Noi non abbiamo paura

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Ok, magari un pochino spaventati lo siamo. Noi, i londinesi dico che dopo 18 anni mi considero tale. Ma ce lo aspettavamo. Sapevamo che prima opoi sarebbe accaduto anche se non sapevamo quando. E l’ha fatto. Oggi.

I mei pensieri vanno alle famiglie di coloro che sono morti nell’attentato, al poliziotto che ha cercato di fermare il terrorista e ai poveretti che si trovavano a passare su Westminster bridge nel disgraziato momento in cui quel dannato ha deciso di cominciare a falciare i pedoni. E anche ai miei ex colleghi e amici che lavorano al Parlamento, non come politici, giornalisti o che, ma facendo il mio stesso lavoro, a contatto con il pubblico, facendo tours, accogliendo i turisti. Stanno tutti bene. Stiamo tutti bene.

Sono preoccupata, che temo non sia finita qui. Temo ce ne saranno altri. Ma non sono spaventata. Troppo facile e Londra è troppo bella e troppo viva. Io non ho paura.

La Certosa di Londra apre al pubblico

Charterhouse Square, la Certosa di Londra ha riaperto al pubblico dopo un lungo restauro. Claudia di LondonSE4 ce la racconta (ed io non vedo l’ora di andarla a visitare!!)

London SE4

charterhouseForse non molti sanno che Charterhouse Square, nei pressi di Smithfield, sorge sul luogo di sepoltura di migliaia di vittime della peste nera (si stima un numero non inferiore alle 55.000 unità!).
Un enorme fossa comune, che fu creata su un terreno acquistato da Sir Walter Manny, a meta’ del XIV secolo. Il complesso adiacente, la Charterhouse, che ha da poco aperto al pubblico, fu costruito per una comunità di monaci certosini, di cui Manny fu il primo priore.
Durante i recenti scavi archeologici nella piazza (eseguiti grazie al progetto Crossrail) sono stati rinvenuti degli avanzi di cibo, forse utilizzati nelle cucine del monastero, per preparare piatti di carne per gli ospiti (i monaci erano vegetariani ed i loro pasti, davvero parchissimi, venivano cucinati da fratelli laici). Gli archeologi hanno anche individuato gli scheletri di tredici vittime della peste nera.
Uno di questi scheletri, si trova adesso in una teca di…

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Mrs Dalloway di Virginia Woolf

Ho letto Orgoglio e Pregiudizio quando avevo diciassette anni e non mi è piaciuto per nulla. L’ho trovato noioso e per nulla divertente. Dov’erano quell’ironia e quella leggerezza di cui i testi di critica letteraria parlavano tanto?
Allo stesso modo ho letto Gita al Faro quando ne avevo ventisette di anni e ho provato la stessa sensazione di noia, come se di Jane Austen, così come di Virginia Woolf mi stesse sempre sfuggendo qualcosa. Qualcosa di indefinito e che non riuscivo ad afferrare. Certo leggere i romanzi in traduzione non aiuta, e lo so per esperienza essendo io stessa una traduttrice (troppo spesso disoccupata che al giorno d’oggi nessuno vuole pagare per la qualità). Il grande Umberto Eco ha persino dedicato un libro all’argomento, la bibbia del traduttore, dal titolo Dire quasi la stessa cosa. Che una traduzione non potrà mai dire esattamente la stessa cosa (a volte in una lingua mancano proprio le parole stesse adatte per farlo), ma come, pur sapendo che non si dice mai la stessa cosa, si possa dire quasi la stessa cosa. Tradurre porta inevitabilmente via qualcosa al testo originale: leggere Dante in inglese suona osceno, così come dopo aver sperimentato Shakespeare in inglese uno non potrà mai più avvicinarsi neanche di striscio ad una traduzione italiana (o francese, o tedesca…). Seppure sia quasi lo stesso, non sarà mai lo stesso.

Mrs Dalloway, cover design by Vanessa Bell. Hogarth Press, 14 May 1925

Mrs Dalloway, cover design by Vanessa Bell. Hogarth Press, 14 May 1925

E questo l’ho sperimentato leggendo Mrs Dalloway. Dopo il mio tentativo abortito di leggere La Signora Dalloway in italiano una ventina di anni fa, avevo esiliato Virginia Woolf tra gli autori illeggibili. Poi qualche settimana fa, alla Royal Opera House, ho assistito ad un magnifico balletto del coreografo inglese Wayne McGregor dal titolo Woolf Works che mi ha fatto ritornare la voglia di dare a Virginia Woolf una seconda possibilità. Se non altro perché Alessandra Ferri, che interpretava Clarissa Dalloway che (ironia della sorte, o forse no) ha quasi esattamente la stessa sua età, è riuscita con delicatezza a trasmettere tutta la serie di inquietanti emozioni che passano per la mente di Mrs Dalloway. Come la meditazione sulla vita e sulla morte, per esempio – che costituisce uno dei temi centrali del libro.
La trama del libro è pressoché inesistente, pointless,senza senso, inutile suggerisce gentilmente la mia dolce metà che Virginia Woolf davvero non la può proprio soffrire. Tutto il libro infatti si condensa nel corso di una giornata, mercoledì del giugno 1923 nel corso della quale la protagonista, la ricca cinquantunenne Clarissa Dalloway, si reca a Bond Street per comprare dei fiori per la festa che sta organizzando per la sera stessa e durante la giornata incontra gente e soprattutto, pensa e ricorda il suo passato. Le descrizioni esterne sono appena abbozzate, Londra è un’entità astratta, colorata, viva e pulsante come i quadri della sorella Vanessa Bell, ma questo non è il punto: ciò che importa è l’inesorabile passare del tempo. E il passare del tempo – sempre chiaramente scandito dal Big Ben attravesro tutto il libro – il suo non essere mai abbastanza o il suo dilatarsi in modo spropositato nella mente dei personaggi gioca un ruolo fondamentale nell’intero libro. Ma la cosa che mi ha colpito di più è come la stessa Clarissa diventa una persona attraverso la sua memoria sua e di chi la circonda. La realtà ha molte facce, tutte ugualmente vere direbbe Pirandello. Da giovane sono stata un’appassionata lettrice di Marcel Proust e James Joyce (in traduzione) ma erano anni che non leggevo nulla che utilizzasse la tecnica dello stream of consiounsess, del flusso di coscienza. Ritrovarlo qui mi ha elettrizzato.

