Starsailor – Alcoholic

Per un breve periodo durante la mia mia permanenza in terra angla ho amato pazzatamente gli Starsailor, una band di rock alternativo britannica formatasi nel 2000. Abitavo ancora con i miei fantastici flatmates, una coppia di biologi italo-spagnola e un quarto italiano, anche lui biologo, milaneste e musicista che mi ha introdotto a bands di cui non avrei mai sospettato l’esistenza, come i suddetti Starsailor.

Il loro primo album Love Is Here uscito nel 2001 mi era piaciuto così tanto che avevo pure comperato il CD – specificatamente per questa canzone, Alcoholic. Poi si cresce, si cambia, si regalano via i CD e si dimenticano le canzoni che un tempo sono state importanti. Ma la vita è fatta così…

Starsailor – Alcoholic (2001)

Disegnate gente, disegnate… anche al museo

Da quando qualche settimana fa un male informato giornalista chiamato Oliver Wainwright ha pubblicato sulle pagine di quello che è di solito un quotidiano di qualità come il Guardian un articolo erroneo e mal scritto sul fatto che non si possa disegnare nelle mostre temporanee (in questo caso Undressed, la mostra sulla storia della biancheria intima) si è scatenato un vero putiferio mediatico. Un telefono senza fili che ha fatto di una mosca un elefante, tanto che pare che disegnare sia vietato ovunque nel Museo. Neanche a dirlo questa e’ una cosa assolutamente infondata, ma che ha dato la possibilità a tutti coloro che ad un certo pnto della loro vita sentono il bisognosi di indignarsi per qualcosa di irrilevante, di formare gruppi su Twitter che hanno portato ad inscenare occasionali proteste all’interno mostre ospitate dal Museo di South Kensington.

Photograph: Oliver Wainwright/Guardian
Photograph: Oliver Wainwright/Guardian

Inutile dire che nessuno dei 790 indignati che hanno commentato l’articolo del Guardian o che hanno protestato sui social media, sembra essere al corrente del fatto che non solo è possibile disegnare negli 11 km circa del Museo, ma che il suddetto museo spesso fornisce anche il materiale per farlo. Il fatto che disegnare non sia permesso all’interno delle mostre temporanee è dovuto, oltre che alle clausole del contratto di prestito delle opere d’arte da parte di altre istituzioni, anche allo sforzo di tutelare spazi come quelli in cui si svolgono le mostre, notoriamente limitati, e a mantenere fluida la circolazione evitando (per quanto possibile) il sovraffollamento. Sovraffollamento che, diciamocelo, rende l’esperienza sgradevole agli altri visitatori che hanno anche loro pagato e i cui diritti devono ugualmente essere rispettati. Va bene  che sono di parte, mi pare sensato, o no? Ma purtroppo in questo mondo di egoisti nessuno sembra ricordare la bellissima frase di Martin Luther King “La mia libertà finisce dove comincia la vostra.” A meno che non li riguardi in prima persona, ovviamente.

The Renaissance City©Victoria and Albert Museum

Fortunatamente non è sempre cosi e qualche giorno fa mi sono trovata a lavorare nelle sale dedicate all’Epoca Stuart. Stavomentalmente  ringraziando il cielo (e la mia supervisor) della mia buona fortuna che invece che nella suddetta  mostra dedicata alla biancheria intima mi ha  affidato questa parte del museo che mi piace tanto, quando una scolaresca di ragazzini delle superiori mi piomba in galleria come un’orda di Unni. Posso solo immaginare com’è stato il Sacco di Roma. Sembrano fatti in serie: pantaloni abbassati (letteralmente!) sui fianchi a mostrare l’elastico dei boxer Bench o Calvin Klein, le stesse frange lunghe a coprire gli occhi modello One Direction (o qualcuno più moderno che non conosco…), lo stesso passo strascicato delle All Star colorate. Tutti con le cuffiette dell’iPhone nelle orecchie a volume così alto che mi chiedo se non gli si nebulizzi il cervello (o forse è già successo e questo è il risultato finale). Ai miei tempi c’era il Walkman, e pesava così tanto che uno dopo ci po’ ci si rinunciava, sfinito dallo sforzo. Certamente io ci ho rinunciato, che essere trendy negli anni Ottanta era davvero troppo faticoso… 😉

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Sony Walkman. Photo by Paola Cacciari.

