Dorothea Lange/ Vanessa Winship

Uscendo dalla mostra, dopo un paio d’ore mica da ridere alle prese con la Grande Depressione americana e i Balcani post-comunisti, capisco il motivo per cui la Barbican Art Gallery ha deciso di allestire queste due mostre insieme. Ci sono molte sovrapposizioni nell’opera di queste due eccezionali fotografe, Dorothea Lange (1895-1965) e Vanessa Winship (nata nel 1960): dislocazione, spostamento, il modo in cui non solo i visi delle donne e dei bambini, ma anche gli edifici, i paesaggi e persino le automobili riflettono il collasso della società.

Dorothea Lange è venerata come una dea della fotografia documentaria del XX secolo. La fama della sua “Migrant Mother” – un’immagine scattata nel 1936 di Florence Leona Christine Thompson, una dei 300.000 americani negli anni Trenta fuggiromo dalla fame e dalla povertà del Midwest colpito dalla siccità – è tale che può a mio avviso che solo l’immagine del soldato morente scattata da Robert Capa durante la guerra civile spagnola  può equiparala. Tanto che il Barbican le ha dedicato una sorta di piccola cappella.

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Dorothea Lange. Portrait os Florence Thompson with several of her children in a photograph known as “Migrant Mother”. 1936

In questa immagine la donna fissa cupamente un punto lontano, lo sguardo perso nella distanza, lontana dalla sua famiglia, dalla sua disperata situazione e persino dall’atto di essere fotografata. È un’immagine tragica, di perdita totale ed assoluta e non sono di beni fisici (casa, terra, lavoro), ma di prospettive, di speranza e di identità. Lange chiamò questo stato “erosione dell’umanità”, rispecchiando nell’anima di queste persone ciò che stava accadendo al terreno agricolo che, coltivato in eccesso si era arreso alla natura, portando con sé questo pezzo del Sogno Americano.

È solo una parte della storia, però. Se i ritratti scattati alla gente comune che aveva deciso di migrare per sfuggire alla Grande Depressione e al Dust Bowl (la serie di tempeste di sabbia che colpirono gli Stati Uniti centrali e il Canada tra il 1931 e il 1939, causate da decenni di tecniche agricole inappropriate e dalla mancanza di rotazione delle colture) sono la parte piu’ conosciuta del lavoro della Lange, non sono le uniche immagini che la fotografa raccoglie degli Stati Uniti in ginocchio.

Dorothea Lange’s image of a migratory cotton picker, Eloy, in Arizona, 1940. Photograph: The Dorothea Lange Collection, the Oakland Museum of California
Dorothea Lange’s image of a migratory cotton picker, Eloy, in Arizona, 1940. Photograph: The Dorothea Lange Collection, the Oakland Museum of California

E così ci troviamo faccia a faccia con l’estrema povertà e il persistente e profondo razzismo del profondo Sud, con l’inumano confino dei giapponesi  e dei cittadini americani di origine giapponese durante la seconda guerra mondiale (qualcosa che sembra nuovamente possibile nell’era distopica del Governo Trump), e con la distruzione postbellica della sua amata California da costruttori edilizi senza scrupoli e cultori dell’automobile.

Al piano superiore della galleria d’arte, il lavoro di Vanessa Winship richiede un po’ di tempo per essere apprezzato. Sebbene non sia una fan delle didascalie poetico-oscure che descrivono (o no) le fotografie, devo dire che si respira un’atmosfera mistica nelle sue immagini (specialmente quelle degli stati balcanici post-comunisti); immagini permeate di una struggente e dolce-amara bellezza

Untitled from the series Imagined States and Desires: A Balkan Journey, 1999-2003 © Vanessa Winship
Untitled from the series Imagined States and Desires: A Balkan Journey, 1999-2003 © Vanessa Winship

Qui bambini e vecchi giocano tra monumenti commemorativi sovietici in rovina, memorie di un passato ancora molto recente. A differenza di quelle di Dorothea Lange, nelle immagini di vanessa Winship le persone sembrano riaffermarsi sul paesaggio. Ma come quelli della fotografa americana, anche questi sono  esseri umani erosi, ancora in parte legati a un regime morto come quello post comunista.