Non solo. Ci sono libri che si apprezzano solo con l’esperienza portata dall’età. Come da adolescente avevo trovato Jane Austen troppo quieta per i miei gusti che un’adolescente vuole romanticismo e passione (tutte cose che abbondavano in Foscolo, Goethe o nel mondo tormentato delle per esempio…) e l’ho rivalutata in età adulta, quando i suoi romanzi perfettamente bilanciati ed armoniosi mi hanno offerto quell’oasi di pace e tranquillità in cui rifugiarmi quando la vita ha deciso di fornirmi, mio malgrado, una robusta dose di inquietudine, ansia e dolore fornitami, così è capitato con Virginia Woolf. I desideri di Clarissa Dalloway e degli altri, le loro angosce, le paure – della solitudine, della morte ma anche della vita – il loro esseri fragili esseri umani feriti dalle circostanze e impotenti di fronte alla vita. E ancora, la fatica di essere donna in una società che ancora oggi ostacola e punisce le donne che vogliono ottenere dalla vita e dalla carriera gli stessi risultati di un uomo.

Virginia Woolf in 1902; photograph by George Charles Beresford.

Virginia Woolf in 1902; photograph by George Charles Beresford.

La straordinaria vita di Emma, Lady Hamilton

Se esiste qualcuno che ha provato sulla propria pelle la precarietà della vita e i rovesci della fortuna quella fu Emma, Lady Hamilton (1765- 1815). Troppo spesso liquidata come l’amante dell’ammiraglio Horatio Nelson, Emma Hamilton fu in realtà una figura molto più complessa ed interessante di quella bidimensionale a cui la storia l’ha relegata.

Nata nel 1765 a Ness, un piccolo villaggio del Cheshire nel Nord Overst dell’Inghilterra, Amy Lyon era la figlia di un povero fabbro morto quando lei aveva solo due mesi. Quella che la bambina conduce con la madre e la nonna è un’esistenza fatta di stenti e di povertà estrema e lei, bella, intelligente e soprattutto, ambiziosa è decisa a ritagliarsi una vita migliore. E quale posto migliore per tentare la fortuna di Londra? E la fortuna pare dalla sua quando, appena dodicenne, trova lavoro come domestica nella casa di Thomas Linley, il direttore musicale del Theatre Royal di Drury Lane di Covent Garden. Ma quello che al giorno d’oggi è il cuore della Londra dei teatri del West End e il luogo d’incontro per attori, artisti e celebrità, era nella Londra del XVIII secolo la sede di un fiorente mercato dello sfruttamento della prostituzione. Ed è proprio a Covent Garden, nel bordello gestito da una tale Mrs Kelly, dove era finita una volta lasciata la casa di Thomas Linley, che Amy incontra il giovane aristocratico Sir Harry Fetherstonhaugh. Sembra una favola, ma lui la porta nella sua tenuta del Sussex per farne la sua amante e intrattenere i suoi amici e non esita ad abbandonarla al suo destino quando lei resta incinta.

Emma Hart as Circe, around 1782, by George Romney. Photograph Tate

Emma Hart as Circe, around 1782, by George Romney. Photograph Tate

A sedici anni e in attesa di un bambino, per Emma il futuro è tutt’altro che roseo. La sua unica possibilità di sicurezza consiste nel trovare un altro ‘protettore’ e presto. La disperazione e la sua solita intraprendenza le vengono in aiuto. Amy scrive un’implorante lettera ad uno degli amici di Fetherstonhaugh, il colto e raffinato figlio minore del Conte di Warwick, Charles Greville che accetta di provvede a lei e alla il bambina (prontamente data in adozione alla nascita), ma alle sue condizioni. Preoccupato infatti che la precedente dubbia reputazione di Amy lo possa danneggiare, le impone di tagliare ogni ponte con il suo colorito passato. E questo include anche rinunciare al suo nome. La vita è dura per una donna non sposata nell’Inghilterra di Giorgio III e Jane Austen, che di Emma è contemporanea, lo sa bene quando in una lettera scritta alla nipote Fanny Knight afferma che: “Le donne nubili hanno una terribile propensione alla povertà”. La stabilità e la sicurezza economica offerte da Greville valgono bene un cambio di nome e Amy Lyon rinasce in Emma Hart.

