgabellino”

Non potevo non ribloggarlo questo post di Flaneur in Bologna… 🙂 Buona lettura! #Bologna

Flaneur in Bologna

The young woman, she doesn’t look any older than 28, is standing on the stool, “the guy” has just wrapped an Italian flag around her neck and this smooth present gently brushes against her hijab. Standing still on her skinny jeans on skinny legs, she is telling a boy about half her age that, whether he likes it or not, she’s Italian.

«I didn’t want to leave Morocco you know, I was a happy kid playing with her friends and her animals in the country. If you have to blame someone, blame my dad for bringing me here. But I grew to love Italy, I studied and worked here most of my life,  this is my country and I love it. Yet I am glad that you are telling me what you think».

Even if he’s just said, basically, that «Everything’s because of the immigrants». Everything what? Just…

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Circolo chiuso (The Closed Circle) di Jonathan Coe

È un’Inghilterra che conosco e riconosco questa raccontata da Jonathan Coe in The Closed Circle (Circolo Chiuso) che questo è il Paese in cui sono atterrata in quel lontano Aprile del 1999. Un Paese da poco rimasto orfano di due donne carismatiche come Margaret Thatcher e Lady Diana, la prima silurata nel 1992 (e sostituita per un breve e irrilevante mandato dall’altrettanto irrilevante John Major) la seconda morta tragicamente in un incidente stradale a Parigi nel 1997 e in disperato bisogno di una mano ferma, ma amichevole. Almeno all’apparenza. La mano del giovane e carismatico Tony Blair.

Sotto l’egida del New Labour di Balir la Gran Bretagna si trasforma nella Cool Britannia  delle Spice Girls e la bandiera nazionale, la Union Jack diventa un brand per tutto, dalle teiere agli ombrelli che tanto piacciono ai turisti perchè fanno tanto Londra. Nella Londra degli anni Novanta l’aria era elettrica, l’economia girava al massimo e la nazione era talmente ricca che si poteva trovare lavoro semplicemente stando seduti su di una panchina a mangiare un panino nel parco (e questo lo dico per esperienza personale, lo so perché mi è capitato). L’ottimismo, l’apertura all’Europa, i caffè all’aperto, il culto del cibo che trasforma improvvisamente l’Inghilterra da una nazione di filistei culinari in una di foodies ossessionata di ristoranti, ricettari e celebrity chefs. Quello che si vedeva meno erano cose tanto piu’ tragiche proprio in quanto cosi’ banali come il dramma del lavoro operaio, sottoposto alla morsa e alle costrizioni della globalizzazione. E tragedie ferroviaria senza precedenti, come qulla di Paddington del 1999, in cui persero la vita 31 persone e 400 restarono feriti. E la chiusura dello stabilimento di Longbridge, vicino a Birmingham, dal 1905 vitale per l’economia locale e non solo. E la tragedia dell11 Settembre, la guerra in Afganistan e quella in Iraq – contro la quale il 15 Febbraio del 2003 ci furono una serie di manifestazioni coordinate in tutta Europa. Tra le 750,000 che marciarono lungo il Tamigi fino ad Hyde Park c’ero anch’io. Queste sono tutte cose che ho vissuto sul posto e che non dimenticherò tanto facilmente. E che ho ritrovato nel Circolo Chiuso insieme agli eroi de La Banda dei Brocchi. Più vecchi (sono trascorsi vent’anni), più cinici, certamente più incattiviti da un mondo in cui il denaro e l’immagine la fanno da padroni. Alle soglie del capodanno del 2000 Claire Newman, reduce da un matrimonio fallito e da un altrettanto fallito lungo soggiorno in Italia, decide di tornare a Birmingham. Pensa sia venuto il momento, dopo più di vent’anni, di scoprire definitivamente cosa sia successo a sua sorella Miriam, scomparsa misteriosamente all’improvviso nel 1978.
Ma tornare a Birmingham significa anche rientrare in contatto con amici e conoscenti persi di vista e riannodare rapporti complessi, quello con suo figlio, per esempio, che aveva deciso di restare a vivere con il padre in Inghilterra. Pochissimi giorni dopo il rientro, incontra per caso un vecchio amico, Benjamin Trotter, in compagnia di una bellissima ragazza, Malvina: Claire sospetta che tra i due possa esserci qualcosa, mentre in realtà Malvina, della quale nulla si sa fino alla fine del romanzo, è innamorata di Paul Trotter, fratello di Benjamin e deputato del New Labour di Tony Blair.
Insomma, neanche in questo romanzo manca la pienezza a cui Jonathan Coe ci ha abituati: infatti, sebbene sia un romanzo in sé stesso compiuto, Circolo Chiuso rappresenta insieme a La banda dei brocchi (anni settanta) e a La famiglia Winshaw (anni ottanta), la conclusione di un grande affresco del recente passato e del presente dell’Inghilterra del XX secolo.

