Roe v. Wade: la sentenza che garantì il diritto all’aborto negli USA — iStorica

Due giorni fa è trapelata una bozza di sentenza della Corte Suprema americana che potrebbe abolire il diritto all’aborto negli USA. La famosa sentenza Roe v. Wade, che lo istituì nel 1973, sembra, infatti, in procinto di cadere. Roe v. Wade e il diritto all’aborto “Jane Roe” era lo pseudonimo scelto per proteggere la privacyContinua…

Roe v. Wade: la sentenza che garantì il diritto all’aborto negli USA — iStorica

Viaggi, glamour e pallottole: la vita di una hostess della Pan Am

Una delle scoperte fatte durante i mesi del lockdown è stata una serie televisiva americana del 2011 chiamata Pan Am e incentrata, come il titolo suggerisce, sulle vicende di due piloti e quattro assistenti di volo della suddetti compagnia aerea nel 1963 e trasmessa per la prima volta in Italia su Cielo nel 2012. E anche se ringrazio le compagnie a basso costo per avermi permesso di vivere in Inghilterra e tornare regolarmente in Italia, devo dire che mi è venuta una certa nostalgia per i tempi passati in cui viaggiare era un lusso (che io probabilmente non avrei potuto permettermi se non occasionalmente) celebrato con champagne e collane di perle.

Diciamocelo: anche prima della pandemia, era difficile trovare nei viaggi aerei internazionali anche una piccola traccia del romanticismo dei tempi passati. Per quanto le compagnie aeree a basso costo abbiano reso volare nel XXI secolo veloce e accessibile, è difficile non pensare ad un volo Ryanair come ad un’esperienza da dimenticare (anche se devo ammettere che dopo tante restrizioni nel viaggiare, sarei pronta anche ad affrontare anche la miseria di un volo con loro…). Certo era molto diverso in passato, non tutti potevano permettersi un biglietto areo e viaggiare era molto speciale. Quindi un nuovo libro che guarda al culmine dell’era del jet offre più di un delizioso sapore di evasione.

The cast of the TV serie Pan Am

Concentrandosi principalmente sulla metà degli anni Sessanta, Come Fly the Wold: The Jet-Age Story of the Women of Pan Am ricorda un’epoca in cui il viaggio aereo era sinonimo di lusso e glamour, non solo per i passeggeri ma anche per le donne assunte per assisterli. Con il mondo occidentale in piena rivoluzione culturale, la modernità e il lusso sono rappresentati dal trasporto aereo, e la Pan American World Airways è leader nel settore. I piloti hanno lo status di rockstar, mentre le hostess (come si chiamavano le assistenti di volo prima che il nome venisse modernizzato in quello attuale), sono donne giovani, raffinate e intelligenti e molto, molto invidiate.

L’autrice, Julia Cooke è figlia di una dirigente della Pan Am, costruisce Come Fly the World attorno alle interviste con cinque donne: Clare, Karen, Lynne, Hazel e Tori; quattro bianche, una di colore; quattro americane, una norvegese. Se per alcune lavorare come hostess della Pan Am è stato il sogno di sempre, per altre, è stato il piano di riserva quando hanno realizzato che il loro sogno di una carriera in biologia o nel servizio diplomatico sarebbe restato, appunto, un sogno per via del loro essere donne. Per tutte loro, lavorare per la Pan Am è stato una svolta nella vita. Che queste ultime vivono infatti la rara opportunità di viaggiare fuori del Paese, qualcosa che, in un’epoca ancora pre-femminista, la maggior parte delle ragazze può solo sognare.

Agli albori dei voli commerciali, infatti, gli assistenti di volo erano esclusivamente uomini, ma negli anni Cinquanta la crescente concorrenza tra i vettori spinge le singole compagnie aeree a promuovere la propria unicità, il massimo livello di lusso e di servizio. All’epoca Pan Am era l’unica compagnia aerea americana a volare esclusivamente su rotte internazionali e aveva una particolare reputazione di raffinatezza, ed eccellenza da mantenere. E, visto che la clientela di allora era composta prevalentemente da uomini, il personale di volo femminile diventa per la compagnia americana un particolare punto di forza.

