Generation (Se)X and the city

Quando hai superato i trent’anni, sei in una realazione stabile, hai una casa (seppure non tua), un lavoro e il tuo compagno vuole mettere su famiglia e tu come donna hai solo voglia di metterti ad urlare, capisci che c’è qualcosa che non va. E se per alcune nella mia situazione (mica sono la sola, Elizabeth Gilbert ci ha pure scritto sopra un libro, Mangia Prega Ama), forse la cosa più normale per comprendere questo dilemma sarebbe stato consultare uno psicologo come il mio (ora ex) compagno mi aveva suggerito di fare a a suo tempo (come se il fatto di essere donna fosse sufficiente a dotarti di istinto materno e desiderio di riprodursi alla nascita) io consultavo Carrie Bradshaw. In quello strano periodo della mia vita, la bionda eroina di Sex and the City e le sue amiche, Charlotte, Miranda e Samantha erano il mio oracolo. Che in fatto di relazioni complicate e dilemmi esistenziali  nulla batteva il mitico quartetto di Manhattan.

Sono passati vent’anni da quel Giugno 1998 quando Carrie e la sua svolazzante gonna a tutù bianca sono entrate nella mia vita (e in quella di molte altre persone, anche solo di riflesso e forzatamente come sostiene la “mia dolce metà”) e mi pare appropriato soffermarmi un attimo sul quanto quella serie televisiva sia stata importante per una generazione di donne che si sono come me trovate ad attraversare la vita negli anni Novanta.

Certo, il cosidetto Girl Talk, la chiacchierata tra amiche davanti ad un caffè o una birretta fresca c’è sempre stato. Ma questo era e rimaneva: una stanza segreta in cui gli uomini non eravano. E questo era vero soprattutto in TV, dove non era mai accaduto che si parlasse senza filtri di uomini e sesso in modo così libero e naturale.

Con Sex and the City era la prima volta che quattro donne apparivano in una serie TV non (o ameno non solo) in qualità di mogli, figlie, amanti o svampite del maschio di turno, ma come personaggi a tutto tondo. Quelli di Carrie, Miranda, Charlotte e Samantha sono personaggi ironici, dinamici, divertenti e senza paura. Parliamone.

Libere e indipendenti, queste quattro donne si prendono la licenza non solo di parlare (in TV e in prima serata) apertamente di sesso, ma di trattarlo come per generazioni hanno fatto gli uomini, senza per questo essere giudicate secondo i canoni della doppia morale. Per la prima volta anche alle donne era data ufficialmente la licenza di esplorare la vita a proprio piacimento e la libertà di trovare la propria strada senza paura di essere giudicate.

Ma la cosa che più mi piaceva di Carrie & C. era che, nonostante la bellezza, il denaro (o la sua mancaza) le belle case, i pranzi in ristoranti trendy, le quattro avevano gli stessi difetti e di problemi comuni a molte altre donne (meno le scarpe di Manolo Blahnik o gli abiti frimati, almeno nel mio caso). Era possibile identificarcisi. E per quell’epoca era un programma totalmente rivoluzionario (ricordiamo che siamo negli anni Novanta e che comunque ancora oggi per una donna volere fare la moglie del calciatore o la velina è ancora considerata una carriera accettabile 😒) che affrontava argomenti che solo negli ultimi anni sono diventati all’ordine del giorno nell’opinione pubblica, come la discriminazione e l’inegualianza di genere, stipendio e di trattamento al lavoro tra uomini e donne a certi livelli.

