Dai Musei Vaticani al Louvre, mostre e musei da visitare online — Uozzart

Dai Musei Vaticani di Roma alla Pinacoteca di Brera a Milano, dal Louvre di Parigi alla National Gallery of Art di Washington: dieci musei, in Italia e all’estero, da visitare comodamente dal vostro divano… Io resto a casa, certo, ma ciò non significa che si debba sacrificare arte e bellezza. E, grazie alla tecnologia, la…

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altri musei: Science Gallery London

Sullo spirito del proposito numero due del nuovo anno, cioè di allargare i miei orizzonti museali e visitare almeno alcuni altri dei musei di Londra che ce ne sono 50 ed io giro sempre tra gli stessi, durante il mio giorno libero sono andata alla Science Gallery London.

Inaugurata il 21 Settembre 2018 nella sede di London Bridge del King’s College, la galleria esplora le connessioni tra arte, scienza e salute. Inutile dire che non ne avevo mai sentito parlare fino a quando il nostro nuovo Capo di Dipartimento al Museo, che ne è stato il direttore (è un neuroscienziato) non ce ne ha parlato.
A differenza dello Science Museum di South Kensington, la Science Gallery non ha una collezione permanente; piuttosto offre un programma che riunisce ricercatori scientifici, studenti, comunità locali e artisti, in modo spesso innovativo. Ogni anno la galleria offre tre stagioni a tema che includono mostre, eventi, spettacoli, esperimenti dal vivo, discussioni aperte e festival, il tutto unito da un serio impegno scientifico.
La Science Gallery London fa parte del Global Science Gallery Network – che vedrà l’apertura o lo sviluppo di otto gallerie entro il 2020, collegando così ricercatori del King’s College London alle gallerie di tutto il mondo. Ogni Science Gallery (che ce ne sono già diverse da Dublino a Venezia a Melbourne) fornirà alla sua città natale una piattaforma per la ricerca e la sperimentazione dal vivo, nella speranza di ispirare le nuove generazioni di pensatori creativi.Ci sono molte organizzazioni culturali in tutto il mondo che lavorano per ispirare e coinvolgere le persone con un programma che fonde scienza, arte e tecnologia.

L’ingresso è gratuito, essendo Il progetto generosamente sostenuto da importanti finanziatori, tra cui la Wellcome Trust e Guy’s and St Thomas’s Charity. Ulteriori introiti ricavati dal noleggio dello spazio per eventi privati, caffè, negozi e locali, insieme a raccolta fondi e sponsorizzazioni, sono entrate extra per il museo.

Science Gallery London www.sciencegallery.com

2020 ©Paola Cacciari

Sfida all’ultimo museo…

Il secondo proposito per l’anno nuovo è visitare alcuni dei musei di Londra in cui non ho ancora messo piede, una sfida notevole visto che se vogliamo credere a Wikipedia, nell’intera area della Greater London ce ne sono circa 250 tra grandi, meno grandi, piccoli e minuscoli, pubblici e privati. So già che fallirò miseramente ma vale la pena provare…

La lista completa (o quasi) dei musei di Londra la trovate qui  😁

Isokon Gallery: il Modernismo a Londra

Per un attimo alla fine degli anni Trenta il quartiere di Hampstead al Nord di Londra, diventa il centro sociale e creativo del nord di Londra. Qui, a pochi passi dalla casa dell’archiettto modernista Ernö Goldfinger, immerso nel verde bucolico e semi-nascosto tra le eleganti case georgiane, l’Isokon Building è una vera e propria chicca della Londra Modernista.

Chiamato originariamente Lawn Road Flats, e poi ribattezzato Isokon dal nome dallo studio di design fondato nel 1929 da Jack e Molly Pritchard e dall’architetto Wells Coates, l’edificio era decisamente all’avanguardia se non addirittura in anticipo sui tempi quando fu inaugurato nel 1934. L’intento era quello di progettare un condominio – e i suoi interni – basandoli sul principio della vita urbana comunale e a prezzi accessibili (un sacrilegio visto che ultimamente uno degli appartamenti è stato venduto per £950,000 sterline). Per la prima volta infatti il cemento armato fu utilizzato nell’architettura domestica britannica cosa che, di conseguenza, attrasse una colorata varietà di artisti solidali con la causa modernista.

I suoi 32 appartamenti (completi di alloggi per la servitù) hanno ospitato una serie di famosi scrittori, artisti e architetti. Il pittore e scultore Henry Moore, il romanziere Nicholas Monsarrat e gli esiliati del Bauhaus Walter Gropius, László Moholy-Nagy e Marcel Breuer erano solo alcune delle élite culturali che si rifugiarono nelle sue mura, e spia sovietica Arnold Deutsch.