La strategia di reclutamento della Pan Am è accattivante, mirata ad attrarre donne irrequiete e ambiziose nei propri ranghi. “Come puoi cambiare un mondo che non hai mai visto?” sfidava un annuncio di lavoro. Ciò che la compagnia prometteva alle loro hostess erano una libertà di vita e di movimento ed un’indipendenza economica sconosciute alle donne dell’epoca. Basti pensare nel corso degli anni Sessanta, il 10% delle hostess della Pan Am possedeva una laurea o una qualifica superiore (un numero straordinario in un periodo in cui solo il 6-8% del totale delle donne americane finiva il college o l’Università, preferendo il matrimonio e la famiglia come racconta Betty Friedan nel suo straordinario La mistica della femminilità), anche se l’aspetto fisico era decisamente fondamentale e si poteva essere scartate per avere la testa troppo piccola o aver applicato troppo make up.

Una volta insediata in un lavoro a tempo pieno, una hostess della Pan Am, ha improvvisamente accesso a una serie infinita di nuove esperienze che vanno dal fare shopping a Parigi, all’eludere il KGB a Mosca, o a calmare una cabina piena di passeggeri mentre uomini armati del Ghana rapiscono ministri guineani da un volo ad Accra.

Ma questo inebriante stile di vita aveva un prezzo che poche sarebbero disposte a pagare al giorno d’oggi. Oltre alle lezioni sulla storia dell’aviazione e sulle procedure di emergenza, i manuali di formazione per le aspiranti assistenti di volo contenevano istruzioni sul come selezionare la tonalità di ombretto più appropriata al colore degli occhi e a quello della pelle, sul come come preparare il pollo al curry malese o un cocktail, oltre che suggerimenti pratico-filosofici come quello di non impiegare non perdere tempo in cose inutili come vestirsi, cambiarsi d’abito, fare e dispare le valigie, ma di risparmiare le proprie energie per persone, luoghi e idee. Inoltre le ragazze erano pesate mensilmente e dovevano richiedere l’approvazione del manager se volevano cambiare pettinatura. Il matrimonio o la gravidanza poi, significavano la fine alla carriera, ragion per cui le donne che avevano fatto una di queste scelte cercavano di nasconderle il più a lungo possibile. E’ solo con l’avvento della nuova decade, gli anni Settanta, che le donne impiegate dalle varie compagnie aeree iniziano a presentare reclami alla Commissione per le Pari Opportunità di Lavoro e a vincere le loro cause. Anche se, sia ben chiaro, queste vittorie sono arrivate lentamente.

L’Association of Flight Attendants, il più grande sindacato mondiale di assistenti di volo, ha rilasciato una dichiarazione dopo il lancio della serie, dicendo che questa ricorda i progressi compiuti dalle hostess a partire dalle ingiustizie sociali dell’epoca: 

l primo episodio di Pan Am può essere una fuga nostalgica ai giorni precedenti la deregolamentazione, ma ha anche evidenziato la miriade di ingiustizie sociali superate dalle donne forti che hanno dato forma a un nuovo lavoro. Controlli del peso, dei corsetti, la regola del nubilato, il sessismo, la discriminazione razziale… tutto questo è stato cambiato da donne intelligenti e visionarie che hanno aiutato a far partire le richieste di cambiamento in tutto il paese e in tutto il mondo. Come membri dei sindacati, gli assistenti di volo membri degli equipaggi della Pan American World Airways e delle altre compagnie aeree negli anni 60, hanno fortificato le loro voci per spingere le direzioni delle compagnie e la politica a garantire l’uguaglianza dei diritti, il riconoscimento del loro lavoro, e migliori standard sanitari e di sicurezza nell’aviazione di cui hanno beneficiato i viaggiatori. Negoziare salari migliori, periodi di riposo, assistenza sanitaria e benefici pensionistici hanno fatto sì che le abili hostess ponessero dei nuovi standard per fornire opportunità migliori a tutti gli uomini e a tutte le donne