Ma e’ She Dances on Jackson la serie di fotografie che la  Winship ha scattato negli Stati Uniti nel 2011 che riecheggia maggiormente l’opera della Lange. Anche se i suoi giovani americani (alcuni sorridenti e ottimisti, alcuni impacciati, alcuni bianchi, altri appartenenti a minoranze etniche o linguistiche) non sono ridotti alla fame, il loro futuro nel mondo distopico dell’attuale America di Trump tuttavia non sembra più roseo di quello dei mezzadri sfollati immortalati dalla Lange.

Londra//fino al 2 Settembre 2018

Dorothea Lange: ‘Politics of Seeing’/ Vanessa Winship: And Time Folds

Barbican Art Gallery, Beech Street, London, EC2Y 8AE

Barbican Centre

2018 ©Paola Cacciari

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Diario russo (A Russian Journal, 1948) di John Steinbeck con fotografie di RobertCapa

Cosa succede quando il premio Nobel John Steinbeck (1902-1968) e il suo amico fotografo, l’ungherese americano Robert Capa (1913-1954)decidono di unire le forze? Succede che nasce Diario russo (in inglese A Russian Journal, pubblicato nel 1948) uno dei libri di viaggio più poetici e divertenti del XX secolo.
Entrambi in bilico tra progetti finiti e progetti non ancora iniziati, nel 1947 i due amici decidono di visitare Mosca, l’Ucraina e la Georgia passando per quella che allora si chiamava ancora Stalingrado (nel 1961 ribattezzata Volgograd per decisione dell’allora segretario generale del PCUS Nikita Chruščёv).

La loro missione? Scoprire il popolo dell’Unione Sovietica, la gente comune e vedere con i loro occhi (e quelli della macchina fotografica) cosa indossano le persone, cosa servono per cena, come celebrano le loro festività – evitando per quanto possibile la propaganda della Guerra Fredda che allora al suo culmine.

La prosa di Steinbeck è una delizia e e le foto di Capa sono superlative. Mi pare di vederli all’opera, questi due giovanottoni americani – così caldi, onesti e divertenti. Uno Steinbeck semi-serio ammette apertamente che le loro osservazioni sono superficiali e non potrebbero mai essere altrimenti – e comunque quello non era il punto. Ma il tono è sempre pieno di affetto: il suo punto infatti è che le persone sono persone in tutto il mondo e come tali meritano il nostro rispetto (con l’eccezione dei prigionieri di guerra tedeschi che stanno ricostruendo Stalingrado – in fondo l’aveno distrutta loro…)

USSR. Moscow. August-September, 1947. Robert Capa and John Steinbeck.
USSR. Moscow. August-September, 1947. Robert Capa and John Steinbeck. © Robert Capa © International Center of Photography/Magnum Photos

Ma la cosa per me più divertente sono le descrizioni che Steinbeck da’ di Robert Capa. Per anni ho venerato questo guerriero della macchina fotografica, ammirandone le storiche immagini della Guerra Civile Spagnola e dello Sbarco in Normandia. Ma non avevo idea della persona. Nelle parole di Steinback, Capa si trasforma: non piu’ un’entità astratta dietro la macchina fotografica, diventa una persona in carne ed ossa (e tanti capelli!) dotato da un’infaticabile energia, che si chiude in bagno per ore a leggere i libri sottratti di nascosto ai giornalisti e ai diplomatici americani a Mosca, e che parla tutte le lingue del mondo con gli accenti sbagliati. È triste pensare che solo sei anni dopo l’uscita di questo libro, quella bomba di energia che era Robert Capa sarebbe morto, ucciso da una mina antiuomo in Indocina.

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Una magnifica istantanea, testuale e visiva, della Russia stalinista del dopoguerra, vista attraverso gli occhi di due viaggiatori che non si prendono troppo sul serio.