Pritchard e sua moglie, Molly, vivevano nell’attico, che è oggi sede di un altro imprenditore – uno con una passione simile per l’architettura e il buon design – Magnus Englund, l’amministratore delegato dei negozi di mobili Skandium, illuminazione e accessori per la casa.

L’Isokon è un corpo assolutamente estraneo alla monotonia residenziale di Belsize Park. Agatha Christie, che abitò in uno dei trenta mini-appartamenti dal 1941 al 1947 con il marito Max Mallowan, paragonò l’edificio ad un «transatlantico», certamente per il bianco abbagliante del suo cemento bianco e per la suggestione delle rampe della scala esterna che portano al terrazzo sul tetto piatto. Qui nel 1941 scrisse Quinta Colonna (in inglese “N or M?”) la sua unica spy-story. E non a caso, che questo edificio sembrava molto popolare con le spie russe tanto che l’impressionante conoscenza dei segreti del mestiere di spia e dell’attività della Quinta Colonna nella Gran Bretagna in tempo di guerra mostrata dalla scrittrice attirarono su di lei le attenzioni  dell’MI5, l’agenzia britannica di intelligence che per qualche tempo indagò su di lei.

Oltre alla Christie, celebri inquilini dell’Isokon furono Walter Gropius e Marcel Breuer, esuli del Bauhaus della Germania nazista rifugiatisi in Inghilterra dopo l’esperienza della scuola d’arte tedesca – a cui cui l’edificio, terminato nel 1934, è ispirato.  Molti pezzi del mobilio dell’Isokon furono progettati dagli stessi Gropius e Breuer – quest’ultimo autore  dell’iconica Isokon Long Chair (1935), insieme all’Isokon Penguin Donkey di Egon Riss (1935), furono entrambi venduti da Heal’s) che vissero nel palazzo prima di trasferirsi in America.

Fin dai suoi primi giorni straordinari, l’Isokon ha vissuto fortune alterne. Nel dopoguerra, in seguito ai cambiamenti nel proprietari e ad una manutenzione inadeguata, l’edificio è caduto in rovina ed eventualmente divenne inabitabile. Ristrutturato nel 2003, l’edificio è stato dichiarato monumento nazionale, il suo valore è ancora una volta chiaro. Persino le pareti interne, rivestite di pannelli di betulla impiallacciato originali e pavimenti in legno della attico sono stati restaurati. Il garage alla parte anteriore oggi sede della Galleria Isokon, dedicata alla storia unica dell’edificio.

2019 ©Paola Cacciari

The Isokon Gallery,

Lawn Road, Hampstead, London NW3 2XD

isokongallery.co.uk

Altri musei: Sir John Soane’s Museum

Al n. 13 di Lincon’s Inn Fields c’è la casa di John Soane, uno dei più importanti architetti inglesi del XIX secolo. Ma quando sono arrivata a Londra nel 1999 di lui non ne avevo mai sentito parlare, e il fatto che il John Soane’s Museum sia stato uno dei primi musei che ho visitato appena arrivata nella capitale era dovuto al fatto che l’ingresso libero mi intrigasse più del cosa ci avrei trovato dentro.

Sir John Soane Museum
Sir John Soane Museum

Inutile dire che quello che ci ho trovato dentro è stato a dir poco incredibile. E ancora adesso quando ci ritorno (come oggi, per esempio) mi sembra di tornare indietro nel tempo. Che, grazie ad una clausola che vieta di apportare cambiamenti, la casa è ancora più o meno come Soane la lasciò  alla nazione alla sua morte nel 1837: un’ecclettico susseguirsi di stanze di colori diversi, illuminate da finestre con vetrate multicolori che ospitano la sua immensa collezione di oggetti d’arte antica.

Screenshot_2019-09-25 Sir John Soane’s Museum, London how ‘lost spaces’ were reinstated
Sir John Soane Museum © Howard Sooley

 

E poi la serie completa de La carriera del Libertino di William Hogarth, opportunamente nascosta detro a due grandi pareti mobili, due immense ante che il guardasala di turno apre e chiude ogni mezz’ora per il diletto del pubblico presente. Il tutto perchè il crudo sarcasmo di Hogarth avrebbe potuto essere offensivo e Soane, da gentiluomo qual’era non voleva urtare la sensiblità dei suoi ospiti, soprattutto se si trattava di signore… ☺️

Eppoi che c’è di più bello e solare di un’intera sala dipinta in ‘Turner’s yellow’? 😎 😍

Sir John Soane Museum, 13 Lincoln’s Inn Fields, London WC2A 3BP www.soane.org

2019 Paola Cacciari

Il calzolaio magico: Manolo Blahnik alla Wallace Collection

“I’ve always been mad for little bows, ribbons and satins”

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Manolo Blahnik at The Wallace Collection.