 Association of Flight Attendants-CWA

Sebbene abbiano fatto molto per i diritti delle donne, tuttavia questa non è l’unica storia delle Pan Am. Alcuni tra i capitoli più sorprendenti della compagnia riguardano infatti il ruolo della Pan Am durante la guerra del Vietnam, quando si offrì di fare volare per il Governo americano le truppe da Saigon attraverso l’Asia per rilassarsi a cifre scontatissime. Le hostess di bordo diventa improvvisamente infermiere, madri e psicologhe dei soldati feriti e traumatizzati, perlopiù giovani ancora pressoché adolescenti, testimoni di eventi in aperto contrasto con la retorica del governo degli Stati Uniti sul Vietnam. Alla fine della guerra, furono queste donne ad essere responsabili del trasporto di centinaia di bambini fuori dal paese durante la controversa Operazione Babylift.

La loro era molto più di una visione in prima fila della storia. “Il mondo sta aspettando”, avevano promesso gli annunci di ricerca della Pan Am. “Vedi le cose, fai le cose, impara le cose”. E così hanno fatto. Dopotutto, era quello per cui si erano iscritte.

2022 ©Paola Cacciari

Spazio 1999

A volte ritornano. Anche i telefilm che ci appassionavano tanto da bambini. Quando meno te lo aspetti il ricordo del passato, fino ad allora sepolto sotto un cumulo di nuovi ricordi, ti si ripresenta davanti, provocandoti le stesse emozioni della madeleine di Proust. Come oggi, per esempio quando, girovagando pigramente tra un canale all’altro del digitale mi sono imbattuta in una replica del mitico Space 1999. O come era arrivato da noi in Italia, Spazio 1999.

La serie televisiva britannica trasmessa dalla televisione tra il 1975 e il 1977 racconta le peripezie dell’equipaggio della Base Lunare Alpha che lottano per sopravvivere in un universo ostile, dopo che un terribile susseguirsi di esplosioni nucleari avevano scagliato la luna fuori dall’orbita terrestre, dispersa per sempre nell’infinità del cosmo. Da noi arrivò nel 1976, trasmessa da Rai 2, che l’aveva cofinanziata.

E se la prima mi era piaciuta molta, è la seconda serie che ricordo di più, quella anglo-statunitense (mi dice Wikipedia…) e non per i mostri, sparatorie e scene romantiche, ma perché c’era Maya. L’ultima superstite di un pianeta distrutto dalle straordinarie sopracciglia che mi ricordavano tanto piccole palline di pongo, Maya diviene parte dell’equipaggio, si fidanza con il comandate Tony e spesso e volentieri si serve dei suoi straordinari poteri di cambiare forma per soccorrere gli altri protagonisti dell’equipaggio. Uh!

Maya (Catherine Schell) Space 1999

Avevo sette anni e la guardavo sulla TV in bianco e nero della nonna, ma non importava. Sognavo di cambiare forma come Maya e magari anche vita, e nel frattempo tormentavo genitori e parenti con la sigla finale del telefilm, che nell’edizione italiana era cantata dal duo Oliver Onions (Guido e Maurizio De Angelis) e si intitolava opportunamente, S.O.S. Spazio 1999“.

Is this the end of live arts?

This is not about the politics, or vaccination policies, this post is just my personal thoughts… Recently the Metropolitan Opera announced they will require proof of vaccine boosters to enter the world’s largest opera house… (click here for full article) Major shows, institutions, and opera have also withdrawn holding live performances this month… The world […]

Is this the end of live arts?

Madonna – Like A Virgin (Official Music Video)

Che la si ami o la si odi, Like a Virgin è uno dei pezzi più famosi di Madonna, se non addirittura il più famoso. Che è una di quelle canzoni che definiscono non solo la carriera di un’artista, ma un intera epoca. Certamente ha definito l’epoca degli adultoscenti come me… 😉

Madonna – Like A Virgin (1984)

A Londra, in mostra il mondo di Paul Strand

Dall’archivio del passato, la mostra dedicata a Paul Strand 📸 una vera scoperta!

Vita da Museo

Con la sua collezione di oltre 500.000 fotografie risalente al 1856, il Victoria and Albert Museum è senza dubbio il più antico archivio fotografico del mondo. Una collezione che di recente è stata allargata dall’aquisizione della serie Outer Hebridis del fotografo americano Paul Strand (1890-1976).