Nel sito dell’agenzia Magnum Photos trovate le altre magnifiche foto di Robert Capa www.magnumphotos.com/arts-culture/travel/robert-capa-russian-journal/

2018 ©Paola Cacciari

Aspettando Donald Trump…

Ci siamo: il 13 Luglio Donald Trump arriverà nel Regno Unito, per la sua controversa e più volte rinviata visita, ma starà a Londra solo una notte. E come dargli torto?

384260Ci siamo: il 13 Luglio Donald Trump arriverà nel Regno Unito, per la sua controversa e più volte rinviata visita, ma starà a Londra solo una notte. E come dargli torto? Dubito che il benvenuto che lo aspetta nella Capitale sia di suo gradimento… Che oltre alle decine di migliaia di dimostranti che intendono manifestare contro di lui e la sua politica, ci sarà ad attenderlo anche un magnifico Baby Trump gonfiabile alto 6m che, come il maiale dei Pink Floyd si alzerà in volo sul cielo della Capitale.

Dopo qualche tentennamento iniziale (e una mega campagna di raccolta firme su Twitter) il mitico sindaco Sadiq Khan ha dato il permesso agli attivisti (che hanno raccolto oltre £16.000 per questo progetto) di fare volare il pallone sul Parlamento. In fondo ha detto, “la protesta, purchè pacifica, può assumere molte forme…”

Adoro Londra… 🙂 🙂  🙂 #trumpvisit

2018 © Paola Cacciari

 

Quando il design si fa politico. La protesta in mostra al London Design Museum

Leggere I quotidiani e guardare il telegiornale non è mai stato cosi deprimente come negli ultimi anni. Disordini politici, crisi finanziarie globali, la primavera araba, il movimento Occupy, petrolio in mare, attacchi terroristici, Assad, Putin, Brexit e l’ascesa di Donald Trump e potrei continuare: mai come ora il mondo sembra in caduta libera. E mai come ora i movimenti politici, di protesta e di controcultura sono consci del potere dei simboli come mezzo di diffusione delle loro idee e di conseguenza dell’importanza di creare poster, slogan video e foto efficaci nel catturare l’attenzione di chi guarda. Social media come Facebook e Twitter hanno permesso la facile diffusione di idee e movimenti. Ergo,  mai come ora gli attivisti e i movimenti di protesta hanno prestato tanta attenzione al design dei loro visuals per entrare nelle case e nelle vite della gente.

Hope to Nope, Design Museum. London 2018 ©Paola Cacciari
Hope to Nope, Design Museum. London 2018 ©Paola Cacciari

Intitolata Hope to Nope: Graphics and Politics 2008-18, la mostra del Design Museum esamina i risultati visivi di quest’ultimo tumultuoso decennio, da quando Shepard Fairey ha realizzato il poster di Hope per la campagna presidenziale del 2008 di Barack Obama e a cui i detrattori di Trump si sono ispirati rifacendo l’immagine di Fairey con il meme di Trump Nope. Ma il berretto rosso da baseball divenuto simbolo della campagna presidenziale di Trump esposto in un teca di perspex al Design Museum, con le scritta “Make America Great Again” cucita in modo grossolano e certamente economico, ci ricorda che un design attento e curato non significa necessariamente un design efficace.

Hope to Nope, Design Museum. London 2018 ©Paola Cacciari
Hope to Nope, Design Museum. London 2018 ©Paola Cacciari

A volte il “brutto e cattivo” può essere migliore. Il cappellino da baseball ha funzionato proprio per la sua semplicità, il suo essere alla portata dell’uomo (e donna, e bambino) comune, quello a cui Trump parlava – in netto contrasto con i distintivi ben fatti e attentamente disegnati della campagna di Hilary Clinton. Ho seguito con incredulità la terribile campagna presidenziale di Trump con la speranza che quella parte di americani che agitava i cappellini rossi ai suoi comizi rinsavisse e vedesse quando scandaloso fosse il loro candidato. Ma ora mi rendo conto che Trump ha vinto non a dispetto del cattivo design della sua campagna, ma proprio grazie ad esso.  Trump ha fatto sembrare il design di buon gusto sospetto.