Seduto su una panca, uno di questi cloni sta disegnando con gusto una balaustra barocca, apparentemente ignaro del caos mediatico delle ultime settimane sulla linea di condotta riguardo certamente ancora troppo giovane per preoccuparsi di leggere articoli che contengono più di 142 caratteri come gli articoli dei giornali (anche quelli scritti male e con informazioni errate) e indignarsi. Lo guardo incantata disegnare con mano sicura mentre il resto del suo corpo si muove a tempo di musica – qualcosa di molto rumoroso e molto rock. Poi mi nota ferma ad osservarlo e togliendosi uno degli auricolari mi strilla contento: ‘That’s great! This Baroque thing rocks!’ e mi mostra contento un (eccellente, devo dire) schizzo a matita del busto di Carlo II che troneggia alle mie spalle. Mi scappa una risatina davanti all’entusiamo di questo artista in erba entusiasmato da quesllo che più che Barocco, mi pare una versione tutta sua di Barock ‘n’ roll. Ma non importa che anche questa è una dimostrazione di quanto ancora oggi il Museo continui a portare avanti la missione di Henry Cole del Principe Alberto, cioè: educare il grande pubblico all’arte e al disegno. Alla faccia di chi dice il contrario…

From Russia: capolavori francesi e russi dal 1870–1925 in mostra alla Royal Academy di Londra

Attesa, discussa, politicizzata: ha rischiato di non farsi. Alla Royal Academy of Arts di Londra centoventi opere provenienti dai quattro maggiori musei russi arrivano per la prima volta nel Regno Unito a colmare un vuoto storico durato decenni….

Che fosse destinata a creare scalpore si sapeva. Ma quando due anni fa la della Royal Academy decise di organizzare From Russia: French and Russian Master Paintings 1870–1925 from Moscow and St Petersburg contando sulla collaborazione dei quattro maggiori musei stato russi (il Museo Pushkin, la Galleria Nazionale Tretyakov di Mosca, l’Ermitage e il Museo di Stato Russo di San Pietroburgo) che avevano acconsentito al prestito di oltre centoventi capolavori, non avrebbe mai immaginato di rischiare il disastro. Appena qualche settimana prima dell’arrivo delle opere, l’agenzia di stato russa aveva infatti annullato la mostra temendo che i discendenti degli antichi proprietari potessero reclamare sul suolo inglese i capolavori nazionalizzati da Lenin dopo la Rivoluzione del 1917. Con i cataloghi già in stampa e nessuno show d’emergenza, l’annullamento della mostra avrebbe potuto costare alla la Royal Academy la bancarotta. Momentaneamente accantonata la freddezza che dal 2006 turba le relazioni diplomatiche con la Russia in seguito all’omicidio dell’ex agente del KGB Alexander Litvinenko, il governo britannico ha emanato a tempo di record una legge che tutela i beni stranieri da eventuali sequestri e le opere arrivano: il 9 Gennaio…

Preceduta da molto clamore e da notevoli aspettative, From Russia non delude. Cronologicamente organizzata in nove sale e strutturata in quattro sezioni, la mostra è incentrata sul periodo compreso tra il 1870 e il 1925.

Henri Matisse - The Dance – 1910- olio su tela- 260 x 391 cm Museo di Stato dell’Ermitage, San Pietroburgo – courtesy of Photo Archives Matisse, Paris.
Henri Matisse – The Dance – 1910- olio su tela, Museo di Stato dell’Ermitage, San Pietroburgo – courtesy of Photo Archives Matisse, Paris.