È grazie a Greville e al suo desiderio di educarla che Emma ebbe un primo assaggio della bella società del XVIII secolo. Ed è sempre grazie a Greville che conosce il grande ritrattista, George Romney che ne fa la sua musa, dipingendola in circa un centinaio di pose che eventualmente Emma elaborerà nelle sue famose Attitudes. Ma quando nel 1783, Greville decide di sposarsi Emma, anche se bellissima, semplicemente non è adatta allo scopo. In cerca di una moglie ricca per rimpolpare le sue sofferenti finanze e preoccupato dal fatto che la sua associazione con la giovane potesse ostacolarlo nei suoi propositi matrimoniali, Greville decide molto pragmaticamente di liberare il campo alle potenziali future mogli mandando Emma a Napoli perché diventasse l’amante di suo zio sir William Hamilton. Hamilton, l’ambasciatore inglese nella capitale del Regno partenopeo era da poco rimasto vedovo. Aveva incontrato Emma a Londra qualche tempo prima e ne aveva ammirato la bellezza classica; ne aveva persino commissionato alcuni ritratti e certamente l’idea di entrare in possesso dell’originale non gli dispiaceva.

A nessuno dei due venne in mente di chiedere il parere di Emma. Ma lei, a soli diciotto anni, era già un’esperta nell’arte della sopravvivenza e superato il trama iniziale del tradimento di Greville, che l’aveva “donata” ad Hamilton come uno dei dipinti o delle sculture che i due uomini collezionavano con tanta passione, l’intraprendenza della della giovane ha il sopravvento. In una Napoli all’epicentro del Grand Tour, Emma si mette al lavoro per trarre il meglio dalla sua nuova situazione, gettandosi avidamente su ogni opportunità di istruzione messa a sua disposizione. E le opportunità non mancano. Arte, letteratura,musica, danza, poesia, francese e italiano (che Emma impara in un anno): nella casa del raffinato ed erudito collezionista antiquario William Hamilton, la giovane riceve quell’educazione che le era stata negata dalla miseria in cui era cresciuta da bambina. Con la sua grazia, la sua intelligenza e il suo carisma, Emma conquista la bella società partenopea. E il cuore dello stesso sir William, che nel 1791 la sposa, facendo di lei Lady Hamilton. Emma ha ventisei anni, lui sessanta: la figlia del fabbro del Cheshire di strada ne ha fatta tanta davvero.

From the Porcelain collection of Clive Richards, featuring images of Emma Hamilton.

From the Porcelain collection of Clive Richards, featuring images of Emma Hamilton.

Fu in questo periodo che Emma creò quelle che lei chiamava Attitudes, una serie di performance caratterizzate da un misto di posa, danza e recitazione che ebbero enorme successo in tutta Europa. Indossando scialli e abiti di foggia classica, lei evocava personaggi femminili della storia, letteratura o dell’arte classica come Medea, Circe o Cleopatra e le sue performace affascinarono aristocratici, artisti e scrittori. Tra i suoi ammiratori erano Johann Wolfgang von Goethe e persino la famiglia reale napoletana; le sue Attitudes divennero così famose che si ritrovano pure rappresentate su preziosi servizi di finissima porcellana. È in una Napoli devastata dalla rivoluzione che vede la fuga dei Borbone e la nascita dell’effimera Repubblica partenopea, che l’ammiraglio Horatio Nelson fa la sua apparizone nella vita di Lady Hamilton al comando della flotta britannica accorsa in soccorso della famiglia reale.

È il 1798 e la fama di Nelson è alle stelle per la vittoria della Battaglia del Nilo ed Emma, in qualità di moglie dell’ambasciatore britannico e amica fidata della regina di Napoli Maria Carolina (che la onora persino con la prestigiosissima croce dell’Ordine di Malta, una delle poche donne a riceverla) è la sua guida nell’instabile territorio delle vicende politiche napoletane.
Ma presto l’ammirazione reciproca si trasforma in passione e così ha inizio una delle più grandi storie d’amore della storia. La loro relazione, tanto malcelata quanto analizzata, divenne l’oggetto di interesse e pettegolezzo dei giornali scandalistici di mezzo mondo e, inevitabilmente, il bersaglio della penna di James Gillray e Thomas Rowlandson che ne fanno il soggetto prediletto delle loro caricature satiriche.

Emma, Lady Hamilton, 1761 - 1815 by Johann Heinrich Schmidt © National Maritime Museum, London

Emma, Lady Hamilton wearing the Malta Cross by Johann Heinrich Schmidt © National Maritime Museum, London

E William Hamilton? Una volta ritornato Londra in compagnia dei due amanti, l ’anziano ex-ambasciatore sembra tollerare di buon grado il tradimento di Emma. Ma alla sua morte nel 1803 Hamilton si prende una piccola rivincita non lasciando nulla dei suoi averi alla moglie, a parte una piccola rendita assolutamente insufficiente per mantenere la sua posizione in società: un duro colpo per Emma che, come tutte le donne dell’epoca, era finanziariamente interamente dipendente dal marito.

E poi la tragedia. Da lì a poco Nelson è richiamato in servizio per combattere nelle guerre napoleoniche e il futuro insieme che i due sognano non arriverà mai. Colpito da un tiratore scelto francese che gli perforò un polmone durante la battaglia di Trafalgar, Nelson muore il 20 Ottobre 1805. Come se presagisse il terribile futuro che aspetta la donna della sua vita, Nelson chiede al suo vice, Thomas Masterman Hardy di prendersi cura della sua cara Lady Hamilton. E aveva ragione ad essere preoccupato. Nononotante alla vigilia della battaglia di Trafalgar Nelson avesse aggiunto di sua mano un codicillo al suo testamento, raccomandando al Re e alla Nazione per cui stava andando a combattere, di provvedere ad Emma e Horatia, la figlia che lei gli aveva dato, le sue ultime volontà furono ignorate.