Eppoi, of course, la moda. Che lo show non ha solo lanciato nella stratosfera le quattro attrici principali, ma anche lanciato (o ri-lanciato) una serie di stilisti e case di moda. Per non parlare delle scarpe. Che certamente  in questi vent’anni il 90% degli uomini hanno scoperto (spesso a proprie spese) chi sono Manolo Blahnik Christian Louboutin. Quando il museo in cui lavoro ha allestito una mostra sulle scarpe intitolata shoes, il mio primo pensiero è stato che un titolo più opportuno sarebbe stato Il paradiso di Carrie Bradshaw. Inutile dire che mi sono goduta un mondo il lavorare in quella mostra… 😁

E poi ci sono i “cameos”, le apparizioni di personaggi famosi che hanno dato un po’ di pepe alla serie – dal rockettaro John Bon Jovi nel ruolo di un fotografo con cui Carrie ha avuto una relazione, alla ex Spice Girl Gery Halywell in quello di Phoebe, un amica di Samantha a Lucy Liu che interpreta se stessa nella quarta serie. E lui, Donald Trump, nel ruolo che meglio gli si confà, quello di arrogante e borioso marpione (in TV come nella vita) che occhieggia Samantha nella seconda serie. Come dicevo prima, una serie televisiva in cui ci si indentifica. #SexandtheCity20

2018 © Paola Cacciari

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Perdonami, Apple, perché ho peccato.

Ok, ammetto che il post in questione non c’entra molto con il soggetto di questo blog, ma quando ho letto la notizia sull’Evening Standard  la tentazione di riportarla qui è stata troppo forte. Che a quanto pare per la modica cifra di £1.19 ora è possible scaricare un’applicazione per l’iPhone (per chi ce l’ha) che offre consigli e suggerimenti per chi si vuole confessare, ma si vergogna del faccia a faccia o è un po’ arrugginito dalla mancanza di pratica. Insomma, lo strumento perfetto per ogni penitente.

Sviluppata negli Stati Uniti (e dove se non lì?) da una piccola compagnia dell’Indiana chiamata Little iApps, con l’assistenza del reverendo Thomas Weinandy della United States Conference of Catholic Bishops, e il Reverendo Dan Scheidt, pastore della Queen of Peace Catholic Church in Mishawaka, Indiana, iHave Sinned è un’applicazione mirata ad aiutare i cattolici durante il rito della confessione e ad incoraggiare coloro che si sono un po’ persi per strada a ritrovare la fede. Autorizzata e approvata  dalla chiesa cattolica americana, quest’applicazione permette ai fedeli di esaminare la loro coscienza prendendo in considerazione caratteristiche come l’età, il sesso e lo stato civile. Uh!
D’altronde non aveva Benedetto XVI sottolineato l’importanza della presenza cristiana nel mondo digitale?  Certo, l’applicazione non sostituisce la confessione vera e propria. Per l’assoluzione bisogna ancora andare dal un prete in carne ed ossa. Troppo facile sennò!

Back in time: Nirvana – The Man Who Sold The World (MTV Unplugged) 1993

Ci sono canzoni che sono come la madeleine descritta da Marcel Proust ne Alla ricerca del tempo perduto, il dolcetto divenuto simbolo di ogni oggetto, gesto, colore, sapore o profumo in grado di evocare in noi improvvisi ricordi del passato, inclusi persone e momenti che vorremmo (forse) dimenticare una volta per tutti.  The Man Who Sold the World è la mia madeleine. Che anche se fu scritto dal mitico David Bowie, nel 1970 (e ripubblicato nel 1973 su 45 giri, come lato B di Life on Mars? e della riedizione di Space Oddity uscita negli Stati Uniti) questo brano rimarra’ per me sempre una canzone dei Nirvana, uscita come cover nel 1993. Buon ascolto! #bittersweet

Nirvana – The Man Who Sold The World (MTV Unplugged) 1993

Back in time: The Wallflowers – One Headlight

Ho comprato Bringing Down the Horse della bands america The Wallflowers nel 2001, durante il mio primo periodo londinese perchè mi piaceva il singolo One Headlight. Trovavo questa canzone irresistibile. Ancora adesso penso di aver fatto bene. Ma la musica si sa è una cosa molto soggettiva…

The Wallflowers – One Headlight (1996)

A Londra, le Polaroid di Wim Wenders

Il nome di Wim Wenders per me sarà sempre sinonimo de Il cielo sopra Berlino (Der Himmel über Berlin) il meraviglioso film del 1987 con Bruno Ganz nei panni di Damiel, l’angelo che decide di diventare umano, ispirato dalle poesie di Rainer Maria Rilke. Ma oltre ad eccellere come regista, sceneggiatore e produttore cinematografico, il tedesco Wenders non se la cava male anche con le fotografie (che in fondo ripensandoci, cosa sono le pellicole cinematografiche se non un susseguirsi di fotogrammi??). Soprattutto con le fotografie che molti di coloro che appartengono alla generazione per digitale ricorderanno bene: le Polaroid.