Forse perché per lavoro sono costretta ad indossare calzature basse e comode, al suono del nome “Manolo Blahnik” vado immediatamente in estasi. Sandali, scarpe da ginnastica, stivali, stivaletti, scarponi e ballerine: adoro le scarpe, in tutte le forme e modelli. E quelle di Blahnik non sono semplici “scarpe” sono vere e proprie opere d’arte.

Manolo Blahnik at The Wallace Collection. London 2019 © Paola Cacciari (4)
Manolo Blahnik at The Wallace Collection. London 2019 © Paola Cacciari

 

 

In questa divertente mostra estiva, le creazioni dello stilista spagnolo sono esposte accanto alle opere d’arte di quella bomboniera settecentesca che è la Wallace Collection, splendido piccolo, prezioso museo a due passi dal caos di Oxford Street. Ho passato un paio d’ore felici ad ammirare le fantasiose creazioni del calzolaio più famoso del mondo (come queste deliziose scarpette rosa, realizzate per il film di Sofia Coppola, Maria Antonietta) esposte accanto a quadri di Jean-Honoré Fragonard e Franz Hals, porcellane di Sèvres e mobili di André-Charles Boulle.

Screenshot_2019-08-27 Exhibition pairs Manolo Blahnik shoes with the paintings that inspired them
Manolo Blahnik at The Wallace Collection.

Sex and the City ha trasformato le scarpe di Blanhik in un personaggio vero e proprio, “le Manolo” venerate da Carrie Bradshaw. Tante sono i suoi riferimenti alle mitiche scarpe dello stilista spagnolo che ci sono addirittura pagine su internet con alcune delle citazioni  piu’ divertenti della nostra eroina calzature-dipendente, come questa .

 

“Please sir, you can take my Fendi baguette, you can take my ring and watch but you can’t take my Manolo Blahniks.”

 

La nostra Carrie sarebbe stata davvero in paradiso! 🥰

 

2019 © Paola Cacciari

Londra//fino al 1 Settembre 2019

An Enquiring Mind: Manolo Blahnik at the Wallace Collection

Gite Fuori Porta: Bath

“Oh! Who can be ever tired of Bath?”

Jane Austen ha scritto questa celebre frase ne L’abbazia di Northanger (Northanger Abbey, 1803), la sua personale parodia del genere del romanzo gotico così in voga tra la fine del Settecento e l’inizio del nuovo secolo.

E personalmente non potrei essere più d’accordo: adoro Bath e ci torno ogni volta che posso e ogni volta rimango stupita dalla neoclassica bellezza della sua architettura. Il fatto che a Jane la città non piacesse era più un fatto legato alla sua personale situazione di nomade forzata, che ad obiezioni riguardo all’architettura georgiana. E comunque fu proprio qui che scrisse oltre al suddetto Northanger Abbey, anche un’altro dei miei romanzi pereferiti, Persuasion.

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Jane Austen ceramic teapot, Bath. 2019 © Paola Cacciari

Jane visse a Bath dal 1801 al 1806, quando l’alta società inglese prese a riversarsi nella città termale per i suoi presunti benefici per la salute. I suoi genitori trasferirono la famiglia qui per seguire quella moda. Durante il periodo trascorso nella citta termale, la famiglia di Jane Austen visse a vari indirizzi, tra cui il n. 4 di Sydney Place, una bella casa a schiera che Jane trovò relativamente piacevole, anche se non era felice per la mossa in generale, come scrive Claire Tomalin descrive nella sua splendida biografia Jane Austen: A Life.Sfortunatamente fu qui che il padre morì improvvisamente nel Gennaio del 1805, lasciando la moglie e le due figlie in precarie condizioni finanziarie, non avendo risorse proprie. Abbandonata Sidney Street, Jane e Cassandra si trasferirono con la madre nella al n. 25 di Gay Street, riducendo il personale ad una sola cameriera di per tutto il lavoro. Al numero 40 di Gay Street, ssi trova il Jane Austen Centre, una tappa da non perdere per tutti gli appassionati di Jane Austen.