Una cosa simile è accaduta per la campagna per il Referendum per Brexit nel 2016. Paragonato alla grafica nitida della campagna per restare nella EU Britain Stronger in Europe, progettato da esperti di branding o alla delicata bellezza dei poster disegnati dall’artista/fotografo Wolfgang Tillmans, i sottobicchieri da birra con la scritta Pro-Brexit “Stop Messing about!” (“smettiamola di scherzare!”), che sembrano disegnati al computer dal fondatore del pub Wetherspoons, Tim Martin sono di una semplicità sbalorditiva e, com del cappellino rosso di Trump, vanno direttamente al punto. Non si può fare a meno di essere colpiti dalla lucidità, ingegno e dalla creatività di questi oggetti.

Come l’arazzo creato dai grafici del quotidiano pro-Brexit The Sun per celebrare lo storico prestito alla Gran Bretagna da parte della Francia del famoso Arazzo di Bayeux un tessuto ricamato (non un vero e proprio arazzo, a dispetto del nome corrente) lungo 68,30 metri, realizzato in Normandia o in Inghilterra nella seconda metà dell’XI secolo, che descrive per immagini gli avvenimenti chiave relativi alla conquista normanna dell’Inghilterra del 1066, culminanti con la battaglia di Hastings. L’arazzo cartaceo del Sun, chiamato opportunamente Bye-EU Tapestry, è un esempio chiave di come la progettazione grafica può rappresentare diverse letture politiche degli stessi eventi e come tale, è un oggetto rilevante e divertente del dibattito nazionale. E sebbene sia ancora molto arrabbiata da Brexit (#Brexitshambles) non ho potuto non godermi la graffiante ironia dei grafici di questo quotidiano banderuola…

 

Hope to Nope, Design Museum. London 2018 ©Paola Cacciari
Bye-EU tapestry (The Sun) Hope to Nope, Design Museum. London 2018 ©Paola Cacciari

 

Hope to Nope, Design Museum. London 2018 ©Paola Cacciari
Bye-EU tapestry (The Sun). Hope to Nope, Design Museum. London 2018 ©Paola Cacciari

La mia preferita l’esilarante macchina in cui un Donald Trump in veste di cartomate predice la fortuna, anche se viste le profezie che escono da quella sua boccaccia, sarebbe meglio dire la sfortuna… Creata un mese prima delle elezioni presidenziali, la macchina voleva dare agli elettori un assaggio di cosa sarebbe stato avere Donald Trump come presidente senza doverlo eleggere. Evidentemente una macchina sola non è stata sufficiente per raggiungere abbastanza persone in un paese vasto come gli Stati Uniti, ma è geniale, anche se in modo vagamente raccapricciante.

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All-seeing Trump Machine. Hope to Nope, Design Museum. London 2018 © Paola Cacciari

La mostra giunge in un momento in cui i musei sono sempre più interessati alle immagini e della protesta, cercando freneticamente di tenere il passo acquisendo gli artefatti fisici degli eventi attuali. Lo spazio permanente “Rapid Response Collecting” creato dal Victoria and Albert Museum nel 2014, ha visto il berretto rosa Pussyhat, indossato nelle marce femminili 2017 contro Trump, entrare nella collezione permanente del museo londinese, insieme alla maglietta Nike Jeremy Corbyn (non approvata, almeno ufficialmente, né dalla Nike né dal Labour party).

Che dire? Sono tempi difficili. Speriamo di uscirne.

Hope to Nope, Design Museum. London 2018 ©Paola Cacciari
Hope to Nope, Design Museum. London 2018 ©Paola Cacciari

2018 © Paola Cacciari

Londra// fino al 12 Agosto

Hope to Nope: Graphics and Politics 2008-18

Design Museum designmuseum.org

 

 

 

 

 