Magari avessi tenuto quelle poche che ho scattato quando ero piccola! Anche se sinceramente dubito che The Photographers’ Gallery si sarebbe disturbata a montarci sopra una mostra come invece ha fatto con quelle di Wenders. C’era qualcosa di magico nel premere il pulsante e attendere il piccolo miracolo che si verificava dopo qualche minuto, quello del vedere uscire la pellicola fotografata uscire dalla pancia di plastica della macchina fotografica. Ricordo l’impazienza, la trepidazione (sara’ uscita bene? non sara’ venuto nulla?) e la sorpresa di tenere fra le mani quel piccolo pezzo di carta che aveva stampato sopra un pezzo della mia vita. Perché quella foto era una cosa vera, un oggetto unico ed irripetibile. La Polaroid era un pezzo di passato traferito nel presente. La tecnologia moderna ci ha derubati del gusto dell’attesa.

They were made from theValley of the Gods, Utah, 1977, by Wim Wenders. Photograph: © Wim Wenders/Courtesy Deutsches Filminstitut Frankfurt
Valley of the Gods, Utah, 1977, by Wim Wenders. Photograph: © Wim Wenders/Courtesy Deutsches Filminstitut Frankfurt

Scattate tra la fine degli anni Sessanta e la metà degli anni Ottanta, le Polaroid di Wenders non sono poi così diverse da migliaia altre istantanee scattate in vacanza. Stropicciate, sovraesposte, spesso mosse nel tentativo di catturare il movimento – lo sventolare di una bandiera, l’ondurale ritmico di una parata per les trade di New York, il volto della sua amica Annie al volante dulle strade della California in un’epoca in cui Photoshop era utilizzato ancora da pochi eletti, queste immagini hanno i tipici colori leggermente azzurognoli e sbiaditi delle vecchie istantanee. Sara’ per questo che mi piacciono tanto: mi riportano indietro nel tempo. Ma nel contesto di una galleria d’arte, diventano un monito potente ad un mondo irrimediabilmente perduto, un’epoca soffusa da mistero e romanticismo, popolata da macchine fotografiche ingombranti e difficili da mettere a fuoco che producevano fotografie “vere”. Un’epoca insomma che pare già impossibilmente lontana.

‘They are a healthy memory of how things were –New York Parade, 1972. Photograph: © Wim Wenders/Courtesy the Wim Wenders Foundation
New York Parade, 1972. Photograph: © Wim Wenders/Courtesy the Wim Wenders Foundation

Lo scopo originale di una fotografia, che era quello di ricordare, è scomparso: la fotografia digitale  ha ucciso la magia della pellicola . Ed ora, come dice anche Wenders, la fotografia è una cosa del passato. Che non è solo il significato dell’immagine che è cambiato, ma l’atto di “osservare”. Ora si fotografa principalemnete per condividere sui social media. Lo vedo tutti i giorni al museo – gente che entra in una sala, scatta foto a raffica e poi esce, senza neppure degnare di uno sguardo l’oggetto “vero” – come se ora le persone siano diventate incapaci di guardare al mondo se non attraverso la lente di una macchina fotografica, preferibilmente quella del loro cellulare. La fotografia non è più qualcosa essenzialmente legata  all’unicità dell’immagine, all’inquadratura o alla composizione. Con la fotografia digitale tutto ciò è sparito. Peccato. #WimWenders