E per Emma è l’inizio della fine. Devastata dal dolore, non le fu neppure permesso partecipare al grandioso funerale del suo amato che ebbe luogo nella capitale. E per lei comincia la discesa all’inferno. Senza più la tanto celebrata bellezza che l’aveva resa famosa, e senza la sicurezza del matrimonio o di un uomo che la protegga, Emma è finanziariamente e socialmente vulnerabile. Esclusa dai salotti “bene” per la sua condizione di adultera, sola e dimenticata, precipita nei debiti e in pochi anni è costretta a vendere non solo la piccola casa alla periferia dell’odierna Wimbledon che con Nelson aveva ribattezzato “Paradise Merton”, ma anche l’unica cosa che le era rimasta di lui: la sua uniforme. Muore a Calais, povera e alcolizzata nel gennaio del 1815 a soli cinquant’anni.
Ora finalmente il National Maritime Museum le rende giustizia con la splendida Emma Hamilton: Seduction and Celebrity, una mostra accattivante e commovente che racconta la storia romantica e brutale di una donna eccezionale. È il caso di dire meglio tardi che mai.

By Paola Cacciari

Pubblicato su Londonita

Londra// fino al 17 Aprile 2017
Emma Hamilton: Seduction and Celebrity @National Maritime Museum, Greenwich
Tutti I giorni dalle 10.00 alle 17.00
rmg.co.uk/emmahamilton

La guerra al sole: all’Estorick Collection

Ancora oggi in Italia quando si parla di Caporetto si parla di disastro. Chiunque abbia prestato attenzione alle lezioni di storia  a scuola sa che in quella che fu una terribile battaglia della Prima Guerra Mondiale si scontrarono il Regio Esercito italiano e le forze austro-ungariche e tedesche con risultati devatanti per entrambi gli eserciti, ma soprattutto per il nostro  che vide 30,000 soldati uccisi o feriti e circa 265,000 soldati fatti prigionieri – per non parlare di quelli fucilati per diserzione (le fucilazioni dei disertori – alcuni ragazzini di appena 17 anni sono uno dei capitoli più crudeli della nostra storia). Quello che molti non sanno è che l’Italia chiese aiuto alla Gran Bretagna che, dovutamente, spedì 200 mila truppe alla volta del Belpaese. Truppe che combatterono – e morirono – a migliaia a fianco delle forze italiane durante la Grande Guerra. E questa è la storia che ci racconta War In The Sunshine: The British In Italy 1917-1918 la nuova mostra di una rinnovata Estorick Collection of Modern Italian Art.

Certo, il trasporto di un tale numero di armi, uomini e munizioni attraverso l’Europa e attraverso le Alpi fu un’altra battaglia da cui la Gran Bretagna uscì vittoriosa anche grazie a cinque squadroni del Royal Flying Corps, tra i cui piloti era anche il pittore Sydney Carline (1888-1929).

Made on the wing’: British Scouts leaving their Aerodrome on Patrol, over the Asiago Plateau, Italy, 1918 by Sydney Carline. Photograph: Courtesy Imperial War Museum

Made on the wing’: British Scouts leaving their Aerodrome on Patrol, over the Asiago Plateau, Italy, 1918 by Sydney Carline. Photograph: Courtesy Imperial War Museum

Nato a Londra in una famiglia di artisti (suo cognato è un altro famoso artista di guerra, Stanley Spencer) Carline frequenta la prestigiosa Slade School dove incontra il guru dell’Omega Workshop, Roger Fry. Nel 1916 il pittore decide di partire volontario per la guerra e dopo aver superato con successo l’addestramento come pilota (un periodo in cui morivano almeno 35 allievi piloti al mese) viene spedito in missione in Francia dove viene abbattuto dalla contraerea tedesca. Si salva e riesce a tornare a casa solo poi essere rispedito nuovamente al fronte, questa volta in Italia. Incredibilmente Carline riesce ad unire il suo essere pilota da guerra con l’essere artista, a volte facendo le due cose contemporaneamente – letteralmente. Alcuni dei suo acquerelli, in fatti, sono stati fatti durante voli di ricognizione e con grandissime difficoltà, pilotando l’aereo con le ginocchia mentre cercava di scaldare l’acqua per dipingere con il fiato, visto che l’acqua si ghiacciava a quelle altezze. Tra i suoi ammiratori Carline contava Duncan Grant dell’Omega Wokshop, e Paul Nash, lui stesso artista di guerra e che come Carline alla fine del conflitto si troverà disoccupato.