Generation (Se)X and the city

Quando hai superato i trent’anni, sei in una realazione stabile, hai una casa (seppure non tua), un lavoro e il tuo compagno vuole mettere su famiglia e tu come donna hai solo voglia di metterti ad urlare, capisci che c’è qualcosa che non va. E se per alcune nella mia situazione (mica sono la sola, Elizabeth Gilbert ci ha pure scritto sopra un libro, Mangia Prega Ama), forse la cosa più normale per comprendere questo dilemma sarebbe stato consultare uno psicologo come il mio (ora ex) compagno mi aveva suggerito di fare a a suo tempo (come se il fatto di essere donna fosse sufficiente a dotarti di istinto materno e desiderio di riprodursi alla nascita) io consultavo Carrie Bradshaw. In quello strano periodo della mia vita, la bionda eroina di Sex and the City e le sue amiche, Charlotte, Miranda e Samantha erano il mio oracolo. Che in fatto di relazioni complicate e dilemmi esistenziali  nulla batteva il mitico quartetto di Manhattan.

Sono passati vent’anni da quel Giugno 1998 quando Carrie e la sua svolazzante gonna a tutù bianca sono entrate nella mia vita (e in quella di molte altre persone, anche solo di riflesso e forzatamente come sostiene la “mia dolce metà”) e mi pare appropriato soffermarmi un attimo sul quanto quella serie televisiva sia stata importante per una generazione di donne che si sono come me trovate ad attraversare la vita negli anni Novanta.

Certo, il cosidetto Girl Talk, la chiacchierata tra amiche davanti ad un caffè o una birretta fresca c’è sempre stato. Ma questo era e rimaneva: una stanza segreta in cui gli uomini non eravano. E questo era vero soprattutto in TV, dove non era mai accaduto che si parlasse senza filtri di uomini e sesso in modo così libero e naturale.

Con Sex and the City era la prima volta che quattro donne apparivano in una serie TV non (o ameno non solo) in qualità di mogli, figlie, amanti o svampite del maschio di turno, ma come personaggi a tutto tondo. Quelli di Carrie, Miranda, Charlotte e Samantha sono personaggi ironici, dinamici, divertenti e senza paura. Parliamone.

Libere e indipendenti, queste quattro donne si prendono la licenza non solo di parlare (in TV e in prima serata) apertamente di sesso, ma di trattarlo come per generazioni hanno fatto gli uomini, senza per questo essere giudicate secondo i canoni della doppia morale. Per la prima volta anche alle donne era data ufficialmente la licenza di esplorare la vita a proprio piacimento e la libertà di trovare la propria strada senza paura di essere giudicate.

Ma la cosa che più mi piaceva di Carrie & C. era che, nonostante la bellezza, il denaro (o la sua mancaza) le belle case, i pranzi in ristoranti trendy, le quattro avevano gli stessi difetti e di problemi comuni a molte altre donne (meno le scarpe di Manolo Blahnik o gli abiti frimati, almeno nel mio caso). Era possibile identificarcisi. E per quell’epoca era un programma totalmente rivoluzionario (ricordiamo che siamo negli anni Novanta e che comunque ancora oggi per una donna volere fare la moglie del calciatore o la velina è ancora considerata una carriera accettabile 😒) che affrontava argomenti che solo negli ultimi anni sono diventati all’ordine del giorno nell’opinione pubblica, come la discriminazione e l’inegualianza di genere, stipendio e di trattamento al lavoro tra uomini e donne a certi livelli.

Eppoi, of course, la moda. Che lo show non ha solo lanciato nella stratosfera le quattro attrici principali, ma anche lanciato (o ri-lanciato) una serie di stilisti e case di moda. Per non parlare delle scarpe. Che certamente  in questi vent’anni il 90% degli uomini hanno scoperto (spesso a proprie spese) chi sono Manolo Blahnik Christian Louboutin. Quando il museo in cui lavoro ha allestito una mostra sulle scarpe intitolata shoes, il mio primo pensiero è stato che un titolo più opportuno sarebbe stato Il paradiso di Carrie Bradshaw. Inutile dire che mi sono goduta un mondo il lavorare in quella mostra… 😁

E poi ci sono i “cameos”, le apparizioni di personaggi famosi che hanno dato un po’ di pepe alla serie – dal rockettaro John Bon Jovi nel ruolo di un fotografo con cui Carrie ha avuto una relazione, alla ex Spice Girl Gery Halywell in quello di Phoebe, un amica di Samantha a Lucy Liu che interpreta se stessa nella quarta serie. E lui, Donald Trump, nel ruolo che meglio gli si confà, quello di arrogante e borioso marpione (in TV come nella vita) che occhieggia Samantha nella seconda serie. Come dicevo prima, una serie televisiva in cui ci si indentifica. #SexandtheCity20

2018 © Paola Cacciari

Perdonami, Apple, perché ho peccato.