Londra// fino all’11 Febbraio 2018

Wim Wenders: Instant Stories @ Photographers’ Gallery

2018 ©Paola Cacciari

Little Women (Piccole Donne) di Louisa May Alcott

L’avevo completamete dimenticato. Quanto mi fosse piaciuto Piccole Donne dico. Era il libro preferito di mia madre quando era una bambina e per molto tempo fu anche il mio. Almeno fino a quando, una volta entrata nella fase ormonale dell’adolescenza, le storie di vita di quattro sorelle della Pennsylvania, Meg, Joshephine detta Jo, Beth e Amy March (restate a casa con la mamma e la domestica ad aspettare il ritorno del padre, cappellano dell’esercito nordista che la prima parte del libro è ambientato durante la Guerra di Secessione) mi sembrava più lontana di Marte. Ma lo stesso mi è accaduto con Jane Austen, con il cui capolavoro Orgoglio e Pregiudizio ho riscontrato alcune similitudini (se non altro nel fatto che in entrambi i casi la guerra è solo intuita e che le donne restano a casa, il loro universo piccolo e stretto mentre gli uomini escono fuori, le loro azioni sono all’estreno, nel mondo). anche se devo dire che con la sua etica del lavoro e dell’efficienza, l’invito alla modestia e alla morigeratezza, come antidoto  ad ogni conflitto, sociale o no Piccole donne mi ricorda moltissimo moltissimo Cuore di Edmondo de Amicis, un altro grande favorito tanto di mia madre che di mia nonna, che con le  perle di saggezza mi hanno sempre fatto sentire piu’ buona (anche se purtroppo manco terribilmente della forza morale tanto delle sorelle March, che del nostrano Enrico Bottini).

Scritto da Louisa May Alcott (1832-1888) che lo pubblicò per la prima volta in due volumi, tra il 1868 e il 1869 in America, con il titolo Little Women or, Meg, Jo, Beth, and Amy, uscì in Italia nelle prime parziali traduzioni nel 1908 diviso in due parti, Piccole donne e Piccole donne crescono. Ci voleva lo sceneggiato televisivo trasmetto durante il periodo natalio dalla BBC1 per farmi ricordare quanto questo libro sia stato importante per me. E così ancora una volta ho sospirato con Laurie, innamorato perso di Jo che rifiuta la sua proposta di matrimonio (ma ho simpatizzato per quest’ultima, che non lo ha voluto sposare senza amore), ho pianto per la morte di Beth (che nell’adattamente televisivo guadagna in personalità, molto più di quanta non ne abbia in realtà nel libro…), e ho sognato di viaggiare per l’Europa con Amy (anche se diverse volte mentre guardavo lo sceneggiato, avrei voluto schiaffeggiarla per essere cosi viziata e vanitosa).

Inutile dire che, come il 90% dei lettori (o posso azzardare il femminile, lettrici? che non riesco a non considerare questo un libro molto femminile, se non al femminile…) da bambina ho amato Jo. Come me, anche lei era vero e proprio maschiaccio in gonnella e, come me, anche Jo ha un carattere scontroso (sono migliorata con l’ età, ma la pazienza non sarà mai il mio punto di foza) e temperamento indipendente e impulsivo che la porta facilmente a perdere le staffe, ma è piena di buone intenzioni e devota alla famiglia. Non solo: scrive, e lo fa con successo, anche se nei libri successivi la Alcott non resiste alla tentazione didattica di educare le sue giovani letrici (non dimentichiamo che siamo pur sempre nel 1868) anche Jo si sposa (con un mite professore tedesco Friederich Bhaer, molto più grande di lei) e diventado una moglie obbediente e remissiva, si fa domare dalla vita.

Davvero, quando ero una bambina delle elementari volevo essere Jo. E non avendo una soffitta (o un berretto liso) lavoravo di fantasia per trasformare la mia cameretta in qualcosa che ci andasse vicino. Fallendo in questo miseramente, che “il salotto” ordinato (con tanto di tavolino da caffè in vetro, divano e poltrone in velluto) in cui ricevere gli ospiti in cui mia madre sperava si trasformasse la mia stanza durante il giorno (grazie ai mobili componibili con letto e scrittori rientranti per guadagnare spazio e tenere tutto in ordine, che hanno fatto la fortuna dei mobilieri degli anni Ottanta) era quanto di più lontano di una soffitta a cui potessi pensare. Per anni ho odiato la mia stanza, che era tutto tranne che una stanza da bambini. Fortunatamente la fantasia non mi è mai mancata, almeno prima che certi eventi della vita me la facessero perdere quasi tutta per strada.