 

 

Il Museo di Sherlock Holmes, Londra e le sue particolarità

Da sempre adoro Sherlock Holmes, il più famoso “londinese” che non è mai esistito. Ma ammetto che, nonostante quasi vent’anni di permanenza nella Capitale, non sono anora andata a visitare il Museo a lui dedicato. Fortuna che ci ha pensato 50 Sfumature di Viaggio a colmare questa mia lacuna. Almeno per il momento… Buona lettura!

50 Sfumature di viaggio

museo sherlock holmes ingresso

Il Museo di Sherlock Holmes (Sherlock Holmes Museum) si trova a Londra, in Baker Street al civico 239, accanto al 221B di Baker Street, che era l’indirizzo scelto da Sir Arthur Conan Doyle, per la residenza dell’investigatore. Il museo è gestito dall’organizzazione non profit Sherlock Holmes International Society.

Sherlock Holmes probabilmente è nato il 6 gennaio 1854 e, per più di un secolo il suo nome è stato conosciuto in ogni paese del mondo. Non era noto solamente il suo nome, ma anche il suo aspetto e le caratteristiche che lo rendevano unico: gli occhi penetranti. la vestaglia e la pipa, il cappello e la lente d’ingrandimento. Questi dettagli sono così familiari che se dovesse apparire tra noi oggi, lo riconosceremo subito.

holmes statua in casaÈ una figura enigmatica, avvolta nel mistero, come i crimini che ha cercato di risolvere e, come nella maggior parte delle leggende, è spesso difficile…

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Back in time: Matia Bazar – Ti Sento

Ti Sento fu un grandissimo successo internazionale dei Matia Bazar, con versioni in spagnolo ed inglese, intitolate rispettivamente Te siento e I Feel You. Per me rimarra’ sempre un pezzo da brivido, con la straordinaria voce da soprano leggero di Antonella Ruggiero che sale sempre piu’ in alto mentre chiede con tono di sfida “Mi ami o no?”. Bellissima!

Matia Bazar – Ti Sento (Official Music Video, ©1985)

A Londra la passione, il potere e la politica nell’Opera.

Opera che passione! Ma anche potere e politica, come racconta la mostra del Victoria and Albert Museum. Perché un’opera è tutt’e  e tre queste cose e forse anche di più. Certamente, è dramma allo stato puro fatto musica.

Ma come descrivere un’opera? E soprattutto, come farci sopra una mostra? Ma se vogliamo, lo stesso problema era sorto con mostre precedenti come David Bowie Is, Savage Beauty: Alexander McQueen e Pink Floyd: Their Mortal Remains, perche le mostre “teatrali” sono tra le cose in cui il mio adorato Victoria and Albert Museum eccelle. E anche in quest’occasione non si è smentito, e dalla collaborazione del museo londinese con la Royal Opera House (con la consulenza del mitico Maestro Antonio Pappano e del direttore uscente Kasper Holten), il risultato è questa magnifica Opera, Passion, Power and Politics.

Sì perché l’opera non è solo musica cantata a squarciagola da signore voluttuose o da tenori sovrappeso (che da quando l’opera è trasmessa in diretta nei cinema anche i cantanti sono selezionati in base alle loro qualità fisiche, non solo vocali, come ben sa Lisette Oropesa, la soprano cubano-americana, che è stata costretta ad una dieta ferrea quando ha capito che stava perdendo i ruoli a causa del suo peso), ma come tutte le arti è il frutto di un particolare momento storico, sociale e culturale.