Ok, ammetto che il post in questione non c’entra molto con il soggetto di questo blog, ma quando ho letto la notizia sull’Evening Standard  la tentazione di riportarla qui è stata troppo forte. Che a quanto pare per la modica cifra di £1.19 ora è possible scaricare un’applicazione per l’iPhone (per chi ce l’ha) che offre consigli e suggerimenti per chi si vuole confessare, ma si vergogna del faccia a faccia o è un po’ arrugginito dalla mancanza di pratica. Insomma, lo strumento perfetto per ogni penitente.

Sviluppata negli Stati Uniti (e dove se non lì?) da una piccola compagnia dell’Indiana chiamata Little iApps, con l’assistenza del reverendo Thomas Weinandy della United States Conference of Catholic Bishops, e il Reverendo Dan Scheidt, pastore della Queen of Peace Catholic Church in Mishawaka, Indiana, iHave Sinned è un’applicazione mirata ad aiutare i cattolici durante il rito della confessione e ad incoraggiare coloro che si sono un po’ persi per strada a ritrovare la fede. Autorizzata e approvata  dalla chiesa cattolica americana, quest’applicazione permette ai fedeli di esaminare la loro coscienza prendendo in considerazione caratteristiche come l’età, il sesso e lo stato civile. Uh!
D’altronde non aveva Benedetto XVI sottolineato l’importanza della presenza cristiana nel mondo digitale?  Certo, l’applicazione non sostituisce la confessione vera e propria. Per l’assoluzione bisogna ancora andare dal un prete in carne ed ossa. Troppo facile sennò!

Back in time: Nirvana – The Man Who Sold The World (MTV Unplugged) 1993

Ci sono canzoni che sono come la madeleine descritta da Marcel Proust ne Alla ricerca del tempo perduto, il dolcetto divenuto simbolo di ogni oggetto, gesto, colore, sapore o profumo in grado di evocare in noi improvvisi ricordi del passato, inclusi persone e momenti che vorremmo (forse) dimenticare una volta per tutti.  The Man Who Sold the World è la mia madeleine. Che anche se fu scritto dal mitico David Bowie, nel 1970 (e ripubblicato nel 1973 su 45 giri, come lato B di Life on Mars? e della riedizione di Space Oddity uscita negli Stati Uniti) questo brano rimarra’ per me sempre una canzone dei Nirvana, uscita come cover nel 1993. Buon ascolto! #bittersweet

Nirvana – The Man Who Sold The World (MTV Unplugged) 1993

Back in time: The Wallflowers – One Headlight

Ho comprato Bringing Down the Horse della bands america The Wallflowers nel 2001, durante il mio primo periodo londinese perchè mi piaceva il singolo One Headlight. Trovavo questa canzone irresistibile. Ancora adesso penso di aver fatto bene. Ma la musica si sa è una cosa molto soggettiva…

The Wallflowers – One Headlight (1996)

A Londra, le Polaroid di Wim Wenders

Il nome di Wim Wenders per me sarà sempre sinonimo de Il cielo sopra Berlino (Der Himmel über Berlin) il meraviglioso film del 1987 con Bruno Ganz nei panni di Damiel, l’angelo che decide di diventare umano, ispirato dalle poesie di Rainer Maria Rilke. Ma oltre ad eccellere come regista, sceneggiatore e produttore cinematografico, il tedesco Wenders non se la cava male anche con le fotografie (che in fondo ripensandoci, cosa sono le pellicole cinematografiche se non un susseguirsi di fotogrammi??). Soprattutto con le fotografie che molti di coloro che appartengono alla generazione per digitale ricorderanno bene: le Polaroid.