E è rassicurante constatare che, quattro decadi dopo, continuo a voler essere come lei – come ho scoperto con sollievo non solo rileggendo il libro, ma anche facendo questo divertente test. E voi, quale personaggio di Piccole donne siete? O qual’è il vostro preferito?

2018 ©Paola Cacciari

Basquiat: Boom for Real

Se ci ripenso, le uniche cose degne di nota che avevo fatto nei miei primi ventisette anni di vita sono state il mio scintillante 110 e Lode in Lettere Moderne e un paio di viaggi in Sud America. That’s it. Basta. Nient’altro. Al contrario di Jean-Michel Basquiat (1960-1988) che a ventisette anni aveva già fatto una carriera meteoritica, riuscendo a diventare nel giro di pochi anni una delle stelle più brillanti nel cielo dell’arte contemporanea americana. A ventisette anni Basquiat aveva tutto: era giovane, bello, ricco e ricercato. “Il James Dean dell’arte moderna” lo chiamavano. Ma come quella di James Dean, anche la stella di Basquiat ha brillato troppo e troppo in fretta e ha finito per brucialo con un’overdose di eroina nel 1988, l’anno in cui ho preso il diploma di maturità.

Quello che so di Basquiat l’ho appreso dal film omonimo del 1996 (quello con David Bowie nei panni di Andy Warhol) e come spesso accade nei film biografici, a volte la realtà finisce per essere un po’ romanzata – anche se dubito che, soprattutto nel caso di Basquiat, ce ne fosse bisogno. Ma quando esco da  Boom for Real, la grande retrospettiva che la Barbican Art Gallery ha dedicatato a questo artista, e che prende il nome dal film omonimo in cui Basquiat cammina a piedi per Manhattan – giovane astro nascente, armato solo di un sax e della sua bella faccia e la sua fama di street-artist segreto con SAMO© già alle spalle – penso che il film non era poi tanto diverso.

 

Jean-Michel Basquiat’s Untitled (1982). Photograph: Jean-Michel Basquiat/Barbican
Jean-Michel Basquiat’s Untitled (1982). Photograph: Jean-Michel Basquiat/Barbican
Certo, trent’anni sono relativamente pochi per una retrospettiva. Ma nella sua breve vita – e nella sua ancor più breve carriera artistica, Basquiat è riuscito a creare abbastanza tele da riempire lo spazio cavernoso del Barbican (e probabilmente molte altre gallerie d’arte), che con questa mostra esplora tutti gli elementi che lo hanno reso così speciale. E così si va dagli esordi di SAMO©, (acronimo di “Same Old Shit“) il binomio artistico creato con l’amico Al Diaz, un giovane street-artist di Manhattan  e che, con l’aiuto di pennarelli indelebili e bombolette spray, propagava idee ermetiche, rivoluzionarie ed a volte insensate per le strade di una New York soffocata dal crimine e sull’orlo del collasso economico, a New York/New Wave, la mostra che nel 1981 lo lancia nel firmamento dell’arte newyorkese, e dove espone insieme ad artisti come Robert Mapplethorpe, Keith Haring, Andy Warhol e Kenny Schar. E poi la prima personale a SoHo nel 1982, nella galleria dell’espatriata italiana Annina Nosei, e la retrospettiva organizzata da Bruno Bischofberger nella sua galleria di Zurigo fino ad arrivare all’incontro con Andy Warhol che, come molti artista della sua generazione, Basquiat ammirava enormente e che lo aiuta a sfondare nel mondo dell’arte facendolo diventare un fenomeno mondiale.

Da sconosciuto street-artist senza un soldo, Jean-Michel Basquiat diventa il pupillo della scena artistica newyorkese. Da un giorno all’atro scoppia la Basquiatamania. I collezionisti se lo litigano, i critici lo celebrano, i galleristi lo corteggiano, piovono soldi e con essi anche le droghe, di cui Jean-Michel abusa liberamente anche per superare il trauma della morte del re della Pop Art, morto nel 1987 a causa di una mal riuscita operazione alla cistifellea.