Contemporaneo del più famoso e acclamato Ansel Adams (1902-1984), Strand era un personaggio molto particolare. Socialista convinto, nutriva un interesse spirituale per il benessere di tutte le culture, genti e razze – cosa che lo portava spesso ad indignarsi e ad entrare in conflitto con persone ed istituzioni, soprattutto quelle americane.

Tir A'Mhurain, Isle of South Uist, Outer Hebrides, Scotland Paul Strand, Tir A’Mhurain, Isle of South Uist, Outer Hebrides, Scotland, 1954. Victoria and Albert Museum

Cosa che accadde puntuale quando, nel 1954, venuto a conoscenza dell’impellente sorte degli abitanti di South Uist, isola dell’arcipelago delle Ebridi al Nord-Ovest della Scozia, le cui tradizioni e lingua gaelica erano minacciate da quello che…

View original post 944 more words

The Bangles – Walk Like an Egyptian

The Bangles – Walk Like an Egyptian (1986)

All the old paintings on the tombs
They do the sand dance don’t you know?
If they move too quick (oh whey oh)
They’re falling down like a domino

All the bazaar men by the Nile
They got the money on a bet
Gold crocodiles (oh whey oh)
They snap their teeth on your cigarette

Foreign types with the hookah pipes say
(Whey oh whey oh, ay oh whey oh)
Walk like an Egyptian

The blonde waitresses take their trays
They spin around and they cross the floor
They’ve got the moves (oh whey oh)
You drop your drink, then they bring you more

All the school kids so sick of books
They like the punk and the metal band
When the buzzer rings (oh whey oh)
They’re walking like an Egyptian

All the kids in the marketplace say
(Whey oh whey oh, ay oh whey oh)
Walk like an Egyptian

Slide…

Martha Gellhorn

“Nothing is better for self-esteem than survival” scrive Martha Gellhorn (1908-1998) in Travel with Myself an another: a Memoir. Scrisse questo libro nel 1978 quando aveva settant’anni, proprio nella bella casa vittoriana al numero 72 di Cadogan Square in Knightsbridge davanti a cui mi trovo adesso. A corto di mostre da recensire e di storie da museo da raccontare a causa del terzo lockdown, sono ritornata alla mia vecchia passione per le storie dietro le London Blue Plaques, possibilmente quelle raggiungibili a piedi. E oggi la mia passeggiata quotidiana mi ha portato in quest’elegante piazza alberata nascosta tra le trafficate arterie di Knigthsbridge e Sloane Street, a porgere i miei omaggi a quella che è considerata una delle grandi corrispondenti di guerra del XX secolo.

E con giusta ragione, che la Gellhorn ha coperto quasi tutti i principali conflitti mondiali che hanno avuto luogo durante i suoi 60 anni di carriera, oltre a scrivere romanzi e racconti e questo “libro di viaggio” Travels with Myself and Another (1978) ­in cui lei racconta alcuni dei suoi viaggi più terribili, quelli in cui da perfetta legge di Murphy, tutto ciò che poteva andare male lo fa. L’ “altro” in questione, quello del titolo, è riferito al suo ex marito, lo scrittore Ernest Hemingway.

London 2021 © Paola Cacciari

Nata nel Missouri nel 1908, Martha Gellhorn era certamente una donna fuori degli schemi. D’altra parte con una madre attivista come Edna Fischel Gellhorn, impegnata nella lotta per i diritti della donna nonché una delle fondatrici e vicepresidente della National League of Women Voters americana, difficilmente poteva esser diversa. Determinata a diventare corrispondente estera, nel 1930 Martha si trasferisce in Francia, dove lavora presso l’ufficio della United Press di Parigi, prima di essere licenziata per aver denunciato molestie sessuali da parte di un collega dell’agenzia. Sicuramente furiosa, ma per nulla scoraggiata, trascorre il resto della sua permanenza europea viaggiando e scrivendo per giornali di Parigi e St. Louis e coprendo articoli di moda per Vogue, prima di tornare negli Stati Uniti nel 1932.