Opera Exhibition photography, 26th September 2017

Ma quale scegliere? Da dove cominciare? Allestire una mostra completa sulla storia dell’opera sarebbe stato impossibile, e allora la curatrice Kate Bailey ha deciso di concentrarsi su sette prime teatrali in sette città europee diverse che, nel corso di quattrocento anni, ben rappresentavano un periodo storico e sociale particolarmente significativo. E così si va dalla Venezia di Monteverdi, con l’Incoronazione di Poppea del 1642 simbolo della decadenza e della corruzione della società veneziana, alla Londra di Handel, all’avanguardia per i macchianari di scena e dove Rinaldo nel 1711 causò furore in quanto cantato in italiano; la Vienna di Mozart, con le Nozze di Figaro, la prima opera tipicamente illuminista che porta in scena gente comune, per arrivare alla Milano risorgimentale di Verdi con il suo magnifico Nabucco del 1842. La Parigi di Napoleone III che nel 1861 vede la prima del Tannhäuser di Wagner era una città in grande trasformazione, mentre la Dresda pre-espressionista di Richard Strauss che nel 1905 vede la prima di Salome, era sinonimo di modernità e rivoluzione sessuale per le donne. La Leningrado in cui di Šostakovič mette in scena  del 1934 la sua tragica Lady Macbeth del Distretto di Mcensk, è simbolo della censura e dell’oppressione del regime di Stalin.

Opera Passion, Power and Politics installation - Fratelli d’Italia Matthias Schaller 2005–17

Opera Passion, Power and Politics installation – Fratelli d’Italia Matthias Schaller 2005–17

Il tutto raccontato attraverso scenografie, schizzi, strumenti musicali, spartiti, costumi, dipinti, fotografie e sculture.  E così si va dai costumi di scena disegnati da Salvador Dalì per la produzione di Salome del 1949, ai dipinti di Manet, Degas, al pianoforte di Mozart e lo spartito originale del Nabucco di Verdi, in prestito dall’Archivio Storico Ricordi di Milano, il tutto accompagnato da installazioni video e audio e lighting design, e naturalmente da tanta tantissima, musica. Che non si può parlare di opera senza lasciar parlare la musica e grazie a cuffie bluetooth è possibile ascoltare le arie più belle che ci accompagnano in questo viaggio nel tempo e nello spazio da una città all’altra, da un secolo a un altro (Pur ti miro, Lascia ch’io pianga, Va pensiero etc).  E sfido anche il cuore più arido e menefreghista a non sentirsi almeno un po’ patriottico con il ‘Va pensiero‘ di Verdi, eseguito dal Royal Opera Chorus,  che ci esplode nelle orecchie mentre quando siamo davanti ad un’installazione fotografica a trecentosessanta gradi chiamata (opportunamente) Fratelli d’Italia” (2005-2016) dell’artista tedesco Matthias Schaller che per l’occasione ha fotografato oltre 150 teatri d’opera in tutto il paese, tra cui La Scala di Milano, La Fenice di Venezia, San Carlo di Napoli e Dell’Opera di Roma (e anche il Teatro Colón di Buenos Aires in Argentina, come simbolo dell’emigrazione italiana e dell’influenza culturale in Sud America). Che come dice Kasper Holten, ex direttore della Royal Opera House, per capire il legame dell’opera con la storia basta guardare alla collocazione dei teatri, sempre nel cuore delle città, come è naturale che sia per i luoghi che sono sia espressione di potere sia centri di incontro e di elaborazione intellettuale.

Opera Passion, Power and Politics installation – Leningrad / Lady Macbeth of Mtsensk
(c) Victoria and Albert Museum, London

Ci ho messo un po’ a trovarlo ma al terzo giro di va pensiero ho trovato anche il Teatro Comunale di Bologna! 🙂  Come sedere a teatro, ma lungo i corridoi di un museo.

L’unica domanda che rimane aperta è quale prima dell’opera potrà riflettere l’Europa nel ventunesimo secolo. Ai posteri l’ardua sentenza.

 

Londra// fino al 25 Febbraio 2018

Opera, passion, Power and Politics @ Victoria and Albert Museum

vam.ac.uk