Italian Infantry and British Troops of 143rd Brigade, 48th Division advancing down the Val d’Assa mountain road, 10 am (1918), William Joseph Brunell. Courtesy: Imperial War Museum

Italian Infantry and British Troops of 143rd Brigade, 48th Division advancing down the Val d’Assa mountain road, 10 am (1918), William Joseph Brunell. Courtesy: Imperial War Museum

Ma c’è un’altra parte della mostra della Estorick, ed è quella raccontata dalle fotografie di Ernest Brooks e William Joseph Brunell. Se entrambi furono fotografi ufficiali di guerra, è tuttavia l’opera di Brunell che a mio avvivo cattura in pieno la stranezza di questa insolita alleanza: un’alleanza odiata da molti italiani i quali credevano che potesse prolungare il conflitto, ma voluta e festeggiata da molti altri che invece si rallegravano del sostegno britannico. E così nelle foto di Brunell troviamo insoliti incontri tra gli Highlanders scozzesi in kilt e i carabinieri di Venezia, tra fanti inglesi e bellezze italiane – incontri esitanti, di tanto in tanto sospetti, ma sempre pieni di curiosità come l’incontro tra queste due nazioni.

Londra//fino al 19Marzo 2017

War in the Sunshine: The British in Italy 1917-1918 @ Estorick Collection, London N1

estorickcollection.com

I casi dimenticati (Case Histories) di Kate Atkinson

Ci sono libri che pur non essendo capolavori ci restano, per qualche strano motivo nel cuore. Uno di questi è Case Histories (I casi dimenticati) della scrittrice inglese Kate Atkinson. La trama è quella lenta e sonnolenta e dei gialli classici britannici che tanto mi piacciono, i gialli alla Agatha Christie per intenderci in cui un investigatore, spesso privato o dilettante, indaga su un delitto e scopre il colpevole in base al lavoro delle sue “celluline grigie” per dirla alla Poirot. Jackson Brodie non è Poirot. Non ha il suo stile o la sua eleganza. È un ex soldato, un ex poliziotto  ed ora anche un ex marito e un padre da week-end. È un riluttante investigatore privato perennemente oppresso da problemi di soldi e che, in questa storia soffre anche di mal di denti.
È un’estate particolarmente torrida, a Cambridge e Brodie si trova alle prese con tre casi contemporaneamente, nessuno dei quali sembra promettere bene. Ciò che li accomuna è l’oggetto dell’investigazione: la ricerca di qualcuno. Una bambina scomparsa in circostanze misteriose più di trent’anni prima, l’assassino mai trovato di una ragazza vittima di un assurdo destino, la figlia di una presunta omicida di cui si sono perse le tracce. La vita di tre famiglie distrutta nelle prime 50 pagine. Seppure inizialmente scollegate, le vicende di queste tre storie finiscono per intersecarsi, in quella casualità che è tipica della vita, pur nelle sue forme più tragiche. Il lavoro di Brodie è reso ancora più faticoso dal fatto che eseguire le ricerche a lui commissionate significa riportare a galla i dolori del proprio passato. Anche lui, molti anni prima, ha dovuto cercare una persona cara, trovandola quando era ormai troppo tardi…

Da questo libro la BBC ha tratto nel 2011 una bella serie televisiva ambientata ad Edimburgo (nel libro era Cambridge) che vede l’attore Jason Isaacs abbandonare il panni del diabolico Lucius Malfoy di Harry Potter per quelli dell’aitante quanto provato dalla vita, Jackson Brodie. Direi una scelta quantomai appropriata… 🙂

 

Jason Isaacs as Jackson Brodie

Jason Isaacs as Jackson Brodie

Gli impressioni australiani @ National Gallery

“In un paese bruciato dal sole”, penso mentre guardo sbalordita il quadro che mi sta davanti. Si tratta di Fire’s On di Arthur Streeton (1867-1943).

 Arthur Streeton Fire’s On, 1891. Photograph: © Art Gallery of New South Wales

Arthur Streeton Fire’s On, 1891. Photograph: © Art Gallery of New South Wales

Il collegamento con il libro di Bill Bryson, che nella traduzione italiana porta come titolo quella frase, mi sembra più che appropriato che questo paesaggio  è un’esplosione di colori densi  illuminati da una luce così accecante da sembrare quasi piatta e dura. Chiamarlo impressionistra mi sembra una forzatura che lo spazio qui non è indistinto e la luce non è morbida ed opalescente come nei quadri dei francesi. Anzi, qui le superfici sembrano aride e asciutte, come se il caldo sole degli antipodi avesse asciugato il colore troppo in fretta. Dipinto nel 1891 fa parte di quella  piccola chicca di mostra che è Australia’s Impressionists alla  National Gallery.

L’Australia mi sembra così lontana che mi sembra quasi impossibile pensare che l’Impressionismo francese sia arrivato pure down under. Ma ripensandoci, in fondo non è poi così strano: i contatti era frequenti almeno con Il Regno Unito che utilizzava questo continente per le colonie penali.

A Melbourne Streeton conosce due emigrati inglesi, Charles Conder (1868-1909) e Tom Roberts (1856-1931) e i tre diventano amici. Tre artisti artisti che avevano avuto l’opportunità durante viaggi e permanze in Europa di intravedere barlumi di modernità nei notturni di Whistler e nella luce mutevole dell’impressionismo francese e volevano adattare questo vocabolario visivo ai paesaggi di casa loro. E l’Australia del dell’Ottocento era un luogo sorprendentemente urbanizzato, basta guardare alcune tele di Steenton che raccontano di città sotto la pioggia (“Ma piove anche in Australia?” chiede perplessa la signora elegante che mi sta accanto alla sua amica…), di translatlantici che allagano di fumo l’aria del porto, di folle di persone con ombrelli. Il ricordo della piovosa Inghilterra in cui Roberts aveva studiato, pesa  su queste immagini, così come l’influenza del grande James Whistler.