Paesaggi e scene di vita quotidiana ispirati a Corot che si alternano a dipinti realisti di carattere marcatamente sociale, come Manifesto of October 17th 1905  (1911) di  Ilya Repin nella prima sala, preludono alla seconda  sezione dedicata ai capolavori appartenuti ai due ricchissimi mercanti di tessuti Sergei Shchukin e Ivan Morozov. Tra i primi ad apprezzare le opere degli Impressionisti francesi, le loro collezioni contavano centinaia di tele di Monet, Cézanne, Renoir, Van Gogh, Gauguin, Picasso. Diventato uno dei maggiori committenti del giovane Henry Matisse, Shchukin gli commissionò La dance (1910) qui esposta nella terza sala, la più grande. Per la prima volta nel Regno Unito, si tratta della seconda versione esistente al mondo. Il percorso espositivo prosegue fluido nella quarta sala, dove l’intimo Portrait of Sergei Diaghilev with his nanny (1906) di Léon Bakst celebra il ruolo centrale avuto dall’impresario teatrale Sergei Diaghilev, nello scambio culturale avvenuto tra Francia e Russia tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del nuovo secolo. Fondatore del Ballets Russes, Diaghilev introdusse l’arte francesce in Russia, promuovendo allo stesso tempo l’arte russa in Occidente.

From Russia: French and Russian Master Paintings 1870-1925 from Moscow and St Petersburg 26 January 2008 to 18 April 2008 Key. 87 / Cat. 0 L??on Bakst Portrait of Sergei Diaghilev with His Nanny, 1906 Oil on canvas 161 x 116 cm The State Russian Museum, St Petersburg Photo ?? The State Russian Museum, St Petersburg
Leon Bakst, Portrait of Sergei Diaghilev with His Nanny, 1906. Museo Russo di Stato, San Pietroburgo – courtesy of Photo © The State Russian Museum, St Petersburg

Questo affascinante scambio culturale portò nelle prime due decadi del Novecento gli artisti russi a cercare nuove direzioni. Dagli esperimenti di Natalia Goncharova che in A Smoking Man (1911) innesta il vigore dell’arte folkrorica sul Post-impressionismo francese, a Bathing the Red Horse (1912) di Kuzma Petrov-Vodkin impensabile senza il  colorismo di Matisse, la mostra si conclude con le geometrie pure di Malevich e del celebrato trittico Black square, Black Circle e Black Cross (1923).

Nazionalizzate dai commissari di Lenin, le opere di Shchukin e Morozov divennero con Stalin la personificazione dei valori malati della borghesia occidentale e per meglio sottrale alla vista nel 1941 vennero nascoste nei magazzini di stato in Siberia.

I capolavori francesi furono mostrati al pubblico solo molti anni dopo la morte di Stalin, alterando per decenni la comprensione di un capitolo fondamentale della storia dell’arte moderna. Merito di From Russia è restituire al pubblico la storia di questo capitolo.

Paola Cacciari, articolo pubblicato su  Exibart

Londra//fino al 18 Aprile 2008

From Russia: French and Russian Master Paintings 1870–1925 from Moscow and St Petersburg. Royal Academy of Arts, Burlington House, Piccadilly, London W1J 0BD.

www.royalacademy.org.uk/

 

Il ritorno dei Wild Boys (un po’ meno wild, un po’ meno boys)

Qualche sera fa su qualche oscuro canale del digitale terrestre ho rivisto un un mini-concerto Live dei Duran Duran trasmesso dalla BBC nel 2011. Inutile dire che mi ha riportato indietro di un ventina d’anni, quando quelli della mia generazione che per motivi geografico-anagrafici avevano mancato in un colpo solo la nascita del rock e del punk, una volta raggiunta l’adolescenza cercavano di rifarsi come potevano. Colpa di Videomusic e di Deejay Television che avevano preso a diffondere videoclip di musica pop Britannica con gruppi dai nomi esotici come Culture Club, Spandau Ballet, Wham!, Simple Minds, Frankie Goes to Hollywood, Pet Shop Boys. E come ogni adolescente che si rispetti anch’io ero pazza dei belloni di turno. Che, nel mio caso (e non solo nel mio), erano i Duran Duran.