In America la sua carriera decolla. Non solo viene  inviatata dal Presidente Roosvelt e dalla moglie Eleanor Roosevelt a trasferirsi alla Casa Bianca per aiutare la First lady a rispondere alla corrispondenza e a scrivere “My Day” la colonna giornaliera che Eleanor tenne su Women’s Home Companion fino al 1936, ma inizia a lavorare per la Federal Emergency Relief Administration (FERA), creata da Franklin D. Roosevelt per aiutare a porre fine alla Grande Depressione. In qualità di osservatrice sul campo per la FERA, la Gellhorn viaggia attraverso gli Stati Uniti  per riferire su come la depressione stava influenzando il paese.  Il risultato  è  un potente  reportage, The Trouble I’ve Seen pubblicato nel 1936 in cui la Gellhorn documenta con il suo uno stile chiaro e semplice, la vita quotidiana degli affamati e dei senzatetto. 

Martha Gellhorn. Photograph: FPG/Getty Images

Lo stesso anno durante una vacanza in Florida con la madre, incontra Ernest Hemingway. I due si sposarono nel 1940, dopo quattro anni di turbolenta convivenza (Hemingway era ancora sposato con la sua seconda moglie Pauline Pfeiffer fino al 1939) e si trasferirono a Cuba. Ma per una donna indipendente, abituata a viaggiare e a “vivere della sua penna”, l’essere considerata solo la (terza) Signora Hemingway andava molto stretto e Martha Gellhorn non perde tempo a sottolineare che non aveva nessuna intenzione di “essere una nota a piè di pagina nella vita di qualcun altro” e concedeva interviste solo a patto che non si menzionasse il nome di Hemingway.

Certamente Hemingway era sempre più risentito dalle lunghe assenze della moglie a causa dei suoi incarichi di corrispondente di guerra e nel 1943, tanto che quando lei era in partenza per l’Europa per coprire il Fronte italiano, le chiese se era una corrispondente di guerra o una moglie. Le cose non migliorarono quando Hemingway a sua volta partì per l’Europa nel 1944, dove sarebbe andato al fronte con le truppe americane a coprite lo sbarco in Normandia tra la costernazione di Martha, che stava incontrando immense difficoltà in quanto l’esercito americano disapprovava delle corrispondenti di guerra donne (Lee Miller aveva avuto lo stesso problema). Determinato ad ostacolarle il viaggio, Hemingway si rifiuta di aiutarla a ottenere un lasciapassare giornalistico per viaggiare in aereo. Non una da arrendersi facilmente, Martha trova un passaggio per attraversare l’Atlantico su una nave norvegese carica di esplosivo. Gellhorn trascorse il resto della guerra sgattaiolando da un fronte all’altro, scrivendo articoli come e quando poteva, prima di arrivare una Londra devastata dalla guerra, e dire ad Hemingway che ne aveva avuto abbastanza della loro relazione. I due divorziarono nel 1945. Nel frattempo, mentre lei continuava a coprire la seconda guerra mondiale, inclusa la liberazione di Dachau – Hemingway aveva già pronta la moglie numero quattro.

Martha Gellhorn talks to Indian soldiers of the British Army in Italy in 1944 © Keystone/Getty Images

Nonostante detestasse il clima inglese (dopo aver vissuto per anni a Cuba la si può capire…), la Gellhorn mantiene una base a Londra dove continua a vivere di tanto in tanto dal 1953, per trasferirsi permanentemente nella Capitale nel 1970. Vivrà nella casa di Cadogan Square, per il resto della sua vita. Nel 1998, quasi cieca e devastata dal cancro alle ovaie Martha Gellron si suicidò con una capsula di cianuro. Una fine appropriata per colei che aveva vissuto la sua vita sempre all’attacco.

2021 © Paola Cacciari

L’uomo che inventò il Black History Month: Carter G. Woodson

Carter G. Woodson, inventore del Black History Month, nacque in Virginia nel 1875, dieci anni dopo la fine della Guerra Civile. Figlio di una coppia di ex-schiavi analfabeti, Woodson sembrava destinato a una vita di lavori manuali nelle ingrate e razziste campagne del sud degli USA. Ma i genitori di Carter, nonostante l’estrema povertà, erano […]

L’uomo che inventò il Black History Month: Carter G. Woodson