A Holiday at Mentone, 1888, by Charles Conder Art Gallery of South Australia, Adelaide

A Holiday at Mentone, 1888, by Charles Conder Art Gallery of South Australia, Adelaide

Ma anche quando, come nel caso di Conder, provano a rappresentare un soggetto “europeo” come la spiaggia di Mentone, nessuno li potrà mai scambiare per impressionisti francesi che la loro pennellata è robusta e pesante, quasi aggressiva e decisamente più descrittiva che intuitiva. Il loro mondo è lontano da Antibes, e se vogliamo anche dall’Impressionismo stesso (certe immagini annegate nel sole mi ricordano più i macchiaoli che altro). E’ come parlare una lingua straniera: il vocabolario c’è, ma l’accento della terra d’origine resta nonostante gli anni di pratica. E parlo per esperienza. Il paesaggio australiano è misterioso, imponente, a tratti persino minaccioso. Nella pennellata di Streeton si percepisce l’urgenza di fermare sulla tela questa intensità anche quando dipinge un paesaggio marino come Ariadne, dove Arianna e’ abbandonata nel sole accecante degli antipodi: una figuretta solitaria sulla spiaggia bianchissima, contro il turchese dell’oceano.

Arthur Streeton, Ariadne (1895) National Gallery of Australia in Canberra

Arthur Streeton, Ariadne (1895) National Gallery of Australia in Canberra

Il quarto e ultimo della compagnia è John Peter Russell (1858- 1930). Nato  a Sidney, alla morte del padre (un ingegnere australiano) riceve un conspicua eredità che gli permette di scambiare l’ingenieria per l’arte. Nel 1881 il nostro eroe lascia il sole di Sydney per la pioggia e lo smog di Londra prima, dove si iscrive alla Slade School of Fine Art (l’Accademia di Belle Arti) e poi per Parigi. Fu qui che s’imbatté in Van Gogh, Toulouse-Lautrec, Monet, Sisley e Matisse. Restera’ in Francia per trent’anni e ritorna in Australia da vecchio. Certo, i suoi turbolenti paesaggi marini sono esplosioni vorticose di blu, verde e bianco. Sono confusi, sfocati e così intensi che paiono infrangersi sul vetro della cornice.

 

Londra//fino al 26 Marzo 2017

Australia’s Impressionists @ National Gallery

nationalgallery.org.uk

Le arti dopo Brexit

Il Primo Ministro britannico Theresa May, questa reincarnazione di Margaret Thatcher che abbiamo attualmente al governo, ha in comune con la notoria signora che l’ha preceduta l’inflessibilità e pare anche l’incapacità di ascoltare. La gente protesta, le manifestazioni si susseguono, le petizioni anche (incluse quella che dovrebbe essere discussa in questi giorni dal Parlamento sulla vista di Trump a Londra). Ma lei va avanti, dritta come un treno sui suoi binari, implacabile, inflessibile e oblivia di tutto quanto le sta attorno come un cavallo a cui sono stati messi i paraocchi. E tutto quanto le sta attorno include (più che mai come in questo momento) le arti, di cui l’Inghilterra e Londra in particolare, vanno cosi giustamente fiere. Cosa succederà – si chiedono i direttori di musei e teatri, attori e registi, cantanti, musicisti e ballerini etc (che non sono solo le industrie della ristorazione, del turismo e dei servizi a beneficiare largamente dell’immigrazione), cosa succederà si chiede il mondo dell’arte, della musica e dello spettacolo britannico, dopo Brexit?

Brexart: Artists and theatremakers are tackling Brexit Paul Dallimore

Brexart: Artists and theatremakers are tackling Brexit Paul Dallimore

E se le arti rappresentano quel 48% della popolazione che voleva restare in Europa, come può questa minoranza riuscire a convincere il famigerato 52% che ha votato per uscire dall’UE che l’arte per prosperare ha bisogno di quella libertà di movimento che solo la caduta dei confini comporta?

E già gli effetti si fanno sentire: è di qualche giorno fa infatti la notizia che la European Union Baroque Orchestra, un’orchestra, co-fondata dalla UE che offre ai giovani musicisti provenienti da tutta Europa l’opportunità di fare un anno di esperienza esibendosi in un orchestra barocca, lascerà per sempre la sua sede di Woodstock, nell’Oxfordshire. Anzi, lascerà la Gran Bretagna per trasferire la sua sede permanentente ad Anversa, in Belgio, entro il 2018. Davanti alla possibilità reale che i propri musicisti debbano in futuro richiedere il visto o permessi di lavoro – una lunga e costosa burocrazia – l’orchestra ha preferito non correre rischi. Chissà chi sarà il prossimo.

Lo stesso Alex Beard, l’amministratore delegato della Royal Opera House ha dichiarato di recente che la qualità del lavoro del famoso teatro londinese conta sulla possibilità, in caso di malattia di un artista o di un musicista, di accedere immediatamente ad un bacino di talenti sostitutivi dall’Europa tempo breve. E se questo è vero per tutte le istituzioni artistiche della Gran Bretagna, è particolarmente vero per Londra.