The official Duran Duran video for “Planet Earth” from 1981’s Duran Duran

Non mi capitava di perdere la testa in quel modo da quando, a cinque anni decisi che avrei sposato Gianni Morandi (poi scambiato per Mal, ma questa è un’altra storia). Il viso abbronzato di Simon Le Bon mi osservava costantemente dalla parete della mia cameretta bolognese. Sognavo che si sarebbe pazzamente innamorato di me e saremmo vissuti per sempre felici e contenti. Che l’idea di fuggire con lui a Sry Lanka (dove erano stati girati i video di Rio, Hungry Like a wolf e Save a prayer (che neanche a dirlo, era la mia canzone preferita) era infinitamente più allettante delle mattinate a scuola (anche se sono sempre stata una secchia, lo ammetto senza vergogna) e dei sabati pomeriggio trascorsi con le amiche da Nannucci (quando a Bologna esisteva ancora Nannucci) a spulciare tra dischi che non avrei mai comprato – anche perché non avevo il giradischi, ma solo un monumentale stereo porta-cassette. Fu in quel periodo cominciai a studiare ossessivamente l’inglese in caso Simon (o, in sua mancanza il bassista John Taylor, che andava bene lo stesso…) apparisse sulla mia strada.

In un momento di follia mi ero fatta persino tagliare i capelli come lui (tranquilli, ho bruciato le foto!). Sognavo di sposarlo e mi prese una vera e propria crisi isterica quando la paninara milanese Clizia Gurrado ebbe la mia stessa idea (insieme ad altre migliaia di ragazzine isteriche sparse per il mondo…) e ci scrisse pure un libro, dal titolo (minaccioso) Sposerò Simon Le Bon. Libro che il padre giornalista le fece pubblicare e che (ovviamente) giurai di non leggere mai. E che (ovviamente) mi precipitai a comprare immediatamente, seppure continuando a negare di averlo fatto.

Duran Duran 2011
Duran Duran 2011

E dopo separazioni e riunificazioni, divagazioni e sperimentazioni varie ed eventuali non sempre felici, eccoli di nuovo qui, quattro (che il chitarrista Andy Taylor non ne ha voluto sapere di una re-union) allegri cinquantenni con ancora una gran voglia di suonare, saltare, ballare e divertirsi come ai vecchi tempi! E come ai vecchi tempi, anch’io ho saltato, ballato e  mi sono divertita un mondo, sotto gli occhi allibiti del mio compagno che dei Duran Duran non è mai stato un gran ammiratore neanche negli anni Ottanta, preferendo il ritmo di The Jam o dei Madness. E nonostante le ginocchia doloranti (che in fondo non ho più quindici anni) mi sono divertita molto più di quando avevo quindici anni! Potere della nostalgia…

Netmums contro I Simpsons? Ma per favore!

Secondo i risultati di un sondaggio condotto da Netmums, uno dei numerosi online forum per genitori nati sulla scia di Mumsnet, il mondo sarebbe un posto migliore senza I Simpsons. Non solo. Sarebbe ancora meglio se, nella loro discesa agli inferi, Homer e C. portassero con sé anche I Flintstones e altre serie televisive molto popolari in Gran Bretagna come Outnumbered e My Family. Il motivo? Le  raffigurazione negativa dei padri. Ma andiamo! La prossima mossa cos’è? Bandire Tom e Jerry in quanto promuove la violenza nel gatto domestico?
La cosa incredibile è che non solo il 93% dei partecipanti al sondaggio è d’accordo nel pensare che tipico il papà pasticcione  della TV non rende giustizia alla figura del padre di famiglia della vita reale, ma che queste persone non si siano poste il problema che si tratti di finzione o meno. Come se l’obiettivo de I Simpsons sia di fatto quello di riflettere accuratamente la vita familiare!