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Jane Austen Centre, Bath. 2019 © Paola Cacciari

Quella di Sydney Place era una delizosa casa a schiera di recente costruzione, vicino a Sydney Gardens , un parco in cui Jane faceva lunghe passeggiate e abbastanza al di fuori dall’affollato centro di Bath, ma a breve distanza a piedi da Pulteney Bridge, il bel ponte in stile palladiano sul fiume Avon, che attraversa la città.

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Pulteney Bridge, Bath. 2019 © Paola Cacciari

Trovo assolutamente impossibile non restare a bocca aperta davanti alla serena bellezza del suo centro storico, costruito nel XVIII secolo in stile Georgiano, per rispondere al crescente bisogno di benessere e comfort da parte dei visitatori delle terme e non mi sorprende neanche un po’ che la città di Bath sia stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità.

La cosa positiva di Bath è il suo essere una citta compatta, con gli edifici piú significativi l’uno accanto all’atro. E cosi’ raccolti in un breve spazio abbiamo le famossime Terme Romane, L’Abbazia (originariamente una cattedrale normanna che venne poi ricostruita in stile gotico nel secolo XVII; ulteriori lavori di ristrutturazione vennero poi fatti all’interno di essa nel XIX secolo), e la deliziosa Vittoria Gallery.

Una delle caratteristiche di Bath che amo di piú il Royal Crescent, l’elegante complesso residenziale composto da 30 unità abitative a schiera disposte secondo una mezzaluna, che in inglese si chiama crescent. Ideato e progettato da John Wood il Giovane e costruito fra il 1767 e il 1774, questo è il più importante esempio di architettura georgiana del Regno Unito.

Royal Crescent, Bath. 2019 © Paola Cacciari (11)
Royal Crescent, Bath, 2019 © Paola Cacciari

A complementare il Royal Crescent è vicino Circus (dal latino circus, che significa anello, ovale o cerchio), un’altro complesso residenziale di forma circolare, anch’esso ideato da John Wood il Vecchio e realizzato da John Wood il Giovane tra il 1754 e il 1768, e suddiviso in tre corpi di ugual misura, con al centro una strada circolare ed un ampio spazio verde all’interno. Le tre strade di accesso perfettamente equidistanti puntano ognuna verso uno dei tre corpi curvilinei del complesso, permettendo ai visitatori una visione ottimale del Circus da qualunque parte si giunga. Ogni segmento è diviso in più unità abitative, esattamente speculari ed ognuna col proprio ingresso, sullo stile del Royal Crescent. Entrambi i complessi residenzialei sono la quen’essenza del sogno visionario dell’architettura georgiana.

E naturalmente non si poteva non fare un pellegrinaggio da Sally Lunn’s, la sala da il té che ha reso celebre quella che e’ diventata la specialità cittadina: i bun. Questi sono simili a brioches di pasta lievitata e leggermente dolci, e possono essere serviti dolci o salati, un po’ come le crepes. Non a caso l’inventrice di tale leccornia fu una certa Sally Lunn, una francese sfuggita alla persecuzione degli Ugonotti nel 1680.

Bath. 2019 © Paola Cacciari (23)
Sally Lunn’s Tea Room, Bath, 2019 © Paola Cacciari

La Victoria Art Gallery La collezione comprende arte decorativa e dipinti di pittori britannici del XVIII secolo ad oggi, tra cui Thomas Gainsborough, Walter Sickert ed Howard Hodgkin.

Victoria gallery, Bath. 2019 © Paola Cacciari (32)
Victoria Gallery, Bath, 2019 © Paola Cacciari

Lungo il perimetro della sala si srotola in stucco bianco il fregio del Partenone.  La ciliegina sulla torta. 🙂

visitbath.co.uk

 

 

 

 

 

 

A Londra i Capolavori della Fotografia Sovietica

Vadislav Mikosha aveva solo sette anni quando la Rivoluzione d’Ottobre scosse la Russia, portando alla fine del dominio zarista e alla nascita dell’Unione Sovietica. Quando nel 1990 l’URSS fu demolita insieme al muro di Berlino, il famoso fotografo e cameraman aveva 80 anni. Il che significa che è stato testimone dell’intera storia della Russia sovietica – dall’immediato periodo seguito alla rivoluzione, alla Seconda Guerra Mondiale, alla guerra fredda e oltre. 