Ed proprio questo indiscusso primato di Londra sul resto del Paese la causa anche di un diffuso risentimento della “provincia” nei confronti della Capitale – un fatto che impossibile da negare. Perchè come famosamente disse Samuel Johnson “Quando un uomo è stanco di Londra, è stanco della vita, perché a Londra si trova tutto ciò che la vita può offrire.” E questo -soprattutto per quanto mi riguarda – è certamente vero per la vita intellettuale. Opera, teatro, arte, mostre, musical, concerti, balletti: a Londra la vita culturale è un vulcano in continua ebollizione e la qualita’ è sempre di alto, altissimo livello. E questo, bisogna dirlo, è (oltre alla mia dolce meta’, naturalemente!) uno dei motivi che mi tiene ancorata alla Capitale come un’ostrica allo scoglio da quasi 18 anni. E per una vita culturale così, vale anche la pena di sopportare qualche estate un po’ più fredda della nostra italiana…

Ma come il mondo delle arti anch’io sono rimasta traumatizzata da Brexit e dal risultato del referendum. Mi sembra un controsenso che il colto conservatore benestante che applaude estasiato la nostra étoile nostrana Roberto Bolle quando appare come ospite del Royal Ballet, il corpo di balldo della Royal Opera House di Londra o la soprano rumena Angela Gheorghiu (o lo spagnolo Placido Domingo, o il maltese Joseph Calleja, o il tedesco Jonas Kaufmann o il francese Roberto Alagna)  sia la stessa persona che non vuole stranieri in Gran Bretagna, motivato da un anacronistico desiderio di tornare al grandioso isolazionismo dell’Impero britannico.

La stessa cosa vogliono anche i cittadini di Barnsley, città nel Sud dello Yorkshire dove un’incredibile 68% ha votato per Brexit. Ma i motivi sono diversi da quelli di alcuni abitanti del benestante Sud dell’Inghilterra. Che forse il disoccupato dello Yorkshire o il pensionato del Lancashire che abitano in cittadine devastate dal pugno di ferro di Margaret Thatcher non sanno neppure chi la Gheorghiu sia, perché magari non sono mai stati all’opera o a teatro. O a visitare una mostra o un muso. O ad assistere ad un concerto. Questo, ammesso, che la città in questione ce abbia un teatro, o un museo, o una sala da concerti. Il punto è che senza queste istituzioni non sorprende che la gente cresca senza la consapevolezza dell’importanza delle arti, dell’importanza della cultura come mezzo per aprire la mente, per capire a apprezzare il mondo che ci sta attorno. Non sorprende pertanto che i gli abitanti di Barnsley siano scandalizzati alla notizia che Bruxelles abbia investito milioni di sterline (“tax payers money!” dice scandalizzato uno degli intervistati nel video qui sotto) nelle arti mentre tra loro c’è gente che è disoccupata da anni. Per loro Angela Gheorghiu è semplicemente un’altra rumena di cui farebbero volentieri a meno, come il mussulmano che viene dalla Siria o dal Pakistan.

Allora, mi chiedo io, se forse questo non sia il momento buono per le arti in generale di affrontare questo tema, Brexit dico con tutto quello che comporta il perché, il percome, le conseguenze. Sono soggetti importanti. L’aria è piena di domante: le arti forse possono provare a dare qualche risposta.

Gli anni Sessanta: la decade che ha cambiato il mondo

Nessun’altro periodo è stato mitizzato, venerato, catalogato e sezionato come gli anni Sessanta.  Ma questo non sorprende se si considera che quelli furono gli anni in cui un’intera generazione, quella dei figli della guerra, diventa adolescente. E questo terremoto generazionale investe tutto e tutti: gli anni sessanta furono semplicemente la decade in cui tutto esplose. E con l’emancipazione finanziaria dei giovani, cresce un fiorente contro-culura che investe come un ciclone l’arte, la cultura, la musica e la moda e con esse anche la coscienza politica della nuove generazioni. Ispirati da personaggi come Che Guevara e Martin Luther King che, all’epoca non ancora soggetti di cartoline e poster, ma radicali rivoluzionari – i  giovani degli anni sessanta volevano cambiare il mondo. E per un breve, elettrizzante periodo sembro’ che ci riuscissero.

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Questo (e molto altro) è il soggetto di You Say you Want a Revolution: Records and Rebels 1966-1970 l’ennesima incredibile mostra del Victoria and Albert Museum, il cui titolo è una strofa dell’omonima canzone dei Beatles, Revolution. Cinque anni, 1.826 giorni che scuotono la societa’ del dopo guerra e gettano le basi per il modo di vivere che conosciamo.landscape-1474388766-twiggy-ronald-traeger-1967-ronald-traeger

Londra diventa improvvisamente la metropoli più cool del mondo e con essa i personaggi che la popolano si tratti di Biba e Mary Quant o del Primo Ministro Labour Harold Wilson, dei Beatles e dei Rolling Stones o di Michael Caine – questi ultimi immortalati dalla lente del fotografo “cockney” David Baley, lui stesso un’icona della della Swinging London. Ogni decade è rappresentata da una città, dice l’editoriale del settimanale Time del 1966. E ripensandoci ha ragione: se l’inizio del secolo, con gli artisti della Secessione, gli Asburgo e il Valzer appartengono a Vienna, gli anni Venti sono della Parigi di Picasso e i Trenta della Berlino del Bahuaus. E se New York diventa il centro della vita creativa, politica e culturale durante negli anni Quaranta della Seconda Guerra Mondiale e gli anni Cinquanta sono della Roma di Federico Fellini, Audrey Hepburn e della Dolce Vita, Londra negli anni Sessanta è l’ombelico del mondo, il luogo in cui accadeva tutto e dove tutto sembrava possibile – almeno per alcuni.  Che, diciamocelo, non tutti avevano la fortuna di trovarsi al momento giusto nel posto giusto per godere degli aspetti più divertenti ed interessante della Swinging London, come andare alle feste, fare cose, vedere gente. Ma il senso di euforia e e di cambiamente che era nell’aria era infettivo: Winston Churchill era morto, l’aborto stava per essere legalizzato e la disoccupaziore era quasi inesistente. Il futuro sembrava a portata di mano.