La mia irritazione non è diminuita leggendo le osservazioni con cui Siobhan Freegard, la fondatrice di Netmums, ha accolto tali risultati. Pare che secondo lei fare il padre non sia mai stato così difficile. Affermazione perfettamente ragionevole se si pensa allo stato della gioventù moderna. Ma non ditemi che non ci sono state occasioni nel corso della storia dell’uomo in cui è stato difficile fare il padre: correggetemi se sbaglio, ma provvedere per la famiglia durante le numerose guerre, pestilenze e carestie che hanno punteggiato la nostra storia non deve essere certo stato una passeggiata…

Piuttosto a me sembra che tutto ‘sto clamore sia puro e semplice opportunismo volto ad aumentare le visite ad un website, Netmums appunto, che il giornalista del Guardian David Mitchell ha definito “la Pepsi cola di Mumsnet, che è la Coca Cola del settore”. Cioè in pratica un’imitazione… :/ Che ci sono molte cose sbagliate con il mondo, ma sono con Mitchell quando dice che la sitcom e i cartoni animati non sono tra queste.

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Tracey Emin: Love is what you want

Tracey Emin – Knowing My Enemy – 2002 – courtesy White Cube, Londra – photo Stephen White

Dal sobborgo londinese di Croydon, dov’è nata, a Margate, sulla costa del Kent, nel Sud dell’Inghilterra, dov’è cresciuta; e ancora lo stupro, l’aborto, il successo, l’alcolismo, il suo gatto, l’incapacità di trovare l’amore o di avere un figlio: non passa giorno senza che i media riportino un brano più o meno scandaloso della sua vita. Una vita così costantemente sotto i riflettori che, più che con l’artista nominata per il Turner Prize, sembra di avere a che fare con un personaggio del Truman Show. E allora che cosa ci racconta di nuovo, di lei, la retrospettiva alla Hayward Gallery?
Tenera, aggressiva, affettuosa, arrogante, provocante: Tracey Emin (Londra, 1963) non tenta mai di sembrare diversa da se stessa. E non vuole. Credendo fermamente che avere segreti sia una cosa pericolosa, l’artista apre al mondo il vaso di Pandora delle sue emozioni. E la sua onestà è disarmante: ciò che può sembrare esibizionismo gratuito non è altro che il tentativo di comprendere e scendere a patti con i traumatici eventi che hanno segnato la sua vita. E il trauma è ovunque, nell’arte della Emin: nelle coloratissime trapunte che punteggiano le pareti della Hayward Gallery, nei disegni, nelle sculture e nelle installazioni di grandi dimensioni e nei numerosi video che compongono Love is what you want.

Tracey Emin – Self Portrait (Sometimes there is no tomorrow) – 2007 – courtesy White Cube, Londra
Ogni opera di questa straordinaria retrospettiva sembra sfumare nella successiva. Videoinstallazioni come Why I never became a dancer e How it Feels, in cui la Emin descrive con la calma surreale gli abusi sessuali dell’adolescenza in Margate e la sofferenza, fisica e mentale, dell’aborto sono opere di straordinaria intimità, veri e propri videodiari di un’anima inquieta che cerca chiarezza. […]
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Telling Tales. Fantasy and fear in contemporary design. Victoria and Albert Museum

Oggetti che diventano sculture. Sculture che si possono usare. Create da una nuova generazione di artisti-designers. Per una mostra a metà tra psicanalisi e fiaba…

The Fig Leaf wardrobe, 2008Designed by Tord Boontje© Meta
The Fig Leaf wardrobe, 2008Designed by Tord Boontje© Meta

 Un guardaroba coperto da seicentosedici foglie di bronzo, smaltate e dipinte a mano che si aprono a scoprire un albero anch’esso in bronzo. Volpi imbalsamate, una mucca acefala per divano e pantofole a forma di talpa. Varcando la soglia di Telling Tales. Fantasy and fear in contemporary design, la nuova mostra del V&A, stupore e perplessità sono i primi pensieri che salgono alla mente; improbabilità la prima definizione.

Mobili, ceramiche, lampade e installazioni di grandi dimensioni – cinquanta in tutto – divertenti e simbolicamente complessi in cui l’aspetto pratico e funzionale è subordinato a decorazione e simbolismo, creati da una nuova generazione di designers del XXI secolo che si propone di esplorare il potenziale narrativo di oggetti nati per soddisfare bisogni pratici.