Magari avessi tenuto quelle poche che ho scattato quando ero piccola! Anche se sinceramente dubito che The Photographers’ Gallery si sarebbe disturbata a montarci sopra una mostra come invece ha fatto con quelle di Wenders. C’era qualcosa di magico nel premere il pulsante e attendere il piccolo miracolo che si verificava dopo qualche minuto, quello del vedere uscire la pellicola fotografata uscire dalla pancia di plastica della macchina fotografica. Ricordo l’impazienza, la trepidazione (sara’ uscita bene? non sara’ venuto nulla?) e la sorpresa di tenere fra le mani quel piccolo pezzo di carta che aveva stampato sopra un pezzo della mia vita. Perché quella foto era una cosa vera, un oggetto unico ed irripetibile. La Polaroid era un pezzo di passato traferito nel presente. La tecnologia moderna ci ha derubati del gusto dell’attesa.

They were made from theValley of the Gods, Utah, 1977, by Wim Wenders. Photograph: © Wim Wenders/Courtesy Deutsches Filminstitut Frankfurt
Valley of the Gods, Utah, 1977, by Wim Wenders. Photograph: © Wim Wenders/Courtesy Deutsches Filminstitut Frankfurt

Scattate tra la fine degli anni Sessanta e la metà degli anni Ottanta, le Polaroid di Wenders non sono poi così diverse da migliaia altre istantanee scattate in vacanza. Stropicciate, sovraesposte, spesso mosse nel tentativo di catturare il movimento – lo sventolare di una bandiera, l’ondurale ritmico di una parata per les trade di New York, il volto della sua amica Annie al volante dulle strade della California in un’epoca in cui Photoshop era utilizzato ancora da pochi eletti, queste immagini hanno i tipici colori leggermente azzurognoli e sbiaditi delle vecchie istantanee. Sara’ per questo che mi piacciono tanto: mi riportano indietro nel tempo. Ma nel contesto di una galleria d’arte, diventano un monito potente ad un mondo irrimediabilmente perduto, un’epoca soffusa da mistero e romanticismo, popolata da macchine fotografiche ingombranti e difficili da mettere a fuoco che producevano fotografie “vere”. Un’epoca insomma che pare già impossibilmente lontana.

‘They are a healthy memory of how things were –New York Parade, 1972. Photograph: © Wim Wenders/Courtesy the Wim Wenders Foundation
New York Parade, 1972. Photograph: © Wim Wenders/Courtesy the Wim Wenders Foundation

Lo scopo originale di una fotografia, che era quello di ricordare, è scomparso: la fotografia digitale  ha ucciso la magia della pellicola . Ed ora, come dice anche Wenders, la fotografia è una cosa del passato. Che non è solo il significato dell’immagine che è cambiato, ma l’atto di “osservare”. Ora si fotografa principalemnete per condividere sui social media. Lo vedo tutti i giorni al museo – gente che entra in una sala, scatta foto a raffica e poi esce, senza neppure degnare di uno sguardo l’oggetto “vero” – come se ora le persone siano diventate incapaci di guardare al mondo se non attraverso la lente di una macchina fotografica, preferibilmente quella del loro cellulare. La fotografia non è più qualcosa essenzialmente legata  all’unicità dell’immagine, all’inquadratura o alla composizione. Con la fotografia digitale tutto ciò è sparito. Peccato. #WimWenders