Artists Andy Warhol (left) and Jean Michael Basquiat (right), photographed in New York, New York, on July 10, 1985. Michael Halsband /Landov Photo: MICHAEL HALSBAND/Landov

A prima vista rozze, quasi infantili, dipinte in modo rapido, quasi schizzofrenico, le opere di Jean-Michel Basquiat hanno in realtà un formidabile registro grafico. Ispirate all’Art Brut di Jean Dubuffet, non sono tuttavia graffiti (niente immagini alla Banksy per capirci) e non aspirano ad esserlo. Ma le parole sono parte integrante dei suoi dipinti, e sono lì per essere lette – le poesie, i giochi di parole, gli anagrammi e le affermazioni che ricordano le scritte di SAMO©: l’arte di Basquiat (o meglio il ritmo, la musicalità delle sue parole) è pane per cervelli inquieti, uno degli idiomi dell’arte americana degli anni Ottanta, insieme ai collage di Rauschenberg, al “simbolismo romantico” di Cy Twombly, alle serigrafie su seta di Warhol e ai geroglifici hip-hop dell’amico Keith Haring, morto di AIDS due anni dopo, nel 1990.

Glenn, 1984 © The Estate of JeanMichel Basquiat. Licensed by Artestar, New York.

Resistere all’impeto di Basquiat è difficile, che nelle sue tele c’è il suo intero mondo. Dalla storia dell’arte appresa da bambino durante le visite con la madre al Metropolitan Museum of Art e al MOMA di New York, alla musica Jazz, alla boxe, i film di Alfred Hitchcock, e le poesie in francese, inglese e spagnolo (lingue in cui era fluente sin da bambino), e Tiziano e Picasso che considera i suoi idoli, e Gray’s Anatomy, il libro che la madre gli regala quando, all’età di sette anni fu investito da un auto mentre attraversava la strada e fu costretto a restare in ospedale per molti mesi. Il tutto pigiato insieme, in una sorta di frenesia creativa simile ad un gioioso uragano. Un uragano che non è esente tuttavia da un rabbioso simbolismo, soprattutto quando si tratta di affrontare problemi che lo toccano personalmente come il razzismo e il ruolo delle persone e degli artisti di colore nell’arte e nella società americana. Come prima mostra del 2018 davvero non male! #Basquiat

2018 ©Paola Cacciari

Londra// fino al

Basquiat: Boom for Real

Jasper Johns: Something Resembling Truth @ Royal Academy

Per i miei nonni la bandiera americana a stelle e strisce cucita sulle uniformi dei soldati che marciavano per le strade distribuendo calze di nylon e cioccolata di Bologna (e di molte altre città) era un simbolo di libertà; per i miei genitori era il Rock’n Roll, il Far West, il boom economico, gli anni Sessanta. Per me, cresciuta negli anni Ottanta, era la musica di Bruce Springsteen, era Footloose e Ritorno al Futuro, era On the Road di Jack Kerouac – grandi fiumi, cieli immensi e strade senza fine.

Ed ora? Ora è Donald Trump. Scommetto che quando, anni addietro, i curatori della Royal Academy, della Tate Gallery e del British Museum hanno pianificato il programma delle future mostre delle tre famose istituzioni londinesi includendo mostre come Abstract ExpressionismAmerican Dream: pop to the presentAmerica after the fall, Robert Raushemberg ed ora questo Jasper Johns: Something Resembling Truth – non avevano previsto gli effetti dell’uragano Donald Trump sugli Stati Uniti d’America.

Penso a tutto questo persa nelle stelle e strisce di Jasper Johns (1930-). Si chiama Flag (1954–55) ed è quello che dice di esse re: una bandiera. Ma è anche un’opera d’arte, un quadro a tutti gli effetti dipinto con la tecnica ad encausto, un’antica tecnica pittorica applicata su muro, marmo, legno, terracotta, avorio e a volte anche sulla tela in cui i colori vengono mescolati a cera punica (che ha funzione di legante), mantenuti liquidi dentro un braciere e stesi sul supporto con un pennello o una spatola e poi fissati a caldo con arnesi di metallo chiamati cauteri o cestri (grazie Wikipedia!).