In pieno accordo con la tradizione del V&A di documentare la storia delle tendenze correnti, il curatore Gareth Williams ha creato un percorso narrativo che abbattendo i confini tra arti maggiori e arti cosiddette ‘minori’ apre un dialogo tra il design contemporaneo e quello del passato all’interno della stessa mostra. Da cui la struttura in tre parti di Telling Tales.

Si passa così dagli oggetti ispirati alle favole, ai miti e alla natura e della prima sala, The Forest Glade – come lo spettacolare Fig leaf wardrobe del desiger olandese Tord Boontje – a quelli ispirati al genere del romanzo e all’illustrazione satirica del XVIII secolo della seconda, dal titolo evocativo The Enchanted Castle. E attraverso satira e parodia i designers di questa sezione mettono in discussione il gusto decorativo corrente, come nell’ironico Cinderella table (1976) di Jeroen Verhoeven, in marmo solido tagliato al laser, che unisce le linee di un scrivania e un tavolo settecentesco, o nell’inquietante Robber Baron cabinet di Studio Job, armadio in bronzo dorato con un grande buco nero al centro che ne trapassa le ante modellato su una creazione dell’ebanista parigino André-Charles Boulle, ora nella Wallace Collection.

E come Gulliver in Liliput, il disagio del cambiamento di scala, delle forme tradizionali e dei materiali costringe chi osserva a riconsiderare la sua (altrimenti) passiva accettazione della realtà.

Quando, tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, le scoperte dell’incoscio di Freud, del tempo come durata di Bergson e della relatività di Einstein aprono uno strappo nel cielo di carta delle certezze del Positivismo ottocentesco, il modo di percepire la realtà cambia per sempre. Non più dati assoluti, passato presente e futuro si relativizzano. Disagio, malessere e una rinnovata consapevolezza della mortalità, diventano i nuovi ‘valori’ dell’uomo contemporaneo. Questa riflessione sul nostro (tragico) passato e sul nostro (altrettanto tragico) presente, trova spazio nell’ultima sezione della mostra, dal titolo Heaven and Hell. Dalla volpe imbalsamata (che tanto ha fatto discutere) della canadese Kelly McCallum dal titolo provocatorio Do You Hear What I Hear?, al Sensory Deprivation Skull di Joep van Lieshout che mostra come la psicanalisi sia un viaggio nel territorio del nostro inconscio, questa sezione riflette l’ansia  del nostro tempo.

Cinderella table, 2008 Demakersvan/Jeroen Verhoeven © Demakersvan/Jeroen Verhoeven. Courtesy of Carpenters Workshop Gallery
Cinderella table – 2008 – Demakersvan/Jeroen Verhoeven © Demakersvan/Jeroen Verhoeven. Courtesy of Carpenters Workshop Gallery

Sorprendente, ironica e –perchè no?- con una punta di nostalgia per tempi migliori, Telling Tales resiste ad ogni tentativo di categorizzazione. Ma per quanto improbabili, questi straordinari pezzi di arredamento raccontano qualcosa del nostro tempo. Come che questa mostra è stata concepita prima della recessione, in un momento economicamente più felice quando gli ogetti in questione – tutti pezzi creati in edizione limitata- potevano essere venduti ad un mercato di entusiasti collezionisti che ora è scomparso.

Design o arte quindi? La mostra ci sfida a riconsiderare i nostri preconcetti. E ad accettare una nuova definizione: quella di Design-Art.

 

paola cacciari mostra visitata il 19 luglio 2009. Pubblicato su Exibart

Londra//fino al 18 ottobre 2009.

Telling tales. Fantasy and fear in contemporary design

Victoria and Albert Museum, Cromwell Road, London, SW7 2RL, UK

a cura di  Gareth Williams

Orario di apertura: tutti i giorni dalle 10 alle-17.45; Venerdì dalle 10 alle-22.00 (una selezione di gallerie aperte dopo le 18.00). Chiuso il 24, 25 & 26 Dicembre

http://www.vam.ac.uk/