Morning exercise, Moscow, 1937, by Vladislav Mikosha. Photograph: Courtesy of the Atlas Gallery, London

Solo tra i suoi contemporanei ad essere fotografo di scena e cameraman, Mikosha è stato l’autore di immagini iconiche di eventi come la brutale demolizione di Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca nel 1931, la difesa di Sebastopoli e la liberazione di Varsavia. Mikosha, che era ebreo, sopravvisse alle purghe antisemitiche di Stalin attenedosi attentamente alla linea del partito. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, è diventato un fotografo documentarista per pubblicazioni come Pravda e Ogoniok – l’equivalente sovietico della rivista Life – che copre la parata della vittoria sulla Piazza Rossa e gli incontri storici tra Stalin e Mao, Chruscev e Kennedy. Morì nel 2004, all’età di 95 anni, lasciando dietro di sé un vasto numero di immagini che documentavano un secolo di cambiamenti che senza dubbio avrebbe trovato inimmaginabili come quel bambino di sette anni.

Lev Borodulin, Pyramid. Moscow, 1954

Ma Mikosha e’ in buona compagnia che insieme a lui in questa piccola e prezioza mostra fotografica della Atlas Gallery di Londra, ci sono alcuni dei piu’ grandi nomi della fotografia sovietica proveninenti della Borudilin Collection di Mosca

Nato a Mosca nel 1923, il russo/israeliano Lev Abramovich Borodulin è un maestro di fotografia sportiva residente a tel Aviv dal 1972. Oltre lavorare come fotografo, Borodulin ha raccolto una collezione di primo piano di fotografi sovietici che include oltre al sopracitato Mikosha e molti altri, anche le iconiche immagini di Alexander Rodchenko, Arkadii Shaikhet e Boris Ignatovich.

Arkadii Shaikhet, Komsomol Youth at the Wheel 1936

Sono fotografie che ritraggono giovani contadini ed operai pieni di salute e dai sorris smaglianti, impegnati in attivita’ fisiche come la danza, l’atletica e sport di ogni tipo, che la prestaza fisica era un soggetto caro alla propaganda di Stalin. A quel tempo, un’enorme percentuale della popolazione russa era analfabeta, quindi la comunicazione visiva era estremamente importante.

Alexander Rodchenko. Liliya Brick, 1924
Alexander Rodchenko. Liliya Brick, 1924

La fotografia stava facendo passi da gigante e i fotografi sovietici avevano l’obbligo di fare foto che simboleggiassero il progresso collettivo, il proletariato moderno e l’idea di comunità. Quelli ritratti erano giovani russi pieni di salute che saltellavano ottimisticamente – poco male che nello stesso periodo la Russia fosse attanagliata da una carestia incredibile. Occhio non vede cuore non duole. Potere della propaganda. #sovietphotography

Boris Ignatovich, Youth, Moscow, 1937
Boris Ignatovich, Youth, Moscow, 1937

2018 ©Paola Cacciari

 

Londra// fino al 24 Novembre 2018

Masterpieces of Soviet Photography is at Atlas Gallery, 

Atlas Gallery, London W1

Il Museo di Sherlock Holmes, Londra e le sue particolarità

Da sempre adoro Sherlock Holmes, il più famoso “londinese” che non è mai esistito. Ma ammetto che, nonostante quasi vent’anni di permanenza nella Capitale, non sono anora andata a visitare il Museo a lui dedicato. Fortuna che ci ha pensato 50 Sfumature di Viaggio a colmare questa mia lacuna. Almeno per il momento… Buona lettura!

La Certosa di Londra apre al pubblico

Charterhouse Square, la Certosa di Londra ha riaperto al pubblico dopo un lungo restauro. Claudia di LondonSE4 ce la racconta (ed io non vedo l’ora di andarla a visitare!!)

London SE4

charterhouseForse non molti sanno che Charterhouse Square, nei pressi di Smithfield, sorge sul luogo di sepoltura di migliaia di vittime della peste nera (si stima un numero non inferiore alle 55.000 unità!).
Un enorme fossa comune, che fu creata su un terreno acquistato da Sir Walter Manny, a meta’ del XIV secolo. Il complesso adiacente, la Charterhouse, che ha da poco aperto al pubblico, fu costruito per una comunità di monaci certosini, di cui Manny fu il primo priore.
Durante i recenti scavi archeologici nella piazza (eseguiti grazie al progetto Crossrail) sono stati rinvenuti degli avanzi di cibo, forse utilizzati nelle cucine del monastero, per preparare piatti di carne per gli ospiti (i monaci erano vegetariani ed i loro pasti, davvero parchissimi, venivano cucinati da fratelli laici). Gli archeologi hanno anche individuato gli scheletri di tredici vittime della peste nera.
Uno di questi scheletri, si trova adesso in una teca di…

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