Flag, 1958 (encaustic on canvas) Photograph: Jamie Stukenberg/© Jasper Johns / VAGA, New York / DACS, London 2017
Flag, 1958 (encaustic on canvas) Photograph: Jamie Stukenberg/© Jasper Johns / VAGA, New York / DACS, London 2017

Verso la metà degli anni cinquanta Jasper Johns si impone sulla scena artistica americana, instaurando un nuovo rapporto tra immagine reale e immagine dipinta. Non per nulla fu uno dei principali esponenti del New Dada, la corrente artistica americana molto vicina al Nuovo realismo francese, per la quale gli oggetti di uso comune vengono inseriti in un’opera d’arte, così come già si era visto nell’arte Dada di Marcel Duchamp.
Come per Duchamp, anche per Johns il problema della rappresentazione del reale trova una possibile soluzione attraverso l’inserimento dell’oggetto stesso (il famoso ready-made di Duchamp) all’interno del dipinto. E molto prima di Andy Warhol e della Pop Art, Jasper Johns inserisce nelle sue opere “quegli oggetti “[…] che si guardano, ma che non si vedono”. Come una bandiera appunto. O una lattina di birra. O una scopa. Uh!

Fool’s House, 1961–62. Photograph: Jasper Johns/VAGA, New York/DACS, London 2017

Johns libera l’arte dalla struttura filosofica dell’espressionismo astratto, riducendo al minimo l’intervento dell’artista. Ma c’è molto di più in Johns dell’incorporare una scopa, un piatto di ceramica, o una tazza nei suoi dipinti. La sua filosofia era infatti “Prendi un’ oggetto. Facci qualcosa. Facci qualcos’altro.” Scrive l’americano in uno dei suoi diari negli anni Sessanta – una dimostrazione che l’atteggiamento ironico ed iconoclasta che lo ha sempre contraddistinto e’ molto spesso diretto proprio contro la sua stessa arte.
Almeno fino alla fine degli anni Settanata, dopodiché sembra scivolare nell’astratto virtuosismo (o mera ripetizione che dir si voglia) una cosa che i curatori hanno cercato di nascondere alla meno peggio allestendo la mostra in modo tematico piuttosto che cronologico, ma che non nasconde il fatto che le opere prodotte dagli anni Ottanta in poi sono decisamente inferiori a quelle precendenti.
Detto questo, l’impatto di Jasper Johns sul panorama artistico del XX secolo è innegabile. Lui è l’anello di congiunzione tra il Modernismo e l’arte concettuale. Rompendo con un movimento e inaugurandone un’altro (sebbene forse senza saperlo…) ha influenzato la generazioni di artisti che lo hanno seguito.

Londra// fino al 10 Dicembre 2017

Jasper Johns: Something Resembling Truth @ Royal Academy

2017 ©Paola Cacciari

Gli acquerelli di Singer Sargent

Ah John Singer Sargent! L’americano che amava l’Europa e che dipingeva luminosi ritratti di ricchi aristocratici, attori e socialites della bell’époque con quella sua tecnica levigata dalla pennellata ricca di colore acceso! Quanto lo amo!

Nato a Firenze nel 1856, figlio di un noto chirurgo di Philadelphia che avrebbe preferito per il figlio qualcosa di meno capriccioso di una carriera artistica,  John Singer Sargent (1856-1925) si trasferisce precispitosamente in Inghilterra da Parigi nel 1884, quando lo scandalo suscitato dal suo provocante ritratto di Madame X (l’ereditiera Virginie Gautreau ritratta con lo scandaloso abito nero) rischia quasi di stroncare la sua carriera – aiutato in questo da un altro anglofilo convinto, lo scrittore Henry James.