Ma questa non è una mostra sulla Londra degli anni Sessanta, perlomeno non solo e grande spazio è dato alle manifestazioni contro la guerra del Vietnam e alle lotte per i diritti razziali, delle donne e dei gay che, come un fiume in piena, stavano straripando fuori dai confini degli Stati Uniti, portate  dalle parole di Frank Zappa, di Allen Ginsberg e dei Velvet Underground.  L’estate del 1966 fu, per San Francisco, totalmente indimenticabile.

Anti-vietnam demonstrators at the pentagon building 1967. Photo Bernie Boston / The Washington Post via Getty Images

Anti-vietnam demonstrators at the pentagon building 1967. Photo Bernie Boston / The Washington Post via Getty Images

I miei oggetti preferiti? Una carta di credito della Barclays del 1966, la prima banca ad estendere il credito alle donne britanniche – tutte le altre dovettero aspettare il 1973. O le parrucche da uomo appositamente create per nascondere i capelli lunghi ai colloqui di lavoro, che suggerisce l’esistenza di un’astuta razza di giovani hippy da weekend. E che dire della sala in cui – erba finta sul pavimento e megaschermi alle pareti – e’ stato ricreato il concerto di Woodstock? Gli ex giovani degli anni Sessanta, che quel periodo l’anno vissuto, abbandonano per un momento il loro ruolo di ‘persone anziane’per ritornare i giovani che in quel periodo volevano cambiare il mondo. Ed e’ bellissimo osservarli ballare, ed esclamare “Io c’ero!”

Revolution exhibition photography © Victoria and Albert Museum, London

 

Londra// fino al 26 Febbraio 2017

You Say You Want A Revolution? Records and Rebels 1966-1970

Victoria al Albert Museum

Alessandra Ferri in Woolf Works

Londra, Febbraio. Una folla impazzita applaude rumorosamente una piccola figura solitaria vestita di nero sul grande palcoscenico della Royal Opera House. La donna è Alessandra Ferri ed è bellissima. Ha appena danzato Woolf Works, splendido balletto in tre parti ispirato a tre romanzi di Virginia Woolf, creato per lei dal coreografo inglese Wayne McGregor. E a 54 anni la Ferri è più in forma che mai. A sentire lei grazie ad un po’ di pilates e yoga, discipline essenziali a mantenere l’elasticità delle articolazioni e largamente utilizzate anche dagli altri comuni mortali come noi e non solo dalle ex prime ballerine assolute. Ma quello che lei ha in più delle altre ballerine che hanno danzato con lei in in due delle tre parti del trittico di Wayne McGregor I now, I then (da Mrs Dalloway) e Tuesday (da The Waves), è la luce che irradia, la passione, la gioia di vivere, la bellezza pura del suo esser lì, in quel momento. Viva, pulsante. Una vera pin-up per noi donne di mezza età, che (un po’ come Mrs Dalloway?) siamo spesso troppo pronte a rassegnarci a quell’invisibilità a cui la vita dopo gli -anta (siano essi quaranta o novanta…) spesso ci relega.

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Era tanto che desideravo vederla danzare, Alessandra Ferri che per chi ama il balletto lei  una leggenda vivente avendo danzato con compagnie come il Royal Ballet di Londra (1980–1984), l’American Ballet Theatre di New York (1985–2007) e il Corpo di Ballo del Teatro alla Scala di Milano (1992–2007) e con personaggi come il leggendario Mikhail Baryshnikov e il nostro magnifico Roberto Bolle... solo per citare alcuni nomi. E nel 2015 c’ero quasi riuscita a vederla qui a Londra, in occasione di un allestimento di Chéri alla Royal Opera House anche se poi ho dovuto rinunciare all’ultimo momento per motivi di famiglia. Ma lei ha continuato a stuzzicarmi per tutto questo tempo – anche se sotto forma di uno spot televisivo per il gigante farmaceutico inglese Boots, che è riuscito a convincerla ad accettare di pubblicizzare una delle loro creme per il viso. Lei ha accettato, ma ad una condizione: niente ritocchi alle rughe. Inutile dire che ho esultato. Ricordo mia madre, allora una bellissima quarantenne (plus) arrabbiarsi con le pubblicità delle creme per il viso pubblicizzate da modelle adolescentiche che promettevano risultati miracolosi.

E a questo Alessandra Ferri si è semplicemente opposta. All’idea che ci sia qualcosa di sbagliato con l’avere qualche ruga. Certo, è perfettamente normale per le donne (e anche gli uomini) il voler apparire al meglio. Ma questo – continua – la Ferri, significa fare le cose che ci fanno sentire meglio. È inutile negare quello che siamo e a meno che non impariamo ad accettare il fatto che il passare del tempo sia parte della vita, saremo sempre insoddisfatti. Che la vita continua anche dopo gli –anta. E, come nel caso della Ferri, può riservare ancora tante sorprese. Applausi