Londra// fino all’11 Febbraio 2018

Wim Wenders: Instant Stories @ Photographers’ Gallery

2018 ©Paola Cacciari

Little Women (Piccole Donne) di Louisa May Alcott

L’avevo completamete dimenticato. Quanto mi fosse piaciuto Piccole Donne dico. Era il libro preferito di mia madre quando era una bambina e per molto tempo fu anche il mio. Almeno fino a quando, una volta entrata nella fase ormonale dell’adolescenza, le storie di vita di quattro sorelle della Pennsylvania, Meg, Joshephine detta Jo, Beth e Amy March (restate a casa con la mamma e la domestica ad aspettare il ritorno del padre, cappellano dell’esercito nordista che la prima parte del libro è ambientato durante la Guerra di Secessione) mi sembrava più lontana di Marte. Ma lo stesso mi è accaduto con Jane Austen, con il cui capolavoro Orgoglio e Pregiudizio ho riscontrato alcune similitudini (se non altro nel fatto che in entrambi i casi la guerra è solo intuita e che le donne restano a casa, il loro universo piccolo e stretto mentre gli uomini escono fuori, le loro azioni sono all’estreno, nel mondo). anche se devo dire che con la sua etica del lavoro e dell’efficienza, l’invito alla modestia e alla morigeratezza, come antidoto  ad ogni conflitto, sociale o no Piccole donne mi ricorda moltissimo moltissimo Cuore di Edmondo de Amicis, un altro grande favorito tanto di mia madre che di mia nonna, che con le  perle di saggezza mi hanno sempre fatto sentire piu’ buona (anche se purtroppo manco terribilmente della forza morale tanto delle sorelle March, che del nostrano Enrico Bottini).

Scritto da Louisa May Alcott (1832-1888) che lo pubblicò per la prima volta in due volumi, tra il 1868 e il 1869 in America, con il titolo Little Women or, Meg, Jo, Beth, and Amy, uscì in Italia nelle prime parziali traduzioni nel 1908 diviso in due parti, Piccole donne e Piccole donne crescono. Ci voleva lo sceneggiato televisivo trasmetto durante il periodo natalio dalla BBC1 per farmi ricordare quanto questo libro sia stato importante per me. E così ancora una volta ho sospirato con Laurie, innamorato perso di Jo che rifiuta la sua proposta di matrimonio (ma ho simpatizzato per quest’ultima, che non lo ha voluto sposare senza amore), ho pianto per la morte di Beth (che nell’adattamente televisivo guadagna in personalità, molto più di quanta non ne abbia in realtà nel libro…), e ho sognato di viaggiare per l’Europa con Amy (anche se diverse volte mentre guardavo lo sceneggiato, avrei voluto schiaffeggiarla per essere cosi viziata e vanitosa).

Inutile dire che, come il 90% dei lettori (o posso azzardare il femminile, lettrici? che non riesco a non considerare questo un libro molto femminile, se non al femminile…) da bambina ho amato Jo. Come me, anche lei era vero e proprio maschiaccio in gonnella e, come me, anche Jo ha un carattere scontroso (sono migliorata con l’ età, ma la pazienza non sarà mai il mio punto di foza) e temperamento indipendente e impulsivo che la porta facilmente a perdere le staffe, ma è piena di buone intenzioni e devota alla famiglia. Non solo: scrive, e lo fa con successo, anche se nei libri successivi la Alcott non resiste alla tentazione didattica di educare le sue giovani letrici (non dimentichiamo che siamo pur sempre nel 1868) anche Jo si sposa (con un mite professore tedesco Friederich Bhaer, molto più grande di lei) e diventado una moglie obbediente e remissiva, si fa domare dalla vita.

Davvero, quando ero una bambina delle elementari volevo essere Jo. E non avendo una soffitta (o un berretto liso) lavoravo di fantasia per trasformare la mia cameretta in qualcosa che ci andasse vicino. Fallendo in questo miseramente, che “il salotto” ordinato (con tanto di tavolino da caffè in vetro, divano e poltrone in velluto) in cui ricevere gli ospiti in cui mia madre sperava si trasformasse la mia stanza durante il giorno (grazie ai mobili componibili con letto e scrittori rientranti per guadagnare spazio e tenere tutto in ordine, che hanno fatto la fortuna dei mobilieri degli anni Ottanta) era quanto di più lontano di una soffitta a cui potessi pensare. Per anni ho odiato la mia stanza, che era tutto tranne che una stanza da bambini. Fortunatamente la fantasia non mi è mai mancata, almeno prima che certi eventi della vita me la facessero perdere quasi tutta per strada.

E è rassicurante constatare che, quattro decadi dopo, continuo a voler essere come lei – come ho scoperto con sollievo non solo rileggendo il libro, ma anche facendo questo divertente test. E voi, quale personaggio di Piccole donne siete? O qual’è il vostro preferito?

2018 ©Paola Cacciari