Ma Sargent  aveva però un’altra passione oltre al suo lavoro di gettonatissimo ritrattista: l’acquerello. E di acquerelli questa mostra della Dulwich Picture Gallery ne mostra una quantità industriale e di qualità altissima – una testimonianza della continua ed inossidabile devozione del pittore statunitense a questa tecnica.

Detail of John Singer Sargent’s The Lady with the Umbrella (1911) Credit: Museum de Montserrat. Donated by J. Sala Ardiz. Image © Dani Rovira

Sargent torna sullo stesso soggetto ripetutamete , soprattutto quando si tratta di Venezia, citta’ che ama alla follia e dove torna ogni autunno per 15 anni e che dipinge in tutti i modi possibili e immaginabili con una devozione che rasenta l’ossessione. La sua Venezia dipinta dalla prospettiva ondeggiante di una gondola, cambia in continuazionecome la realtà di Pirandello.

John Singer Sargent’s The Church of Santa Maria della Salute, Venice (c1904-09). Photograph: Catarina Gomes Ferreira/Calouste Gulbenkian Foundation, Lisbon

Il senso di libertà che deve aver provato al di fuori delle costrizioni della ritrattistica su commissione è palpabile cosi come l’influenza della fotografia. Si concentra sui primi piani, inquadrando la sua composizione proprio come un fotografo con la sua macchina fotografica. E così quando dipinge l’enorme statua del Nettuno della mia Bologna finisce con l’ignorare in modo pressoche completo la statua bronzea del Gigante e del suo tridente per concentrarsi invece sirene e sui delfini che stanno alla base della fontana.

John Singer Sargent’s Fountain in Bologna (1906) watercolour on paper Private Collection
John Singer Sargent’s Fountain in Bologna (1906) watercolour on paper Private Collection

Nei suoi acquerelli miriadi di persone sono impegnate a vivere la loro vita – operai, amici, soldati, famigliari: tutti sono dipinti con la stessa democratica brillantezza. E questa è la nota che colpisce di più: in un Europa sempre più divisa della lotte di classe, lo sguardo di Sargent va a posarsi su si soggetti immuni da tutto questo come i soldati al fronte per esempio, o i paesaggi alpini.

Highlanders resting at the Front. Sargent, 1918. © Fitzwilliam Museum, Cambridge
Highlanders resting at the Front. Sargent, 1918. © Fitzwilliam Museum, Cambridge

Poi la Prima Guerra Mondiale arriva a porre fine all’avventura Sargent nel Vecchio Continente. L’americano non farà mai più ritorno nella sua amata Europa: nel panorama artistico del dopoguerra, dominato dalle Avanguardie di Picasso e Matisse, semplicemente non c’era più posto per lui. #SingerSangent

Londra//fino all’8 Ottobre 2017

al Dulwich Picture Gallery

http://www.dulwichpicturegallery.org.uk

 

L’aiuto (The Help) di Kathryn Stockett

Jackson, Mississippi, 1962. Un mondo pieno di controsensi in cui cameriere di colore allevano bambini bianchi, ma sono sospettate di rubare l’argenteria. C’è Aibileen, che alleva il suo diciassettesimo bambino bianco mentre cerca di riprendersi dalla tragica morte del proprio figlio morto in un incidente sul lavoro tra l’indifferenza generale; Minny, bassa, grassa, con un marito violento e una piccola tribù di figli, la cui cucina è piccante quasi come la sua lingua, una lingua che le cuasa di essere licenziata di continuo. E c’è la bianca Miss Eugenia “Skeeter” Phelan, tornata a vivere in famiglia dopo aver frequentato l’università, che sogna di divenatare scrittrice. Ma per sua madre, però, il fatto che si sia laureata conta ben poco che l’unica cosa che vuole per la figlia è un buon matrimonio.

Skeeter, Aibileen and Minny che diventano amiche a dispetto di tutto e di tutti. Nonostante le barriere quasi insormontabili poste dal colore delle loro pelle e dalla classe sociale. E le cui voci raccontano una storia straordinaria. Pubblicato nel 2009 dopo cinque anni di gestazione, The Help (in italiano L’aiuto) di Kathryn Stockett è davvero un bel libro.